Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Dialogo Aperto · Formazione
Quattro formatrici — dalla Finlandia, dal Regno Unito, dall’Australia e dagli Stati Uniti — hanno cominciato a incontrarsi online durante la pandemia, all’inizio semplicemente per sostenersi a vicenda nella scrittura. Da quelle conversazioni è nato questo testo, che mette da parte la questione del programma (che cosa dovrebbe contenere una formazione al Dialogo Aperto?) e ne pone un’altra al suo posto: che cosa accade tra una formatrice e le persone che forma, e di che cosa ha bisogno uno spazio formativo dialogico? Rispondono con quattro racconti in prima persona, vignette tratte dalla formazione e un elenco delle parole emerse lungo il percorso.
Traduzione non ufficiale in italiano di Training in Open Dialogue and Dialogical Practice: creatively responding as trainers and writers, di Catherine Thorley, Judith M. Brown, Mia Kurtti e Alita Taylor, pubblicato in Frontiers in Psychology (2023), DOI 10.3389/fpsyg.2023.1174680, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni della rivista (disponibilità dei dati, contributi di chi firma l’articolo, conflitto di interessi, nota dell’editore) non sono riprodotte qui e si possono leggere nell’originale. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questo articolo nasce da una serie di conversazioni sulla formazione al Dialogo Aperto e alla pratica dialogica. Nel nostro dialogo ci siamo ritrovate ad allontanarci dalla ricerca di risposte definitive sul contenuto (che cosa includere) o sul processo (come includerlo). Ci siamo chieste: «Perché ci poniamo proprio questa domanda sulla formazione?». Forse perché molte persone che svolgono un lavoro di aiuto e figure professionali di ogni tipo, in tutto il mondo, si chiedono davvero: «Come si fa, o come si impara a fare, “dialogo aperto”?». Questa domanda comincia con: «Come formare altre persone a questa pratica?».
Ci siamo mosse verso la risposta alle nostre stesse domande: che cosa offriamo come formatrici e che cosa cercano le persone in formazione? Abbiamo voluto esplorare che cosa richieda uno spazio formativo capace di accogliere le speranze sia di chi forma sia di chi si forma. Durante le nostre conversazioni sono emerse delle parole; le abbiamo ascoltate, le abbiamo lasciate sedimentare e vi abbiamo riflettuto. Alcune parole risuonavano in noi come formatrici; altre si collegavano all’osservazione delle esperienze delle persone in formazione (comprese le nostre); altre lasciavano intravedere la relazione tra chi forma e chi si forma. Queste parole emergenti indicano una serie di apprendimenti, aspetti della formazione che noi, come formatrici, siamo arrivate a ritenere importanti. L’articolo che segue sviluppa queste parole, includendo anche brani reali dei nostri dialoghi e vignette tratte dalla formazione. In questo modo illustriamo il nostro apprendimento continuo come formatrici di Dialogo Aperto e pratica dialogica, così come avviene nella natura unica di ciascuna formazione che proponiamo.
Diamo il benvenuto a chi legge il nostro articolo, che esplorerà le nostre esperienze e discussioni sull’essere formatrici di Dialogo Aperto e pratica dialogica nei nostri quattro diversi paesi e contesti. Qual è la storia che ci ha portate a scrivere questo articolo? All’inizio della pandemia, un gruppo di donne si è riunito per sostenersi a vicenda nella scrittura. Ci incontravamo online una volta al mese, e la nostra prima sfida è stata trovare orari in cui fosse possibile riunirsi dai nostri diversi fusi orari in Finlandia, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Australia. Con qualche compromesso — mattina presto per alcune, tarda sera per altre — ci siamo riuscite. Nel corso dei mesi il nostro legame si è approfondito, perché arrivavamo agli incontri senza un ordine del giorno. Semplicemente ascoltavamo e venivamo ascoltate. Vedere ed essere viste ci faceva tornare. Da questo spazio sono emerse idee. Con il tempo avevamo usato lo spazio per parlare delle nostre diverse esperienze di formazione, così, quando è arrivato l’invito a scrivere per questa rivista, avevamo tutte voglia di scrivere insieme. Nello spirito della pratica dialogica, vogliamo essere trasparenti su ciò a cui La invitiamo. In sostanza, esploriamo le qualità e i processi che fanno parte della pratica e della formazione dialogiche. Il nostro interesse riguarda soprattutto il modo di «essere», meno il modo di «fare».
