Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Family Process · Terapia familiare

Intervistare l’altro interiorizzato e il sé distribuito

Un padre che urla contro la figlia viene invitato a rispondere al posto suo, con il nome di lei: «Bonnie, che cosa provi dentro quando tuo padre alza la voce?». Da 35 anni Karl Tomm intervista così l’altro che ciascuno porta dentro di sé e, quando l’altro reale è presente, gli permette di incontrare la versione di sé che vive in una persona vicina. In questo articolo di fine carriera descrive il metodo attraverso cinque vignette cliniche, tra cui una sequenza completa per le coppie, e dice quando non utilizzarlo.

Autore Karl Tomm (University of Calgary e Calgary Family Therapy Centre)Prima pubblicazione Family Process, 18 marzo 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Interviewing the Internalized Other and the Distributed Self, di Karl Tomm, pubblicato in Family Process (Wiley) (2025), doi: 10.1111/famp.70025, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due figure (disegni) non sono riprodotte. La traduzione non è stata realizzata né dall’autore né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Ogni altro interiorizzato è il sé distribuito di qualcun altro.

Karl Tomm

Abstract

Negli ultimi 35 anni si è sviluppato un metodo psicoterapeutico singolare, l’intervista all’altro interiorizzato (IOI, dall’inglese Internalized Other Interviewing). Si fonda su una prospettiva socio-costruzionista e «bringforthista», secondo cui la persona, in quanto individuo consapevole di sé, nasce da una ricca storia di interazioni con altri esseri umani. Se chi fa terapia riesce ad applicare questa comprensione e a concepire il sé come costituito da una comunità interiorizzata nella memoria, diventa coerente intervistare qualsiasi membro di questa comunità interiore come un altro interiorizzato all’interno della persona in terapia. Ne risultano ampliate le possibilità di intervenire sulle sue relazioni. Se il metodo IOI viene usato in presenza dell’altro reale, in un lavoro congiunto, quest’ultimo può incontrare il proprio sé distribuito così come esiste nella persona intervistata, e si aprono ulteriori possibilità di cambiamento. L’articolo si concentra sull’applicazione del metodo nella pratica clinica attraverso esempi, trascrizioni e commenti.

Parole chiave: sé distribuito, altro interiorizzato, domande riflessive, costruzionismo sociale

1 Introduzione

L’intervista all’altro interiorizzato (IOI) consiste nel porre domande a una persona intervistata che incarna l’esperienza interiorizzata di un’altra persona e parla a partire da essa. Sebbene questo metodo possa essere impiegato in contesti diversi, come il coaching, la supervisione e la formazione, questo articolo si concentrerà sulla sua applicazione nella terapia sistemica. Chi fa terapia si rivolge all’altro interiorizzato (IO) incarnato nella persona in terapia per far emergere aspetti selezionati delle esperienze dell’IO, così da favorire la guarigione e il benessere relazionali. L’IO è di solito qualcuno che la persona conosce bene, come un familiare, un’amicizia, una persona collega o qualcuno del lavoro. La persona intervistata dispone quindi in genere di una storia significativa a cui attingere quando risponde con la voce dell’altro interiorizzato.

Prendiamo per esempio George1, inviato in terapia individuale perché urla e strepita quando cerca di educare la figlia adolescente, Bonnie. Si rende conto che i suoi scoppi d’ira non sono appropriati, ma non riesce a trattenersi quando la percepisce così irrispettosa e ribelle. Più il padre fa pressione sulla figlia perché obbedisca, più lei resiste, e più lei resiste, più lui cerca di costringerla a obbedire. Uno dei fuochi della terapia potrebbe quindi essere decostruire il pattern di interazione patologizzante (PIP; Tomm et al. 2014) in cui la pretesa di obbedienza del padre si accoppia alla resistenza e alla ribellione della figlia. Per aiutare a spezzare questo circolo, si potrebbe invitare George a parlare dalla posizione dell’io di Bonnie, che esiste come IO nella memoria e nell’immaginazione di George. Chi fa terapia incoraggia George a rispondere alle domande rivolte all’IO a partire dalle sue intuizioni sulle esperienze interiori di Bonnie: «Bonnie, che cosa provi dentro quando tuo padre alza la voce e pretende che tu lo ascolti? … E quando ti senti così, è più o meno probabile che tu faccia quello che dice?». Più George è onesto nelle sue risposte intuitive come Bonnie, più è probabile che i probabili sentimenti di paura, rabbia o indignazione di lei gli diventino accessibili interiormente e lo aiutino a correggere la sua abitudine di urlare e strepitare. Le domande rivolte all’IO costituiscono un invito alla comprensione empatica più forte delle domande di percezione interpersonale rivolte a George, come «Come pensi che si senta lei quando le urli contro?», che possono essere anch’esse utili ma tendono a restare più intellettuali.

Un altro fuoco dell’IOI potrebbe essere co-costruire più benessere nella relazione. Chi fa terapia potrebbe chiedere all’IO: «Bonnie, che cosa potrebbe fare tuo padre di diverso che ti farebbe sentire più disposta a collaborare? … Che altro potrebbe provare a fare, Bonnie?». Durante l’intervista, chi fa terapia usa ripetutamente il nome di Bonnie per rivolgersi all’IO di George quando parla con lui, per aiutarlo a restare ancorato alla sua esperienza dell’esperienza di lei. L’IOI non è concepita come un gioco di ruolo in cui le risposte di George riprodurrebbero la superficie del comportamento di Bonnie (per esempio ripetendone a pappagallo le parole). L’intento è far emergere l’esperienza interiore di Bonnie, fin dove George riesce ad arrivare in profondità. Nel rispondere a queste domande, George attinge alle interazioni passate e previste tra sé e Bonnie, alle storie che ha sentito su di lei e alle sue impressioni generali sui pensieri, i sentimenti, le intenzioni, le speranze ecc. di Bonnie. Le domande specifiche poste in terapia possono influenzare la comprensione che George ha di Bonnie, la comprensione di sé dal punto di vista di lei e la comprensione della propria comprensione della loro relazione.

Il processo di intervistare la Bonnie interiorizzata dentro George potrebbe svolgersi anche con Bonnie fisicamente presente come osservatrice. Se assistesse a un’intervista del genere, avrebbe l’opportunità di incontrare una versione del proprio sé distribuito (DS), cioè il modo in cui esiste in suo padre, e forse di sentire il suo DS dire cose come: «Non sopporto quando diventa così controllante! … Mi fa infuriare!». Assistere a una scena simile si rivela di solito un’esperienza affascinante per chi osserva e può avere su di lei effetti diversi. Le nostre identità sono in parte costruite da come gli altri ci rimandano chi siamo. Versioni di noi stessi sono distribuite in tutte le persone che ci conoscono (e in tutte quelle che ci conoscono per fama). Come minimo, sentire George rispondere con la voce di Bonnie offre alla Bonnie che osserva l’opportunità di riflettere sulle proprie reazioni alle domande poste in terapia, di confrontarle e di notare quando le risposte di George‐come‐Bonnie le corrispondono o no. Inoltre, le domande rivolte alla Bonnie interiorizzata in George possono innescare cambiamenti direttamente nella Bonnie che osserva (che in quel momento non contribuisce attivamente alla conversazione). Anzi, chi fa terapia potrebbe porre deliberatamente certe domande all’altro interiorizzato con l’intento di inserirvi un suggerimento per l’altro reale che osserva: «Allora, Bonnie, supponiamo che dopo tu dicessi a tuo padre quanto ti sei sentita terrorizzata quando ti ha urlato contro: riesci a immaginare che la prossima volta potrebbe pensarci due volte prima di parlarti in quel modo?». Alcune delle sfumature implicate nell’intervistare il DS saranno esplorate più avanti. Basti dire qui che ogni altro interiorizzato è il sé distribuito di qualcun altro, e che il processo di IOI è considerevolmente più complesso quando George e Bonnie sono entrambi fisicamente presenti.

L’uso giudizioso di questo metodo di intervista inconsueto può avere effetti sorprendentemente benefici, soprattutto quando una terapia è arrivata a un’impasse. Ciò che conta moltissimo, tuttavia, sono le domande specifiche che si pongono all’IO. Possono fare un’enorme differenza nell’impatto sia su George sia su Bonnie, così come sulla loro relazione. In questo processo si dà sempre la priorità alle domande riflessive (Tomm 1988), con l’intento di co-costruire più benessere individuale e relazionale. Esula dallo scopo di questo articolo trattare il processo delle domande riflessive, già descritto altrove (Tomm 1987). Gli esempi delle trascrizioni che seguono illustreranno comunque l’uso delle domande all’IO nel flusso di una conversazione di IOI.

Conduco di tanto in tanto interviste all’altro interiorizzato da 35 anni e per tutto questo tempo ho insegnato il metodo nella comunità internazionale della terapia familiare, ma ne ho scritto poco. Diverse persone colleghe hanno preso l’iniziativa di pubblicare articoli sul metodo (Burnham 2000; Emmerson‐Whyte 2010; Epston 1993; Haydon‐Laurelut and Wilson 2011; Hurley 2006; Lysack 2002; Moules 2011; Mudry et al. 2015; Nyland and Corsiglia 1993; Paré 2001) e gli sono state dedicate almeno tre tesi (Akdeniz 2021; Brosh 2007; Houston 2008). Trattano bene l’argomento, e sentivo poco il bisogno di scriverne ancora. Tuttavia, sono stato fortemente incoraggiato a documentare il mio contributo allo sviluppo del metodo e a condividere esempi della mia applicazione dell’approccio. Ho quindi deciso di cogliere l’occasione del mio ultimo anno sabbatico per descrivere l’uso occasionale che faccio dell’IOI.

