Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution Focused Practices · Pratica riflessiva
Jennifer Gerwing, ricercatrice nella microanalisi del dialogo faccia a faccia, sostiene l’utilità di registrare le proprie sedute, non per giudicarsi, ma perché il dialogo è al tempo stesso persistente ed effimero: lascia tracce durature nella persona che consulta, mentre il dettaglio di ciò che le ha prodotte svanisce all’istante. A sostegno, sedici righe di una seduta di Steve de Shazer trascritte dal video, in cui si vede costruirsi passo dopo passo, gesto dopo silenzio, l’improvvisa presa di coscienza di un cliente. Senza registrazione, scrive, chi pratica rischia di ricordare soltanto le proprie domande e di perdere di vista tutto il lavoro di co-costruzione che vi ha condotto.
Traduzione non ufficiale in italiano di A Case for Videorecording Practice, di Jennifer Gerwing, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1 (2021), doi: 10.59874/001c.74979, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, mantenendo i titoli di sezione dell’autrice, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Nella trascrizione, l’autrice indica la sincronizzazione precisa con la sottolineatura; tale sottolineatura manca nel file di partenza ed è stata ricostruita qui a partire dalla posizione di ciascuna riga in corsivo sotto la parola a cui si riferisce, calibrandola sui due casi che l’autrice nomina nella propria analisi. Sono stati corretti due evidenti refusi: il secondo componente dell’elenco in quattro punti era indicato con «(a)» invece di «(b)», e la riga 10 dell’estratto riportava «Clients:» invece di «Client:». Nella bibliografia, i link che passavano per il proxy della biblioteca della University of Victoria sono stati ripristinati nella loro forma pubblica, e l’indirizzo e-mail personale dell’autrice non è stato riprodotto. La traduzione non è stata realizzata né dall’autrice né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Per chi fa terapia o coaching e per le persone che vi si rivolgono, parlare conta. È parlando che chi pratica conosce le persone che accompagna, magari facendo emergere le loro speranze per il futuro o scoprendo che cosa potrebbe essere loro utile. Ascoltando con attenzione, si può cogliere molto, forse indizi delle risorse e dei punti di forza attuali della persona. Parlando insieme, si può richiamare la sua attenzione su ciò che già va bene. Nel farlo, la si incoraggia a formulare il prossimo piccolo passo verso un futuro preferito e i segnali di progresso. In queste conversazioni, le persone possono acquisire nuove consapevolezze, giungere a comprensioni e prendere decisioni.
Uno degli ambiti in cui si parla è il dialogo faccia a faccia: chi pratica e chi consulta si siedono insieme, si guardano e si ascoltano, e conversano. Il dialogo, che sia faccia a faccia o al telefono, presenta alcune caratteristiche peculiari. Vale la pena considerarle, perché hanno implicazioni per la pratica. Presento qui quattro di queste caratteristiche sotto forma di contraddizioni apparenti.
Si prenda un momento per ricordare una delle Sue conversazioni più recenti. Chiuda gli occhi e si concentri davvero su ciò che ricorda.
Alcuni momenti di quella conversazione possono persistere nella Sua memoria. Questi esiti possono essere istantanee frammentarie di qualcosa che l’altra persona ha detto o fatto, alcuni scambi di battute, come si sentiva in un momento particolare, o l’impressione generale che Le è rimasta dopo. I nostri ricordi delle conversazioni non si limitano a esistere passivamente sullo sfondo. I ricordi delle conversazioni influenzano azioni concrete nel mondo. Alcune conseguenze sono relativamente irrilevanti (per esempio, seguire il consiglio di una persona amica su una nuova serie televisiva). Altre possono cambiare la vita (per esempio, iniziare un determinato trattamento dopo una visita medica). Nelle conversazioni di terapia o di coaching, ciò che può persistere per chi consulta sono, per esempio, speranze, intuizioni, progetti, passi successivi, nuove prospettive. Nuove percezioni di sé e della propria storia possono motivare azioni concrete che migliorano la vita.
Nonostante tutti questi esiti persistenti e carichi di conseguenze, le conversazioni in sé sono eventi effimeri. Le persone dicono molte cose, annuiscono, ridono, muovono le sopracciglia, le mani e le braccia. Pronunciano inoltre le parole in modi diversi, imprimendo al loro discorso enfasi e un tono dimostrativo. In quanto fenomeni fugaci, una miriade di dettagli passa inosservata, senza lasciare alcuna traccia percepibile. L’enorme abbondanza di dettagli, unita alla nostra incapacità di vederci, fa sì che non sorprenda che i ricordi di questi dettagli non possano essere né completi né esatti.