Il Dialogo Aperto, come approccio, è un modello e una cornice per organizzare i servizi di salute mentale. È in atto un cambiamento di pensiero a livello mondiale, in cui si esplora il contributo del Dialogo Aperto e della pratica dialogica ai servizi di salute mentale. Sono presenti domande sulla formazione, e si stanno sviluppando diversi programmi formativi. Poiché un numero crescente di persone riflette su queste questioni, è comprensibile che restino aperte molte domande sulle competenze e sulle comprensioni relative al sistema di cura del Dialogo Aperto e alla pratica dialogica. Queste domande emergono quando si progetta un programma di formazione adeguato.
Scrivendo questo articolo offriamo il nostro contributo a questa conversazione. Il Dialogo Aperto è un cambiamento di paradigma nella salute mentale: da un’agenda esperta e prestabilita sulla riduzione dei sintomi a un’attenzione dialogica per le relazioni, le comprensioni e le storie. La nostra scrittura riflette questo cambiamento. Così, il nostro processo rispecchia qui un modo dialogico di lavorare, sia come terapeuta negli incontri di rete, sia come supervisora o formatrice. Sebbene si possa descrivere questo lavoro in parte come (poli)autoetnografia e in parte come articolo di prospettiva, la natura dialogica della sua metodologia può suggerire che si tratti di un lavoro incompiuto, affine all’inconcludibilità degli incontri di rete. Adottando una posizione di «non sapere» (Anderson and Goolishian, 1992) per restare curiose, abbiamo privilegiato l’ascolto e la risposta rispetto alla certezza della teoria o a una destinazione predeterminata. Come negli incontri di rete, abbiamo cercato di stare nel momento presente con la scrittura mentre si dispiegava, di ascoltare e rispondere a ciò che emergeva da ciascuna di noi, di privilegiare la nostra relazione reciproca e di portare nella scrittura una parte più grande di noi stesse. Abbiamo cercato di restare con le nostre diverse voci, sensazioni ed emozioni e abbiamo fatto spazio ai silenzi tra i nostri incontri e al loro interno. Abbiamo cercato di onorare l’emergere delle molte voci presenti in ciascuna di noi, come negli incontri di rete. Nella scrittura ci siamo affidate al dialogo e al processo dialogico.
La invitiamo a entrare in questo dialogo, ad affidarsi al processo dialogico, in cui forse ci saranno momenti senza un’idea chiara di dove si stia andando. Proprio come all’inizio di qualsiasi sessione di formazione dialogica o di qualsiasi incontro di rete, chiediamo: «Di che cosa vorrebbe parlare oggi?». Come nella pratica e nella formazione dialogiche, non miriamo a ottenere da Lei una risposta prestabilita, ma tante risposte diverse quante sono le persone che leggono. Per citare il capitolo intitolato «Creativity in the whole life», in una sezione speciale, «Dialogue and Culture»: «…va sottolineato che quanto segue non è offerto nello spirito di una prescrizione che la società debba seguire. È piuttosto un invito a chi legge a cominciare a indagare ed esplorare nello spirito del libero gioco delle idee e senza la restrizione dell’assoluta necessità di una meta o di uno scopo finale» (Bohm and Peat, 1987). Forse potrebbe esserLe utile fermarsi un momento e considerare come sta entrando in questo spazio. Quali potrebbero essere le Sue curiosità e i Suoi interrogativi? Che cosa prova? Avverte qualche sensazione nel corpo all’inizio di questa lettura? Proseguendo, forse noterà come i Suoi pensieri, i Suoi sentimenti e le Sue sensazioni corporee si muovono e cambiano nel processo.
Leggendo, potrà anche notare che alcune parole sono in corsivo. Sono parole che ci hanno colpite. Sembrano essere le qualità che cerchiamo di suscitare nelle diverse forme di formazione che ciascuna di noi propone. Forse sono anche le sfide del formare in modo dialogico. Ora, dunque, condividiamo con Lei le nostre riflessioni in questo spazio tra le nostre parole e le Sue esperienze.
Quando ho cominciato a sintonizzarmi su questo tema, il primissimo pensiero è stato l’inizio. Come avviamo il processo formativo? Che cosa dobbiamo considerare, tutte insieme, per creare un programma di formazione al Dialogo Aperto e alla pratica dialogica pienamente competente, che offra alle persone una cornice adeguata per apprendere?
Il quaderno di formatrice di Mia, 2017
È incredibile come la presenza essenziale delle persone sia la stessa in tutto il mondo: le persone vogliono entrare in contatto e creare spazi dialogici. Questo aiuta!
