Approccio narrativo · Confronto sociale

Perché abbiamo l’impressione di essere in ritardo nella nostra vita?

Qualche tempo fa mi sono sorpreso a controllare su internet a che età Irvin Yalom avesse pubblicato il suo primo libro. In fondo, volevo sapere se fossi in ritardo rispetto a lui. Quel piccolo gesto, quasi insignificante, mi ha fatto venire voglia di scrivere su un sentimento che incontro sempre più spesso nel mio studio, soprattutto tra i più giovani.

Julien Besse · Psicologo e psicoterapeuta sistemico

Irvin Yalom ha pubblicato la sua prima opera, dedicata alla psicoterapia di gruppo, nel 1970. Aveva trentanove anni. Mi sono detto: bene, va tutto bene, non sono ancora in ritardo. Poi la domanda si è rivoltata contro di me. In ritardo rispetto a cosa? Rispetto a chi? Chi aveva fissato quella data? E perché serviva che un altro avesse pubblicato abbastanza tardi perché io potessi respirare?

Sono psicologo. Queste ingiunzioni sociali le decostruisco continuamente con le persone che accompagno. Ed eccomi a consultare il percorso di un altro per verificare se il mio resta accettabile.

Se mi è venuto in mente Yalom, non è un caso. Ammiro in lui la capacità di essere al tempo stesso terapeuta e romanziere. Fin dall’infanzia coltivo il sogno di scrivere. Adoravo leggere, adoravo i videogiochi, mi piaceva entrare in universi inventati. In fondo non è così lontano da ciò che facciamo in terapia: quando incontriamo qualcuno, entriamo in una costruzione del mondo che non è la nostra, ed è questo che mi appassiona in questo mestiere.

Ho fatto un altro confronto, ancora più improbabile, avvicinandomi ai quarant’anni. Emmanuel Macron era stato eletto presidente della Repubblica a trentanove anni. Io stavo bene nella mia vita, amavo la psicologia, giocavo a World of Warcraft. Eppure una domanda arrivava lo stesso: mi sono perso qualcosa? Tra i nostri due percorsi non c’era alcuna competizione organizzata. Ero io che ne avevo appena fabbricata una. O meglio, era un modo di guardare la vita, imparato da qualche parte, che si era appena invitato nella mia testa.

Forse Lei ha conosciuto questo sentimento. Un’amica ha avuto un figlio, un collega è stato promosso, qualcuno della Sua età ha comprato una casa o pubblicato un libro. Un minuto prima, la Sua vita Le andava bene. E all’improvviso, senza che nulla sia cambiato, sembra aver perso valore. Per capire questo momento, Le propongo di guardare tre cose: come la vita diventa una corsa, perché è così difficile liberarsene da soli, e che cosa possiamo cambiare nelle nostre relazioni perché questa corsa occupi un po’ meno spazio.

Come sapere se si sta vincendo?

Immagini una corsa. Lei corre, sente le gambe lavorare, fa fatica. Ma come fa a sapere se sta vincendo? Guarda dove sono gli altri. Può andare più veloce di ieri: se qualcuno La supera, ha comunque l’impressione di perdere. Può correre più piano: se tutti sono dietro di Lei, si sente in vantaggio. La Sua valutazione dipende dalla classifica, non da ciò che sta vivendo.

In una competizione sportiva questa logica è coerente. C’è una prova, ci sono delle regole, un traguardo. Quando la si applica all’esistenza, che cosa si misura esattamente? Lo stipendio, la coppia, il numero di figli, la posizione, la casa, il fatto di viaggiare? Tutti questi elementi sono diventati indicatori di successo che ci danno la sensazione che ci siano tappe da superare per avere il diritto di andare avanti.

I social network non hanno inventato il confronto. Ci si poteva già confrontare con un vicino, con un fratello, con un personaggio visto in televisione. Ma non abbiamo mai vissuto in una società che ci dia un tale accesso, in permanenza, a ciò che fanno gli altri. Basta aprire un telefono per vedere scorrere, uno accanto all’altro, percorsi di persone cresciute in contesti che non hanno nulla a che vedere con il nostro, con mezzi che non sono i nostri. Le disuguaglianze sociali si rivelano alla luce del sole, e noi ci confrontiamo lo stesso.

