Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Contemporary Family Therapy · Coppia
Il telefono non è soltanto un canale tra due persone: diventa un terzo che regola, o disregola, l’ansia della coppia. A partire da 31 interviste con persone giovani adulte di tredici nazionalità, lo studio descrive come ci si presenta, ci si avvicina e ci si lascia attraverso gli schermi, e propone un modello circolare di co-regolazione e disregolazione digitali.
Traduzione non ufficiale in italiano di Digital Co-Regulation and Dysregulation in Romantic Relationships: A Systemic Model of Technology-Mediated Emotional Processes, di Katherine M. Hertlein, pubblicato in Contemporary Family Therapy (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10591-026-09793-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La figura è riprodotta così come pubblicata; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
La tecnologia non si limita a facilitare i processi emotivi: trasforma in profondità l’ambiente sistemico in cui essi si producono.
Katherine M. Hertlein
Riassunto
La tecnologia è diventata un contesto integrante attraverso il quale le relazioni sentimentali vengono avviate, mantenute e vissute in tutto il mondo. Se la ricerca precedente ha posto l’accento sulla comunicazione e sulla connessione, minore attenzione è stata dedicata al modo in cui la tecnologia funziona come meccanismo di regolazione emotiva all’interno delle relazioni. In questo studio qualitativo abbiamo esaminato come le persone utilizzano la tecnologia per gestire i processi relazionali in diversi contesti culturali. Sono state condotte interviste semi-strutturate con 31 persone partecipanti, analizzate con il metodo comparativo costante, un processo iterativo in cui i dati vengono codificati e confrontati continuamente all’interno di ciascuna intervista e tra le interviste, per individuare e affinare i temi emergenti. I risultati hanno rivelato modelli attesi nell’uso della tecnologia durante l’avvio e la fine delle relazioni, ma anche un modello emergente che ha messo in luce il ruolo della tecnologia nei processi di co-regolazione e disregolazione digitali. Questi risultati suggeriscono che la tecnologia opera come un meccanismo regolatore incorporato nei sistemi di coppia. Vengono discusse le implicazioni per la teoria sistemica, la ricerca interculturale e la pratica clinica.
Parole chiave: Tecnologia, Relazioni sentimentali, Regolazione emotiva, Ansia, Comunicazione digitale, Terapia di coppia
Ciò che viene considerato un comportamento appropriato attraverso la tecnologia è spesso determinato dai contesti culturali e relazionali in cui le persone sono inserite (Kircaburun et al., 2020; Paulovich et al., 2022; Ruben et al., 2021). Un solido corpus di letteratura ha documentato differenze interculturali nell’adozione di internet e nell’uso della tecnologia, comprese variazioni nei ruoli familiari, nelle aspettative relazionali e nelle percezioni dell’uso problematico (Chen, 2021; Silver et al., 2022; Vanden Abeele & Nguyen, 2022). Per esempio, la tecnologia modifica spesso le dinamiche familiari tradizionali. In molte famiglie le generazioni più giovani padroneggiano la tecnologia meglio di quelle adulte, il che livella il campo di gioco e rende i ruoli familiari meno rigidi. Inoltre, le culture divergono molto su ciò che considerano un tempo di schermo «eccessivo» (Taipale, 2019; Vanden Abeele & Nguyen, 2022). Queste differenze determinano non solo il modo in cui la tecnologia viene usata, ma anche il modo in cui viene interpretata all’interno dei sistemi relazionali.
La ricerca esistente ha esaminato come le persone di diverse regioni utilizzano gli smartphone e le piattaforme digitali per avviare e mantenere relazioni sentimentali, con risultati che suggeriscono una variabilità nelle motivazioni, negli stili comunicativi e nelle aspettative relazionali (Beukeboom & Pollmann, 2021; McCormack & Ogilvie, 2020; McDaniel & Drouin, 2019; Roberts & David, 2020; Wang et al., 2022). Prima di esplorare i meccanismi specifici attraverso cui la tecnologia incide sulle coppie, è utile comprendere ciò che la ricerca ha individuato in termini più generali. In parole semplici, gli smartphone e le app digitali hanno cambiato profondamente il nostro modo di interagire. La ricerca mostra che, se la tecnologia rende incredibilmente facile restare in contatto a grande distanza, introduce anche fattori di stress. Per esempio, l’aspettativa di essere sempre raggiungibili può generare ansia quando l’altra persona della coppia non risponde subito. Inoltre, il tempo trascorso davanti allo schermo interrompe spesso i momenti faccia a faccia – un fenomeno che la ricerca chiama «technoference» – e le persone si sentono spesso ignorate quando chi sta loro accanto guarda il telefono invece di guardare loro (ciò che si chiama comunemente «phubbing»). In breve, la tecnologia agisce come un’arma a doppio taglio: offre nuovi modi per costruire vicinanza, ma crea anche nuovi modi di provare insicurezza o disconnessione (Hertlein, 2012).
Così come i telefoni servono da strumento di connessione, la ricerca ha talvolta trascurato il modo in cui funzionano come meccanismi di regolazione emotiva all’interno delle relazioni. Studi recenti suggeriscono che gli ambienti digitali creano condizioni di accessibilità, visibilità e responsività costanti che influenzano il modo in cui le persone gestiscono le proprie esperienze emotive, in particolare l’ansia e l’incertezza (Kushlev & Dunn, 2019; McDaniel & Coyne, 2016). Queste condizioni possono favorire processi regolatori sia adattivi sia disadattivi. Pur essendo stata discussa da Hertlein (2012), questa distinzione non è stata pienamente articolata all’interno dei quadri relazionali.
Sviluppare una relazione richiede alla coppia di gestire un equilibrio costante, che la ricerca chiama talvolta dialettica relazionale (Baxter & Montgomery, 1996): la proposizione teorica secondo cui la vita relazionale è definita da tensioni continue e irrisolte tra bisogni relazionali opposti, piuttosto che da un unico equilibrio stabile. Ciò implica gestire il naturale tira e molla tra il desiderio di indipendenza e il desiderio di vicinanza, tra la ricerca di riservatezza e l’apertura, tra il bisogno di stabilità e l’accoglienza del cambiamento (Baxter & Montgomery, 1996; Solomon & Roloff, 2018). Queste tensioni sono particolarmente salienti durante le fasi di transizione come l’avvio, il conflitto e la fine della relazione. Se i modi fondamentali con cui gli esseri umani costruiscono la fiducia, comunicano e risolvono i conflitti non sono cambiati nel tempo, gli strumenti che usiamo per farlo sono cambiati in modo significativo nell’era digitale (Solomon & Roloff, 2018). In chiave sistemica, questi processi sono intesi come interazioni regolatrici: i due membri della coppia influenzano reciprocamente i propri stati emotivi attraverso la comunicazione e il comportamento, un processo concettualmente affine a ciò che la ricerca sull’attaccamento chiama co-regolazione, qui però inquadrato al livello del sistema diadico anziché dello stile di attaccamento individuale. Nei contesti digitali questi processi regolatori sono sempre più mediati dalla tecnologia, il che crea nuove forme di modelli interazionali (Hertlein, 2012; Maheu et al., 2018).
Lavori recenti sull’attaccamento e sulla regolazione emotiva sottolineano l’importanza della co-regolazione, definita come il processo attraverso il quale le persone regolano i propri stati emotivi tramite l’interazione con altre persone (Butler & Randall, 2013; Coan & Sbarra, 2015). Benché questo articolo affronti tali interazioni regolatrici da una prospettiva sistemica/relazionale e non esplori tratti psicologici come l’attaccamento, è importante riconoscere che la teoria psicodinamica discute da molti anni questi concetti con un linguaggio diverso per descrivere come la tecnologia media le dinamiche relazionali ed emotive (Russell, 2015). Quando gli sforzi di regolazione falliscono o diventano eccessivi, possono contribuire alla disregolazione, caratterizzata da un’escalation del disagio emotivo, da reattività e da cicli comportamentali disadattivi. La tecnologia sostiene questo processo consentendo un monitoraggio continuo (per es., l’«ultimo accesso», le conferme di lettura) (Elhai et al., 2020; Maheu et al., 2018), una responsività asincrona (talvolta differita) e maggiori opportunità di sorveglianza e triangolazione (Hertlein & Chan, 2020). In altre parole, la tecnologia può amplificare tanto i processi di co-regolazione quanto quelli di disregolazione, aumentando l’accesso ai segnali relazionali e introducendo al tempo stesso ambiguità e fraintendimenti.
