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Adoption & Fostering · Tutela dell’infanzia

«Vivevo per quelle mattine»: l’esperienza dei genitori nelle visite a figlie e figli in affido

Che cosa vivono i genitori quando fanno visita alla prole in affido? Polly Baynes, assistente sociale diventata ricercatrice all’Università di Bristol, ha consegnato un telefono e una domanda a quattro padri e sei madri, metà dei quali con disabilità intellettiva. Le loro fotografie (una cameretta vuota, giocattoli conservati, una tazza di tè allo spazio neutro) parlano della perdita, dei modi per resistere e del peso di uno sguardo valutante. Indicano anche una fonte di sostegno sottovalutata: le persone che supervisionano gli incontri.

Autrice Polly Baynes (School for Policy Studies, University of Bristol, Regno Unito)Prima pubblicazione Adoption & Fostering, 10 dicembre 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di ‘I lived for those mornings’: Parents’ experiences of visiting their children in care, di Polly Baynes, pubblicato in Adoption & Fostering (SAGE) (2026), doi: 10.1177/03085759251393716, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le fotografie scattate dai genitori partecipanti (figure 1–13) non sono riprodotte, per rispetto delle persone coinvolte, e sono segnalate tra parentesi quadre con le relative didascalie; la tabella è presentata sotto forma di elenco; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note; l’indirizzo per la corrispondenza, l’identificativo ORCID e la biografia non sono riprodotti. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Un messaggio chiave delle persone che hanno partecipato a questo studio è il bisogno di essere riconosciute ancora come genitori: genitori che hanno perso un figlio o una figlia.

Polly Baynes

Abstract

Questo studio di foto-elicitazione con quattro padri e sei madri (metà dei quali con disabilità intellettiva) si è proposto di esplorare la loro esperienza delle visite alla prole in affido, un ambito poco studiato. Le persone partecipanti hanno descritto la perdita come centrale nel tempo in famiglia, ma hanno anche individuato strategie di fronteggiamento prima, durante e dopo le visite. L’uso di una metodologia visuale ha rivelato come oggetti materiali quali i giocattoli e il cibo si caricassero di molteplici significati, gettando un ponte tra un passato condiviso ricordato, un presente di separazione e un futuro immaginato, oltrepassando i confini tra casa e collocamento. Durante il procedimento di tutela, quando i rapporti con il servizio sociale si erano interrotti, le figure che supervisionavano gli incontri erano decisive; i genitori erano disposti ad accettare un sostegno (compreso l’invio ad altri servizi) quando percepivano il personale come competente, compassionevole e rispettoso della loro perdita. Esiste un potenziale sottoutilizzato: professionalità del tempo in famiglia esperte e di fiducia potrebbero massimizzare le prospettive di cambiamento dopo l’allontanamento e aiutare i genitori a sopravvivere emotivamente. Ciò richiederebbe di ripensare la finalità del tempo in famiglia, includendovi il sostegno ai genitori come qualcosa di benefico per l’infanzia; dipenderebbe da risorse e formazione adeguate per lavorare con genitori con disabilità intellettiva.

Parole chiave: contatti, tempo in famiglia, mantenimento dei legami, genitori, genitori con disabilità intellettiva, minori in affido, allontanamento, foto-elicitazione

Introduzione

La misura in cui bambine e bambini che crescono lontano dai genitori biologici vengono aiutati a mantenere i contatti con la propria famiglia e con altre persone importanti ha implicazioni per tutta la vita di chiunque sia coinvolto. Per la maggior parte dei minori che vivono lontano dalla famiglia d’origine, i genitori biologici restano una presenza psicologica potente, ma il lavoro con questi adulti è un ambito trascurato della pratica nel Regno Unito, e la ricerca sulla loro esperienza del «tempo in famiglia» o del contatto diretto, termini qui usati come sinonimi, è limitata (Boddy et al., 2013). Il tempo in famiglia rappresenta un’occasione per mantenere e al tempo stesso migliorare queste relazioni importanti, ma è spesso emotivamente impegnativo per tutte le persone coinvolte (Neil et al., 2015). Per i genitori biologici, il contatto con la prole può essere un traumatico promemoria della perdita, un’occasione frustrante e vincolata di essere di nuovo genitori, un modo per mantenere il legame, una fonte di rassicurazione e di gioia nel vedere i progressi del proprio bambino o della propria bambina, oppure un insieme di tutto questo (Collings e Wright, 2022; Ross et al., 2017).

Una rassegna internazionale della ricerca sui diversi tipi di collocamento ha rilevato che un contatto o tempo in famiglia ben gestito e facilitato con competenza si associa a esiti positivi a breve e lungo termine per l’infanzia (Iyer et al., 2020). Tra questi figurano una maggiore stabilità del collocamento, un senso di identità più solido, migliori relazioni con la famiglia d’origine e con chi presta cura, migliori prospettive di ricongiungimento e un maggiore benessere emotivo. Tuttavia, la stessa ricerca ha rilevato che un contatto inaffidabile, rigido o mal gestito si associa a esiti negativi, in particolare quando i minori sono esposti a comportamenti difficili o imprevedibili dei genitori biologici. Bambine e bambini percepiscono i sentimenti dei genitori, si preoccupano quando non li vedono e vogliono essere aiutati a migliorare queste relazioni (Selwyn e Lewis, 2022). Risentono anche del conflitto tra le due famiglie della loro vita, che può essere innescato dagli accordi per mantenere i contatti o manifestarsi attraverso di essi (Iyer et al., 2020). L’esperienza che i genitori hanno del tempo in famiglia è centrale per l’esperienza della prole, ma è poco studiata.

Esiste un corpus crescente di ricerche sull’impatto che ha sui genitori la perdita di un figlio o di una figlia a opera del sistema di tutela, in particolare quando un neonato viene allontanato alla nascita (Broadhurst et al., 2018). Questi studi mettono in luce l’allontanamento come fonte catastrofica di lutto non riconosciuto, che aggrava le difficoltà esistenti, provoca ulteriori perdite di relazioni, di reddito e di alloggio, e colpisce in modo sproporzionato chi ha alle spalle perdite e traumi infantili (Broadhurst e Mason, 2013, 2020). Molti di questi genitori devono gestire le visite alla prole subito dopo l’allontanamento, con poco o nessun sostegno.

Emergono evidenze internazionali secondo cui aiutare i genitori a prepararsi a vedere il proprio bambino o la propria bambina e facilitare le interazioni durante le visite può migliorare la regolarità e la qualità del tempo in famiglia (Taplin e Suomi, 2020). I genitori apprezzano il lavoro di gruppo che offre sostegno emotivo di fronte alla perdita; un migliore adattamento dei genitori a questa perdita si associa a contatti post-adottivi più positivi e duraturi e a relazioni di rispetto reciproco tra famiglia biologica e famiglia adottiva (Boddy et al., 2020; Neil et al., 2015). Tuttavia, nel Regno Unito pochi genitori biologici ricevono oggi un sostegno specialistico di questo tipo al momento dell’allontanamento, e la ricerca sulla loro esperienza della pratica ordinaria o sul ruolo di chi supervisiona gli incontri è limitata.

In Inghilterra e Galles, l’enfasi sulla tempestività delle decisioni e sull’adozione chiusa come via verso la stabilità permanente fa delle prime visite durante il procedimento di tutela incontri con una posta in gioco altissima, in cui i genitori devono dare prova della propria capacità genitoriale in un contesto per il quale non esistono norme sociali. Fino a poco tempo fa, il carattere chiuso delle decisioni dei tribunali per la famiglia alimentava online un clima di paura e di sfiducia, che suggeriva una cospirazione del servizio sociale per allontanare i minori a scopo di adozione. Tuttavia, la misura in cui i genitori riescono a concentrarsi sui bisogni della prole durante il tempo in famiglia in pieno procedimento è un cattivo indicatore della loro capacità di contribuire, con un sostegno adeguato, alla vita del bambino o della bambina nel lungo periodo: ciò lascia pensare che i legami di molti minori con la famiglia d’origine possano essere recisi inutilmente (Neil, 2006).

