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Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry · Terapia familiare

Case report: mantenere viva l’eredità dell’approccio di Milano? Paradosso e controparadosso nel lavoro terapeutico con l’autolesionismo non suicidario

Bisogna davvero rinunciare agli strumenti dei pionieri milanesi? Ferdinando Salamino ed Elisa Gusmini riferiscono la consultazione familiare di Jasmine, 15 anni, che si autolesiona e ha smesso di andare a scuola in nome di un «gioco» sociale truccato a sfavore delle donne. Invece di spiegare, l’équipe propone alla famiglia un esperimento: elaborare insieme il lutto per la brillante avvocata che Jasmine avrebbe dovuto diventare. Un controparadosso reso collaborativo, di cui l’équipe discute anche i rischi.

Autrici e autori Ferdinando Salamino (University of Northampton, University of Oxford e Oxford Brookes University, Regno Unito; European Institute of Systemic-relational Therapies, Milano, Italia) ed Elisa Gusmini (University of Northampton, Regno Unito; European Institute of Systemic-relational Therapies, Milano, Italia)Prima pubblicazione Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, 2 settembre 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Case Report: Keeping the Milan approach legacy alive? Paradox and counterparadox working therapeutically with non-suicidal self-injury, di Ferdinando Salamino ed Elisa Gusmini, pubblicato in Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry (Frontiers Media) (2025), doi: 10.3389/frcha.2025.1657395, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Pur abbracciando una rivoluzione, come suggerisce la nostra epoca, non dovremmo mai bruciare libri né distruggere monumenti: non si sa mai quando potrebbe servirne uno.

Ferdinando Salamino ed Elisa Gusmini

Abstract

È possibile conservare un po’ della preziosa saggezza di chi ci ha preceduto pur abbracciando la rivoluzione postmoderna della terapia familiare e del pensiero sistemico? Questo articolo cerca di offrire una risposta esplorativa a tale domanda. L’approccio di Milano progettava i propri interventi basandosi sulla posizione esperta di chi conduceva la terapia, sulla sua neutralità morale e sulla sua capacità di individuare, da una posizione di osservazione esterna, i «giochi familiari» responsabili dei sintomi del paziente designato. Nonostante il successo ottenuto nell’offrire una prospettiva nuova e alcune strategie terapeutiche innovative per affrontare una serie di problemi, tra cui, ma non solo, i disturbi alimentari, l’approccio di Milano è stato oggetto di critiche, dovute soprattutto alla sua scarsa riflessività sulla giustizia sociale e sugli elementi di disuguaglianza che avrebbero potuto trovarsi all’origine di dinamiche familiari problematiche. Nel lodevole tentativo di purificare la terapia familiare da elementi di pratica oppressiva, gli approcci post-milanesi hanno preso le distanze dai loro «antenati» e si sono mostrati sempre più restii a utilizzarne gli strumenti. In particolare, gli interventi controparadossali come le prescrizioni invariabili sono stati progressivamente abbandonati a favore di strumenti più collaborativi. Attraverso un esempio clinico, questo articolo esplora l’utilità di un intervento controparadossale in una terapia familiare di secondo ordine, che adotta una prospettiva socio-costruzionista pur mantenendo l’importanza del controparadosso nel rendere possibile il cambiamento. L’articolo discute il principio sottostante, la messa in atto e l’esito di tale intervento, e affronta le possibili critiche, le indicazioni per la pratica e le prospettive per ulteriori ricerche.

1 Introduzione: benefici e rischi di una rivoluzione

L’approccio di Milano, come delineato nei suoi fondamenti da Selvini Palazzoli et al. (1, 2), è un approccio terapeutico profondamente radicato nel pensiero sistemico di Gregory Bateson (3) e nelle teorie di Palo Alto sulla comunicazione umana (4, 5).

In quanto tale, concettualizza i problemi individuali come espressione di una crisi familiare, in cui il «paziente designato» può svolgere la funzione di portavoce del problema della famiglia (2). In questa prospettiva, il paziente designato è visto come intrappolato in una rete di comunicazione paradossale che coinvolge l’intero sistema, ed è il paradosso stesso a mantenere il problema (e a dargli forza).

La strategia di intervento dell’équipe di Selvini Palazzoli si basa quindi su un «controparadosso» (2), che spesso assume la forma di un rituale familiare, il cui scopo è mettere a nudo, affrontare e infine disinnescare il livello paradossale della comunicazione familiare responsabile del problema.

Nonostante il successo ottenuto nell’offrire una prospettiva nuova e alcune strategie terapeutiche innovative per affrontare una serie di problemi, tra cui, ma non solo, i disturbi alimentari, l’approccio di Milano è stato oggetto di critiche, dovute soprattutto alla sua scarsa riflessività sulla giustizia sociale e sugli elementi di disuguaglianza che avrebbero potuto trovarsi all’origine di dinamiche familiari problematiche (6). Un altro aspetto poco sviluppato dell’approccio di Milano, come sostiene Campbell (7), era il peso della cultura e del discorso sociale nell’influenzare il posizionamento di chi conduce la terapia e, di conseguenza, le sue ipotesi.

Per molti aspetti, questi limiti sembrano derivare dalla stessa radice, cioè dalle prime fasi di sviluppo della teoria sistemica stessa: la transizione tra una cibernetica di primo ordine (in cui la figura terapeutica è considerata esterna e indipendente dal sistema osservato) e la cibernetica di secondo ordine (che riconosce la figura terapeutica come interna al sistema osservato, in un processo circolare di influenza reciproca) non si era ancora compiuta.

Ancora immerso in quello che Campbell (7) descrive come un approccio modernista alla terapia, l’approccio di Milano progettò un intervento basato sulla posizione esperta di chi conduceva la terapia, sulla sua neutralità morale e sulla sua capacità di individuare, da una posizione di osservazione esterna, i «giochi familiari» (8) responsabili dei sintomi del paziente designato.

Fu probabilmente il tentativo di rispondere a queste critiche, insieme alla crescente influenza del costruzionismo sociale e della letteratura femminista sulla terapia familiare in tutto il mondo, a portare progressivamente allo sviluppo degli approcci post-milanesi, il cui terreno comune è il riconoscimento della figura terapeutica come interna al sistema e l’assunzione di una posizione di non sapere, non esperta (9), fondata sul principio cardine della curiosità (10).

Questa sorta di rivoluzione nel campo del pensiero sistemico presenta una serie di vantaggi: libera chi conduce la terapia dalle catene dell’essere l’unica figura responsabile della guida della terapia verso il cambiamento e valorizza pazienti designati e famiglie riconoscendone le risorse e la centralità nell’orientare il proprio trattamento.