La duplice caratteristica del dialogo, persistenza ed effimerità, si combina in modo tale che spesso usciamo dalle conversazioni con impressioni, idee nuove o decisioni, eppure non riusciamo a ricordare pienamente i processi che le hanno prodotte. Sono accadute cose cariche di conseguenze, ma il modo preciso in cui sono accadute può restare un mistero per chi ha conversato.
Le conversazioni generano talvolta momenti «aha», cioè momenti di intuizione o scoperta improvvisa (Oxford English Dictionary, 2020). I momenti «aha» possono essere definiti quantici, nel senso che sono transizioni brusche (piccole o grandi che siano). Per chi consulta, questi salti quantici possono essere un modo inatteso e del tutto nuovo di pensare al passato, o l’improvvisa consapevolezza di aver già creato il proprio futuro preferito, in modi fino ad allora passati inosservati. Durante le conversazioni, questi aspetti inosservati del passato possono diventare d’un tratto disponibili alla riflessione, all’apprezzamento e all’amplificazione. Consideriamo un esempio. È tratto da una vera seduta di terapia (de Shazer, 1994). Il cliente stava descrivendo il suo «problema con l’alcol». A tre minuti dall’inizio della consultazione, dopo che il terapeuta gli aveva chiesto quale fosse stato il suo ultimo giorno buono, il cliente si è improvvisamente reso conto che tutti i giorni recenti erano stati giorni buoni. Finché il terapeuta non vi ha richiamato la sua attenzione, questo aspetto del suo passato immediato gli era invisibile. In quel momento della conversazione, il cliente ha avuto un’improvvisa presa di coscienza di quanto stesse già andando bene.
La contraddizione apparente è la seguente: nonostante la loro capacità di generare simili salti quantici, i comportamenti conversazionali sono vincolati dal tempo. Le conversazioni possono procedere solo in modo incrementale, man mano che chi vi partecipa si risponde a vicenda, secondo dopo secondo (Bavelas et al., 2016).
Questo processo passo dopo passo diventa visibile se inseriamo l’esempio precedente nel suo contesto interattivo. Nell’estratto che segue, la presa di coscienza del cliente (il cosiddetto salto quantico) avviene alla riga 12. L’estratto inizia a 3 minuti e 2 secondi dall’inizio della seduta. (Nell’estratto, il silenzio è indicato dalla sua durata in secondi, le azioni visibili sono descritte in corsivo e le parole sottolineate ne indicano la sincronizzazione precisa; il parlato sovrapposto è tra parentesi quadre. Invito chi legge a mimare i gesti e le espressioni del volto durante la lettura dell’estratto, per sperimentarne in prima persona il carattere dimostrativo; McNeill, 1985. La trascrizione è mia, realizzata a partire dal video, ma si trova anche, in un contesto più ampio, in de Shazer (1994, pp. 246-271). Il video non è datato ed è riservato a scopi di ricerca; è stato ottenuto dal Brief Family Therapy Center.)
Estratto, a 3 min 2 s
1. Terapeuta – Beh (0.90 s) e nelle ultime settimane (0.50 s)
2. alcuni giorni sono stati (0.46) migliori
lieve oscillazione del capo
3. [di altri]
4. Cliente – [alcuni giorni] sì, è così
5. Terapeuta – m-hm
annuisce
6. Cliente – Alcuni giorni sono stati migliori (0.70 s)
7. Terapeuta – Ok, e ehm qual è stato l’ultimo giorno buono (0.97 s)
gesto interattivo
8. Senza
agita una mano avanti e indietro
9. (0.72 s)
scrollata facciale + allarga le braccia di lato
10. Cliente – Problemi, e’
11. Terapeuta – m-hm (3.0 s)
12. Cliente – Quasi tutti i giorni (0.64 s)
scuotendo la testa, distogliendo lo sguardo dal terapeuta
13. Terapeuta – m-hm
14. Cliente – È solo la parte fisica
continua a scuotere la testa, distogliendo lo sguardo dal terapeuta
15. davvero
guarda il terapeuta
16. Che sa mi mette a disagio quando bevo
lieve scrollata di spalle