Si riconosce sempre più che il nostro modo di aiutare l’infanzia a mantenere i contatti con la famiglia d’origine necessita di una riforma radicale. Ciò implica muoversi verso la presunzione che i minori adottati avranno contatti diretti con i familiari salvo che vi sia una ragione cogente in senso contrario, nonché una rinnovata attenzione alla costruzione di relazioni attraverso accordi flessibili e sostenuti per tutta l’infanzia e tutte le famiglie (compresi gli affidi intrafamiliari) fino all’età adulta, riconoscendo i bisogni delle famiglie d’origine, di chi presta cura e della prole (Iyer et al., 2020; Public Law Working Group: Adoption Sub-Group, 2023). Le conoscenze sull’esperienza attuale dei contatti da parte dei genitori biologici britannici, utili a orientare questo processo, sono limitate. La ricerca esistente si concentra in gran parte sull’impatto di queste visite sul benessere dei minori ed è spesso organizzata per tipo di collocamento, inquadrando il tempo in famiglia come parte della vita del bambino o della bambina in una famiglia adottiva, affidataria o parentale. La realtà, però, è più complessa, poiché bambine e bambini, con i loro fratelli e sorelle, possono passare attraverso diversi tipi di famiglia e avere diversi tipi di visite nel tempo, e il tempo in famiglia come aspetto in evoluzione della vita dei genitori è stato poco esplorato.

A livello internazionale, la ricerca sull’esperienza genitoriale dei contatti si concentra soprattutto sulle madri (Philip et al., 2020). Solo un piccolo numero di studi include genitori con disabilità intellettiva, sebbene questo gruppo abbia una probabilità sproporzionata di perdere la cura della prole (Tilbury e Tarleton, 2023). Nella ricerca predominano gli studi basati su interviste (che possono involontariamente escludere le persone con disabilità intellettiva), ma sono state impiegate metodologie creative per aumentare l’accessibilità e consentire il contenimento delle emozioni dolorose, producendo un materiale visivo potente che comunica su più livelli (Collings et al., 2022).

Gran parte della ricerca più recente sull’esperienza genitoriale proviene da fuori del Regno Unito, in particolare dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, dove si ricorre poco all’adozione e si insiste meno sulle decisioni entro tempi stretti, il che ne limita la pertinenza. Il lavoro più importante in questo Paese è lo studio longitudinale di Neil e del suo gruppo di ricerca su bambine e bambini dati in adozione negli anni Novanta, che offre spunti preziosi sull’esperienza genitoriale dei contatti nel tempo (2006, 2015). La ricerca di Clapton e del suo gruppo (2022) con familiari biologici scozzesi è un raro esempio di studio centrato sull’esperienza attuale delle visite: ha rilevato una persistente mancanza di empatia per la perdita genitoriale e per un’identità ferita, che le pratiche di contatto potevano aggravare, mettendo in luce la carenza di ricerche sul ruolo di chi supervisiona gli incontri.

Il presente studio

Questo studio, condotto nell’ambito del mio master di ricerca in servizio sociale, si è proposto di colmare alcune lacune della ricerca esistente esplorando che cosa chi opera nei servizi potrebbe imparare dai genitori sulla loro esperienza del tempo in famiglia e sul tipo di sostegno che desidererebbero. Ha cercato di esaminare aspetti poco studiati del campo garantendo la partecipazione di padri e di genitori con disabilità intellettiva, ed estendendo l’indagine ai diversi tipi di collocamento e all’arco del tempo, coinvolgendo sia persone ancora nel pieno del procedimento di tutela sia persone che avevano perso la prole da tempo. Spostando l’attenzione dal minore all’adulto, la ricerca ha cercato di esplorare il tempo in famiglia come evento nella vita di un genitore, considerando i punti di forza e le strategie impiegate prima, durante e dopo queste visite e i modi trovati per esprimere la propria identità di genitori. Ha posto i genitori come fonte di conoscenza su come sopravvivere a un’esperienza simile, chiedendo loro quali consigli potrebbero dare ad altre persone in circostanze analoghe.

Metodi

Questo studio qualitativo ha utilizzato la foto-elicitazione, un approccio in cui le immagini scattate dalle persone partecipanti dopo una prima intervista servono da stimolo per la discussione durante una seconda intervista. La ricerca si fondava su una prospettiva realista critica e socio-costruzionista, che considera parole e immagini come aspetti significativi del mondo sociale anziché come rappresentazioni di un’unica realtà oggettiva (Mason, 2007). Questo approccio qualitativo era coerente con la natura del tema: esplorativo, delicato, intrinsecamente soggettivo, disordinato e relazionale (Broadhurst et al., 2010; Munro, 2011).

È stata scelta una metodologia creativa per consentire l’espressione e il contenimento di emozioni e sentimenti intensi al di là delle parole, rendendo più facile parlare di cose difficili (Mason, 2007). I metodi visuali sono stati utilizzati con successo per esplorare temi simili: Collings e il suo gruppo (2022) hanno usato il collage di body mapping per studiare l’esperienza di donne nei contatti con la prole in Australia, mentre Marsh e Leamon (2019) hanno impiegato la foto-elicitazione con donne che avevano subito l’allontanamento di un neonato alla nascita. La metodologia visuale era adatta anche per la sua capacità di rivelare come gli oggetti si carichino di significato quando genitori e prole sono separati (Smart, 2009). L’uso di immagini e di altri mezzi di comunicazione non verbale a supporto delle conversazioni contribuisce inoltre a rendere la ricerca più accessibile alle persone con disabilità intellettiva, come ha dimostrato Greenstein (2014). L’inclusione di questo gruppo era un obiettivo chiave del progetto.

L’uso di fotografie scattate tra una sessione e l’altra ha aumentato il controllo delle persone partecipanti sulla selezione e la condivisione delle immagini, e i dislivelli di potere sono stati ulteriormente ridotti grazie all’uso di una tecnologia familiare, gli smartphone e WhatsApp (Leal et al., 2018; Stafford, 2017). Si trattava di una considerazione importante, data l’impotenza vissuta dai genitori che perdono un figlio o una figlia in un procedimento di tutela. Un vantaggio ulteriore è stata la produzione di immagini potenti, capaci di comunicare con chi opera nei servizi, un altro obiettivo chiave della ricerca (Molloy, 2007). Il photovoice, un metodo che prevede l’analisi di gruppo delle immagini e la presentazione dei risultati, sarebbe stato più partecipativo, ma esulava dai tempi di questo progetto (Evans-Agnew et al., 2022; Stambe e Fryer, 2014).

Raccolta dei dati

Tutte le informazioni sulla ricerca sono state fornite in formato «facile da leggere»; è stato lasciato il tempo alle persone partecipanti di esaminarle con il personale degli incontri o con chi le affiancava nell’advocacy prima di decidere se dare il consenso. Il mio piano iniziale prevedeva una breve prima intervista per raccogliere il consenso, alcune informazioni sociodemografiche e spiegare il procedimento. L’ho rapidamente abbandonato quando è risultato chiaro che molte persone partecipanti volevano cogliere questa occasione per raccontarmi come avevano perso la prole. Il piano è stato rivisto per dedicare a questo primo incontro tutto il tempo necessario, lasciando che ciascuna persona mi raccontasse, a modo suo, la parte della propria storia che sceglieva. Queste conversazioni, che si svolgevano nel centro per il tempo in famiglia o nella sede del servizio di advocacy, duravano a volte più di un’ora, e ho avuto l’impressione che la fiducia così instaurata abbia contribuito a far sì che tutte le persone tranne una tornassero per una seconda intervista.

