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Contemporary Family Therapy · Terapia familiare
Come mostrare che una seduta ha smosso qualcosa? Leoš Zatloukal, Pavlína Jurníčková e Jacek Szczepkowski presentano l’analisi ricorsiva delle cornici (Recursive Frame Analysis, RFA), nata dal lavoro di Bradford Keeney, che mappa gli spostamenti di una conversazione terapeutica lungo una struttura in tre atti. Fondamenti batesoniani, otto passaggi pratici, un sistema di trascrizione e un esempio tratto da una seduta di Insoo Kim Berg ne fanno una guida per studiare il cambiamento il più vicino possibile alla seduta.
Traduzione non ufficiale in italiano di Recursive Frame Analysis as a Method of Psychotherapy Change Process Research, di Leoš Zatloukal, Pavlína Jurníčková e Jacek Szczepkowski, pubblicato in Contemporary Family Therapy (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10591-025-09754-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1 è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Una seduta terapeutica utile comprende di solito diverse transizioni tra gli atti 1, 2 e 3, che ruotano in entrambe le direzioni, prima di stabilizzarsi infine nell’atto 3.
Leoš Zatloukal, Pavlína Jurníčková e Jacek Szczepkowski
Abstract
Questo articolo è dedicato all’analisi ricorsiva delle cornici (RFA), il metodo di ricerca qualitativa sviluppato per analizzare gli spostamenti discorsivi nelle sedute terapeutiche. In primo luogo vengono affrontate le origini filosofiche del metodo e la sua collocazione nel campo della metodologia della ricerca. Successivamente si discutono considerazioni pratiche su «come applicare» il metodo nel contesto della ricerca sul processo di cambiamento. L’articolo illustra in dettaglio come distinguere tra cornici e gallerie nelle conversazioni, come notare i movimenti all’interno di una «struttura in tre atti» e come annotare le circolarità nelle sedute terapeutiche. Presenta inoltre alcune idee originali e stimolanti su questa metodologia di ricerca, insieme a un breve esempio tratto da una ricerca condotta con la RFA.
Parole chiave: psicoterapia, ricerca sul processo di cambiamento, analisi ricorsiva delle cornici, psicologia discorsiva, ricerca qualitativa
La ricerca in psicoterapia si occupa di due domande fondamentali. La prima riguarda l’esito («La terapia è stata utile?»), mentre la seconda riguarda il processo («Come è andata avanti la terapia?»). Queste domande rimandano ai due principali tipi di ricerca in questo ambito: la ricerca sugli esiti e la ricerca sul processo (Timulak, 2008). La ricerca sugli esiti si concentra sulla nostra capacità di stabilire e misurare con precisione se il cambiamento terapeutico desiderato si sia verificato (Goodheart et al., 2006; Timulak, 2008). Questa domanda va inevitabilmente di pari passo con un’altra, che cerca di capire come il cambiamento sia avvenuto (Goodheart et al., 2006; Kazdin, 2009). La domanda sul «come» non solo ci conduce alla ricerca sul processo (Timulak, 2008), ma pone anche un interrogativo critico alla ricerca sugli esiti. Nell’ambito della metodologia scientifica, non basta trarre una conclusione su un esito, e nemmeno ipotizzare una relazione causale tra l’esito e il dialogo terapeutico, senza comprendere il processo di cambiamento e senza offrirne una spiegazione logica (Elliott, 2010; Kazdin, 2009; Watson & McMullen, 2016).
Il campo della «ricerca sul processo di cambiamento» si dedica a rispondere a questa domanda cruciale collocandosi all’intersezione tra ricerca sugli esiti e ricerca sul processo (Elliott, 2010; Greenberg, 1986; Watson & McMullen, 2016). Secondo Elliott (2010), tra i disegni di ricerca più riconosciuti in questo campo vi è il disegno microanalitico di processo sequenziale. Questo disegno di ricerca qualitativa offre una visione dettagliata e diretta del processo di cambiamento, poiché si concentra sulle conversazioni alla base dei singoli scambi comunicativi. Elliott sottolinea l’importanza di questo disegno di ricerca:
La ricerca sequenziale sul processo è, tuttavia, un approccio intuitivamente attraente e vicino alla pratica, in grado di fornire la base per una solida inferenza causale su importanti processi di cambiamento terapeutico. Per questo motivo, deve essere accettata come una linea fondamentale di evidenze a sostegno della pratica basata sulle evidenze… Curiosamente, finora la ricerca sequenziale sul processo è stata di natura prevalentemente quantitativa. La ricerca microanalitica qualitativa è poco sviluppata e, a mio avviso, dovrebbe essere utilizzata più ampiamente. (Elliott, 2010, p. 129).
Numerosi metodi, come l’analisi del flusso del discorso (Nitti et al., 2010), l’analisi della conversazione (Kondratyuk & Peräkylä, 2011; Peräkylä et al., 2008; Sutherland et al., 2014), i sistemi di codifica a base narrativa (Gonçalves et al., 2011, 2017), la microanalisi (Bavelas, 2012; De Jong et al., 2020) e l’analisi delle sequenze dialogiche (Tikkanen et al., 2013), si basano sul disegno microanalitico di processo sequenziale. L’analisi ricorsiva delle cornici (RFA), di cui tratta questo articolo, è un altro metodo basato su tale disegno. L’articolo si propone di presentare sia il quadro teorico sia le applicazioni pratiche del metodo. Suddividiamo il processo di realizzazione di una RFA in otto passaggi, simili a quelli utilizzati nella psicologia discorsiva (Lester et al., 2018). Pur sapendo che i singoli passaggi non si susseguono in modo lineare ma si sovrappongono, essi possono fare da guida lungo l’intero processo, in particolare per chi è alle prime armi nella ricerca. Sebbene alcune pubblicazioni descrivano già la RFA (Chenail, 1995; Keeney et al., 2015), questa suddivisione è nuova nella letteratura sulla RFA. Il testo propone anche alcune innovazioni, in particolare nella presentazione dei risultati (visualizzazione) e nei collegamenti con altri metodi di ricerca.
La RFA è stata inizialmente sviluppata come strumento per prendere appunti clinici, osservare da vicino il discorso terapeutico e generare possibilità nuove e creative per le azioni e gli interventi terapeutici (Keeney, 1990; Keeney & Keeney, 2012b). Da allora è diventata un metodo di ricerca qualitativa autonomo, adatto a esaminare da vicino il cambiamento terapeutico (Chenail, 1995; Keeney et al., 2015).
