Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Human Systems · Terapia familiare
La teoria dell’attaccamento pensa soprattutto per diadi: un figlio o una figlia, un genitore. Rudi Dallos, Ben Grey e Rebecca Stancer propongono un’intervista che esplora anche il triangolo, il posto occupato nella relazione tra i genitori, allora e oggi. Il caso di Jennifer e David mostra come una bambina presa «in mezzo» tra genitori violenti diventi una madre che tiene insieme tutto, e come il loro figlio finisca nella stessa trappola.
Traduzione non ufficiale in italiano di Exploring attachment as a triadic process: The family attachment interview, di Rudi Dallos, Ben Grey e Rebecca Stancer, pubblicato in Human Systems (SAGE) (2026), doi: 10.1177/26344041251395022, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le cinque figure sono riprodotte; l’appendice (versione abbreviata dell’intervista), pubblicata come materiale supplementare, non è riprodotta. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Il riferimento alla terza persona nella dinamica relazionale dava talvolta più senso ai pattern di attaccamento diadici che non l’osservazione del solo genitore con il figlio o la figlia.
Rudi Dallos, Ben Grey e Rebecca Stancer
Abstract
La teoria dell’attaccamento offre un profondo cambiamento concettuale, perché va oltre le spiegazioni individualizzate verso spiegazioni relazionali. Con la sua batteria di strumenti di valutazione fondati sulla comprensione dell’interazione genitore-figlio e delle narrazioni relazionali, questo campo ha costruito una base di evidenze considerevole per intendere i problemi come collocati tra le persone anziché nelle persone. In questo articolo, tuttavia, suggeriamo che proprio questo successo abbia portato tale comprensione a fossilizzarsi a un livello diadico (la relazione di un bambino o di una bambina con uno specifico genitore), trascurando l’impatto delle relazioni cogenitoriali sull’attaccamento infantile. Per questo abbiamo cercato un modo per portare la valutazione dell’attaccamento a un livello triadico, esplorando l’attaccamento di un bambino alla relazione tra i suoi genitori e non solo ai suoi genitori come individui. Sosteniamo che la natura essenzialmente diadica delle attuali interviste sull’attaccamento, come l’Adult Attachment Interview (AAI) e la Parent Development Interview (PDI), comporti il rischio di trascurare aspetti chiave della possibile organizzazione autoprotettiva dell’attaccamento. Per questo abbiamo sviluppato, a partire da queste interviste, una Family Attachment Interview (FAI, intervista sull’attaccamento familiare), che esplora in termini triadici sia l’attaccamento nell’infanzia sia l’accudimento attuale. Proponiamo di analizzare questa intervista con la metodologia derivata dall’AAI e dalla Meaning of the Child Interview (MotC; un modo sistemicamente consapevole di dare senso al discorso sull’accudimento), come mezzo per comprendere le relazioni familiari piuttosto che per produrre classificazioni. Illustriamo come potrebbe funzionare attraverso il caso di una coppia in terapia, in difficoltà nella relazione di coppia e nella genitorialità, a cui è stata somministrata la FAI. L’approccio è nuovo e in via di sviluppo, e invitiamo a collaborare per portare avanti queste idee.
Parole chiave: attaccamento, sistemi familiari, accudimento, genitorialità, relazioni genitori-figli, AAI, PDI, MotC, terapia familiare
La teoria dell’attaccamento ha una storia ricca e complessa a partire dalla sua formulazione originaria da parte di John Bowlby. Tra le tappe più significative figurano il riconoscimento della centralità dell’attaccamento sicuro per uno sviluppo sano nell’infanzia (Bowlby, 1990), il riconoscimento che attaccamenti insicuri potevano svilupparsi anche in famiglie integre (Ainsworth et al., 1978/2015) e il passaggio a una comprensione dell’attaccamento come qualcosa che si rivela nella natura delle narrazioni che facciamo delle nostre vite (Crittenden and Landini, 2011; Main et al., 1985). Altri lavori hanno adottato una visione più ampia dell’attaccamento, per esempio considerando anche le relazioni sentimentali come attaccamento (Shaver et al., 2000), e hanno riconosciuto i legami di accudimento dei genitori con i figli (George and Solomon 2008; Grey 2025a). Si è inoltre passati da una visione deficitaria dell’attaccamento – l’«insicurezza» – a una chiarezza crescente su come le «strategie» «insicure» e «insensibili» di attaccamento e di accudimento possano avere un valore adattivo in condizioni avverse (Crittenden, 2017 and Grey 2025a). Vorremmo tuttavia suggerire che forse i tempi sono maturi per un altro sviluppo significativo: il passaggio da un’attenzione all’attaccamento come processo diadico al riconoscimento della sua importanza come parte di pattern relazionali triadici e più ampi.
Al tempo stesso, sosteniamo che ciò non sia poi così nuovo e facesse parte della prospettiva iniziale di Bowlby:
«Il problema che viene portato alla Clinica nella persona del bambino non è il vero problema; il problema che di norma dobbiamo risolvere è la tensione tra tutti i diversi membri della famiglia…. Nel caso del bambino, il problema risiede di solito nelle relazioni tra lui o lei e i membri della famiglia».
Bowlby (1949, p.123)
Analogamente, nella terapia familiare sistemica le relazioni triadiche, compresa l’ipotesi che le difficoltà presentate dal figlio o dalla figlia possano essere legate a problemi nella relazione tra i genitori, sono state un elemento centrale della formulazione clinica e della pratica (Bowen, 1971; Dallos and Draper, 2024; Minuchin, 1974; Pallazzoli et al., 1978, Haley, 1978). La teoria dell’attaccamento ha incorporato fin dall’inizio concetti della cibernetica e della teoria dei sistemi, descrivendo l’attaccamento come un sistema relazionale di retroazione orientato a uno scopo. Tuttavia, l’articolazione che Bowlby ha dato di questo sistema si limitava ai processi diadici, ed egli non ha sviluppato una formulazione di come esso si realizzi come processo triadico, al di là di descrizioni più generali come quella sopra citata. In seguito, la teoria dell’attaccamento ha costruito un enorme corpus di evidenze empiriche e di concettualizzazioni teoriche fondate sui processi diadici tra madre (di solito) e figlio o figlia. Ciò si è evoluto verso l’esplorazione non solo dei comportamenti, ma anche delle rappresentazioni o modelli operativi che un bambino o una bambina sviluppa della propria relazione con la madre. Questa «svolta narrativa» ha portato allo sviluppo di modi sofisticati di esplorare i modelli operativi, come l’Adult Attachment Interview (AAI: Crittenden and Landini, 2011; George et al., 1996) e una serie di valutazioni narrative per l’infanzia, come le storie da completare (story stems; Emde et al., 2003; Farnfield, 2015), la Child Attachment Interview (Shmueli-Goetz et al., 2008) e così via.