2 Origini del metodo IOI

Spesso non è del tutto chiaro come si arrivi a una certa idea o pratica clinica. Ripensandoci, sospetto che i semi del mio lavoro sull’IOI abbiano cominciato a germogliare dopo un contatto con Fritz Perls nel 1968. Perls fondò la terapia della Gestalt (Perls et al. 1951), e rimasi affascinato sentendolo parlare della tecnica della sedia vuota durante il mio primo anno di specializzazione in psichiatria.2 Nel lavoro gestaltico, chi fa terapia chiede alla persona di parlare a partire dall’esperienza dell’altro quando si sposta a sedersi sulla sedia vuota. Benché vi siano somiglianze tra l’IOI e la tecnica gestaltica delle due sedie, esistono differenze sia sul piano teorico sia su quello pratico. Anzitutto, il lavoro gestaltico nasce da presupposti psicoanalitici intrapsichici, mentre il lavoro di IOI nasce da presupposti sistemici interpersonali. Nella pratica, l’altro del lavoro gestaltico viene sempre proiettato sulla sedia vuota, mentre nel lavoro di IOI l’altro rimane sempre all’interno della persona del sé.

Molte altre influenze hanno segnato il mio percorso verso un’IOI interpersonale e orientata ai sistemi. Ho raccontato altrove i dettagli del mio cammino professionale dalla psichiatria tradizionale alla terapia familiare e poi alla terapia sistemica (Bubenzer et al. 1997; Collins and Tomm 2009). In breve, fu l’influenza di Nathan Epstein e del gruppo McMaster (Epstein et al. 1978) a permettermi per primo di spostare il mio fuoco in psichiatria dal lavoro con singole persone al lavoro con le famiglie come sistemi. Poi l’équipe di Milano alla fine degli anni Settanta (Selvini et al. 1978) e l’esplorazione della teoria della Mente di Gregory Bateson (Bateson 1972) mi introdussero al lavoro sistemico. Le pratiche narrative di Michael White (White and Epston 1990, White 2007) e la teoria della conoscenza di Humberto Maturana (Maturana and Varela 1979, 1987) mi portarono più a fondo nelle comprensioni sistemiche all’inizio degli anni Ottanta. I termini sistema e sistemico sono usati in vari modi nella letteratura sulla terapia familiare. Uso sistema per descrivere i sistemi osservati, in cui l’osservatore è separato dall’osservazione, e sistemico per riferirmi ai sistemi osservanti, in cui l’osservatore fa parte del sistema descritto. In quanto parte del sistema terapeutico, mi considero sistemico nel formulare domande riflessive pertinenti.

In ultima analisi, fu una storia raccontata da David Epston a spingermi finalmente a sperimentare l’IOI in quanto tale. Durante una visita al Family Therapy Program di Calgary nel 1988, David raccontò un’intervista con una coppia molto conflittuale in cui aveva usato «domande a riferimento incrociato» (Epston 1993, 185) per parlare con la moglie come se fosse il marito e viceversa. In seguito provai a usare le domande a riferimento incrociato di David nel mio lavoro clinico, ma con me non sembravano funzionare. Un anno dopo, al termine di un convegno che organizzai a Calgary per confrontare gli stili di intervista di Michael White e Gianfranco Cecchin, mi venne in mente che, se chi fa terapia concepisce il sé psicologico della persona come costituito da ricordi di interazioni sociali passate che mantengono una comunità interna relativamente stabile, diventa coerente intervistare qualsiasi membro di questa comunità all’interno della persona. Ridescrivendo queste domande come domande all’altro interiorizzato, riuscii a formularle e a porle più facilmente. Dare una buona etichetta a un certo tipo di domanda è come applicare un buon manico a un attrezzo: diventa più facile da usare. Condivisi questa esperienza arricchita con David, che fu d’accordo con il cambio di nome, e insieme presentammo un workshop sull’IOI alla prima Therapeutic Conversations Conference, a Tulsa, in Oklahoma, nel 1990 (Epston 1993).

2.1 Vignetta clinica n. 1: IOI di una madre all’interno di un uomo di mezza età

Alcuni anni fa ho usato il metodo IOI in un’intervista dimostrativa durante un workshop che tenevo per colleghe e colleghi. Una partecipante al workshop aveva chiesto a uno dei suoi clienti, Bob, un uomo bianco, cisgender, single e di mezza età, se avrebbe accettato di essere intervistato dal vivo davanti a un pubblico professionale. Bob accettò volentieri, perché era soddisfatto dei progressi fatti in terapia. Aveva una lunga storia di difficoltà comportamentali dall’infanzia all’età adulta. All’inizio dell’adolescenza la madre lo aveva portato in una clinica per una valutazione, dove gli era stato diagnosticato un ADHD e prescritto il Ritalin. Fu l’inizio di uno stile di vita chimico per Bob. Negli anni sperimentò varie droghe e finì per bere pesantemente. Nella mezza età, tuttavia, entrò negli AA e riuscì a inserirsi in un programma di sostegno continuativo e in una terapia individuale di lunga durata. A poco a poco smise con tutte le droghe e con l’alcol e, per la prima volta, riuscì a mantenere un lavoro stabile a tempo pieno. Era particolarmente contento di essere riuscito a restare pulito per diversi mesi.

Si dà il caso che pochi giorni prima della mia intervista si fosse preso un raffreddore sceso poi sul petto. Di conseguenza tossiva di notte e faticava a dormire. Il giorno prima dell’intervista chiamò il suo medico e gli chiese uno sciroppo per la tosse. Nella telefonata precisò di volere uno sciroppo alla codeina; la codeina è un oppiaceo noto per sedare la tosse. Il medico acconsentì e prescrisse il farmaco come richiesto. Quella notte, prima dell’intervista, prese un po’ di sciroppo, poi un altro po’, poi ancora, e così via. All’improvviso si rese conto che stava prendendo lo sciroppo per l’effetto della codeina e non solo per la tosse! Questa consapevolezza lo sconvolse terribilmente: aveva lottato per tanti anni per superare le sue dipendenze. Cadde in un profondo sconforto e cominciò a pensare al suicidio. Per fortuna ebbe la presenza di spirito di telefonare al suo sponsor degli AA, che lo mise in guardia: «Non fare niente di avventato, dormici sopra e ne parliamo domani». Bob seguì il consiglio e la mattina dopo si ricordò dell’impegno a partecipare al workshop per essere intervistato, dove emerse questa storia.3

Nessuno aveva criticato o giudicato Bob per aver preso lo sciroppo per l’effetto della codeina. Anzi, nessuno sapeva nemmeno che lo avesse fatto. Eppure si sentiva giudicato così duramente da voler togliersi la vita. Ipotizzai che un pattern interno di intensa autocritica avesse provocato i suoi pensieri suicidi. Questo autogiudizio sembrava profondamente ingiusto, ma dovevo stare attento, perché non volevo criticare Bob per essere così autocritico. Immaginai invece alcune origini relazionali della critica e previdi che Bob avrebbe potuto offrirmi l’opportunità di esplorarle, cominciare a decostruirle e forse co-costruire una guarigione relazionale che soppiantasse la critica.

2.1.1 Intervista

Karl: «Fra tutte le persone che ti hanno conosciuto, chi immagini che sarebbe stato più turbato se avesse saputo che hai preso lo sciroppo per l’effetto della codeina?». Con questa domanda invitai Bob ad aiutarmi a individuare una persona significativa della sua vita che potesse essere rilevante per il dilemma attuale.

Bob: (Dopo una lunga pausa) «Probabilmente mia madre». Bob proseguì spiegando che aveva un rapporto molto difficile con la madre. Ora lei viveva in un’altra città e non si parlavano più.

Karl: «Qual è il nome di battesimo di tua madre?». È essenziale usare il nome dell’IO per aiutare la persona ad ancorarsi all’esperienza dell’altro.

Bob: «Agnes»

Karl: «Potrei parlare un po’ con Agnes?». Bob mostrò una certa confusione, e proseguii spiegandogli il processo di IOI.

Bob: «Certo, ci provo».

Karl: Rivolgendomi ora ad Agnes dentro Bob: «Agnes, com’era Bob da bambino, quando lo crescevi?». Speravo qui che Bob mi fornisse un po’ di storia rilevante da cui potesse essersi sviluppata la sua autocritica.

Bob: Rispondendo come Agnes: «Oh, era un vero combinaguai! … Sempre nei pasticci. … Sempre a mettere tutto sottosopra!».

Karl: Ad Agnes dentro Bob: «Come reagivi con lui quando succedeva tutto questo, Agnes?». Questa domanda sull’effetto comportamentale servì a far emergere un pattern di interazione problematico tra madre e figlio.

Bob: Rispondendo come Agnes: «Cercavo di correggerlo … Gli dicevo e gli ripetevo che quello che faceva era sbagliato … che era male … che doveva essere punito». La madre interiorizzata all’interno del cliente nella figura 1 è stata disegnata da un collega svedese che mi aveva sentito raccontare questa storia. Illustra come visualizzare l’IO dentro Bob possa aiutare chi fa terapia a restare concentrato sul rivolgersi all’IO.