Un fondamento teorico importante per lo sviluppo di questo metodo di ricerca si trova nelle opere di Bateson (1979, 2000), Goffman (1986) e Spencer-Brown (1994). Il metodo attinge anche alle teorie dei sistemi complessi, che alcuni studi considerano di grande importanza per la ricerca sui processi di cambiamento (Hayes & Andrews, 2020; Schiepek et al., 2015, 2019). In questo senso la RFA si basa principalmente sulla cibernetica di secondo ordine (Chenail, 1991; Keeney, 1983, 1987; Keeney & Keeney, 2012a; von Foerster, 2002). Altri quadri teorici chiave sono il costruzionismo sociale (Gergen, 2015; Chenail, 1991; Keeney & Keeney, 2012b) e la teoria delle arti performative (Keeney, 1990, 2009). Affronteremo più in dettaglio i fondamenti teorici della RFA in questi tre ambiti: (1) i presupposti epistemologici, (2) il costruzionismo sociale e la psicologia discorsiva e (3) le arti performative.
Possiamo affermare che la RFA si fonda su tre premesse epistemologiche tra loro interconnesse, così come formulate da Bateson (Bateson, 1979, 2000; Keeney & Keeney, 2012a): (1) l’importanza delle distinzioni, (2) la teoria dei tipi logici e (3) il principio di ricorsività (circolarità).
Secondo Bateson, l’atto di distinguere o di riconoscere differenze1 è il processo fondamentale dello sviluppo della conoscenza. Bateson sostiene che ogni informazione «consiste in differenze che fanno una differenza» (Bateson, 1979, s. 99). Spencer-Brown presenta una prospettiva simile quando afferma: «Assumiamo come date l’idea di distinzione e l’idea di indicazione, e che non possiamo fare un’indicazione senza tracciare una distinzione» (Spencer-Brown, 1994, s. 1). Queste differenze plasmano il modo in cui noi esseri umani comprendiamo il mondo (Bateson, 1979; Keeney & Keeney, 2012a). È fondamentale concepire l’atto di tracciare distinzioni come un processo creativo: le distinzioni vengono create, anziché essere entità preesistenti in attesa di essere scoperte (Keeney & Keeney, 2012a). Di conseguenza, la terapia e l’uso della RFA nella ricerca sono processi essenzialmente creativi (Keeney & Keeney, 2012a).
Le distinzioni possono restare semplici oppure esistere in forme più complesse, creando così le cosiddette «cornici». Come hanno scritto Keeney et al.: «Una distinzione che si ridistingue a sufficienza diventa una cornice, un contesto che accoglie i continui rientri della ridistinzione successiva» (Keeney et al., 2015, s. 9). I termini «cornice» e «contesto» menzionati nella frase precedente sono intesi nella RFA come sinonimi (Chenail, 1995; Keeney et al., 2015).
Secondo Bateson, una cornice può essere paragonata al concetto matematico di insieme: la differenza fondamentale è quella tra l’elemento dell’insieme e l’insieme stesso (e, logicamente, l’insieme non può essere elemento di sé stesso, altrimenti ne deriverebbe un paradosso). Bateson (2000) individua alcune funzioni tipiche delle cornici, come l’esclusività (includendo determinati messaggi o azioni significative all’interno di una cornice, se ne escludono altri), l’inclusività (escludendo determinati messaggi, se ne includono altri), il rapporto con le premesse (una cornice interviene nella valutazione della pertinenza dei messaggi che contiene), la funzione metacomunicativa (una cornice fornisce indizi su come interpretare i messaggi al suo interno; al tempo stesso un messaggio metacomunicativo può ridefinire la cornice) e il «doppio incorniciamento» (l’idea che vi siano sempre altre cornici dentro o fuori dalle cornici, che costituiscono così una certa gerarchia; non c’è via d’uscita dall’incorniciare e dal reincorniciare). Seguire i cambiamenti nella gerarchia delle cornici e, all’occorrenza, introdurre cambiamenti di gerarchia in una conversazione terapeutica è una competenza fondamentale per chi fa terapia. L’analisi delle cornici e delle loro relazioni costituisce un’attività fondamentale nella ricerca sul processo di cambiamento condotta con il metodo RFA.
Secondo Bateson (2000), la relazione tra la cornice (il contesto) e gli elementi di quel contesto ha un carattere circolare (ricorsivo). Il processo continuo di distinzione porta naturalmente a ulteriori differenziazioni e significazioni:
La dinamica del distinguere, il continuo rientro della distinzione che distingue, è la ricorsione, la circolarità che opera su sé stessa, incarnando il girare che crea circolarità. La ricorsione non è ripetizione, ma rientro circolare con l’utilizzo e la produzione di un ordine diverso di circolarità. (Keeney & Keeney, 2012a, s. 87).
Keeney e Keeney illustrano la ricorsione facendo riferimento all’Uroboro, il noto simbolo del serpente che si morde la coda. Una metafora forse più adatta è la spirale, che incarna al tempo stesso il movimento circolare e la progressione. Questa enfasi sulla circolarità riflette il modo in cui elementi di interazioni precedenti vengono riscoperti e riutilizzati, e il modo in cui le cornici conversazionali possono trasformarsi in elementi di altre cornici, e viceversa. Documentare questi rientri circolari delle cornici nel discorso è una parte importante della metodologia RFA.
Il costruzionismo sociale costituisce un’importante fonte teorica per la RFA (Keeney & Keeney, 2012b). Già nel suo articolo del 1987, Keeney sosteneva una «comprensione ecosistemica del discorso» e scriveva:
I costruttivisti proporrebbero che «Come agisci è ciò che vedi». La RFA fa un passo in più e ci ricorda che «Come agisci è una conseguenza di con chi stai interagendo». La percezione è quindi un evento sociale, che va da gruppi sociali semplici, in cui una persona interagisce con sé stessa, a sistemi mentali più complessi che coinvolgono parti di molte persone. (Keeney, 1987, s. 26).
Questa affermazione è in linea con il costruzionismo sociale e lo distingue dal costruttivismo (radicale) (Anderson, 1997; Gergen, 2015). I principi di base del costruzionismo sociale possono essere riassunti brevemente così: (1) una posizione critica nei confronti di una realtà apparentemente «data» od «oggettiva»; (2) un’attenzione costante ai contesti storici e culturali che plasmano la nostra conoscenza; (3) la convinzione che i significati e la conoscenza si creino nelle conversazioni (costruzione sociale della realtà), con un accento sul ruolo che il linguaggio svolge in questi processi di costruzione del senso (Burr, 2003; Gergen, 1985, 2015; Lock & Strong, 2010).