Le persone hanno bisogno di competenze dialogiche nella loro pratica quando incontrano persone e reti in difficoltà. Come progettiamo una formazione che sostenga il processo di apprendimento e offra a chi si forma la possibilità di apportare i cambiamenti necessari nella propria pratica? Come invitiamo chi forma e chi si forma a un viaggio comune in cui si generi conoscenza, così che le persone in formazione possano arrivare a lavorare in modo dialogico, con la necessaria comprensione dei diversi livelli del Dialogo Aperto come pratica e/o sistema di cura? Sono molte le domande che l’équipe formativa deve discutere quando pianifica il processo in modo collaborativo. Nel creare le cornici generali è anche importante accogliere il fatto che ogni processo di apprendimento è unico e che ogni persona ha bisogno di tempo e di spazio per trovare la propria strada e con il proprio ritmo.
Nella mia esperienza, la pianificazione del programma di formazione richiede di considerare il contesto della formazione. Dovremmo onorare le prospettive locali nel costruire le cornici e le circostanze che permettono alle persone di occupare una posizione di potere rispetto al nuovo approccio che stanno imparando a conoscere. Quali sono i bisogni di formazione dialogica nelle diverse organizzazioni del mondo? Come possiamo costruire la formazione in modo adattato ai bisogni, rispettando al tempo stesso i principi fondamentali di una pratica di Dialogo Aperto (Seikkula and Alakare, 2004)? Quando avviamo un programma di formazione, a che cosa stiamo invitando le persone? Mi chiedo se chi si forma disponga di informazioni sufficienti sullo scopo della formazione nel proprio contesto da poter portare di conseguenza i propri bisogni. Si potrebbero incoraggiare le persone in formazione a chiedersi: «I miei bisogni trovano risposta qui, e come porto le mie domande nel processo?».
Porto con me anche la mia storia e il mio contesto di professionista e formatrice che viene dalla Lapponia occidentale, in Finlandia. Il Dialogo Aperto e la pratica dialogica nella Lapponia occidentale non avrebbero potuto realizzarsi senza un’ampia formazione nell’arco di diversi anni. La pratica è stata sostenuta da una formazione alla terapia familiare e di rete di tipo dialogico, offerta a tutto il personale del dipartimento di psichiatria e alla comunità più ampia. Apprendendo attraverso aspetti intrecciati di teoria, supervisione e processi legati alla famiglia d’origine, le persone sono invitate a creare una dimensione dialogica nella propria pratica. Il lavoro ha mostrato che il dialogo negli incontri di rete richiede fiducia tra i membri dell’équipe e anche una solida comprensione dell’uso della pratica riflessiva per generare comprensione dell’argomento e della situazione in esame. Chi lavora in questi incontri deve anche saper ascoltare sia i dialoghi esterni sia quelli interni mentre li facilita. Ogni partecipante all’incontro riflette le voci di molteplici ruoli, identità ed esperienze, portate e custodite all’interno di una narrazione e di una memoria corporea (Haarakangas, 1997; Haarakangas et al., 2006). Da questi aspetti può nascere un dialogo sfaccettato, capace di offrire alle persone partecipanti comprensioni nuove e diverse, decisive, quando la persona professionista e formatrice è consapevole delle proprie voci interne, compreso il modo in cui queste voci emergono nel suo ruolo professionale in ogni momento.
Una prospettiva che ritengo cruciale è che chi forma abbia l’esperienza dello stare con persone in sofferenza psichica e un sapere corporeo sulla natura dei processi (Lyons-Ruth, 1998; Shotter, 2011). Questo può aiutare a generare agentività propria nel processo di apprendimento della persona in formazione (Rautkallio, 2019). Per me l’obiettivo principale è che, alla fine, sia il processo, e le persone in formazione che lo hanno costruito, e che chi forma abbia il privilegio di esserne testimone (cioè di «esserci con»).