La trascrizione mostra che, alle righe da 1 a 3, il terapeuta ha posto una domanda, facendo una breve pausa alla riga 1 (di mezzo secondo) dopo aver invitato il cliente a orientarsi su un periodo di tempo specifico (le ultime settimane) e di nuovo alla riga 2, orientandolo su un sottoinsieme di quel periodo, «alcuni giorni». Solo allora gli chiede di considerare se alcuni siano stati migliori di altri. Il cliente collabora immediatamente, al punto che la sua risposta si sovrappone alle ultime due parole della domanda del terapeuta. Dopo che il terapeuta ha accolto questa risposta (con il «m-hm» e il cenno del capo alla riga 5), il cliente la riformula, ripetendo questa volta alcune parole della richiesta del terapeuta («sono stati migliori»). Alla riga 7, il terapeuta si basa su questa comprensione per porre un’altra domanda: quale sia stato l’ultimo giorno buono. Accompagna la domanda con una serie di azioni visibili. Il «qual» della riga 7 è sincronizzato con un movimento molto rapido della mano, palmo verso l’alto, rivolto al cliente. Questo gesto interattivo (Bavelas et al., 1992) enfatizza il «qual», invitando il cliente a dare il proprio contributo. Alla riga 9, il terapeuta accompagna il suo silenzio di quasi un secondo con un’espressione del volto, abbassando brevemente gli angoli della bocca (cioè una scrollata facciale, Debras, 2017). Sebbene il significato specifico di ogni scrollata facciale dipenda molto dal contesto, chi parla tende a usarla per segnalare indecisione su che cosa dire (Debras, 2017); l’uso che ne fa il terapeuta durante il silenzio che segue la parola «senza» suggerisce questo impiego. Allarga anche le braccia, in un gesto interattivo più incarnato, che incoraggia il cliente a fornire la fine della domanda. Il cliente collabora di nuovo indicando ciò di cui vorrebbe essere privo: i problemi. Così, alla riga 10, i due hanno co-costruito la domanda: nelle ultime settimane, qual è stato l’ultimo giorno buono senza problemi. Il terapeuta conferma questa costruzione della domanda alla riga 11 e, restando in silenzio per i 3.0 secondi che il cliente impiega a rispondere, gli offre lo spazio per pensare prima di rispondere. Dopo questa pausa di tre secondi pieni – una durata lunga rispetto agli altri silenzi di questo breve estratto – il cliente condivide la sua scoperta: quasi tutti i giorni del passato recente sono stati giorni buoni senza problemi. Scuote la testa mentre risponde. Come per le scrollate facciali, il significato di questo movimento del capo dipende molto dal contesto (McClave, 2000); in questo caso, integrato con il tono di voce leggermente sorpreso e con il brusco cambio di argomento rispetto alla parte precedente dell’interazione, potrebbe indicare un’intensificazione della presa di coscienza.
Questo breve percorso attraverso una frazione di una conversazione molto più lunga dimostra che il terapeuta ha preparato il terreno per la presa di coscienza del cliente con largo anticipo, orientandolo sul passato recente, confermando che alcuni giorni erano stati migliori di altri e permettendo a entrambi di co-costruire la domanda. Il terapeuta ha usato le parole e soprattutto azioni visibili per invitare il cliente a una partecipazione attiva. A poco a poco, le due persone di questa conversazione si sono risposte a vicenda, costruendo in modo incrementale nuove comprensioni che hanno portato forse a un salto quantico nel modo in cui il cliente riusciva a interpretare il suo passato recente. Le conversazioni tra chi consulta e chi fa terapia o coaching sono piene di momenti interessanti, terreno fertile per esaminare il processo che vi ha condotto e riflettervi.
Sebbene lo scopo principale di questo saggio sia promuovere l’uso del video per esaminare momenti della pratica, occorre menzionare qui una o due questioni pratiche. In primo luogo, nell’estratto ho potuto includere un’analisi dei comportamenti visibili, ma solo di quelli catturati dalla videoregistrazione, girata spostandosi dal terapeuta al cliente. La telecamera ha inquadrato il terapeuta da gran parte della riga 1 (la parola «settimane» e gli 0.5 s di silenzio) fino alla riga 12 (durante le parole del cliente «quasi tutti i giorni»). Di conseguenza, il modo in cui il cliente può aver integrato espressioni del volto, movimenti del capo o gesti con il proprio parlato alle righe 4, 6, 10 e 12 non è disponibile per l’analisi. Inoltre, ciò che il cliente faceva mentre ascoltava, qualcosa che era visibile al terapeuta, resta invisibile a chi analizza. Quando la telecamera è passata dal terapeuta al cliente (alla riga 12, durante gli 0.64 s di silenzio del cliente, fino alla fine dell’estratto), ogni azione visibile del terapeuta è divenuta inaccessibile all’analisi. La prima questione pratica, per chi intende usare il video per osservare la propria pratica, è dunque che nell’inquadratura compaiano sia chi pratica sia chi consulta, in modo che le microcontingenze visibili durante l’interazione siano disponibili per un’analisi ravvicinata.