È come se partecipassimo a una gara con Usain Bolt e i più grandi campioni della disciplina. Immagini un adolescente che scopre l’atletica. Gli piace correre, impara a conoscere il proprio corpo, fa progressi. Poi, ogni volta che vuole sapere quanto vale, gli mostrano Bolt. Se trasforma quella prestazione eccezionale nel livello minimo per essere rispettabile, i suoi progressi diventano invisibili. Può ammirare il campione e finire per disprezzarsi guardandolo. Le due cose coesistono spesso. E quei campioni hanno dedicato la vita a questo, al prezzo di sacrifici che non vediamo e che probabilmente non desidereremmo per noi stessi.

In un feed di notizie, però, il carattere eccezionale di un percorso è molto meno leggibile che su una pista. Una persona ha una carriera notevole. Un’altra ha un corpo molto allenato. Una terza viaggia. Una quarta mostra una relazione magnifica. Riuniamo questi frammenti in un’unica aspettativa: bisognerebbe essere tutto questo insieme. Ci misuriamo allora con una vita composita, fatta dei pezzi migliori di più esistenze.

Il confronto, per di più, parte da due oggetti diversi. Della mia vita conosco le esitazioni, le giornate banali, le contraddizioni. Di quella dell’altro vedo ciò che è stato mostrato. Un momento felice può essere vero, un successo può essere vero, ma una successione di momenti scelti non è una vita intera. Lo scarto tra la rappresentazione che ho della mia vita e quella che mi faccio della sua è precisamente la tensione che si installa in me, nel mio corpo e nelle mie giornate.

Diffido delle grandi affermazioni su ciò che i social farebbero a un’intera generazione. Le ricerche mostrano che i loro effetti sull’autostima variano molto da un adolescente all’altro (Valkenburg et al., 2021). Alcuni esperimenti descrivono tuttavia un meccanismo preciso: in giovani ragazze, l’esposizione a selfie ritoccati peggiora l’immagine che hanno del proprio corpo, ancora di più in quelle che tendono a confrontarsi (Kleemans et al., 2018). Questo non prova che i social danneggino tutti. Mostra perché conta ciò con cui ci confrontiamo.

C’è infine una circolarità che la lettura sistemica ci invita a osservare. Qualcuno mostra un successo spettacolare e riceve molto riconoscimento. Altri capiscono che anche loro devono mostrare qualcosa di impressionante per esistere. I post diventano un riferimento per chi li guarda e per chi prepara i successivi. Nessuno cerca consapevolmente di farci sentire inferiori. La pressione emerge dagli sforzi di ciascuno per trovare un posto.

Le mitologie del successo

A questo punto ci si potrebbe dire che basta scegliere meglio le persone con cui ci si confronta. A volte è utile. Ma non abbiamo ancora interrogato la regola principale: perché bisognerebbe classificare le vite? Dire «ognuno avanza al proprio ritmo» è rassicurante. Dietro questa frase, però, si può ancora sentire che tutti devono avanzare sulla stessa pista, semplicemente a velocità diverse. E se qualcuno non volesse andare verso lo stesso traguardo?

È qui che Roland Barthes mi aiuta. In Mythologies (1957), pubblicato in italiano come Miti d’oggi, studia come immagini e discorsi facciano apparire naturali significati che sono stati costruiti storicamente. Il mito non si riduce a una storia falsa: si appoggia su qualcosa di reale, poi gli fa portare un’evidenza sociale. Qualcuno posa davanti alla propria casa. Vediamo una persona e una casa. Possiamo anche leggervi: ecco una vita realizzata, ecco dove Lei dovrebbe essere arrivato. Questo secondo messaggio dipende da un sistema di valori, e la foto lo fa dimenticare. Barthes non scrive su Instagram, naturalmente. Siamo noi a prolungare qui la sua lettura.