Che cos’è la formazione al dialogo aperto? A volte mi chiedo: «formazione» è la parola giusta? Che cosa pensano le altre persone quando sentono le parole «dialogo aperto»? È una «cosa» che sperano di «implementare» o con cui, in qualche modo, cambiare altre persone? I modi di apprendere informazioni a pezzi e frammenti di sapere formulaico, che storicamente ci sono stati somministrati dai poteri costituiti, stanno cambiando. Il sapere incarnato, implicito, o sapere dialogico, è un po’ diverso (Lyons-Ruth, 1998; Brown, 2015). Se o quando una persona che facilita, forma o insegna riesce a suscitare uno spazio in cui si invita chi si forma a muoversi di più verso quel momento incarnato, implicito o dialogico, e forse ad allontanarsi un po’ dal formulaico, allora forse comincia il dialogismo. Voglio dire che ci sono corpi insieme in una stanza, che si tratti di un incontro di cura o di un ambiente di formazione o di apprendimento, e questi corpi arrivano con un sapere implicito. Come sanno ciò che sanno? E possiamo, come formatrici in quanto tali, chiederci se stiamo agendo sul co-sapere che potrebbe nascere dall’«incontro» degli altri corpi presenti nella stanza, o se stiamo avviando un movimento verso di esso o lontano da esso? Questi movimenti di avvicinamento e di allontanamento avvengono di continuo. Vi prestiamo attenzione?
Sul suo cammino… di Alita Taylor
Sul suo cammino verso l’oceano, c’è la riva del fiume dove la più coraggiosa tra le persone che vi si stabiliscono si arrende al cammino.
Che cosa sta accadendo nelle nostre acque? Che cosa sta succedendo nel nostro mondo? Che cosa se ne può imparare in alleanza, in collaborazione, che non si potrà mai imparare nella gerarchia…
Pausa
Una cosa che continua a premere su di me in momenti diversi, mentre rifletto sulle domande relative agli spazi formativi dialogici, è: «Chi forma?». E la persona che forma? È umile, aperta e degna di fiducia? Le importa davvero delle persone che forma? Come si sente in questo momento, proprio qui, ora, con me? Sarà onesta? Vuole aiutarmi a «capire» qualcosa che vorrebbe che io «capissi» ma che non ho ancora capito? Chi sono le persone che possono insegnarci qualcosa? In che modi siamo in grado di imparare, e in che modi le persone che insegnano o formano restano presenti, compassionevoli e amorevoli? Hanno fame? E sono aperte a tutti gli ingredienti presenti qui nella stanza per preparare insieme una sorta di zuppa dell’apprendimento?
Come formiamo? Oltre alla nostra preparazione dei materiali (per esempio esercizi di matrice psicodinamica e sistemica, compiti sulla famiglia d’origine e di supervisione che prendono vita in un processo riflessivo facilitato da chi forma, giochi di ruolo improvvisati), non possiamo dimenticare di chiedere alle persone in formazione, nel corso delle giornate: «Come vorrebbe usare questo spazio oggi?». Negoziamo insieme come usare lo spazio, e chi forma co-costruisce uno spazio sicuro. Ma che cos’è uno spazio dialogico sicuro (Simon, 2023)? Non possiamo saperlo senza curiosità, senza chiedere e ascoltare chi è nella stanza. La domanda è: che cosa accade allo spazio quando non viene negoziato in anticipo o quando una o più voci hanno più potere? Com’è questo per chi forma e per chi si forma? Che cosa sta emergendo nelle persone in formazione? Rendere disponibile spazio sufficiente per esplorare e confrontarsi insieme con le difficoltà. Chi forma partecipa come contenitore, tenendo lo spazio, con la disponibilità a condividerlo, praticando la co-regolazione. Facciamo il punto insieme: «Com’è questo per Lei in questo momento presente?». Interrogarsi insieme è un processo creativo nel qui e ora, in qualsiasi momento, in qualsiasi gioco di ruolo o altro esercizio formativo riflessivo condiviso.
Il dialogismo è come stare con un bambino o una bambina. Aspettare e fermarsi, non dire tutto ciò che si ha in mente. Lasciare tempo per digerire, ascoltare la costruzione di senso, come preparare una ricetta con le mani, non con l’aroma artificiale di burro, ma stando nel flusso, interrogandosi, chiedendo senza aspettarsi una certa risposta, senza un «modo giusto», fidandosi dell’agentività dell’organizzarsi che avviene nel qui e ora. Fidandosi dell’agentività dell’organismo, di tutti gli esseri presenti qui e ora in questo nuovo incontro o in questa nuova formazione a cui tutte le persone partecipano e in cui ognuna conta. Come «ordinare con eleganza» le voci, i corpi che ospitano le voci, chi aiuta da vicino e da lontano, coinvolgendosi e prendendo coscienza dei contesti? Come l’incertezza possa essere un ponte, un lutto comune espresso, un ambiente di contenimento, come l’improvvisazione di un cane che gioca nell’acqua.
