Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dal francese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Metodo Strategico Risolutivo

Il problema non è quello che si crede: come evitare di aderire alla domanda iniziale in terapia

Nei primi colloqui c’è una trappola discreta: credere che il problema sia già lì, depositato davanti a noi, semplicemente perché una persona, una coppia o una famiglia l’ha appena raccontato con precisione.

  • Una madre spiega che suo figlio «non fa nessuno sforzo».
  • Un adolescente risponde che i suoi genitori «non capiscono mai niente».
  • Un coniuge afferma che l’altro «non comunica».
  • Un’équipe dice di essere bloccata da «un collega tossico».

Tutto questo somiglia a un problema. Eppure, dal punto di vista strategico e sistemico, si tratta spesso di definizioni del problema, cioè di costruzioni già elaborate, ripetute, difese, verificate e talvolta irrigidite dal sistema stesso.

Il rischio, per chi fa terapia, non è dunque solo capire male. È capire troppo in fretta.

O piuttosto capire all’interno dell’equazione già disponibile. Se chi interviene adotta la definizione iniziale così come viene presentata, rischia di aggiungere la propria intelligenza, la propria empatia e le proprie tecniche all’organizzazione che già mantiene il problema. Diventa allora un ingranaggio in più nello stesso circuito.

Yara Doumit definisce il problema come una tensione prodotta da uno scarto non desiderato tra due stati relativi alla stessa questione:

Uno stato attuale

reale ma giudicato non conforme

Uno stato desiderato

conforme ma non ancora reale

Il problema non è dunque solo un fatto; è una tensione organizzata attorno a uno scarto, a un’attesa e a un significato.

Dalla difficoltà al problema: quando le soluzioni diventano l’organizzazione

Una difficoltà raramente si presenta fin da subito come un «problema». All’inizio c’è un incidente, un disagio, un’inadeguatezza, una rottura dell’adattamento. Un bambino smette di studiare. Una coppia non riesce più a parlare. Una famiglia si irrigidisce attorno alle uscite di un adolescente. Una persona evita una situazione. Il sistema cerca allora di adattarsi. Corregge, insiste, spiega, rassicura, sorveglia, minaccia, si ritira, negozia, drammatizza o minimizza.

Questi aggiustamenti sono normali. Rientrano nella variabilità ordinaria di un sistema vivente. Il problema si costituisce quando questi tentativi non producono l’effetto atteso e la loro ripetizione finisce per organizzare la difficoltà invece di risolverla. A quel punto, i membri del sistema non vivono più soltanto una difficoltà; cominciano a produrre ipotesi su ciò che sta accadendo.

  • La madre pensa: «Mio figlio si oppone».
  • Il figlio pensa: «I miei genitori non ci sono mai davvero per me».
  • Il padre pensa: «Mia moglie lo protegge troppo».
  • La scuola pensa: «La famiglia non mette abbastanza regole».

Ogni persona seleziona un’ipotesi e poi comincia a verificarla. E poiché la percezione umana è raramente neutra, ciascuna nota più gli indizi che confermano la propria ipotesi che quelli che potrebbero smentirla.

Così il sistema entra in una forma di indagine circolare. Ogni persona crede di cercare la verità del problema, ma ogni persona contribuisce anche a stabilizzare una versione del problema. Più la madre sorveglia, più il figlio si sente non riconosciuto. Più il figlio si chiude, più la madre vede una conferma della sua opposizione. Più il padre si irrigidisce, più l’adolescente si convince di non essere capito. Il problema diventa allora un’organizzazione di conferme reciproche.

Hypothèse Vérification Confirmation Hypothèse renforcée
L’indagine circolare: ogni persona crede di cercare la verità, ogni persona stabilizza la propria versione del problema.

Ciò che porta chi consulta non è solo un racconto: è un tentativo di arruolamento

Quando una persona arriva in seduta, non racconta soltanto «ciò che è successo». Cerca, spesso senza esserne consapevole, di farci entrare nella logica percettiva che le permette di stare in piedi. Ci mostra i fatti, ma anche la griglia che permette di leggerli. Ci propone implicitamente un posto: quello di chi testimonia, giudica, ripara, si allea, traduce, sa, difende o arbitra.

È qui che la domanda iniziale diventa clinicamente delicata. Può sembrare chiara: «Faccia in modo che cambi», «Mi aiuti a non soffrire più», «Le dica che esagera», «Nostro figlio deve capire». Ma una domanda chiara non è necessariamente una domanda operativa. Yara Doumit distingue in particolare alcune forme di domanda che possono mantenere l’intervento nell’inefficacia se non vengono trasformate: assolvere un mandato, mettere al corrente o delegare.