Sebbene la ricerca precedente abbia documentato sia i benefici sia le difficoltà dell’uso della tecnologia nelle relazioni (Hertlein & Ancheta, 2014; Maheu et al., 2018; McDaniel & Radesky, 2018), pochi lavori hanno concettualizzato questi effetti attraverso un quadro di regolazione. La comunicazione digitale può facilitare la co-regolazione fornendo rassicurazione – e costruendo un attaccamento percepito – attraverso risposte tempestive (Bröning & Wartberg, 2024; Busch & McCarthy, 2021), mantenendo il legame a distanza (Chada, 2022) e sostenendo la sintonizzazione emotiva. Allo stesso tempo, può contribuire alla disregolazione aumentando l’ansia attraverso risposte tardive o ambigue, incoraggiando comportamenti ripetitivi di controllo e monitoraggio (Kushlev & Dunn, 2019; Nesi et al., 2018) e amplificando le interpretazioni negative del comportamento dell’altra persona (Hertlein & Ancheta, 2014; Hertlein & Chan, 2020).
La ricerca suggerisce che comportamenti legati alla tecnologia, come la sorveglianza sui social media e l’invio eccessivo di messaggi, sono associati a un aumento dell’incertezza relazionale, della gelosia e dell’ansia (Kushlev & Dunn, 2019; McDaniel & Coyne, 2016). Questi modelli sono coerenti con modelli più ampi di disregolazione emotiva, nei quali i tentativi di ridurre il disagio finiscono paradossalmente per mantenerlo o intensificarlo. Inoltre, se gli strumenti digitali offrono nuove vie di connessione e co-regolazione, è indispensabile riconoscerne l’onnipresenza nel facilitare il «lato oscuro» delle dinamiche relazionali. La connettività continua resa possibile dalle piattaforme digitali può facilmente diventare un’arma e dar luogo ad abusi facilitati dalla tecnologia nelle relazioni intime. Ciò comprende una serie di comportamenti coercitivi, tra cui l’uso di app di sorveglianza o dei social media per monitorare, controllare o molestare l’altra persona in modo ossessivo (Afrouz & Vassos, 2024; Rogers et al., 2022). Inoltre, una manifestazione particolarmente grave e contemporanea di questa disregolazione digitale è l’abuso sessuale basato sulle immagini (talvolta chiamato «revenge porn»), che consiste nella diffusione non consensuale, o nella minaccia di diffusione, di immagini o messaggi sessualmente espliciti (Patel & Roesch, 2020). Che si manifestino come controllo coercitivo unilaterale o come interazioni digitali reciprocamente problematiche, questi comportamenti riflettono una distorsione significativa del potere sistemico. Riconoscere l’onnipresenza di questi comportamenti oscuri è fondamentale, poiché rappresentano una violazione profonda dei confini relazionali e compromettono alla radice la sicurezza e la stabilità emotiva del sistema di coppia. In particolare, il carattere spersonalizzato di molte piattaforme digitali, che priva la comunicazione del tono, dell’espressione del viso e dell’assunzione immediata di responsabilità, può contribuire a far sì che i comportamenti disregolati e coercitivi degenerino più facilmente online di quanto accadrebbe faccia a faccia (Lapidot-Lefler & Barak, 2012; Ritchie et al., 2026).
Un principio centrale della prospettiva sistemica adottata in questo articolo consiste nel concettualizzare la tecnologia come un fenomeno triangolato all’interno della diade di coppia. Nella teoria tradizionale dei sistemi familiari, la triangolazione si verifica quando un sistema a due persone che vive tensione o ansia coinvolge una terza entità per ridurre il disagio e ristabilire una stabilità temporanea (Bowen, 1978). Nel contesto relazionale moderno, la tecnologia funge spesso da terzo attivo. Anziché essere un mezzo di comunicazione passivo, i dispositivi digitali vengono triangolati nella relazione per gestire la distanza e la vicinanza emotive. Per esempio, quando la coppia attraversa una disregolazione emotiva o un conflitto, i suoi membri possono rivolgersi istintivamente agli schermi per stemperare la tensione, cercare una convalida esterna o evitare il confronto diretto (Hertlein & Ancheta, 2014). Se questa triangolazione digitale può offrire un sollievo emotivo immediato e individuale, essa altera alla radice il processo regolatore diadico, spostando l’affidamento del sistema dalla co-regolazione diretta tra i due membri della coppia verso un ammortizzatore emotivo mediato dalla tecnologia.
Nel complesso, questa letteratura evidenzia una tensione costante: le stesse caratteristiche tecnologiche che sostengono le relazioni (accesso costante, contatto a basso costo e possibilità di mantenere la vicinanza a distanza) sono anche quelle maggiormente implicate nella disregolazione (ambiguità, opportunità di sorveglianza e pressione verso una disponibilità continua). Questo carattere a doppio taglio della tecnologia è il punto di partenza dello scopo del presente studio.
Nonostante l’ampia ricerca su tecnologia e relazioni, resta ancora molto da capire su come la tecnologia regoli le relazioni (Prieler & Kohlbacher, 2017; Sharabi & Timmermans, 2020). Gli studi esistenti sono stati condotti in gran parte su campioni occidentali, il che limita la comprensione di come i processi relazionali digitali operino in diversi contesti culturali. Anche l’integrazione teorica della tecnologia nei modelli sistemici di regolazione emotiva è stata limitata. Esaminando la letteratura, l’autrice non ha trovato un solo articolo su come la tecnologia plasmi attivamente i processi emotivi e interazionali all’interno delle relazioni. Il presente studio affronta queste lacune esaminando come le persone utilizzano la tecnologia nelle relazioni sentimentali in diversi contesti culturali. Sebbene gli obiettivi iniziali fossero centrati sull’avvio e sulla fine delle relazioni, i risultati hanno rivelato un processo organizzatore centrale: l’uso della tecnologia come meccanismo di co-regolazione e disregolazione digitali. Questo studio propone che la tecnologia funzioni come componente integrata dei sistemi relazionali, plasmando il modo in cui la coppia gestisce le esperienze emotive, affronta l’incertezza e partecipa ai cicli interazionali.
Ispirato a una prospettiva fenomenologica, questo studio ha cercato «la comprensione delle relazioni significative e concrete implicite nella descrizione originaria dell’esperienza nel contesto di una situazione particolare, che è l’obiettivo primario della conoscenza fenomenologica» (Moustakas, 1994, p. 14). Più che generare una teoria su come le persone usano il telefono, ci interessavano soprattutto la crescita della relazione, il coinvolgimento della tecnologia nell’arco evolutivo di una relazione (avvio, conflitto e fine) e il modo in cui questi aspetti si manifestano in un campione non occidentale. Inoltre, il Couple and Family Technology Framework (Hertlein, 2012) individua sette elementi della tecnologia che influenzano la struttura (ruoli, regole, confini) e il processo delle relazioni (avvio, mantenimento e fine della relazione). Il quadro non specifica che cosa sia da considerare normativo o sano; si affida invece alle particolarità del sistema relazionale per determinare in che modo l’uso della tecnologia in questi ambiti possa essere sano. Utilizziamo il quadro per orientare le nostre domande e ci concentriamo su due dialettiche relazionali presenti al suo interno: l’avvio e la fine della relazione.
Potevano partecipare allo studio le persone adulte di almeno 18 anni, purché in grado di sostenere una conversazione in inglese. In totale, 31 persone hanno preso parte alle interviste. Le persone partecipanti avevano tra i 20 e i 40 anni, con un’età media di 24.5 anni. Si trattava di 9 uomini e 22 donne. Dieci persone hanno dichiarato di vivere con il o la partner. Altre 10 condividevano l’alloggio con altre persone; 4 hanno dichiarato di vivere con un familiare e le restanti 7 di vivere da sole. Le nazionalità delle persone partecipanti erano: Austria (n = 5), Croazia (n = 1), Germania (n = 6), India (n = 1), Irlanda (n = 1), Italia (n = 1), Giappone (n = 2), Kazakistan (n = 1), Messico (n = 4), Polonia (n = 3), Romania (n = 4), Corea del Sud (n = 1) e Regno Unito (n = 1). Dalle persone partecipanti è stato ottenuto un consenso informato e liberamente espresso alla partecipazione allo studio.
