Questa versione è stata tradotta dal francese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Entropia, neghentropia, caos fertile: ciò che la fisica del disordine insegna a chi accompagna i sistemi umani.
In termodinamica, l’entropia misura il grado di disordine di un sistema e tende ad aumentare in un sistema chiuso. Senza apporto di energia né di informazione, ogni sistema fisico o vivente si disorganizza progressivamente: è la freccia del tempo verso il caos.
All’opposto, la neghentropia — entropia negativa — caratterizza l’ordine, l’organizzazione e l’informazione presenti in un sistema. Schrödinger ha reso popolare questo termine osservando che gli esseri viventi mantengono la propria organizzazione interna consumando l’ordine disponibile nel loro ambiente: «la vita si nutre di entropia negativa».
Un organismo attinge dal proprio ambiente energia utilizzabile e informazione per compensare la sua stessa tendenza entropica al degrado. Questo principio vale dalla cellula all’ecosistema: i sistemi viventi sono aperti, importano energia — cibo, sole — ed esportano disordine — calore, scarti — per restare organizzati.
Il disordine che cresce. Perdita di diversità, impoverimento degli scambi, omogeneizzazione. Senza apporti esterni, vince sempre.
L’ordine che si costruisce. Informazione, differenziazione, complessità. Richiede un flusso in entrata e un sistema aperto.
In biologia e nella teoria dell’informazione si ritrova la stessa opposizione. Un flusso di informazione può essere considerato neghentropia, perché riduce l’incertezza in un sistema. Al contrario, la perdita di informazione o l’omogeneizzazione impoveriscono un sistema.
Henri Atlan, biofisico, ha studiato l’organizzazione del vivente come un gioco tra ordine e disordine, parlando di «complessità attraverso il rumore» per descrivere come un sistema biologico utilizzi fluttuazioni disordinate per generare nuove strutture.
«Al fondamento dell’organizzazione del vivente si trova un gioco tra entropia e neghentropia, ordine e disordine.» Le forze di legame devono prevalere su quelle di disgregazione perché un sistema vivente si mantenga. L’ordine dunque non elimina il disordine: lo integra e in parte lo contiene.
I nostri sistemi umani — individui, famiglie, organizzazioni — sono sistemi dinamici aperti, che scambiano informazione ed energia ed evolvono nel tempo. L’entropia vi si manifesta come disorganizzazione progressiva, perdita di diversità o di flessibilità e tendenza alla rigidità.
Una famiglia o un’équipe ripiegate su abitudini cristallizzate, che non ricevono più idee nuove dall’esterno, possono entrare in una forma di stagnazione entropica: gli scambi si impoveriscono, i ruoli si irrigidiscono, i non detti si accumulano. Allo stesso modo, una persona esposta a uno stress costante senza nuove risorse può vedere il proprio funzionamento sregolarsi — esaurimento, confusione mentale — segno di un’entropia crescente nel suo sistema psichico.
Nelle organizzazioni, l’aumento dell’entropia si traduce nella disintegrazione dei processi: perdita di competenze, comunicazione carente e talvolta una lenta morte termica. Non c’è più creatività, ognuno resta nel proprio compartimento e il sistema finisce per deperire. Edgar Morin osserva che un sistema chiuso, senza scambi con l’esterno, tende verso l’equilibrio inerte.
All’opposto, la neghentropia nei sistemi umani corrisponde alla creazione di ordine, di differenziazione e di complessità: l’innovazione nell’impresa, l’apprendimento e lo sviluppo nella persona, la rigenerazione dei legami in una famiglia. Più un’organizzazione è complessa e ricca di scambi, più è capace di assorbire il disordine senza spezzarsi, e perfino di servirsene per innovare.
Watzlawick ha spiegato come i tentativi rigidi di risolvere un problema — il more of the same — conducano spesso a un vicolo cieco. Una madre e un padre che mantengono un controllo rigoroso su un adolescente un tempo facile rischiano di provocare ancora più conflitti: il sistema familiare si irrigidisce e il disordine percepito aumenta. La soluzione passa spesso per un cambiamento di secondo ordine, l’introduzione di nuove regole del gioco.
Un certo caos puntuale può dunque essere necessario per evitare la lenta entropia di un sistema troppo rigido.
Diversi pensatori della complessità hanno capovolto il nostro sguardo sul caos. Lungi dall’essere un disordine assoluto, il caos può celare un ordine nascosto e generare novità.
Il fisico Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica, ha studiato i sistemi lontani dall’equilibrio e introdotto la nozione di strutture dissipative: strutture ordinate che emergono dal caos quando un sistema riceve un flusso di energia. Prigogine parla di «ordine attraverso fluttuazioni»: piccole variazioni caotiche possono, al raggiungimento di una soglia critica, amplificarsi e provocare la riconfigurazione del sistema secondo un nuovo ordine. Il caos non è vano; prepara la biforcazione verso una nuova organizzazione.
Dal canto suo, la teoria del caos deterministico ha dimostrato matematicamente che sistemi in apparenza semplici possono produrre comportamenti imprevedibili. Ora, come sottolinea Fritjof Capra, in questo caos compaiono spesso schemi soggiacenti organizzati: «il comportamento dei sistemi caotici non è semplicemente casuale, ma rivela un livello di ordine strutturato più profondo». Figure come l’attrattore di Lorenz illustrano un caos strutturato: disordine in superficie, regolarità in profondità. La scienza della complessità parla di isole di ordine in un oceano di caos.
