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Red Sistémica · Terapia familiare
Nata a Hartford, nel Connecticut, la terapia familiare comunitaria cerca un metodo che colleghi, all’interno di uno stesso quadro di riferimento terapeutico, le questioni cliniche e le questioni sociali. Ramón Rojano ne espone qui i fondamenti: una ricerca condotta con venticinque persone che avevano concluso un percorso terapeutico, in cui la terapia non viene quasi mai citata tra le cause del miglioramento; tre ordini di legami terapeutici, dallo studio alla comunità; un intervento su tre livelli, terapia, accesso alle risorse e sviluppo della leadership; e la figura del «terapeuta di cittadinanza», che lavora fianco a fianco con le persone assistite, la loro famiglia e il loro quartiere.
«Se quarant’anni fa si è riconosciuta la necessità di guardare all’individuo nel contesto del suo sistema familiare, il nuovo secolo ci porta la necessità di operare a partire da una piattaforma più ampia, ampliando di conseguenza il campo dell’intervento terapeutico.»
Ramón Rojano
Gli ultimi due decenni del ventesimo secolo hanno portato con sé non solo cambiamenti drastici nelle politiche relative all’erogazione dei servizi sanitari e di assistenza sociale, ma anche cambiamenti nelle condizioni e negli stili di vita degli individui e delle famiglie.
La necessità di produrre sempre di più, la presenza di orari di lavoro differenziati, la pressione prodotta da obblighi molteplici e talvolta in conflitto tra loro, i cambiamenti nella composizione familiare e la presenza di numerosi problemi socioeconomici sono realtà che hanno inciso sugli stili di comunicazione, sulla tipologia, sulle funzioni e sui rituali familiari, generando al tempo stesso nuovi problemi e bisogni emotivi diversi. La realtà è diventata più imprevedibile che mai. Gli individui sentono il bisogno impellente di adattarsi, competere, avere successo o, semplicemente, sopravvivere. La violenza o le dipendenze funzionano ormai come una sorta di grotte esistenziali in cui molte persone cercano rifugio dai propri sentimenti di inadeguatezza, tentando così di collocarsi, per esistere, in uno spazio psicologico più prevedibile. Concetti come l’amore, la pace e l’armonia sono sempre più remoti e sfuggenti. Il sogno di «riuscire nella vita» è diventato sempre più difficile da definire e da realizzare. Il mondo si muove a un ritmo molto accelerato e molte persone sentono di essere state abbandonate al proprio destino.
È una nuova era, in cui sugli scaffali dei supermercati si possono trovare guide di autoterapia. Le persone sopravvissute ad abusi sessuali raccontano apertamente la loro storia e ricevono consigli in diretta da chi conduce programmi radiofonici o televisivi. Nel frattempo, chi fa terapia si confronta non solo con la burocrazia della sanità a pagamento anticipato, che pone limiti al suo lavoro e ne definisce e prescrive le restrizioni e le norme di condotta terapeutica, ma anche con un’utenza sempre più scettica, che esige risultati più rapidi ed efficaci. La realtà ci pone davanti a una nuova serie di situazioni e di sfide che portano a concludere che, evidentemente, gli stili e gli obiettivi terapeutici non possono più essere formulati come prima. Se quarant’anni fa si è riconosciuta la necessità di guardare all’individuo nel contesto del suo sistema familiare, il nuovo secolo ci porta la necessità di operare a partire da una piattaforma più ampia, ampliando di conseguenza il campo dell’intervento terapeutico.
La terapia familiare comunitaria (TFC) è nata dalla necessità di cercare un metodo che permettesse di collegare le questioni cliniche e le questioni sociali all’interno dello stesso quadro di riferimento terapeutico. Fondamentalmente, la TFC è orientata a generare potere attraverso l’intervento. Benché questa necessità di generare potere attraverso la terapia sia stata ampiamente riconosciuta, gli interventi sono sempre stati legati più alla generazione di un potere intrinseco che estrinseco. Sebbene si continui ad ammettere l’importanza di lavorare con le reti familiari e sociali per generare potere estrinseco, nella pratica questo lavoro è stato lasciato nelle mani di altre professioni. Diversi profili professionali, come i case managers (responsabili della gestione dei casi) o i community outreach workers (personale che presta servizi alle persone nella loro stessa comunità), sono emersi e si sono diffusi. La TFC riconosce l’importanza di questi interventi e la necessità che chi fa terapia si formi in questi ambiti.
La TFC opera su due livelli. Da un lato, lavora sui casi integrando l’individuo nella sua famiglia e nel quadro di riferimento sociale che le è proprio; dall’altro, forma gruppi di lavoro il cui obiettivo è ottenere modifiche nella famiglia allargata e nell’ambiente comunitario.
Vignetta clinica · La storia di Jennifer
Jennifer aveva otto anni quando fu portata in un centro di salute mentale comunitario perché da ormai tre settimane si rifiutava di andare a scuola. L’agenzia statale incaricata della tutela dei minori aveva ricevuto la segnalazione dalla scuola, con l’ulteriore preoccupazione che si trattasse anche di una bambina «paurosa e timida». Dopo una valutazione iniziale, il personale dell’agenzia di tutela decise di indirizzarla alla psicoterapia, con una possibile diagnosi di fobia scolare.