Su scala più ampia, allinea inoltre la terapia familiare allo zeitgeist contemporaneo, poiché promuove una democratizzazione del sapere e una ridistribuzione del potere non dissimili da quelle osservate in altre modalità terapeutiche diffuse, come l’approccio centrato sulla persona (11) e il modello del Dialogo Aperto (12).

Il pensiero sistemico si è quindi progressivamente spostato dall’analisi della funzione che il problema svolge (nel proteggere l’omeostasi familiare) all’esplorazione dell’influenza e del potere che il problema esercita sulla famiglia, modificandone dinamiche, regole e ruoli.

L’eredità del pensiero divergente dell’approccio di Milano e la sua anima strategica sono ancora chiaramente visibili nei lavori di Ugazio (13) e in sviluppi recenti come l’approccio sistemico familiare-individuale (14). È tuttavia innegabile che, come sostengono Dallos e Urry (15), la grande maggioranza di chi opera nell’attuale panorama sistemico sembri restia ad accogliere, o persino a riconoscere, «la legittimità di utilizzare le idee pionieristiche della prima fase della terapia sistemica – la nozione di funzione del sintomo, gli interventi strutturali e strategici – e persino della seconda fase – la ridefinizione e la connotazione positiva, per citare alcuni esempi» (p. 161).

Questo cambio di paradigma è in parte guidato dalla crescente attenzione al rischio di colpevolizzare i genitori e di offendere le famiglie con ipotesi e spiegazioni che potrebbero suonare dure, il che, ancora una volta, è un riflesso fedele del cambiamento culturale della nostra epoca.

Tuttavia, questo lodevole tentativo di purificare la terapia familiare da elementi di pratica oppressiva si trova anche di fronte al rischio comune a tutte le rivoluzioni: distruggere, cancellare e, in ultima analisi, perdere un sapere prezioso che costituisce il nucleo dell’approccio peculiare della sistemica ai problemi umani.

Inoltre, come sottolineano Dallos e Urry (15), questo tentativo rischia anche di fraintendere i fondamenti degli interventi sistemici basati sull’individuazione di un nesso tra sintomi individuali e dinamiche e strutture familiari, ossia che ogni ipotesi viene generata nel territorio del «come se», uno spazio creativo in cui si producono spiegazioni per valorizzare e far emergere nuove risorse nel sistema, e non in un ambito psicoeducativo di collegamento lineare tra causa ed effetto.

Pertanto, se riconosciamo l’esistenza e la rilevanza di questo spazio del «come se», possiamo sostenere che il controparadosso, le ordalie strategiche (16) e le prescrizioni invariabili sono sempre stati utilizzati all’interno di tale spazio metaforico, in cui terapeuta e cliente si incontrano in un momento temporaneo, ma vitale, di co-costruzione, che la suddetta «rivoluzione» sembra aver dimenticato o aver deciso di ignorare. L’erosione della distinzione tra ciò che è letterale e ciò che è metaforico rischia di andare perduta non solo in psicoterapia, ma in molti ambiti della vita umana, come il discorso politico ed educativo, impoverendo così la funzione generativa del linguaggio.

Nella speranza di contribuire a riconsiderare l’importanza del «come se» nella terapia familiare, questo articolo intende offrire un esempio di come alcune tecniche e strategie centrali dell’approccio di Milano, come i rituali e il controparadosso, possano ancora rivelarsi efficaci per affrontare con rispetto problemi come l’autolesionismo non suicidario (NSSI) nel mondo postmoderno.

2 Presentazione del caso

Incontriamo Jasmine e la sua famiglia in un centro terapeutico privato nella regione delle Midlands. Il centro ha un forte legame con le autorità locali e con il servizio sociale, ma famiglie e singole persone possono accedere al servizio anche di propria iniziativa, come nel caso di questa famiglia. Jasmine è una ragazza di 15 anni, cittadina britannica bianca. È figlia unica. I suoi genitori, Josh (53) ed Ellinor (47), si sono sposati 23 anni fa e stanno ancora insieme. Ellinor ha una diagnosi di depressione maggiore ed è casalinga. Josh gestisce un’azienda di finanza e contabilità con sedi nel Regno Unito e in Germania. Josh ha un fratello minore, Mike (47), che attualmente lavora con lui dopo aver attraversato gravi problemi di salute mentale.

2.1 La paziente designata e il problema presentato: la caduta di Jasmine

La famiglia si è rivolta di propria iniziativa al nostro servizio di terapia familiare nel dicembre 2021, a causa di recenti episodi di autolesionismo (Jasmine si procura tagli e lividi su gambe e braccia, di solito con le forbici o con altri oggetti che ha a portata di mano) e di ritiro sociale, tutti verificatisi negli ultimi otto mesi. Prima di accedere al nostro servizio, Jasmine era stata vista da un neuropsichiatra infantile che le aveva diagnosticato ansia e depressione lieve e prescritto fluoxetina a basso dosaggio. Ha anche fatto alcune sedute di counselling individuale, ma di recente ha deciso di interromperle.

Durante la prima telefonata, Ellinor racconta di temere che Jasmine possa avere intenzioni suicide, perché parla spesso di un «gioco» a cui tutti devono partecipare, una sorta di «Squid Game» in cui chi detiene il potere detta ruoli, regole e aspettative. Sembra convinta che la maggior parte delle persone non sia consapevole di partecipare al gioco e che, soprattutto per una donna, le regole del gioco siano rigide e vincolanti nel determinare un percorso prestabilito. In alcune occasioni ha espresso l’idea che il gioco sia «truccato» a sfavore delle donne e il desiderio di «uscire dal gioco».

Jasmine ha ormai smesso di andare a scuola e non esce di casa, se non per brevissime passeggiate al parco con la mamma. Passa le giornate in camera sua, ascoltando musica e leggendo poesie. Josh ed Ellinor hanno fatto di tutto per nascondere gli oggetti taglienti che Jasmine potrebbe usare per farsi del male, ma lei sembra trovare sempre un modo per autolesionarsi.

Ellinor descrive il recente cambiamento di Jasmine come una «caduta»: un tempo era socievole, ambiziosa e una gran lavoratrice, il che aveva convinto i genitori ad assecondare il suo desiderio di mettersi alla prova nell’ambiente molto competitivo di una delle scuole più prestigiose, e severe, d’Inghilterra.

Tuttavia, dopo una «luna di miele» durante la quale sembrava essersi integrata brillantemente nel nuovo ambiente, ha cominciato a ritirarsi e, alla fine, ha smesso di frequentare.

Secondo Ellinor, i problemi di Jasmine preoccupano seriamente soprattutto Josh, che era estremamente orgoglioso dei suoi successi scolastici e ora è giù di morale e arrabbiato: «sembra pensare che lei ci stia deludendo apposta».