Ma così non si guarda una porzione troppo ristretta del quadro della vita familiare? Come lasciava intendere Bowlby, una bambina osserva anche come i suoi genitori agiscono insieme e ne vive la relazione. Per esempio, quando i genitori litigano, soprattutto quando litigano a proposito del figlio o della figlia, ciò ha un impatto profondo. Si attivano risposte di paura, si produce un’attivazione negativa accentuata e in età infantile si sviluppano diverse strategie di coping che somigliano chiaramente ai pattern classici di attaccamento, per esempio evitamento/ritiro, oppure ansia/rabbia accentuate. Un esempio eloquente viene da una giovane donna, Kathy, che presentava un’anoressia:
«L’unica cosa di cui li sento parlare sono io, e se non avessi questa cosa [l’anoressia] è un po’ tipo, crollerebbe tutto?, almeno li fa continuare a parlarsi. E non litigano finché ce l’ho perché potrei peggiorare. Quindi, ehm... questo mi ha un po’ comprato, tipo, non è che abbia il controllo in quanto tale, ma così ho più controllo sulla situazione».
Dallos, citazione clinica
Kathy raccontava che i suoi genitori litigavano di continuo e che viveva nella paura costante che un giorno succedesse qualcosa di grave tra loro. Sembrava anche averne tratto l’insegnamento che una figlia diventa centrale nella gestione del conflitto tra i genitori, e che il modo più efficace per farlo è «ammalarsi».
La base di evidenze sull’importanza dei processi triadici nell’attaccamento è in crescita. Dubois-Comtois e Moss (2008) hanno rilevato che, in un gruppo di bambine e bambini di 5-6 anni, la qualità delle interazioni familiari aggiungeva in misura considerevole alla previsione della sicurezza dell’attaccamento infantile, valutata con un test narrativo:
«Questi risultati suggeriscono che lo sviluppo dei modelli operativi interni nella media infanzia è influenzato più fortemente dalle esperienze familiari in corso che dalla storia delle esperienze con il caregiver primario».
Dubois-Comtois & Moss (2008, p. 427)
Per la terapia familiare questo risultato non è affatto una sorpresa; sorprende semmai che il mondo dell’attaccamento sembri chiudere un occhio sulla probabilità che il modello operativo e il senso di sicurezza in età infantile siano influenzati dalle relazioni più ampie all’interno di una famiglia (Marvin and Stewart, 1990). Anche restando in una prospettiva diadica, è piuttosto evidente che la capacità di una madre di rispondere con sensibilità al figlio o alla figlia sarà compromessa quando si sente insicura, minacciata, ansiosa a causa dei conflitti con il partner.
Gli studi empirici rafforzano la necessità di una visione più sistemica dell’attaccamento. Per esempio, Brown et al. (2022) hanno esaminato la natura delle interazioni triadiche nelle famiglie con neonati e hanno riscontrato significativamente più affetto positivo e coesione che nelle famiglie in cui entrambi i genitori mostravano pattern di attaccamento sicuro anziché insicuro. Nelle famiglie discordanti (un genitore sicuro, l’altro insicuro) è stato osservato un pattern in cui l’attaccamento sicuro non protegge prevalentemente il figlio o la figlia, ma possono emergere interazioni negative, come un attaccamento più forte al genitore sicuro, più tempo trascorso con lui o con lei e così via, mentre l’altro genitore si ritira o diventa antagonista. Gerlach et al. (2022) hanno rilevato che i fattori di rischio familiari (compresi quelli triadici) incidevano sulla responsività genitoriale. Analogamente, il paradigma di gioco Lausanne Trialogue Play osserva l’interazione genitori-figli in modo triadico e trova un legame tra i pattern familiari di interazione e le difficoltà esternalizzanti e internalizzanti in età infantile (Gatta et al., 2017). Dallos et al. (2016), studiando bambine e bambini in età scolare che reagivano a scenari di attaccamento basati su immagini, hanno rilevato che si attivavano di più di fronte a scenari che raffiguravano un conflitto tra i genitori che davanti a minacce diadiche che, di per sé, potrebbero essere considerate più pericolose (come il ricovero in ospedale della madre), forse perché in quegli scenari percepivano di «perdere» entrambe le figure di attaccamento.
Una simile complessità può diventare rapidamente disorientante, inducendo chi lavora in clinica e nella ricerca ad affidarsi a modelli più semplici e riduzionisti per ottenere dati e formulazioni significativi. È una scelta sensata, purché un punto di partenza pragmatico non venga scambiato per il punto d’arrivo. Le procedure di valutazione dell’attaccamento, nel compiere il salto pionieristico dall’individuo alla diade, sembrano essersi fossilizzate al livello diadico. Suggeriamo che un tassello importante per uscire da questo vicolo cieco diadico e lineare possa consistere nel riconoscere che un bambino o una bambina (e il genitore che potrà diventare) non ha sviluppato soltanto un modello operativo delle proprie relazioni con ciascun genitore, ma anche della relazione dei genitori tra loro e di come collaborano nel crescere i figli. In termini generali: quanto hanno vissuto come sicura, o al contrario insicura, la relazione tra i genitori, e come si inserivano in questa dinamica? Le risposte a questa domanda, suggeriamo, avranno influenzato la relazione di attaccamento diadica con ciascuno dei due.
È di importanza cruciale il modo in cui hanno vissuto il proprio posto nella relazione tra i genitori: per esempio, se hanno avvertito la spinta a schierarsi con l’uno contro l’altro, oppure se hanno sviluppato il ruolo di chi cerca di mediare nei loro conflitti. Ciò è sintetizzato nella Figura 1, qui sotto.

Il figlio o la figlia ha una relazione di attaccamento con ciascun genitore (che può essere simile o diversa), ma anche con la loro relazione: per esempio, quanto ci si sente al sicuro quando si è tutti e tre insieme? Inoltre, ciascuna delle relazioni diadiche è influenzata dalla relazione con l’altro genitore. Ciò vale anche per i genitori, per cui si può considerare che ciascun genitore abbia una relazione con la relazione del figlio o della figlia con l’altro genitore: per esempio quando una madre comincia a vedere la figlia come «la cocca di papà», se ne risente e, di conseguenza, punisce o critica la figlia.
Finora, nell’esplorare queste intuizioni (per es. Dallos et al., 2023), siamo stati frenati dalla natura diadica degli strumenti che utilizzavamo. Gli strumenti più noti per esplorare le rappresentazioni dell’attaccamento e della genitorialità, i protocolli dell’Adult Attachment Interview (AAI: George et al., 1996), della Parent Development Interview (PDI: Aber et al., 1985) e del Working Model of the Child (Larrieu et al., 2014), indagano quasi esclusivamente minacce diadiche a relazioni concettualizzate in modo diadico (una figura genitoriale e un figlio o una figlia). Questo può essere esteso fino a includere le relazioni con più figure di attaccamento, ma considerate quasi interamente in modo diadico («Descriva la sua relazione con… sua madre, … suo padre ecc.».). Ciò solleva la questione di come, se le dinamiche triadiche fossero centrali per comprendere le relazioni di attaccamento, potremmo effettivamente venirne a conoscenza. Certo, dinamiche triadiche possono emergere nei resoconti dei genitori, ma come interpretarne l’assenza se non le abbiamo indagate direttamente? Nella nostra analisi delle narrazioni di coppie con un figlio o una figlia con diagnosi di autismo (Dallos et al., 2023) è stato un dato sorprendente quanto poco venisse menzionato l’altro genitore: i genitori si vedevano in modo isolato. In assenza di domande che esplorassero questo aspetto, potevamo solo fare congetture sul significato di questo risultato.