Quando la bambina venne alla prima consultazione con i genitori, si sedette in grembo alla madre, alla quale rimase aggrappata nervosamente per quasi tutta la durata del colloquio. Sembrava spaventarsi facilmente per ogni minima iniziativa del terapeuta e lasciò lo studio senza aver pronunciato una sola parola. Due giorni dopo i genitori telefonarono per dire che la bambina si rifiutava di venire alla seconda consultazione. Spinto dal senso di urgenza legato alle assenze scolastiche, il terapeuta decise di recarsi il giorno dopo a casa della famiglia, nel suo appartamento. Con sua grande sorpresa, arrivando, notò che Jennifer era in cortile e giocava normalmente con una bambina afroamericana che abitava nell’appartamento accanto. Dalla finestra la si poteva sentire parlare con la vicina, correre e ridere giocando.
Era altrettanto evidente che nelle strade circostanti c’erano attività di una gang. Quando il terapeuta fece domande sulla gang, i genitori cambiarono radicalmente umore e si mostrarono nervosi e preoccupati. Descrissero allora la situazione di terrore in cui vivevano: purtroppo, secondo loro, quella gang, composta da giovani adulti, aveva deciso di installare il proprio giro di spaccio proprio davanti al loro appartamento. Di solito cominciavano a operare al tramonto e restavano lì tutti i giorni fino a notte fonda. Avevano inoltre deciso di tenerli nella paura perché non dicessero nulla a nessuno. Quasi con le lacrime agli occhi, la madre descrisse due episodi in cui, mentre camminavano per strada, i membri della gang avevano lanciato contro di loro petardi accesi che erano esplosi vicinissimo. Per questo avevano deciso di camminare il meno possibile per strada. Uscivano solo per le commissioni indispensabili e partecipavano alle funzioni religiose con l’aiuto dei membri della chiesa pentecostale a cui appartenevano. Alcuni membri della chiesa si erano incaricati di andarli a prendere a casa e di accompagnarli quasi ovunque. Tutte le notti, raccontarono, Jennifer non riusciva praticamente a dormire e si affacciava spesso alla finestra a causa dei rumori esterni.
A quel punto l’interpretazione del caso era cambiata radicalmente. Era chiaro che la situazione della bambina era strettamente legata al suo ambiente immediato. Così, discutendo il caso nei dettagli con i genitori, si giunse alla conclusione che Jennifer si rifiutava di andare a scuola per la paura di tornare a casa e trovarli morti.
Il caso di Jennifer è un esempio delle molte famiglie che giorno dopo giorno affrontano innumerevoli problemi sociali nei quartieri poveri delle città americane. Molte di queste famiglie vivono quasi assediate dalla violenza della strada, imprigionate in appartamenti fatiscenti e circondate dalle realtà crudeli di ambienti socialmente tossici, quasi del tutto isolate dai benefici della società moderna. Spesso devono anche fare i conti con i residui emotivi di esperienze traumatiche passate, una situazione che di per sé incide sulle loro condizioni psichiche. Spesso la disperazione si impadronisce di loro e sembrano non avere né la motivazione né l’energia necessarie per lottare e migliorare la propria vita.
Di fronte a questa situazione sorge, si impone una domanda chiave:
sono casi da affrontare a partire dalla terapia familiare? Noi che facciamo terapia abbiamo un servizio da offrire a queste famiglie? Si può rispondere di sì, con ottimismo. È chiaro, tuttavia, che per essere efficaci con questo tipo di casi dobbiamo ampliare il campo d’azione della terapia della famiglia e operare al di fuori dei formati terapeutici tradizionali. Sviluppato a Hartford, nel Connecticut, il modello qui presentato, la terapia familiare comunitaria, si è dimostrato utile in situazioni come questa. In questo approccio, chi fa terapia deve dare prova di grande flessibilità per poter stabilire altri tipi di relazioni terapeutiche, diversi da quelli appresi nelle formazioni tradizionali.
Una ricerca circoscritta, condotta a Hartford (Connecticut), ha analizzato i casi di venticinque persone, quattro o cinque anni dopo la loro partecipazione a una terapia. Tutte avevano sperimentato un miglioramento dei sintomi per i quali si erano rivolte alla consultazione e, inoltre, avevano migliorato in modo spettacolare le proprie condizioni generali di vita. In colloqui individuali, a ciascuna è stato chiesto quali fossero stati i fattori più importanti del miglioramento. Con nostra sorpresa, la terapia non è stata quasi mai menzionata come variabile importante: sono stati citati altri fattori come cause del loro miglioramento. I fattori menzionati più spesso sono stati i seguenti:
Variabili
Sebbene alcune di queste variabili fossero associate all’intervento terapeutico, nella maggior parte dei casi erano state le persone stesse, con i propri mezzi, a sviluppare altre iniziative o a procurarsi risorse aggiuntive. La conclusione tratta da questa ricerca è stata semplice: se queste variabili incidono in modo così positivo sullo stato emotivo e sulla vita delle persone assistite, allora ha senso incorporarle fin dall’inizio negli interventi terapeutici. Concettualmente, questo è uno dei pilastri fondamentali della terapia familiare comunitaria. Se la realtà ci mostra che i sedici fattori menzionati hanno effetti curativi, allora vale la pena includerli nel processo terapeutico. Prendiamo ad esempio l’altruismo. Si è constatato che era uno dei fattori più potenti tra quelli menzionati. Non solo è utile come generatore di autostima, ma induce anche un senso di responsabilità personale nelle persone assistite. Nel momento in cui si aiutano gli altri, si comincia a essere visti come un modello. Questo fattore introduce una pressione positiva a manifestare comportamenti positivi o a generare livelli più alti di successo. Sapendo questo, in seduta si possono suggerire occasioni per esercitare l’altruismo o aiutare la persona a collegarsi con esse. Un altro esempio è il lavoro. Ottenere un buon impiego può senz’altro produrre un miglioramento sintomatico, per molte ragioni comprensibili. Di conseguenza, chi fa terapia può essere in contatto con agenzie per l’impiego, contribuendo così ad aprire porte e a creare nuove opportunità per le persone assistite.
