Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Terapia familiare

La terapia narrata dalle famiglie. Il taglio emotivo

Quando il legame con le figure genitoriali si è interrotto bruscamente, senza un processo graduale di separazione, la persona adulta cerca senza fine legami compensatori: deve «riempire di pieni un sacco bucato». A partire dalla loro ricerca di follow-up, condotta otto, dieci o dodici anni dopo la fine delle terapie, Maurizio Andolfi, Claudio Angelo e Paola D’Atena descrivono il lavoro di ricostruzione dei legami originari, la sorprendente vivezza del ricordo delle sedute con tre generazioni – una questione di memoria procedurale – e l’attivazione duratura delle risorse familiari di fronte agli eventi stressanti.

Autori Maurizio Andolfi, Claudio Angelo e Paola D’AtenaPrima pubblicazione estratto dal capitolo I di La terapia narrata dalle famiglie. Una prospettiva di ricerca intergenerazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Il legame terapeutico si costituisce attorno a una serie di emozioni condivise tra chi conduce la terapia e la persona assistita.»

Maurizio Andolfi, Claudio Angelo e Paola D’Atena

Nota della redazione

Questo testo è il secondo frammento del capitolo I del volume La terapia narrata dalle famiglie. Una prospettiva di ricerca intergenerazionale, mai tradotto in francese né in spagnolo; la rivista Perspectivas Sistémicas ne aveva pubblicato la traduzione spagnola nel suo numero 93. Anche il primo estratto dello stesso capitolo, che presenta il modello trigenerazionale e il campione della ricerca, è disponibile qui. I due testi sono usciti con titoli quasi identici; li distinguiamo in base al contenuto.

Il taglio emotivo

Una seconda condizione di squilibrio emotivo è quella che si determina a causa di un taglio emotivo, cioè di quella situazione affettiva in cui si è prodotta un’interruzione brusca del rapporto con le figure genitoriali, senza un graduale processo di separazione. In questo caso la persona adulta finisce per costruirsi un’immagine deformata di sé, come di qualcuno che, tagliando il legame con il gruppo familiare di cui fa parte, deve «riempire di pieni un sacco bucato». Sarà costantemente, e molte volte affannosamente, alla ricerca di legami di tipo compensatorio, ma difficilmente riuscirà a pacificarsi se non riuscirà a fermarsi e a cercare di ricollegarsi lì dove è avvenuto il taglio.

Si tratta allora di un processo di ricostruzione dei legami originari, il che non vuol dire colmare vuoti che spesso risalgono a venti o trent’anni prima, ma piuttosto districare una matassa nel presente per cercarvi i fili originari: la terapia con la famiglia sarà allora un lavoro di ricostruzione dei legami e di elaborazione attiva della perdita, che non sarà più sentita come tale una volta che vi si sia entrati dentro e la si sia affrontata, invece di negarla e coprirla con altri legami successivi. Un esempio piuttosto significativo di questo meccanismo lo troveremo più avanti, quando parleremo della famiglia Vianini.

La condizione di parziale o, a volte, totale sradicamento produce spesso uno stato di inquietudine esistenziale che influenza e rende difficili non solo le relazioni familiari, ma anche quelle di amicizia.

Nel corso della ricerca abbiamo raccolto molte informazioni su questo tema, soprattutto sul significato e sull’impatto degli incontri con le rispettive famiglie d’origine all’interno delle terapie di coppia.

Come già descritto in altri lavori, il passaggio dal «NO» di coppia al «NO» intergenerazionale è un’esperienza terapeutica ad alto voltaggio: la tensione aumenta quando si comprendono meglio le basi dei rifiuti e delle idiosincrasie di coppia, andandone a cercare la matrice in precoci «tagli emotivi» avvenuti nelle rispettive famiglie d’origine. Ed è ripercorrendo i momenti fondamentali che si può tornare al presente con una percezione diversa di sé e delle relazioni attuali. Nel follow up queste esperienze sono spesso descritte come fondamentali per poter intraprendere nuovi itinerari relazionali.

Da ricordare

Il taglio emotivo non è un vuoto da colmare a posteriori: è una matassa da districare nel presente per ritrovarvi i fili originari. Finché la perdita non viene affrontata dall’interno, resta coperta da legami compensatori successivi che non placano mai. Da qui l’interesse, nella terapia di coppia, di passare dal livello coniugale a quello intergenerazionale.

I salti temporali e la memoria procedurale

È impressionante sperimentare quanto potenziale trasformativo emani anche da un solo incontro, in una seduta con le tre generazioni, e ancor più constatare come si consolidi nel tempo la memoria storica di questi incontri.

Alla domanda (posta otto, dieci o dodici anni dopo) «… che cosa ricorda dell’incontro con la sua famiglia d’origine?», ci sorprendeva non solo la risposta della persona interpellata, che lasciava intuire i cambiamenti avvenuti nel tempo, ma anche la sensazione complessiva di qualcosa di molto vicino, come di un’esperienza recentissima, vissuta poche settimane prima e non descritta come un fatto accaduto molti anni addietro. Ma allora, che cosa sta alla base di questi ricordi del passato che sembrano così vivi nel presente?

