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Approccio contestuale · Perdono
Lei non riesce a perdonare, e Le chiedono di voltare pagina. Ma che cosa dovrebbe abbandonare per riuscirci? Dietro la rabbia c’è a volte un’infanzia da riconoscere, un debito da nominare o un legame da preservare.
«Bisogna perdonare per liberarsi.» La formula circola ovunque. Nelle famiglie, nei libri di crescita personale e talvolta perfino nei nostri studi. Spesso nasce da un’intenzione benevola: aiutare qualcuno a soffrire di meno. Ma può produrre uno strano spostamento. Una persona è stata ferita, tradita o maltrattata, ed ecco che il problema diventa la sua incapacità di perdonare.
Alla sofferenza iniziale si aggiunge allora una nuova colpa: quella di non riuscire a stare meglio come le si chiede.
Sostengo un altro modo di affrontare questa questione. Il perdono può essere un cammino, senza essere una condizione preliminare della guarigione. Prima di farne un obiettivo, preferisco guardare che cosa la persona protegge non acconsentendovi. In una lettura sistemica, ciò che sembra immobilizzare può anche mantenere una fedeltà essenziale.
Le ricerche invitano a guardare il contesto in cui il perdono interviene. Nel 2010 Laura Luchies e il suo gruppo di ricerca hanno studiato quello che chiamano l’effetto zerbino. I loro lavori mostrano che le conseguenze del perdono sul rispetto di sé e sulla chiarezza dell’immagine di sé dipendono in particolare dai segnali dati dall’altra persona: fa ammenda? Mostra che la relazione può tornare a essere uno spazio in cui si sarà rispettati e al sicuro?
In assenza di questi segnali, perdonare può indebolire il rapporto con sé stessi. Quando sono presenti, i risultati vanno nella direzione opposta. Ciò non significa che ogni perdono senza scuse sia necessariamente nocivo. Ricorda che il perdono non può essere valutato indipendentemente da ciò che accade nella relazione. Luchies et al., 2010.
Uno studio longitudinale di James McNulty, pubblicato nel 2011 su giovani coppie sposate, associa inoltre una maggiore tendenza a perdonare al mantenimento di comportamenti aggressivi nel tempo. Questa associazione non prova che il perdono causi la violenza. Invita a non attribuirgli, da solo, il potere di trasformare il comportamento del partner. McNulty, 2011.
In terapia, questa prudenza chiama in causa la nostra postura. Se il perdono diventa la risposta attesa, come potrà la persona dire ancora che non lo vuole? Rischia di pronunciare le parole che ci soddisfano, senza che la sua esperienza sia cambiata. La riparazione richiede di poter ascoltare ciò che resta ingiusto, anche quando quella parola disturba.
Propongo qui tre piste di lettura. Non descrivono tutte le situazioni e non costituiscono diagnosi. Permettono di esplorare una domanda spesso lasciata da parte: a che cosa la persona avrebbe la sensazione di rinunciare se perdonasse? È tutto l’interesse del lavoro sulle lealtà invisibili.
Immagini un uomo il cui padre è stato violento durante la sua infanzia. Il padre ora è anziano, indebolito. Intorno a lui, tutti invocano il tempo trascorso: bisognerebbe voltare pagina, prendersi cura di quest’uomo anziano, smettere di avercela con lui.
Ma, per il figlio, voltare pagina può significare lasciare solo una seconda volta il bambino che è stato. Finché mantiene la sua rabbia, qualcuno tiene ancora il registro di ciò che è accaduto. Qualcuno afferma che quel bambino aveva diritto ad altro.
In questa configurazione, parlare troppo presto di lasciar andare rischia di chiedergli di abbandonare l’ultimo testimone della sua storia. Un lavoro può cominciare quando questa storia trova un riconoscimento, in terapia, presso una persona vicina o un altro testimone affidabile. La memoria dell’ingiustizia non ha allora più bisogno di poggiare interamente sulla rabbia.
L’approccio contestuale di Ivan Boszormenyi-Nagy si interessa alla giustizia nelle relazioni: ciò che ciascuno ha dato, ricevuto, sopportato, e ciò che resta senza riconoscimento. La metafora del grande libro dei conti aiuta a comprendere perché una storia antica possa restare così presente.
Un torto non riconosciuto lascia un debito aperto. Chiedere il perdono può essere inteso come un invito a saldare quel conto senza aver nemmeno nominato ciò che era dovuto. Ciò che qui si difende è talvolta il diritto di dire: questo è esistito, questo ha contato, questo merita di essere riconosciuto.
Questo debito può anche spostarsi. Al partner si chiede di riparare ciò che una figura genitoriale non ha dato. Un figlio o una figlia diventa responsabile di colmare le mancanze dell’adulto. La nozione di legittimità distruttiva illumina questa sensazione di avere diritto a una compensazione che si finisce per reclamare da qualcuno che non è all’origine del torto. Riconoscere l’ingiustizia permette di lavorare su questa trasmissione, senza far pagare alle generazioni successive il debito di quelle precedenti.