Abbiamo quindi sviluppato un’intervista basata sulla PDI e sull’AAI che esplora direttamente le relazioni triadiche (una versione abbreviata di questa intervista è allegata in appendice). Gli item chiave sono i seguenti.
Quando si intervistano due cogenitori, suggeriamo di condurre separatamente la sezione sulle relazioni nell’infanzia e insieme la sezione sulla famiglia attuale. Questo andrà comunque adattato in funzione della struttura della famiglia intervistata. Non intendiamo che questa intervista sia definitiva o conclusa; stiamo ancora cercando un equilibrio tra semplicità, chiarezza e complessità. Abbiamo accolto con piacere il coinvolgimento di colleghe e colleghi nella sperimentazione e nell’esplorazione di queste domande e del loro impatto, e abbiamo rivisto l’intervista alla luce dei riscontri ricevuti e di esempi di interviste. In particolare, abbiamo introdotto una scultura con i bottoni per stabilire quali triadi appaiano più salienti per la persona intervistata; data la complessità e la varietà delle relazioni familiari, non diamo per scontato che si tratti sempre della triade genitore-genitore-figlio, e nemmeno genitore-genitore acquisito-figlio. Come per le figure di attaccamento in quanto individui, può essere necessario esplorare più di una triade relazionale. Come l’AAI e la PDI, l’intervista si muove tra descrizioni semantiche generalizzate delle relazioni (la narrazione adulta di come funzionano le proprie relazioni) e descrizioni episodiche di ricordi ed esperienze specifici, consentendo di esplorare il significato delle discrepanze e dei conflitti tra le due (Grey 2025b).
Ciò solleva la questione di come l’intervista possa essere analizzata: i metodi esistenti sono sufficienti o serve un metodo del tutto nuovo? Il metodo di analisi inaugurato dall’AAI e adattato da metodi successivi di analisi del discorso sull’attaccamento, come la MotC, è essenzialmente qualitativo: esamina il modo in cui la storia è costruita e la sua coerenza, e colloca coerenza e incoerenza nella storia emotiva e relazionale di chi parla (Dallos and Grey 2025). Non siamo ancora certi che una classificazione complessiva dell’attaccamento o dell’accudimento della persona intervistata sarà di grande aiuto per districare ciò che possiamo apprendere in termini di complessità triadica. Ci interessa capire quali minacce o pericoli passati, all’interno del sistema familiare, possano essere salienti per chi parla, quali significati specifici possa averne tratto e come stiano plasmando le dinamiche familiari attuali. Per esplorarlo, abbiamo adattato il percorso di formulazione della MotC descritto da Grey (2025c) per concentrarlo sulle dinamiche familiari triadiche:
Presentiamo qui uno studio di caso illustrativo ed esplorativo (Yin, 2018) di interviste sull’attaccamento familiare condotte con una coppia eterosessuale sposata che desiderava un sostegno nella genitorialità di un figlio con diagnosi di autismo e sintomi d’ansia. Abbiamo scelto questo caso per illustrare l’intervista, esplorarne il potere esplicativo e il potenziale attraverso il processo analitico descritto sopra, e le opportunità cliniche offerte da questo processo. Come già indicato, l’intervista è stata condotta in 2 parti: intervistando ciascun genitore separatamente sulle esperienze d’infanzia e, in seguito, insieme, sulle esperienze familiari attuali. Entrambi i genitori hanno acconsentito all’uso delle loro interviste; abbiamo modificato alcuni dettagli non rilevanti per la nostra analisi per preservare l’anonimato.
Jennifer e David sono genitori di 2 figli, Matthew (12), con diagnosi di autismo, e Damien (21) (Figure 2 e 3).


Jennifer (54) e David (63) si sono rivolti alla terapia sistemica per essere aiutati nella loro relazione. Entrambi vivevano difficoltà estreme nella relazione di coppia: descrivevano conflitti frequenti, mancanza di intimità fisica ed emotiva, e stavano valutando la separazione. Temevano inoltre che le loro difficoltà relazionali avessero avuto ripercussioni sui figli. Damien si era ritirato dalla famiglia e trascorreva poco tempo con loro, mentre Matthew era considerato sofferente d’ansia e aveva ricevuto una diagnosi di disturbo dello spettro autistico. Entrambi i genitori erano bianchi, con un livello d’istruzione elevato e una rendita privata, ma al momento nessuno dei due lavorava. Stavano insieme da oltre 30 anni, si erano conosciuti all’estero e descrivevano l’inizio della loro relazione come entusiasmante, fatto di feste, alcol e uso di droghe ricreative. Tuttavia, quando Jenifer è rimasta incinta, sono tornati nel Regno Unito per mettere su casa insieme ai figli.
RD li ha visti separatamente e insieme per un periodo di 6 mesi. Jennifer attribuiva i problemi alla propria infanzia traumatica; aveva intrapreso varie forme di terapia e letto molto sul disturbo da stress post-traumatico. Sentiva però che David aggravava i problemi frustrandosi di fronte alle sue «interminabili teorizzazioni psicologiche. Lui ha spiegato di aver perso il desiderio sessuale per Jennifer e di trovare le sue «interminabili teorizzazioni psicologiche» inutilmente complicate, un ostacolo a una soluzione più pratica. Questa dinamica appariva come un ciclo ricorsivo che si manteneva reciprocamente.
Questo ciclo riecheggia una dinamica frequente nelle coppie in difficoltà, in cui una persona (Jennifer) adotta una strategia di attaccamento preoccupata (C) derivata dalla propria infanzia e l’altra (David) una strategia distanziante (A), e ciascuna attiva l’altra. Favorire il passaggio a una formulazione triadica, per esempio vedere le connessioni tra i figli e le relazioni di coppia, è spesso difficile, come in questo caso, perché molti genitori adottano un discorso intrapsichico su come i figli possano essere «aggiustati». Ciò può aiutarli a evitare il senso di colpa per aver «rovinato i figli». Riteniamo che connotare positivamente le intenzioni e le speranze dei genitori riguardo ai figli (i loro copioni correttivi, vedi sotto) sia un punto di partenza importante.
Per passare a una comprensione triadica, utilizziamo il modello in 5 fasi descritto sopra:
Jennifer ha descritto un’infanzia difficile e insicura. Suo padre beveva spesso, ha avuto diverse relazioni extraconiugali e poteva essere violento con sua madre. Tuttavia, Jennifer ha detto che anche sua madre era violenta, una che «picchiava il marito»… che «lo aspettava al varco e poi lo aggrediva fisicamente e poi la violenza, la violenza cominciava». Il padre se n’è andato di casa quando Jennifer aveva circa 15 anni.