Questi salti temporali, così tipici dei processi di cambiamento interni all’individuo e caratteristici di veri e propri disturbi relazionali, vanno letti in una prospettiva complessa in cui vi è un’interazione costante tra diversi livelli sistemici – individuale, familiare, culturale – lungo due dimensioni temporali: una verticale, il tempo storico, e una orizzontale, il tempo che si rischiara nel presente. Si potrebbe dire, come sostengono Bergson e Roberts (1991), che si occupano della «prospettiva del corso di vita», che per poter comprendere il cambiamento è necessario tenere presenti tre aspetti del tempo: il tempo ontogenetico (l’individuo), il tempo generazionale (la famiglia) e il tempo storico (il contesto socioculturale).

1

Il tempo ontogenetico

Quello dell’individuo: lo svolgersi di una singola vita e dei suoi processi di cambiamento interni.

2

Il tempo generazionale

Quello della famiglia: il succedersi delle generazioni e le transizioni che esso impone al gruppo.

3

Il tempo storico

Quello del contesto socioculturale, in cui si inscrivono l’individuo e la sua famiglia.

Ciò che ci sorprendeva positivamente era constatare che anche chi aveva condotto la terapia, sottoposto alle stesse domande – «Che cosa ricordi soprattutto di quella terapia? C’è un’immagine o una metafora della terapia che ti è rimasta impressa? Che cosa ha rappresentato per te l’incontro con la famiglia d’origine della famiglia X?» –, riferiva un’esperienza molto viva e attuale, con un ricordo vicino di fatti e situazioni vissuti con una determinata famiglia molti anni prima. Non c’è dubbio che, tanto per la famiglia quanto per l’équipe terapeutica, il ricordo fosse più vivo in tutte quelle situazioni in cui gli incontri allargati con le famiglie d’origine erano stati «marcati» da immagini, drammatizzazioni (sculture ecc.) o oggetti metaforici, capaci di cogliere «la trama familiare» in modo concreto e tangibile.

Quanto detto mette in evidenza come in tutte queste situazioni entrino in gioco, tanto da parte della famiglia o della coppia quanto da parte di chi conduce la terapia, fattori di carattere emotivo che testimoniano la natura e i contenuti della relazione terapeutica. Nella descrizione di quanto accaduto in un determinato processo terapeutico, infatti, non emergeva soltanto un racconto episodico di fatti: questo era accompagnato quasi costantemente da vissuti emotivi. Anche quando non vi si faceva esplicito riferimento, tali vissuti emotivi potevano essere colti nella mimica delle persone interpellate; sembravano quasi sempre determinanti nell’evocazione degli avvenimenti, come se l’emozione legata alla situazione rappresentasse lo stimolo più importante della loro ricostruzione.

Tutto ciò può essere collegato a quella che i neuropsicologi chiamano memoria procedurale, cioè il ricordo di fatti passati legati non tanto al loro svolgimento episodico quanto alle sensazioni che li accompagnavano e alla qualità delle relazioni a cui rimandavano.

In tutte le evocazioni di episodi che sembravano aver rivestito un significato particolare per la famiglia, per chi conduceva la terapia o per le singole persone, l’emozione sottostante coinvolta si trasformava nel motore del ricordo e nell’elemento attorno al quale si riorganizzava l’interpretazione della realtà vissuta da ciascuno. Ciò conferma la tesi, da noi sempre sostenuta, della centralità della relazione terapeutica nel processo di cambiamento: infatti, anche a distanza di tempo, risulta che il legame terapeutico si costituisce attorno a una serie di emozioni condivise tra chi conduce la terapia e la persona assistita, risonanze che costituiscono i punti fondamentali attraverso cui si intrecciano gli itinerari storici personali di ciascuna delle parti.

Il contagio emotivo (Hatfield, Cacioppo, Rapson, 1977), tra terapeuta e famiglia o tra terapeuta e persona assistita, lungi dall’essere considerato solo un ostacolo da evitare nella relazione, può diventarne una parte essenziale, una risorsa che ci permette di entrare nella storia individuale e di far percepire agli altri che è possibile «fidarsi» di ciò che nella relazione viene offerto. D’altro canto, l’osservazione di queste componenti emotive ci ha spesso permesso di percepire, nel tempo, l’ideologia sottostante di chi conduceva la terapia e la sottile influenza che essa esercitava sulle alleanze inconsapevoli che si creavano con l’uno o l’altro componente della famiglia (si veda la coppia Fabietti); ci ha fatto anche constatare quanto sia difficile esprimere un giudizio di efficacia sugli interventi, perché ciò che osserviamo nell’arco degli anni è il prodotto storico di molti fattori che hanno agito nel tempo, sommandosi all’intervento terapeutico: ciò che abbiamo di fronte è solo il prodotto finale, in cui i fatti e la loro interpretazione sono assemblati sotto l’influenza del contesto attuale. L’emozione legata all’emergere di tutto ciò che è accaduto organizza i ricordi non più secondo il contesto in cui la persona viveva allora, ma secondo quello in cui vive oggi, che li ha già inseriti in una cornice diversa, costruita sulle esperienze accumulate nel frattempo.