Karl: Ad Agnes dentro Bob: «Agnes, diresti allora che hai dovuto fare parecchio affidamento sulla critica per crescerlo?». Questa domanda introduceva la distinzione di un processo di critica, ma lo collocava in un pattern di interazione esterno a Bob.

Bob: Rispondendo come Agnes: «Senz’altro. … Ma poi lui si lamentava che ero ingiusta, e si comportava ancora peggio».

Karl: Ad Agnes dentro Bob: «Agnes, supponiamo che arrivassi a capire che Bob potrebbe aver interiorizzato il pattern della critica come modo per affrontare i comportamenti problematici, e che sia arrivato a un punto in cui si critica così duramente, per aver preso la codeina ieri sera, da pensare al suicidio: avresti qualche rimpianto per esserti affidata così tanto alla critica nel crescerlo?». Questa domanda introduceva un’ipotesi sulle origini relazionali dell’abitudine alla critica e indicava una possibile iniziativa correttiva.

Bob: Rispondendo come Agnes dopo una lunga pausa: «Be’ … forse».

Karl: Ad Agnes dentro Bob: «Diciamo che esprimessi questo rimpianto, e magari chiedessi persino scusa a Bob per esserti affidata così tanto alla critica nel crescerlo: immagini che lui potrebbe mai perdonarti?». Questa domanda con suggerimento incorporato invitava Bob a considerare la possibilità di abbracciare un potente pattern di guarigione: chiedere scusa accoppiato al perdonare. A Bob salirono le lacrime agli occhi e cominciò a piangere. Karl gli lasciò lo spazio per elaborare la sua emozione. Alla fine Bob parlò come se stesso, spontaneamente.

Bob: Rispondendo: «Sì, penso che potrei perdonarla».

Karl: A Bob come Bob: «Pensi che sarebbe giusto perdonare anche te stesso?».

Bob: «Sì. … Credo di sì».

FIGURA 1. Intervistare la madre interiorizzata. Figura non riprodotta.

2.1.2 Commenti sulla vignetta n. 1

Le lacrime di Bob riflettevano un cambiamento significativo nella costruzione di senso all’interno della sua comunità interiorizzata, in particolare nel rapporto con la madre interiorizzata e nel rapporto con se stesso. Non è possibile specificare che cosa sia cambiato esattamente nel suo sistema nervoso. Ci fu però una chiara differenza nel suo atteggiamento verso se stesso, con una maggiore accettazione di sé. E, soprattutto, i suoi impulsi suicidi svanirono. Il mio atteggiamento di accettazione nei suoi confronti è stato senza dubbio utile, ma la mia intuizione è che la serie di domande abbia influito molto di più, perturbando (in senso positivo) i suoi ricordi profondamente radicati delle interazioni passate con la madre. I ricordi di una persona in terapia sono sempre implicitamente disponibili come possibilità immanenti a cui attingere per creare opportunità di iniziative terapeutiche (Tomm and Taylor 2025). Ciò che è degno di nota in questa intervista è la mia fiducia che Bob possedesse già esperienze di vita sufficienti per far emergere il pattern relazionale di guarigione del chiedere scusa accoppiato al perdonare e soppiantare il pattern patologizzante del criticare accoppiato al comportarsi male (Tomm et al. 2014). Quando chi fa terapia ha fiducia che la persona disponga già delle risorse di cui ha bisogno per guarire, le cercherà e, naturalmente, sarà molto più probabile che le trovi e le faccia emergere per applicarle alla situazione attuale.

2.2 Vignetta clinica n. 2: IOI di una figlia adolescente all’interno di una madre

Ero stato invitato come consulente in una seduta di terapia familiare dopo un episodio di violenza in cui la maggiore di due sorelle adolescenti (Alice) aveva aggredito la minore (Brenda), che aveva riportato lesioni tali da richiedere un passaggio in ospedale. I genitori si erano separati quando le ragazze erano piuttosto piccole. Tra le due si era sviluppata un’intensa rivalità mentre la madre le cresceva (per lo più da sola). Entrambe le ragazze e il patrigno (entrato da poco nella famiglia) declinarono l’invito a partecipare alla consultazione. Solo la madre, Ethyl, venne al colloquio. La trascrizione che segue è tratta da una videoregistrazione dell’incontro ed è stata rivista per renderla più leggibile.4

2.2.1 Intervista

Ethyl: All’inizio del colloquio Ethyl mi chiese: «Che cosa faccio con lei (Alice) se torna a essere violenta?».

Karl: «Potrebbe essere utile parlarne con lei in anticipo, quando non è agitata. … Se non riesce a esercitare un controllo interno, potrebbe essere ragionevole concordare di chiamare la polizia perché fornisca un controllo esterno … la polizia c’è per questo».

Ethyl: «Ma che cosa posso fare per calmarla quando si agita?».

Karl: «Bella domanda. … Dipende da che cosa le sta succedendo in quel momento».

Ethyl: «Non capisco che cosa le succede. Pensa di avere sempre ragione. Nessuno ha sempre ragione!». Fu a quel punto che mi venne in mente che un po’ di IOI avrebbe potuto essere utile. Ipotizzai che, se la madre fosse riuscita a entrare meglio in empatia con le esperienze della figlia, avrebbe forse potuto decidere meglio, sul momento, come reagire quando Alice si agita.

Karl: «Saresti disposta a fare un esperimento? Potrei parlare con Alice come altro interiorizzato dentro di te, per cercare di aiutarti a entrare più in contatto con ciò che potrebbe succederle?». Presentare il metodo come un esperimento, e non come qualcosa che aiuterà, evita di attivare aspettative irrealistiche.

Ethyl: Rispondendo esitante: «Va bene».

Karl: «D’accordo, lascia che parli con te come se tu fossi Alice. Non ti chiedo di recitare il suo comportamento esteriore, ma di parlare a partire dalla tua esperienza della sua esperienza interiore, fin dove riesci ad arrivare in profondità».

Karl: Rivolgendomi ora alla figlia per nome dentro Ethyl: «Alice, che cosa ne pensi del fatto che ti coinvolgiamo in questa situazione con tua madre?». Se Alice fosse presente al colloquio non userei questa domanda di apertura, presumendo che probabilmente protesterebbe se non volesse che andassi avanti. Quando invece la persona è sola, comincio di solito con questa domanda per sondare eventuali ostacoli al processo.

Ethyl: Rispondendo lentamente come Alice: «Non voglio che tu lo faccia». Questa risposta non è tipica e richiede una certa esplorazione. Di solito l’altro interiorizzato accetta volentieri l’esperimento.

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Alice, perché non vorresti che lo facessi … per aiutare tua madre a capirti meglio?».

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Sono tutti contro di me …».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Ma, Alice, parlando prima con tua madre ho avuto l’impressione che voglia avere un rapporto migliore con te». Un commento per suggerire interessi comuni.

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Lo dice e basta; vuole più bene a Brenda che a me». La rivalità tra le sorelle diventa evidente.

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Alice, riesci a credere che io desideri che tu e tua madre abbiate un buon rapporto?». Una domanda chiusa che cerca di far emergere un terreno comune.

Ethyl: Esitando e poi rispondendo come Alice: «… Va bene». Lo presi come un permesso a proseguire.

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Alice, quando tu e tua sorella crescevate con vostra madre, avevi l’impressione che vostra madre cercasse di trattarvi tutte e due allo stesso modo?». Questa domanda nasceva dalla mia precedente esperienza clinica di un pattern patologizzante frequente nelle famiglie in cui c’è un’intensa rivalità fraterna. I genitori a volte alimentano involontariamente la competizione fraterna cercando di trattare la prole allo stesso modo, il che ha l’effetto non voluto di stimolare figli e figlie a cogliere differenze sempre più sottili e quindi a lamentarsi di più dei favoritismi, spingendo i genitori a sforzarsi ancora di più di garantire lo stesso trattamento a tutta la prole, e così via.

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Cercava di trattarci allo stesso modo, ma io ero più legata a lei». La mia intuizione trova conferma, e la competizione è ancora evidente.

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Alice, preferiresti che cercasse di trattarvi allo stesso modo o preferiresti che trattasse te e tua sorella come uniche e diverse?». Questa domanda di biforcazione riflette il tentativo di far emergere un possibile pattern di guarigione, l’accettazione delle differenze nelle relazioni madre‐figlia, che soppianti la competizione.

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Uniche e diverse».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Che cosa c’è di unico e speciale nel tuo rapporto con tua madre?». Questa domanda mira a ispessire e stabilizzare il pattern, ora preferito, dell’accettazione delle differenze nel modo in cui la madre tratta ciascuna delle due figlie.

Ethyl: Rispondendo lentamente come Alice: «Non ne sono sicura».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Alice, che cosa piace a tua madre di te come persona … che cosa le ispira tenerezza quando pensa a te?». Questa domanda riflette il tentativo di aiutare Alice‐dentro‐Ethyl ad articolare una differenza che sia accettabile. Ma invita anche Ethyl a rivelare la sua intuizione su come esiste lei dentro la figlia. In altre parole, permette a Ethyl di cominciare a incontrare alcuni aspetti del suo sé distribuito (ne riparleremo più avanti).

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Non credo che le piaccia niente».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Davvero? … Che cosa ti piace di tua madre? Che cosa apprezzi di lei? … Che altro? … Che cosa ti trattiene dal mostrare questo apprezzamento a tua madre, Alice?». Queste domande mirano a far emergere e portare in primo piano gli aspetti positivi del rapporto tra Alice ed Ethyl. Hanno di solito forti effetti di conferma sulla persona intervistata. In effetti, a questo punto Ethyl si commosse fino alle lacrime, così faccio una pausa prima di proseguire.