Non possiamo sognare una psicologia statica e decontestualizzata dagli avvenimenti attuali e dalla realtà esterna. La posizione della persona nel mondo ha ormai ampliato di per sé il sistema familiare. Non possiamo più parlare soltanto di famiglia nucleare o allargata. L’idea di «villaggio globale» ha ora la sua rappresentazione e il suo impatto nella psicologia individuale e familiare. L’individuo non è più soltanto un «membro» della famiglia, ma anche un «cittadino del mondo». Padroneggiare le risorse e saper funzionare in questo villaggio globale sono necessità che prima non erano evidenti, ma che ora, alla fine del secolo, sono impellenti.
Sono emersi due nuovi bisogni. Il primo: il bisogno di conoscere e utilizzare efficacemente le risorse disponibili; il secondo: il bisogno di funzionare globalmente. Il bisogno di controllare l’ambiente esterno e il bisogno di generare potere assumono ora proporzioni enormi. La TFC cerca attivamente di generare o accrescere potere: è uno dei suoi obiettivi terapeutici fondamentali.
Da ricordare
Interpellate quattro o cinque anni dopo, venticinque persone che avevano concluso un percorso terapeutico non hanno quasi mai citato la terapia tra le cause del loro miglioramento: hanno citato il sostegno delle persone vicine e della rete, una figura di riferimento, un’esperienza d’amore, un impiego, un trasloco, l’altruismo, una posizione di leadership. Il ragionamento della TFC ne discende: poiché questi sedici fattori curano, tanto vale farli entrare nel processo terapeutico fin dal primo colloquio, invece di lasciarli al caso.
Più che una tecnica specifica, la TFC è una sagoma terapeutica. È una macro-formulazione che permette di guardare il caso in modo globale. La TFC è visionaria nel senso che si pone obiettivi alti, pur sapendo che forse non potranno essere raggiunti nella loro totalità. Si ritiene però che si debba almeno tentare. Si usa a tal fine una metafora semplice: una nave che sta per decollare ha bisogno di diversi elementi – una pista sgombra, una carta di navigazione precisa, un motore potente, una fonte di energia –, e ha anche bisogno che chi la comanda abbia buone competenze e voglia di navigare. Per quanto sembri una metafora molto semplice, trasposta sul piano terapeutico diventa piuttosto complessa, come c’era da aspettarsi. Il suo pregio è che permette di non perdere il contatto con la visione generale del caso. Molto spesso chi fa terapia si addentra così a fondo in situazioni particolari da rischiare di perdere di vista che esistono principi elementari e fondamentali che le persone stanno cercando. Per principio, ad esempio, le persone cercano di essere felici. Non si va in terapia per risolvere un problema. Il problema viene formulato in questo modo perché abbiamo acquisito un modo negativo di guardare la professione. Non si va dal medico per farsi curare una malattia: ci si va per farsi togliere un ostacolo che impedisce, o può impedire, di avere una vita lunga, felice e di alta qualità. L’obiettivo finale non è rimuovere gli ostacoli, ma la soddisfazione e la realizzazione personale e/o familiare.
Il modello della terapia familiare comunitaria propone una piattaforma per l’azione. Presentato in modo semplice, quasi semplicistico, questo approccio è una combinazione di terapia familiare, interventi di organizzazione comunitaria, gestione dei casi e programmi di leadership. Questo approccio amplia anche il fuoco della teoria dei sistemi, portandola da livelli mono o bidimensionali a una prospettiva globale e multidimensionale.
La TFC definisce la terapia come la facilitazione di un processo di autosviluppo personale e familiare. Si presume che parte della soluzione a qualsiasi problema si presenti risieda nello sviluppo, personale o familiare, e nello sviluppo di nuove iniziative, competenze o risorse. La TFC si fonda sul principio che tutti gli esseri umani desiderano vivere una vita di alta qualità e hanno sempre obiettivi per il futuro. In alcuni casi si può scoprire che le persone avevano degli obiettivi in passato, ma vi hanno rinunciato e si sono rassegnate a non perseguirli più, considerandoli impossibili o poco realistici. Si presume che ognuno di noi abbia motivazioni di riuscita. La TFC cerca di chiarire o ridefinire questi obiettivi. Nel processo di motivare la persona a lottare per questi obiettivi si incontrano alcune difficoltà specifiche con cui bisogna confrontarsi terapeuticamente. Può darsi, ad esempio, che una donna di quarant’anni abbia attraversato diverse esperienze negative nelle sue relazioni di coppia. Nello stile della TFC non si chiede per prima cosa: «Le sue relazioni di coppia sono andate male?», ma: «Qual è stato il suo ideale di relazione di coppia?». Si lavora mettendo sempre in primo piano la visione, le aspirazioni e il desiderio. Si lascia che le frustrazioni o altri sentimenti negativi emergano nel corso del processo. Arrivare ai sentimenti negativi attraverso la strada positiva presenta grandi vantaggi clinici. Essendo una terapia di azione e di movimento, la TFC lavora sugli aspetti negativi nella prospettiva: «abbiamo bisogno di rimuovere questi ostacoli mentali per poter ottenere ciò che vogliamo». Non si accetta tanto facilmente un no come risposta.