Prendiamo un mito molto diffuso: avere successo vorrebbe dire salire i gradini della scala gerarchica. Per molte persone, farsi carico di altre persone in una logica manageriale non è affatto ciò che desiderano, e può persino renderle infelici. Siccome la società ripete loro che il successo si misura con la gerarchia, subiscono questa ingiunzione. Si prende la persona migliore dell’équipe, la si promuove manager e, siccome è brava a fare, si mette a consigliare gli altri su ciò che dovrebbero fare. Ciascuno, al di sotto, finisce per sentirsi meno competente, e si mette in moto tutto un sistema di squalifica. I rimproveri aumentano, il manager si sente inefficace, a volte fino al burn-out. Tutti sono stati feriti nella loro autostima, e nessuno lo ha voluto.

Un insegnante può approfondire il proprio mestiere per trent’anni senza voler diventare dirigente scolastico. Un’infermiera può voler continuare a curare senza diventare caposala. Ci sono esperienza, trasmissione, sviluppo. Semplicemente, l’organigramma non si muove. Se la nostra unica immagine del progresso è una scala, tutto ciò che cresce in un altro modo diventa difficile da vedere.

La nostra identità è un montaggio

Per Michael White e David Epston (2003), la nostra identità è relazionale e narrativa. Si costruisce nelle interazioni, e si costruisce come un racconto. Ora, raccontare significa selezionare. Se Lei filmasse l’intera vita di una persona per un mese, non potrebbe mettere quel mese in sequenza per farne un film. Dovrebbe scegliere. Trattenendo i momenti di dubbio, racconterebbe una storia sul dubbio. Trattenendo i successi, fabbricherebbe un racconto ispirante. Le stesse giornate, due storie diverse.

Facciamo esattamente la stessa cosa con la nostra esistenza, senza esserne consapevoli. Stiamo continuamente montando il film della nostra vita, dando più spazio agli elementi che confermano la trama già installata. E questo montaggio non si fa da solo: si co-costruisce con i racconti che gli altri fanno di noi e con i riscontri che ci rimandano.

Una storia può allora diventare molto invadente: «sono in ritardo». Un’amica compra un appartamento, è una prova. Un collega viene promosso, un’altra prova. Lei comincia qualcosa a quarantacinque anni, ancora una prova, visto che avrebbe dovuto cominciare prima. Nel frattempo, forse ha sostenuto una persona cara, attraversato una malattia, imparato a vivere dopo una separazione. Questi eventi non fanno guadagnare alcun punto in quella classifica. La storia del ritardo semplicemente non sa raccontarli.

L’approccio narrativo propone allora delle domande che amo porre, ai miei pazienti come a me stesso. Quando la storia del ritardo occupa più spazio? Che cosa La spinge a fare, e che cosa Le impedisce di apprezzare? Quali eventi importanti della Sua vita non riesce a raccontare? Si comincia a trattare il ritardo come una storia che esercita un’influenza su di noi, piuttosto che come la nostra intera identità. E si cerca, nell’esperienza reale, qualcosa di più da raccontare.

Il mito di chi si costruisce da solo

Esiste una risposta molto diffusa a questo malessere: decida chi vuole essere, cambi mentalità, riprenda il controllo. La si ritrova nelle scuole, nel settore socio-sanitario e, in modo spettacolare, in certi movimenti di coaching. I grandi coach americani, Tony Robbins in testa, propongono seminari di trasformazione personale, spesso molto costosi, dai quali Le promettono di uscire con una nuova versione di sé.

Non contesto che una decisione possa cambiare qualcosa. Diffido dell’idea che una persona possa decidere da sola la propria identità, come se potesse prodursi indipendentemente dal mondo in cui vive. Ciò che si osserva all’uscita da questi seminari è piuttosto eloquente: le persone sono galvanizzate per il mese successivo, poi ritrovano i loro funzionamenti precedenti. Una persona sola che cambia la rappresentazione di sé stessa, in un sistema che non ha cambiato la rappresentazione che ha di lei, è continuamente invitata a riprendere il posto che occupava. È probabilmente per questo che bisogna tornarci ogni anno.