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Alice, prima tua madre ha detto che per te è importante avere ragione. Che rapporto hai con gli errori? Riesci a imparare dagli errori?». Queste domande invitano Ethyl a entrare più a fondo nel bisogno di Alice di avere ragione.

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Quando sbaglio mi agito. Mi arrabbio».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Riesci a immaginare che, se potessi imparare da un errore, potresti sentirti bene per quello che hai imparato?».

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Non mi ricordo di aver imparato … finisco solo per incolparmi … mi deprimo».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Da dove viene questa autoaccusa, Alice? L’hai inventata tu o qualcuno ti ha detto qualcosa al riguardo?».

Ethyl: Ethyl fa fatica, qui, a immaginare l’esperienza di Alice ed esce dal processo di intervista all’altro interiorizzato per parlare come se stessa: «Io … ehm … non ho nessuna idea di che cosa le passi per la testa. Non so come ragiona». Ho notato spesso che, quando una persona fatica a formulare una risposta con la voce dell’altro e passa spontaneamente alla propria voce, i contenuti specifici in gioco in quei momenti sono di solito molto pertinenti alla situazione e spesso meritano un’ulteriore esplorazione.

Karl: A Ethyl come Ethyl: «Mi rendo conto che è estremamente difficile. … Ricorda che l’Alice che è dentro di te ti appartiene. Cerca di non bloccarti su ciò che l’Alice esterna potrebbe pensare e sentire. Lascia che la tua Alice interiore risponda liberamente per esplorare le sue possibilità future. … Sei disposta a lavorarci ancora un po’?». Presumo che, se Ethyl permette alla sua Alice interiorizzata di evolvere verso una posizione più matura, è probabile che nella loro interazione futura Ethyl inviti l’Alice reale verso quella maturità.

Ethyl: Rispondendo come se stessa: «Va bene».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Alice, ti piacerebbe diventare il tipo di persona capace di imparare dai propri errori? … Come immagini che potresti riuscirci?».

L’intervista continua a esplorare ancora un po’ la questione dell’avere ragione e poi si sposta su ciò che la madre potrebbe fare di diverso dal punto di vista dell’Alice interiorizzata: «Se tua madre potesse cambiare qualcosa nel modo in cui si relaziona con te, quale cambiamento apprezzeresti di più, Alice?». È una domanda estremamente utile da porre all’altro interiorizzato, perché aiuta a chiarire quali iniziative costruttive Ethyl potrebbe prendere nella sua interazione futura con Alice che sarebbero probabilmente significative per il loro rapporto.

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Vorrei che mia madre mi ascoltasse di più».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «E come sarebbe, Alice, se succedesse?». Questa domanda di approfondimento aiuta Ethyl a tradurre le preferenze di Alice in comportamenti specifici.

Ethyl: Rispondendo come Alice: «Potrebbe darmi ragione più spesso».

Karl: Ad Alice dentro Ethyl: «Quali altri cambiamenti apprezzeresti se tua madre fosse disposta e capace di cambiare ancora il modo in cui si relaziona con te?». È semplicemente un invito ad ampliare le possibilità di iniziative costruttive che Ethyl potrebbe prendere in considerazione. L’intervista IOI è proseguita per diversi altri minuti per esplorare ulteriormente i temi della competizione, dell’avere ragione e dell’essere d’accordo, con Ethyl che di tanto in tanto usciva spontaneamente dall’IOI.

Karl: Chiudendo l’IOI: «Grazie, Alice, per aver risposto con tanta riflessione alle mie domande. … Ciao di nuovo, Ethyl. … Com’è stato per te parlare a partire dall’esperienza di Alice?».

Ethyl: Rispondendo come se stessa: «È stato difficile! Davvero non so che cosa le succede dentro».

Karl: A Ethyl come Ethyl: «Secondo la tua migliore stima, con quale percentuale delle tue risposte come Alice immagini che lei sarebbe d’accordo?». Questo invito a riflettere sulle proprie risposte aiuta Ethyl a liberarsi da un eccesso di certezza sulla verità della sua comprensione di Alice.

Ethyl: «Direi il 60-70%, forse meno».

Karl: «Ti sorprenderebbe se lei dicesse l’80%?». Rispondendo con una percentuale diversa dalla stima della persona, chi fa terapia semina il dubbio, il che la orienta verso una maggiore curiosità e attenzione per l’esperienza reale dell’altro. Se la stima fosse molto alta, poniamo il 90%, potrei chiedere: «Ti sconvolgerebbe se fosse solo il 55%?».

2.2.2 Commenti sulla vignetta n. 2

Questa serie di domande riflessive all’Alice interiorizzata spinse Ethyl ad ampliare la sua immaginazione su ciò che poteva accadere nell’esperienza di Alice e probabilmente la preparò a quanto avvenne in seguito. Quando un paio di settimane dopo seppi che Ethyl aveva disdetto l’appuntamento successivo perché «le cose andavano meglio», la chiamai per chiederle il permesso di usare il video nella didattica e le domandai che cosa fosse successo dopo la nostra seduta. Tornata a casa, Ethyl aveva portato Alice a prendere un caffè e le aveva raccontato dell’IOI. Alice era molto curiosa delle risposte che la madre aveva dato parlando come lei (Alice) e rimase «stupita» di quanto bene la madre la capisse. Di conseguenza, Alice si sentì molto più vicina alla madre e il rapporto tra loro migliorò. E, man mano che migliorava il rapporto tra Ethyl e Alice, migliorò anche quello tra le sorelle. La famiglia nel suo insieme sentì quindi che non c’era bisogno di proseguire la terapia. In un incontro successivo con Ethyl (un paio d’anni più tardi, per un’altra questione) riferì che i miglioramenti nel rapporto con Alice si erano mantenuti.

2.3 Vignetta clinica n. 3: intervistare il sé distribuito di un bambino5

Una madre sola portò il figlio di 5 anni in una clinica di periferia perché da diversi mesi appiccava incendi. Continuava a farlo anche se alcuni fuochi gli erano sfuggiti di mano al punto che aveva riportato ustioni che avevano richiesto innesti cutanei. Uno degli sviluppi interessanti notati dalla madre era che il bambino aveva smesso di parlare dopo il primo grande incendio. Quando a casa lo si spingeva a parlare, il massimo che faceva era una specie di risatina. La stessa risatina comparve quando cercai di parlare con lui durante il nostro incontro. Decisi di provare a intervistare il bambino come altro interiorizzato dentro la madre mentre lui osservava. La madre (Nancy) teneva il bambino (Freddy) in braccio mentre parlavo con lei.

2.3.1 Intervista

Karl: A Nancy: «Per te va bene se provo a parlare con il Freddy che è dentro di te, per conoscerlo un po’?».

Nancy: «Che cosa vuoi dire?»

Karl: «Quando interagiamo ripetutamente con qualcuno, a poco a poco ci formiamo dentro di noi un’immagine di quella persona. Così ti sei fatta delle impressioni di Freddy dentro di te, compreso ciò che gli succede, e ora fanno parte di te. Il tuo Freddy interiorizzato non sarà mai esattamente uguale a ciò che succede dentro di lui, ma ci sarà una certa sovrapposizione tra la sua esperienza e la tua esperienza della sua esperienza. Quindi, parlando con il Freddy che è dentro di te, potrei riuscire a capirlo un po’. Sei disposta ad aiutarmi in questo modo?».

Nancy: «Certo. Naturalmente».

Karl: A Freddy dentro Nancy: «Freddy, come fai ad accendere questi fuochi? Usi i fiammiferi? Un accendino? O che cosa?». Presumevo che Nancy ne sapesse qualcosa e volevo far emergere un comportamento concreto per invitare indirettamente Freddy verso alcuni ricordi pertinenti.

Nancy: Rispondendo come Freddy: «Uso i fiammiferi. La mamma non mi lascia avere un accendino».

Karl: A Freddy dentro Nancy: «E come fai a far partire il fuoco, Freddy? Usi la carta, dei rametti o qualcos’altro?». Freddy, fino a quel momento distratto, comincia a guardarmi con attenzione.

Nancy: Rispondendo come Freddy: «Di solito uso i volantini che il postino lascia con la posta».

Karl: A Freddy dentro Nancy: «E che cosa ti succede, Freddy, quando il fuoco prende? Ti emozioni o che cosa?».

Nancy: Rispondendo come Freddy: «Sì, fa un bel caldo, ed è emozionante guardarlo!». Freddy spalanca gli occhi e un leggero sorriso gli attraversa il viso.

Karl: A Freddy dentro Nancy: «Se il fuoco diventa troppo grande, provi a spegnerlo? … Che cosa usi per spegnerlo?». Freddy gira la testa per guardare la madre.

Nancy: Rispondendo come Freddy: «Sì, una volta ho provato a usare una coperta, ma mi sono messo nei guai perché ho rovinato la coperta».

Karl: A Freddy dentro Nancy: «E se il fuoco ti sfugge proprio di mano, ti spaventi?».

Nancy: Rispondendo come Freddy: «Sì, mi spavento tantissimo!». A questo punto Freddy scoppia in singhiozzi, e Nancy, scossa dalla sua reazione, lo culla avanti e indietro mentre lui si rannicchia contro il suo corpo.

Nancy: Parlando spontaneamente come se stessa: «È incredibile! Non l’ho mai visto piangere così da quel primo grande incendio!».