La seconda intervista è stata fissata due o tre settimane dopo e, nel frattempo, è stato chiesto alle persone partecipanti di scattare con il cellulare foto che rappresentassero la loro esperienza prima, durante e dopo le visite alla prole. Me le hanno inviate tramite WhatsApp (una piattaforma cifrata). Durante la seconda intervista abbiamo guardato insieme le fotografie sullo schermo del mio portatile. Le fotografie sono poi servite da stimolo per la discussione, a partire da un invito aperto a parlarmi delle immagini, e alcune frasi chiave sono state selezionate per creare le didascalie delle immagini incluse nella ricerca finale. Si è trattato di un’intervista in gran parte non strutturata, in cui le persone partecipanti erano libere di condividere qualsiasi aspetto della propria esperienza ritenessero pertinente, con richiami occasionali a considerare la propria esperienza prima, durante e dopo il contatto. Verso la fine dell’intervista, a ciascuna persona sono state poste le seguenti domande:

  • Che cosa deve capire chi lavora nei servizi su che cosa significa fare visita a figlie e figli?
  • Che consiglio darebbe ad altri genitori nella stessa situazione?

Entrambi gli incontri si sono svolti in presenza, ma sono stati registrati in audio su Microsoft Teams. Le persone partecipanti hanno scelto i propri pseudonimi e tutti i dettagli identificativi sono stati modificati nelle trascrizioni delle interviste. Nessuna fotografia ritraeva minori. Per i messaggi WhatsApp è stato usato un telefono dedicato, il cui numero è stato cancellato al termine dello studio.

Il mio percorso professionale di assistente sociale ha motivato la scelta del tema di ricerca, ha facilitato l’accesso alle organizzazioni partecipanti e mi ha dato la sicurezza e le competenze per affrontare argomenti difficili (Beuving e Vries, 2015). Il passaggio al ruolo di ricercatrice mi ha imposto di ascoltare le storie dei genitori in modo nuovo, senza il filtro della responsabilità di fare progetti per la loro prole. Per questo è stato necessario far tacere la mia voce interiore, che si chiedeva «Che cosa vuol dire se questa è tua madre o tuo padre?», mettendo i genitori biologici al centro della scena per la prima volta dopo decenni di lavoro nella tutela dei minori. Il timore che le persone partecipanti potessero sentirsi frenate nei loro commenti a causa della mia identità professionale si è rivelato infondato; mi sono invece ritrovata con una scomoda sensazione di complicità nel danno emotivo che, a loro avviso, il servizio sociale aveva causato (Featherstone e Gupta, 2020).

Considerazioni etiche

L’approvazione etica formale è stata concessa dall’ente locale partecipante e dall’Università di Bristol (numero di approvazione 14175). L’associazione coinvolta, un servizio di advocacy per persone con disabilità intellettiva che offre sostegno durante e dopo i procedimenti di tutela, l’ha ritenuta sufficiente. Tuttavia, la pratica etica si è basata su numerose piccole decisioni nel corso delle mie interazioni, oltre che sul ribadire con chiarezza che la partecipazione non avrebbe influito sui progetti a lungo termine per i minori. Il rischio di danno per le persone partecipanti è stato ridotto grazie al coinvolgimento del personale nel reclutamento, alla possibilità di avere una persona di sostegno presente a una o a entrambe le interviste e a un messaggio di follow-up dopo ogni incontro. Le persone partecipanti hanno ricevuto 30 £ per il tempo dedicato all’intervista; è stato chiarito che il compenso non dipendeva dal fornire fotografie o dal rispondere alle domande e che potevano lasciare l’intervista o ritirare il consenso in qualsiasi momento.

Reclutamento

È stato utilizzato un campionamento intenzionale per reclutare una combinazione di uomini e donne con e senza disabilità intellettiva in due enti locali del sud-ovest dell’Inghilterra (Bryman, 2016). I due siti di ricerca erano: (1) un servizio per il tempo in famiglia in una zona rurale, che promuoveva un approccio di sostegno a genitori, minori e famiglie affidatarie, e (2) un servizio cittadino di advocacy per genitori con disabilità intellettiva che avevano vissuto contatti supervisionati nell’ambito di una valutazione. Il personale degli incontri o dell’advocacy di ciascun sito ha fatto conoscere lo studio con manifesti e rivolgendosi personalmente a chi riteneva in grado di reggere emotivamente, dedicando inoltre tempo alle potenziali persone partecipanti, assicurandosi che la documentazione informativa e i moduli di consenso fossero pienamente compresi e offrendo sostegno durante e dopo le interviste. Le persone partecipanti hanno acconsentito all’uso delle loro parole e immagini a fini di ricerca, pubblicazione e formazione. Il servizio sociale che seguiva i minori non è stato informato della partecipazione dei genitori.

Analisi dei dati

Ho utilizzato una combinazione di approcci induttivi e deduttivi all’analisi, alla luce della ricerca esistente, della mia esperienza professionale e del materiale prodotto nelle interviste, per cercare generalizzazioni moderate così come differenze tra i racconti (Broadhurst e Mason, 2020). I dati sono stati letti nel loro contesto di produzione e considerati co-costruiti anziché estratti (Beuving e Vries, 2015). Le immagini sono state trattate come materiale valido in sé, senza ulteriore interpretazione se non la selezione delle parole delle persone partecipanti da usare come didascalie (Sutton-Brown, 2014).

Limiti e punti di forza

Il centro per la famiglia dell’ente locale era insolito per il suo orientamento al sostegno, il che può limitare la trasferibilità dei risultati, ma ha fornito spunti utili e contrasti con i contatti sottoposti a valutazione formale. Il campione mancava di diversità etnica, e le considerazioni etiche hanno escluso dallo studio i genitori più vulnerabili, un fattore probabilmente accentuato dagli abbandoni (Silverman, 2010). Il coinvolgimento di un servizio di advocacy indipendente ha garantito che i genitori con un’opinione negativa dell’ente locale non fossero esclusi. La mia strategia di campionamento ha offerto varietà a scapito di un esame approfondito di gruppi specifici, ma ha prodotto una descrizione densa e dati ricchi e dettagliati (Bryman, 2016).

L’uso dell’analisi tematica ha in parte frammentato il materiale, e non sono state incluse le voci di chi opera nei servizi, dei minori e delle famiglie affidatarie. I vincoli di tempo hanno impedito di coinvolgere le persone partecipanti nell’analisi. Ciononostante, lo studio presenta un’elevata validità contestuale e pratica, essendo radicato nell’esperienza professionale e nelle conoscenze delle persone partecipanti (Sheppard, 1998).

Partecipanti

Sedici genitori hanno manifestato interesse; 11 hanno partecipato a una prima intervista e tutte tranne una sono tornate per una seconda. Erano tutte persone bianche, britanniche o irlandesi, di età compresa tra 20 e 51 anni. I 10 genitori provenivano da otto famiglie e avevano complessivamente 31 tra figlie e figli e sei nipoti. Cinque persone erano ancora coinvolte in un procedimento di tutela, mentre le altre vivevano separate da una parte o dalla totalità della prole da oltre quattro anni. Cinque avevano vissuto allontanamenti ripetuti. Le persone partecipanti avevano accudito la prole a casa o in maternità per periodi da pochi giorni a 10 anni, e avevano mantenuto i contatti con minori in affido familiare a breve e lungo termine, in adozione, in affido intrafamiliare, in collocamenti genitore-bambino o presso l’altro genitore. Avevano partecipato a incontri formalmente supervisionati (talvolta nell’ambito di una valutazione), a contatti sostenuti e a visite facilitate dalle famiglie affidatarie. La frequenza delle visite andava da sette volte alla settimana a tre volte all’anno; quattro avevano almeno un figlio o una figlia adottati senza contatti, dopo il venir meno degli accordi di contatto indiretto. Molti genitori avevano vissuto più tipi di contatto con minori in diversi tipi di famiglia nel tempo o all’interno della stessa fratria. Di conseguenza, questo gruppo rappresentava una fonte unica di conoscenza genitoriale, che spingeva la portata dello studio oltre le dimensioni relativamente ridotte del campione. Si veda la tabella 1 per una sintesi delle persone partecipanti.