L’esperienza clinica ci indica che la grande maggioranza delle persone assistite apprezza questa posizione ottimista, anche se a volte vi si oppone con forza. Logicamente, questo atteggiamento viene accolto con diffidenza, a volte con rabbia e altre volte con una punta di cinismo. In altri casi, sull’entusiasmo del momento, alcune persone possono reagire con un atteggiamento falsamente trionfalistico. Ciò che si cerca è una sorta di ottimismo misurato. Si presume che tutte le persone che vediamo abbiano una versione personale di come hanno funzionato di fronte ai propri obiettivi personali. Non è una novità: in passato ognuno di noi ha cercato di lottare con noi stessi per spingerci in avanti. La revisione di questi precedenti ci indicherà la strada per essere più efficaci nei nostri interventi.
Nella ricerca di paradigmi e metodologie d’azione più efficaci e meno rigidi, diventa necessario rivisitare il concetto di legame terapeutico. Da un punto di vista concettuale ampliato, la relazione terapeutica tra chi fa terapia e la famiglia può essere vista come un legame di primo ordine. In questo tipo di connessione, l’«arte» terapeutica si esercita entro i confini dello studio. Vi si praticano quelli che potremmo chiamare interventi «trasparenti» o «neutrali». Sviluppata da Salvador Minuchin, l’introduzione del concetto tecnico di joining (unirsi) nel campo della terapia della famiglia ha rappresentato un vero progresso per la sua epoca. Con questo concetto Salvador Minuchin ha offerto a chi fa terapia un modo articolato di operare e di trasferire la teoria dei sistemi dal piano concettuale alla realtà della pratica clinica, stabilendo inoltre il metodo per sviluppare una relazione terapeutica con l’intera famiglia. Secondo Minuchin, così come chi fa antropologia deve prima unirsi a una nuova cultura per poterla studiare, allo stesso modo chi fa terapia familiare deve legarsi al sistema e integrarsi come sua parte prima di poter intervenire.
Questo joining è praticato come un’arte in cui chi fa terapia «danza» con l’intera famiglia, unendosi a ciascun membro e, contemporaneamente, all’intero sistema.
Tuttavia, un quarto di secolo più tardi, la realtà ci insegna che i legami che si stabiliscono soltanto negli studi e con i membri che partecipano alle sedute non bastano per aiutare efficacemente le famiglie che vivono in situazioni e ambienti complicati. Evidentemente, stabilire altri tipi di connessione con altri sistemi è assolutamente indispensabile. La terapia familiare comunitaria propone di estendere il concetto ad altri piani. Lavorando con una concezione ampliata del sistema familiare, che va oltre la famiglia nucleare e la famiglia allargata, sono necessari altri due tipi di legami (joinings) per potersi mettere in relazione con i sistemi di erogazione dei servizi e con la comunità in generale. La terapia familiare comunitaria interviene su un territorio più ampio, in cui si stabiliscono un’analisi e un piano d’intervento nell’ambiente immediato della famiglia.
I legami di secondo ordine permettono a chi fa terapia, se culturalmente competente, di avvicinarsi di più alle realtà che le famiglie vivono. In questo tipo di incontro, le famiglie vengono incontrate a casa loro e si stringono alleanze con altri servizi della comunità, formando così un’équipe comunitaria a beneficio della famiglia. Qui chi fa terapia stabilisce un legame con il sistema familiare allargato delle persone assistite. Nel legame di secondo ordine ci si aspetta che chi fa terapia stabilisca una relazione effettiva con le agenzie, le istituzioni, i centri, i programmi, le reti familiari o sociali in generale necessari per produrre un cambiamento reale nella vita della persona assistita e/o della sua famiglia. Come parte abituale dell’intervento, chi fa terapia forma un gruppo di lavoro che l’affianchi nel processo. Basandosi sui bisogni della persona assistita e sulla disponibilità di altri sistemi, costruisce con questa persona (la famiglia) una rete di sostegno specifica che possiamo chiamare l’équipe di terapia familiare comunitaria.
Il legame di terzo ordine si stabilisce con la comunità in generale. Qui chi fa terapia non si limita a erogare servizi: è un membro attivo della comunità. Questo tipo di profilo, che potremmo chiamare «terapeuta di cittadinanza», esprime le proprie opinioni non soltanto a un livello intellettuale lontano dal clamore del mondo, ma dal basso, nelle riunioni di quartiere, battendosi così per ottenere soluzioni collettive ai problemi che toccano contemporaneamente molte delle persone assistite. Ci si aspetta che aiuti le persone assistite a stabilire legami con la loro comunità immediata. Per questo diventa necessario offrire una qualche forma di formazione alla leadership, perché non ci si può aspettare che persone tradizionalmente escluse dai processi decisionali possano, da un giorno all’altro, cominciare a esprimersi pubblicamente e ad agire nella lotta per i propri diritti fondamentali.
Lo sviluppo individuale e/o familiare segue un corso storico mentre attraversa, nel tempo, quattro movimenti, ovvero:
Attraverso lo sviluppo normale.
Dovuta ai processi specifici della vita.
Dovuta all’esposizione all’ambiente socioculturale vicino.
Risultante dai processi di adattamento e di acculturazione.
I comportamenti individuali e familiari vanno intesi come il risultato di molteplici livelli di combinazioni e interazioni tra questi quattro processi, che sono inoltre di per sé perpetuamente mutevoli. Da questo punto di vista, i comportamenti sono «posture circostanziali» prodotte dall’interazione tra realtà interne ed esterne. Attraversando permanentemente questi quattro movimenti, gli individui e le famiglie adottano le «posture» più adatte a ciascun momento specifico. Secondo questa prospettiva, non esistono personalità né comportamenti statici. Comportamenti che sembrano unici, o stili di funzionamento che sembrano intrinseci a determinati individui o famiglie, sono sempre in costante trasformazione, prodotti della costante interazione e reazione alle circostanze sistemiche, storiche o ambientali.