Le interviste sono state condotte da una persona del corpo docente e da una persona iscritta all’università. Le persone partecipanti hanno preso parte a un’intervista semi-strutturata della durata massima di 60 min, compresa tra 22 e 60 min. La traccia di intervista comprende 13 domande che indagano come la tecnologia abbia influito su ruoli, regole, confini e processi relazionali. Abbiamo posto domande specifiche sull’uso della tecnologia in tutte le relazioni personali; questi risultati, tuttavia, si concentrano sulle relazioni sentimentali. Lo studio è stato approvato dalla Commissione etica di un’università austriaca. Si veda l’Appendice A per la traccia di intervista. Tutte le interviste sono state condotte individualmente e non in formato focus group; quando le citazioni sembrano riferirsi all’affermazione di un’altra persona partecipante, ciò dipende dal fatto che, in alcuni casi, le persone partecipanti provenivano da cerchie sociali in parte sovrapposte e descrivevano le proprie percezioni, formatesi in modo indipendente, di esperienze condivise, e non una conversazione diretta tra loro durante l’intervista stessa.
I dati sono stati analizzati mediante codifica aperta e assiale e con il metodo comparativo costante (Strauss & Corbin, 1990). Le interviste sono state lette e codificate da un gruppo di analisi composto, ad eccezione della prima autrice, da persone iscritte a corsi post-laurea in salute mentale. Queste persone hanno svolto il progetto come lavoro conclusivo del proprio percorso sotto la supervisione della prima autrice. La prima autrice ha letto e codificato tutte le interviste: a ciascuna intervista sono state assegnate a rotazione altre due persone incaricate della lettura e della codifica. Per esempio, l’intervista n. 1 è stata letta e codificata dalla prima autrice e dalle persone 2 e 3 del gruppo. L’intervista n. 2 è stata codificata dalla prima autrice e dalle persone 3 e 4 del gruppo, e così via. Questa codifica iniziale è stata svolta in parallelo (Saldaña, 2021). Al momento della discussione dei codici, ogni componente del gruppo ha presentato i propri codici individualmente. Abbiamo poi esaminato i codici in gruppo e li abbiamo fusi in un codice comune. Una volta distinti, i codici sono stati nuovamente confrontati con i dati per verificare se avessero senso nel contesto in cui erano emersi (Emerson et al., 1995). Al termine del primo ciclo sono stati inizialmente individuati trentatré codici distinti.
Dopo le fasi iniziali di codifica, abbiamo discusso una rappresentazione grafica di ciò che avevamo ascoltato, da cui è scaturito il modello presentato nella Fig. 1. Abbiamo mappato le connessioni sistemiche tra i temi emergenti per comprendere come i comportamenti regolatori funzionassero lungo l’intero arco di vita della relazione, coerentemente con quanto ascoltato nelle interviste. Questo processo ha comportato l’analisi di come le transizioni acute dell’avvio e della fine della relazione fungessero da confini che contestualizzavano gli sforzi quotidiani e continui di regolazione diadica.

Il rigore del nostro studio è stato conforme alle raccomandazioni di Anfara et al. (2002). Abbiamo stabilito la credibilità ricorrendo a persone incaricate della codifica che sono entrate nel progetto solo dopo che le interviste erano state condotte e trascritte. Le sovrapposizioni nei codici, indipendentemente da chi li rivedesse, indicavano l’affidabilità. Abbiamo inoltre inserito domande di approfondimento nel processo di intervista semi-strutturata per garantire una descrizione densa e ricca dei costrutti discussi. Infine, la confermabilità è data dalla concordanza dei nostri risultati con quelli di indagini precedenti.
I risultati di questo studio hanno mostrato come la tecnologia venisse utilizzata in tre tipi di spazi di transizione contemplati dalla dialettica relazionale. Due di questi spazi – l’avvio e la fine della relazione – erano attesi. Per quanto riguarda l’avvio della relazione, le persone partecipanti hanno descritto come riuscissero a controllare il ritmo della costruzione dell’intimità quando questa si sviluppava attraverso la tecnologia. Hanno anche descritto la loro capacità di agire in modo intenzionale nel modo di presentarsi all’altra persona, in ciò che dicevano, in quali informazioni su di sé venivano messe in risalto e in come potevano proiettare una determinata immagine.
Nel processo delle relazioni, le persone partecipanti hanno descritto l’avvio della relazione come influenzato dalle differenze nella definizione dell’intimità e dai cambiamenti nel livello di agio, e la tecnologia come un mezzo che consentiva di interpretare perché una relazione non fosse andata oltre le fasi iniziali. La fine della relazione è influenzata dalla presenza di molteplici contatti e canali di comunicazione, dalla personalità di ciascun membro della coppia e dal suo modo di usare la tecnologia, e dalla possibilità o comodità di poter bloccare qualcuno. Infine, il terzo spazio relazionale emerso riguardava l’ansia nella relazione. Le persone partecipanti hanno descritto chiaramente come l’insorgere dell’ansia rispetto alla relazione alimentasse interazioni specifiche con la tecnologia volte a placarla. Ciascuno di questi aspetti è discusso in dettaglio qui di seguito.1
Per molte persone partecipanti, grande attenzione veniva dedicata al modo in cui si presentavano inizialmente alle altre persone nei contesti digitali. Partecipante 04 ha affermato: «Non mi piace curare la mia immagine, ma internet è marketing. Devi venderti, investire in quello che sei». Partecipante 29 ha approfondito questo punto:
Penso che ci sia una certa componente di internet che distorce davvero la tua immagine. Se è buona la gonfia, se è cattiva la affossa. Quindi sono completamente d’accordo con quello che ha detto lui: non voglio curare la mia immagine; non è che non mi importi di come mi comporto con l’altro, ma di come curare la mia immagine online, che sarà del tutto distorta rispetto a quello che sono davvero».
Una partecipante in particolare ha descritto come questo valesse per il suo uso dello smartphone con il futuro marito in vista del loro matrimonio combinato, dato che lei e il marito non si conoscevano:
... io e mio marito abbiamo avuto un matrimonio combinato, in India. Quindi il primo modo in cui abbiamo davvero cominciato a comunicare è stato al telefono... Scrivergli, parlare, tutte e due le cose, ma credo che i messaggi un po’ di più, perché li puoi mandare tutto il giorno. Quindi è così che abbiamo davvero cominciato a comunicare, ci sentiamo a nostro agio a dire certe cose al telefono. (p. 11)
Le persone partecipanti avevano anche una chiara consapevolezza dei momenti in cui controllavano il proprio personaggio e sviluppavano strategie per quelli in cui non lo controllavano: «Le persone sono così vulnerabili quando pubblicano, non lo sanno, ma mostrano tante debolezze, insicurezze che hanno, e io non voglio farlo con persone con cui non mi sento a mio agio. Quindi, quando ho sentito che non controllavo più il modo in cui mi presentavo, ho cancellato l’account». (p. 30). Benché questa azione iniziale appaia come un meccanismo individuale di coping, essa perturba intrinsecamente i processi diadici. Ritirandosi dagli spazi digitali per nascondere le proprie vulnerabilità, la persona modifica in anticipo il sistema relazionale, bloccando possibili vie di co-regolazione con l’altra persona e imponendo un cambiamento nel modo in cui la coppia comunica e gestisce l’insicurezza.
Le persone partecipanti allo studio hanno spesso osservato come sia cambiata la definizione di intimità. In particolare, hanno suggerito che avviare una relazione è più facile quando si comincia online, perché ci si espone meno. Una persona partecipante ha affermato: «Anche la facilità di comunicare via messaggio ha cambiato l’avvio delle relazioni. Puoi cominciare a parlare con più persone e poi concentrarti su quelle che rispondono». (p. 16). Per alcune persone partecipanti, la tecnologia offriva un modo per cominciare a comunicare in privato con qualcuno conosciuto in un contesto più pubblico. Partecipante 29 ha affermato: «Lei non era della stessa città in cui vivevo io in Romania, era di un’altra città della Romania, quindi dovevamo sempre chattare su Skype, Facebook, cose così. In realtà è stato utile». Partecipante 02 ne ha dato un esempio: «[Il mio ragazzo e io] ci conoscevamo già e abbiamo fatto un viaggio in macchina, un viaggio tra amici, e avevamo questa chat di gruppo e poi lui mi ha scritto in privato». (P. 02). Un’altra persona partecipante ha fornito un esempio della questione della vulnerabilità e dell’utilità dei messaggi: «Il telefono è troppo intimo, quindi cominciamo con i messaggi; i messaggi rendono pigri; facciata; facilità di comunicazione, più facile perché è meno intimo». (p. 13). Un’altra persona partecipante ha riferito: «Faccio fatica a immaginare qualcuno che telefona, perché non vi conoscete molto bene e telefonare così è molto intimo. Non sai se la persona è dell’umore giusto o sta facendo qualcosa di importante o è occupata, quindi è più facile scrivere e basta». (p. 11).