Edgar Morin va nella stessa direzione invitando a superare l’opposizione binaria ordine/disordine: per lui il disordine è costitutivo della vita e dei sistemi, ed è dall’interazione tra ordine e disordine che nasce la complessità organizzata.
Gilbert Simondon, dal canto suo, ha concettualizzato il processo di individuazione come una risoluzione creativa del caos. Descrive ogni sistema in gestazione — fisico, vivente o psicosociale — come uno stato metastabile ricco di potenziali, in cui le tensioni interne si risolveranno in una nuova forma coerente. L’emergere di una nuova struttura passa per una fase di disordine fertile in cui gli elementi si riorganizzano fino a trovare una configurazione stabile inedita.
Heinz von Foerster formula già nel 1960 il principio dell’order from noise: perturbazioni casuali permettono al sistema di esplorare nuovi stati e di raggiungere eventualmente un attrattore più stabile e organizzato. Un evento imprevisto può destabilizzare una routine, ma anche spingere a inventare una soluzione innovativa.
Consideriamo una crisi familiare: l’adolescenza di un figlio o di una figlia, un lutto, una rivelazione improvvisa. Ogni crisi familiare corrisponde a una rottura dell’omeostasi e impone una riorganizzazione delle interazioni e delle regole del sistema. Per un certo tempo regna il caos: tensioni, conflitti, confusione sui ruoli di ciascuno. Può essere doloroso, ma è il segno che il sistema tenta di riconfigurarsi.
Spesso la crisi sopraggiunge nei passaggi del ciclo di vita — nascita, adolescenza, uscita di casa dei figli — che richiedono un’evoluzione delle relazioni. Se la famiglia si adatta, per esempio ridefinendo l’autorità genitoriale con un adolescente diventato giovane adulto, dalla tempesta emerge un nuovo ordine familiare. Se invece si aggrappa rigidamente al vecchio ordine, la crisi può inasprirsi: conflitti cronici, sintomi di vario tipo.
L’intervento della terapia familiare in questi momenti mira a facilitare la ristrutturazione. La crisi, se ben accompagnata, diventa un momento fecondo per cambiare modalità di funzionamento ormai superate. Anziché spegnere l’incendio a ogni costo, chi conduce la terapia aiuta la famiglia ad attraversare il caos esplorando nuovi modi di comunicare e portando alla luce i non detti.
In terapia, alcuni interventi paradossali possono provocare un salto evolutivo: mettendo la persona assistita di fronte a una situazione spiazzante, inducono un cortocircuito degli schemi abituali e aprono la strada a una ristrutturazione cognitiva ed emotiva. Il caos non è la fine del viaggio, ma un passaggio: a volte bisogna toccare il fondo del caos per ricostruire un nuovo ordine dentro di sé.
Si osserva uno schema analogo nel contesto organizzativo. Le teorie del management evolutivo, come le chaordic organizations di Dee Hock, incoraggiano ad accettare una parte di caos per far emergere un ordine più creativo. Fritjof Capra vede l’impresa come un sistema vivente: tentare di controllare tutto soffoca il potenziale di evoluzione, mentre introdurre diversità e gioco consente l’auto-organizzazione e l’adattamento continuo. Una dirigenza accorta saprà distinguere il caos distruttivo — perdita totale di senso — dal caos costruttivo che precede i grandi adattamenti.
Di fronte a queste dinamiche, chi interviene trae vantaggio dall’adottare una postura complessa, fatta di osservazione, pazienza e intervento strategico. In concreto, ciò significa saper tollerare l’incertezza e l’instabilità temporanee senza farsi prendere dal panico né reagire in modo eccessivo. Si tratta di aiutare il sistema a dare senso a questo caos, a esprimere le tensioni perché diventino materia di trasformazione.
Di fronte a una frattura psichica o relazionale, il compito della terapia è applicare un gesso né troppo lento — lasciare che il caos peggiori — né troppo stretto — imporre una camicia di forza — così da sostenere la guarigione con giusta misura.
La postura di chi interviene implica il saper dosare lo squilibrio indotto. Troppo caos può sommergere un sistema fragile, mentre un cambiamento insufficiente lascia il sistema impantanato nei suoi problemi. Si può introdurre una perturbazione costruttiva — una domanda che scuote, un cambio di prospettiva, un’esperienza emotiva nuova — e poi offrire una cornice sicura per elaborare ciò che emerge.
È un’arte delicata che richiede intuito e prudenza. Maurizio Andolfi raccomandava di usare la provocazione in modo controllato: rispondere ai messaggi paradossali della famiglia con una controprovocazione terapeutica, per rivelare i non detti e ridistribuire le carte relazionali, nel rispetto del sistema e del suo livello di resilienza. Non si fa esplodere una bomba in una famiglia già in grave pericolo.
Accompagnare il caos richiede infine un’etica particolare. Heinz von Foerster formulava un imperativo prezioso: «Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte possibili.» Questa postura umile — facilitare il processo anziché padroneggiare il contenuto — è centrale nell’accompagnamento delle transizioni. Richiede fiducia nelle capacità autoregolative del sistema umano: come in giardinaggio, chi accompagna coltiva il terreno — contesto, relazioni, cornice di sicurezza — mentre il sistema compie la propria trasformazione interiore.
Il caos è spesso l’anticamera di un ordine nuovo. Bisogna però tenere aperta la porta.
Doumit, Y. (2025). Quand les systèmes se décomposent… et se recomposent. Complexe Systémique. https://www.complexe-systemique.com
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