2.3.2 Commenti sulla vignetta n. 3

Questa intervista si è svolta in Irlanda, durante una mia visita all’équipe di The Fifth Province, e non ho avuto accesso ad alcun follow-up. Tuttavia, nel cercare di dare un senso a quanto accaduto, sembra che Freddy sia entrato in risonanza con il suo DS dentro la madre, cioè che si sia connesso con se stesso così come esisteva dentro di lei. I dettagli di ciò che lei sapeva delle sue azioni bastarono perché lui si mettesse in relazione con il proprio comportamento. Sentirla dare parole alle sue esperienze mentre parlava come Freddy le rese probabilmente più pienamente accessibili per lui. Sospetto che, quando Nancy espresse la sua emozione di paura, gli abbia fornito le parole di cui aveva bisogno per superare un blocco emotivo che fino ad allora lo aveva lasciato relativamente paralizzato nella capacità di esprimersi e di interagire con gli altri. Nominare ed esprimere la sua paura in questo modo sembrò liberarlo e permise a una tristezza accumulata di riversarsi fuori quando scoppiò in singhiozzi. In altre parole, man mano che impariamo a conoscere come esistiamo negli altri, non solo conosciamo meglio noi stessi, ma possiamo anche andare avanti nel nostro sviluppo come persone.

2.4 Vignetta clinica n. 4: intervistare il sé distribuito del padre

Tornando brevemente all’esempio introduttivo di George e Bonnie, in seguito li ho incontrati insieme. Nell’ambito della terapia ho intervistato anche il padre come altro interiorizzato dentro la figlia. In questa intervista congiunta ho implicitamente invitato George a incontrare alcuni aspetti del suo sé distribuito così come esisteva in Bonnie.

2.4.1 Intervista

Karl: Intervistando Bonnie ma rivolgendomi a George come suo padre interiorizzato: «George, che cosa apprezzi di più di Bonnie?». Cominciare con domande di apprezzamento come questa sostiene un contesto emotivo positivo che aiuta a creare un po’ di sicurezza e favorisce un ascolto più aperto da parte di George.

Bonnie: Rispondendo come George: «Non … non lo so». La difficoltà di Bonnie a rispondere invita il George che osserva a riconoscere, forse, che raramente le esprime il suo apprezzamento.

Karl: Continuando a rivolgermi al George interiorizzato: «Mi rendo conto che Bonnie ti sta molto a cuore e che vuoi proteggerla: che cosa ti preoccupa di più del fatto che esca?». Chi è adolescente è spesso molto più consapevole delle preoccupazioni dei genitori di quanto la maggior parte dei genitori immagini. Invitare Bonnie a rivelare questa consapevolezza potrebbe avere un effetto utile sul padre.

Bonnie: Rispondendo come George: «Ho paura che abbia rapporti sessuali e resti incinta». George rimase di sasso! Non aveva mai nemmeno accennato al sesso con la figlia per paura che parlarne potesse spingerla a diventare sessualmente attiva.

Karl: A George dentro Bonnie: «Allora, George, è per questo che non la lasci andare alle feste delle sue amicizie?». Questa domanda invita a una consapevolezza esplicita del legame tra le sue paure e le sue pratiche di controllo, utile da riconoscere sia per il padre sia per la figlia.

Bonnie: Rispondendo come George: «Sì, e penso che si drogherà come tutti gli altri ragazzi».

Karl: A George dentro Bonnie: «Supponi che, invece di rifiutarti semplicemente di lasciarla andare alla festa, le chiedessi quali sono le sue preoccupazioni per la propria sicurezza e come reagirebbe se un ragazzo ci provasse con lei o le offrisse della droga: come pensi che ti risponderebbe?». È una domanda con suggerimento incorporato destinata al George che osserva.

Bonnie: Rispondendo come George: «Probabilmente lo apprezzerebbe tantissimo!». Di nuovo, per George fu una vera sorpresa, ma anche un enorme sollievo.

Karl: A George dentro Bonnie: «E che cosa apprezzeresti di Bonnie se lei fosse disposta a cambiare qualcosa?». Questa domanda si concentra di più su Bonnie e cerca di far emergere una certa reciprocità stabilizzante in un pattern preferito dell’interazione padre‐figlia.

Bonnie: Rispondendo come George: «Sarebbe davvero bello se mi facesse sapere dove va e quando torna». Un sollievo ancora maggiore invase il padre quando riconobbe che lei capiva ciò di cui lui aveva bisogno da lei.

2.4.2 Commenti sulla vignetta n. 4

La terapia ha poi co-costruito una maggiore consapevolezza della misura limitata in cui il padre poteva influire sull’autonomia della figlia. Questo gli ha permesso di fare gradualmente un passo indietro rispetto ai suoi sforzi di controllo, lasciando a lei lo spazio per fare un passo avanti e assumersi più responsabilità nel fare scelte migliori quando era con le sue amicizie. Certo, sono stati impiegati altri interventi che hanno contribuito al processo di cambiamento, come esternalizzare i presupposti socioculturali del padre sulla proprietà genitoriale della prole («i figli appartengono ai genitori»). Ciononostante, la crescita della comprensione ottenuta intervistando il DS di George in Bonnie sembra essere stata determinante per rendere possibile un netto miglioramento del rapporto padre‐figlia.

3 Intervistare sia l’IO sia il DS nel lavoro con le coppie

Negli anni ho sviluppato gradualmente una sequenza di affermazioni e domande che ho trovato utili per l’IOI con le coppie, compreso un importante processo di restituzione. Questa serie di domande può essere vista come un’impalcatura a cui attingere nel lavoro congiunto, non solo con le coppie, ma con qualsiasi tipo di diade: un genitore e un figlio o una figlia, due membri di una fratria, due persone che lavorano insieme, chi supervisiona e chi è in supervisione, chi dà lavoro e chi lavora, ecc. La sequenza non va usata come un ricettario, ma può servire da risorsa di sfondo per generare domande riflessive. La situazione di ogni coppia è unica, e spetta a chi fa terapia rispondere a questa unicità per ottimizzare le possibilità specifiche della coppia. Al tempo stesso, però, esistono somiglianze tra le relazioni, il che rende possibile attingere a una serie di domande generiche. Propongo di seguito una possibile sequenza di domande riflessive insieme a risposte frequenti, tratte da una composizione di interviste all’IO con diverse coppie. Supponiamo che io stia incontrando Ann e John, una coppia eterosessuale, come illustrato nella figura 2.6

FIGURA 2. Intervistare sia l’altro interiorizzato sia il sé distribuito. Figura non riprodotta.

3.1 Intervista con Ann e John

Karl: Alla coppia: «Ve la sentireste di fare un esperimento su quanto bene comprendete le esperienze reciproche?».

L’uno o l’altra potrebbe rispondere: «Che cosa vuoi dire?». A seconda della propensione psicologica e dell’interesse della coppia, posso lanciarmi in una spiegazione articolata. Tuttavia dire meno è di solito meglio, perché troppe spiegazioni a volte innescano un’ansia inutile.

Karl: Ampliando quanto avevo detto a Nancy nella trascrizione precedente, potrei dire: «Quando interagiamo con qualcuno in una relazione continuativa, costruiamo automaticamente dentro di noi un’impressione dei pensieri, dei sentimenti, delle speranze, delle intenzioni ecc. di quella persona. Col tempo queste impressioni crescono fino a diventare una complessa costellazione dell’altro come persona intera nella nostra memoria. Questo altro interiorizzato non è mai esattamente uguale all’altro reale esterno, ma ci sarà una certa sovrapposizione o congruenza tra i due. A volte è interessante prendere coscienza di quali pensieri e sentimenti del proprio altro interiorizzato corrispondano alle esperienze dell’altro reale e quali no. Il grado di congruenza, o di discrepanza, di queste comprensioni può essere esplorato intervistando una persona come se fosse l’altra, e chiarendo poi le somiglianze e le differenze tra l’altro interiorizzato e l’altro reale. Ve la sentite di provare?».

Ann e John: Rispondono: «Va bene» … «Certo, perché no?».

Karl: Alla coppia: «Chi vuole cominciare?». Di solito lascio questa scelta alla diade, a meno che non ci sia una buona ragione per proporre che cominci una delle due persone. Per esempio, se sembrano esserci importanti questioni di sessismo che influenzano la relazione eterosessuale, è utile intervistare per prima la moglie interiorizzata dentro il marito, per aiutarlo a entrare in contatto con i suoi effetti problematici su di lei. Supponiamo che John si offra di cominciare, quindi parto da lui.

Karl: A John: «Vorrei cominciare a parlare con te come se tu fossi Ann. Ti chiedo di rispondere a partire dalla tua esperienza della sua esperienza, usando la posizione dell’io di Ann. Ovviamente non sai esattamente che cosa pensa e prova lei, ma hai alcune intuizioni su ciò che potrebbe succederle, e vorrei che rispondessi a partire da queste intuizioni. Non ti chiedo di recitare il suo comportamento esteriore, ma di parlare a partire dalle sue esperienze interiori. Potrebbe venirti in mente qualcosa a cui lei non ha mai pensato consapevolmente, ma che potrebbe comunque corrisponderle».

Karl: Rivolgendomi ad Ann: «E mentre parlo con l’Ann interiorizzata di John, vorrei che tu riflettessi sulle tue risposte alle mie domande, così che dopo possiamo discutere somiglianze e differenze. Vuoi carta e penna per prendere qualche appunto strada facendo? O hai una buona memoria?».