Tra le tradizioni di ricerca strettamente legate al costruzionismo sociale (e in particolare alla RFA) figura la psicologia discorsiva (Edwards & Potter, 1992; Chenail, 1995; Chenail & Duffy, 2011; Keeney et al., 2015; Potter & Hepburn, 2007). Una possibile definizione di «discorso» afferma: «Il discorso è un mezzo fondamentale per l’azione. È il mezzo, attraverso il quale si costruiscono versioni del mondo e le si rende urgenti o le si rielabora come banali e irrilevanti… Il discorso si definisce, nel modo più semplice, come testi e parlato in quanto parti di pratiche sociali.» (Potter & Hepburn, 2007, s. 275–276). Il discorso può quindi essere considerato un verbo, e non solo un sostantivo (Potter & Hepburn, 2007). La descrizione delle «cornici» (o «contesti») fornita sopra è legata a questa interpretazione del discorso, così come lo è la relazione ricorsiva, reciprocamente costruttiva, tra distinzioni e cornici.
La psicologia discorsiva è una metodologia di ricerca flessibile e aperta che, come la RFA, nasce dalla filosofia costruzionista sociale e si concentra sugli aspetti performativi delle conversazioni (Edwards & Potter, 1992; Lester et al., 2018; Potter & Wetherell, 1987). Sebbene la sua metodologia sia influenzata soprattutto dall’analisi della conversazione (Wooffitt, 2005), essa ricorre anche a diversi altri metodi (Edwards & Potter, 1992; Lester et al., 2018; Wiggins, 2017), in particolare per integrare nell’analisi i livelli micro e macro del discorso (Nikander, 2007; Wooffitt, 2005).
Le arti performative sono state spesso citate come fonte d’ispirazione della RFA. Bradford Keeney, uno dei creatori della RFA, è pianista e compositore jazz. Concepisce la professione d’aiuto come dotata di un carattere artistico (Keeney, 1990, 2009). Il suo interesse per le arti performative ha portato lui e il suo gruppo di lavoro a creare un metodo che coglie la qualità della «performance» di chi fa terapia insieme all’evoluzione della conversazione. Questo orientamento alla performance trova un forte sostegno nel costruzionismo sociale:
La performance è una delle pratiche d’avanguardia della teoria costruzionista sociale… La svolta performativa è legata allo sfumare dei confini tra arte e scienza, letterario e scientifico, reale e virtuale, natura e cultura… Rivolge la teoria su sé stessa e mette in discussione i confini tra ricerca, pratica e teoria… La performance è la nozione costruzionista sociale della costruzione di significato come processo comunitario, in quanto avviene nel linguaggio e nel dialogo. (Bava, 2005, s. 172 a 174).
Chi ha creato la RFA ritiene che il processo di cambiamento in una conversazione d’aiuto si riveli nel modo in cui la persona assistita parla della propria situazione con chi fa terapia. Se è possibile individuare cambiamenti in queste conversazioni, essi possono manifestarsi nella vita delle persone assistite al di fuori della terapia (Gonçalves et al., 2011; Chenail, 1995; Nitti et al., 2010). Chenail paragona la RFA a un apparecchio acustico, che permette di sentire suoni che altrimenti passerebbero inosservati. Allo stesso modo, la RFA può aiutare chi fa ricerca o terapia a riconoscere in una conversazione significati o differenze che altrimenti sarebbero stati considerati privi di senso o semplice «rumore» (Chenail, 1995, p. 4). Il modello della «pièce in tre atti» di Field, utilizzato nella RFA, funziona come un apparecchio acustico per rilevare i cambiamenti nel discorso terapeutico (Keeney, 2009; Keeney et al., 2015).
Questo modello in tre atti suggerisce che la performance creativa richiede spostamenti progressivi attraverso tre atti: un atto di apertura, seguito da un atto intermedio che fa da ponte verso il culmine della performance in un atto finale (Keeney, 2009). Questa semplice struttura in tre atti aiuta a stabilire se in una conversazione terapeutica si verifichi un cambiamento, passando dal ciclo iniziale di esperienza impoverita (atto 1), attraverso l’esplorazione di nuove possibilità (atto 2), fino allo sviluppo e al consolidamento del cambiamento e delle risorse (atto 3). L’intero processo può essere delineato come segue:
Tuttavia, la transizione tra i singoli atti in terapia non è né lineare né unidirezionale. Il principio di ricorsività, o circolarità, continua a valere, il che implica che il movimento tra gli atti avvenga in modo piuttosto ciclico o rotatorio: dal circolo vizioso, in cui si resta bloccati in un problema o intrappolati in una cornice impoverita o patologica (Keeney et al., 2012), verso un circolo virtuoso più desiderabile e costruttivo. Chi ha creato la RFA descrive così i singoli atti di questo movimento:
Dobbiamo ricordarci, ancora e ancora, che né una seduta né la vita stessa sono una trama lineare che procede dritta. Le persone vanno avanti e indietro tra le cornici, imboccano uscite laterali e, soprattutto, girano in tondo, o in altre forme di meandri tortuosi… Mettere in moto un circolo virtuoso di interazione è il primo obiettivo della trasformazione e del cambiamento. Mantenerlo in movimento è il secondo. L’obiettivo finale è lasciarlo stare perché continui ad alimentarsi da sé in modo positivo e ricco di risorse. (Keeney et al., 2015, pp. 35–36).
Oltre a non essere lineare, la transizione tra i singoli atti non è nemmeno unidirezionale. Il secondo atto è talvolta descritto come la fase «intermedia» o «ponte» (Keeney, 1990, 2009) e può essere paragonato al movimento di un pendolo (Keeney et al., 2015). Passando all’atto 2, una conversazione d’aiuto sembra allontanarsi dalla fragilità della cornice impoverita verso qualcosa di creativo e potenzialmente utile per la persona assistita. Tuttavia, questo movimento è solo un primo passo, che può di nuovo ricadere nella cornice impoverita iniziale, proprio come fa un pendolo, oppure «confluire» nell’atto 3, portando al rafforzamento e al consolidamento del cambiamento e alla creazione di una cornice nuova e ricca di risorse (Keeney, 2009).
Una seduta terapeutica utile comprende di solito diverse transizioni tra gli atti 1, 2 e 3, che ruotano in entrambe le direzioni, prima di stabilizzarsi infine nell’atto 3. Al contrario, una seduta terapeutica mal condotta tende a restare bloccata nell’atto 1 o finisce per ricadervi dopo alcuni tentativi di procedere verso l’atto 2 ed eventualmente il 3.