Lei decide di avere il diritto di rallentare. Ma chi Le sta intorno continua ad ammirarLa soprattutto quando lavora molto, la Sua azienda valorizza le persone sempre disponibili, i Suoi amici Le chiedono sistematicamente che cosa sta preparando dopo. La Sua decisione incontra un mondo che continua a raccontarLa diversamente. Questo non la rende inutile. Rende il mantenerla molto più difficile. E se si dimentica questo contesto, si aggiunge un’accusa al problema: Lei aveva capito, allora perché non è cambiato? Come se il persistere di una difficoltà provasse soltanto una mancanza di volontà.

In una lettura sistemica, quindi, non cerchiamo anzitutto di agire sull’individuo perché si autodetermini. Cerchiamo di agire sul contesto: la coppia, la famiglia, l’équipe e, salendo di un piano, i grandi racconti che strutturano la società e che fabbricano sofferenza. Ci sarebbe altrettanta anoressia in una società che non celebrasse così tanto la magrezza? Viviamo in un racconto in cui la persona magra o atletica è vista come coraggiosa e determinata, e quella in sovrappeso come qualcuno a cui manca la volontà. Questo racconto struttura la dinamica delle sofferenze che incontriamo in consultazione.

I pesci volanti: non è colpa Sua

Charlie Crettenand usa un’immagine che amo molto: i pesci volanti. Ci capita di uscire per un istante dall’acqua, da quel grande bagno di racconti dominanti. Un video, un seminario, una conversazione, una seduta di terapia, e all’improvviso qualcosa diventa visibile. Capiamo una ripetizione, riconosciamo un’aspettativa, vediamo che abbiamo confuso un giudizio con una verità su di noi. Per un momento guardiamo l’acqua dall’esterno.

Poi ci rituffiamo. Il giorno dopo ci sono lo stesso lavoro, le stesse conversazioni, le stesse ricompense, le stesse paure di deludere. Non possiamo vivere al di fuori di questi racconti, e finiscono per entrarci sotto la pelle. L’immagine ha un limite: una presa di coscienza lascia delle tracce, e il ritorno di una difficoltà non annulla ciò che abbiamo capito. Ma mostra ciò che la promessa della svolta improvvisa dimentica. Vedere la corrente non basta sempre a modificare le condizioni in cui nuotiamo.

Se lo dico, è anzitutto per alleviare il senso di colpa. Se sente di essere in ritardo nella Sua vita, di non essere abbastanza, di dover fare meglio, che la Sua vita sarebbe migliore altrove o se Lei fosse qualcun altro, vorrei davvero dirLe: non è colpa Sua. Questo sentimento si è costruito socialmente. Rendersene conto non cambia tutto, ma è già essenziale, perché permette di smettere di rimproverarselo di continuo.

Cambiare un po’ l’acqua, insieme

Allora, che cosa possiamo fare? Credo molto di più in cambiamenti che trovano appoggi collettivi che nella promessa di un individuo diventato indipendente da ogni influenza. E il collettivo comincia molto vicino a noi: nella nostra coppia, nella nostra famiglia, nella nostra cerchia di amici, nella nostra équipe di lavoro. Ciascuna e ciascuno di noi ha la possibilità di accettare, o no, i grandi racconti che circolano attraverso una moltitudine di piccoli commenti apparentemente innocui.

Un collega scherza sul senso dell’orientamento delle donne. Una collega ironizza sull’incapacità degli uomini di fare due cose contemporaneamente. Se accetto questo, anche sul tono dello scherzo, partecipo a veicolare quei racconti. Non c’è poi da stupirsi che delle donne si sentano squalificate nel momento di mettersi al volante, e che degli uomini si trovino confermati nell’idea che la loro partner si farà carico di più cose a casa. Ho una responsabilità in questo punto: manifestare la mia sorpresa, chiedere come si sia costruita quella rappresentazione, proporre un controesempio, sul tono della battuta se necessario, senza entrare nello scontro. Attraverso queste piccole interazioni abbiamo un effetto reale sulle persone che ci circondano.

Alcuni di noi dispongono di una vetrina: dirigere un’organizzazione, rivolgersi a un pubblico sui social. Questo potere è diverso, e impegna di più. Una persona che fissa i criteri di riconoscimento in un’azienda può cambiare la regola là dove un dipendente precario non può. Dire che la pressione circola tra noi non deve far sparire coloro che possono agire sulle sue condizioni.