Ellinor aggiunge di essere preoccupata anche lei, ma le sue emozioni gravitano più intorno all’ansia e al senso di colpa, perché teme di non essere stata un buon modello per Jasmine. Proveniente da una famiglia patriarcale in cui non ci si aspettava che le donne lavorassero fuori casa, ha rinunciato al suo talento di musicista e si è accontentata di lavori precari e mal pagati, prima di scegliere di fare la casalinga dopo la nascita di Jasmine: «la sua ambizione non l’ha presa da me, ma ora temo che abbia preso il mio “atteggiamento da rinunciataria”».

3 Valutazione

Dopo la telefonata, abbiamo proposto alla famiglia una consultazione familiare di tre sedute.

Come sostiene Ugazio (17), concordare una fase di consultazione prima di stipulare un contratto terapeutico vero e proprio può offrire uno spazio prezioso per un’esplorazione libera. Poiché non richiede l’impegno di un contratto terapeutico, è una fase importante in cui sia chi conduce la terapia sia la famiglia possono condividere liberamente e senza vincoli ipotesi e idee, impegnandosi in un processo congiunto di costruzione di significato e di valutazione. Durante la consultazione si esplorano a fondo le aspettative, gli obiettivi della terapia, le diverse prospettive sul problema e le preoccupazioni che possono emergere riguardo alla terapia.

Alcuni possibili esiti di questa fase di consultazione possono essere:

  • un prolungamento della consultazione stessa (quando terapeuta e famiglia concordano che è necessaria un’ulteriore esplorazione per capire se un intervento terapeutico sia necessario e possibile);
  • un’indicazione alla terapia, se terapeuta e famiglia sono riusciti a co-costruire obiettivi terapeutici e una visione condivisa su come raggiungerli;
  • una conclusione dell’intervento, nel caso in cui terapeuta e famiglia riconoscano che la consultazione stessa è stata determinante nel generare un potenziale di cambiamento. In quest’ultimo caso, di solito, la famiglia e chi conduce la terapia concordano sul fatto che non tutti i problemi presentati sono stati pienamente risolti, ma che l’intervento ha portato alla luce alcune nuove risorse, rafforzando la famiglia in modo che possa trovare la propria strada per risolvere il problema o i problemi. Quest’ultimo esito, pur non presentandosi come conclusivo, può essere estremamente utile in situazioni in cui la famiglia fatica ad accettare e/o a sostenere interventi più strutturati e più lunghi.

Questo sarà anche l’esito della nostra consultazione con questa famiglia, come illustreremo più avanti.

3.1 La struttura che connette

L’équipe milanese guidata da Mara Selvini Palazzoli incoraggiava chi fa terapia a esaminare con estrema accuratezza l’invio (18), per non trascurare il potente messaggio che la persona inviante trasmette alla famiglia. Non condividiamo l’idea che la persona inviante vada considerata la protettrice dell’omeostasi familiare, poiché l’atto dell’invio in terapia familiare può essere sostenuto e orientato da schemi e motivazioni diverse. Concordiamo tuttavia con Ugazio (17) sul fatto che i temi che emergono dalla struttura che connette la famiglia alla terapia sono rivelatori dell’organizzazione, delle dinamiche e della costruzione di significato della famiglia, e vanno quindi esplorati. Per che cosa chiedono aiuto? Come definiscono il problema e come hanno cercato di risolverlo prima di chiedere un aiuto professionale? Come scelgono la persona a cui rivolgersi in terapia? Chi fa la telefonata e chi ne è al corrente? Tutte queste domande sono cruciali per comprendere la famiglia.

Questo invio in particolare sembra essere un’espressione della cultura familiare intorno al successo e all’ambizione. L’intera narrazione ruota attorno ad ascesa e caduta, all’essere determinati o rinunciatari, al potere e alla sua mancanza. Ugazio (13) suggerisce che la conversazione familiare ruota attorno a temi cruciali, organizzati in un continuum definito da un numero limitato di polarità semantiche. Tra queste, la «semantica del potere» viene individuata come un fattore che orienta la conversazione nelle famiglie in cui possono presentarsi disturbi alimentari, ma anche altri problemi di salute mentale come l’ansia da prestazione.

La telefonata di Ellinor mette in luce anche una preoccupazione riguardo alla genitorialità e al modello offerto, poiché Ellinor si ritiene responsabile di una trasmissione intergenerazionale della resa e del fallimento: «Ho una paura profonda che, siccome mi ha sempre vista come una fallita e una rinunciataria, finisca proprio come me».

Infine, l’invio delinea la possibilità che un gioco delle colpe stia prendendo il sopravvento nella conversazione familiare: Josh incolpa apertamente Jasmine, Ellinor incolpa esplicitamente sé stessa. Ci chiediamo se altri elementi di colpa, più impliciti e silenziosi, possano contribuire al problema.

Con queste domande in mente, invitiamo l’intera famiglia alla prima seduta, per esplorare il problema e raccogliere alcune informazioni sulla storia familiare.

3.2 Speranze, preoccupazioni e aspettative

Quando chiediamo di che cosa vorrebbero parlare nella seduta, Jasmine dice di preferire che sia la mamma a introdurre l’argomento.

Ellinor approfondisce quanto aveva detto durante la conversazione telefonica. Dice che i comportamenti autolesivi di Jasmine ora preoccupano meno, perché erano più frequenti quando Jasmine frequentava regolarmente la scuola.

Ci premeva anche esplorare le preoccupazioni di tutela espresse da Ellinor riguardo ai pensieri suicidari di Jasmine, e abbiamo condotto una valutazione approfondita di questo aspetto durante il primo colloquio. È emerso che uscire dal gioco non ha alcun legame con idee di togliersi la vita, e che Jasmine non ha mai avuto pensieri suicidari di alcun tipo, pur sentendosi a volte depressa e chiusa in sé.

Al momento, la famiglia sembra coinvolta in uno schema ricorrente: Jasmine passa la maggior parte della settimana a casa, dice di sentirsi meglio, e Josh ed Ellinor reagiscono incoraggiandola a seguire magari qualche lezione. Jasmine va a scuola il venerdì (per un numero ridotto di ore, d’accordo con l’istituto), si gode la compagnia di alcune amicizie, segue una lezione al mattino e passa un’ora o giù di lì in biblioteca.

Quando torna a casa va tutto bene e sembra essersi trovata bene, lasciando intendere che sta pensando di tornarci, ma poi l’ansia cresce progressivamente durante il fine settimana (possono allora verificarsi episodi di autolesionismo, come modo per far fronte al disagio). Di conseguenza, si ritira dalle lezioni e lo schema ricomincia nel giro di un paio di settimane.