Orientare la conversazione della seduta verso cornici utili è in linea con numerosi studi che sottolineano l’importanza dei fattori «extraterapeutici», «di vita» o «della persona assistita» nel cambiamento terapeutico (Duncan et al., 2004, 2010; Sprenkle et al., 2013; Wampold, 2001). Questi fattori non sono generalizzabili, perché variano da una persona all’altra e si presentano una persona alla volta, in un contesto specifico (Duncan, 2010). Ne sono esempi le competenze, le conoscenze, la motivazione e il sostegno sociale della persona, i cambiamenti di lavoro o nelle relazioni strette, la spiritualità, i tratti personali, ecc. Anche se i fattori legati alla persona assistita sono difficili da quantificare, è di vitale importanza individuarli e «attivarli» come risorse per il cambiamento terapeutico, qualunque sia l’approccio terapeutico utilizzato (Duncan, 2010; Flückiger et al., 2009). In altre parole, gli approcci terapeutici offrono numerosi modi per passare da cornici impoverite a cornici più ricche di risorse. La RFA è uno dei metodi di ricerca in psicoterapia in grado di cogliere le «evidenze conversazionali/discorsive» (Strong et al., 2008) delle risorse e dei contesti utili che emergono durante la conversazione (Keeney et al., 2015).
Sono poche le pubblicazioni che descrivono come utilizzare la RFA. Esse mostrano tuttavia che l’uso della RFA come metodologia di ricerca non è fisso né rigidamente manualizzato, e che esistono numerosi modi di condurre una RFA (Cotton, 2010; Chenail, 1995; Keeney, 1990; Keeney et al., 2015; Pelak, 2016; Peng, 2014). Questa flessibilità è intenzionale e riflette il concetto radicale di «autoinclusione di chi fa ricerca» (Keeney et al., 2015). In questo testo descriviamo la RFA in otto passaggi generali che si sovrappongono, simili a quelli utilizzati nella psicologia discorsiva (Keeney et al., 2015; Lester et al., 2018; Wiggins, 2017): (1) obiettivo della ricerca, (2) raccolta dei dati, (3) trattamento dei dati, (4) trascrizione, (5) analisi dei dati, (6) presentazione dei risultati e forme di visualizzazione della RFA, (7) metodi di analisi complementari e (8) gestione della qualità della ricerca.
La RFA viene generalmente utilizzata per analizzare il livello performativo dell’uso del linguaggio nelle conversazioni. Qualsiasi tipo di conversazione può quindi essere sottoposto a RFA (Keeney et al., 2012). Non può però essere utilizzata per studiare direttamente le percezioni o altre presunte «entità interne» appartenenti alle singole persone che partecipano a una conversazione, né può classificare tali «entità» (Chenail & Duffy, 2011; Keeney et al., 2015). Di norma, gli studi che adottano la RFA come metodologia formulano i propri obiettivi in termini relativamente ampi e li sviluppano con l’aiuto di domande di ricerca aggiuntive (Keeney et al., 2015; Lester et al., 2018). Negli studi sul processo di cambiamento in psicoterapia che impiegano la RFA, la domanda di ricerca si concentra in genere sugli spostamenti del discorso terapeutico e mostra come il cambiamento sia avvenuto all’interno della seduta. Domande di ricerca più specifiche possono essere formulate, riformulate o aggiunte sulla base del lavoro concreto con i dati. Questo approccio consente una maggiore flessibilità della ricerca e l’orientamento induttivo tipicamente associato alle strategie di ricerca qualitativa (Lester et al., 2018).
La raccolta dei dati è direttamente legata all’obiettivo della ricerca. In generale, la RFA mira a lavorare con dati che si producono naturalmente, che esisterebbero anche se non fossero raccolti a fini di ricerca (Potter & Hepburn, 2005; Wiggins, 2017). Una fonte di dati tipica e del tutto «naturalistica» per la RFA è costituita dalle registrazioni di sedute terapeutiche (Chenail, 1995; Lester et al., 2018). Idealmente, per la RFA si preferiscono le videoregistrazioni, che consentono di cogliere sia gli aspetti verbali sia quelli non verbali della conversazione. È tuttavia possibile utilizzare anche solo registrazioni audio per ottenere informazioni preziose sui cambiamenti nel discorso terapeutico (Chenail, 1995; Rudes et al., 1997).
Questa fase è strettamente legata alla precedente. Durante la fase di trattamento, i dati vengono archiviati, condivisi, organizzati, trascritti e annotati (Lester et al., 2018; Miles & Huberman, 1994). Il trattamento dei dati deve essere condotto in modo trasparente, strutturato, legale ed etico, il che include la tutela della riservatezza delle persone assistite. La natura orientata alla performance della RFA richiede al gruppo di ricerca di oscillare costantemente tra registrazioni, trascrizioni e procedure analitiche (Chenail, 1995; Keeney et al., 2015). Per questo, definire il sistema di trattamento dei dati è un passo decisivo verso un possibile successo futuro.
Come già detto, le registrazioni devono essere trascritte. La trascrizione è un elemento cruciale del processo di analisi (Chenail, 1995; Wiggins, 2017). Getta una «base solida per l’analisi» (Nikander, 2007), consente un’autentica esplorazione empirica (Keeney & Keeney, 2012b) e accresce la trasparenza dello studio (Nikander, 2007). È però importante notare che le trascrizioni non possono sostituire la base di dati primaria (O’Connell & Kowal, 1995). L’analisi dovrebbe sempre integrare simultaneamente trascrizioni e registrazioni (Lester et al., 2018).
La trascrizione potrebbe essere inclusa nella fase precedente (trattamento dei dati), ma per la sua importanza e per il tempo che richiede viene spesso trattata come una fase di ricerca a sé (Lester et al., 2018). Nel trascrivere le registrazioni, il gruppo di ricerca può seguire uno dei sistemi di trascrizione consolidati, come il sistema Jefferson (Jefferson, 2004), oppure sviluppare un proprio sistema, che diventa allora uno strumento cruciale per familiarizzare con i dati (Lester et al., 2018). Nella scelta del sistema di trascrizione è fondamentale considerare l’uso previsto della trascrizione nello studio e tenere presente chi sarà il pubblico del testo risultante (Mergenthaler & Stinson, 1992; O’Connell & Kowal, 1995). È altresì essenziale bilanciare l’attenzione ai dettagli e il numero di simboli e commenti di trascrizione, tenendo conto della fattibilità, della comprensibilità e dell’«eleganza intellettuale» della trascrizione (Mergenthaler & Stinson, 1992).
Gli studi con la RFA utilizzano per lo più trascrizioni semplici, con un numero minimo di commenti e simboli (Cotton, 2010; Chenail & Duffy, 2011; Keeney et al., 2015; Peng, 2014). Seguendo le raccomandazioni di O’Connell e Kowal (1995) e di Keeney et al. (2015), e alla luce della nostra esperienza, raccomandiamo il sistema seguente (tabella 1).
