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Red Sistémica · Psicoterapia

Clinica del cambiamento, o la psicologia positiva avant la lettre

Da quarantacinque anni il paradigma sistemico e la sua applicazione più provocatoria – la terapia familiare – avanzano di miraggio in miraggio: superamento della visione intrapsichica, causalità circolare, costruttivismo, cibernetica di secondo ordine, modello evolutivo. Dietro queste pietre miliari evanescenti c’era davvero un’America: quella della clinica, dell’accesso a nuovi modi di risolvere le situazioni e di alleviare i sintomi. Claudio Des Champs ripercorre queste credenze fondative, poi le mette alla prova in due trattamenti condotti all’interno di un’équipe ospedaliera di intervento nella crisi: le voci di Gustavo e la «carriera» di fallimenti di Graciela.

Autore Claudio Des Champs, psicologo (UBA), psicoterapeuta di coppia e della famigliaPrima pubblicazione capitolo «Clínica del Cambio» di Teoría y Técnica de la Psicoterapia Sistémica, ECUA, 3ª edizione presentata da Paul Watzlawick, 1995 (1ª edizione, 1991)Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Viviamo con il cambiamento e ammettiamo che tutto ciò che vive cambia; con un’eccezione: il dominio delle credenze secolari immutabili nel quale costruiamo la nostra realtà. Eppure anche le credenze più radicate e i testi sacri più antichi, di perenne validità, subiscono la trasformazione del corso dell’evoluzione. Quegli otri vuoti che chiamiamo parole si riempiono del vino di nuovi significati, modellati di continuo dai nostri sentimenti e bisogni del momento, dalle nostre credenze e dagli atteggiamenti che ne derivano, secondo le conoscenze scientifiche, le circostanze storiche e il contesto culturale dell’epoca che ci tocca vivere.»

I miraggi della clinica sistemica

«A forza di vedere miraggi si perdono le illusioni; eppure è anche vero che spesso, di speranza in speranza (o di miraggio in miraggio), si è arrivati in America.»

«Un sistema può avanzare soltanto attraverso un processo di cambiamenti discontinui, perché nessuno stato stazionario può essere identico al precedente; la storia del sistema è segnata, scandita da ridondanze e da differenze – un gioco dialettico tra la morfostasi, cioè i cambiamenti omeostatici che conservano l’equilibrio o lo stato originario, e la morfogenesi, cioè i cambiamenti che consentono la riorganizzazione e dunque l’evoluzione di un sistema nel corso del tempo.»

Uno scienziato polacco, navigatore dei mari ghiacciati dell’Artico, partì con la speranza di compiere l’impresa di fotografare un miraggio, quel fenomeno di illusione ottica prodotto da un particolare gioco di condizioni atmosferiche mutevoli. Al termine del suo viaggio «scoprì» come i vichinghi fossero riusciti a percorrere distanze incommensurabili e a raggiungere il continente americano.

Il fenomeno del miraggio studiato da questo scienziato si rivelò essere questo: ciò che appare come una visione fantasmagorica, di grande realismo, e che svanisce quando ci avviciniamo, è in realtà la proiezione di qualcosa che si trova a molti chilometri di distanza. I vichinghi sarebbero dunque stati guidati, nelle loro intrepide e interminabili traversate, da miraggi che annunciavano la presenza di una terra lontana, ma esistente.

Dietro queste pietre miliari evanescenti si trovava l’America.

In questi ultimi quarantacinque anni si sono sviluppati il paradigma sistemico e una delle sue applicazioni più provocatorie: la terapia familiare. Anche le prime generazioni di questo nuovo approccio hanno percorso un cammino costellato di miraggi, dietro i quali c’era un’America. L’America della clinica, dell’accesso a nuove possibilità di risolvere situazioni, di alleviare sintomi, di creare alternative alla visione psicopatologica tradizionale.

Dallo sguardo intrapsichico allo sguardo relazionale

La prima pietra miliare, o il primo miraggio superato, fu la visione intrapsichica di un essere individuale, isolato, i cui segreti si trovavano dentro la sua mente. La prima osservazione, o la prima «scoperta», di questo nuovo approccio fu la constatazione che le stranezze o le peculiarità di un individuo isolato diventavano molto più comprensibili, e apparivano altamente adattive, quando le si osservava nella trama relazionale dei suoi contesti più significativi, in particolare quello della famiglia. Da qui deriva una visione ancora eziologica e causale, ma più ampia della precedente e che comincia ad affrontare la complessità – cioè la lettura articolata delle diverse variabili in gioco –: quella del modello omeostatico, nel quale si osservavano interazioni ricorrenti che cambiavano le cose perché tutto restasse uguale. Di qui il modello di Don Jackson e la metafora del termostato, che mantiene una temperatura costante producendo cambiamenti che stabilizzano il sistema. La famiglia era allora vista come un sistema omeostatico, e il paziente designato diventava una sorta di vittima, per esempio, di genitori (in particolare di una madre) schizofrenogeni che facevano ammalare i figli. Questa lettura ha permesso di avere una prospettiva più complessa e più ricca su una certa psicopatologia, soprattutto quella che riguardava bambini e adolescenti in difficoltà. La psicoterapia trovava nuove possibilità d’azione: gli interventi centrati sui genitori, o su genitori e figli insieme, ottenevano risultati incoraggianti, nettamente superiori a quelli ottenuti nelle consultazioni individuali. Così nasceva la clinica familiare sistemica.