Entrambi i genitori esprimono frustrazione per questo schema, mentre Jasmine resta in silenzio. Josh afferma di voler trovare una soluzione definitiva al problema, perché Jasmine possa «rimettersi in carreggiata».

Ellinor condivide anche la propria ansia riguardo all’accordo con la scuola, che ha concesso un certo margine ma le fa sempre più pressione perché Jasmine torni in classe. Teme che, a un certo punto, possano essere coinvolti i servizi sociali.

Jasmine dice apertamente di non credere che la terapia possa aiutarla. Aggiunge che farebbe fatica a definire che cosa significhi aiuto in questo contesto. Sa benissimo che «mamma e papà vogliono che torni a scuola», ma spera che «aprano gli occhi sul gioco» e capiscano che l’unico modo per essere felici è uscirne.

Nel complesso, la famiglia sembra avere una percezione ambivalente della terapia. Da un lato, è un’ultima spiaggia prima che il futuro di Jasmine venga distrutto; dall’altro, mentre Ellinor sembra nutrire molta speranza che possa funzionare, sia Jasmine sia Josh ribadiscono di non sapere che cosa aspettarsi e di faticare a vedere come «solo parlare» possa cambiare qualcosa.

3.3 Problemi passati, soluzioni passate

Josh dice che non è la prima volta che la famiglia deve confrontarsi con problemi di salute mentale, e racconta che a suo fratello Mike è stato diagnosticato un esordio psicotico nel 2019. Presentava ideazioni paranoidi: credeva che la sua famiglia lo controllasse e gli impedisse di avere relazioni pagando le persone che gli interessavano perché lo respingessero. Lasciava anche intendere che Josh lavorasse per un’agenzia governativa il cui obiettivo era controllarlo per assicurarsi che restasse sul percorso tracciato per lui.

Ha ricevuto un trattamento e attualmente è in remissione. Vive in Germania con la sua partner e lavora attualmente nell’azienda di contabilità e finanza del fratello.

In seguito emergerà che, sebbene Mike sia ufficialmente impiegato nell’azienda, non vi ha in realtà alcuna responsabilità: è piuttosto un modo per il fratello di assicurarsi che abbia del denaro, poiché faticherebbe a mantenere un lavoro «là fuori, nel mondo».

Attualmente non parla con Josh, che incolpa dei suoi problemi, ma è ancora in contatto con Jasmine. Erano molto legati prima dell’esordio del problema di Mike, e passavano molto tempo insieme a discutere di libri e di temi filosofici.

Come équipe terapeutica, non abbiamo potuto fare a meno di notare che sembra esserci un’eco della visione del mondo di Mike nei problemi attuali di Jasmine, poiché entrambi fanno riferimento a un sistema di controllo onnicomprensivo che dirige la vita delle persone. Mentre le idee di Mike erano più centrate su sé stesso come bersaglio di un piano segreto, Jasmine sembra trasmettere una visione più universale del problema, poiché il «gioco» controlla la vita di tutti, in particolare quella delle donne.

Abbiamo esplorato questa risonanza con la famiglia e Jasmine è sembrata riconoscere la somiglianza, suggerendo che «forse Mike aveva cominciato a intravedere il gioco, ma era troppo concentrato sui propri problemi per vedere il quadro d’insieme».

Il riferimento di Jasmine al «gioco» ha naturalmente sollevato alcune preoccupazioni circa possibili elementi di pensiero delirante, analogamente a quanto sarebbe accaduto a Mike quando ha sofferto dei suoi problemi di salute mentale. Tuttavia, ascoltando Jasmine parlare e articolare i suoi concetti, avevamo costantemente l’impressione che il suo esame di realtà non fosse compromesso. La sua idea del «gioco» apparteneva più all’ambito filosofico – dove fungeva da metafora per un insieme piuttosto vincolante di aspettative sociali e familiari – che a una reale rappresentazione di come Jasmine percepisse la propria realtà concreta.

In altre parole, Jasmine era pienamente consapevole che non esisteva alcuna agenzia segreta che controllasse le persone attraverso un gioco, e vi faceva riferimento per esprimere il proprio punto di vista («Non farò quello che la gente si aspetta da me»).

Ellinor riferisce che Jasmine ha fatto del counselling dall’esordio del problema, ma ha smesso di andarci perché, con le sue parole, «non scattava niente con me».

I tentativi precedenti di risolvere i problemi attuali sono una parte cruciale della decostruzione del problema (19), perché offrono uno sguardo sulla costruzione di significato e sulle dinamiche familiari che circondano il problema stesso. Eravamo quindi sinceramente curiosi di capire quale senso Jasmine e la famiglia avessero dato alle sedute di counselling, e che cosa non avesse «funzionato».

A quanto pare, la persona che seguiva Jasmine nel counselling le aveva comunicato che parte della sua ansia era dovuta alla relazione complicata tra lei ed Ellinor. Nello specifico, aveva ipotizzato che Jasmine potesse vivere una relazione di attaccamento disorganizzato a causa della depressione persistente della madre.

La reazione di Jasmine a questa idea è stata ambivalente. Da un lato, si è molto arrabbiata con chi la seguiva per aver dato la colpa a sua madre e ha deciso di interrompere le sedute. Dall’altro, si riferisce spesso alla sua relazione con Ellinor con termini come «simbiotica», «troppo stretta» e «soffocante», e spesso le rimprovera di non essere un buon modello: «La vedo sempre sul divano e mi sento così priva di ispirazione…».

Sembra che il gioco delle colpe che avevamo precedentemente individuato come schema familiare coinvolga altre istituzioni e persone in posizione di potere e autorità. Sia la scuola sia il counselling professionale sembrano trasmettere un messaggio secondo cui la colpa della situazione è dei genitori (e più precisamente di Ellinor).

Questo sembra corrispondere a quanto osservato da Colangelo (20): alcune famiglie in cui la semantica del potere è predominante possono subire l’impatto di una costruzione sociale della colpa, quando altre istituzioni o persone con un ruolo di autorità vengono percepite come giudicanti. Il paziente designato, il più delle volte adolescente, tende a reagire a questo processo intensificando il proprio comportamento, esprimendo così la propria ambivalenza tra la lealtà verso i genitori e la rabbia nei loro confronti.

Ci chiediamo quindi se un’ambivalenza simile sia in gioco anche qui, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra Jasmine ed Ellinor.

3.4 L’ambizione perduta

Poiché ci interessa esplorare l’influenza del problema, siamo curiosi di capire chi fosse Jasmine prima del «gioco».

Ellinor dice che Jasmine è sempre stata concentrata sul suo percorso di studi; voleva essere la migliore, non solo per sé stessa, ma per le donne: «vede tutte le disuguaglianze che le donne subiscono e ha sempre voluto fare la differenza». A scuola ha sempre partecipato a gruppi impegnati per i diritti civili, e il suo obiettivo professionale a lungo termine è sempre stato diventare avvocata e battersi per i diritti civili delle persone LGBTQIA+.