Tabella 1 — Sistema di trascrizione per la RFA
Questo semplice sistema di trascrizione ci consente di produrre trascrizioni piuttosto dettagliate e intelligibili. Tutti gli elementi essenziali (tranne l’enfasi legata all’intonazione, che renderebbe la trascrizione eccessivamente complessa) vengono inseriti come semplici commenti tra parentesi. Al tempo stesso, queste trascrizioni fungono da strumenti di riferimento che integrano le registrazioni originali. Per questo tutti i commenti che contengono mirano a funzionare come indicatori di eventi interessanti e significativi della conversazione: sollecitano chi fa ricerca a confrontare questi momenti salienti con la registrazione originale. Grazie all’inserimento sistematico dei riferimenti temporali, questa forma di trascrizione facilita anche una rapida navigazione nella registrazione. Nel sistema di trascrizione si possono integrare ulteriori simboli, qualora la ricerca richieda di monitorare aspetti specifici della conversazione.
Chenail definisce la RFA come «un tipo di analisi sequenziale che aiuta chi fa ricerca a notare gli spostamenti semantici in una conversazione» (Chenail, 1995, s. 7). Nel corso della RFA si possono seguire il contenuto (ciò che viene detto), la consequenzialità (la sequenza di ciò che viene detto e il suo impatto) e il processo (il passaggio da un tema all’altro) della conversazione, compreso il modo in cui le singole persone partecipanti usano il linguaggio per creare spostamenti nel discorso (Edwards & Potter, 1992; Chenail, 1995; Wiggins, 2017). Il gruppo di ricerca può inserire queste osservazioni direttamente nelle trascrizioni, usando tipi o colori di testo diversi per distinguere le proprie interpretazioni dalle trascrizioni grezze (Chenail & Duffy, 2011; Keeney et al., 2015; Wiggins, 2017). Può utilizzare un software adatto (per es. ELAN) o diversi metodi di visualizzazione della RFA, di cui si parlerà nella sezione successiva dell’articolo. Chenail afferma che nella RFA si utilizzano quattro livelli di analisi fondamentali: semantico, sequenziale, pragmatico e consensuale2 (Chenail, 1995; Chenail & Duffy, 2011).
Il livello semantico dell’analisi si concentra sul cogliere gli elementi portatori di significato: le cornici e la loro organizzazione gerarchica. Chi fa ricerca con la RFA studia l’«anatomia» di una conversazione, cioè la sua struttura significativa (Keeney, 1990; Rambo et al., 1993). Osserva e coglie sfumature minute: le distinzioni e la loro organizzazione in cornici, o in livelli superiori del discorso, che la RFA chiama «gallerie», «ali» e «musei» (Chenail & Duffy, 2011; Keeney, 1990). Questi termini un po’ insoliti indicano una gerarchia di cornici attraverso la metafora della visita a un museo. Esaminare le singole cornici è paragonabile a osservare i singoli quadri disposti nelle gallerie, che fanno parte di unità più ampie (le ali del museo), e tutto fa parte del museo nel suo insieme. Il modo più semplice di condurre un’analisi semantica è cogliere i temi della conversazione (che spesso vi formano delle cornici) e organizzare i temi simili in livelli superiori del discorso. È importante non trattare le cornici come unità fisse, ma seguire i cambiamenti e i rientri delle cornici lungo l’intera conversazione.
Il principio chiave di questa fase dell’analisi è restare il più vicino possibile ai dati originali, per esempio usando sistematicamente il linguaggio della conversazione osservata per denominare le cornici (Keeney, 1990; Keeney et al., 2015) ed evitando, per quanto possibile, interpretazioni generalizzate o una terminologia rielaborata. Tuttavia, quando si denominano le gallerie o altri livelli superiori del discorso, poiché questa fase comporta un certo grado di generalizzazione e di raggruppamento tematico di cornici affini, la regola rigorosa sopra menzionata non si applica. Questa questione potrebbe aver indotto chi ha creato la RFA a preferire, nei lavori successivi, visualizzazioni di singole cornici, senza raffigurare le gallerie o altre metacornici generali (Keeney et al., 2015). Al contrario, creare gallerie, ali e musei nell’analisi semantica rende più comprensibile la «mappa» della seduta. Possiamo anche osservare che persino nel suo ultimo libro chi ha creato la RFA usa grafici di metacornici che includono cornici (Keeney et al., 2015, p. 187, 235, 261).
Il successivo livello sequenziale dell’analisi si concentra sullo sviluppo graduale delle cornici interazionali nel tempo. In altre parole, osserva come queste cornici si susseguono cronologicamente (Chenail & Duffy, 2011). Come già detto, il significato di una cornice si definisce attraverso la sua relazione con altre cornici: quelle che l’hanno preceduta e quelle che seguiranno (Chenail, 1995; Keeney & Keeney, 2012a). Strettamente legato al precedente, questo livello di analisi esamina le transizioni tra cornici, notando come alcune cornici funzionino da «aperture» o «chiusure» per altre (Chenail, 1995; Keeney, 1990). L’analisi sequenziale mette in luce anche le relazioni ricorsive (circolari) tra cornici. Ciò è evidente, per esempio, quando alcune cornici ricompaiono in nuovi contesti e possono influenzare e modificare le relazioni tra cornici o contesti diversi all’interno della più ampia gerarchia dei contesti (Keeney et al., 2015).
Il livello pragmatico dell’analisi si concentra sull’ambito dell’«azione sociale» o della «funzione del linguaggio» (Edwards & Potter, 1992; Lester et al., 2018; Wiggins, 2017). Esamina come le persone che partecipano a una conversazione terapeutica contribuiscono a cambiare le cornici. Come abbiamo già accennato, la RFA utilizza la «struttura della pièce in tre atti» di Field, adatta a notare qualsiasi attività creativa, comprese le conversazioni terapeutiche (Keeney, 2009; Keeney et al., 2015). Nel contesto delle conversazioni terapeutiche, la struttura in tre atti consente di riconoscere qualsiasi spostamento dalla cornice impoverita iniziale (atto I), attraverso l’emergere di nuove possibilità (atto II), verso il rafforzamento e il consolidamento del cambiamento in un’esperienza ricca di risorse (atto III). Questo livello di analisi individua anche come avvengono i cambiamenti tra i singoli atti, quali partecipanti alla conversazione vi hanno contribuito e con quali mezzi.