Prendiamo un’équipe immaginaria. Una persona risponde ai messaggi di lavoro alle ventidue. Il suo responsabile si complimenta per il suo impegno. I colleghi capiscono che quella disponibilità è apprezzata, alcuni cominciano a fare lo stesso, e ciò che era eccezionale diventa atteso. Chi spegne il telefono la sera finisce per sentirsi poco coinvolto. Nessuno ha deciso di rendere tutti infelici. Ma le reazioni degli uni modificano i comportamenti degli altri, poi questi comportamenti modificano le aspettative. È per questo che «ponga i Suoi limiti» resta insufficiente finché l’organizzazione premia chi li supera. A volte servono regole esplicite, mezzi e protezioni. Non si paga l’affitto con una conversazione più benevola. Ma anche le conversazioni partecipano all’ambiente.

In una famiglia si può guardare ciò che si celebra. I buoni voti contano, certo. Ma si notano anche la curiosità, un’attenzione rivolta a qualcuno, il piacere di imparare qualcosa senza essere subito bravi? Un adolescente può raccontare un interesse senza che gli si chieda subito che cosa ne farà professionalmente? Quando qualcuno scopre la corsa a piedi, ci si interessa a ciò che ama nel correre, prima di chiedergli quanti chilometri fa al giorno? Al lavoro, è possibile lasciare che qualcuno resti in un mestiere che ama senza interpretare il suo rifiuto di una promozione come una mancanza di ambizione?

Con i nostri amici, infine. Un amico Le annuncia una promozione. Lei può essere contento per lui. Può anche chiedergli se quel posto gli piace, che cosa cambia nelle sue giornate, che cosa spera di trovarci. Fa spazio alla sua esperienza, al di là della sua posizione in classifica. E se un altro amico attraversa un periodo senza grandi annunci, resta altrettanto curioso della sua vita? Può venire a trovarLa senza avere qualcosa di impressionante da raccontare? Un gruppo può affermare che ognuno ha valore e, nei fatti, prestare attenzione soltanto ai successi più visibili.

Testimoni per altre storie

In alcune pratiche narrative si invitano dei testimoni ad ascoltare e a riconoscere ciò che una persona esprime dei propri valori e dei propri impegni (Carey & Russell, 2003). Queste pratiche hanno legami con il lavoro dell’antropologa Barbara Myerhoff (1982) sulle cerimonie definizionali. L’idea che mi interessa qui è semplice: un’altra storia di sé può ricevere appoggi in una comunità, se la si invita in certi momenti simbolici. È una delle ragioni per cui mi interesso così tanto ai rituali terapeutici e performativi.

Nelle nostre relazioni ordinarie possiamo trarne ispirazione senza riprodurre tutto un dispositivo. Immagini che un amico Le dica: «Quest’anno non ho fatto niente». Lei sa però che ha accompagnato la madre malata. Può chiedergli che cosa ha rappresentato per lui quella presenza, che cosa voleva preservare, che cosa lo ha aiutato a esserci. Non gli attribuisce un voto migliore. Rende visibile una parte della sua esistenza che la classifica cancellava. E forse quella conversazione lascia una traccia: qualcun altro l’ha vista, qualcuno se ne ricorda. Questo sostegno conta quando la storia del ritardo ritorna.

Quando non stiamo bene, il nostro primo riflesso, perché anche questa è una mitologia in cui siamo immersi, è cercare una risposta: parlare con un coach, parlare con gli amici, trovare un senso. Le parole sono importanti. Ma sono convinto che ciò che porta un cambiamento siano molto spesso gli atti, sommati alle parole. Un rituale, una regola di équipe modificata, una conversazione che si ripete in modo diverso fanno di più di una risoluzione presa da soli davanti allo specchio.

Attenzione, però, a una nuova corsa. Si potrebbe finire per confrontarsi per sapere chi è il più solidale, il più autentico, il più libero dai confronti. Si potrebbe trasformare la felicità in obbligo: dopo aver avuto successo nella carriera, bisognerebbe avere successo nella propria realizzazione personale. Ciò che cerco è che si possa contare in una relazione senza dovervi presentare costantemente la prova di una prestazione. Anche quando si è stanchi. Anche quando si esita. Anche quando non si ha un bel racconto di progressione da offrire.