Sulla base di questa teoria si postula che, se un intervento può modellare sia l’ambiente esterno sia il processo interiore di adattamento, allora può anche ottenere cambiamenti fondamentali nel comportamento individuale o nel funzionamento familiare. Questo cambiamento può essere mantenuto e consolidato se le persone assistite diventano al tempo stesso le leader del proprio processo terapeutico.
All’interno di questo normale processo di adattamento, i seguenti meccanismi sono necessari per mantenere una buona salute mentale:
un autoriflessivo obiettivo; un elaboratore di sventure; un guaritore di ferite; un sublimatore di dolori; un pacificatore di conflitti; un compensatore di vuoti; un controllore degli impulsi; un facilitatore della comunicazione; un generatore di soluzioni; un manipolatore dell’ambiente; uno sviluppatore di risorse; un propulsore di autostima; un acculturatore sociale; e un generatore di gioie.
Visto dal punto di vista familiare-sistemico, si comprende che nei diversi momenti del ciclo di vita la famiglia aiuta gli individui offrendo loro queste funzioni o aiutandoli a sviluppare questi meccanismi. Contemporaneamente, nelle famiglie sane, diversi membri funzionano da leader in ciascuna delle aree menzionate. Nei sistemi altamente funzionali si attiva un meccanismo di complementarità e ci si aiuta a vicenda in questi compiti adattivi. Quando questo processo di gruppo non esiste o è alterato, le sedute di TFC aiutano le famiglie a sviluppare un sistema equilibrato di complementarità. Si presume che il successo familiare si ottenga in tre modi: 1) se il sistema è capace di aiutare i bambini e le bambine a sviluppare le competenze menzionate; 2) se offre ai suoi membri opportunità di sviluppare leadership; e 3) se la maggior parte dei membri è disposta ad agire per farcela come famiglia.
La TFC valuta la famiglia nella sua totalità, tenendo conto non solo degli aspetti psicologici dell’esistenza umana, ma anche delle dimensioni sociologiche, culturali e adattive. Utilizzando questo approccio, la pratica può integrare tutti questi fattori in modo olistico, e anche dal punto di vista dello sviluppo. Si assume che la storia e le specifiche esperienze ambientali non solo modellino determinati comportamenti e stili individuali di comunicazione, ma facciano anche nascere una dimensione (struttura) adattiva risultante dall’interazione costante tra gli individui e l’ambiente. Le condizioni sociologiche, i fattori di stress, le esperienze traumatiche, le variabili culturali e i valori spirituali influenzano costantemente la psicologia individuale e familiare. La dimensione adattiva risulta dalla necessità di acculturarsi o di superare situazioni specifiche; è la struttura personale o familiare in cui chi fa terapia interviene.
Il lavoro sulla dimensione adattiva porta con sé un nuovo stile di intervento clinico. Si tratta di fare in modo che ogni persona prenda in mano il proprio destino. Per riuscirci è indispensabile che prenda in mano i propri processi di adattamento. Altri tipi di strategie terapeutiche collocano la persona assistita in una posizione passiva: sono tecniche che le vengono applicate nella speranza che «la tecnica» produca risultati sulle persone. Nel peggiore dei casi, la persona è soltanto una testimone che aspetta che l’intervento produca i suoi effetti. La TFC lavora con un altro stile, in cui la persona assistita è protagonista. Si lavora basandosi sulle competenze che già esistono. L’intervento si concentra più sulle competenze che sulle carenze. Si rivisitano le esperienze passate in cui la famiglia ha avuto successo usando le proprie capacità, e si costruisce su questa base. Si opera rafforzando i meccanismi di adattamento, esponendo le persone a esperienze positive complementari.
Chi fa terapia si allea con la dimensione adattiva della persona assistita, operando inizialmente dall’interno e poi ritirandosi a poco a poco. Si cerca di generare costantemente capacità e autonomia, cercando sempre di prevenire il formarsi della dipendenza.
Di seguito si presenta il modo in cui la TFC concettualizza la salute mentale o i disturbi emotivi. Le variabili menzionate sono scritte in forma negativa. Se le si scrive in forma positiva, si comprende allora che si tratta degli aspetti necessari a una buona salute mentale.
Questi fattori non sono classificati in ordine di importanza e, per la maggior parte, sono descritti in modo metaforico. Questo tipo di presentazione propone di fatto un modo di costruire la storia. Ci si aspetta che questa formulazione abbia tre componenti di base:
1. che non colpevolizzi; 2. che possa essere ben compresa e assimilata; e 3. che inviti all’azione. Poiché la terapia familiare comunitaria cerca sempre di formare un gruppo di lavoro con la persona assistita, lo sviluppo di un linguaggio comune è indispensabile.
Senza trascurare l’importanza dei fattori biologici (fattore 12), la TFC esplora in ogni caso gli altri undici fattori. Se si riscontrano difficoltà in uno o più di essi, si stabilisce un piano d’intervento. Ad esempio, lavorando con persone a basso reddito in ambienti urbani, è molto frequente constatare che parte del problema dipende dal fatto che le persone assistite sono costantemente esposte al fattore 6 (ambiente sociale tossico). Se questo è ciò che emerge, allora parte dell’intervento deve orientarsi a eliminare o ridurre questo fattore negativo.
La terapia familiare comunitaria lavora contemporaneamente su tre livelli: 1. la terapia individuale e/o familiare; 2. l’accesso alle risorse comunitarie e il loro utilizzo; 3. lo sviluppo della leadership. Gli obiettivi generali di ciascun livello d’intervento sono presentati in forma sintetica nel quadro seguente:
Riedizione dell’autobiografia; riformulazione delle descrizioni; ricerca di paradigmi sani; scoperta e utilizzo delle competenze.