Le persone partecipanti usavano la tecnologia anche per nascondere la propria vulnerabilità e modulare meglio i processi di intimità: «Tendo alla timidezza quando parlo con altre persone, e usare il cellulare rende tutto più facile perché… sto scrivendo e non c’è linguaggio del corpo né contatto faccia a faccia. (P. 17). Un’altra persona partecipante ne ha dato un esempio: «Semplicemente non riesco a parlare alla gente di persona nello stesso modo in cui le parlo al telefono. Non so. C’è una specie di maschera in mezzo, per cui sento di poter dire liberamente quello che voglio, ma di persona davvero non ci riesco». (P. 07). Un’altra partecipante ha descritto il suo modo di mantenere le distanze via messaggio finché non si sentiva pronta per qualcosa di più: «Io per esempio gli mando messaggi brevi e non mi lascio molto coinvolgere nella conversazione e non comincio mai una conversazione. È che non mi importa; scrivo quando voglio. Scrivo quello che voglio. Non mi importa di niente: solo messaggi brevi». (P. 10).
La Figura 1 presenta una concettualizzazione complessiva di queste dinamiche relazionali. È importante notare che, sebbene i racconti delle persone partecipanti si ancorassero spesso alle fasi molto salienti dell’avvio e della fine della relazione, il modello mostra che queste transizioni funzionano soprattutto come confini esterni del ciclo di vita della relazione. Il modello è dedicato agli sforzi continui e iterativi di regolazione diadica che si producono tra questi eventi di transizione. La Fig. 1 rappresenta quindi il modo in cui la coppia negozia e mantiene continuamente la stabilità sistemica durante la relazione attiva, contestualizzata dal modo in cui la relazione comincia e infine si conclude.
Uno dei risultati chiave ed esplorativi dello studio è stato il ruolo che la tecnologia svolge nella gestione dell’ansia e delle emozioni, sia sul piano individuale sia su quello relazionale. In effetti, la maggior parte dei dati suggerisce che le persone partecipanti stanno smettendo di gestire l’ansia da sole e ricorrono alle app e alle funzioni del telefono per farlo. Alcune persone partecipanti usavano il telefono per allontanarsi dal proprio stato emotivo. Per esempio, Partecipante 24 ha osservato: «anche quando ho qualche problema o quando qualcosa mi butta giù… inconsciamente apro il telefono e metto “mi piace” ai post degli altri». C’è un’ansia legata a ciò che accade sul telefono quando il telefono è lontano da noi. Partecipante 18 ha affermato: «Alcune coppie intorno a me controllano il telefono quasi ogni giorno. Oddio, è così stressante!». Un’altra persona ha affermato: «È anche facile che chiunque condivida con te cose a caso che di solito non ti riguardano in quel momento, ma controlli comunque il telefono nel caso sia qualcosa di rilevante, nel caso sia importante». (P. 08). Un’altra persona partecipante, parlando del lavoro, ha osservato: «[Lo smartphone] crea conflitti perché sono disponibile tutto il giorno e [chi mi dà lavoro] deve esserlo, e questo crea molto stress e non è sempre piacevole. Non riesci a calmarti e a rilassarti». (p. 25).
Spesso l’ansia di non poter rispondere provoca persino un cambio di programma. Come ha spiegato una persona partecipante:
Siamo andati in montagna, su una montagna qualche settimana fa, ma i miei dati non funzionano… So che dipendo molto dal cellulare… Quindi mi sento a disagio e poi magari è passato un altro giorno… Il telefono si stava scaricando e mi sentivo davvero a disagio perché avevo troppi messaggi da tutto il mondo. Devo rispondergli il prima possibile perché mi stanno aspettando. Ma non ci riesco. Quindi mi sono sentita davvero di fretta e alla fine sono tornata a casa prima per colpa del telefono. (P. 10).
In secondo luogo, l’ansia insorge quando c’è ambiguità su ciò che accade nella relazione. Molte persone partecipanti hanno fatto riferimento a situazioni legate alla tempestività della risposta, osservando che «vuoi una risposta subito, o in un tempo ragionevole» (P. 07), alla responsività dell’altra persona, alla mancanza di segnali per interpretare il contesto in cui veniva data la risposta, ecc. Queste esperienze possono portare a controllare i messaggi spesso e ripetutamente, o persino a triangolare la propria ricerca tramite Facebook o app di localizzazione GPS. Tra le risposte frequenti a sostegno di questo comportamento c’era: «Nel mio ultimo litigio, [la mia ragazza] non mi ha risposto per 3 giorni». (P. 04). Per esempio, Partecipante 14 ha affermato:
[La persona a cui avevo scritto] mi metteva ansia, tipo: sei online, puoi vedere il mio messaggio, e tipo, perché non mi rispondi? Hai già visto il mio messaggio e non mi rispondi adesso?» (p. 14)
Partecipante 03 ha parlato dell’incapacità della sua ragazza di gestire l’ansia quando non ha sue notizie: «In quel caso, diciamo che sono da qualche parte ad allenarmi e faccio sport e faccio sport più a lungo del previsto; nel momento in cui finisco penso: “Ok, le scrivo un messaggio”. Oppure se vedo che è già andata nel panico, allora ho tipo 10 chiamate perse e la chiamo». Questa strategia individuale di coping può avere implicazioni relazionali: quando un membro della coppia si affida pesantemente all’altro per placare la propria ansia, può crearsi una dinamica relazionale ad alta pressione, caratterizzata da ipervigilanza da una parte e da un accomodamento obbligato dall’altra. Questo modello può erodere l’indipendenza e la fiducia, perché la relazione si organizza attorno alla gestione del panico anziché favorire un legame sicuro e indipendente. Col tempo, questo ciclo di richiesta ansiosa e accomodamento immediato può generare esaurimento e risentimento nascosto, spostando la relazione da una condizione di parità a una di gestione emotiva costante. Vale la pena notare che presentare l’«indipendenza» all’interno di una relazione come un obiettivo intrinsecamente sano riflette norme relazionali individualiste, in larga parte occidentali; in contesti culturali più collettivisti, lo stesso modello di frequenti contatti di verifica può essere vissuto come un’interdipendenza normativa anziché come una perdita di autonomia.
Questo meccanismo permetteva alle persone di conoscere discretamente momenti della vita altrui. Se c’era confusione sul perché una relazione non fosse andata oltre le fasi iniziali, le persone partecipanti riferivano di poter trarre le proprie conclusioni sulla causa spiando sui social media per verificare. Una persona partecipante ha riferito: «Perché il contatto diretto era diminuito e cercavo di capire perché stesse succedendo, e che cosa facesse lui invece di vedermi». (p. 16).
Partecipante 24 ha descritto i sentimenti che nascono attorno alla responsività (o alla sua mancanza):
Di solito, se sto bene con me, non penso che le sia successo qualcosa. Se non rispondesse per un giorno intero o due, allora mi preoccuperei... l’altra cosa è che ci aspettiamo a vicenda di essere sempre reperibili al telefono e, quando non lo siamo, non va bene.
Anche quando le persone partecipanti dichiaravano di non provare ansia, descrivevano comportamenti compatibili con l’ansia e con la sua gestione attraverso comportamenti di controllo. Come ha osservato Partecipante 17:
Non provo ansia né nervosismo, ma mi incuriosisce sapere perché non ha risposto, perché vedo che è online e poi vedo le spunte... E allora mi chiedo perché non risponde, ma non è ansia: sto aspettando e penso, dai, rispondi.