Karl: Guardando John e parlando con lui, ma rivolgendomi all’Ann che è dentro di lui: «Ann, come ti sentivi all’idea di venire alla seduta di oggi?». Cominciare con questa domanda facile all’Ann‐interiorizzata‐in‐John sulla sua esperienza recente aiuta John a entrare gradualmente nel parlare dal punto di vista di lei. Venendo insieme alla seduta, John si è probabilmente fatto un’idea di come lei si sentisse riguardo all’incontro.

John: Parlando come Ann: «Ero un po’ nervosa all’idea di non essere ascoltata e capita». L’Ann che osserva incontra implicitamente il suo DS dentro John.

Karl: Ad Ann dentro John: «E come ti senti rispetto a come è andata finora la nostra conversazione, Ann?».

John: Rispondendo come Ann: «È andata bene, meglio di quanto mi aspettassi».

Karl: Ad Ann dentro John: «Che cosa provi nel vedere John disposto a partecipare a questo esperimento?».

John: Rispondendo come Ann: «Sono contenta che sia aperto a farlo, soprattutto perché all’inizio non voleva venire in terapia».

Karl: Ad Ann dentro John: «Ann, che cosa rispetti e ammiri di più in John?». Questa domanda invita John a considerare aspetti positivi della propria reputazione così come esistono dentro Ann: comincia a esplorare ciò che lei apprezza del suo sé‐distribuito‐dentro‐Ann. La sua risposta rifletterà sia quanto bene lei gli comunica ciò che pensa di lui, sia quanto bene lui la ascolta. Chi è in coppia fa spesso fatica a rispondere a domande del genere, perché in genere si arriva in terapia immersi in storie sature del problema; ciononostante queste domande suscitano di solito riflessioni generative in entrambe le parti.

John: Faticando a rispondere come Ann: «Ehm … sa essere dolce e gentile quando vuole».

Karl: Ad Ann dentro John: «Quali sono i suoi talenti e le sue doti speciali? … Che cosa ti piace di lui come persona? … Che cosa ti ha attratta di John all’inizio, Ann?». Come osservato nell’esempio precedente con Bonnie, queste domande e le loro risposte di conferma privilegiano le emozioni positive e creano un po’ di sicurezza in questo tipo insolito di conversazione.

John: Rispondendo come Ann: «Oh, non so. … È affidabile e onesto». L’Ann che osserva incontra il suo DS mentre formula giudizi di valore su di lui e sul suo comportamento, giudizi spesso taciuti ma spesso molto significativi.

Dopo qualche domanda su questo tema, di solito passo a esplorare la relazione tra John e Ann, spostandomi lentamente da ciò che oggi viene apprezzato a ciò che preoccupa.

Karl: Ad Ann dentro John: «Ann, che cosa c’è già nella tua relazione con John che apprezzi e vuoi preservare, e magari anche rafforzare? … Che altro?».

John: Rispondendo come Ann: «Penso che abbiamo un forte senso di lealtà. Ci copriamo le spalle a vicenda».

Karl: Ad Ann dentro John: «Ann, che cosa ti preoccupa di più nella tua relazione con John? … Che altro ti inquieta?». Di nuovo, Ann incontra il suo DS.

John: Rispondendo come Ann: «Ho paura che ci stiamo allontanando. … Sembra che abbiamo meno in comune di prima». Volendo, si potrebbe estendere questa esplorazione chiedendo i punti di vista di altre persone che conoscono la coppia, soprattutto se sono presenti all’intervista. («Ann, in che modo pensi che la tua relazione con John influisca sui vostri figli e sulle vostre figlie? … Ann, che cosa apprezzano le tue amicizie della tua relazione con John, o che cosa le preoccupa?»). Continuando a rivolgermi all’Ann interiorizzata di John, potrei poi passare a chiederle dei suoi bisogni, desideri e vulnerabilità, attingendo a questioni emerse prima dell’IOI.

Karl: Ad Ann dentro John: «Ann, di che cosa hai più bisogno, in questo momento della tua vita? … Con quali desideri insoddisfatti ti trovi a lottare, Ann? … Che tipo di cose sembrano turbarti di più?». Queste domande invitano John a entrare più profondamente in empatia con le esperienze interiori di Ann.

John: Rispondendo come Ann: «Ho bisogno di sentirmi più in connessione. … A volte mi sento molto sola». Ancora una volta, Ann incontra implicitamente se stessa così come esiste in John.

Karl: Ad Ann dentro John: «Ann, supponiamo che John fosse disposto e capace di cambiare qualcosa nel modo in cui si relaziona con te: quale singolo cambiamento apprezzeresti di più?». Come osservato prima, è una domanda estremamente utile, perché potrebbe aiutare John a riflettere su ciò che potrebbe fare per cambiare davvero le cose per Ann. In pratica, dà a se stesso un buon consiglio.

John: Rispondendo come Ann: «Potrebbe essere più paziente invece di spazientirsi tanto con me».

Karl: Ad Ann dentro John: «Che cosa farebbe esattamente John di diverso se prendesse sul serio questo cambiamento, Ann? … Come capiresti che ci sta lavorando? … Quali iniziative sarebbero più convincenti per te, Ann?». Queste domande di approfondimento aiutano John a tradurre alcuni possibili cambiamenti in azioni concrete che potrebbe prendere in considerazione.

John: Rispondendo come Ann: «Potrebbe smettere di alzare la voce ed evitare di urlarmi contro».

Karl: Ad Ann dentro John: «Che cosa provi dentro, Ann, quando ti urla contro?».

John: Rispondendo come Ann: «Divento piuttosto ansiosa e mi spavento quando urla. Mi ricorda mio padre, che a volte era piuttosto violento». La speranza è che, quanto più profondamente John entra in contatto con l’esperienza negativa che lei ha del suo comportamento, tanto più sia probabile che impari a non gestire in quel modo la sua frustrazione e la sua rabbia.

Karl: Ad Ann dentro John: «Che cosa vorresti che facesse John, invece?».

John: Rispondendo come Ann: «Penso che dovrebbe prendersi una pausa per calmarsi e parlarne con me più tardi».

Karl: Ad Ann dentro John: «Diciamo che John fosse disposto e capace di fare altri cambiamenti: quali altri cambiamenti apprezzeresti, Ann?».

John: Rispondendo come Ann: «Potrebbe proporre cose da fare insieme, come andare al cinema o ai concerti». Queste preferenze di cambiamento potrebbero essere esplorate più in dettaglio a seconda di ciò che emerge.

Karl: Ad Ann dentro John: «Che altro potrei chiederti, Ann, che mi aiuti a capire più a fondo la tua relazione con John?». È una metadomanda (una domanda sulle domande) che invita John a sollevare qualsiasi questione pertinente che gli piacerebbe esplorare. Se emerge qualcosa di significativo, seguo questa pista con ulteriori domande riflessive. Altrimenti passo alla chiusura e alla restituzione.

Karl: Chiudendo l’IOI di Ann dentro John: «Grazie per le tue risposte così riflessive, Ann. … Arrivederci, per ora. …. E ciao, John! … Lascia che parli di nuovo con te come te stesso. Com’è stato per te parlare a partire dall’esperienza di Ann? … È stato più difficile di quanto ti aspettassi, o più facile di quanto pensassi?».

John: Parlando come se stesso: «In realtà è stato più facile di quanto pensassi».

Karl: A John: «Se dovessi stimarlo su una scala da 0 a 10, dove 0 significa non essere riuscito affatto a entrare nella sua esperienza e 10 esserci entrato pienamente, fin dove senti di essere riuscito ad arrivare?».

John: «Probabilmente a 7».

Karl: «Che idea ti fai di ciò che sarebbe potuto emergere se ti fossi concesso di andare più a fondo nella sua esperienza interiore?». Questo lascia John con la consapevolezza che da questo processo si potrebbero raccogliere altri apprendimenti, se volesse esplorare ulteriormente le cose. Mi è capitato che alcune persone mi chiedessero di ripetere il processo di IOI per aiutarle a entrare più pienamente nelle esperienze del partner. Volevano capire meglio, ma non riuscivano a formulare da sole le domande pertinenti.

John: «Forse avrei capito meglio quanto ha davvero paura della mia rabbia».

Karl: «Quale percentuale delle risposte che hai dato, parlando come Ann, immagini che abbia trovato risonanza in lei, tanto che probabilmente pensava “Sì, è più o meno così che mi sento”? Qual è la tua stima sincera?».

John: «Direi il 65%». Se stessero osservando altre persone significative (per esempio, la prole già grande), potrei chiedere anche a loro quale percentuale immaginano possa corrispondere ad Ann prima di chiederlo ad Ann stessa.

Karl: All’Ann reale: «E tu, Ann, quale proporzione approssimativa delle sue risposte, quando parlava come te, ti corrispondeva mentre ascoltavi? … Quale percentuale ti è venuta in mente prima che John (e il resto della famiglia) desse la sua stima?». Le stime di corrispondenza o di accuratezza descrivono una dimensione diversa dalla profondità della comprensione; entrambe le riflessioni forniscono informazioni interessanti a tutte le persone presenti.

Ann: «Direi l’85%».

Karl: Ad Ann: «Caspita, è davvero tanto! … In quell’85% che ti corrispondeva, c’è stato qualcosa che ti ha sorpresa in ciò che lui capiva della tua esperienza?». Le sorprese possono esserci o no, ma se ci sono è bene che John senta quali sono state.