La circolarità e la profezia che si autoavvera

Un’altra di queste pietre miliari, una di queste credenze fondative, è il concetto di circolarità, o più precisamente di causalità circolare: l’abbandono del pensiero lineare causa-effetto, che permette di pensare a una serie di condotte interattive che si influenzano a vicenda, creando un circuito particolare di interazioni (azioni reciproche e circolari) la cui lettura va al di là di un inizio o di una fine. Immaginiamo due uomini che corrono uno dietro l’altro in una porta girevole e chiediamoci, trascorso un breve lasso di tempo, chi rincorre chi, chi «causa» che cosa a chi.

Una profezia che si autoavvera evoca con chiarezza la trasformazione di un effetto in una causa: credo in un oracolo, in una diagnosi, in un’opinione, e agisco di conseguenza, accettandola o cercando di respingerla (e dunque credendoci), e in questo modo non faccio che confermare ciò che ho creduto. «Mancherà il carburante, ci sarà carenza di benzina», annunciano i titoli dei giornali. Subito la gente compra «per sicurezza» dieci volte quello di cui ha bisogno e, in effetti, la benzina è venuta a mancare: la notizia (l’effetto annunciato) ha «causato» quell’effetto.

Costruttivismo e cibernetica di secondo ordine

Il costruttivismo, cioè la teoria della realtà costruita dalla percezione dell’osservatore, alleato alla cibernetica di secondo ordine o «cibernetica dei sistemi osservanti», costituisce il grande miraggio, o la grande credenza, di questi ultimi decenni: ha aperto nuove possibilità per avvicinarci alla nostra America, il fenomeno della sofferenza e dei conflitti umani.

Questi concetti epistemologici ci permettono di dire che abbiamo a che fare con una realtà creata, inventata; che non esiste alcun fenomeno che possa essere descritto oggettivamente, né nelle cosiddette scienze umane né nelle cosiddette scienze esatte: tutto è prodotto delle operazioni cognitive dell’osservatore, della mappa concettuale che lo guida e del contesto socioculturale in cui è immerso. Si tratta di un osservatore coinvolto nel fenomeno osservato, che modifica con il proprio sguardo e influenza con le proprie azioni, le quali tendono a confermare il suo quadro autoreferenziale: «Dimmi che cosa osservi e che cosa concludi, e ti dirò da quale ipotesi e da quale quadro teorico sei partito.»

La seconda cibernetica, cioè quella dei sistemi osservanti (in contrapposizione alla cibernetica di primo ordine, o cibernetica dei sistemi osservati), nuovo miraggio che include e abbraccia tutto ciò che precede e al tempo stesso lo supera, segue i postulati del costruttivismo radicale, nei quali l’osservatore fa parte del fenomeno osservato. Applicata alla clinica, amplia il sistema terapeutico, dal momento che si tratta di diversi sottosistemi in interazione: qualcosa come un elenco interminabile di istanze che osservano e sono, a loro volta, osservate (per esempio terapeuti in coppia, sotto lo sguardo di un’équipe dietro lo specchio unidirezionale, a sua volta osservata dalla supervisione, più una videoregistrazione dell’intero processo che permetterà a un vasto pubblico professionale di diventare a sua volta osservatore, di trarne nuove conclusioni e di produrre racconti inediti degli stessi fatti).

Con il termine di sottosistemi si designeranno tutte le persone che intervengono in un processo terapeutico, e il sistema terapeutico sarà allora un soprasistema che abbraccerà tutte queste porzioni distinte, identificabili ma interdipendenti, parti di uno stesso insieme, in cui tutti gli elementi si influenzano a vicenda, al di là delle loro singolarità, creando un ecosistema unico e irripetibile.

Morfostasi e morfogenesi: la crisi come momento favorevole

Il modello, o la visione evolutiva del paradigma sistemico, costituisce una nuova spirale, un nuovo miraggio che include e abbraccia tutto ciò che precede e al tempo stesso lo supera. Ciò rimanda alla classica concezione psicogenetica delle tappe evolutive del processo di costruzione della conoscenza, postulata da Jean Piaget.