Cerchiamo di far sì che gli esercizi che proponiamo siano un invito, e cerchiamo di ricordare il nostro potere di formatrici e quanto possa essere difficile declinare un invito. La profondità e il tema di ciò che si condivide dipendono dalla persona in formazione, in ogni esercizio. Cerchiamo anche di dare spazio e tempo a ogni persona per riflettere sulle proprie risposte corporee, emotive e cognitive e per elaborarle individualmente e in gruppo. Una pratica formativa importante in questo senso è la cosiddetta Ruota della Consapevolezza (Siegel, 2018), in cui singole persone e gruppi possono esercitare tutti i diversi modi di essere consapevoli. Queste posizionalità possono essere sviluppate e portare in primo piano i modi di conoscere dell’emisfero destro. Dare spazio e tempo al processo di ciò che si deve apprendere insieme è imprescindibile. Non può essere, e non è, uguale ogni volta. Ci sono sempre nuovi momenti e nuovi pensieri da condividere e a cui rispondere (Cunliffe and Locke, 2020). Il «come» formiamo è dentro di noi. Sta nel modo in cui vediamo ciò che accade e vi rispondiamo, e nel modo in cui collaboriamo con le altre persone in quello spazio per parlare (Anderson, 2014). Interrogarsi insieme e lasciare margine. Essere disposte e capaci di lasciar andare le posizioni fisse, aprendosi al libero gioco del pensiero in uno spirito di buona volontà e di amicizia, pronte a riconoscere qualsiasi fatto e qualsiasi punto di vista così com’è realmente: questo genera una cultura dialogica negli spazi formativi (Bohm and Peat, 1987).
Sono al telefono, ascolto e parlo con una persona (che potremmo chiamare la persona che accede ai servizi) e con un’altra persona (che potremmo chiamare una collega). Detto questo, nell’essere dialogiche, queste posizioni non risultano definite in modo così rigido. Condividiamo ciò che abbiamo in mente, ciò con cui stiamo, e a volte restiamo in silenzio mentre nello spazio sorgono pensieri, sentimenti e sensazioni corporee. Mi commuove ciò che viene condiviso e ciò che imparo su me stessa. Sento i miei pensieri e le mie idee ampliarsi. La «persona che accede ai servizi» dice che dovremmo chiamare questo modo di lavorare «amorevole e nutriente».
Ora mi trovo in un paese nuovo, dove sono arrivata alle 2 di notte. Fa un caldo incredibile. Mentre cammino verso la sede in cui terremo la formazione, ho le lacrime agli occhi. Portiamo tutte noi stesse nella formazione. Ho il cuore pieno. La mia collega apre la giornata di formazione parlando dei suoi legami contrastanti con il paese. Ha portato sé stessa nello spazio, con le sue diverse voci interne ed esterne. Condivide qualcosa della propria vulnerabilità. Si ha la sensazione che si stia aprendo uno spazio sicuro, pur restando consapevoli delle posizioni transitorie e complesse della sicurezza negli spazi di gruppo. In quel momento le persone in formazione lo sperimentano e cominciano a rispondere con i propri sentimenti e pensieri. Nel pomeriggio ci ritroviamo a pranzo con una famiglia che fino ad allora avevamo incontrato solo online. Incontrandola di persona, sento un’ondata di gioia e di connessione. Amore. Sto comprando da bere e uno dei membri della famiglia mi aiuta. Il padre dice: «Tuo fratello ti sta aiutando a comprare il tè». Queste parole risuonano in tutte le persone presenti.
La famiglia ha accettato di partecipare alla formazione. Si siede in un cerchio interno con me e con un’altra formatrice di Dialogo Aperto. Entrambe abbiamo già facilitato con la famiglia incontri di rete online. Le persone in formazione siedono in un cerchio esterno intorno a noi. Avevamo concordato in precedenza con la famiglia di parlare insieme dell’esperienza che la famiglia ha fatto degli incontri, invece di tenere un incontro di rete dal vivo. Oggi la famiglia propone di fare un incontro di rete. Io sono più esitante, perché la famiglia ha appena conosciuto il gruppo in formazione, e sono trasparente al riguardo, ed entriamo nel non sapere. I membri della famiglia cominciano parlando della loro esperienza degli incontri, di come funzionano e di come si sentono.
Poi uno dei membri della famiglia comincia a parlare di qualcosa che aveva fatto e che lo turbava. Sembra che si sia creato uno spazio abbastanza sicuro perché lui possa portare qui la propria vulnerabilità e trovare il coraggio di parlarne. Chi di noi è nel cerchio interno e in quello esterno si sporge in avanti con attenzione mentre la famiglia ne parla insieme. Il ritmo è lento e ci sono molti silenzi. Nei cerchi interno ed esterno scorrono lacrime. È difficile da mettere in parole, ma sembra che il tempo abbia rallentato e che nello spazio tra tutte le persone presenti ci sia un senso di connessione e di amore.