Ann: «Sì, non sapevo che si rendesse conto che a volte mi sento molto sola. Cerco di nasconderglielo». Se non ci sono state sorprese, passo a chiedere ad Ann delle risposte che le corrispondevano.

Karl: Ad Ann: «In quell’85% che ti corrispondeva, quando parlava come te, che cosa sei stata più contenta di sentire che lui sembrava capire?».

Ann: «Sono contenta che si renda conto che mi spavento parecchio quando si arrabbia. Mi attiva davvero tanto». Prima di proseguire, chiedo ancora che cos’altro abbia trovato corrispondenza e sia stato significativo per Ann.

Karl: Rivolgendomi poi brevemente a John: «Ti interessa sentire quali risposte non le corrispondevano?». Nella mia esperienza la persona intervistata vuole quasi sempre saperlo. (Se rispondesse «No», lascerei le cose come stanno e suggerirei che ne parlino ancora fra loro.)

John: «Sì, mi piacerebbe proprio saperlo!».

Karl: Di nuovo ad Ann: «Quali sono state le cose principali che non ti corrispondevano? … Come avresti risposto diversamente a quelle domande?».

Ann: «Oh, non ero affatto nervosa all’idea di venire alla seduta oggi! Qui mi sento ascoltata. … E non ho la sensazione che ci stiamo allontanando. … Sento solo il bisogno di prendermi spazio per me, soprattutto quando lui si spazientisce con me».

Karl: A John: «Come intendi la differenza tra l’esperienza reale di Ann su questo punto e la tua esperienza della sua esperienza?».

John: «Credo che non si stia tanto allontanando da me, quanto proteggendo».

Ann: «Sì, è così».

Karl: A John: «Ci sono state domande che ti ho fatto come Ann, a cui hai fatto del tuo meglio per rispondere ma su cui lei non si è espressa, di cui ti interesserebbe sentire la sua risposta? … Su che cosa sei più curioso?».

John: «Ah sì, quelle domande all’inizio su che cosa apprezzi di me».

Ann: «Oh, credo di non dirti abbastanza spesso quanto ti apprezzo. … Quanto lavori sodo per mantenerci. … Sei incredibilmente affidabile nel provvedere alla famiglia. … Il più delle volte sei estremamente gentile e generoso. E a volte sei perfino divertente!».

John: «Oh, grazie! Mi fa piacere sentirlo».

3.2 Commenti sull’IOI di coppia

Se il tempo lo consente, intervisto poi John come altro interiorizzato dentro Ann, seguendo una sequenza simile. In alternativa, lo si può fare in un’altra seduta, o tralasciarlo del tutto. Lo scopo è lasciare che il processo si dispieghi lentamente e dare all’IO molto tempo per riflettere. Chi fa terapia non dovrebbe mai sentirsi in obbligo di seguire questa sequenza completa di domande; io stesso non ci riesco mai. La sequenza è semplicemente un modello da cui trarre domande riflessive utili. Lasci che sia l’intuizione a guidare la scelta delle domande: la sua conoscenza tacita è comunque sempre più ampia della sua conoscenza consapevole. Le domande di IOI richiedono spesso alla persona intervistata un pensiero profondo e una riflessione intensa. Se una persona sembra faticare a entrare nell’esperienza dell’IO, spesso la rassicuro: «Prenditi il tuo tempo … sono domande difficili». A volte suggerisco alla persona di chiudere gli occhi e guardare in profondità nella sua esperienza dell’esperienza dell’IO prima di rispondere.

Durante il processo di IOI sorge a volte una complicazione interessante, quando tra i membri di una diade c’è un significativo squilibrio di potere. Per esempio, se John fosse un uomo molto dominante, potrebbe rispondere con la voce di Ann nel modo in cui vorrebbe che lei pensasse e sentisse. Queste risposte raramente sono consapevoli, ma minano comunque l’utilità dell’esperimento. A quel punto, una buona domanda da porre all’Ann interiorizzata potrebbe essere: «Ann, supponiamo che tu avessi l’impressione che John stia rispondendo a queste domande nel modo in cui lui vuole che tu pensi e senta, anziché come ti senti davvero: come ti farebbe sentire, Ann?». Questa domanda di solito suscita in John una consapevolezza sufficiente ad abbandonare i suoi sforzi impliciti di gestire l’esperienza di lei, e l’intervista procede di solito come previsto. Raramente occorre interrompere il processo o affrontare John (anche se una domanda simile può rendersi di nuovo necessaria se la stessa complicazione si ripresenta).

Alla fine di una seduta di IOI è meglio evitare di chiedere se il processo sia stato utile, perché domande del genere tendono a intellettualizzare un’esperienza che di solito è molto emotiva per entrambe le parti. Inoltre una valutazione del genere spesso serve più a chi fa terapia che a chi è in terapia. Di solito è meglio lasciare semplicemente che le persone restino con la loro esperienza di questo processo così ricco, la assorbano e la integrino. È interessante notare che alla seduta successiva a volte riferiscono che «le cose vanno meglio», ma non sanno perché. La mia intuizione è che, vivendo un po’ di più nell’esperienza dell’altro, si rispondano spontaneamente a vicenda più spesso nei modi preferiti.

4 Qualche parola di cautela

Data la natura insolita dell’IOI, durante un’intervista di questo tipo le persone in terapia sono più vulnerabili del solito. Quando parlano con la voce dell’altro, le loro difese abituali sono meno immediatamente disponibili se viene posta una domanda intrusiva o sgradita. Mi è capitato, per esempio, di trovarmi in situazioni in cui alcune persone hanno rivelato con la voce di un IO segreti che non avrebbero rivelato con la propria. Proprio per questa vulnerabilità è estremamente importante che chi fa terapia adotti una solida posizione etica di autentico rispetto e di cura per il benessere della persona prima di intraprendere un esperimento del genere. A mio parere, se chi fa terapia non riesce a provare calore verso la persona (magari perché questa si è resa responsabile di violenze o abusi orribili), non dovrebbe usare questo metodo: non può fidarsi della propria capacità di evitare domande che potrebbero avere effetti umilianti o controterapeutici sulla persona.

L’IOI è controindicata anche con le persone la cui capacità di esame di realtà è compromessa. Durante gli episodi psicotici, i confini e l’identità possono essere poco chiari o confusi. La persona può non riuscire a distinguere chiaramente il sé dall’altro. Questo non significa che il metodo non possa essere usato efficacemente con persone che in passato hanno sofferto di episodi psicotici. Ho usato l’IOI a beneficio di persone con diagnosi di episodi schizofreniformi, ma solo quando erano di nuovo ben integrate. Occorre sempre mettere in conto di abbandonare il processo di IOI in qualsiasi momento in cui si intuisce che sta diventando controterapeutico, e di riprendere le modalità più consuete del colloquio terapeutico.

4.1 Qualche commento sulla teoria

Diventare l’altro, o intervistare un IO, è una pratica in cui chiunque può cimentarsi senza alcuna preparazione teorica. È anzi notevole vedere come, nel gioco spontaneo, già a 2 o 3 anni si sappia entrare nell’identità di un genitore e rivolgersi a una bambola come se la bambola fosse il proprio sé. In altre parole, il fenomeno dell’interiorizzazione degli altri sembra verificarsi come un processo evolutivo panculturale. Tuttavia, man mano che cresciamo e diventiamo adulti, il senso di diventare un sé separato tende a oscurare questo processo, soprattutto nelle culture che sono scivolate verso il primato dell’individualità. Di conseguenza, spesso perdiamo di vista le comprensioni interpersonali che abbiamo interiorizzato nel corso degli anni. Aderire ad alcune teorie pertinenti potrebbe aiutare a contrastare questo offuscamento individualistico e sostenere la fiducia necessaria per avviare un processo di IOI.

Ciò che mi aiuta in questo tipo di intervista è una prospettiva secondo cui la mente umana è anzitutto un fenomeno sociale e solo in secondo luogo psicologico, una prospettiva condivisa da Gregory Bateson (1972) e da Maturana e Varela (1979, 1987). Nella sua teoria della conoscenza, Maturana sostiene che noi esseri umani, in quanto sistemi biologici conoscenti complessi, facciamo emergere le nostre realtà attraverso la conversazione. Anche se questa conversazione è messa in atto da esseri biologici, è attraverso il linguaggio, nel dominio sociale, che tracciamo distinzioni, diventiamo osservatori, generiamo spiegazioni e infine esercitiamo una scelta. Insieme ad alcune persone colleghe del Calgary Family Therapy Centre, descriviamo ormai il nostro lavoro sistemico come Bringforthist Therapy (Tomm et al. in press), ispirata sia dal costruzionismo sociale (Gergen 1999) sia dal «bringforthism» (Maturana and Varela 1979, 1987). Il «bringforthism», come paradigma della conoscenza, è coerente con il costruzionismo sociale, ma si fonda sia sulla biologia sia sulla sociologia. Benché le distinzioni che tracciamo nascano nel dominio sociale, per essere messe in atto dipendono dai nostri corpi.