Le interviste sono durate tra 20 minuti e due ore. Due coppie di genitori hanno scelto di essere intervistate insieme e hanno fornito un’unica serie di immagini. Le persone partecipanti hanno inviato tra tre e 23 immagini; una ha scattato fotografie ma ha scelto di non condividerle.

Tabella 1 — Tabella delle persone partecipanti.

  • Nome: Rachael; Sito: B; Procedimento in corso?: No; Disabilità intellettiva?: Sì; Prole: 10; Età: 5–29 anni
  • Nome: Lizzie; Sito: A; Procedimento in corso?: Sì; Disabilità intellettiva?: No; Prole: 1; Età: 8 mesi
  • Nome: Rose; Sito: A; Procedimento in corso?: Sì; Disabilità intellettiva?: No; Prole: 2; Età: 3 mesi, 15 mesi
  • Nome: Jake; Sito: A; Procedimento in corso?: Sì; Disabilità intellettiva?: No; Prole: 2; Età: 3 mesi, 15 mesi
  • Nome: Emma; Sito: A; Procedimento in corso?: Sì; Disabilità intellettiva?: No; Prole: 5; Età: 6 mesi–8 anni
  • Nome: Jim; Sito: B; Procedimento in corso?: No; Disabilità intellettiva?: Sì; Prole: 6; Età: 7–28 anni
  • Nome: Carly; Sito: B; Procedimento in corso?: No; Disabilità intellettiva?: Sì; Prole: 2; Età: 4 anni, età adulta
  • Nome: Mark; Sito: A; Procedimento in corso?: Sì; Disabilità intellettiva?: No; Prole: 1; Età: 18 mesi
  • Nome: Fred; Sito: A; Procedimento in corso?: No; Disabilità intellettiva?: Sì; Prole: 2; Età: 3 anni, 4 anni
  • Nome: Wilma; Sito: A; Procedimento in corso?: No; Disabilità intellettiva?: Sì; Prole: 3; Età: 3–21 anni

Risultati

I principali risultati di questo studio sono discussi attorno a tre temi: (1) «La perdita», con i sottotemi «All’indomani dell’allontanamento», «Una perdita che dura», «L’età del bambino o della bambina» e «La perdita di fiducia»; (2) «Essere genitori negli incontri», con i sottotemi «Ancora genitori», «Prepararsi», «Stare insieme», «Proteggere la nostra prole» e «Dirsi addio»; e (3) «Il personale degli incontri», con i sottotemi «Sentirsi sotto giudizio» e «Ricevere sostegno».

Primo tema: la perdita

Il messaggio più forte di madri e padri, con e senza disabilità intellettiva, è stato il legame inestricabile tra tempo in famiglia e perdita. L’esperienza dell’allontanamento premeva sulle nostre interviste e chiedeva di essere raccontata con tale urgenza che a volte era difficile far firmare prima i moduli di consenso. Emma ha descritto il carattere pervasivo e persistente di questo lutto con 23 fotografie della sua casa senza la prole. La prima è presentata nella figura 1, con le sue parole come didascalia.

[Figura 1 (Di solito faccio così. Sto lì sdraiata, a fissare il muro, senza emozioni. Solo a pensare a tutto… quando vado da mia mamma e… quando vado a dormire. È l’unico momento in cui me ne dimentico. (Emma)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

Per tutti i genitori tranne uno, la perdita della prole è stata aggravata dalla separazione temporanea o definitiva dal partner, a causa di una valutazione residenziale o in risposta alle preoccupazioni del servizio sociale. Era una perdita segnata dal genere: i padri venivano separati dalla compagna e dal bambino durante i collocamenti madre-bambino, e due si sono sentiti accusati ingiustamente di violenza domestica. Le madri portavano il peso di dimostrare la propria capacità di accudimento, e diverse sentivano di essere punite per la violenza del partner o di vedersi chiedere, irragionevolmente, di pianificare i contatti futuri quando ciò poteva esporle al rischio di ulteriori abusi.

Anche per le persone partecipanti che potevano contare su partner, familiari o amici solidali, dopo l’allontanamento c’era un profondo senso di isolamento e di stigma: «Nessuno capisce quanto dolore stavo passando… Ho fatto tutto da sola. Sto in piedi sulle mie gambe, e da sola» (Carly).

La perdita all’indomani dell’allontanamento

L’impatto devastante dell’allontanamento era lo sfondo universale del racconto di ogni genitore sulle visite. Era però anche mediato dal tempo. I genitori che avevano perso un figlio o una figlia negli ultimi mesi erano sotto shock: «Può succedere letteralmente in cinque minuti. La tua vita può essere semplicemente stravolta» (Emma).

I genitori ancora coinvolti nel procedimento descrivevano di vivere in un limbo emotivo, senza sapere se il bambino o la bambina sarebbe tornato a casa. Molte persone hanno menzionato difficoltà a mangiare e a dormire. Vivevano circondate dalle cose della prole, in attesa del tanto desiderato ritorno:

È ancora dappertutto… tutte le sue altre cose, tipo la sua tenda dei giochi e tutto il resto, sono ancora montate, e quel suo coso per saltellare, ancora montato, e tutti i suoi vestiti sono dappertutto. (Lizzie)

Tutti i giocattoli che compriamo per loro in questo periodo. Li mettiamo in camera loro, pronti per quando, diciamo, torneranno a casa. Abbiamo notato che al nostro bambino piacciono certe cose lì dentro. Quindi compreremo cose più o meno simili. (Jake)

L’intensità delle visite più volte alla settimana dominava la vita di alcuni genitori, e tutto il resto si riduceva a un’esistenza «nel frattempo». Alcune persone trovavano conforto e distrazione nel lavoro retribuito o nell’aiutare chi abitava vicino (si veda la figura 2).

[Figura 2 (Quando lavoro e ho la testa occupata, non penso a tutte le cose, alle cose tristi che sono successe. Ho sempre avuto una buona etica del lavoro. (Mark)) — fotografia scattata da un partecipante, non riprodotta qui.]

Una perdita che dura

Per chi aveva la prole in affido a lungo termine (quattro di queste persone non avevano alcun contatto con almeno un figlio o una figlia), il dolore della perdita durava nel tempo. Quei bambini e quelle bambine non venivano mai dimenticati, ma tutte le persone che avevano vissuto l’allontanamento più di quattro anni prima avevano costruito la propria vita attorno a questa perdita, attraverso il lavoro, il volontariato o il ruolo di nonni. L’impegno nei servizi di advocacy e nella ricerca dava senso e struttura a tre persone partecipanti:

Adesso mi sto davvero godendo la vita, ma allo stesso tempo continuo a pensare a lei. Faccio una gita di un giorno e penso: a mia figlia piacerebbe tantissimo qui. Ce l’ho sempre in testa. Penso a lei sempre, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. (Carly)

I genitori di minori adottati trasmettevano la sensazione di vivere una vita sospesa, presa tra un passato ricordato con il bambino o la bambina e un ritorno futuro immaginato. Per queste persone, le cose da neonato della prole erano cariche di speranza e di significato (si veda la figura 3).

[Figura 3 (Tutti i giocattoli, ho ancora tutti i suoi giocattoli a casa. La scatolina dei giochi. L’anno scorso mia nipote ha avuto un bambino e mi fa: «Dai, tirami fuori un po’ di giocattoli». Non posso darle nessuno di quei giocattoli, quindi probabilmente resteranno lì finché lei non avrà almeno 18 anni e tornerà a casa. (Rachael)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

La perdita e l’età del bambino o della bambina

Anche l’età della persona minore era significativa. Per le tre madri che avevano subito l’allontanamento di un neonato dall’ospedale, questa perdita era viscerale e veniva ricordata in modo vivido molti anni dopo (nessun uomo dello studio aveva vissuto questa esperienza):

Il modo in cui me l’hanno tolta, dalle mie braccia… Mi colava il latte dal seno… è lì che sono crollata. Pensavo: lei ne ha davvero bisogno, ma non è qui. È questo che mi ha fatto più male. Perché è il mio legame, ho il mio legame con lei in quei tre giorni e basta… mi è sembrato che ce l’avessero spezzato. (Rachael)

Stare con il proprio neonato era un imperativo emotivo per queste donne, ma richiedeva un enorme sforzo fisico ed emotivo, perché si recavano alle visite ancora letteralmente sanguinanti dopo il parto, disperatamente desiderose di conoscere quella nuova creatura. Rachael metteva a confronto questa perdita con quella dei figli più grandi: «Con i miei figli più grandi è molto diverso. Però loro li ho avuti da piccoli, quindi ho potuto accudirli».