Sua madre, secondo Jennifer, ostentava davanti agli altri la facciata di una coppia o di una famiglia felice, e Jennifer si sentiva costretta ad assecondare questa finzione. Inoltre, la madre riusciva a farla sentire in colpa quando si divertiva invece di stare con lei e occuparsi dei suoi bisogni. Jennifer ha descritto il padre come «creativo, musicale, artistico, gentile, ma distante». La madre, però, cercava di metterla contro di lui, chiedendole di «denigrarlo per farle piacere». La madre la coinvolgeva in un «gioco del fare finta» che consisteva nel prendere in giro la rabbia del padre, sminuendo anche il possibile senso di pericolo che Jennifer poteva aver provato quando il padre si arrabbiava:
«Mi ricordo anche, quando ero piccola, che lei a volte si sedeva in giardino…. mi diceva: “Fai finta di essere tuo padre. …” Facevamo questa specie di numero comico su di lui. Beh, che si arrabbiava, che lanciava cose in giro, sai, che spingeva il tosaerba. O che buttava la vanga. Lei si sedeva e rideva di me».
Questo intreccio la lasciava con la sensazione di essere oggetto dello scherno della madre nella misura in cui si identificava con il padre, come si vede nell’ultima frase, in cui si identifica come colei di cui si ride.
Jennifer sentiva di dover fare da mediatrice tra i genitori. Per esempio, dopo uno dei loro litigi «quasi quotidiani», Jennifer andava nella camera del padre per consolarlo quando piangeva. Jennifer temeva che si uccidessero a vicenda, e lei e suo fratello fantasticavano di uccidere il padre per mettere fine al conflitto. Sentirsi presa tra loro, a tenere insieme tutto, era un’immagine triadica determinante:
«Mi ricordo benissimo che una volta ho preso per mano la mamma e poi sono andata a prendere per mano il papà, perché tenevo per mano tutti e due nello stesso momento. La mamma ha ritirato la mano in modo plateale, perché io tenevo per mano il papà.
Hai cercato di tenerli per mano e poi tua madre… ha staccato le tue mani da tuo padre?
Quando ha interrotto il contatto con me perché io, io ero in mezzo a loro, io, io, io tenevo. Le tenevo la mano [breve pausa]. E avevano avuto questa lite enorme, e… credo che lei l’avesse colpito con il tacco della scarpa, togliendosi la scarpa [breve pausa]. E io cercavo di [pausa] ricollegarli e le tenevo la mano, e ho allungato il braccio e ho preso la mano del papà, perché gli avevo tenuto la mano. Guarda, mi ha strappato via la mano!».
Il linguaggio di Jennifer è ricco di immagini e fortemente evocativo, il che suggerisce che questa scena sia ancora vividamente viva per lei. Si percepisce «in mezzo a» i genitori, mentre cerca disperatamente di «ricollegarli» dopo una lite. Nella sua mente, se lascia la presa la violenza esploderà, ma al tempo stesso la madre si sta liberando. Il suo linguaggio è molto presente, come se invitasse chi conduce l’intervista a guardare la scena con lei: «Guarda, mi ha strappato via la mano!». Jennifer sembra attribuire alla madre la colpa del crollo di tutto, ma l’immagine centrale è triadica. Come il ragazzo della leggenda che tiene il dito nella diga per impedire che l’acqua travolga tutto, Jennifer sente di cercare di impedire che la violenza esploda e distrugga la sua famiglia. Qui è la diga stessa a resistere, sotto forma della madre che si sottrae proprio mentre lei cerca di tenere tutti insieme.
Jennifer ha espresso anche una profonda ambivalenza verso la relazione sentimentale e sessuale dei genitori, e un rapporto complesso con essa:
«A volte si mettevano a pomiciare sul divano. … Ah sì, papà le comprava i cioccolatini Black Magic, cioccolatini, cioccolatini. Mi ricordo solo, mi ricordo una volta. Non mi ricordo di averli visti tenersi per mano. Non mi ricordo nessun affetto tra loro a parte [pausa] quel tipo di pomiciata lussuriosa. Quello, quello, era inappropriato. Davvero!».
Jennifer lamenta al tempo stesso la mancanza di affetto (di contatto) tra i genitori e prova disgusto per il contatto che vede. «Non mi ricordo di averli visti tenersi per mano» rimanda all’immagine centrale che Jennifer ha di sé come l’unica in grado di farlo per loro. Al tempo stesso, ridicolizza il loro comportamento più sessualizzato («la pomiciata lussuriosa», e il gesto stereotipato del padre che portava i cioccolatini Black Magic, come l’amante della pubblicità degli anni Ottanta), che non le dava alcuna rassicurazione sulla solidità del loro legame.
Il quadro è più complesso di così, in quanto Jennifer si sente esclusa dalla relazione sessuale dei genitori e ridicolizza le avances sessuali del padre perché lui è, in qualche modo, un rivale per l’affetto e il conforto della madre.
«Trovavo conforto con mia madre. Sentivo conforto e connessione quando mia madre dormiva nel mio letto. Quindi mi sentivo come se forse avessi. Quindi io quasi. Io, io di solito. Dormi nel mio letto? E poi salivo nel mio letto e la aspettavo perché quando lei si metteva a letto, sai, era caldo e. Si accoccolava vicino a me. E lo trovavo. Confortante. Ma allo stesso tempo, ho sempre saputo che mi sentivo in colpa perché sentivo di averla quasi incoraggiata a venire a dormire con me. Quindi mi sentivo in colpa. E vergogna, credo. E forse mi sentivo in colpa e mi vergognavo di schierarmi con lei quando lo denigrava, perché sapevo che alla fine quella notte avrebbe dormito nel mio letto».
Qui la triade si configura come una competizione tra il padre e lei per chi dorme con la madre, che Jennifer vince sfruttando la rabbia della madre verso il padre (schierandosi con lei quando lo ridicolizza). Può trovare un conforto che altrimenti le mancava, ma al prezzo di sentirsi in colpa e piena di vergogna per aver «conquistato» la madre rendendosi complice del suo rifiuto rabbioso del padre. Per essere al tempo stesso al sicuro e confortata, Jennifer ha bisogno sia di tenerli insieme (per fermare il conflitto) sia di tenerli separati (per ricevere il conforto della madre). Ciò spiega la rabbia maggiore di Jennifer verso la madre nell’intervista; è preoccupata di tenere la madre vicina a sé, in un modo o nell’altro.