Un’altra persona partecipante lo ha confermato dicendo: «Penso che a volte ci possa anche essere un motivo reale per cui qualcuno non scrive, quindi non vado nel panico dopo un paio di minuti. Quindi aspetterei… un giorno e, se non rispondono, allora direi tipo: “Ehi, che succede?”».
In un altro caso, la mancanza di un contatto costante ha messo fine alla relazione: «Ma ho anche amici, o ho avuto ragazzi, che non lo facevano per tutto il giorno. Mi sentivo davvero poco amata e mi sentivo davvero male, quindi li ho lasciati, ed è stato questo il motivo». (p. 25).
Altre persone partecipanti hanno descritto come ricorressero, triangolando, ad altri strumenti tecnologici per gestire la propria ansia o per ottenere uno spiraglio sui motivi della decisione di non rispondere. Per esempio, Partecipante 15 ha affermato: «Mi mettevano ansia, tipo: sei online, puoi vedere il mio messaggio, e tipo, perché non mi rispondi? Hai già visto il mio messaggio e non mi rispondi adesso? Ti senti come impotente».
Poiché è possibile eliminare profili, smettere di seguire altri account e bloccare contatti, il modo in cui si può chiudere una relazione non comporta necessariamente una lunga conversazione sul perché la relazione non funzionasse più per uno dei due membri della coppia, e potrebbe non richiedere nemmeno una conversazione faccia a faccia. Molte persone partecipanti hanno ammesso di aver chiuso una relazione attraverso un mezzo digitale, in un modo o nell’altro, che fosse via messaggio, con il ghosting o bloccando l’altra persona. Le persone partecipanti riconoscevano regolarmente che chiudere una relazione in questo modo può risultare «freddo», «maleducato», «inappropriato» o «senza cuore», ma osservavano anche che la natura della relazione può rendere la tecnologia l’unica opzione possibile. Per esempio, i mezzi che permettono di chiudere una relazione per via digitale possono essere appropriati in considerazione della distanza geografica tra i due membri della coppia. Una partecipante, per esempio, ha raccontato di aver scritto al partner che avevano bisogno di parlare al telefono e di aver chiuso la relazione durante la telefonata. Ha affermato:
Era un’altra relazione a distanza ed ero arrivata a un punto in cui non potevo aspettare di rivederlo la volta successiva, quindi ho dovuto chiudere la relazione... sarebbe passato molto tempo e avere quella cosa in sottofondo avrebbe interferito con la mia salute mentale, sapere: ok, per ora non è finita. (p. 06).
Altre persone partecipanti hanno fatto eco a questa affermazione descrivendo come usassero un messaggio per fissare il momento e il luogo e poi avere la conversazione faccia a faccia: «Ho usato lo smartphone per organizzare, cioè preparare la parte del “Credo che dobbiamo parlare. Possiamo vederci tra qualche giorno?”, così l’altra persona sapeva che c’era qualcosa, io ho avuto il tempo di prepararmi, e poi la decisione vera e propria faccia a faccia». (P. 09).
La chiusura digitale può anche svolgere una funzione protettiva per chi vive una relazione abusante o nei confronti di persone che qualcuno può ritenere pericolose per via della loro personalità o di altre caratteristiche. Per esempio, Partecipante 21 ha osservato che la decisione di chiudere una relazione al cellulare, via messaggio o di persona «dipendeva completamente dalla personalità dell’altra [persona]». Un altro partecipante ha collegato la scelta di chiudere una relazione via messaggio, al telefono o di persona all’intelligenza emotiva e allo sviluppo psicologico della persona che voleva lasciare. Riferendosi a ciascuna modalità di chiusura, ha affermato:
Le ho fatte tutte. Sono sicuro che non farei mai più quelle cose, ma nel mio percorso di intelligenza emotiva pensavo che andasse bene smettere semplicemente di parlare con l’altra persona... Adesso so davvero come gestire una relazione. Sento di riuscire a comunicare nel modo giusto con le persone intorno a me a cui tengo, quindi non farei mai quelle cose, ma so che cosa si prova e che cosa significa fare ognuna di queste cose. (P. 04).
Inoltre, Partecipante 14 ha descritto la chiusura di una relazione con qualcuno con cui aveva avuto un’interazione e che si era interessato a lei (e che aveva ottenuto il suo numero tramite il lavoro):
È stato molto strano, cioè, lui non ha detto niente di sbagliato, ma io mi sentivo davvero, tipo, in ansia perché mi stava scrivendo e io non lo conoscevo e poi pensavo, tipo, come fa ad avere il mio numero? Tipo, com’è successo, e io ero tipo: ok, va bene, e ho cominciato a rispondere all’inizio, tipo, con risposte brevi, senza chiedergli nient’altro, e lui continuava, continuava a dirmi cose e io: questa cosa sta diventando davvero strana. Ed ero molto nervosa. Quindi ho pensato: ok, ti blocco. Così l’ho semplicemente bloccato e lui era tipo, ok, sai, spero che non venga mai a casa mia, perché può trovare informazioni su di me. (P. 14)
La ragione per cui si ricorreva ad alcuni di questi metodi dipendeva anche dall’incapacità o dalla mancanza di volontà di affrontare l’ansia di una conversazione faccia a faccia (o persino messaggio per messaggio). Per esempio, una persona partecipante ha affermato:
Non c’era modo di chiuderla di persona. Ci ho provato l’ultima volta che siamo stati insieme, ma era una persona così manipolatrice che non riuscivo a spuntarla in quelle conversazioni e avevo sempre la sensazione che riuscisse a rientrare in qualche modo nella mia vita. Via messaggio potevo pianificare le mie frasi successive, riflettere su quello che aveva detto lui e su quello che avevo detto io, prendermi il mio tempo e, di fatto, risolvere meglio il problema». (p. 13)
Un’altra persona partecipante lo ha confermato dicendo:
Chiuderla online non ha impedito la sua brutta reazione... si capiva dai suoi messaggi che si stava arrabbiando sempre di più e ha cominciato a rispondere con, ehm, commenti sgarbati. Avevo paura che succedesse, ma sarebbe successo comunque di persona, e così potevo piangere per quello che mi stava facendo senza che lui mi vedesse». (p. 28).
Per molte delle persone partecipanti, la fine della relazione è stata un evento complicato a causa della molteplicità dei contatti, dei legami in rete e della rete condivisa.
Partecipante 11 lo ha illustrato così:
Fa davvero male, perché una volta che diventi amica di qualcuno ti ritrovi con un sacco di amicizie in comune; su Facebook è una cosa molto comune. Avevo un’amica e lei aveva tutta la mia famiglia e altri cugini e così via, gente così; eravamo amiche in comune perché la conoscevo bene. Poi, per un malinteso, abbiamo semplicemente smesso di sentirci e lei mi ha bloccata, ma la mia famiglia poteva vedere i suoi aggiornamenti e io no, e tipo tutto quello che pubblicava, che tu non sai, quel genere di cose; loro non li ha bloccati. In realtà è diventata loro amica grazie a me e adesso sono io quella bloccata. Capita che l’amica che abbiamo in comune, siccome io sono bloccata, facesse delle istantanee, cioè degli screenshot dei suoi aggiornamenti, e me li inoltrasse dicendo: «Ecco cosa sta pubblicando». Queste cose succedono. (p. 11)
La possibilità o la comodità di poter bloccare qualcuno rende più facile chiudere una relazione attraverso la tecnologia. Come ha affermato Partecipante 20, le intrusioni e i contatti eccessivi sono gestibili grazie alla possibilità di bloccare: «Penso che non sia un problema, perché puoi sempre bloccare qualcuno. Ma se vuoi ancora parlarvi ogni tanto, puoi farlo. Voglio dire, se l’altra persona, non so, ti crea problemi e ti chiama ogni ora o ti manda un sacco di messaggi, puoi sempre bloccarla». (P. 20). Partecipante 16 ha fatto eco a questa affermazione: «Non voglio portare avanti una relazione. Se non rispetti i miei limiti, allora semplicemente non possiamo più parlarci». Così l’ho bloccato su ogni pagina da cui poteva raggiungermi». (P. 1 6).