Il modello omeostatico spiegava molto bene la stabilità, il cambiamento di tipo uno: quello che produce cambiamenti per non cambiare, per mantenere l’equilibrio, l’omeostasi del sistema. La clinica sistemica aveva bisogno di concetti capaci di spiegare un altro tipo di cambiamento, l’evoluzione verso nuovi stati; si pensa allora a processi non più omeostatici ma omeodinamici. Maruyama apporta i concetti di morfostasi, per indicare ciò che permane, ciò che si oppone al cambiamento o che genera il cambiamento che mantiene l’equilibrio, e di morfogenesi, per designare ciò che si modifica, i momenti evolutivi, la destrutturazione di un’organizzazione che cambia le proprie regole e si trasforma in un’altra per non tornare mai più a essere la stessa. Queste due tendenze coesistono, interagiscono costantemente e sono facilmente riconoscibili nella clinica quando la famiglia dice: «cambiateci, ma non modificateci».

La crisi, l’irruzione di una disfunzione o di una qualsiasi condotta sintomatica, sarà considerata, dal punto di vista evolutivo, in modo del tutto diverso da quanto le attribuirebbe un modello omeostatico. Non sarà considerata un sintomo che tende a rafforzare l’omeostasi e la patologia del sistema, ma piuttosto percepita come un momento di estrema instabilità del sistema che, nel momento stesso della sofferenza e dell’incertezza, può dare luogo a nuovi sviluppi, aprire nuove strade, forse più mature sul piano evolutivo, più funzionali e più adatte alle nuove circostanze del ciclo di vita, o alle condizioni mutevoli del contesto; cioè alla crescita e allo sviluppo dell’ecosistema umano. La crisi si rivela allora un momento favorevole all’evoluzione verso nuovi stati potenziali e, di conseguenza, favorevole all’incontro terapeutico.

Da ricordare

Ogni «miraggio» del modello sistemico – superamento della visione intrapsichica, causalità circolare, costruttivismo, cibernetica di secondo ordine, modello evolutivo – include e abbraccia il precedente e al tempo stesso lo supera. L’ultimo in ordine di tempo capovolge la lettura della crisi: non è più il sintomo che protegge l’omeostasi, ma il momento di massima instabilità in cui il sistema può riorganizzarsi – dunque il momento più favorevole all’incontro terapeutico.

Le voci di Gustavo

Gustavo, 43 anni, lavorava nella cucina di un ristorante; sentiva voci che gli parlavano e con le quali intratteneva dialoghi ad alta voce. Fino ad allora era trattato con antipsicotici, che lo calmavano, ma il sintomo persisteva. A parte questo, il suo rendimento al lavoro e il suo modo di essere padre di famiglia soddisfacevano tutti. Questa caratteristica rischiava però di fargli perdere il lavoro e di portarlo a un ricovero in un istituto psichiatrico se il classico sintomo non fosse scomparso. La famiglia, che si fidava di lui come padre e come marito, era molto preoccupata: più che del sintomo, del possibile ricovero, che avrebbe amputato la famiglia del membro che la sosteneva economicamente e che costituiva anche un pilastro affettivo di questo sistema familiare. Quando lo incontrai nell’ambito dell’équipe di intervento nella crisi dell’ospedale di San Isidro, che all’epoca coordinavo, presi in considerazione due sottosistemi che mi sembrarono essenziali per costruire il mio scenario terapeutico: a) il sottosistema famiglia e b) il sottosistema équipe psichiatrica, in particolare la dottoressa che gli prescriveva i farmaci. A quest’ultima proposi un lavoro di squadra in cui lei gestiva la terapia farmacologica, cioè «la stabilità» della persona, un certo «controllo» e un lieve miglioramento della situazione e dei sintomi; mentre io avrei lavorato come se la persona non fosse «pazza» né «malata», e come se questa storia delle voci fosse una costruzione peculiare, una caratteristica particolare di Gustavo.

Quanto al sottosistema familiare, parlai con una madre e una figlia preoccupate, ma al tempo stesso unite e determinate a collaborare, inserite in una solida rete familiare che voleva autopreservarsi, senza amputazioni. Gustavo era amato, c’era bisogno di lui ed esisteva un’evidente disponibilità ad aiutarlo. La famiglia era indecisa, confusa, e in quello stato di instabilità proprio della crisi che è propizio all’intervento psicoterapeutico sistemico di orientamento nettamente psicogenetico: intendo con ciò interventi che permettano di superare l’impasse e di avviare il cammino verso una situazione evolutiva, di crescita individuale e familiare. Fermiamoci un momento a esaminare alcune questioni concettuali.