Sebbene chi ha creato il metodo RFA non menzioni direttamente l’analisi consensuale, l’ideale è applicare la RFA in gruppi di ricerca (Chenail, 1995; Peng, 2014). L’obiettivo è favorire lo sviluppo di una comprensione condivisa delle conversazioni studiate attraverso scambi reciproci tra i diversi membri del gruppo, chiamati «sessioni sui dati» (Hill, 2011; Wiggins, 2017). È ciò che si definisce livello consensuale dell’analisi, che introduce nuove prospettive arricchenti e facilita lo scambio di punti di vista diversi, portando a una comprensione più nuova e complessa dell’oggetto di studio. Ciò è in linea con i principi epistemologici delle teorie socio-costruttiviste, importanti per la RFA, e, in modo significativo, accresce l’«affidabilità» o «validità» dello studio (Elliott et al., 1999; Hill, 2011).
Tutti i livelli di analisi sopra menzionati, eccetto forse quello consensuale, corrispondono ai principali punti focali dell’analisi sequenziale nella psicologia discorsiva. Questi sono rappresentati dalle domande «che cosa», «quando» e «come» (Wiggins, 2017). Lungo l’intero processo di RFA, chi fa ricerca passa continuamente dall’uno all’altro.
Nella presentazione dei risultati della RFA, il gruppo di ricerca mette l’accento sulla visualizzazione della struttura della conversazione terapeutica. Presta particolare attenzione ai suoi aspetti performativi, alla circolarità nella costruzione e ricostruzione delle cornici e ai momenti di sviluppo creativo e di cambiamento. Le diverse forme di visualizzazione della RFA rispondono a questi obiettivi. Può trattarsi di una semplice «catena» di cornici collegate, del raggruppamento di cornici in metacornici (chiamate «gallerie», «ali», ecc.) o del posizionamento di una cornice dentro un’altra, scambiando all’occorrenza le loro posizioni interno/esterno nello schema (per esempi, si vedano Cotton, 2010; Chenail, & Duffy, 2011; Keeney, 1990; Keeney et al., 2015; Peng, 2014). Non esiste un sistema di presentazione unificato; si incoraggia quindi chi utilizza la RFA a creare nuovi modi di presentare i propri risultati, in linea con il focus della propria analisi e con le esigenze della ricerca (Keeney et al., 2015).
A questo punto desideriamo presentare la forma di presentazione della RFA che utilizziamo. Questa presentazione (figura 1) è particolarmente adatta a documentare la dinamica in evoluzione di una conversazione terapeutica, aspetto importante per la ricerca sul processo di cambiamento. La visualizzazione racchiude l’oscillazione del discorso della conversazione tra i singoli atti all’interno di una «struttura in tre atti» (Keeney et al., 2015).

Come esempio di caso per la mappa RFA utilizziamo la seduta condotta da Insoo Kim Berg, cofondatrice della terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT). In questa seduta la terapeuta lavora con Carl, un diciassettenne che la notte precedente ha tentato il suicidio. La figura 2 mostra una mappa dettagliata della prima parte della seduta, che va dall’inizio (tempo nel video: 5:31) all’enunciato numero 128 (tempo nel video: 17:33).3

La prima colonna a sinistra riporta il numero dell’enunciato nella trascrizione e può includere anche il tempo nella registrazione, per facilitare la ricerca e seguire meglio la durata della seduta. In un normale rapporto di ricerca, l’intera trascrizione sarebbe accessibile a chi legge, così da poter esaminare come chi fa ricerca costruisce le singole cornici e gallerie. Per ragioni di spazio la trascrizione completa non è riportata qui; ne presentiamo solo un breve esempio (si veda sotto). Le singole cornici e gallerie sono poi raffigurate nelle tre colonne contrassegnate dai singoli atti. In una mappa RFA, le cornici possono essere elencate separatamente o raggruppate in gallerie più generali. Questo esempio comprende sia singole cornici sia la loro organizzazione in gallerie.
La mappa RFA illustra come il discorso abbia oscillato tra gli atti nel corso del tempo. Come mostra lo schema, i cambiamenti nella performance discorsiva non seguono un processo lineare semplice e diretto. Al contrario, nel corso della seduta si osservano numerosi ritorni indietro e progressi (si vedano le gallerie 4 e 5; inoltre, subito dopo l’enunciato 128, dove si conclude l’estratto, la conversazione è tornata all’atto II, impiegando circa altri dieci minuti per tornare all’atto III).
Questo schema può essere realizzato con una semplice funzione di tabella disponibile in quasi tutti gli editor di testo. È possibile anche usare frecce tra le cornici, idealmente con un codice di colori. Le cornici sono mostrate in celle delimitate, e le righe vuote della tabella offrono la possibilità di inserire note sugli spostamenti tra cornici. Questo metodo di visualizzazione della RFA ha un limite, poiché non rappresenta con precisione la natura circolare del processo di cambiamento. Cerchiamo di ovviare a questo limite numerando le singole cornici e indicando tra parentesi quadre il numero della cornice quando una cornice rientra in una nuova. Indicatori particolarmente significativi dei cambiamenti nel discorso sono i momenti in cui cornici prima impoverite rientrano in cornici ricche di risorse (si vedano 8.1., 9.1., 9.2.).
Questa mappa RFA consente un esame dettagliato dell’evoluzione e dello svolgersi di una conversazione nel tempo, nel contesto di una «struttura in tre atti» (dall’atto I all’atto III e viceversa). Un’analisi delle transizioni discorsive tra gli atti mostra che entrambi, terapeuta e cliente, hanno avviato questi spostamenti in entrambe le direzioni. Tuttavia, la terapeuta ha avviato gli spostamenti dall’atto I all’atto II o dall’atto II all’atto III con una frequenza significativamente maggiore rispetto al cliente. Un esame più approfondito mostra che la terapeuta ha utilizzato soprattutto domande o enunciati empatici per facilitare queste transizioni. Al contrario, a promuovere principalmente gli spostamenti in direzione inversa, dall’atto III all’atto II o dall’atto II all’atto I, era di solito (anche se non esclusivamente) il cliente, quando portava narrazioni sature del problema. L’esempio seguente, tratto dalla trascrizione della seduta, mostra il modo di distinguere le cornici e le transizioni tra di esse.
Esempio (de Shazer et al., 2007, pp. 113–115).
37) CARL: (con le lacrime agli occhi) Finché non ho piegato la testa all’indietro e ho detto le mie ultime preghiere o roba del genere. E poi ho cominciato a tagliare; e può vedere proprio qui (mostra il collo alla terapeuta).
38)INSOO: Sì. Già. Sì, lo vedo, sì.
39)CARL:.. e sono solo fortunato a essere vivo oggi. Sa, a parlarne, perché se avessi saputo che lì accanto c’era un coltello più affilato… ma ho preso quel coltello perché era il più grande.
40)INSOO: Già.
41)CARL: Quindi pensavo che avrei fatto più danni o qualcosa del genere.
42)INSOO: Certo.
