La disinformazione non è soltanto un errore o un contenuto menzognero: è innanzitutto una dinamica di propagazione. Si dispiega secondo leggi ormai ben documentate: quelle dello stress, della carica emotiva, dei bias cognitivi, delle asimmetrie relazionali e della struttura delle reti.
Queste leggi, descritte negli ambienti digitali, si ritrovano quasi esattamente nelle famiglie, nelle coppie e nelle istituzioni di cura. Le credenze non si diffondono a caso: seguono le linee di tensione, le alleanze, le lealtà, i rapporti di potere e i bisogni di coerenza propri di ciascun sistema umano.
È la combinazione di questi quattro elementi —più della «falsità» in sé— a trasformare un’ipotesi in un «fake belief» resistente.
Delouvée (2020) sottolinea che la forza di una fake news risiede nella sua capacità di condensare in pochi elementi un evento o un problema che, in realtà, presenta molteplici dimensioni. La clinica sistemica osserva la stessa tendenza nelle famiglie attraversate da un trauma, da un conflitto duraturo o da una crisi identitaria.
In questi contesti, il sistema relazionale tende a produrre racconti molto riduttivi: designazione di un solo membro come responsabile, spiegazione monocausale, cristallizzazione dei ruoli —vittima, carnefice, salvatore— o cancellazione delle temporalità («è sempre stato così, da sempre»).
Questa semplificazione non è una debolezza cognitiva: svolge una funzione psichica e relazionale precisa. Di fronte a un sovraccarico emotivo, il sistema ha bisogno di una rappresentazione abbastanza stabile da sopportare l’incertezza. Il racconto semplificato permette di nominare il problema, di contenerlo, di dargli una coerenza minima. Agisce come un meccanismo di stabilizzazione simbolica che, a breve termine, evita la disorganizzazione o il crollo.
Tuttavia, la viralità delle credenze non dipende solo dalla loro semplicità. Si fonda anche sulla conferma selettiva. Sunstein (2009) descrive questo fenomeno come un effetto camera dell’eco, in cui le idee circolano in uno spazio chiuso e vi si rafforzano a vicenda.
Nelle famiglie come nelle équipe professionali, questa dinamica si traduce nell’attenzione esclusiva ai fatti che confermano l’ipotesi iniziale, mentre gli elementi contraddittori vengono minimizzati, reinterpretati o ignorati. Il sistema opera così una selezione narrativa orientata alla preservazione della coerenza interna piuttosto che all’esattezza.
Questa selezione crea una polarizzazione relazionale: ciascuna persona smette di percepire l’altra per com’è, per vedervi soltanto la conferma del racconto a cui è associata. L’adolescente «oppositivo», la madre «ansiosa», il padre «assente», il terapeuta «di parte», l’istituzione «invadente» diventano non solo categorie, ma filtri percettivi. Ogni interazione rafforza il racconto preesistente.
Un terzo motore di viralità risiede nell’amplificazione emotiva. Gli studi di Vosoughi et al. (2018, MIT) mostrano che le informazioni cariche emotivamente si diffondono più rapidamente e più ampiamente delle informazioni neutre.
I sistemi familiari e istituzionali funzionano allo stesso modo: i racconti portatori di indignazione, paura, vergogna o colpa circolano con un’intensità particolare. Una frase pronunciata con rabbia, un’accusa, un’interpretazione ferita può così diventare il nucleo duro di un racconto condiviso, proprio perché mobilita affetti potenti. In un ambiente saturo di emozioni, la razionalità non viene eliminata; viene semplicemente relegata dietro la logica affettiva del gruppo.
Infine, la dinamica di propagazione si appoggia sulla legittimazione da parte dell’autorità. Sperber e Mercier (2017) mostrano che gli esseri umani accordano molta più credibilità agli argomenti prodotti da fonti percepite come legittime, anche quando tale legittimità poggia su criteri simbolici piuttosto che fattuali.
Nelle famiglie, queste figure di autorità possono essere il membro più anziano, un genitore considerato «saggio», una figura professionale del passato, una memoria transgenerazionale, un evento fondativo. Nelle équipe può trattarsi di una persona collega rispettata, di chi dirige il servizio, di una figura terapeutica influente o di un membro carismatico. Queste figure convalidano, amplificano o trasmettono certi racconti, conferendo loro una portata maggiore. Un racconto debole, ma ripreso da un’autorità relazionale, acquisisce la forza di un consenso.
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