La voce del cambiamento, la voce della stabilità e il Rorschach

Nei termini di Bradford Keeney (1985), questi tre elementi fanno parte di una terapia costruttivista sistemica di seconda cibernetica. L’ecosistema terapeutico, che include i terapeuti, il paziente designato e la sua famiglia, convive, come abbiamo detto prima, con fattori di stabilità e fattori di cambiamento, che l’autore chiama «voci».

Per esemplificare, si può dire che la famiglia direbbe: cambiatelo, riguardo al suo sintomo, ma non modificateci, riguardo allo schema familiare.

La psichiatra poteva rappresentare il fattore di stabilità, o di controllo del sintomo dalla prospettiva psicopatologica; e l’équipe di crisi il fattore destabilizzante.

Il Rorschach è una metafora di quello specchio di macchie e figure ambigue in cui ciascuno crede di vedere qualcosa di diverso. In questo caso si trattava della credenza di Gustavo in queste voci, che senza dubbio sentiva e che interferivano nella sua vita criticandolo e creandogli problemi nelle relazioni interpersonali.

Come coordinatore dell’équipe di crisi, scelsi la costruzione di Gustavo e vi entrai parlando il linguaggio del paziente. Il linguaggio di Gustavo era a volte sconnesso, bizzarro, e generava in chi lo ascoltava una certa confusione. Ricordando gli interventi classici di Milton Erickson e il concetto di connotazione positiva dell’équipe del MRI di Palo Alto, poi tanto sviluppato dall’équipe o scuola di Milano, rivolsi a Gustavo più o meno queste parole:

«Gustavo, il Suo modo di parlare è più ricco, più preciso di quanto ci si potrebbe aspettare da una persona di origini umili.» (Gustavo aveva solo la licenza elementare.) «Capisca che questa Sua complessa ricchezza a volte ci rende difficile seguirLa, perché non cogliamo del tutto la portata di certe Sue parole. Le chiedo per favore, a nome dell’équipe, di parlare un po’ più al nostro livello: così potremo scambiare idee e riuscire a capirLa. Scusi i nostri limiti.»

Questo intervento sorprese Gustavo, perché implicava un’accettazione implicita del suo linguaggio peculiare e, più ancora, un elogio di esso. La richiesta successiva, di «scendere al nostro livello», lo lusingò; cominciò volentieri a esprimersi con maggiore chiarezza e continuò a farlo in ogni momento, per tutto il resto degli incontri terapeutici. La «voce» della stabilità posizionò il sintomo, lo accettò e, si potrebbe perfino dire, lo stimolò; dall’altro lato, la «voce» del cambiamento gli chiese umilmente una piccola modifica, valida solo per quel contesto. Questa costruzione nacque dalla sua mappa, dal suo Rorschach, del quale gli restituimmo, come in uno specchio, un’immagine di realtà. Tutti gli interventi successivi tennero conto di questo modello di trasformazione e accettazione, di una costruzione che abbraccia la costruzione precedente e al tempo stesso la supera, a partire da una proposta di nuovi schemi d’azione che, alla lunga, avrebbero riformulato il suo atteggiamento di fronte al sintomo delle voci. In un altro momento del trattamento gli fu detto quanto segue:

«Lei è un privilegiato: le voci La consigliano, a volte in modo critico, è vero, ma in ogni caso Lei possiede qualcosa che altri non possiedono, qualcosa che supera il pensiero ordinario, comune – e con cui, certo, come con ogni caratteristica fuori dal comune, è difficile convivere.»

Ancora una volta entriamo in un territorio, esplorando i vantaggi e gli svantaggi delle sue peculiarità, stabilizzando e destabilizzando al tempo stesso, accettando e modificando il Rorschach, la visione del mondo di Gustavo. A un certo punto, sbagliando, tentammo un intervento volto alla scomparsa delle voci, fondato sul bisogno della sua famiglia e del sistema terapeutico. Naturalmente, come ogni volta che non tenevamo conto di Gustavo e della sua mappa, non ottenemmo alcun risultato. Quando infine gli dicemmo qualcosa come:

«Comprendiamo che Lei è una persona molto importante per la Sua famiglia, affettivamente ed economicamente; che loro hanno bisogno di Lei quanto Lei ha bisogno di loro. La Sua bella famiglia, le Sue figlie che lavorano e studiano, la Sua compagna di sempre contano su di Lei e La accettano al di là delle Sue qualità particolari, quelle che La rendono diverso dagli altri. Abbiamo anche capito che quella voce critica che La guida farà parte della Sua vita per sempre, e speriamo che non La abbandoni mai. Detto questo, sappiamo che sugli autobus, sui mezzi pubblici in generale o al lavoro, il fatto di parlare da solo ad alta voce Le crea difficoltà che potrebbero farLe perdere il lavoro; e che alcune persone, meno comprensive, si spaventeranno.