Servizi di gestione dei casi; attivazione della rete sociale nucleare; utilizzo delle risorse disponibili; accesso a opportunità di mobilità sociale.
Sviluppo di competenze di leadership; riposizionarsi nel contesto sociale; far valere i propri diritti civili; aiutare sé stessi aiutando altre persone.
Comprendono l’applicazione di tecniche tradizionali e non tradizionali di terapia individuale, di gruppo o familiare. In questo ambito la TFC non stabilisce prescrizioni sul metodo d’intervento da usare: chi fa terapia ha piena libertà di utilizzare le strategie o le tecniche che preferisce. Si stabilisce però che, qualunque sia il metodo utilizzato, l’obiettivo fondamentale di questo intervento è creare paradigmi sani che facilitino l’azione e invitino ad agire. È un ambito su cui la clinica ha lavorato molto nel corso degli anni. Molte tecniche si sono dimostrate efficaci nel produrre trasformazioni in quelli che vengono chiamati sistemi di credenze, paradigmi, miti, immagini, valori, temi o descrizioni familiari. Questi interventi di primo ordine sono necessari per rimuovere gli ostacoli concettuali che ostacolano lo sviluppo dell’autostima o la motivazione ad agire. In molti casi vediamo famiglie urbane il cui stato mentale è caratterizzato da una combinazione di tristezza per ciò che è accaduto prima, ansia per ciò che sta accadendo e paranoia per ciò che può accadere. Allo stesso modo, concettualizzazioni inadeguate di eventi storici o di circostanze ambientali paralizzano senz’altro le famiglie o tendono a produrre conflitti aggiuntivi. Gli interventi che facilitano lo sviluppo di descrizioni più sane e funzionali sono sempre all’ordine del giorno. Ad esempio, una persona che ha attraversato diversi problemi e traumi nella vita può vedere sé stessa come una «vittima». Anche se è stata realmente vittimizzata, la percezione del proprio essere globale come vittima ha certamente conseguenze sul modo in cui funziona socialmente o professionalmente. Se si ridefinisce la persona come «sopravvissuta», questa descrizione ci parla delle competenze individuali o delle risorse che l’hanno aiutata a sopravvivere. La prima descrizione invita alla passività e all’impotenza; la seconda invita all’azione e al successo.
È necessario rivisitare i temi legati a lutti non elaborati, perdite, vergogna, sofferenze, rancori, frustrazioni o sentimenti di disperazione. In tutti questi casi occorre sviluppare nuove descrizioni che non solo aiutino a elaborare le situazioni passate, ma che inoltre invitino ad andare avanti.
Una delle tecniche utilizzate nel repertorio della TFC è la cosiddetta videoterapia. Questa tecnica consiste nel registrare tutta la storia di una persona su una videocassetta. Ci si aspetta che l’intera storia venga raccontata in forma sintetica in quarantacinque o sessanta minuti al massimo. La telecamera inquadra unicamente la persona assistita. Dietro la telecamera, chi fa terapia conduce l’intervista ponendo domande sequenziali e specifiche, come in un reportage che filma la cronaca di una vita. L’intervista si fa dopo due o più sedute, quando la persona è già un po’ conosciuta. Nelle sedute successive le due parti rivedono la videocassetta allo scopo di rieditare la biografia. In seguito, se necessario, si registra un altro video con una versione migliore della storia. Vedersi raccontare la propria storia in un video si è dimostrato di grandissimo impatto per le persone assistite: dà loro la sensazione di avere il controllo della propria vita. Se non si possono cambiare gli avvenimenti del passato, si può almeno controllare il modo in cui la storia viene interpretata. Si può inoltre accrescere la conoscenza di sé e pianificare meglio il futuro.
Nel legame di secondo ordine, ci si aspetta che chi fa terapia stabilisca una relazione effettiva con le agenzie, le istituzioni, i centri, i programmi o le reti familiari o sociali in generale necessari per produrre un cambiamento reale nella vita della persona assistita e/o della sua famiglia. Come parte abituale dell’intervento, chi fa terapia forma un gruppo di lavoro che l’affianchi nel processo. Basandosi sui bisogni della persona assistita e sulla disponibilità di altri sistemi, costruisce con questa persona (la famiglia) una rete di sostegno specifica che possiamo chiamare l’équipe di terapia familiare comunitaria.
Anche se ogni nuova situazione richiede un’équipe particolare, è possibile che alcuni membri siano costanti. Ci si aspetta che, con il tempo, chi fa terapia abbia stabilito relazioni con altri servizi della comunità; in altre parole, che dedichi tempo a costruire la propria rete di sostegno. Che si tratti della polizia, dei servizi di probation, del servizio sociale, dell’assistenza sociale, della sanità o di altri servizi, è necessario costituirsi una propria base. Da questo gruppo di «partner» si scelgono gli appoggi necessari e vi si aggiungono i membri del sistema familiare allargato disposti ad aiutare.
Ad esempio, nel caso di Jennifer, il terapeuta riconobbe di avere due opzioni per aiutare la bambina: o riusciva a far andare via la gang dal quartiere, il che sembrava un’impresa insensata, oppure si batteva per cercare di ottenere un alloggio più sicuro per la famiglia. Optò per la seconda e avviò un processo d’azione insieme a una funzionaria dell’ufficio per la casa che, colpita dal racconto che il terapeuta le fece della situazione della bambina, decise di trattare la pratica come un’emergenza. Nel frattempo, alla sola speranza che il problema si sarebbe risolto, la bambina aveva già ricominciato ad andare a scuola. Quattro settimane dopo la famiglia era sistemata in un appartamento migliore, in una strada più tranquilla. Quando il terapeuta andò a far visita alla famiglia nella nuova casa, la bambina gli si avvicinò affettuosamente e lo ringraziò per il suo intervento. In un colloquio successivo nello studio si decise di chiudere il caso, con la possibilità di tornare a consulto in futuro, se necessario.