I risultati di questo studio estendono la ricerca esistente su tecnologia e relazioni individuando un processo centrale, finora poco teorizzato: l’uso della tecnologia come meccanismo di regolazione emotiva all’interno dei sistemi di coppia. Mentre la ricerca precedente ha documentato il ruolo della tecnologia nel facilitare la comunicazione, la connessione e il conflitto (per es., Hertlein & Ancheta, 2014; McDaniel & Coyne, 2016), i presenti risultati suggeriscono che la tecnologia non è un semplice mezzo di interazione, ma un sistema regolatore attivo incorporato nei processi relazionali.
In tutto il gruppo delle persone partecipanti, la tecnologia veniva usata in modo costante per gestire gli stati emotivi, in particolare l’ansia legata all’incertezza, alla vicinanza e alla responsività. Le persone riferiscono comportamenti come il controllo ripetuto dei messaggi, il monitoraggio dell’attività online dell’altra persona, la triangolazione tramite i social media (in linea con la descrizione della triangolazione fornita in precedenza) e l’adattamento della frequenza della comunicazione per ristabilire l’equilibrio emotivo. Questi comportamenti riflettono tentativi di co-regolazione, in cui un membro della coppia usa i canali digitali per influenzare o stabilizzare il proprio stato emotivo o quello dell’altra persona. D’altra parte, il tentativo di co-regolazione attraverso questi stessi processi sfociava spesso nella disregolazione, e non serve necessariamente un’altra persona per co-regolarsi. Anziché alleviare l’ansia, i comportamenti digitali spesso la amplificavano attraverso cicli ricorsivi di controllo, ambiguità e risposte tardive o assenti. Per esempio, le persone partecipanti hanno descritto un disagio accresciuto quando i messaggi venivano visualizzati ma non ricevevano risposta, il che portava a un monitoraggio maggiore e a comportamenti di escalation. Punto cruciale: in questo studio la disregolazione non richiedeva, per dispiegarsi, la presenza di un membro della coppia che co-regolasse. Le persone partecipanti hanno descritto cicli che si autoalimentavano, in cui era il comportamento di controllo in sé, e non una qualche risposta dell’altra persona, a diventare il motore principale dell’escalation dell’ansia, il che distingue la disregolazione digitale dalla disregolazione che si produce strettamente all’interno di un circuito di retroazione diadico. In questo modo, la tecnologia media e al tempo stesso intensifica i circuiti di retroazione relazionali (AUTHOR, in revisione). Ciò suggerisce che la regolazione digitale possa rappresentare un processo relazionale normativo nelle relazioni di oggi, plasmato dalle possibilità offerte dalla connettività e dalla visibilità costanti (Hertlein, 2012). Ciò conferma pienamente anche il lavoro fondamentale di McDaniel e Coyne (2016), che considera l’ansia come una presenza nelle dinamiche relazionali.
La ricerca sulle relazioni sentimentali poggia su diversi modelli teorici fondativi che descrivono come la coppia interagisce, negozia l’intimità e gestisce il conflitto. Due quadri di riferimento di rilievo in questo ambito, collegati al presente studio, sono la Teoria della dialettica relazionale (RDT) (Baxter & Montgomery, 1996) e la Teoria dell’attaccamento adulto (Hazan & Shaver, 1987). La RDT postula che lo sviluppo della relazione sia una negoziazione continua di tensioni dialettiche intrinseche, principalmente le spinte opposte tra autonomia e connessione, apertura e riservatezza, stabilità e cambiamento. La coppia deve gestire continuamente queste tensioni attraverso la comunicazione per mantenere la soddisfazione relazionale (Baxter & Montgomery, 1996). Pur non essendo una variabile verificata in questo studio, la teoria dell’attaccamento sottolinea come gli stili di attaccamento delle persone influenzino le loro aspettative e i loro comportamenti nella coppia, in particolare nel modo in cui cercano la vicinanza, offrono sostegno e co-regolano le emozioni nei momenti di disagio o di incertezza (Mikulincer & Shaver, 2016). Questi modelli sottolineano che le relazioni sentimentali richiedono sforzi continui e dinamici per bilanciare bisogni relazionali in competizione e gestire gli stati emotivi.
Nel presente studio è emerso il modo in cui la tecnologia digitale veniva utilizzata per gestire gli stati d’animo. Le persone partecipanti mostravano chiari segni di ansia da attaccamento, innescata dalla natura ambigua della comunicazione digitale, e facevano affidamento sulle «conferme di lettura» e sulla disponibilità costante come forme moderne di ricerca della vicinanza. Quando le aspettative di responsività digitale venivano disattese, la coppia viveva una profonda disregolazione emotiva. Inoltre, in linea con la Teoria della dialettica relazionale, le persone partecipanti si servivano della barriera protettiva degli schermi per negoziare con cura la dialettica tra apertura e riservatezza durante l’avvio della relazione, mentre ricorrevano a funzioni come il blocco e il «ghosting» per affermare un’autonomia immediata al momento della chiusura della relazione.
Sebbene la co-regolazione e la disregolazione siano processi universali del legame umano, sorge una domanda cruciale: che cosa c’è di specifico nel modo in cui questi processi si dispiegano attraverso la tecnologia? I risultati di questo studio sottolineano che la tecnologia non si limita a fornire un mezzo più accessibile o comodo per lo scambio emotivo, ma modifica qualitativamente i modelli relazionali stessi. Per comprendere questo cambiamento, è utile leggere questi risultati attraverso la lente del quadro multiassiale di Hertlein (2012) sulla tecnologia nella vita di coppia e familiare. AUTHOR sostiene che la tecnologia modifica sia gli elementi strutturali di una relazione – come i suoi ruoli, le sue regole e i suoi confini – sia i suoi elementi di processo, tra cui l’avvio, il mantenimento e la fine della relazione.
Se osservate attraverso questo quadro di AUTHOR (Hertlein, 2012), la co-regolazione e la disregolazione digitali appaiono come fenomeni nettamente trasformati. Poiché la tecnologia cambia le regole e la struttura di una relazione (per es., le aspettative di risposta immediata, l’ambiguità delle conferme di lettura o il carattere pubblico delle interazioni sui social media), essa modifica il modo in cui la coppia deve gestire i propri stati emotivi. Di conseguenza, la co-regolazione digitale non è semplicemente la regolazione tradizionale svolta su uno schermo: richiede alla coppia di orientarsi tra nuove regole e nuovi ruoli digitali per mantenere la stabilità. La disregolazione digitale si produce spesso perché le caratteristiche strutturali specifiche della tecnologia, come l’accessibilità o la comunicazione asincrona, sconvolgono i confini relazionali tradizionali e aggravano il disagio emotivo. In altre parole, la tecnologia non si limita a facilitare i processi emotivi: trasforma in profondità l’ambiente sistemico in cui essi si producono.
I risultati di questo studio suggeriscono che la regolazione digitale opera lungo due percorsi principali: la co-regolazione digitale e la disregolazione digitale. Nel modello più adattivo, quello della co-regolazione, la tecnologia facilita la connessione, la rassicurazione e la sintonizzazione emotiva. Le persone partecipanti hanno sottolineato l’utilità delle risposte tempestive dell’altra persona e la possibilità di un contatto continuo indipendentemente da ciò che facevano e da dove si trovavano. Hanno inoltre evidenziato una comunicazione condivisa non solo con l’altra persona della coppia, ma con la famiglia allargata (sia la propria sia quella dell’altra persona). Queste interazioni positive mettono in luce come la tecnologia funzioni da strumento essenziale per rafforzare non solo il legame intimo della coppia, ma anche il più ampio sistema di sostegno relazionale.
I cicli di disregolazione digitale sono quelli in cui la tecnologia amplifica l’ansia e il conflitto attraverso la sorveglianza, l’ambiguità, le risposte tardive e i cicli di escalation. Si veda la Fig. 1 per una rappresentazione grafica di come questi cicli interagiscono. Questi risultati concordano con la ricerca sulla «technoference» e sul «phubbing», che mostra allo stesso modo che le interruzioni legate alla tecnologia durante l’interazione sono associate a una minore responsività percepita dell’altra persona, a un aumento dei conflitti e a una minore soddisfazione relazionale (Beukeboom & Pollmann, 2021; McDaniel & Drouin, 2019; Roberts & David, 2020; Wang et al., 2022). Questi risultati suggeriscono che l’uso della tecnologia possa perturbare i processi di sintonizzazione momento per momento, contribuendo a cicli di escalation della disregolazione relazionale.