La perdita del lavoro e soprattutto la paura della gente potrebbero sfociare in un ricovero che avrebbe conseguenze nefaste per Lei e per i Suoi. Crediamo che sarebbe intelligente da parte Sua evitare di parlare con la Sua «voce» sugli autobus, al lavoro o in qualsiasi luogo pubblico, per preservare i Suoi da una terribile amputazione. È chiaro che, se Lei persiste in questa condotta nei luoghi pubblici – e non nell’intimità della Sua casa, dove può godere della Sua caratteristica privilegiata –, potrebbe essere rinchiuso non più per pazzia, ma per stupidità e irresponsabilità. Ora Lei comprende perfettamente le conseguenze dei Suoi atti e sa che cosa Le conviene fare, per il bene della Sua famiglia.»

Questo intervento costituì la riformulazione essenziale per quanto riguarda Gustavo. Il lavoro con la famiglia consistette nel prepararla a convivere con la voce di Gustavo, che, al di là di questo, era un padre e un marito affettuoso, attento al benessere dei suoi. La famiglia accettò questa proposta e si impegnò a sostenere Gustavo e a non stimolare né scoraggiare il suo dialogo interiore finché si svolgeva tra le mura di casa.

Seguì un lungo follow-up di questo consultante e della sua famiglia. Gustavo riprese le sue attività e non ebbe più dialoghi interiori che lo compromettessero nei luoghi pubblici. Inoltre, sia lui sia la sua famiglia riferivano, nei colloqui di follow-up, che parlava sempre meno da solo, anche dentro casa.

L’équipe aveva la consegna di congratularsi con lui per il suo atteggiamento responsabile e intelligente verso la famiglia, pur rammaricandosi che, di conseguenza, stesse perdendo quella notevole qualità. La psichiatra confermò la progressiva scomparsa del sintomo, riducendo gradualmente i farmaci. Di speranza in speranza, di costruzione in costruzione, Gustavo, la sua famiglia, la psichiatra e l’équipe di crisi siamo arrivati a una qualche America possibile.

Una versione tra le altre

Di casi come questo si potrebbero fare diverse letture: chi coltiva un modello, una scuola, una tecnica particolare potrebbe descrivere questo trattamento sottolineando certi punti, mettendo in risalto certi interventi rispetto ad altri e giungendo a conclusioni diverse, tutte senz’altro verosimili. Ciò che segue è dunque solo una versione possibile, autoreferenziale, di chi scrive queste righe, che pretende soltanto di riflettere un modo di intervenire fondato sull’ampio paradigma costruttivista e sulla cibernetica di secondo ordine, e che sottolinea la responsabilità etica ed estetica di chi ne è autore. Detto questo, in questo caso si può osservare l’importanza di costruire la scena psicoterapeutica a partire dalla costruzione del paziente designato e della sua famiglia, nonché da quella del sottosistema psichiatrico che ha inviato il paziente. Solo con l’articolazione della molteplicità delle visioni e l’interrelazione dei diversi sottosistemi, inclusi l’équipe di crisi e tutte le persone che partecipano, direttamente o indirettamente, è stato possibile costruire una scenografia verosimile, in cui ogni parte potesse convivere e sostenere le soluzioni negoziate e condivise a cui si è via via giunti.

Chi fa terapia non può mai porsi come un agente esterno, poiché appartiene al sistema terapeutico ed è sempre parte dell’ecosistema in cui opera. La realtà «là fuori» è inconoscibile in quanto tale, perché è il prodotto di operazioni cognitive che assumono elementi esterni, i quali sono a loro volta modificati, modellati e ricostruiti da quelle stesse operazioni.

Bateson dice che la saggezza è una consapevolezza di come tutti i circuiti del sistema si incastrino, si adattino e siano connessi. Ciò significa decidere che la famiglia non ha «causato» il problema dell’individuo, né il contrario. Nessun elemento ha la precedenza su un altro (in ultima istanza, l’unica cosa che precede, in questo quadro, è la comunicazione) e nessuno ne controlla un altro.

Parzialità multidirezionale e neutralità

Di fronte alle inevitabili lotte o ai giochi di potere che si dispiegano sulla scena psicoterapeutica, l’atteggiamento terapeutico che facilita un’azione costruttivista è quello inaugurato dal concetto di parzialità multidirezionale dello psicoanalista Boszormenyi-Nagy (1966): l’atteggiamento psicoterapeutico permette di entrare in empatia con ciascun membro della famiglia, di riconoscerne i meriti e di prendere posizione in base a quei meriti. Il concetto è poi ripreso da Harry Goolishian e ampliato da quello di neutralità, descritto da Mara Selvini Palazzoli e dalla sua équipe (1980).