43)CARL: Quindi io, non so; ringrazio Dio ogni giorno, sa. (pausa)
44)INSOO: Allora, che cosa ha aiutato? Che cosa ha aiutato perché non andasse fino in fondo? (indica il proprio collo)
45)CARL: È che, cioè, non so. Cioè, quando io ero… il coltello non era… non era così affilato, era tipo un coltello da burro o qualcosa del genere.
46)INSOO: Già. (sembra sorpresa)
47)CARL: Era solo che, sa, allora l’ho messo in modo che tagliasse di più, quindi in realtà ho usato la forza.
48)INSOO: Già.
49)CARL: Quindi. (pausa)
50)INSOO: E dici che non è la prima volta. È successo anche altre volte.
51)CARL: È successo altre volte, ma questa è la peggiore.
52)INSOO: Questa è stata la volta peggiore.
53)CARL: Sì. Altre volte è stato tipo bruciarmi con un ferro da stiro o qualcosa del genere, tipo proprio qui.
54)INSOO: Già. Accidenti.
55)CARL:.. o qualcosa del genere.
56)INSOO: Già.
57)CARL: Cioè, mi venivano in testa pensieri di tutti i tipi...
58)INSOO: Già.
59)CARL:.. che io, sa, prego solo Dio di non pensarli più. Arrivano e basta, sa, ogni volta che, sa, mi sento depresso o qualcosa del genere, sa, con voglia di suicidarmi, sa.
60)INSOO: Va bene. Allora, come sei riuscito ad arrivare a scuola oggi?
61)CARL: Be’, anche quella è una lunga storia.
62)INSOO: Che notte… cioè, è stata una notte terribile quella che hai passato.
63)CARL: Una notte terribilissima.
64)INSOO: Come hai fatto ad arrivare a scuola in orario?
65)CARL: Be’, in realtà è piuttosto fantastico, perché mentre succedeva tutto questo conflitto io ero a casa di mia zia...
66)INSOO: Già.
67)CARL:.. e volevano che restassi a dormire. Mi hanno detto: devi riposare o qualcosa del genere.
68)INSOO: Sì.
69)CARL: Ho detto di no, che volevo tornare a casa per potermi alzare e andare a scuola la mattina.
70)INSOO: Santo cielo.
71)CARL: Perché non ho ancora perso un giorno di scuola. Almeno… be’, due giorni, ma quelli sono stati contati, sa, come, sa, se fossi stato qui.
72)INSOO: Già.
73)CARL: Come se fossi andato dal medico o qualcosa del genere.
74)INSOO: Già.
75)CARL: Ma sono già stato due volte nell’albo della frequenza perfetta, sa.
76)INSOO: Ma dopo una notte terribile come quella di ieri, sei comunque venuto a scuola.
77)CARL: Sì.
78)INSOO: E mi sei stato d’aiuto; stai cercando di essermi d’aiuto oggi… stamattina. E hai persino partecipato al gruppo, con un gruppo numeroso di persone.
79)CARL: Numeroso. (sorride)
80)INSOO: Un gruppo davvero numeroso di persone. Sei molto estroverso, molto brillante, ti esprimi molto bene. Sono rimasta assolutamente sbalordita quando ho visto… quello che ho sentito stamattina e adesso, perché non ho avuto occasione di parlare con te perché eravamo tutti così impegnati. E sei riuscito, per così dire, a mettere da parte tutto questo.
81)CARL: Già.
L’estratto inizia nella cornice 3.7, in cui il cliente descrive la terribile storia del tentativo di suicidio della notte precedente. La terapeuta (Insoo) propone di passare all’atto II con una domanda centrata su ciò che ha aiutato Carl a non farsi del male (enunciato 44). Questo invito apre una nuova galleria (4) che potrebbe aprire una via verso le risorse del cliente. Carl, però, spiega che il coltello non era abbastanza affilato (enunciati 45 e 47), e la terapeuta risponde con una convalida, pur lasciando trasparire una certa sorpresa. Dopo una breve pausa, Insoo prosegue con un’attenzione molto insolita per lei al verificarsi del problema in passato, che può essere vista come un passo indietro verso l’atto I. La stessa Insoo commenta questo passaggio come una valutazione informale del rischio suicidario (de Shazer et al., 2007, p. 114). In ogni caso si tratta di un movimento dall’atto II all’atto I avviato dalla terapeuta, cosa rara in questa seduta. Il nuovo invito all’atto II viene di nuovo dalla terapeuta nell’enunciato 60, quando si concentra su come Carl sia arrivato a scuola dopo una notte così difficile. Più avanti nella seduta (in particolare nella cornice 8.1), la scuola emerge come una risorsa chiave, che offre a Carl motivazione e sostegno nelle situazioni difficili. Questa risorsa viene ulteriormente mobilitata o «attivata» nel corso della conversazione (nella cornice 14.2, non compresa nell’estratto della mappa RFA della fig. 2 e situata nell’atto III, Carl descrive la scuola come una «seconda casa» e, insieme ad altre risorse come le strategie di coping (galleria 18), il riconoscimento dei segnali d’allarme (galleria 17) o una nuova visione di sé (galleria 20), forma un insieme interconnesso di elementi significativi per il cambiamento terapeutico).
La RFA fornisce di per sé una utile «mappa» o «partitura» di una conversazione terapeutica, che consente uno sguardo approfondito sull’intero processo conversazionale (Keeney et al., 2015). Tuttavia, a seconda degli obiettivi del progetto di ricerca, può essere arricchita con altri strumenti e procedure analitiche, in particolare con vari tipi di analisi della conversazione (Bavelas, 2012; De Jong et al., 2020; Fitzgerald, 2013; Korman et al., 2013). Questi metodi richiedono in genere molto tempo e impegno, per cui è cruciale selezionare la parte più pertinente della seduta da esaminare. È essenzialmente la domanda di ricerca a guidare questa scelta. Se il nostro obiettivo è analizzare i momenti di cambiamento nel discorso, dovremmo probabilmente concentrarci sulle sequenze che attraversano tutti e tre gli atti in successione (preferibilmente senza ritorni indietro). Nel caso presentato selezioneremmo i momenti di spostamento discorsivo dalla galleria 5 alla galleria 8 (che copre tutti e tre gli atti), analizzando in particolare il passaggio dalla galleria 5 alla 6 e dalla galleria 7 alla 8. Da questa prospettiva, la RFA funziona come un’efficace strategia di campionamento, e la mappa RFA indica dove rivolgere un’attenzione dettagliata.