Josh dice che, sebbene le sue opinioni sui diritti umani non coincidessero necessariamente con quelle di Jasmine, ne ammirava lo spirito e la determinazione, e che ora fatica a riconoscerla: «è sempre stata molto ambiziosa, una gran lavoratrice, mai una che molla».

Ha sempre voluto essere la migliore in tutto e l’anno scorso ha fatto pressione perché le facessero cambiare scuola, dato che quella che frequentava non era all’altezza dei suoi standard e delle sue ambizioni.

Jasmine conferma che nella vecchia scuola c’era una cultura delle relazioni e tutti erano gentili, ma lei voleva mettersi alla prova. La nuova scuola era orientata alla prestazione e le metteva molta pressione, ma sentiva di dover andare avanti. Tutto questo, naturalmente, finché non le è venuta l’idea del «gioco».

Josh critica anche Ellinor, colpevole di essere troppo passiva con Jasmine, che forse ha bisogno di uno «sprone». Aggiunge però di sentirsi in colpa per aver lasciato tutta la responsabilità sulle spalle della moglie, perché era troppo impegnato con il lavoro.

Jasmine pensa che suo padre sia un brav’uomo, ma in qualche modo ancora incline a una visione patriarcale del mondo. Per esempio, ha ripetuto più volte che non potrebbe mai offrirle un lavoro nella sua azienda, mentre non ha avuto alcun problema a offrire un posto a Mike nonostante i suoi problemi di salute mentale e il rapporto teso tra loro. Secondo Jasmine, è anche condiscendente nei confronti di Ellinor. Dice che in famiglia c’è una cultura misogina, che probabilmente viene dalla generazione precedente. Nella famiglia di Josh i ruoli erano rigidamente assegnati: il padre portava a casa lo stipendio e la madre si occupava della casa e dei figli. In modo ancora più eclatante, Jasmine racconta che tutta la famiglia di Ellinor ruotava attorno alla potente figura del padre di Ellinor, «un vero tiranno», mentre la madre di Ellinor era sottomessa, soggiogata e soffriva di una depressione mai diagnosticata.

Josh difende la sua scelta di non pensare ad assumere Jasmine in futuro, dicendo che non è stato lui a fare le regole e che la finanza è un mondo dominato dagli uomini. Crede che Jasmine sarebbe estremamente infelice, perché dovrebbe affrontare ogni giorno la discriminazione, e vuole proteggerla.

Ellinor è d’accordo con il marito e fa notare che è lui a pagare la costosa scuola di Jasmine e ad aver sempre investito nei suoi studi.

Jasmine, tuttavia, pensa che sua madre parli così perché soffre di misoginia interiorizzata.

3.5 Il problema presentato, il suo significato e la sua funzione: entrare nel territorio del «come se»

Come chiarito in precedenza, sebbene l’intera idea del «gioco» potesse evidentemente suscitare preoccupazione per il suo benessere generale e la sua salute mentale, non abbiamo osservato alcun segno clinico di un’alterazione significativa dell’esame di realtà né altri indicatori di una possibile ideazione paranoide. Pertanto, nonostante la somiglianza dei temi, Jasmine non sembra presentare lo stesso quadro che Mike aveva presentato nel 2019.

Sembra invece che l’intera narrazione del «gioco» sia innescata dalla pressione e dall’ansia che Jasmine ha vissuto passando da un ambiente scolastico accogliente, ma piuttosto poco competitivo, a uno orientato alla prestazione ed estremamente spietato, da «legge della giungla».

Il suo neuropsichiatra infantile, che aveva condotto la valutazione iniziale all’esordio del problema, sembrava condividere la stessa impressione, poiché aveva riferito che Jasmine soffriva di ansia e depressione lieve, e non di un disturbo psicotico o comunque tale da alterare la realtà.

Questo è stato per noi un elemento di valutazione molto importante, soprattutto perché stavamo entrando nel territorio della metafora, in cui il «come se» è una componente centrale. Ce ne saremmo astenuti se avessimo pensato che ci fosse il rischio che Jasmine lo prendesse alla lettera.

Ancora una volta, ambizione e potere sembrano essere le dimensioni cruciali in gioco.

Come osserva Ugazio (13), una questione chiave, nel lavoro con le famiglie in cui la semantica del potere è cruciale, è spesso la lotta continua per definire la relazione. Nelle conversazioni in cui la cosa più importante è chi vince e chi perde, chi sta «sopra» e chi sta «sotto», altre emozioni importanti possono essere soffocate e messe a tacere. Tra queste, la paura (intesa come reazione emotiva primaria a una minaccia per la sopravvivenza) è spesso sopraffatta dall’eccitazione della lotta e dal senso inebriante di sicurezza che deriva dal tenere testa al potere e sfidare l’autorità.

Osserviamo una dinamica simile, per esempio, in alcuni casi di anoressia nervosa, in cui la paura di essere giudicate, di essere sconfitte, di perdere, può spesso prevalere sulla paura della morte. Questo sembra essere il caso di Jasmine, mutatis mutandis, poiché sembra temere le conseguenze di andare a scuola senza essere tra le migliori della classe più delle conseguenze di abbandonare e mettere a rischio il proprio futuro.

Ciò diventa chiaro a metà della seconda seduta, quando Jasmine dice:

Anche se volessi tornare a scuola adesso, sarebbe troppo tardi. Ho perso troppe lezioni, non riuscirei mai a raggiungere i miei obiettivi. Sarei in netto svantaggio rispetto a tutto il resto della classe, sarebbe una battaglia persa per me. Meglio mollare che essere una dei tanti…

Questa convinzione è probabilmente al centro dello schema di ritorno a scuola di Jasmine. Quando ci torna di venerdì, si gode la compagnia delle persone della sua età e lo studio di ciò che ama. Tuttavia, si rende anche conto di quanto sia indietro, e questo verosimilmente accresce la sua ansia durante il fine settimana, portando al successivo ritiro in un circolo vizioso.

Far notare questo aspetto del problema, però, potrebbe essere strategicamente pericoloso, perché rafforzerebbe una narrazione di Jasmine come danneggiata e probabilmente alimenterebbe la convinzione familiare secondo cui lo scarso modello offerto da Ellinor sarebbe responsabile della fragile fiducia in sé della figlia.

È qui che entrare nel territorio del «come se», uno spazio metaforico in cui possiamo esplorare la «funzione del sintomo», può offrire una prospettiva diversa.