Un adolescente mandato dai genitori può venire «perché lo lascino in pace». Un coniuge può venire «per dimostrare di aver provato di tutto». Una madre o un padre può venire a «depositare» la portata della propria sofferenza senza essere ancora disponibile a modificare l’organizzazione relazionale. Una persona in consultazione può delegare: «Mi dica cosa fare», mantenendo intatta la definizione del problema che ha reso inefficaci tutte le prescrizioni precedenti.

La terapia strategica non disprezza queste domande. Le accoglie come porte d’ingresso. Ma non vi aderisce. Le trasforma.

I fatti non sono il problema

Una delle proposte più utili per chi fa terapia è questa:

I fatti non sono il problema. I fatti sono i materiali disponibili.

Il problema nasce dalla loro qualificazione, dalla loro disposizione, dal loro inserimento in una logica di senso. Lo stesso evento può diventare prova d’amore, segno di abbandono, atto di dominio, goffaggine, tradimento, sintomo, protezione o tentativo disperato di legame. La qualificazione dei fatti configura il problema, mentre i fatti in sé possono essere letti in modo diverso a seconda dei quadri di riferimento mobilitati.

Questa distinzione cambia profondamente la posizione clinica. Quando i genitori dicono: «Non studia», il fatto può essere esatto. Ma questo fatto non dice ancora quale sia il problema.

  • È un problema di capacità? Di lealtà? Di autonomia? Di protesta? Di vergogna?
  • Di posto nella fratria? Di lotta contro un’aspettativa genitoriale vissuta come intrusiva?
  • Di tentativo di esistere altrimenti che come «figlio problematico»?

Allo stesso modo, quando una coppia dice: «Litighiamo continuamente», l’enunciato fattuale non basta. Il litigio può organizzare un legame, evitare una separazione, mantenere una gerarchia, proteggere da un’intimità più rischiosa, permettere a ciascuna delle due persone di continuare a sperare che l’altra finisca per dare la prova attesa.

Chi fa terapia non deve dunque cercare subito «chi ha ragione». Cerca come i fatti siano diventati prove nell’economia relazionale del sistema.

L’errore clinico: fare di più della stessa equazione

La trappola principale consiste nel trattare la domanda iniziale come se fosse già la definizione giusta del problema. Una madre dice: «Mio figlio non vuole fare niente». Se chi fa terapia entra in questa definizione, cercherà come motivare il figlio, come rafforzare l’autorità genitoriale, come ridurre l’opposizione. A volte può aiutare. Ma se la definizione è essa stessa parte del problema, l’intervento produce più della stessa cosa.

Il sistema ha già provato. Ha spiegato, punito, negoziato, minacciato, supplicato, incoraggiato. Forse ha consultato, letto, chiesto consiglio. Le soluzioni tentate hanno già selezionato alcune variabili: volontà, obbedienza, comprensione, sforzo, amore, rispetto. Se chi interviene riprende le stesse variabili, anche con maggiore finezza, rischia di arrivare allo stesso risultato.

La collusione di definizione

La collusione non avviene soltanto con una persona; avviene con un’equazione. Chi fa terapia accetta che il problema sia localizzato là dove il sistema lo localizza, nei termini in cui il sistema l’ha già stabilizzato.

Il metodo strategico risolutivo invita invece a definire il problema «in termini risolvibili». Questa fase consiste nel selezionare i dati pertinenti, costruire una spiegazione plausibile e proporre a chi consulta una definizione che renda possibile un percorso verso un risultato.

Definire in termini risolvibili: né troppo vicino né troppo lontano

Una buona ridefinizione terapeutica deve soddisfare una condizione delicata: deve essere abbastanza vicina all’esperienza delle persone perché possano riconoscervisi, ma abbastanza diversa dalla loro definizione iniziale da aprire un nuovo spazio d’azione.

Se è troppo vicina

non cambia nulla.

Se è troppo lontana

viene respinta.

Definizione appiattita

«Il problema è che suo figlio si rifiuta di fare sforzi».

Definizione troppo lontana

«Il problema è il suo controllo materno».

Definizione risolvibile

«Sembra che siate entrambi presi in un’organizzazione in cui ciascuno cerca di ottenere dall’altro una prova: Lei, una prova che lui si impegni davvero; lui, una prova di poter essere ascoltato altrimenti che come qualcuno che delude. Più ciascuno cerca questa prova, più l’altro si difende».

Questa formulazione non nega i fatti. Li include. Non dice che la madre ha torto, né che il figlio ha ragione. Sposta il problema dall’individuo all’organizzazione dei tentativi. Rende il problema trattabile: diventa possibile intervenire sul modo di chiedere una prova, sui momenti di escalation, sulle sequenze di verifica, sulle eccezioni, sulle condizioni del riconoscimento.