Un altro metodo di analisi molto diffuso e strettamente legato all’analisi della conversazione è l’«analisi delle cornici» di Keeney (Chenail & Duffy, 2011; Keeney, 1990). Questo metodo comprende un sistema potenzialmente complesso per analizzare e trascrivere le relazioni tra le diverse cornici e i loro cambiamenti nel tempo. Il Discursive Action Model (DAM), ben noto nella psicologia discorsiva (Edwards & Potter, 1992; Lester et al., 2018; Wiggins, 2017), offre un altro metodo di analisi adatto. Il DAM consente a chi fa ricerca di concentrarsi su tre livelli: (a) l’azione, (b) il fatto e l’interesse e (c) la responsabilità (accountability). Approfondire i dispositivi discorsivi (Wiggins, 2017) può rivelarsi un interessante elemento aggiuntivo dell’analisi RFA. In futuro potrebbe essere possibile osservare i cambiamenti discorsivi tra gli atti mediante sistemi automatizzati basati sull’intelligenza artificiale (Imel et al., 2015; Smink et al., 2019).
La ricerca che utilizza il metodo RFA dovrebbe sempre comprendere una gestione della qualità. Esistono già numerose linee guida a supporto del monitoraggio della qualità della ricerca qualitativa in generale (Denzin & Lincoln, 2005; Lincoln & Guba, 1985; Silverman, 2004). Sono disponibili anche linee guida particolarmente adatte alla gestione della qualità delle analisi discorsive (Avdi & Georgaca, 2007; Lester et al., 2018; Tseliou, 2013). Un’analisi approfondita dei singoli criteri di qualità esula dagli obiettivi di questo articolo. Possiamo tuttavia riassumere brevemente alcuni aspetti rilevanti per la RFA in termini di cura della qualità della ricerca:
La RFA è un metodo di ricerca che consente di visualizzare i processi conversazionali, favorendone una comprensione più profonda. Individuare i fattori influenti all’interno di questi processi può giovare a tutte le persone che partecipano ai dialoghi terapeutici, perché può contribuire ad accrescere la pertinenza delle sedute per le persone assistite. Chi ha sviluppato la RFA sostiene che l’uso di questo approccio potrebbe contribuire a valorizzare l’aspetto «artistico» o «performativo» di queste conversazioni d’aiuto (Keeney et al., 2012). Fornisce un riscontro immediato sulla performance di chi fa terapia durante la seduta, perché rende evidente se il discorso è progredito o se la seduta si è bloccata. Al tempo stesso, viene osservato che questo tipo di ricerca è di per sé un’arte, il che suggerisce che le due cose siano intrecciate.
La pratica dell’analisi non è diversa dalla performance dal vivo che studia, perché, mentre si sforza di discernere e seguire il cambiamento, sta anche mettendo in scena il cambiamento. La RFA chiede a chi fa ricerca di interagire in modo creativo con il discorso esaminato, ispirando un’azione che crea distinzione. Questa mappatura è più di un tracciato; è danzare con una linea d’azione passata in un modo che dà vita presente sia alla mappa indicata sia al territorio distinto, ciascuno dei quali fa emergere cornici generative per l’altro. Discernere la vita in una seduta orientata al cambiamento richiede qualcuno la cui performance di ricerca prenda vita. Dobbiamo rientrare nella ricerca del cambiamento che la persona assistita e chi faceva terapia hanno percorso in origine. In questa ri‐cerca, potremmo scoprire che anche la nostra comprensione, e il nostro modo di partecipare alla sua costruzione, stanno cambiando. (Keeney et al., 2012, p. 70).
Il legame circolare o ricorsivo tra pratica, ricerca e teoria è importante per l’intero campo della psicoterapia, e la RFA potrebbe dare un contributo utile in tal senso.
Complexe Systémique: punti chiave
Per la pratica sistemica, il valore della RFA sta nel rendere visibile ciò che si percepisce in seduta senza riuscire a mostrarlo: il momento in cui la conversazione lascia la cornice impoverita del problema, si avventura verso qualcos’altro, poi vi ritorna o si stabilizza altrove. La mappa in tre atti proposta dall’équipe ceca e polacca si costruisce con una semplice tabella e si può leggere come una partitura. L’estratto della seduta di Insoo Kim Berg con Carl, 17 anni, il giorno dopo un tentativo di suicidio, offre un’illustrazione impressionante: una domanda su come sia riuscito ad arrivare a scuola apre una risorsa che attraversa l’intera seduta. Il metodo può servire anche a rivedere le proprie registrazioni, per vedere chi avvia i passi avanti e i passi indietro. I suoi limiti sono riconosciuti: nessun manuale unico, una notazione che dipende dallo sguardo dell’équipe, una disposizione in colonne che appiattisce la circolarità e un articolo metodologico che offre solo un breve esempio, senza uno studio completo. Da leggere insieme a le ragioni per videoregistrare la propria pratica e a l’analisi della conversazione delle ripetizioni nel Dialogo Aperto.
Note dell’originale
1 Bateson usa il termine «differenza», mentre Spencer-Brown, come Keeney, usa il termine sinonimo «distinzione».
2 Chenail distingue esplicitamente solo i primi tre livelli di analisi (semantico, sequenziale e pragmatico); il livello consensuale è incluso in modo piuttosto implicito nei suoi scritti, laddove fa riferimento al lavoro delle équipe che analizzano insieme le registrazioni delle sedute terapeutiche (Chenail, 1995; Chenail & Duffy, 2011).
3 Una videoregistrazione di questa seduta reale è disponibile nel DVD didattico «I’m glad to be alive…: Working with suicidal youth» (SFBTA). La trascrizione completa della seduta si trova nel libro «More than Miracles», nel capitolo intitolato «My real self» (de Shazer et al., 2007, pp. 111–132). Purtroppo la trascrizione del libro non riporta la numerazione degli enunciati.
Finanziamento. Pubblicazione ad accesso aperto sostenuta dalle istituzioni che partecipano all’accordo trasformativo CzechELib.
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Recursive Frame Analysis as a Method of Psychotherapy Change Process Research, di Leoš Zatloukal, Pavlína Jurníčková e Jacek Szczepkowski, Contemporary Family Therapy, vol. 48, n. 2 (2026), doi: 10.1007/s10591-025-09754-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Recursive Frame Analysis as a Method of Psychotherapy Change Process Research», pubblicato in Contemporary Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Zatloukal, L., Jurníčková, P., e Szczepkowski, J. (2026). Recursive Frame Analysis as a Method of Psychotherapy Change Process Research. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/recursive-frame-analysis-as-a-method-of-psychotherapy-change-process-research (Opera originale pubblicata nel 2025 in Contemporary Family Therapy, 48(2), 185-197 (2026); ripubblicata nel 2026 da Contemporary Family Therapy, https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-025-09754-y)
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