Inoltre, questi percorsi non si escludono a vicenda; le relazioni oscillano spesso tra l’uno e l’altro. Le stesse caratteristiche tecnologiche che rendono possibile la connessione (per es., l’accesso costante, la visibilità) creano anche le condizioni per un monitoraggio e una reattività accentuati. (Si veda la Fig. 1).
I codici hanno confermato la sequenza centrale rappresentata nella figura: un evento digitale o relazionale, come la distanza, una risposta tardiva, una distrazione, confini poco chiari o una presunta violazione delle regole, attiva l’ansia o l’incertezza. La persona tenta allora di regolare la relazione scrivendo messaggi, telefonando, controllando, monitorando, cercando informazioni, fissando regole o con un altro comportamento mediato digitalmente. La responsività dell’altra persona e la retroazione del sistema vengono interpretate alla luce delle aspettative esistenti in materia di fiducia, riservatezza, disponibilità e comunicazione. Accessibilità, trasparenza, rispetto e un dialogo significativo hanno maggiori probabilità di produrre una rassicurazione positiva e un movimento verso la co-regolazione, mentre segnali mancanti, una presentazione fuorviante, l’assenza di risposta, le violazioni della riservatezza o le regole infrante possono produrre attribuzioni negative e un movimento verso la disregolazione. La rassicurazione o l’escalation che ne risultano retroagiscono poi sul comportamento digitale successivo, creando un ciclo ricorsivo che può stabilizzare la relazione oppure intensificare l’ansia e il conflitto.
Questo studio contribuisce alla teoria relazionale e sistemica introducendo la co-regolazione/disregolazione digitale come processo relazionale centrale, estendendo i quadri teorici fino a includere i circuiti di retroazione mediati dalla tecnologia (AUTHOR, in revisione) e mettendo in discussione l’assunto secondo cui la regolazione emotiva sarebbe prevalentemente interna o diadica, mostrando il ruolo delle infrastrutture digitali nel plasmare le esperienze relazionali. La ricerca futura dovrebbe esaminare più a fondo come questi processi regolatori varino a seconda dei contesti culturali, delle fasi della relazione e dei livelli di disagio relazionale, e come le persone e le coppie possano sviluppare strategie più adattive per gestire le interazioni mediate dalla tecnologia.
Questi risultati sono coerenti con la letteratura, per esempio Johnson et al. (2019, 2024) e Hertlein (2020), che descrive come le persone possano accrescere la vicinanza attraverso la tecnologia. Esiste un processo attraverso il quale le persone usano intenzionalmente la tecnologia per accrescere l’intimità mediante presentazioni ed esibizioni strutturate, servendosi al contempo delle funzioni tecnologiche per limitare altri fattori esterni e concentrarsi sulle attività di costruzione della relazione. Per molti versi, può trattarsi di un’arma a doppio taglio: più le persone si abituano a poter controllare la propria presentazione, meno riescono a gestire l’ansia quando non possono controllare la presentazione o la presenza altrui.
L’ansia era un motore importante delle interazioni. Le persone partecipanti riferivano spesso di ricorrere a più canali o di fare più tentativi per contattare l’altra persona se qualcosa nella relazione generava loro ansia. Spesso descrivevano l’ansia che emergeva nei momenti in cui non avevano notizie dell’altra persona, e per questo cercavano di capire se fosse turbata o non disponibile. Sebbene questo studio non abbia esplorato tratti individuali come le variabili di attaccamento, i risultati mettono in luce che l’introduzione strutturale della tecnologia crea di per sé modelli sistemici specifici di regolazione e disregolazione. L’accessibilità continua e l’ambiguità della comunicazione digitale agiscono come fattori di stress sistemici peculiari con cui la coppia deve misurarsi, e plasmano il clima emotivo della relazione indipendentemente dai tratti individuali specifici in gioco.
Secondo la ricerca, sia quella derivante da questo studio sia quella più ampia, l’uso della tecnologia per gestire l’ansia relazionale (in particolare dopo la fine della relazione) può essere al tempo stesso utile e problematico (Hertlein & Ancheta, 2014; Holtzman et al., 2021). Molte relazioni di oggi comprendono un certo grado di connessione online, alimentato da una serie di social media e app molto diffusi. Le coppie integrano l’uso dei collegamenti sui social media nella realtà della loro relazione per quanto riguarda le amicizie e i familiari collegati, la condivisione di foto e le dichiarazioni pubbliche sullo stato della relazione, anche quando per alcune delle persone partecipanti al nostro studio condividere foto era considerato il superamento di un confine.
D’altra parte, le opzioni offerte dalla tecnologia limitano anche la misura in cui le persone sentono di poter gestire l’ansia. Più erano le opzioni per gestire l’ansia attraverso la tecnologia (per es., controllare la posizione dell’altra persona, il suo stato di messaggistica o la sua attività sui social media), meno era probabile che le persone gestissero l’ansia sul piano psicologico (per es., calmandosi da sé, tollerando l’incertezza o riflettendo sull’origine della preoccupazione senza cercare verifiche esterne). In effetti, il modo in cui le persone usavano la tecnologia per risolvere il problema spesso aggravava l’ansia anziché risolverla. Questo concetto è stato affrontato almeno una volta in letteratura: nello studio di Hertlein (2012) sul trattamento dell’infedeltà online, chi vi partecipava in qualità di terapeuta ha riferito di incoraggiare le persone in terapia che avevano vissuto un’infedeltà a porre barriere fisiche al contatto con l’altra persona finché non fossero in grado di attivare quelle psicologiche. Inoltre, il modo in cui le persone possono usare la tecnologia per gestire la propria ansia può finire per accrescerla. Per esempio, usare i social media per seguire le tracce di qualcuno con lo scopo dichiarato di ridurre l’ansia potrebbe accrescerla semplicemente a causa del mezzo (Lee & Jang, 2019).
Data la natura dei risultati sulla gestione dell’ansia, le implicazioni sono ampie. Sul piano clinico e individuale, chi si occupa di scienze della famiglia può mappare insieme alle persone in terapia i processi di co-regolazione e disregolazione, così che possano usare la tecnologia nel modo più efficace nelle loro relazioni. Chi pratica la terapia di coppia può anche lavorare con le coppie sull’uso della tecnologia per creare nella relazione sia spazio sia vicinanza, insegnando al tempo stesso alla coppia modi più efficaci per evitare di cadere in schemi di inseguimento e ritiro alimentati dall’ansia. A un livello più ampio, sociale, le implicazioni vanno però oltre qualsiasi singola relazione clinica. Può darsi che il vantaggio di avere una connessione costante con chi amiamo fornisca una giustificazione per non dover più restare nel silenzio, che può risultare scomodo. La ricerca futura deve concentrarsi su come – o se – le persone possano mettere in atto strategie più produttive, che consentano loro di apprendere e applicare maggiori capacità di coping. Sebbene siano disponibili poche informazioni sulle strategie di coping per l’ansia relazionale, un esempio analogo emerge dagli studi sulle coppie che vivono un’ansia legata all’infertilità (per es., Zurlo et al., 2020). Questo filone di ricerca osserva che le strategie di gestione dell’ansia sono più efficaci quando dipendono dalla situazione; nel caso dell’uso di internet, la gestione dell’ansia tende a essere globale e non specifica del caso, e ruota spesso attorno al ricorso a ulteriori strategie che rischiano di aumentare l’ansia.
Inoltre, le persone partecipanti hanno osservato che, dopo due ore, provavano un’ansia così intensa da manifestarsi in attività di controllo e monitoraggio. Ciò potrebbe forse implicare una riduzione della nostra capacità di restare in situazioni che generano ansia e un ricorso più facile alla connettività offerta da internet come meccanismo di autoconsolazione, salvo scoprire che spesso non riduce l’ansia ma la amplifica (Busch & McCarthy, 2021). Resta molto da capire sul ruolo dell’ansia nell’innescare determinate attività online, come la sorveglianza dell’altra persona della coppia o i comportamenti di controllo ripetitivi.