Dopo l’incontro, la famiglia e le formatrici che l’hanno incontrata vanno insieme in un caffè della zona, mentre il resto dell’équipe formativa e le persone in formazione scelgono cartoline con immagini diverse per scrivere alla famiglia qualche parola su ciò che le ha toccate. Prima di andare via, la famiglia parla in modo informale con il resto dell’équipe formativa e con le persone in formazione. Nascono altri legami e altre condivisioni sentite. Una delle persone in formazione si alza in piedi mentre la famiglia esce, in segno di gratitudine verso di essa.
Avevamo fatto tutto il percorso insieme, con chi forma e chi si forma che contribuivano entrambi a creare nella stanza un senso incarnato di sicurezza e di amore (Seikkula and Trimble, 2005). Oltre all’insegnamento diretto su come coordinare un incontro di rete, le persone in formazione hanno espresso di aver sentito di capire che cosa significhi farne parte. Il giorno dopo, la mia collega e io abbiamo parlato della nostra esperienza dell’incontro in uno spazio di supervisione riflessiva. A volte lo chiamiamo «intervisione», per la sua gerarchia più orizzontale. Abbiamo invitato tre persone in formazione ad ascoltare e a far parte di un’équipe riflessiva. Abbiamo parlato non del contenuto dell’incontro, ma di noi stesse e di ciò che era emerso in noi. Sono scorse altre lacrime. Nello spirito della pratica dialogica, l’équipe riflessiva, nel suo spazio di supervisione, ha parlato dei propri legami con le nostre parole e non ha interpretato, né offerto soluzioni o consigli. Una delle persone in formazione ha detto di provare invidia per il fatto che avessimo uno spazio come questo, in cui potevamo fidarci abbastanza l’una dell’altra da condividere le nostre vulnerabilità. Un’altra persona in formazione ha detto di sapere ora che cosa si prova nella pratica dialogica, aggiungendo che nella sua comprensione nulla era davvero cambiato, ma che qualcosa si era spostato dentro di sé.
Quaderno
Anni fa ho comprato un biglietto in uno dei miei luoghi speciali del mondo, con queste parole: «Per scoprire l’oceano, bisogna prima perdere di vista la riva». Proprio così. La mia esplorazione della pratica dialogica mi ha condotta ad apprendere e a formare e ad apprendere e… e così via, continuando a chiamarmi… verso quell’oceano. Il miscuglio iniziale di paura ed entusiasmo si è calmato nel tempo, eppure il processo dialogico continua a sorprendermi…
Siamo al terzo giorno di una formazione introduttiva di quattro giorni al Dialogo Aperto e alla pratica dialogica. La maggior parte delle persone del gruppo si è apparentemente adattata al passaggio da una formazione didattica a un’esperienza formativa dialogica, attenta sia al contenuto sia al processo. Fin dal primo giorno ho notato un uomo anziano seduto nel cerchio di sedie, nella posizione delle dieci rispetto alla mia posizione delle sei. Ho la sensazione che sia meno coinvolto nella formazione, meno coinvolto con il gruppo e meno coinvolto con me. Mi sono chiesta se forse gli sia stato detto di partecipare, o se dipenda dal mio genere, dalla mia età o dalla mia disciplina professionale. Quando mi rivolge delle domande, mi sporgo, metaforicamente e realmente, nello spazio tra lui e me, per restare con la sua presenza, senza esserne però sopraffatta.
E il terzo giorno emerge una domanda, non dall’uomo anziano che avevo notato, ma da un’altra persona del cerchio: «Ma deve dirci come si fa il Dialogo Aperto». Una volta che è stata formulata, sembra che l’intero gruppo tiri un sospiro. Incoraggio le persone in formazione a restare per ora nel non sapere e nella mancanza di definizione. Le incoraggio a fidarsi del fatto che un processo formativo che resti coerente con un modo dialogico di lavorare — un modo dialogico di essere — darà i suoi frutti. Questa risposta sembra rasserenare il gruppo. O forse lo aveva già fatto il fatto stesso di dare voce alla domanda.
Il giorno seguente, l’ultimo della formazione, nello spazio c’è calma… come al solito. Tutte le persone sembrano tranquille, compreso l’uomo anziano. Mi si avvicina prima di andare via. Qualcosa in lui — e anche in me — si è spostato. È una sensazione, un sapere interiore. È come se ora avessimo chiuso il cerchio, insieme. Ancora una volta ho speranza e fiducia nel processo dialogico della formazione, eppure ciò che accade è ancora una sorpresa.