A quale corsa stiamo partecipando?

Torno alla mia ricerca su Yalom. La sua età mi aveva rassicurato, ma la regola era rimasta esattamente la stessa: per autorizzarmi a essere dove ero, avevo ancora bisogno di situarmi rispetto a qualcuno. Avrei potuto cercare altri dieci esempi di successi tardivi. Mi avrebbero dato dieci scadenze in più, e la domanda sarebbe rimasta intatta: a che punto bisognerà finalmente provare che la mia vita è riuscita?

Posso avere voglia di scrivere, di imparare, di progredire. Posso ammirare il percorso di qualcuno. E posso guardare se questa ammirazione mi apre una possibilità, o se trasforma la mia esistenza in una sala d’attesa. Non credo che si possa decidere, una volta per tutte, di vivere al di fuori dei racconti che ci circondano. Ma possiamo partecipare alla loro trasformazione, ciascuno alla propria scala: in ciò che chiediamo, in ciò che notiamo, in ciò che premiamo, e nelle relazioni in cui qualcuno può esistere senza dover continuamente dare prova di sé.

In quale storia sono in ritardo? Che cosa dimentica questa storia della mia vita? E, con le persone intorno a me, quale piccola regola possiamo cambiare perché occupi meno spazio?

Sono le tre domande che vorrei potessimo porci la prossima volta che ritorna la frase «alla mia età, dovrei…». Non fanno sparire la corsa. Ci ricordano che non siamo obbligati a correrla da soli.

Le raccomando anche, molto calorosamente, il libro di Julien Borloz, Tu as toujours été « assez » (Sei sempre stata «abbastanza»). In questo piccolo libro autopubblicato si rivolge a sua figlia e le dice, con le sue parole, ciò che ho cercato di sviluppare qui: ciascuno di noi è sempre stato abbastanza, e se abbiamo avuto la sensazione di non esserlo, è perché quella sensazione si è costruita da qualche parte, con altri. Sviluppo l’insieme di questa riflessione nel video (in francese) Pourquoi vous avez l’impression d’être en retard dans la vie (Perché ha l’impressione di essere in ritardo nella vita).

Traduzione dal francese realizzata con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Testo integrale; riferimenti e indicazioni per la citazione sono stati mantenuti.

Riferimenti bibliografici

Barthes, R. (1957). Mythologies. Éditions du Seuil.

Borloz, J. (2026). Tu as toujours été « assez » (prefazione di T. Robles). Autopubblicato. https://www.betterme.ch/boutique/livre-tu-as-toujours-ete-assez/

Carey, M., & Russell, S. (2003). Outsider-witness practices: Some answers to commonly asked questions. The International Journal of Narrative Therapy and Community Work, (1), 3–16.

Kleemans, M., Daalmans, S., Carbaat, I., & Anschütz, D. (2018). Picture perfect: The direct effect of manipulated Instagram photos on body image in adolescent girls. Media Psychology, 21(1), 93–110. https://doi.org/10.1080/15213269.2016.1257392

Myerhoff, B. (1982). Life history among the elderly: Performance, visibility, and re-membering. In J. Ruby (Ed.), A crack in the mirror: Reflexive perspectives in anthropology (pp. 99–117). University of Pennsylvania Press.

Valkenburg, P. M., Beyens, I., Pouwels, J. L., van Driel, I. I., & Keijsers, L. (2021). Social media use and adolescents’ self-esteem: Heading for a person-specific media effects paradigm. Journal of Communication, 71(1), 56–78. https://doi.org/10.1093/joc/jqaa039

White, M., & Epston, D. (2003). Les moyens narratifs au service de la thérapie. Satas. (Opera originale pubblicata nel 1990)

Yalom, I. D. (1970). The theory and practice of group psychotherapy. Basic Books.

Confronto

Commenti 0

Effettuare l'accesso per partecipare alla discussione. Accedi

  1. Ancora nessun commento. Il primo può essere il suo.

Carrello

Il tuo carrello è vuoto.