Accade infine che perdonare qualcuno dia la sensazione di tradire un’altra persona. Avvicinarsi al proprio padre potrebbe essere vissuto come un abbandono della propria madre. Rasserenare il legame con un genitore potrebbe significare lasciare la propria sorella sola nella sua rabbia.
Il perdono assume allora il senso di un cambio di campo. Il lavoro consiste nel cercare come restare legati a una persona pur facendo evolvere la relazione con l’altra. Si può onorare ciò che la propria madre ha vissuto senza dover organizzare tutta la propria vita attorno al risentimento verso il proprio padre.
A chi, o a che cosa, resto fedele quando non riesco a perdonare?
Nella teoria contestuale, il perdono conserva in genere l’idea di una colpa che si sceglie di perdonare. L’esonero passa attraverso una rivalutazione adulta della storia dell’altra persona, in particolare di ciò che il genitore stesso ha vissuto da bambino. Il suo comportamento può allora essere ricollocato in una storia più ampia di quella della sola colpa.
Questa distinzione offre un punto di riferimento clinico, ma non deve diventare una frontiera rigida. Un lavoro pubblicato da Jaap van der Meiden nel 2025 non ritrova, nelle esperienze studiate, la separazione netta proposta dalla teoria. Sottolinea elementi comuni ai due processi, tra cui il riconoscimento dell’ingiustizia e la rivalutazione della storia. Van der Meiden, 2025.
Comprendere il passato di un genitore non obbliga dunque a minimizzare ciò che ha fatto. E perdonare non decide automaticamente della relazione futura. La riconciliazione implica di poter ricostruire un legame sufficientemente sicuro. Coinvolge le persone interessate, i loro atti e i loro limiti. È ciò che sviluppo a proposito della ricostruzione della fiducia dopo un’infedeltà.
Una libertà da preservare
Si può comprendere una storia mantenendo una distanza. Si può desiderare di perdonare senza riprendere i contatti. Si può anche non scegliere il perdono. Queste possibilità devono restare aperte perché il cammino appartenga alla persona.
A volte resta una difficoltà: la persona è morta, irraggiungibile, oppure non la si vuole più rivedere. La relazione esterna si è interrotta, ma qualcosa continua a giocarsi interiormente. Una parola resta indirizzata. Un gesto resta in sospeso.
In questo contesto, un rituale può dare forma a un cambiamento diventato possibile. Scrivere una lettera che si sceglie di non spedire, preparare un gesto su una tomba, deporre un oggetto o pronunciare una parola davanti a un testimone sono modi diversi di segnare questo passaggio. Il loro senso si costruisce con la persona. Non si deduce da una ricetta.
Nel 2014 Michael Norton e Francesca Gino hanno studiato alcuni rituali legati a diverse perdite. Nei loro esperimenti, le persone partecipanti riferivano meno dolore dopo determinate attività rituali, con un ruolo del senso di controllo ritrovato. Questi risultati illuminano una pista psicologica; non dimostrano che un rituale isolato basti a elaborare un lutto o a produrre il perdono. Norton e Gino, 2014.
Ciò che mi interessa nei rituali performativi è questa possibilità di dare corpo a una trasformazione relazionale. Scegliere un momento, un gesto ed eventualmente un testimone aiuta a precisare ciò che si vuole riconoscere, conservare o lasciar andare. Il rituale viene a sostenere un lavoro avviato, al ritmo della persona.
Il primo movimento terapeutico consiste spesso nel rendere giustizia a ciò che è stato vissuto. Nominare il torto. Riconoscere ciò che è costato. Comprendere le fedeltà che si sono organizzate attorno a esso. Quando questo lavoro avanza, la persona può talvolta allentare la propria rabbia senza avere la sensazione di rinnegare la propria storia.
Il perdono può arrivare. Può anche non arrivare, anche quando la vita ritrova spazio. Il criterio del cambiamento sta nella libertà ritrovata, nelle relazioni che smettono di portare i debiti di altre relazioni, nella possibilità di scegliere il proprio posto.
Se si rimprovera di non riuscirci, può cominciare da questa domanda: che cosa avrebbe bisogno di essere riconosciuto perché io non debba più difenderlo in questo modo? Apre un lavoro che l’ingiunzione al perdono tende talvolta a richiudere.
Bibliografia
Luchies, L. B., Finkel, E. J., McNulty, J. K., & Kumashiro, M. (2010). The doormat effect: When forgiving erodes self-respect and self-concept clarity. Journal of Personality and Social Psychology, 98(5), 734–749. doi:10.1037/a0017838.
McNulty, J. K. (2011). The dark side of forgiveness: The tendency to forgive predicts continued psychological and physical aggression in marriage. Personality and Social Psychology Bulletin, 37(6), 770–783. doi:10.1177/0146167211407077.
Van der Meiden, J. (2025). Is the exoneration-forgiveness distinction in contextual therapy evident in practice, and what can we learn from it? Family Process, 64(1), e70019. doi:10.1111/famp.70019.
Norton, M. I., & Gino, F. (2014). Rituals alleviate grieving for loved ones, lovers, and lotteries. Journal of Experimental Psychology: General, 143(1), 266–272. doi:10.1037/a0031772.
Sviluppo questa lettura del perdono, delle lealtà e dei rituali nel video qui sotto.
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