Mi si consenta di offrire un ulteriore esempio clinico per illustrare come facciamo emergere realtà incarnate nella conversazione. Diversi anni fa una terapeuta mi invitò a intervistare una donna sulla trentina che lottava contro la bulimia dall’adolescenza e aveva difficoltà a mantenere relazioni con gli uomini. Aveva «disonorato» la sua famiglia d’origine rimanendo incinta da adolescente ed era stata tenuta segregata nel segreto fino al parto; il neonato era stato subito dato in adozione. Aveva cercato di sopprimere ogni ricordo di quel periodo della sua vita, ma continuava a vivere con forti sentimenti di vergogna e di colpa. Poiché era spesso la madre a giudicarla per aver «peccato», intervistai brevemente la sua madre interiorizzata per cercare di decostruire il pattern del giudizio interiorizzato. Nel farlo, mi venne in mente che, se avessi intervistato la creatura a cui aveva dato la vita, lei avrebbe potuto trovare una base più solida per sentirsi bene riguardo a quell’esperienza passata. Quando le proposi di intervistare la sua creatura interiorizzata, si ritrasse e declinò l’invito. Le chiesi se le andava bene che intervistassi la creatura come IO dentro la sua terapeuta. Si incuriosì e sostenne questa opzione. Avevo però bisogno di un nome per parlare con la creatura interiorizzata. La donna non le aveva dato un nome alla nascita e sosteneva persino di non sapere se fosse una bambina o un bambino. Alla fine ci accordammo sul nome Sam, che poteva stare sia per Samantha sia per Samuel. Procedetti quindi a intervistare Sam come IO dentro la terapeuta mentre la donna osservava.

4.1.1 Intervista

Karl: Rivolgendomi a Sam dentro la terapeuta: «Sam, che cosa provi per il fatto che la tua madre biologica ti abbia dato la vita e messo al mondo?».

Terapeuta: Parlando come Sam: «Le devo gratitudine. Senza di lei non esisterei!».

Karl: A Sam dentro la terapeuta: «Sam, che cosa pensi di tutti i giudizi che sono stati riversati sulla tua madre biologica mentre ti portava in grembo?».

Terapeuta: Come Sam: «È stato così ingiusto. Ed è così triste quando le famiglie non riescono ad accettare di più ciò che ci succede nella vita».

Karl: A Sam: «Che cosa vorresti dire alla tua madre biologica se ne avessi l’occasione, Sam?».

Terapeuta: Come Sam: «Oh, grazie! Grazie mille! Non potrò mai ringraziarti abbastanza! Mi hai dato la vita, ed è il regalo più grande di tutti!».

La donna sembrò rianimarsi mentre osservava. Continuai a parlare in questo modo con la terapeuta per qualche minuto, poi mi rivolsi alla donna per chiederle se fosse pronta perché intervistassi Sam anche dentro di lei, e rispose «Sì». Procedetti quindi a porre una serie di domande simili a Sam, la creatura interiorizzata della donna. Si rivelò per lei un’esperienza profondamente commovente. Alla fine della seduta quasi vibrava di emozione. Un paio d’anni dopo mi capitò di incontrare di nuovo la sua terapeuta, che mi raccontò come questa IOI fosse diventata un punto di svolta nella vita della donna: la bulimia si era attenuata e, per la prima volta, era riuscita a stabilire una relazione stabile con un partner maschile.

Quando Heinz von Foerster, noto costruttivista radicale, mi sentì raccontare questa intervista, insistette sul fatto che avevo fatto esistere Sam con le mie domande, che in realtà avevo «costruito» Sam. Considero convincente la prospettiva teorica di Heinz, ma un po’ troppo estrema. Le esperienze sensomotorie incarnate della donna nell’aver portato in grembo la creatura mi offrivano una base coerente per co-costruire Sam insieme a lei. La biologia doveva esserci prima, come substrato, perché potesse emergere una costruzione sociale praticabile e duratura.

4.2 Qualche parola di incoraggiamento

Esistono moltissimi modi di applicare questo metodo di intervista in terapia. Ho intervistato diversi altri interiorizzati nella stessa persona, lo stesso altro interiorizzato in più membri di una famiglia, un genitore dentro una creatura di appena 4 anni, una persona defunta come altro interiorizzato in una persona in lutto, una diagnosi come altro interiorizzato e perfino l’altro interiorizzato di un altro interiorizzato. Le possibilità sono infinite e, senza dubbio, altre applicazioni terapeutiche sono state esplorate e lo saranno in futuro.

Chi non ha mai utilizzato questo tipo di intervista potrebbe trovarsi sulla soglia di un potenziale non ancora espresso nell’arte del colloquio. Quando presento questo tipo di intervista nei workshop, incoraggio le persone partecipanti a fare tra loro un esercizio di IOI come esperienza di apprendimento. La persona intervistata ha il diritto di decidere quale IO vuole far intervistare. Se desiderasse un’esperienza professionale gratificante, potrebbe invitare chi intervista a parlare con una persona che ha avuto un buon esito terapeutico lavorando con Lei. Chi intervista potrebbe chiedere a questa persona interiorizzata che cosa Lei abbia fatto in terapia che possa aver reso possibile quell’esito. Se desiderasse un’esperienza personale più intensa di ciò che potrebbe significare essere al posto di chi è in terapia, potrebbe invitare chi intervista a intervistare un familiare stretto con cui ha qualche questione aperta. Durante un esercizio del genere non ci si aspetta che chi intervista sappia formulare domande eccellenti, ma che si eserciti a sviluppare le proprie competenze. Ha il diritto di commettere «errori», che potrebbero contribuire all’apprendimento di tutte le persone partecipanti.

Dato che questa possibilità di esercizio potrebbe non esserLe immediatamente accessibile durante la lettura, potrebbe prendersi un momento, ora, per formulare qualche domanda a un qualsiasi IO dentro di Lei con cui desideri esplorare, nell’immaginazione, alcune comprensioni relazionali. Per chi potrebbe provare un po’ di curiosità? Forse potrebbe cominciare chiedendo: «Tesoro mio … (nome del Suo IO), che cosa apprezzi di me? …». Come minimo, qualche riflessione sincera su domande simili La spingerà verso un modo di essere più relazionale. Avanti, provi subito!

Complexe Systémique: punti chiave

L’intervista all’altro interiorizzato sposta una domanda che la terapia familiare pone da tempo, «che cosa pensa tua figlia delle tue urla?», rivolgendola alla figlia che vive dentro il padre. La differenza sembra minima ma non lo è: la domanda circolare resta un’ipotesi sull’altro, mentre la domanda all’altro interiorizzato obbliga a parlare dall’esperienza dell’altro, in prima persona, e fa affiorare l’emozione là dove l’altra formulazione resta intellettuale. Le vignette mostrano anche che cosa Tomm intenda per sé distribuito: Freddy, cinque anni, muto dall’incendio, scoppia a piangere sentendo la madre dare voce alla sua paura al posto suo. Due accorgimenti rendono il metodo praticabile. La restituzione con le cifre («quale percentuale delle tue risposte le corrispondeva?») impedisce al partner di dare per scontato di sapere, e la domanda su un partner che «risponde nel modo in cui lui vuole che tu pensi e senta» disinnesca il controllo all’interno della coppia. Le cautele sono chiare: niente psicosi in fase attiva, e niente IOI se chi fa terapia non riesce a provare calore verso la persona. I risultati poggiano su resoconti di casi, spesso senza follow-up. Da leggere insieme a l’intervista in cui Karl Tomm racconta la storia di Colleen e a l’articolo sull’esternalizzazione del problema, l’altro strumento che Tomm ha ripreso da Michael White e David Epston.

Note dell’originale

Desidero riconoscere i contributi diretti e indiretti di numerose persone colleghe, studenti e persone in terapia che mi hanno aiutato a sviluppare questo lavoro nel corso di molti anni. Ringrazio in particolare Lance Taylor per la recente spinta a mettermi a scrivere.

1 Tutti i nomi propri usati in questo articolo sono pseudonimi, per tutelare la riservatezza delle persone in terapia.

2 Non mi sono mai dedicato al lavoro gestaltico, in parte perché presi le distanze da Fritz dopo che spaventò mia figlia, che allora aveva un anno, ostinandosi a cercare di prenderla in braccio mentre lei, intimorita dalla sua enorme barba, si divincolava per sfuggire alla sua presa.

3 Una versione molto abbreviata di questa intervista è stata pubblicata per la prima volta nelle Common Language for Psychotherapy (cpl) Procedures: www.commonlanguagepsychotherapy.org. Il dialogo riportato in questa intervista è stato ricostruito a memoria.

4 Parti di questo video sono state presentate a un convegno a New York nel 1996 e hanno suscitato un interessante scambio scritto con Salvador Minuchin sui legami tra terapia familiare e terapia narrativa nel Journal of Marital and Family Therapy (Minuchin 1998; Tomm 1998).

5 Benché il metodo per rivolgersi all’IO sia lo stesso, il titolo di questa vignetta indica che qui il fuoco del cambiamento terapeutico ricercato è principalmente sull’altro che osserva, più che sulla persona intervistata.

6 Mio nipote, Matthew Tomm, ha disegnato questa vignetta (senza le frecce) quando aveva 12 anni, cogliendo molto bene i concetti.

Conflitti di interesse. L’autore dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Interviewing the Internalized Other and the Distributed Self, di Karl Tomm, Family Process, vol. 64 (2025), doi: 10.1111/famp.70025, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (figure non riprodotte). Né l’autore né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale, «Interviewing the Internalized Other and the Distributed Self», è stato pubblicato in Family Process (2025) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale di Complexe Systémique, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Tomm, K. (2025). Interviewing the Internalized Other and the Distributed Self. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/interviewing-the-internalized-other-and-the-distributed-self (Opera originale pubblicata nel 2025 in Family Process, 64(1), e70025 (2025); ripubblicata nel 2025 da Family Process, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/famp.70025)

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