Questi momenti mi ricordano la necessità di sfiorare le esperienze sfumate delle formazioni precedenti: fidarsi del processo dialogico. Che si tratti di formazione, di supervisione o di lavoro clinico, mi ha insegnato a confidare nel fatto che ogni persona presente nella stanza stia vivendo il proprio processo, e al tempo stesso un processo di gruppo. Come professionista, formatrice o supervisora dialogica, il processo dialogico nel gruppo spetta a me gestirlo, ma il processo di ciascuna persona appartiene soltanto a lei. Ciò è particolarmente evidente nel ritornello emerso in ogni formazione introduttiva di quattro giorni al Dialogo Aperto e alla pratica dialogica. È il momento della domanda posta dalle persone in formazione: «Ci dica che cosa fare. Come si fa il Dialogo Aperto?».
Nelle formazioni passate, questa domanda spesso resta inespressa fino al terzo giorno, quando viene liberata, o forse sfugge sotto la spinta di giornate intere passate nell’incertezza. Spesso nasce da una persona in formazione, prima di risuonare altrove nel cerchio. Nella formazione dialogica, una domanda simile apre alle persone in formazione la possibilità di sperimentare la fiducia nei processi dialogici che emergono continuamente nel gruppo e dentro di sé. Chiede a chi forma una risposta che tenga ferma la posizione, che mostri anziché dire. Per chi si forma come per chi forma, la domanda invita ciascuna persona ad aspettare che l’apprendimento emerga, come si addice al suo modo di apprendere, al suo modo di essere. La domanda fa parte del processo formativo. Come la risposta.
Nell’affidarsi al processo dialogico della formazione, si crea (si potrebbe dire si compone) uno spazio dialogico da parte del gruppo e al suo interno. In questo spazio si possono introdurre concetti dialogici, cominciare a elaborarli ed eventualmente iniziare a integrarli nella pratica e nel modo di essere di ciascuna persona. In misura diversa, è diverso per ogni persona. Ogni persona in formazione impara gradualmente a essere dialogica, in processi individuali e di gruppo. Lo stesso vale per chi forma. Il divenire dialogico è inconcludibile, non è mai compiuto (Bakhtin, 1984).
Così, incontrandoci in modo dialogico, qui non concludiamo, ma arriviamo a una pausa. Ci chiediamo: «Abbiamo usato lo spazio per parlare di ciò di cui Lei voleva parlare oggi?». La nostra scrittura è stata per noi una sorta di viaggio dialogico, con le idee e le parole che si dispiegavano mentre continuavamo a parlare, ad ascoltare, a riflettere e a confidare che qualcosa sarebbe emerso. Ora La invitiamo a considerarsi parte di questo processo dialogico. Che cosa sta emergendo in Lei? Che cosa nota di sé? Vorremmo invitarLa a prendersi un momento per notare queste cose… in questo momento.
Sul suo cammino (seguito)… di Alita Taylor
Sul suo cammino verso l’oceano, c’è la riva del fiume dove la più coraggiosa tra le persone che vi si stabiliscono si arrende al cammino.
Che cosa sta accadendo nelle nostre acque? Che cosa sta succedendo nel nostro mondo? Che cosa se ne può imparare in alleanza, in collaborazione, che non si potrà mai imparare nella gerarchia.
Miracoli vedo nelle nostre mani, e con chi ci sta accanto.
Più blu del mare sono i nostri dolori intrecciati, che dobbiamo custodire con cura squisita.
Chi sono le persone che aiutano così? Dove sono quelle che servono così, a cui importa abbastanza da rivelare la tristezza del fatto che i nostri interventi psicologici e di salute comportamentale hanno smarrito la strada, e che dicono con forza, come fa il fiume: non sappiamo dove stiamo andando? Non conosciamo il tempo di domani, ma sappiamo che dobbiamo scorrere con ciò che è, e non combattere le rocce del tempo. Invece raccogliamo la luce, cadiamo libere, creando vortici di meraviglia, lasciando il compito della natura a tutti gli elementi.
Non siamo visitatrici, né inventrici solitarie. Siamo insieme in questo, al di là della scienza e delle categorie.
Siamo artiste che camminano con strumenti chiamati corpi, con voci, pianti, dolori e idee. Vivremo tutto questo le une con le altre, perché quando non c’è nessuno a sentire e a vedere le esperienze di un’altra persona il nostro Corpo perde la vita membro dopo membro.