Nel complesso, a quanto pare, Jennifer si sentiva determinante sia nel tenere insieme i genitori sia nell’escludere il padre per poter accedere alle cure della madre (pur consolando il padre per il senso di colpa che ne derivava). Il suo copione di perno da cui tutto dipende richiede un’ipervigilanza sulla relazione tra i genitori e sull’equilibrio della triade nel suo insieme: devo occuparmi di tutti e tenerli vicini. Sotto questa ipervigilanza c’è la paura: se non lo faccio, crollerà tutto. Il linguaggio di Jennifer, ricco di immagini ed evocativo, mostra un’attivazione elevata e una preoccupazione timorosa per la relazione tra i genitori. Si sentiva eccessivamente potente, ma altrettanto convinta di un disastro imminente. Se riesce a ottenere il conforto della madre, esclude il padre e getta benzina sul conflitto tra i genitori (Figura 4, a sinistra). Se tiene insieme i genitori, perde l’affetto e il conforto della madre (Figura 4, a destra). In entrambi i casi, se Jennifer disattiva la sua vigilanza (toglie il dito dalla diga), tutto potrebbe essere spazzato via.

David è cresciuto con la madre, il padre e una sorella maggiore. David ha detto di essersi sempre sentito più vicino alla madre che al padre, e alla famiglia di lei. La sua vita familiare non era molto entusiasmante: la madre era piuttosto materialista e aveva sposato il padre per sicurezza più che per amore. Il padre di David ha attraversato un periodo di disoccupazione. Nessuno dei due genitori sapeva gestire il denaro, e i problemi economici li hanno costretti a decisioni difficili, per esempio mantenere in una scuola privata solo David e non la sorella. Questo perché David era eccellente negli studi e un simile successo era apprezzato, a quanto pare, più di ogni altra cosa.
David ha descritto la relazione con la madre come «emotivamente distante, funzionale e giocosa». Per esempio, David ha raccontato di essere scoppiato in lacrime dopo essere stato lasciato dalla fidanzata e di aver «desiderato disperatamente che lei mi consolasse. Ma lei se ne stava lì in piedi vicino al lavello senza reagire». La relazione con il padre era problematica e talvolta sfociava nella violenza fisica. «Una volta… mi teneva inchiodato in una poltrona dandomi pugni e così via. Sì, ma me lo meritavo.» David ha detto che il padre si preoccupava molto senza motivo, ma che era leale, nel senso che David sapeva che sarebbe stato disponibile per un accudimento pratico, se non emotivo. David aveva una forte sensazione di essere invalidato, «sminuito» dal padre. I suoi successi non erano mai abbastanza, nemmeno da adulto.
Il discorso di attaccamento di David è più spersonalizzante e distanziante, il che rende le dinamiche triadiche meno evidenti nei suoi racconti. C’è un’apparente posizione triadica o sistemica nel parlare spesso dei «suoi genitori» o di «noi», ma poiché non differenzia le relazioni, non si arriva a comprendere l’impatto differenziato dei membri della famiglia gli uni sugli altri. Per esempio, nella famiglia di David, «si alzava la voce, ma poi letteralmente 2 minuti dopo, 5 minuti dopo, andava tutto bene». Lo contrapponeva alla famiglia di Jennifer, dove «alzare la voce» segnalava un pericolo estremo e le cose degeneravano. In entrambi gli esempi, le sue spiegazioni sono meccaniche e concrete più che interpersonali: non ci sono persone, solo voci. Nella famiglia di David è chiaramente in atto un processo triadico, in cui tutti sono complici nel tenere fuori dal quadro i sentimenti forti, ma osservati da un punto di vista talmente esterno che l’effetto di ciascuno sugli altri resta invisibile.
Tuttavia, alcune timide dinamiche triadiche emergono nelle descrizioni che David fa di uno stile genitoriale in cui il padre si preoccupava, mentre la madre manteneva la calma:
«Mi ricordo che tornavo a casa. Era un sabato sera. Sono entrato e c’era Match of the Day. Mi ricordo questo e io avevo bevuto qualche bicchiere e mio padre faceva tipo: “Che cos’ha? È, è, è, è stato, sai, è stato strano”. Mia madre ha detto solo: “Oh, è ubriaco, tutto qui”, sai. Così, sai, in modo del tutto naturale, non, sai, per niente, per niente preoccupata. Solo tipo: “È ubriaco e basta”, sai, e. Sì. Quindi mio padre cercava di analizzare, e mia madre era tipo... Sai, e mio padre si agitava un po’ di più per questa cosa rispetto a mia. Sai, mia madre era solo, è, “Ha bevuto, sai. Che è successo?”. Io stavo bene. Voglio dire, era solo, sai, ma. Era solo un modo diverso di. Sai, lui non riusciva a capirlo. E lei l’ha capito subito e non se n’è preoccupata. Ed era solo, sai, era piuttosto, era. Era un po’ divertente».
David si esprime in modo poco fluido, con diverse ripartenze quando parla della reazione del padre. Il padre che «cercava di analizzare» diventa «un po’ più agitato» e poi seguono diverse interruzioni attorno a «lui non riusciva a capirlo». Questa disfluenza suggerisce forse la paura che il padre si arrabbiasse, e David è grato alla madre per aver sdrammatizzato questa reazione. Lungi dal trovare ansiogena la mancanza di affetto reciproco dei genitori, come accadeva a Jennifer, David trova rassicurazione in una dinamica genitoriale in cui l’atteggiamento freddo della madre poteva impedire che le cose degenerassero con il padre. La sua idealizzazione della madre ha senso se questo smorzamento delle emozioni poteva proteggerlo dalla rabbia del padre.
Questa rabbia potrebbe essere stata alimentata da ciò che David ha descritto come una «competizione tra me e mio padre per l’attenzione e l’approvazione di mia madre». È interessante la somiglianza con la famiglia di Jennifer, ma sua madre non attirava David a sé nello stesso modo in cui lo faceva la madre di Jennifer. Né David sentiva o sembrava esercitare sul padre lo stesso potere che Jennifer esercitava sul suo, né riceveva in cambio il conforto della madre, il che significa che questa dinamica non si sarebbe svolta nello stesso modo. In definitiva, a quanto pare, David si sente rifiutato da entrambi i genitori, soprattutto, ma non esclusivamente, dal padre:
«Esisto solo perché se… la seconda fosse stata un maschio, o se ci fossero stati un maschio e una femmina, dubito che mi avrebbero avuto…
Credo di essere stato una parte centrale delle loro vite. E credo che fossero. Sì, credo che fossero. Mmm. Tipo orgogliosi dei miei risultati, ma anche. Credo che siano orgogliosi della mia squadra… non gli piacevo particolarmente come persona o, sai, mio padre, sai, faceva fatica con me come personalità».
È interessante che essere il maschio che volevano non sia l’interpretazione che David dà (o ciò che sente), bensì che avrebbero scelto di non averlo, se non fosse stato per il fatto che le sorelle maggiori erano femmine. Ora si sente centrale nelle loro vite, ma non come persona: la triade regge solo finché i sentimenti profondi e il sé autentico restano invisibili.