L’idea di neutralità si distingue dalla parzialità multidirezionale come un apporto del modello della terapia sistemica: oltre all’atteggiamento empatico verso tutti i membri della famiglia, la terapia familiare sistemica sceglierà di non manifestare predilezione per nessuna delle persone che consultano in particolare, ma mostrerà interesse e convaliderà ciascuna individualmente, così come l’insieme. Questo modo di agire ha lo scopo di assicurare il mantenimento di una metaposizione rispetto all’interazione familiare e, inoltre, aiuta chi fa terapia a non imporre i propri valori alla famiglia. Chi lavora con un orientamento sistemico costruttivista deve dunque esercitarsi a riconoscere il proprio punto di vista di terapeuta. In questa prospettiva è fondamentale convalidare tutte le opinioni, rispettare il sentimento di autostima di ogni membro della famiglia, tenendo conto del fatto che la punteggiatura terapeutica influenzerà la lettura della situazione da risolvere.

La famiglia non dovrà essere né giudicata né colpevolizzata; tutt’al più si cercherà di aumentare la sua capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle loro conseguenze…

Come si costruisce una psicoterapia?

Comincia con una raccolta di dati che riguarda le azioni comunicative – chi fa che cosa, quando, dove e con chi – e anche le credenze, i valori, la visione del mondo, la costruzione del mondo; o, nel senso più ampio del termine, il linguaggio – inteso come sistema linguistico – che predomina e costruisce la «realtà», o il racconto della realtà, espresso dalle persone che consultano. Questo sistema linguistico originario, questo racconto «ufficiale» iniziale, si trasformerà, a partire dalle domande e dagli interventi terapeutici, in un nuovo racconto: una co-costruzione, un copione simile al precedente ma decisamente diverso, che costruiranno insieme chi fa terapia, o l’équipe terapeutica, e le persone che consultano, in un quadro di seconda cibernetica, cioè quello di un osservatore coinvolto che fa parte dell’ecosistema terapeutico, il quale lo include e lo influenza. In ogni incontro si creerebbe un nuovo campo linguistico, nato dall’interazione tra la terapia e la persona o le persone che consultano; la direzione di questo incontro sarà data dalla scuola o dal modello che chi fa terapia rappresenta: può dirigersi verso un obiettivo, verso una meta minima, verso un cambiamento strutturale, verso la ricerca di una nuova gerarchia familiare, o semplicemente verso la costruzione di realtà alternative o di nuove costruzioni linguistiche, nuove narrazioni o nuove versioni degli stessi fatti, fondate sulle costruzioni precedenti ma dotate di nuove possibilità evolutive.

Queste nuove costruzioni, o finzioni terapeutiche, richiedono una ricostruzione storica – la possibilità di vedere la storia che abbiamo vissuto, i fatti, i sentimenti associati e soprattutto le conclusioni o le conseguenze che ne sono state tratte da un’altra angolazione, con una visione più ampia e soprattutto con una riformulazione delle conclusioni precedenti –, una ricostruzione che permetta di creare una visione diversa del contesto attuale e di intravedere un futuro pieno di speranza.

La «diplomata»

Il caso di Graciela B. illustra, a mio avviso, la storia tipica di una «carriera» di fallimenti, con il conseguente allenamento a diverse psicoterapie, ricoveri e un diploma di follia e di fallimento rilasciato dai «migliori istituti».

«La diplomata», questa consultante di 50 anni, e la sua famiglia affrontano una nuova crisi, un ennesimo momento di follia e di fallimento (con fuga da casa e possibile tentativo di suicidio sui binari della ferrovia); e la decisione, la sentenza o la diagnosi definitiva spettano a un’équipe di ultima istanza – una sorta di Corte suprema di giustizia: parlo dell’équipe di intervento nella crisi dell’ospedale di San Isidro, che all’epoca coordinavo –, che avrebbe determinato, con la sua diagnosi e con le azioni che ne sarebbero derivate, la direzione dell’evoluzione della malattia: verso un aggravamento, una cronicizzazione o un miglioramento, nella migliore tradizione ippocratica.