All’inizio abbiamo rivelato che determinate parole o concetti in corsivo lungo il testo erano ciò che emergeva per noi come qualità che cerchiamo di suscitare in una formazione dialogica. Queste qualità rimandano allo stare con per tutto il percorso della formazione al Dialogo Aperto e alla pratica dialogica, che si tratti degli esercizi dialogici sulla famiglia d’origine e sulla rete sociale, della supervisione o delle giornate teoriche della formazione. Comprendono il nostro desiderio o la nostra intenzione di onorare il locale, di fare delle nostre proposte un invito, di riflettere sulle risposte corporee, emotive e cognitive, di restare in ascolto del non sapere e di ricordarlo, di essere trasparenti, di tenere lo spazio dialogico, di essere un contenitore, di dare a ciascuna persona il tempo e lo spazio per trovare la propria strada con il proprio ritmo, di prestare attenzione al sapere corporeo in atto, di aspettare che l’apprendimento emerga, di fidarci abbastanza le une delle altre da condividere le nostre vulnerabilità, con chi forma e chi si forma che contribuiscono entrambi a creare nella stanza un senso incarnato di sicurezza e di amore, una gerarchia più orizzontale, la speranza e la fiducia nel processo dialogico, il restare con, il portare tutte noi stesse, il mostrare anziché dire, l’incoraggiare e il sentire dentro il nostro sapere interiore, l’attenzione sia al contenuto sia al processo, il riflettere e l’adattarsi ai bisogni in continuo mutamento sia delle persone in formazione sia di noi stesse come formatrici che cercano di offrire le condizioni per il dialogo.
Queste sono le condizioni che noi, quattro donne di quattro diverse parti del mondo, cerchiamo di offrire mentre continuiamo a incontrarci online per sostenerci a vicenda nel lavoro e nella vita. Durante la pandemia avevamo bisogno le une delle altre, e continuiamo ad averne. Sentiamo che proseguire il dialogo con altre persone formatrici in uno spazio dialogico sicuro sia una parte necessaria del facilitare il dialogo. Anche noi ci coinvolgiamo in un processo, rendendoci vulnerabili, condividendo tra noi il nostro dialogo interiore, le nostre preoccupazioni e speranze, le difficoltà e le gioie del percorrere la strada di formatrice di Dialogo Aperto e pratica dialogica. Da sole non possiamo sapere che cosa includere, che cosa escludere, né quale programma debba svilupparsi, o come, ma continuiamo a condividere le nostre esperienze e a restare aperte e creativamente reattive a ciò che serve nella formazione che proponiamo. In quali contesti ci stiamo portando? Chi detiene il potere? Dov’è il nostro potere in ciò per cui facciamo spazio? Continuando a sostenere e ad ascoltare le fatiche e le meraviglie delle esperienze formative, continuiamo a imparare. Restiamo in un processo in corso.
Ringraziamenti
Le autrici desiderano ringraziare le persone co-formatrici, le persone in formazione e chi ha partecipato agli incontri di rete, che ci hanno concesso di condividere le vignette di dialogo di questo articolo e che hanno fatto questo viaggio con noi, insegnandoci così tanto.
Bibliografia
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Anderson, H., Goolishian, H. (1992). “The client is the expert: a not-knowing approach to therapy”, in Therapy as social construction, eds. S. McNamee, K. J. Gergen (London: Sage Publications).
Bakhtin, M. M. (1984). Problems of Dostoevsky’s poetics, ed. C. Emerson (Manchester: Manchester University Press).
Bohm, D., Peat, F. D. (1987). “Creativity in the whole of life” (chap. 6), section “Dialogue and Culture”, in Science, Order, and Creativity: A Dramatic New Look at the Creative Roots of Science and Life (Toronto, New York: Bantam Books), p. 240.
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Questa è la traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Training in Open Dialogue and Dialogical Practice: creatively responding as trainers and writers», pubblicato in Frontiers in Psychology (2023) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Thorley, C., Brown, J. M., Kurtti, M., & Taylor, A. (2023). Training in Open Dialogue and Dialogical Practice: creatively responding as trainers and writers. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/training-in-open-dialogue-and-dialogical-practice-creatively-responding-as-trainers-and-writers (Opera originale pubblicata nel 2023 in Frontiers in Psychology, vol. 14, articolo 1174680; tradotta nel 2026 da Complexe Systémique, https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2023.1174680/full)
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