David ha imparato a spegnersi per restare «centrale» nella vita dei genitori. La sicurezza sta nell’invisibilità e nel non agitare le acque. Descrivendo esperienze difficili, David cercava di non attribuire colpe e persino di assumersi parte della responsabilità dell’accaduto, per esempio che se lo «meritava» quando il padre lo prendeva a pugni, e che «era tutto solo una compensazione del suo senso di inadeguatezza… si sentiva sicuramente un fallito per quello che gli era successo sul lavoro». L’autocolpevolizzazione e l’assoluzione del padre, insieme alla «calma» non responsiva della madre, servono a tenere insieme il triangolo, non lasciando alcuno spazio perché i sentimenti di rabbia attecchiscano (se non momentaneamente). La distanza della madre, come la sua, è la forza protettiva che tiene a bada la rabbia del padre. Il prezzo è proprio la possibilità di essere se stesso in questo spazio; c’è qui un paradosso: per essere «centrale» per i genitori (avere un ruolo attivo nelle loro vite; non essere rifiutato) deve essere al tempo stesso periferico (disconnettersi emotivamente e come «personalità»). L’unica soluzione al conflitto e ai sentimenti difficili è aspettare che tutto passi.
Questa analisi suggerirebbe che Jennifer potrebbe facilmente vedersi come il perno che tiene insieme tutto nella famiglia attuale, temendo che tutto crolli se non cerca ansiosamente di «assicurarsi» che vada tutto bene. È esattamente ciò che David ci ha raccontato essere accaduto quando la coppia è passata dall’essere solo una diade all’essere una famiglia, ricreando inavvertitamente il rischio triadico che la preoccupava fin dall’infanzia:
«David: Jennifer era una specie di persona rilassata, più rilassata, spensierata, tipo, sai, l’anima della festa, quel genere di cosa. …. E poi, appena abbiamo avuto i bambini, è cambiato completamente. Si è proprio ribaltato. E così, sai, e Jennifer, sai, è cambiata completamente ed è diventata, sai, totalmente concentrata sui bambini e sui loro problemi di sviluppo e sui suoi problemi e, sai, ed è solo che, sai. Quindi, a essere sincero, so che sembra estremo, ma avere figli ha distrutto completamente la nostra relazione. Jennifer è sempre stata concentrata su cosa non va nei bambini, giusto, sai? E, e sinceramente penso che lei creda che abbiano problemi più grandi di quelli che hanno davvero, e che le sue preoccupazioni per loro abbiano in realtà aumentato i loro problemi e li abbiano fatti preoccupare di se stessi quando probabilmente non ce n’era bisogno. Quindi sì, è, sì. Ora, certo, ci sono stati tanti momenti di gioia, e sai, e sai, ma è stata dannatamente dura, ok.
Jennifer, tu avevi? Tu come la vedi?
Jen: Sì, sono d’accordo. Sì. Sono diventata iperconcentrata su, sai, e ansiosa appena è nato Damien, sai, non gli era stato diagnosticato niente. Poi io, ma io fin da subito, fin, fin dall’inizio, lo vivevo, sai, come, sì, no, semplicemente ansiosa e depressa e nevrotica con i bambini, e non riuscivo, non riuscivo a stabilire delle priorità».
La creazione di dinamiche triadiche sembra aver attivato la paura di Jennifer che, se non gestisce lei le cose, la famiglia vada in pezzi. I suoi copioni autoprotettivi esagerano sia il pericolo sia, soprattutto, il suo potere e la sua importanza nel tenere tutto insieme. Descrive di sentirsi impaurita riguardo ai figli, ma senza riuscire a localizzare il problema, il che la rende più ansiosa. La relazione tra i genitori di Jennifer era avvolta da segreti (per es. le relazioni extraconiugali del padre) e da una complessità interna (il loro riavvicinarsi e separarsi) a cui una bambina piccola non poteva dare un senso cognitivo, il che ha creato lo spazio per i suoi copioni sul tenere tutto insieme. Non riuscendo a individuare i problemi nella famiglia attuale (forse perché, all’inizio, non c’erano), Jennifer diventa più impaurita: un pericolo invisibile e inconoscibile è molto più minaccioso.
Questo ha completamente spiazzato David. I suoi racconti suggeriscono che il suo modo di tenere insieme il triangolo sia rintanarsi e aspettare che passi la tempesta; un desiderio di mantenere le cose «calme», «senza grandi episodi negativi». Tuttavia, i suoi tentativi di creare distanza per placare la tempesta sembrano avere l’effetto opposto rispetto al triangolo della sua infanzia. Alimentano l’ansia di Jennifer, che percepisce che lui sfugge ai suoi tentativi di gestire il pericolo per tutti. Se lei è in mezzo e cerca di tenere tutti insieme, allora David è come sua madre, che «strappa via» la mano. Più David diventa inconoscibile e irraggiungibile per Jennifer, più lei aumenta l’ansia e la ricerca di coinvolgimento; e naturalmente, più David si ritira. Così lei si lamenta di sentirsi «disconnessa, disconnessa, disconnessa», mentre ha anche la sensazione di camminare sulle «uova», con la prospettiva che tutto possa incrinarsi da un momento all’altro. Al di là del ritiro emotivo, l’unica cosa che David si sente in grado di fare è sistemare le cose sul piano pratico per i figli, in un tentativo un po’ maldestro di far smettere Jennifer di preoccuparsi per loro. Tuttavia, ed è cruciale, questa dinamica è triadica: opera attraverso i figli e i loro «problemi», e in relazione a essi, piuttosto che essere qualcosa di intrinseco a loro due; il ciclo è emerso quando sono passati dall’essere una coppia all’essere una triade.
Purtroppo, quando David cerca di prendere il controllo per chiudere il problema, è probabile che Jennifer si senta meno «in mezzo» alle cose e quindi meno capace di impedire la disgregazione della famiglia. Un recente conflitto sulla scuola di Matthew ha illustrato questo conflitto. Matthew aveva espresso il desiderio di andare in un’altra scuola perché è amico di alcuni ragazzi che la frequentano e non ha amicizie nella scuola attuale. David ha telefonato alla scuola e ha scoperto. Che proprio quel giorno si era improvvisamente liberato un posto (prima non c’era) e a Matthew è stato offerto un periodo di prova.
«David: Lei è entrata in una specie di momento di panico, disperazione, ansia e
Jen: e tu ti sei arrabbiato. Proprio arrabbiatissimo. E attraverso, sai, eravamo in quel corridoio, e poi David è esploso per la mia reazione!
David: Ho solo detto: oh no!
Jen: Esploso, per me, mi è sembrato che tu. E per me è solo, sì, cosa, e, ed è che hai gridato o detto, tu sei, sai, tu, tu semplicemente, non so, semplicemente, c’erano un sacco di tu, tu, tu, e te ne sei andato infuriato.
David: Beh, io ero entusiasta. Ho pensato: questo è fantastico, sai, questa è una, questa è una fortunata coincidenza. Ce n’è uno, sai, qualcuno se n’è andato letteralmente il giorno stesso in cui li chiamo, sai. Quindi c’è, è, e tu riesci a vedere solo il negativo!