Dopo la perdita di figlie e figli più grandi, uomini e donne piangevano allo stesso modo la loro vecchia vita insieme. L’assenza del bambino o della bambina pervadeva la casa, trasformando compiti di routine come fare la spesa o cucinare in un doloroso promemoria: «Il nostro bambino è stato con noi per tutto il suo primo anno di vita. Quindi siamo così abituati ad averlo lì, a metterlo a letto ogni sera, a lui che ci sveglia la mattina… è molto difficile» (Jake).

La perdita di fiducia

L’avvio del procedimento di tutela minava il rapporto dei genitori con le e gli assistenti sociali che seguivano la prole, anche quando in precedenza era stato positivo; diverse persone hanno menzionato una perdita di fiducia dopo aver letto relazioni per il tribunale che consideravano inesatte. Le persone partecipanti si sentivano spesso abbandonate e trascurate dopo l’allontanamento:

Dei genitori non gliene frega niente. Gli importa solo di quelli lì [del servizio sociale], i genitori vengono sempre buttati da una parte e nessuna considerazione. (Emma)

Secondo me chi fa l’assistente sociale deve pensare di più con il cuore, invece di prendere decisioni perché è il suo lavoro. (Lizzie)

Per quattro genitori, questa sfiducia andava oltre la singola figura di riferimento del servizio sociale. Aderivano alle tesi diffuse online su una cospirazione del servizio sociale per allontanare i minori a scopo di lucro, con una perdita totale di fiducia nell’intero sistema, anche se una quinta persona ha menzionato la necessità di essere scettici verso le informazioni trovate in rete. Quando il personale degli incontri faceva formalmente parte della valutazione del servizio sociale, poteva essere percepito come complice (si veda la figura 4).

[Figura 4 ([Lo spazio neutro] rappresenta un sacco di corruzione. Ci passo davanti tutti i giorni. Perché abito proprio dietro l’angolo e ogni volta che lo vedo mi viene voglia di urlare e gridare e dire, tipo, state attenti. (Rachael)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

Secondo tema: essere genitori negli incontri

Ancora genitori

Jake è venuto all’intervista con una maglietta che portava la scritta a caratteri cubitali «I’m the Daddy» («Il papà sono io»). Il sentirsi ancora «mamme e papà» era universale tra le persone partecipanti, indipendentemente dalla separazione giuridica o geografica dalla prole o dal passare del tempo: «Sono io quella che li ha messi al mondo. Sono usciti dalla mia pancia. Lo so quando c’è qualcosa che non va nei miei figli. Anche se non sto con loro, lo so lo stesso, perché la notte non riesco a dormire» (Wilma).

Il tempo in famiglia offriva un momento in cui questo potente senso di un legame psicologico e biologico ininterrotto con il bambino o la bambina coincideva brevemente con la realtà fisica. Diversi genitori hanno fatto esempi di piccoli gesti di gentilezza e di rispetto da parte delle famiglie affidatarie al momento del passaggio, che servivano a confermare il loro ruolo e la loro importanza persistenti nella vita della prole:

Chiedono sempre; alla mia piccola, i capelli le stavano finendo un po’ sulla faccia, lei viene da me, cioè, non glieli taglio, ma va bene se le diamo una spuntatina e via, e io tipo, va bene. (Emma)

Una volta riuniti con la prole, il tempo in famiglia sembrava quasi riportare in vita le madri e i padri stessi:

Per tutto quel tempo, le 10 settimane, sono stata davvero una mamma. (Carly)

Per quel paio d’ore, potevo essere una mamma per lei… Odiavo lasciarla, ma vivevo per quelle mattine. (Rachael)

Prepararsi

Madri e padri si preparavano a vedere la prole con un misto di entusiasmo e di ansia. Molti genitori hanno indicato il bisogno di forza emotiva per mettere da parte sentimenti dolorosi e circostanze difficili in vista del tempo in famiglia: «Non credo di aver nemmeno pensato… Cercavo solo di arrivare in tempo… Non mi importava di nient’altro e di nessun altro se non della piccola» (Rachael).

I genitori erano consapevoli dello sguardo professionale mentre si preparavano alle visite (si vedano le figure 5 e 6).

[Figura 5 (Assicurarmi di essere bella pulita. Perché quando vai in posti come lo spazio neutro, devi assicurarti di essere pulita, l’igiene e tutte quelle cose lì. (Carly)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

Chi viveva in zone rurali dipendeva da taxi o da servizi di autobus scarsi e inaffidabili, che allungavano i tragitti e accrescevano l’ansia di arrivare in tempo (si veda la figura 7).

[Figura 6 (Preparo sempre i vestiti la sera prima. Pianifico tutto, devo stare attenta a cosa mi metto, perché se metto qualcosa di troppo scollato, poi dicono qualcosa. (Carly)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

[Figura 7 (Aspettando il taxi, seduta sul muretto. (Wilma)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

Stare insieme

Quasi tutti i genitori hanno indicato come la cosa più bella del tempo in famiglia lo «stare insieme». Diverse persone partecipanti hanno descritto come portare del cibo agli incontri permettesse loro non solo di nutrire la prole, ma anche di mantenere vivi i ricordi di un passato condiviso, affermando la continuità della propria identità e del proprio sapere di genitori (si veda la figura 8):

Quindi tutto quello che faccio, anche la merenda, cerco sempre di fare in modo che sia quello che mangiavamo prima. Così è come dire: la mamma non si è ancora dimenticata. (Emma)

Lo so cosa piace alla nostra bambina… lei sa che ho qualcosa. «Papà, papà, papà ha qualcosa per me?» (Fred)

[Figura 8 (Continuiamo ad andare a comprare la frutta per il nostro bambino, e gli piace l’uva, quindi lì dentro c’è l’uva e qualche vasetto di yogurt. (Jake)) — fotografia scattata da un partecipante, non riprodotta qui.]

Poter giocare, parlare e occuparsi delle figlie e dei figli più grandi era molto apprezzato dai genitori, che trovavano gioia e rassicurazione nei progressi della prole:

Si vede che sono ancora felici e tutto, che si divertono ancora… È bello vedere che la situazione attuale non li sta toccando più di tanto… è bello poterlo ancora vedere crescere e imparare. (Jake)

Tuttavia, il tempo in famiglia era un’occasione limitata per esercitare l’identità genitoriale; molti genitori di questo studio desideravano visite più lunghe e flessibili, in cui poter portare fuori i bambini e vedere insieme fratelli, sorelle o la famiglia allargata. Jim era così frustrato dalle restrizioni che non si è presentato agli ultimi incontri prima che i suoi figli venissero dati in adozione (l’unico partecipante ad aver preso questa decisione).

Proteggere la nostra prole

Il tempo in famiglia offriva un’occasione tanto attesa di stare di nuovo insieme, ma risvegliava anche potenti sentimenti di lutto da cui bisognava proteggere i minori. Ciò costituiva un duro lavoro emotivo:

Cerchiamo di non mostrare troppa tristezza davanti ai bambini e così via, perché anche se sono così piccoli certe cose le captano, e non vuoi che ti vedano in quello stato, ed è dura, ma devi restare forte per i bambini, no? (Jake)

Questo era particolarmente acuto quando si ricevevano notizie della vita che il bambino o la bambina conduceva lontano da loro:

[La madre affidataria dice] «Racconta alla mamma cosa stiamo facendo»… E io sto lì seduta a pensare: chiudi quella cazzo di bocca. È quello che dovrei fare io… Devo solo stare zitta ed esserne contenta… quante volte avrei voluto scoppiare a piangere. Ma so che se i bambini mi vedessero così, ci resterebbero male. (Emma)

Per alcune persone, portare i propri giocattoli e oggetti per la prole era un’espressione di agentività genitoriale, un modo per affermare la continuità della cura e della protezione (si veda la figura 9).