L’infallibilità della visione retrospettiva – il fatto di poter far dire agli eventi passati ciò che si vuole – ci permette di andare alla ricerca del fatto eccezionale, o degli «eventi straordinari» nei termini del terapeuta familiare australiano Michael White: un fatto che segni una svolta, una circostanza favorevole, attenuante, positiva, un successo, e a partire dal quale la narrazione diventi una ricerca di fatti simili, che a poco a poco ricompongono il puzzle e lo trasformano in una storia in cui i successi o le conquiste bilanciano i fallimenti, dando luogo a nuove letture. Se la narrazione alternativa viene accettata, è possibile che le strutture cognitive di quella persona e delle persone per lei significative si modifichino e spingano a compiere nuove azioni. La nuova narrazione, segnata dal successo, lontana dalle etichette diagnostiche psicopatologiche, si incammina verso la psicogenesi, verso la costruzione di istanze che superano la situazione e creano ambiti favorevoli. Il fatto eccezionale non deve essere spettacolare o particolarmente vistoso: basta che sia significativo per la persona e per il suo contesto, e che sia nominato e descritto con insistenza in terapia, fino a mettere in discussione la validità della credenza o della sentenza precedente, nella quale tutto ciò che diceva o faceva veniva usato contro di lei. Da quel momento questa persona, con il sostegno della sua famiglia, che anch’essa aveva creduto in questa ricostruzione in positivo, riuscì a diluire le azioni-sintomo e a far emergere sempre di più le azioni-successo, i momenti asintomatici e tutto ciò che le faceva ritrovare il suo ruolo da protagonista e la fiducia nelle proprie possibilità. Prima di concludere vorrei dare alcuni esempi di interventi in questo caso, che mi sembrano chiarire quanto detto:

(Durante la prima parte del colloquio iniziale la paziente, mentre ascoltava il suo lungo «curriculum vitae» psichiatrico, la sua carriera di fallimenti – un po’ come un imputato che ascolta, schiacciato, la lettura della propria fedina penale –, rimase in silenzio, rannicchiata sulla sedia; e quando le si rivolgeva la parola sobbalzava lanciando un grido che confermava il suo ruolo storico.)

«Vedo (rivolgendomi al marito e ai figli della paziente) che la signora Graciela ha bisogno di riposo, e la rispetteremo. Vorrei dirvi che, nel racconto della vita di Graciela, ho sentito diverse cose dette dal suo compagno di sempre e dalle sue figlie che le vogliono tanto bene: cioè pareri molto importanti.» (Pausa.)

«Molti di questi fatti parlano di una persona che ha cresciuto con molto amore i suoi figli e le sue figlie, che ha aiutato il marito sia con il duro lavoro di casa sia andando a lavorare per sostenere l’economia familiare, e che per questo e per molte altre cose è molto apprezzata da tutte le persone che sono qui, preoccupate per lei. Non c’è dubbio che si tratti di una persona che ha dato tutto per gli altri.

Raramente ho ascoltato un racconto così commovente, o una descrizione così chiara del ruolo importante che una moglie e madre svolge in seno a una famiglia; una famiglia, peraltro, molto unita e molto solidale.»

L’intervento mette in risalto, arbitrariamente (come ogni intervento psicoterapeutico), tutti gli elementi legati a dei successi, che vengono connotati in modo molto positivo; e ciò che ascolto, o ciò che seleziono per sottolinearlo, è il racconto di una persona che ha svolto i suoi compiti e il suo ruolo con efficienza e con affetto.

È bene precisare che questa lettura inattesa di un racconto che abbondava piuttosto di fatti psicopatologici è emersa, o è stata indotta, da alcune domande del tipo: «Com’era come madre?», «Che cosa faceva prima di avere questi problemi?», che fecero sì che, per la prima volta, Graciela alzasse la testa e mi guardasse con una certa attenzione, tra il curioso e lo stupito. In questo consiste, a grandi linee, la costruzione di una storia fondata sui fatti eccezionali della vita di una persona segnata da certe circostanze e soprattutto da etichette diagnostiche che hanno ancorato e definito il corso della sua vita e di quella della sua famiglia. Tutti gli interventi delle sedute successive, alle quali Graciela partecipò in modo sempre più vivace, seguirono la linea della ricostruzione storica in positivo. Quando qualcuno dei membri chiedeva quale condotta tenere su questo o quel tema riguardante Graciela – per esempio, il marito chiese se poteva avere rapporti sessuali con la moglie, e la risposta fu: se siete d’accordo entrambi, non vedo perché no –, le risposte rispettavano la visione di questo nuovo copione, che suggeriva che Graciela andasse trattata e considerata come all’epoca in cui non aveva problemi psicologici. La famiglia si mostrò sempre molto disponibile e collaborativa a questo riguardo.

Da ricordare

La ricostruzione storica in positivo non nega i fallimenti: cerca il fatto eccezionale – che non deve essere spettacolare, solo significativo per la persona e il suo contesto – e lo nomina con insistenza, finché la sentenza precedente perde validità. Le domande che la aprono sono di grande semplicità: «Com’era come madre?», «Che cosa faceva prima di avere questi problemi?»