Se pensassimo che il problema di Jasmine sia anche un messaggio che lei invia alla famiglia, un tentativo di proteggere o di mettere in discussione un aspetto della vita, della struttura o delle dinamiche familiari, quale sarebbe questo messaggio? È possibile applicare il principio della connotazione positiva (2) alla situazione attuale?

In questa prospettiva, possiamo forse ipotizzare che sia quasi «come se» Jasmine fosse così leale verso sua madre da sentirsi in conflitto nel seguire le proprie ambizioni, lasciando così Ellinor come l’unica persona di casa a non essersi realizzata. «Come se» fosse restia ad abbracciare le aspettative del padre su di lei, poiché si tratterebbe di un’alleanza che lascerebbe fuori la madre. Inoltre, presentando un problema che Josh non può risolvere con i suoi consueti mezzi pragmatici, forse sta esprimendo il bisogno di rivedere l’infrastruttura di potere della famiglia e il suo fondamento patriarcale.

4 L’intervento: un funerale per l’avvocata

Poiché avevamo concepito questa ipotesi come una metafora, non ci siamo basati su una correlazione lineare e causale tra la nostra idea e il problema di Jasmine. In altre parole, in nessun momento abbiamo creduto che la nostra ipotesi spiegasse «perché» Jasmine avesse sviluppato il suo comportamento autolesivo e il rifiuto scolare.

Abbracciando una prospettiva socio-costruzionista, ci preoccupava meno quanto la nostra ipotesi fosse «vera» in termini di causalità lineare, e ci interessava di più quanto potesse essere utile ed efficace nel favorire uno spostamento nella conversazione, una trasformazione della narrazione e, in ultima analisi, l’esplorazione di comportamenti diversi, sia sul piano individuale sia su quello interpersonale.

A ogni costo, volevamo trovare il modo di aprire alla famiglia il territorio del «come se».

Sentivamo però di non poter entrare in tale spazio metaforico attraverso i mezzi lineari e costrittivi della spiegazione. Non volevamo spiegare la nostra ipotesi alla famiglia: volevamo che la sperimentasse.

Per questo abbiamo deciso di inserire la nostra ipotesi in un suggerimento che abbiamo condiviso con la famiglia. Sebbene si possa sostenere che tale suggerimento richiami la prescrizione invariabile ideata da Mara Selvini Palazzoli e Giuliana Prata (8), ci siamo allontanati dalla natura direttiva della versione originale e ne abbiamo proposto una traduzione dei principi più collaborativa e meno legata a una posizione esperta.

Ciò sembra coerente con l’interessante prospettiva offerta da Smith (21), secondo cui potrebbe esistere per chi pratica la terapia sistemica una posizione 1,5, a metà strada tra la posizione esperta, rigida e direttiva, dei modelli della cibernetica di primo ordine e quella collaborativa, democratica ma forse non sempre incisiva, assunta dalla terapia di secondo ordine.

Si collega inoltre alla proposta di Ugazio & Ferrario (22) delle «esperienze falsificanti» come modo per proporre interventi controparadossali in forma più collaborativa e co-costruita, mantenendo lo spirito strategico delle prescrizioni invariabili ma rendendo la persona in terapia protagonista della propria trasformazione.

Abbiamo quindi progettato un’esperienza falsificante che abbiamo chiamato «un funerale per l’avvocata», la cui formulazione è riportata qui di seguito:

Ci sembra che abbiate intrapreso una battaglia senza speranza, in cui i vostri tentativi di riportare Jasmine a scuola si scontrano con la sua determinazione a uscire dal gioco e con la sua ansia nei confronti di una scuola che sembra chiederle troppo.

Questo sembra causare sempre più sofferenza, ogni volta che la speranza del venerdì pomeriggio viene annientata il lunedì mattina.

Non solo è doloroso per tutti voi vivere una simile angoscia: questo vi colloca anche su fronti opposti.

Ci chiediamo se Jasmine non stia forse cercando di dirci che la brillante avvocata, paladina dei diritti umani e difensora delle donne, che tutti voi avete nutrito nella mente e nel cuore, è morta. Che non è sopravvissuta alla prova della vita reale, anche se lei sa, e lo sappiamo anche noi, che avete tentato di tutto per tenerla in vita.

A noi sembra che Jasmine sia determinata a uccidere questa promettente futura avvocata, e nessuno può prevalere su una simile determinazione. Come l’avete descritta voi, è brillante, volitiva, risoluta. Non c’è modo che voi, né noi, a dire il vero, possiamo avere la meglio sulla sua risolutezza.

E se, invece di sforzarvi tanto di riportare Jasmine a scuola e poi colpevolizzarvi per aver fallito, accettassimo tutti la sconfitta e voi vi prendeste un po’ di tempo per piangere insieme questa brillante avvocata? Come vi sentireste a seppellire come famiglia questa straordinaria promessa della difesa dei diritti umani, riflettendo su che cosa vi mancherà di lei e su che cosa vi lascia in eredità? Possiate tutti rivolgerle un pensiero di commiato, come merita.

Sarebbe possibile che Jasmine, in uno dei tanti pomeriggi in cui Ellinor è sul divano, la raggiungesse e piangessero insieme questa perdita? Come si sentirebbero entrambe?

Naturalmente capiamo che possiate non sentirvi pronti a lasciar andare l’avvocata, dato che fa parte della famiglia da così tanto tempo; rispetteremmo quindi la vostra decisione se riteneste che sia troppo presto e voleste riprovare.

Ma se decidete, come famiglia, che è giunto il momento di dire addio all’avvocata che non è mai stata, ci piacerebbe esserci per voi e aiutarvi in questo lutto che comprendiamo essere doloroso, se lo desiderate.

Sebbene per molti aspetti questo «funerale» riecheggi l’elemento controparadossale delle prescrizioni invariabili, la nostra formulazione assume la forma di un esperimento, a partire da una posizione di curiosità e con un approccio collaborativo. Esplicitiamo alla famiglia che ciò che proponiamo è impegnarci insieme in un esperimento e che, in quanto tale, non possono fallirlo: se lo realizzano come suggerito, o anche se vi apportano adattamenti creativi propri, avremo accesso a un nuovo repertorio di emozioni, sentimenti, pensieri e comportamenti di cui potremo discutere nelle sedute successive. Se non lo fanno, potremo comunque co-costruire significati a partire da ciò che li ha fermati.

La famiglia ha ascoltato la nostra proposta e, mentre leggevamo chiaramente il sollievo sul volto di Ellinor e il modo in cui sembrava esserle stato tolto un peso dalle spalle, eravamo anche consapevoli che Josh non aveva aderito subito all’idea.

Jasmine, seduta tra i genitori, è rimasta in silenzio e sembrava soppesare le nostre parole e le loro implicazioni.