[Figura 9 (Non la lasciavo giocare con nessuno dei loro giocattoli perché non sapevo se erano sterilizzati, cosa poteva prendersi, quindi aveva i suoi giocattoli, che portava nella sua borsa. (Rachael)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

Madri e padri esprimevano anche un senso più ampio di responsabilità nel garantire la sicurezza della prole e consideravano il contatto un momento chiave in questo senso: «La nostra bambina di cinque anni entra e dice: “Non voglio tornare dall’affidataria”. Me la metto sulle ginocchia, tipo… “Cosa ti ha fatto?”» (Fred).

Per chi era cresciuto in affido o in adozione, le paure per la prole erano amplificate, e il danno causato dal proprio allontanamento era in primo piano nella mente:

I ragazzi in affido vengono buttati da una parte. Non ci ascoltano e tutti pensano che siamo solo ragazzini arrabbiati e violenti… perché certa gente dei servizi sociali non si è presa la briga di aiutare noi e la nostra famiglia d’origine… E rovina anche i bambini. (Lizzie)

Due genitori di figlie e figli più grandi hanno anche menzionato la difficoltà di spiegare loro decisioni prese da altri (come l’interruzione dei contatti tra fratelli e sorelle).

Dirsi addio

Quasi tutte le persone partecipanti hanno indicato il momento dei saluti come la parte più dura del tempo in famiglia: «Quando io resto e lui se ne va, è come se me lo portassero via di nuovo… se esco prima io, va un po’ meglio, perché so di averlo lasciato in un posto sicuro» (Lizzie).

Per i genitori di figlie e figli più grandi per cui non era ancora stato deciso nulla, la situazione si aggravava quando chiedevano di tornare a casa:

Tornava di corsa nella stanza piangendo, urlando, e non voleva uscire dalla stanza se non le tenevo la mano… me ne andavo, e la sentivo piangere, che diceva «mamma, mamma, mamma»… i tuoi figli vogliono te. Non vogliono stare con loro. Vogliono tornare a casa e tu non hai scelta: devi voltare le spalle e andartene. (Emma)

Dopo le visite i genitori si sentivano esausti e svuotati emotivamente; chi viveva in zone rurali affrontava talvolta lunghi viaggi di ritorno su mezzi pubblici inaffidabili, senza alcuna intimità. Per chi aveva contatti frequenti, l’ultima visita della settimana era particolarmente difficile, con il fine settimana che si stendeva davanti. Quando il tempo in famiglia veniva annullato, i genitori erano desolati (si veda la figura 10).

[Figura 10 (La mia piccola stava male, quindi non ho potuto vederla. Ho tirato fuori la coperta, ho acceso la tv e sono rimasta così tutto il giorno, tutto il giorno e tutta la notte. (Emma)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

Il dolore della separazione era acuto durante le ultime visite di commiato con un bambino o una bambina in procinto di essere adottati, come ricordava vividamente Rachael (si veda la figura 11).

[Figura 11 (Orribile, orribile. Cioè, l’ultimo incontro è stato difficilissimo. Volevo solo prenderla in braccio e scappare. Ma non l’ho fatto. Non è una buona idea. (Rachael)) — fotografia scattata da una partecipante, non riprodotta qui.]

Una volta a casa, alcuni genitori trovavano conforto nelle cose della prole, nella cura degli animali domestici (si veda la figura 12), nella televisione o nei videogiochi: «Tornavo a letto e mi accoccolavo abbracciata a uno dei suoi orsacchiotti, e uno ce l’ho ancora adesso. Lo abbraccio ogni sera e penso a lei» (Carly).

[Figura 12 (Di solito gli tiriamo la palla, lui parte di corsa… Il cane si è accorto che i nostri bambini non ci sono… è un po’ diffidente con gli estranei… ha sicuramente percepito qualcosa e credo che adesso voglia proteggere la sua famiglia, diciamo così. (Jake)) — fotografia scattata da un partecipante, non riprodotta qui.]

Alcuni genitori trovavano conforto anche nel sapere che la prole aveva con sé, nella nuova famiglia, oggetti di casa: «Adesso alcune ce le ha con sé, di quando era piccola… perché sua zia gliele ha portate» (Carly).

Due genitori hanno menzionato lo sforzo necessario per resistere al conforto delle sostanze dopo le visite: «[Stavo] probabilmente lì seduta su Facebook senza parlare, perché non usavo alcol o droghe per staccare la testa; a dire il vero era solo ansia e silenzio» (Rachael).

Terzo tema: il personale degli incontri

Sentirsi sotto giudizio

Tutti e 10 i genitori avevano esperienza di contatti supervisionati dal personale dei servizi e alla maggior parte non piacevano (si veda la figura 13). Il tempo in famiglia supervisionato era particolarmente negativo per i genitori con disabilità intellettiva quando faceva parte di una valutazione specialistica della loro capacità di accudimento, vissuta come confusa e ingiusta:

Mi stavano osservando. Come mi occupo di una bambina. Non è stato affatto piacevole, non mi piace che la gente guardi come mi occupo di mia figlia… Ho fatto una cosa giusta. Ma hanno scritto che l’avevo fatta sbagliata; sembrava proprio che non si prendessero nemmeno la briga di aiutarmi o niente, scrivevano e basta. (Carly)

[Figura 13 (La tazza di tè allo spazio neutro. Ma sai, devi berlo tutto, non puoi portarlo dentro. Desideravo che l’operatrice non ci fosse… Dovevo portare la merenda; faceva parte della valutazione… è una schifezza. Se sbagli una cosa, ti segnano tutto come sbagliato. (Jim)) — fotografia scattata da un partecipante, non riprodotta qui.]

I tre genitori seguiti dal servizio di advocacy per persone con disabilità intellettiva riuscivano a inquadrare le esperienze passate in un modello più ampio di discriminazione, esprimendo la necessità di valutazioni specialistiche e di formazione per il personale. La loro partecipazione continuativa alla ricerca, all’attivismo o al sostegno ad altre persone sembrava aver contribuito a una nuova e positiva identità genitoriale dopo la perdita della prole.

Ricevere sostegno

Il punto di vista dei genitori il cui contatto faceva parte di una valutazione contrastava con quello di chi vedeva la prole nel centro per il tempo in famiglia, dove il personale si concentrava sul sostegno a tutte le persone coinvolte:

All’inizio è stato davvero difficile. Perché sei in una stanza in cui non sei mai stato, con gente che ti guarda, e senti le tastiere che vanno… ma poi ti ci abitui, impari a conoscere il personale ed è molto più facile. (Mark)

Però è bello, perché sto costruendo quel legame con loro. (Emma)

Nel complesso, in netto contrasto con quanto provavano verso il servizio sociale, questi genitori avevano un’opinione positiva del personale degli incontri, un ruolo poco studiato. Apprezzavano la gentilezza e il riconoscimento della loro perdita, così come la competenza e l’aiuto pratico durante le visite, soprattutto quando erano adattati ai loro bisogni specifici:

Capiscono quanto è dura… sanno tutto sui bambini. E proprio il modo in cui ti aiutano… Non sapevo bene come preparare il latte… quindi mi hanno insegnato a farlo, ma adesso che so cosa sto facendo, si siedono lì e lasciano fare a me. (Lizzie)

Una del personale è uscita in macchina ed è andata a prenderci i pannolini. Quindi sono davvero d’aiuto… Ci sono sempre, ti danno sempre buoni consigli. E se notano qualcosa su cui pensano che potresti migliorare, te lo fanno sapere. (Jake)

Il sostegno alla genitorialità non era il bisogno principale né l’unico per alcune persone partecipanti, in grado di prestare buone cure in un ambiente protetto ma con difficoltà di fondo al di là della stanza degli incontri, come la violenza domestica. Il servizio per il tempo in famiglia dell’ente locale aveva fornito ad alcuni genitori un aiuto più ampio e molto apprezzato, compreso l’invio ai servizi di salute mentale, la consulenza sui debiti e l’advocacy.