In una coppia, invece di «lei è troppo critica» o «lui scappa», si potrebbe proporre: «Sembra che siate presi in un ciclo in cui più uno dei due cerca di ottenere una risposta esplicita, più l’altro cerca di preservare la propria libertà ritirandosi; e più si ritira, più la richiesta diventa urgente». Anche qui la ridefinizione trasforma due difetti individuali in una danza relazionale.

Zoomare, allargare l’inquadratura, poi ricomporre

Il lavoro di chi interviene consiste spesso nell’alternare tre movimenti.

1

Lo zoom

Osservare le sequenze concrete: chi fa cosa, in quale momento, dopo quale segnale, con quale attesa, e quale reazione ne deriva. Lo zoom protegge dalla genericità.

«Si oppone sempre» diventa: «Quando sua madre gli chiede dei compiti alle 19, dopo aver controllato il registro elettronico Pronote, lui risponde che li farà più tardi; lei insiste; lui sale in camera; lei lo segue; lui sbatte la porta».

2

L’allargamento dell’inquadratura

Lasciare la scena immediata per individuare la funzione dello schema: che cosa mantiene? Che cosa protegge? Quale minaccia cerca di evitare? Quale appartenenza, quale lealtà, quale identità sono in gioco?

Allargare l’inquadratura evita di ridurre il problema alla scena spettacolare.

3

La ricomposizione

Chi fa terapia propone una definizione nuova che collega i fatti, i significati e i tentativi di soluzione.

Nell’opera, chi firma descrive con precisione questo procedimento con i sistemi composti: chi interviene crea un canale con ciascuna unità, raggiunge i significati e le rappresentazioni di ogni persona, poi propone una definizione abbastanza inclusiva perché ogni partecipante possa riconoscervi la propria domanda.

Una bussola clinica per non aderire alla domanda

Nei primi colloqui, chi fa terapia può tenere a mente una bussola semplice.

1

Accogliere senza convalidare troppo in fretta

Accogliere pienamente la definizione iniziale senza convalidarla troppo in fretta. È vera come esperienza, ma non necessariamente operativa come mappa d’intervento.

2

Distinguere i livelli

Distinguere i fatti, i significati e i tentativi di soluzione. Ciò che le persone raccontano appartiene spesso a questi tre livelli contemporaneamente.

3

Individuare lo scarto

Tra quale stato reale e quale stato desiderato si organizza la tensione? Chi porta questo scarto? Chi lo definisce? Chi lo contesta? Chi ne trae beneficio suo malgrado?

4

Proporre una definizione risolvibile

Una formulazione che includa i vissuti di ciascuna persona, riduca la logica accusatoria, renda visibile il circuito interazionale e suggerisca implicitamente che un’altra esperienza diventa possibile.

Questa definizione non deve essere un verdetto. È un’ipotesi di lavoro abbastanza pertinente perché il sistema accetti di esplorarla. L’adesione di chi consulta a questa definizione è un momento decisivo, perché segna il passaggio da una posizione in cui si subisce il problema a una posizione in cui si accetta di partecipare alla sua soluzione.

Conclusione: la terapia non risolve il problema presentato, aiuta a costruire un problema risolvibile

L’arte terapeutica non consiste nello scoprire il «vero problema» nascosto dietro quello falso. Questa formulazione sarebbe ancora troppo lineare. Si tratta piuttosto di co-costruire una definizione del problema che permetta al sistema di uscire dai propri vicoli ciechi.

Il problema non è ciò che arriva in seduta sotto forma di racconto convincente. Non è soltanto il figlio che rifiuta, il coniuge che scappa, il genitore che controlla, il paziente che evita. Il problema è l’organizzazione relazionale e significante che ha trasformato una difficoltà in un circuito ripetitivo, e poi questo circuito in identità.

Per approfondire

È in questo scarto che comincia il cambiamento.

Chi interviene in modo utile non è dunque chi aderisce al primo racconto, né chi lo contraddice bruscamente. È chi ascolta con sufficiente precisione perché ogni persona si senta riconosciuta, e chi si sposta con sufficiente finezza perché il sistema non possa più continuare a pensarsi esattamente allo stesso modo.

Come citare questo articolo

Besse, J. (2026, 6 giugno). Le problème n’est pas ce que l’on croit : comment éviter de se coller à la demande initiale en thérapie. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/le-probleme-nest-pas-ce-que-lon-croit-comment-eviter-de-se-coller-a-la-demande-initiale-en-therapie

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