La seconda questione pratica è la seguente: la mia interpretazione delle sequenze di interazione è stata guidata dalla microanalisi del dialogo faccia a faccia (Bavelas et al., 2016), in quanto ho utilizzato ciò che chiamiamo una «lente microanalitica» (Gerwing et al., 2019). Questa lente è la disciplina interpretativa che guida la nostra analisi dell’interazione (e quella di molte altre persone). Comprende quattro componenti: (a) concentrarsi sui comportamenti osservabili (per esempio parole e azioni visibili), (b) analizzare tali comportamenti in momenti specifici dell’interazione (come i momenti esaminati sopra), (c) ricavare il significato dei comportamenti di chi partecipa dalla loro collocazione temporale nella sequenza (cioè osservare ciò che accade immediatamente prima e dopo) e (d) usare queste osservazioni e il contesto generale per considerare come quel comportamento funzioni in quel momento. Ho integrato la breve analisi con alcuni studi che adottavano una lente compatibile. Oltre alla microanalisi, mi sono basata su teoria ed evidenze sperimentali che mostrano come chi partecipa integri il proprio parlato con azioni visibili (per esempio Bavelas & Chovil, 2000). Del resto, Steve de Shazer, il terapeuta dell’esempio, attribuiva ai silenzi, ai gesti e alle espressioni del volto lo stesso statuto delle parole in quanto parte del linguaggio (de Shazer, 1994). Infine, senza nominarlo come tale, mi sono basata su lavori empirici che mostrano come chi conversa co-costruisca il significato attraverso il microprocesso della calibrazione (Bavelas et al., 2017; De Jong et al., 2020).
Complexe Systémique · nell’atlante
Il programma di ricerca di cui si tratta qui è quello di Le basi teoriche e di ricerca della co-costruzione del significato nel dialogo, di Janet Beavin Bavelas, Peter De Jong, Sara Smock Jordan e Harry Korman, con cui Jennifer Gerwing lavora da lungo tempo. Come il Suo ascolto influenza le Sue conversazioni, di Elfie J. Czerny e Dominik Godat, attinge alla stessa ricerca per ciò che essa implica sulle risposte di chi ascolta.
Se ha voglia di registrare la propria pratica e a riflettervi, ma teme di non avere una formazione scientifica sufficiente in materia, non lasci che questo La fermi. La breve analisi che ho presentato qui nasce dalla mia posizione di ricercatrice, per la quale lo studio dell’uso del linguaggio è stato una passione e un’occupazione particolari. Anche se mi capita di conoscere determinate metodologie, teorie e letterature, raggiungere questo livello di conoscenza non è affatto un prerequisito per usare il video al fine di imparare dalla propria pratica (anche se spero che le mie citazioni suscitino un po’ di curiosità). Invece di lasciarsi scoraggiare dall’idea di una competenza specifica, si può coltivare la propria curiosità semplicemente cominciando a guardare videoregistrazioni di pratica reale, propria o altrui. Un esame ravvicinato, enunciato per enunciato, di come chi pratica e chi consulta si rispondono a vicenda (magari guidato dalle quattro componenti della lente microanalitica) può generare intuizioni utili, con implicazioni per la pratica.
Le intuizioni che le persone acquisiscono durante le conversazioni con chi fa terapia o coaching possono persistere come esiti, offrendo forse una nuova percezione dei propri punti di forza e delle proprie risorse. Data la natura effimera del dialogo, probabilmente non ricorderanno i dettagli del processo che ha portato a queste intuizioni. Ma non c’è bisogno che lo facciano; basterebbe che quelle intuizioni contribuissero a mobilitare ulteriori progressi.
Per chi pratica, se non ha videoregistrato una seduta, i dettagli esatti dell’interazione sarebbero altrettanto inaccessibili alla riflessione. Ripensando alle sedute, potrebbe ricordare di aver posto alcune domande a cui la persona ha risposto con interesse, ma potrebbe non riuscire a richiamare alla mente né a riflettere sulla miriade di microcomportamenti che si sono dispiegati in modo incrementale per far sì che quei momenti accadessero. Alla fine, potrebbe fissarsi soltanto sugli interventi specifici in quanto tali, come le domande poste. Potrebbe concentrarsi su come formulare buone domande, anziché notare tutto il lavoro di co-costruzione che vi ha condotto.