Il senso dei sintomi

Graciela faceva spesso domande su certi sintomi, su vuoti di memoria o cose del genere, e chiedeva se ciò implicasse una malattia o un suo postumo. Di fronte a questo tipo di domanda ricordo il seguente intervento:

«Mentre rifletto sulla questione della Sua memoria, mi ricordo che all’inizio del colloquio di oggi alcuni membri dell’équipe e io abbiamo discusso davanti a Lei della data e del numero dell’ambulatorio che Le spettava per la prossima seduta (a seconda del giorno cambiavano l’orario e il luogo della consultazione). Nel bel mezzo della nostra discussione, Lei ci ha gentilmente chiarito la questione, indicandoci l’orario e il luogo esatti in cui doveva svolgersi la seduta successiva. Nonostante i nostri dubbi, una volta verificata l’informazione che noi non ricordavamo a causa di qualche vuoto di memoria, abbiamo constatato che Lei aveva ragione. La prossima volta che avremo un dubbio in proposito La consulteremo di nuovo.» (Seguirono risate condivise tra l’équipe e Graciela; poi, dopo una breve pausa, accennai a una certa difficoltà a trovare le cose nella sua cucina, questione che a volte la preoccupava, perché una volta le avevano detto che soffriva di stati confusionali.)

«Da quello che mi dicono i Suoi, Lei se la cava molto bene come padrona di casa, soprattutto ora che si sente meglio. Questo è un sollievo per la Sua famiglia, che conta molto su di Lei. A proposito di questioni domestiche: oggi, mentre preparavamo l’ambulatorio prima della Sua seduta, uno dei membri più esperti dell’équipe, incaricato di portare il microfono, si è confuso e ha portato una cucitrice. Suppongo che dovremo curarlo per quella questione confusionale di cui stiamo parlando.»

L’uso dell’umorismo per dissolvere certe preoccupazioni psicopatologiche e per incoraggiare discretamente i cambiamenti molto significativi che sapevamo stessero avvenendo – vale a dire i suoi compiti domestici, il suo desiderio di tornare a lavorare in un impiego, i suoi scambi affettivi e la riduzione dei farmaci psichiatrici da parte della psichiatra che ci aveva inviato Graciela – si rivela utile, perché crea un clima di conversazione naturale in un’atmosfera di allegria e di non preoccupazione. Credo che questi interventi, sia per il contenuto sia per il tono, illustrino chiaramente i concetti qui esposti, che hanno confermato l’evoluzione favorevole della paziente…

Nota dell’originale

(*) Frammento corretto e aggiornato del capitolo Clínica del Cambio del volume Teoría y Técnica de la Psicoterapia Sistémica, Des Champs Claudio (a cura di) e altri, 3ª edizione presentata da Paul Watzlawick, 1995, edizioni ECUA (1ª edizione, 1991).

Chi è Claudio Des Champs

Claudio Des Champs è psicologo (UBA), psicoterapeuta di coppia e della famiglia, già docente universitario nei corsi di laurea e post-laurea dell’UBA e della Segreteria per le dipendenze della provincia di Buenos Aires, già coordinatore delle materie sistemiche del corso di laurea in Psicologia e professore associato presso le università J. F. Kennedy, del Salvador e Maimónides. È docente fondatore e supervisore dell’ESA (Escuela Sistémica Argentina, associata al MRI di Palo Alto e all’Escola de Terapia Familiar di Barcellona). È professore invitato a eventi e presso istituzioni in Argentina e all’estero. È membro del comitato di redazione di riviste spagnole e argentine della sua specialità, autore ed editore di articoli nel campo della terapia familiare in Argentina e all’estero. Si è inoltre prestato all’esercizio delle Confidences de thérapeute per Complexe Systémique.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Clínica del cambio (O la Psicología Positiva avant-la-lettre)», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Teoría y Técnica de la Psicoterapia Sistémica (a cura di C. Des Champs), ECUA, 3ª ed. presentata da Paul Watzlawick, 1995 (1ª ed. 1991)). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Des Champs, C. (2022). Clinique du changement, ou la psychologie positive avant la lettre (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/clinique-du-changement-ou-la-psychologie-positive-avant-la-lettre (Opera originale pubblicata nel 1995 in Teoría y Técnica de la Psicoterapia Sistémica (a cura di C. Des Champs), ECUA, 3ª ed. presentata da Paul Watzlawick, 1995 (1ª ed. 1991); ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/08/clinica-del-cambio-o-la-psicologia-positiva-avant-la-lettre/)

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