Ellinor ci ha chiesto di chiarire se ciò significasse che dovevano astenersi dal portare Jasmine a scuola anche se lei lo avesse chiesto. Abbiamo risposto che non spettava a noi prendere questa decisione e che avevamo fiducia che facessero ciò che ritenevano giusto. Saremmo stati lì per discutere di ciò che avevano fatto e di come lo avevano vissuto, qualunque fosse l’esito della loro esperienza.

Abbiamo concordato di rivederci dopo un mese per un follow-up.

Secondo Ugazio & Ferrario (22), un’esperienza falsificante comporta:

  • un obiettivo esplicito, quello comunicato apertamente alla persona in terapia, che mira a coinvolgerla nell’esperienza rispondendo direttamente ai suoi obiettivi e alle sue aspettative terapeutiche;
  • un obiettivo implicito, in qualche modo nascosto strategicamente tra le righe della comunicazione, che costituisce il nucleo dell’intervento controparadossale.

Vale la pena notare che entrambi gli obiettivi possono contribuire al cambiamento, poiché entrambi possono dare accesso a nuovi significati.

Per quanto riguarda il funerale che abbiamo proposto alla famiglia,

  • L’obiettivo esplicito era permettere a Josh ed Ellinor di smettere di colpevolizzarsi (e di colpevolizzarsi a vicenda) per non riuscire a riportare Jasmine a scuola, riconoscendo al tempo stesso il diritto di Jasmine all’autodeterminazione.
  • L’obiettivo implicito era eliminare l’elemento di conflitto e di sfida tra Jasmine e i suoi genitori. Offrendo una via d’uscita dallo schema di scontro (Josh ed Ellinor vogliono che Jasmine torni a scuola, e lei resiste), speravamo di eliminare anche il senso di eccitazione e di soddisfazione che forse Jasmine traeva dal poter sfidare l’autorità del padre e affermarsi come colei che comanda. Ci auguravamo che ciò potesse aprire uno spazio in cui Jasmine riflettesse sui propri obiettivi, invece di restare occupata a sfidare quelli dei genitori, e metterla in contatto con sentimenti ed emozioni più profondi legati alle sue scelte di vita.

Un altro aspetto per cui la nostra proposta si differenzia dalle prescrizioni invariabili, così come ideate da Selvini Palazzoli e Prata, è che non fissiamo un esito desiderato per l’esperienza, né esplicitamente né implicitamente. Accettiamo che il cambiamento possa essere imprevedibile e portare la famiglia in una direzione del tutto nuova. In questo senso, pur mantenendo una posizione esperta nel modo in cui proponiamo un esperimento alla famiglia, abbracciamo anche una posizione di non sapere, poiché siamo pronti a seguire il flusso di ciò che la famiglia porterà alla seduta successiva e non ci aspettiamo, né pretendiamo, un risultato specifico. Questa posizione, che danza tra sapere e non sapere, alimenta l’idea di una posizione 1,5, come descritta da Smith (21).

5 Esito dell’intervento: un addio (forse troppo) rapido

La famiglia si è presentata all’incontro successivo e sembrava desiderosa di discutere di ciò che era accaduto tra una seduta e l’altra.

Jasmine racconta che, dopo una settimana di profonde riflessioni e considerazioni, ha deciso di tornare a scuola e da allora frequenta regolarmente. Dice che Ellinor all’inizio era un po’ riluttante, perché temeva che questo le facesse male, ma si è rassicurata vedendo calare la sua ansia e hanno deciso di «fare un tentativo». Dice di non essere sicura che la scuola attuale sia la più adatta a lei, ma che prenderebbe in considerazione un cambiamento solo dopo aver concluso l’anno scolastico.

Non è stato riferito alcun episodio di autolesionismo.

Ellinor racconta che, mentre lei e sua figlia passavano del tempo sul divano a elaborare il lutto, «come prescritto», ha avuto anche il tempo di pensare al proprio futuro. Ora che Jasmine è tornata a scuola, ha fatto domanda per un lavoro part-time, perché «voglio essere qualcosa di più di una madre depressa con il nido vuoto».

Josh sembra contento dei cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda Jasmine. Fa notare che la famiglia non ha bisogno che Ellinor contribuisca economicamente, ma «se lei è felice, sono felice anch’io».

Esprime anche il desiderio di chiudere la terapia, «perché il problema ormai è risolto», e ritiene pericoloso scavare a fondo quando le cose vanno bene.

Pur concordando con il marito sul fatto che stavano molto meglio e che l’obiettivo iniziale della terapia era stato raggiunto, Ellinor ha espresso anche delle preoccupazioni riguardo a questa decisione, perché sentiva che ci fossero ancora margini di miglioramento nella comunicazione familiare e temeva il rischio di tornare al punto di partenza senza un sostegno terapeutico.

Abbiamo ascoltato queste preoccupazioni e deciso di rassicurare lei, e la famiglia, dicendo che secondo noi erano stati loro a generare il cambiamento, per cui non c’era motivo di credere che questo cambiamento sarebbe svanito una volta usciti di scena noi.

Abbiamo inoltre ricordato loro che potevano chiamarci, qualora avessero bisogno di proteggere questo cambiamento o anche se volessero aiuto su qualsiasi altra questione.

Abbiamo quindi riconosciuto che, sebbene potessero esserci aspetti rimasti inesplorati e forse non tutto fosse risolto, avevano fatto un lavoro straordinario come famiglia, e avevamo fiducia che avrebbero usato i loro punti di forza per affrontare eventuali sfide future.

In questa fase era importante per noi lasciare che fosse la famiglia a guidare la chiusura della consultazione. Eravamo pienamente consapevoli che, nonostante la formulazione collaborativa dell’esperienza del «funerale», questo suggerimento era talmente divergente rispetto alla prospettiva iniziale della famiglia sul problema da creare inevitabilmente uno squilibrio di potere nella relazione terapeutica tra noi e la famiglia. Pertanto, sostenere la loro decisione di chiudere e rassicurarli sul fatto che erano loro a guidare il cambiamento è stato un tentativo di restituire loro quel potere.

6 Discussione: una valutazione critica dell’intervento

Nonostante la rapida risoluzione del problema presentato e alcuni cambiamenti incoraggianti in altri membri della famiglia, riconosciamo che un cambiamento improvviso potrebbe anche rappresentare un modo per la famiglia di sottrarsi alla pressione rappresentata dalla terapia. Potevamo comprendere quanto fosse stato doloroso per la famiglia essere sottoposta al giudizio di istituzioni e figure professionali in posizione di potere e autorità e, sebbene abbiamo cercato di trasmettere una prospettiva non giudicante, siamo consapevoli del potere che la nostra posizione comporta. Per questo era importante convalidare e sostenere la loro decisione di andarsene, anche se potevano essere rimaste aree su cui lavorare in terapia.