L’inaccessibilità di ogni dettaglio conversazionale costituisce la realtà delle nostre esperienze quotidiane, e di solito non ha molta importanza. Ma per chi usa la parola come strumento della propria pratica, catturare ciò che era effimero può essere un mezzo primario di pratica riflessiva. Una videoregistrazione della pratica che mostri sia chi fa terapia sia chi consulta rivela i dettagli osservabili che hanno portato, in modo incrementale, a momenti interessanti della conversazione. Può permettere di individuare quei momenti precisi e di scoprire come si sono prodotti. Nell’estratto qui presentato, alcuni indizi osservabili di un salto quantico erano la pausa significativa del cliente prima di rispondere, un sottile cambiamento nella sua intonazione e il passaggio da «alcuni giorni sono stati migliori» a «quasi tutti i giorni». Il modo in cui quei momenti si sono prodotti è stato un processo a cui hanno contribuito entrambe le persone, poiché terapeuta e cliente hanno co-costruito la domanda e hanno lasciato al cliente il tempo sufficiente per rispondere. Una videoregistrazione mette a nudo il processo di co-costruzione sempre in atto nel dialogo, che scegliamo di esserne consapevoli o no. Queste registrazioni permettono di esaminare con precisione in che modo si è influito sullo svolgimento dell’interazione. Parlare conta davvero; catturare i dettagli del parlato è un elemento essenziale per sviluppare una meta-consapevolezza riflessiva sulla propria pratica e su quella altrui.
Bibliografia
Bavelas, J. B., & Chovil, N. (2000). Visible acts of meaning: An integrated message model of language in face-to-face dialogue. Journal of Language and Social Psychology, 19(2), 163-194. https://doi.org/10.1177/0261927X00019002001
Bavelas, J. B., Chovil, N., Lawrie, D. A., & Wade, A. (1992). Interactive gestures. Discourse Processes, 15(4), 469-489. https://doi.org/10.1080/01638539209544823
Bavelas, J. B., Gerwing, J., & Healing, S. (2017). Doing mutual understanding. Calibrating with micro-sequences in face-to-face dialogue. Journal of Pragmatics, 121, 91-112. https://doi.org/10.1016/j.pragma.2017.09.006
Bavelas, J. B., Gerwing, J., Healing, S., & Tomori, C. (2016). Microanalysis of face-to-face dialogue: An inductive approach. Researching interaction communication behavior: A sourcebook of methods and measures (pp. 129-157). Sage Publications, Inc. https://doi.org/10.4135/9781506349169.n9
De Jong, P., Smock Jordan, S., Healing, S., & Gerwing, J. (2020). Building miracles in dialogue: Observing co-construction through a microanalysis of calibrating sequences. Journal of Systemic Therapies, 39(2), 85-109. https://doi.org/10.1521/jsyt.2020.39.2.84
de Shazer, S. (1994). Words were originally magic. W.W. Norton & Co.
de Shazer, S. (Undated). $250,000 is enough. Restricted research video from Brief Family Therapy Center.
Debras, C. (2017). The shrug: Forms and meanings of a compound enactment. Gesture, 16(1), 1-34. https://doi.org/10.1075/gest.16.1.01deb
Gerwing, J., Healing, S., & Sundman, P. (2019, November). Developing a microanalytic lens: A new teaching model for gaining insight into practice [Poster presentation]. Conference on Solution Focused Practices, Montreal, Canada. https://doi.org/10.13140/RG.2.2.25813.24803
McClave, E. Z. (2000). Linguistic functions of head movements in the context of speech. Journal of Pragmatics, 32(7), 855-878. https://doi.org/10.1016/S0378-2166(99)00079-X
McNeill, D. (1985). So you think gestures are nonverbal? Psychological Review, 92(3), 350. https://doi.org/10.1037/0033-295X.92.3.350
OED Online. September 2020. Oxford University Press. https://www.oed.com/view/Entry/4265 (accessed November 27, 2020).
Articolo originale A Case for Videorecording Practice, di Jennifer Gerwing, Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1, 2021, 10.59874/001c.74979, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo e i titoli di sezione dell’autrice sono stati tradotti senza altre modifiche oltre alle due correzioni tipografiche segnalate in cima a questa pagina; l’impaginazione è stata adattata per la lettura online. La traduzione non è stata realizzata né dall’autrice né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «A Case for Videorecording Practice», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2021) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato in cima a questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Gerwing, J. (2021). A Case for Videorecording Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/a-case-for-videorecording-practice (Opera originale pubblicata nel 2021 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 1; ripubblicata nel 2021 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/74979)
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