Jen: è stato, è stato uno shock per me, perché Matthew, qualunque sia la scuola in cui si trova, fa fatica, e ci vuole tempo perché si ambienti, e soprattutto dopo una pausa di metà trimestre o una vacanza scolastica, non vuole, in ogni singola scuola! Non vuole rientrare! Quindi comincia a dire: “Non voglio andare in questa scuola! Voglio fare scuola a casa. Non voglio fare questo e quello”. Quindi lui, lui ha, fa fatica in ogni singola scuola che frequenta, con rifiuto scolastico o una resistenza riluttante ad andarci. Quindi, mi conosci, con le mie letture e ricerche interminabili e tutto il resto, sai che ho cercato, sai, in qualunque, dovunque vada, cerco di farlo, di farlo ambientare».
David è entusiasta perché pensa di aver risolto l’attuale insoddisfazione di Matthew, ma Jennifer è inorridita dal fatto che, nonostante i suoi enormi sforzi per gestire la situazione, le «letture e ricerche interminabili», e nonostante sia lei quella per cui «dovunque vada, cerco di farlo… Ambientare», la situazione le sia stata tolta di mano. Le azioni di David hanno relegato Jennifer alla periferia della soluzione dei problemi di Matthew, e questo l’ha spaventata. Ciò ha fatto arrabbiare David (perché la sua motivazione era cercare di calmare l’ansia di Jennifer affrontando il problema): «vedi solo il negativo». Questo riecheggia poi la paura primaria di Jennifer che tutto degeneri nella violenza: «sei rimasto nel corridoio. Sei rimasto nel corridoio, quello spazio piccolo e chiuso, e hai buttato per terra il Wanger del cane!». La «violenza» di David non ha nulla a che vedere con i litigi che lei ha vissuto da bambina, ma l’immagine ricorrente del «corridoio, quello spazio piccolo e chiuso» riecheggia la sensazione di essere intrappolata nella violenza dei genitori, come lo era da bambina.
Da queste esperienze Jennifer ha sviluppato un copione correttivo molto forte: non voleva un matrimonio come quello dei suoi genitori, che sembrava riuscito solo visto da fuori:
«Volevo replicare qualcosa di diverso dal sembrare di avere successo, successo come coppia. Volevo; volevo essere connessa. Volevo. Sì, volevo. E con i bambini, volevo una famiglia. Lo voglio davvero, davvero! Che fosse amorevole e affettuosa e che qualcuno mi amasse e mi sostenesse! Ed essere gentile. E. Abbracciarmi. E i bambini. Volevo davvero un marito che che».
Il desiderio intenso, persino disperato, di Jennifer è quello di una famiglia che non finga di funzionare nascondendo il conflitto, ma in cui possa sentirsi connessa e confortata senza il rischio che tutto vada in pezzi. Il desiderio di un marito che sostenga e ami lei e i figli, ma mentre parla il filo del pensiero vacilla: «un marito che che». Ciò sembra lasciarla con il desiderio di qualcosa di diverso, senza offrirle copioni per fare qualcosa in modo diverso: una fantasia correttiva più che un’intenzione. Questo acuisce la sua percezione di ciò che manca al partner, intensificando anziché correggere i tentativi di Jennifer di attirare tutti a sé, soprattutto Matthew, che è il più ricettivo. Ancora una volta, per Jennifer trovare conforto alimenta il conflitto (vedi Figura 4). Coinvolgere i propri figli nel conflitto con David non è qualcosa che Jennifer volesse fare, ma ha riflettuto: «Ora vedo che è sbagliato, ma sono colpevole di averlo fatto».
David ha raccontato che i suoi genitori non si mostravano apertamente molto affetto; «credo di non aver mai visto nemmeno un bacetto, mai una volta». David desiderava un matrimonio più appassionato, ma sente con tristezza che non è andata così: «una parte di me che si è un po’ rassegnata, quella nave è salpata». Al tempo stesso David non voleva essere sarcastico o rabbioso come il padre. Preferisce un approccio più distaccato, in cui le emozioni siano moderate e non esagerate. Tuttavia, nella relazione con Jennifer, qualsiasi segnale di conflitto o di rabbia sembra molto pericoloso a Jennifer e purtroppo le cose finiscono per degenerare in modi che nessuno dei due desidera: la loro relazione è «fratturata». David non voleva ripetere con i figli il senso di competizione vissuto con il padre, ma ha detto che Matthew può essere «triangolante tra noi due, cerca di farci da genitore» e che a volte si schiera con Jennifer contro David, cosa che David trova difficile.
L’intervista si è concentrata su Matthew. Damien, ormai adulto, viveva ancora con i genitori, ma sembrava essersi un po’ sottratto alla famiglia («ritirato nel proprio spazio e nelle proprie attività»), il che potrebbe essere autoprotettivo, data la dinamica che si stava dispiegando per Matthew. È interessante che entrambi i genitori sembrassero vedere la famiglia come composta da loro tre insieme: «Matthew, siamo tutti coinvolti, siamo in tre…. Jennifer e io e Matthew siamo tutti coinvolti».
Sembra esserci una somiglianza notevole tra la dinamica di Matthew con i genitori e l’esperienza di Jennifer da bambina (pur senza lo stesso livello di violenza). Matthew sentirebbe la spinta della madre alla vicinanza (a spese del padre), così come il bisogno di tenere insieme i genitori («cerca di farci da genitore», come ha detto David). È interessante che Jennifer abbia rivelato che lui dorme ancora con lei, a 12 anni. È probabile che Matthew sia consapevole del senso di sicurezza che la madre ricava quando si sente vicina a lui e capace di gestire le sue difficoltà. Entrambi i genitori ritenevano che Matthew si schierasse spesso con la madre ma, come sembra essere accaduto nell’episodio della scuola, sembra in grado di servirsi della posizione distaccata del padre quando sente il bisogno di mettere in atto una qualche forma di separazione dalla madre. Tuttavia, dato l’effetto «esplosivo» sulla relazione tra i genitori, sarebbe difficile per Matthew spingere questa dinamica molto lontano. Al tempo stesso, però, i suoi «problemi», pur preoccupando la madre, rafforzano anche la sua posizione di colei che tiene insieme tutto, il che può offrire a Jennifer un certo senso di sicurezza. Matthew può sentirsi intrappolato in mezzo quanto Jennifer nella propria infanzia (vedi Figura 4), con la stessa trappola irrisolvibile di dover tenere insieme i genitori e al tempo stesso tenere vicina la madre, alimentando il conflitto tra i genitori. Ciò è rappresentato qui sotto (Figura 5).

In primo luogo, era notevole che entrambi i genitori esprimessero alcune di queste dinamiche chiave, fossero in grado di discuterne tra loro (con una sorprendente concordanza) e cercassero attivamente di evitare alcuni degli aspetti peggiori di ciò che avevano vissuto nella propria infanzia. In questo erano chiaramente riusciti, poiché sembra evidente che nessuno dei loro figli avrebbe vissuto la violenza e il rifiuto che Jennifer e David avevano subito in modi diversi.
In secondo luogo, era interessante che, pur descrivendo la propria relazione come «fratturata» (parole di David), come triade con Matthew la famiglia sembrasse funzionare meglio di qualsiasi loro diade. Ciò offriva una sorta di positività condivisa, anche se espressa più chiaramente da David (senza essere negata da Jennifer). Lo status quo ha chiaramente dei costi per tutti, non da ultimo per Matthew, ma va anche rilevata una certa resilienza in questa triade.