Siamo anche consapevoli del potere che un intervento del genere comporta, e di come ci collochi in una posizione di autorità, nonostante i nostri sforzi per renderne più morbida la formulazione.

Fin dagli esordi, i metodi dell’approccio di Milano sono stati oggetto di critiche e persino bollati come «pericolosi» e «irrispettosi» nei confronti della famiglia (23). Non crediamo che sia così, e riteniamo che questa critica derivi, almeno in parte, da un fraintendimento dello spazio del «come se» a cui appartengono tutte le ipotesi dell’approccio di Milano.

Detto questo, non sottovalutiamo la possibilità che le famiglie si sentano costrette, dovendo rispondere a un intervento in cui il controparadosso viene proposto sotto forma di proposta di cambiamento.

Pensiamo anche che, nella terapia familiare, un approccio collaborativo e non esperto alle famiglie possa essere, in alcuni casi, l’approccio migliore, soprattutto quando la famiglia è impegnata nella co-costruzione di significati e c’è una solida alleanza terapeutica.

Non era il caso di Jasmine e della sua famiglia. Fin dall’inizio, percepivamo le preoccupazioni e i dubbi che aleggiavano nella nostra conversazione. Mentre Ellinor sembrava desiderosa di fare una terapia con la sua famiglia, sia Josh sia Jasmine, anche se per ragioni diverse, sembravano avere già un piede sulla soglia, pronti ad andarsene.

Inoltre, un approccio puramente conversazionale, basato sulla decostruzione e sulla riscrittura delle narrazioni, non sembrava in grado di fare presa su Josh, che cercava una soluzione pragmatica al problema.

Abbiamo quindi scelto un approccio pragmatico per favorire l’emergere di nuovi significati, sintonizzandoci con un linguaggio che sembrava predominante nella famiglia.

Può darsi che, in alcune situazioni, l’approccio attento e collaborativo suggerito dalla maggior parte della terapia familiare non sia gradito alla famiglia. Alcune famiglie cercano una figura esperta che dica loro come affrontare un problema, o che le aiuti a non preoccuparsene troppo.

È allora che un approccio di ordine 1,5 (21) può essere utile. Ed è allora che la saggezza poco convenzionale e scomoda di chi ci ha preceduto può tornare utile.

Naturalmente, il presente articolo può essere criticato perché aneddotico, e sarebbe un’obiezione legittima. Sebbene nella nostra esperienza clinica ventennale con famiglie, coppie e singole persone gli interventi controparadossali sotto forma di esperienza falsificante (22) si siano spesso dimostrati efficaci nel produrre un cambiamento di tipo 2 nelle dinamiche familiari (4), sarebbero necessari più studi di alta qualità per accertarne la base di evidenze. Ci auguriamo tuttavia che questo articolo possa contribuire a una conversazione sui principi sottostanti e sull’etica del mantenere viva l’eredità dell’approccio di Milano.

Pur abbracciando una rivoluzione, come suggerisce la nostra epoca, non dovremmo mai bruciare libri né distruggere monumenti: non si sa mai quando potrebbe servirne uno.

Complexe Systémique: punti chiave

L’interesse del caso sta nel difendere, senza nostalgia ingenua, uno strumento che la pratica sistemica post-milanese ha quasi relegato in un museo: il controparadosso. Qui non assume più la forma di una prescrizione invariabile imposta da un’équipe esperta, ma quella di un’«esperienza falsificante» (Ugazio) proposta come un esperimento che non può fallire: elaborare in famiglia il lutto per la brillante avvocata che Jasmine forse non diventerà. La connotazione positiva sposta la colpa che circola tra padre, madre, scuola e counselling, e priva il sintomo del suo valore di sfida. Di fronte all’autolesionismo, spiccano due gesti: un’attenta valutazione del rischio suicidario e dell’esame di realtà prima di entrare nel «come se», e la vigilanza sul potere che un simile intervento conferisce. I limiti sono quelli di un caso singolo, senza follow-up oltre un mese, e di una risoluzione rapida che la stessa équipe legge anche come una possibile uscita affrettata dalla terapia. Da leggere insieme all’articolo sulla scuola di Milano e all’articolo sulla prescrizione paradossale del sintomo.

Note dell’originale

Dichiarazione etica. Gli studi che hanno coinvolto esseri umani sono stati approvati dall’European Institute of Systemic-relational Therapies. Gli studi sono stati condotti in conformità con la legislazione locale e i requisiti istituzionali. Il consenso informato scritto alla partecipazione a questo studio è stato fornito dai tutori legali o dai familiari più prossimi delle persone partecipanti. È stato ottenuto il consenso informato scritto delle persone interessate, e dei tutori legali o dei familiari più prossimi delle persone minorenni, per la pubblicazione di qualsiasi immagine o dato potenzialmente identificativo incluso in questo articolo.

Contributi di chi firma l’articolo. FS: concettualizzazione, scrittura – revisione e editing, supervisione, metodologia, scrittura – bozza originale. EG: scrittura – revisione e editing, cura dei dati, scrittura – bozza originale.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara che la ricerca è stata condotta in assenza di qualsiasi rapporto commerciale o finanziario che possa essere interpretato come un potenziale conflitto di interessi. La persona responsabile dell’editing del manoscritto, VU, ha dichiarato una precedente collaborazione con FS.

Dichiarazione sull’IA generativa. Chi firma l’articolo dichiara che non è stata utilizzata alcuna IA generativa nella stesura di questo manoscritto. L’eventuale testo alternativo (alt text) che accompagna le figure di questo articolo è stato generato da Frontiers con il supporto dell’intelligenza artificiale e sono stati compiuti sforzi ragionevoli per garantirne l’accuratezza, compresa, ove possibile, la revisione da parte di chi firma l’articolo. Se riscontra problemi, La preghiamo di contattarci.

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Traduzione non ufficiale di Case Report: Keeping the Milan approach legacy alive? Paradox and counterparadox working therapeutically with non-suicidal self-injury, di Ferdinando Salamino ed Elisa Gusmini, Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, vol. 4 (2025), doi: 10.3389/frcha.2025.1657395, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Case Report: Keeping the Milan approach legacy alive? Paradox and counterparadox working therapeutically with non-suicidal self-injury», pubblicato in Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Salamino, F., e Gusmini, E. (2025). Case Report: Keeping the Milan approach legacy alive? Paradox and counterparadox working therapeutically with non-suicidal self-injury. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/keeping-the-milan-approach-legacy-alive-paradox-and-counterparadox (Opera originale pubblicata nel 2025 in Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, 4, 1657395 (2025); ripubblicata nel 2025 da Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, https://www.frontiersin.org/journals/child-and-adolescent-psychiatry/articles/10.3389/frcha.2025.1657395/full)

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