Esaminiamo il concetto di lavoro in équipe a partire da un esempio.
Il signor Brown e suo figlio furono portati in consultazione dalla signora Porter, operatrice di un’agenzia comunitaria che presta servizi in una scuola locale. Johnatan, un bambino di undici anni, era stato sospeso ancora una volta dalla scuola, dove frequenta la quarta classe, per aver fatto a botte in aula. Questa storia si è già ripetuta tante volte negli ultimi cinque anni che la famiglia e il personale scolastico sono molto disorientati e non sanno che cosa fare.
Durante la seduta, il terapeuta pensa di aver bisogno della signora Porter come membro dell’équipe. Oltre a prestare servizio in diverse scuole, tra cui quella di Johnatan, la signora Porter abita nello stesso quartiere della famiglia: può quindi esserle potenzialmente molto utile. Prima della seduta il terapeuta aveva già invitato Teresa, una studentessa tirocinante in terapia della famiglia che presta servizio presso il centro di sviluppo per le donne della città, nello stesso edificio in cui si svolge la seduta. Mentre la signora Porter aspetta fuori, la seduta si svolge normalmente. Veniamo a sapere che la madre si sente molto frustrata. Johnatan spiega che viene spesso provocato per spingerlo a fare a botte e che lui «deve» rispondere. Sembra che il ragazzo sia intrappolato in un sistema, a scuola, in cui gli altri bambini si divertono a farlo litigare regolarmente. Ma la situazione si aggrava perché l’appuntamento ha luogo nel mese di ottobre, appena sei settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico, e il bambino è già stato sospeso per un totale di dieci giorni. Se dovesse essere sospeso per altri cinque giorni, perderebbe immediatamente l’anno. Questa realtà fa sì che nella consultazione ci sia un vero senso di urgenza. Per questo motivo il terapeuta si dispose a mettere in piedi un gruppo di lavoro che cominciasse a funzionare immediatamente. Oltre a coinvolgere Teresa e la signora Porter, il bambino fu messo in contatto con Kevin, un operatore del servizio comunale per il tempo libero, al quale fu chiesto di passare qualche ora con lui per mostrargli le possibilità di divertimento che aveva nel proprio quartiere.
Alla fine della giornata la famiglia contava già quattro nuovi membri della rete, che avrebbero fatto da risorse aggiuntive. Teresa fu incaricata di lavorare con la signora Brown, di stabilire un’alleanza con lei e di aiutarla a gestire la situazione; la signora Porter ricevette l’incarico di mantenere la supervisione generale del caso, assicurandosi che la famiglia andasse agli appuntamenti necessari; a Kevin fu affidato il compito di mettere Johnatan in contatto con un centro giovanile dove potesse giocare e frequentare altri bambini della sua età in un modo più adeguato.
Al termine di questo intervento iniziale, se il problema non era risolto, la signora Brown sembrava almeno più contenta. Non era più sola: poteva contare su un gruppo di lavoro che l’avrebbe aiutata con le sue difficoltà.
L’equazione è semplice. Per risolvere situazioni gravi servono sistemi ad alta tensione, più forti dei problemi. Si tratta di bilanciare i carichi. In questo caso, la portata del problema superava le forze della signora Brown, una donna abbandonata dal marito, che lottava con quattro figli e un lavoro a tempo pieno. Occorreva quindi controbilanciare i carichi generando più tensione, più energia positiva nella famiglia.
La TFC cerca inoltre di dare più potere alla pratica terapeutica. È importante tenere conto della necessità di rompere la solitudine di chi fa terapia nel proprio ufficio o studio, di fronte a situazioni difficili. Qualsiasi interpretazione o raccomandazione fatta una volta alla settimana non basterà a cambiare situazioni difficili. Il lavoro diventa più leggero se si mettono in piedi gruppi di lavoro, che devono essere guidati dalla persona assistita stessa.
Fin dalla più tenera età, e come parte del naturale processo di socializzazione, un nuovo «sistema familiare» comincia a far parte della vita di ogni individuo. Ciò è più tangibile nell’età adulta, quando ci si trova davanti alla realtà di non poter più aspettarsi – e talvolta di non desiderare più – il sostegno dei membri della famiglia d’origine. In pratica, ognuno di noi sviluppa ciò che possiamo chiamare la «famiglia dell’età adulta» o la «rete nucleare». Le relazioni con i membri di questa nuova «famiglia» possono riprodurre gli stili relazionali precedenti, oppure rivelarsi molto più potenti e influenti di quelle intrattenute in passato nella casa d’origine. A volte queste relazioni colmano vuoti che sono esistiti per molti anni.
Queste reti nucleari, o «famiglie vere», svolgono le seguenti funzioni: facilitare e aiutare a soddisfare i bisogni di base; offrire sostegno emotivo; offrire una cerchia sociale amichevole e arricchente; offrire una compagnia di buona qualità per lo svago e il divertimento; facilitare occasioni di autorealizzazione; e offrire esperienze di affetto e/o di amore.