La nostra formulazione triadica ha offerto nuove chiavi di lettura sulla relazione di Jennifer e David. Era stato possibile comprendere le loro difficoltà come legate a strategie di attaccamento in conflitto, ma mancava un elemento chiave, rivelato in modo vivido dall’esempio della «buona notizia» sulla possibilità di una nuova scuola per Matthew. Un’attenzione triadica ha fatto luce anche su altre apparenti incoerenze. Per esempio, David ha raccontato di recente che Jennifer sembrava essere diventata più ansiosa, e non meno, perché lui era stato gentile con lei. Questo era stato visto come l’ennesimo esempio della nevrosi di lei e di una sinistra rabbia sottostante in David. Interpretazioni di questo tipo possono intrappolare le coppie, così che anche eventi potenzialmente positivi vengono ignorati o letti all’interno di una cornice patologica. Rendersi conto che ciascuno risponde in base a risonanze con pericoli vissuti in precedenti processi triadici del proprio passato può essere liberatorio. Jennifer può vedere che la sua incapacità di fidarsi degli eventi positivi è plasmata dall’esperienza dell’inganno tra i suoi genitori: per essere al sicuro ha dovuto sorvegliare continuamente quell’inganno e non poteva, e ora non può, fidarsi di un senso di sicurezza. Per David, che si sentiva al sicuro tenendo le cose sotto coperchio, e che dire e fare cose positive avrebbe fatto piacere ai genitori e lo avrebbe aiutato a restare al sicuro.
Facendo leva sui loro copioni correttivi (vedi sopra), abbiamo potuto esplorare come alcuni aspetti della loro relazione reciproca, e del loro modo di collaborare come genitori, indicassero i tentativi di migliorare rispetto al proprio passato. Era chiaro che nessuno dei due aveva voluto semplicemente ripetere la relazione dei propri genitori, né come coppia né come genitori. Dato che dichiaravano fallita la loro relazione di coppia, abbiamo discusso l’opzione di separarsi e magari trovare nuovi partner. Questa opzione ha suscitato una prima risposta ansiosa che risuonava con i loro ruoli infantili legati al non essere «abbastanza bravi. Tuttavia, ha anche rivelato aspetti positivi, come un forte senso dell’umorismo condiviso. A tratti tra loro scoccavano scintille di divertimento. Inoltre si difendevano e si sostenevano risolutamente a vicenda nei confronti dei rispettivi genitori. Per esempio, si sostenevano reciprocamente nel mostrarsi comprensivi verso le azioni negative dei loro genitori. Jennifer comprendeva la vulnerabilità di David di fronte al sarcasmo del padre, e David il controllo emotivo esercitato su Jennifer dalla madre. In questo senso, come triade (David, Jennifer, genitore), David e Jennifer sono stati in grado di creare una «catena di resilienza» (vedi sopra), generando l’uno per l’altra la sicurezza che a ciascuno era mancata nelle relazioni diadiche dell’infanzia.
La nostra esperienza con la Family Attachment Interview, illustrata da Jennifer, David e dai loro figli, ha suggerito che prestare attenzione alle dinamiche di attaccamento triadiche, storiche e attuali, potrebbe essere una linea di indagine feconda. È interessante che il riferimento alla terza persona nella dinamica relazionale desse talvolta più senso ai pattern di attaccamento diadici che non l’osservazione del solo genitore con il figlio o la figlia. Al tempo stesso, l’approccio presenta evidentemente anche delle difficoltà. Le domande e l’analisi triadiche possono risultare confuse sia per i genitori sia per chi lavora in clinica ed è immerso in modi di pensare monadici e diadici (Ugazion et al., 2012). Ciò può rendere la somministrazione dell’intervista «sfuggente», come se si inseguisse il genitore alla ricerca di qualcosa che resta sempre appena fuori dal campo visivo. Sosteniamo tuttavia che la ragione di ciò sia il cambiamento concettuale richiesto; un cambiamento a cui la FAI cerca di contribuire piuttosto che di portare a compimento. Sembrerebbe prematuro rinunciare a questa opportunità di una comprensione più piena e più accurata delle difficoltà familiari solo perché è difficile. Anzi, come abbiamo sostenuto, ciò sembra aver portato la teoria dell’attaccamento a rimanere in qualche modo bloccata, frenata dal limitarsi ai costrutti nati dalle svolte nella valutazione sviluppate negli anni Settanta e Ottanta. Speriamo qui di aprire un po’ di spazio perché possano emergere valutazioni, costrutti e interventi sull’attaccamento più sistemici.
Complexe Systémique: punti chiave
L’articolo riporta al cuore della teoria dell’attaccamento ciò che la terapia familiare sa fin da Bowen e Minuchin: si è attaccati non solo a ciascun genitore, ma anche alla relazione tra i due. La Family Attachment Interview traduce questa idea in uno strumento concreto, che esplora il triangolo nell’infanzia di ciascun genitore e nella famiglia attuale, e lo legge con i criteri di coerenza del discorso derivati dall’AAI. Il caso di Jennifer e David mostra la portata di questo spostamento: un ciclo di coppia inseguimento-ritiro diventa leggibile come la ripetizione di un posto infantile «in mezzo», e il figlio di 12 anni eredita la stessa trappola tra conforto e conflitto. Per la pratica clinica, la domanda sul posto occupato nella relazione tra i propri genitori è immediatamente utilizzabile, così come la ricerca delle «catene di resilienza» della coppia. I limiti sono dichiarati: uno strumento ancora in via di sviluppo, un unico caso analizzato dall’équipe che ha ideato l’intervista e una formulazione che lascia poco spazio alla voce di Matthew stesso. Da leggere insieme all’articolo sull’Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI) e all’articolo della stessa équipe sul tracciamento delle circolarità.
Note dell’originale
Dichiarazione sui conflitti di interesse. Chi firma l’articolo ha dichiarato di non avere potenziali conflitti di interesse in relazione alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.
Finanziamento. Chi firma l’articolo non ha ricevuto alcun sostegno finanziario per la ricerca, la paternità e/o la pubblicazione di questo articolo.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Exploring attachment as a triadic process: The family attachment interview, di Rudi Dallos, Ben Grey e Rebecca Stancer, Human Systems, vol. 6, no 2 (2026), doi: 10.1177/26344041251395022, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale, «Exploring attachment as a triadic process: The family attachment interview», è stato pubblicato in Human Systems (2026) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con una presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Dallos, R., Grey, B., e Stancer, R. (2026). Exploring attachment as a triadic process: The family attachment interview. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/exploring-attachment-as-a-triadic-process-the-family-attachment-interview (Opera originale pubblicata nel 2025 in Human Systems: Therapy, Culture and Attachments, 6(2), 112-131 (2026); ripubblicata nel 2026 da Human Systems, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/26344041251395022)
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