La teoria del family stress e del coping system

Un aspetto che si ripete nei casi presentati in questo libro è quello dell’attivazione delle risorse familiari di fronte a eventi stressanti e traumatici avvenuti nel tempo, dopo la conclusione della terapia. Come se la terapia fosse servita a tutta la famiglia per costruirsi un sistema di anticorpi con cui far fronte con maggiore forza e competenza ai nuovi eventi-problema della vita.

Per interpretare il fenomeno può esserci d’aiuto la teoria del family stress e del coping system (cioè delle modalità con cui si affronta un problema), nella rilettura che ne fa Scabini (1995). Il fatto di aver superato o affrontato le difficoltà familiari che avevano portato alla richiesta di un intervento di terapia familiare sembrerebbe aver messo in moto risorse che, nel tempo, hanno permesso di superare eventi stressanti successivi: «per una famiglia gli effetti di una crisi non sono necessariamente negativi… al contrario, l’esperienza dello stress può rafforzare la forza degli individui e della famiglia» (Scabini, 1985).

La questione non è così semplificabile: da una parte c’è l’importanza dei significati che la famiglia e gli individui attribuiscono all’evento stressante; dall’altra, si verifica la presenza di capacità familiari adeguate all’evento.

La forza della coppia coniugale, una comunicazione efficace e il senso di appartenenza al gruppo familiare, oltre al sostegno della rete sociale più ampia, sono fattori che aumentano l’efficacia della strategia di coping, dal momento che intervengono come «modulatori dello stress» (Scabini, 1995)…

Da ricordare

Anni dopo la fine della terapia, le famiglie descrivono non tanto l’assenza di nuove difficoltà quanto una maggiore capacità di attraversarle: la terapia sarebbe servita loro a fabbricare un «sistema di anticorpi». La forza del legame coniugale, una comunicazione efficace, il senso di appartenenza e il sostegno della rete sociale allargata agiscono allora come modulatori dello stress.

Note

Note dell’originale

(*) Titolo originale del libro, inedito in castigliano – con la speranza che un giorno venga pubblicato in questa lingua –, di cui Perspectivas Sistémicas pubblica questo secondo frammento del capitolo I: «La terapia narrata dalle famiglie. Una prospettiva di ricerca intergenerazionale». Collana di psicoterapia con la famiglia, diretta da Maurizio Andolfi. Raffaello Cortina Editore, Milano, Italia, 2001.

(Legga il testo completo su Perspectivas Sistémicas n. 93, in edicola e in libreria.)

Chi firma questo testo

(**) Maurizio Andolfi è neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta familiare. È professore ordinario, docente di Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari nel corso di laurea in Psicologia dell’Università «La Sapienza» di Roma, direttore dell’Accademia di psicoterapia della famiglia e direttore responsabile della rivista «Terapia Familiare». È autore di numerosi saggi; nel 1999 ha pubblicato, nella stessa collana, «La crisi della coppia».

Claudio Angelo è neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, didatta e supervisore dell’Accademia di psicoterapia della famiglia di Roma; lavora nel servizio psichiatrico dell’ospedale di Bolzano (Italia). Con Maurizio Andolfi ha pubblicato «Tempo e mito nella psicoterapia familiare» (Torino, 1987).

Paola D’Atena è professoressa associata di Psicologia sociale presso la facoltà di Psicologia dell’Università «La Sapienza» di Roma e consulente scientifica dell’Accademia di psicoterapia della famiglia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La famiglia come risorsa cognitiva (Milano, 1996).

Traduzione spagnola del licenciado Emilio Ricci, psicologo clinico e di comunità, terapeuta familiare italo-cileno, formatosi all’Università degli Studi di Roma «La Sapienza», professore in visita presso l’Universidad Católica del Norte e responsabile dell’Unità di terapia familiare (UTF) della Scuola di psicologia dell’UCN, ad Antofagasta, in Cile.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Terapia narrada por las familias», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: La terapia narrata dalle famiglie. Una prospettiva di ricerca intergenerazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001; frammento tradotto in spagnolo su Perspectivas Sistémicas, n. 93). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Andolfi, M., Angelo, C., & D’Atena, P. (2022). La thérapie racontée par les familles. La coupure émotionnelle (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-therapie-racontee-par-les-familles-la-coupure-emotionnelle (Opera originale pubblicata nel 2001 in La terapia narrata dalle famiglie. Una prospettiva di ricerca intergenerazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001; frammento tradotto in spagnolo su Perspectivas Sistémicas, n. 93; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/01/terapia-narrada-por-las-familias/)

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