Nella ricerca di sviluppare potere nella famiglia, il lavoro con la rete nucleare può essere uno degli strumenti più utili di cui disponiamo. Molto è stato scritto sul potere dell’amore o dell’amicizia. Spesso le amicizie diventano le relazioni più significative e più utili che si abbiano. Nel caso di comunità di persone a basso reddito, le relazioni tra figure professionali e persone assistite hanno un impatto enorme, in particolare per chi vive in condizioni molto precarie. Ad esempio, un’infermiera di un ambulatorio, un sacerdote o un pastore possono facilmente diventare «membri della famiglia dell’età adulta» di una determinata persona. La TFC interviene non solo aiutando le persone a costruire o sviluppare la propria rete nucleare, ma anche cercando di accrescerne l’utilizzo e l’accesso.
Analizzando i venticinque casi della ricerca menzionata in precedenza, si è constatato che quasi tutte le persone che erano riuscite a cambiare la propria vita, in un modo o nell’altro, avevano sviluppato posizioni di leadership nella loro comunità. Questi casi hanno mostrato che potrebbe esistere una correlazione diretta tra il grado di padronanza esercitato sull’ambiente immediato e la capacità di controllare le proprie emozioni o di risolvere problemi personali o familiari. Questa constatazione può spiegare perché sia così difficile motivare alcune persone assistite a seguire le raccomandazioni terapeutiche, o anche semplicemente a venire agli appuntamenti. Sembra che le persone si sentano così «sconfitte» dalle realtà del loro ambiente da aver già perso la speranza che le cose possano davvero cambiare. Non hanno allora né l’energia né la volontà necessarie per cercare di migliorare la propria vita. Tuttavia, l’esercizio dell’altruismo e della compassione può costituire una forza interiore che genera la motivazione a fare qualcosa. In un certo senso è più facile aiutare altre persone che aiutare sé stessi. Quando una persona comincia ad aiutare qualcuno, la sua posizione sociale cambia automaticamente: in quel momento smette di essere una persona disfunzionale e diventa qualcuno che tende la mano ad altri.
Come si è visto, servono programmi in cui le persone si formino ufficialmente alla leadership, imparando così a generare soluzioni ai problemi della comunità. Il programma di queste formazioni deve comprendere: la comunicazione, le relazioni interpersonali, il parlare in pubblico, lo sviluppo di programmi, la gestione di progetti, i diritti civili, l’autogestione efficace, l’organizzazione di gruppi, la conduzione e il coordinamento di riunioni, e altri argomenti simili.
Questi programmi di leadership, che di fatto esistono in molte comunità, sono stati sviluppati per ambienti professionali o per membri delle classi medie e alte, gli unici a potervi accedere. La TFC raccomanda di sviluppare opportunità di questo tipo per altri segmenti della popolazione. Lavorando in collaborazione con diverse persone, agenzie o istituzioni, chi fa terapia può contribuire a creare queste opportunità nella propria comunità. Ad esempio, a Hartford abbiamo avuto l’occasione di creare l’Istituto di leadership per i genitori. Questo istituto è oggi diventato un programma di successo, già trapiantato in tredici città dello Stato del Connecticut e in altri dieci Stati del Paese. L’istituto offre una formazione di sei-otto mesi, con sedute di quattro ore settimanali. In classi di circa venti persone, madri e padri apprendono le competenze sopra menzionate in un clima caloroso e armonioso. Solo nel Connecticut hanno già ottenuto il diploma più di cinquecento genitori. Ciò che colpisce non è soltanto che molte di queste persone abbiano assunto posizioni attive di leadership nelle loro comunità, ma che molte altre abbiano riferito un miglioramento impressionante del loro stato emotivo. Sembra che questo tipo di formazione abbia effetti positivi sulla salute mentale delle persone, anche senza accesso a servizi terapeutici.
Come è stato dimostrato in numerosi casi, la terapia familiare comunitaria è uno stile d’intervento che produce risultati positivi con tipi di persone e situazioni molto diversi. È importante sottolineare, tuttavia, che l’esercizio efficace di questa terapia non richiede soltanto una formazione teorica e pratica, ma anche un cambiamento di atteggiamento verso il campo della salute mentale e verso il modo di relazionarsi con le persone assistite in generale. Secondo la TFC, queste sono viste come partner principali del gruppo di lavoro e come protagoniste della propria vita. È altresì necessario riconoscere i limiti della portata dei nostri interventi tradizionali e la necessità di allearsi con altri per ottenere buoni risultati.
Una buona terapia familiare comunitaria si fa mano nella mano con le persone assistite, la loro famiglia e la loro comunità. Allo stesso modo, chi incarna il «terapeuta di cittadinanza», dal proprio angolo di strada e in diversi modi, diventa una figura di leadership comunitaria: qualcuno che crede fermamente nel potenziale dell’essere umano e che è sempre disposto a lottare per ottenere un mondo migliore per chiunque.
Chi è Ramón Rojano
Ramón Rojano, MD, MPH, è attualmente direttore del Dipartimento dei servizi umani della città di Hartford (Connecticut). È inoltre professore di terapia della famiglia presso la Central Connecticut State University, professore onorario del programma di dottorato in psicologia clinica dell’Università di Hartford e professore invitato presso la Universidad del Norte, in Colombia.
Nota dell’originale
Questo articolo è stato pubblicato nel n. 59, novembre-febbraio 1999/2000, di Perspectivas Sistémicas.
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Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Terapia familiar comunitaria», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 59, novembre 1999-febbraio 2000). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Rojano, R. (2022). La thérapie familiale communautaire (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-therapie-familiale-communautaire (Opera originale pubblicata nel 1999 in Perspectivas Sistémicas, n. 59, novembre 1999-febbraio 2000; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/28/terapia-familiar-comunitaria/)
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