Discussione e implicazioni per la pratica

Questo studio ha raccolto voci di genitori raramente ascoltate nella ricerca: chi è attualmente coinvolto in un procedimento di tutela, i padri e i genitori con disabilità intellettiva. Alcune persone partecipanti avevano vissuto nel tempo un’ampia varietà di contatti con minori in diversi tipi di collocamento, il che ha permesso una discussione sfumata e il confronto delle loro esperienze. È stata un’occasione per questi gruppi messi a tacere di descrivere la propria esperienza e di condividere ciò che avevano imparato su come sopravvivere. Le persone partecipanti erano mosse dal desiderio di raccontare la propria storia e dalla speranza di accrescere la comprensione professionale.

Il risultato più importante di questo studio è stata la produzione di immagini e di racconti genitoriali incisivi, capaci di comunicare direttamente con chi opera nei servizi. L’uso di una metodologia creativa ha permesso ai genitori di rispondere alle proprie condizioni, ha offerto sicurezza emotiva nel parlare di sentimenti dolorosi e ha reso la ricerca accessibile ai genitori con disabilità intellettiva. Il campionamento intenzionale ha garantito che la ricerca includesse l’esperienza, poco studiata, degli uomini, rilevando esperienze di perdita condivise tra i generi (sebbene nessun padre avesse vissuto la perdita di un neonato, particolarmente profonda per le madri). Vi erano differenze di genere nell’impatto della separazione di coppia: gli uomini avevano maggiori probabilità di essere separati dalla prole in tenera età nelle valutazioni residenziali, mentre le donne portavano il peso maggiore della responsabilità di dimostrare la capacità genitoriale e di proteggere la prole dalla violenza maschile. Ciò riflette un modello più ampio di pratica segnata dal genere e richiede ulteriori ricerche (Scourfield, 2003).

Come rilevato in altri studi, il dolore dell’allontanamento e le gioie e le ansie dei contatti erano universali per i genitori con e senza disabilità intellettiva (Collings et al., 2022; Ross et al., 2017). Tuttavia, l’impegno nei servizi di advocacy aveva dato a tre persone partecipanti una prospettiva fondata sui diritti, che inquadrava il sostegno inadeguato ricevuto come parte di un modello più ampio di discriminazione. L’attivismo e la partecipazione alla ricerca erano importanti strategie di sopravvivenza per questi genitori. Ciò evidenzia sia l’importanza dei servizi di advocacy sia la necessità che tutto il personale del tempo in famiglia sia formato in questo ambito. L’uso della metodologia visuale ha rivelato l’importanza degli oggetti materiali, che a volte somigliavano a oggetti transizionali, nella gestione della perdita. Le cose della prole avevano molteplici significati: una dichiarazione di speranza nel suo ritorno, un promemoria della sua assenza, un’affermazione di agentività e un conforto dopo le visite. Anche il cibo serviva a mantenere vivi i ricordi e a preservare l’identità familiare. I giocattoli e gli oggetti cari rimandati indietro con le famiglie affidatarie o consegnati ai minori al momento del passaggio a una famiglia permanente costituivano messaggi d’amore e di sollecitudine. Questi oggetti attraversavano i confini del tempo e dello spazio, ricollegando casa, contatti e collocamento, e gettavano un ponte tra un passato condiviso, il presente dislocato e il futuro immaginato, che convergevano durante il tempo in famiglia. Ne derivano implicazioni per la pratica, perché merende e regali possono essere fonte di conflitto nel tempo in famiglia; esplorare il significato e i messaggi di cui sono portatori potrebbe aiutare a disinnescarlo.

La metodologia utilizzata ha inoltre offerto nuovi spunti sul tempo in famiglia come evento nella vita dei genitori, mettendo in luce l’impatto emotivo dei lunghi tragitti di andata e ritorno dal luogo degli incontri, in particolare per le donne che hanno partorito da poco. Ha messo in evidenza anche altri aspetti temporali dell’esperienza genitoriale, come l’ultima visita della settimana e il ritorno in una casa vuota. L’attesa (dell’autobus, della visita successiva, dell’esito del procedimento o del ritorno del figlio o della figlia adottati) domina la vita dei genitori. Al tempo stesso genitori e non genitori, sopportano quella che può arrivare a sembrare una mezza vita tra un passato condiviso ricordato e un futuro desiderato o temuto. Il contatto rappresenta uno spazio liminale in cui la realtà fisica coincide brevemente con il sentirsi ancora genitori, con il potenziale sia di alleviare sia di riaccendere il dolore della perdita: mette i genitori di fronte alle prove della vita della prole senza di loro e crea nuove responsabilità genitoriali, come mantenere vivi i ricordi e proteggere la persona minore dal lutto dei genitori e dai danni all’interno del sistema di tutela.

I risultati di questo studio riecheggiano quelli della ricerca esistente con genitori a rischio di allontanamenti ripetuti, che evidenzia l’impatto della perdita di un figlio o di una figlia a opera del sistema di tutela e indica la necessità di estendere le linee guida di buona pratica per il sostegno ai genitori di neonati allontanati alla nascita, includendo il sostegno ai genitori separati da minori più grandi nel corso di un procedimento di tutela (Broadhurst e Mason, 2013; Mason et al., 2023). Lo studio arricchisce questo lavoro individuando strategie genitoriali di sopravvivenza, sia nell’immediato della perdita sia a più lungo termine, come prendersi cura di animali domestici o l’attivismo. Raccoglie inoltre il punto di vista di un gruppo diverso di genitori: sebbene alcune persone di questo campione avessero vissuto allontanamenti ripetuti, tutte erano ormai seguite da servizi di advocacy o partecipavano a contatti molto frequenti durante il procedimento, alcune con prospettive di ricongiungimento; in misura diversa, avevano evitato o superato l’escalation catastrofica delle difficoltà sociali riscontrata negli studi precedenti (Broadhurst e Mason, 2013).

Un tema chiave dell’intero studio è stata l’importanza delle relazioni adulte di sostegno, comprese quelle con le famiglie affidatarie, come già rilevato dalla ricerca esistente (Collings e Wright, 2022; Neil et al., 2015). Le persone partecipanti apprezzavano anche l’incoraggiamento e l’accettazione di familiari e amicizie, sia nell’affrontare il dopo-visita sia a più lungo termine, mentre ricostruivano la propria vita dopo la separazione definitiva. C’è spazio per pratiche innovative che costruiscano queste reti di sostegno fin dall’avvio del procedimento, magari attraverso la Family Group Conference (riunione di famiglia).

Mentre lo studio longitudinale di Neil e del suo gruppo (2006, 2015) su bambine e bambini dati in adozione negli anni Novanta ha rilevato che le relazioni costruttive tra genitori e assistenti sociali dell’adozione erano decisive per i contatti, nessuna persona partecipante a questo studio ha indicato l’assistente sociale della prole come fonte di sostegno. Ciò riecheggia risultati più ampi sulle esperienze negative dei genitori rispetto all’intervento del servizio sociale contemporaneo nel Regno Unito e mette in luce le richieste complesse e contraddittorie che gravano su chi opera nei servizi, in particolare durante il procedimento di tutela, quando deve al tempo stesso fornire prove al tribunale e lavorare in collaborazione con i genitori (Davies et al., 2023). L’impatto insidioso della disinformazione online era evidente per i genitori arrivati a considerare corrotto l’intero sistema, e richiede ulteriori ricerche. L’accesso a consulenza e informazioni indipendenti, come quelle fornite dal Family Rights Group, è fondamentale.

Syrstad e Slettebø (2020) hanno descritto il rifiuto di specifiche preoccupazioni di tutela come una strategia per evitare la dolorosa dissonanza tra l’immagine di sé come buon genitore e il giudizio altrui, ma il rifiuto dell’intero sistema sociale e giudiziario rappresenta una perdita di fiducia di portata ben più ampia, che rende impossibile il lavoro di collaborazione. Esistono tuttavia preoccupazioni condivise dal mondo professionale, dalla ricerca, dalla magistratura e dai genitori riguardo all’enfasi sull’adozione, che vanno anch’esse riconosciute man mano che la riforma del tempo in famiglia procede (Featherstone e Gupta, 2020; Public Law Working Group: Adoption Sub-Group, 2023).

Le persone partecipanti a questo studio ricorrevano a questi due discorsi (che il sistema fosse difettoso o che le preoccupazioni sulla prole fossero sbagliate) in modo sfumato. Per alcune, questa prospettiva valeva solo per una parte della prole, oppure coesisteva con altre risposte più costruttive, come lavorare per il ricongiungimento e per un cambiamento positivo, sostenere le nuove famiglie affidatarie, aiutare altre persone ed essere orgogliose della propria prole. Ciò evidenzia la complessità del lavoro con i genitori e le molteplici strategie che utilizzano per sopravvivere a questa perdita e costruire una nuova identità genitoriale. Pone inoltre la necessità di sostenere i genitori nel rispondere alle domande dei minori durante le visite e di affrontare, nel lavoro sulla storia di vita, le versioni discordanti sui motivi dell’allontanamento (Baynes, 2008).

Per tutti i genitori di questo studio, il personale degli incontri costituiva il principale contatto con i servizi per l’infanzia dopo l’allontanamento. I loro racconti suggeriscono che queste relazioni, poco studiate, sono decisive per l’esperienza che i genitori hanno delle visite alla prole. I tre genitori di questo studio che hanno vissuto i contatti nell’ambito di una valutazione specialistica per genitori con disabilità intellettiva ne hanno avuto un’esperienza negativa, che ha aggravato i loro sentimenti di perdita e di fallimento; ciò può riflettere una più ampia e controproducente sovrapposizione tra contatto e valutazione nel Regno Unito, come rilevato da Boddy e dal suo gruppo (2013).

I sette genitori che hanno vissuto un approccio di sostegno (due dei quali con difficoltà di apprendimento) trovavano comunque difficili le visite, ma avevano un’opinione molto più positiva del personale coinvolto, che apprezzavano per competenza, indipendenza di giudizio e disponibilità, grazie all’assistenza pratica, ai consigli, agli invii ad altri servizi e al tempo per parlare dopo le visite. Fare visita a un minore in affido è centrale nella costruzione e nella messa in atto di una nuova identità genitoriale dopo l’allontanamento (Said Salem e De Wilde, 2022). In misura diversa, nel contesto di relazioni di fiducia e di rispetto, queste madri e questi padri sono riusciti a ridefinirsi come genitori bisognosi di aiuto e di sostegno (Ross et al., 2017).

Nel Regno Unito, solo una minoranza di genitori riceve sostegno dopo l’allontanamento attraverso organizzazioni come Pause (www.pause.org.uk); tale sostegno inizia in genere dopo le decisioni definitive e si rivolge principalmente alle madri di minori adottati. Questo piccolo studio condotto in due enti locali suggerisce che, nell’immediato dell’allontanamento, quando i rapporti con il servizio sociale sono sottoposti a una tensione estrema, esiste la possibilità di costruire relazioni di fiducia con il personale degli incontri, il che può permettere a madri e padri di sopravvivere alla perdita e di accettare un aiuto per cambiamenti positivi. Per renderlo possibile, il personale del tempo in famiglia deve essere valorizzato e disporre di tempo, sostegno e risorse sufficienti per svolgere questo lavoro; ma non serve un modello specialistico, basta ripensare la portata del servizio per il tempo in famiglia includendovi il sostegno emotivo e pratico ai genitori, l’informazione e l’orientamento verso altri servizi. Si potrebbero persino collocare in alcuni centri servizi come il sostegno contro la violenza domestica, data la disponibilità dei genitori ad accettare aiuto in questo contesto. È essenziale garantire una formazione adeguata e l’adattamento di tutti i servizi ai bisogni dei genitori con disabilità intellettiva.

Pianificare e sostenere i contatti è impegnativo, e i bisogni di genitori, minori e famiglie affidatarie possono entrare in conflitto; occorre comprendere molteplici prospettive. Ma i sentimenti dei genitori contano, in quanto persone a pieno titolo e perché contano per la prole. Un messaggio chiave delle persone che hanno partecipato a questo studio è il bisogno di essere riconosciute ancora come genitori: genitori che hanno perso un figlio o una figlia. Più di ogni altra cosa, apprezzano il rispetto, la gentilezza, la compassione e il sostegno pratico. Madri e padri come loro hanno conoscenze e capacità di sopravvivenza preziose da condividere. La partecipazione alla ricerca, all’attivismo e alla co-produzione di materiali, così come il sostegno di gruppo, possono diffondere queste conoscenze, riducendo al tempo stesso l’isolamento e contribuendo a un nuovo e positivo senso di identità come genitore bisognoso di aiuto, che a sua volta aiuta altre persone e contribuisce a migliorare i servizi.

Complexe Systémique: i punti chiave

Questo studio sposta l’attenzione dal minore al genitore, e dal collocamento al tragitto, all’attesa e al ritorno in una casa vuota. In una prospettiva sistemica, il tempo in famiglia appare come uno spazio liminale in cui si incontrano due famiglie, un tribunale e un servizio, e in cui ogni oggetto (una merenda di prima, un orsacchiotto rimandato indietro, un giocattolo sterilizzato) porta un messaggio tra casa e collocamento. Il punto più utile per chi opera nei servizi è il contrasto tra due contesti: quando la visita serve da valutazione, approfondisce il senso di fallimento, soprattutto nei genitori con disabilità intellettiva; quando è concepita come sostegno, i genitori che hanno rotto con il servizio sociale accettano aiuto. Il testo invita anche a lavorare con la rabbia e la sfiducia senza squalificarle, in quanto strategie di sopravvivenza. I limiti sono quelli di un piccolo campione (10 genitori), interamente bianco, reclutato in due enti locali, uno dei quali aveva un orientamento al sostegno fuori dal comune. Da leggere insieme a l’articolo sul lavoro sistemico con genitori la cui prole è in affido e a la rassegna sulla relazione tra genitori biologici e famiglie affidatarie.

Note dell’originale

Dichiarazione di conflitto di interessi. Chi firma l’articolo ha dichiarato di non avere potenziali conflitti di interessi in relazione alla ricerca, alla stesura e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Finanziamento. Chi firma l’articolo ha dichiarato di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo: UK Research and Innovation, Economic and Social Research Council, numero di finanziamento: ES/P000630/1.

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Traduzione non ufficiale in italiano di ‘I lived for those mornings’: Parents’ experiences of visiting their children in care, di Polly Baynes, Adoption & Fostering, vol. 50, no 1, pp. 7-33 (2026), doi: 10.1177/03085759251393716, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (testo tradotto in italiano; fotografie delle persone partecipanti non riprodotte; tabella presentata sotto forma di elenco). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non ne rispondono; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «‘I lived for those mornings’: Parents’ experiences of visiting their children in care», pubblicato in Adoption & Fostering (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto in italiano da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattato per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Baynes, P. (2026). ‘I lived for those mornings’: Parents’ experiences of visiting their children in care. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/i-lived-for-those-mornings-parents-experiences-of-visiting-their-children-in-care (Opera originale pubblicata nel 2025 in Adoption & Fostering, 50(1), 7-33 (2026); ripubblicata nel 2026 da Adoption & Fostering, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/03085759251393716)

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