Chi lavora in ambito clinico può utilizzare il nostro modello per aiutare le coppie a distanza a stabilire confini digitali strutturati e un significato condiviso. Occorre comprendere che, per le coppie geograficamente lontane o che vivono una relazione a distanza, la comunicazione digitale è il canale principale attraverso cui vivono l’intimità e il conflitto. Queste coppie potrebbero essere particolarmente vulnerabili ai cicli di disregolazione individuati in questo studio, nei quali l’ambiguità della comunicazione asincrona può far crescere l’ansia relazionale. L’équipe terapeutica può proporre interventi clinici mirati, come chiedere alle coppie a distanza di negoziare esplicitamente le proprie aspettative sui «tempi di risposta», oppure insegnare loro a usare specifici messaggi di aggiornamento che favoriscano la co-regolazione digitale (per es., «Sto entrando in una riunione lunga e non potrò scrivere, ma tra noi va tutto bene») per colmare la distanza fisica e ridurre l’ambiguità.
Nonostante il suo potenziale integrativo, il Modello di regolazione digitale non è privo di limiti. In primo luogo, il modello è prevalentemente concettuale e sintetizza risultati empirici esistenti anziché derivare da verifiche longitudinali o sperimentali dirette, il che limita le conclusioni sulla causalità e sulla sequenza temporale dei processi regolatori. In secondo luogo, sebbene il modello includa moderatori culturali e contestuali, potrebbe non cogliere pienamente la complessità della variazione socioculturale delle norme digitali, in particolare nei contesti non occidentali e nei sistemi familiari strutturalmente diversi. In terzo luogo, il modello è incentrato sui processi interazionali all’interno delle relazioni diadiche e familiari, ma potrebbe sottorappresentare differenze individuali come lo stile di attaccamento, la psicopatologia e la fase di sviluppo, che influenzano il modo in cui le persone ricorrono alla tecnologia come strumento di regolazione. Lavori futuri potrebbero esaminare gli effetti positivi per le persone con attaccamento insicuro. Inoltre, la rapida evoluzione delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale pone sfide alla stabilità del modello, poiché nuove possibilità tecniche potrebbero modificare i modelli di co-regolazione e disregolazione in modi non ancora rispecchiati dalla letteratura. Infine, sebbene il modello ponga l’accento sui circuiti di retroazione ricorsivi, la misurazione empirica di questi processi dinamici resta metodologicamente complessa, in particolare quando si tratta di cogliere interazioni in tempo reale e su più piattaforme. La ricerca futura dovrebbe privilegiare disegni longitudinali, interculturali e multimetodo per verificare e affinare il modello in contesti relazionali diversi.
Anche dal punto di vista metodologico ci sono dei limiti. Un limite di questo studio è che la prima autrice ha codificato tutte le interviste. Se da un lato questo approccio ha favorito la coerenza delle decisioni di codifica, dall’altro potrebbe aver introdotto distorsioni, privilegiando un’unica lente interpretativa e riducendo le occasioni di prospettive alternative. Inoltre, abbiamo intervistato un solo membro di ciascuna coppia, il che può dare luogo a una prospettiva limitata nella sua visione sistemica. Ci siamo poi basati sui ricordi delle persone partecipanti anziché osservare le loro interazioni in tempo reale o raccogliere dati dai loro telefoni per triangolare tempi e interazioni. Infine, la trasferibilità potrebbe essere limitata dal fatto che è stata raccolta una sola prospettiva per coppia. Per accrescere l’affidabilità, abbiamo cercato di ottenere una descrizione densa e ricca dei dati e di fornire un contesto relativo alle persone intervistate.
I media e la tecnologia plasmano il modo in cui le relazioni vengono mantenute. Questo studio mostra che un uso sfumato della tecnologia offre modi per entrare in relazione con l’altra persona della coppia, ma anche per servirsi di questa struttura per creare distanza quando serve. Un tema centrale ha rivelato che nelle relazioni l’ansia viene gestita usando internet per evitare oppure per tracciare gli schemi dell’altra persona, due modalità che possono creare problemi in seguito.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse di questo studio risiede meno nei suoi risultati, prevedibili (ci si presenta con cura online e ci si lascia più facilmente via messaggio), che nella sua lettura della tecnologia come terzo triangolato, nel senso di Bowen. Un messaggio rimasto «visualizzato» senza risposta innesca un circolo in cui il controllo, destinato a calmare, alimenta l’ansia, talvolta senza che l’altra persona vi prenda nemmeno parte. Per la clinica, è un invito a mappare queste sequenze con la coppia (innesco, tentativo di regolazione digitale, interpretazione, escalation o rassicurazione) anziché giudicare il tempo trascorso davanti agli schermi, e a negoziare regole di risposta esplicite, soprattutto nelle relazioni a distanza. Valgono due riserve. Il campione è giovane, è stato intervistato un solo membro di ciascuna coppia e la codifica poggia in larga parte su una sola persona. Soprattutto, il testo stesso fa notare che l’«indipendenza» è una norma occidentale: ciò che appare come ipervigilanza può essere altrove una normale interdipendenza. Infine, chiudere una relazione tramite uno schermo può proteggere chi vive una relazione abusante, il che esclude qualsiasi prescrizione generalizzata. Da leggere insieme a l’articolo sulla terapia familiare centrata sulla regolazione emotiva nell’era della tecnologia e l’articolo sulla regolazione emotiva nei trattamenti di coppia.
Note dell’originale
1 Le citazioni sono riportate testualmente e non sono state generate né tradotte dall’IA. Le variazioni linguistiche sono state mantenute per preservare l’autenticità delle parole originali delle persone partecipanti.
Finanziamento. Fulbright Austria
Conflitto di interessi. L’autrice dichiara di non avere conflitti di interessi.
Approvazione etica e consenso alla partecipazione. Tutte le procedure eseguite negli studi che hanno coinvolto partecipanti umani sono state conformi agli standard etici del comitato di ricerca istituzionale e/o nazionale e alla Dichiarazione di Helsinki del 1964 e successive modifiche, o a standard etici equivalenti. Lo studio è stato approvato dalla Ethikkommission dell’Università di Salisburgo (Salisburgo, Austria). Dalle persone partecipanti è stato ottenuto un consenso informato e liberamente espresso alla partecipazione allo studio.
Bibliografia
Afrouz, R., & Vassos, S. (2024). Adolescents’ experiences of cyber-dating abuse and the pattern of abuse through technology, a scoping review. Trauma, Violence, & Abuse, 25(4), 2814–2828. https://doi.org/10.1177/15248380241227457
Anfara, V. A., Brown, K. M., & Mangione, T. L. (2002). Qualitative analysis on stage: Making the research process more public. Educational Researcher, 31(7), 28–38. https://doi.org/10.3102/0013189X031007028
Baxter, L. A., & Montgomery, B. M. (1996). Relating: Dialogues and dialectics. Guilford Press.
Beukeboom, C. J., & Pollmann, M. M. H. (2021). Partner phubbing: Why using your phone during interactions may damage your relationship. Computers in Human Behavior, 124, Article 106932. https://doi.org/10.1016/j.chb.2021.106932
Bowen, M. (1978). Family therapy in clinical practice. Jason Aronson.
Bröning, S., & Wartberg, L. (2024). Attachment orientations: Associations with romantic partners’ self-regulation and dyadic coping. Journal of Sex & Marital Therapy, 50(4), 512–526.
Busch, P. A., & McCarthy, S. (2021). Antecedents and consequences of problematic smartphone use: A systematic literature review of an emerging research area. Computers in Human Behavior, 114, Article 106414. https://doi.org/10.1016/j.chb.2020.106414
Butler, E. A., & Randall, A. K. (2013). Emotional coregulation in close relationships. Emotion Review, 5(2), 202–210. https://doi.org/10.1177/1754073912451630
Chada, N. S. (2022). Communication patterns in long distance relationships and their effect on relationship quality. Journal of Social Science Studies, 2(1), 127–130. https://jos3journals.id/index.php/jos3/article/view/87
Chen, W. (2021). Internet use, social capital, and well-being: A cross-cultural perspective. Telematics and Informatics, 57, Article 101508. https://doi.org/10.1016/j.tele.2020.101508
Coan, J. A., & Sbarra, D. A. (2015). Social baseline theory: The role of social proximity in emotion and economy of action. Social and Personality Psychology Compass, 9(10), 516–528. https://doi.org/10.1111/spc3.12180
Elhai, J. D., Gallinari, E. F., Rozgonjuk, D., & Yang, H. (2020). Depression, anxiety and fear of missing out as correlates of social, non-social and problematic smartphone use. Addictive Behaviors, 105, Article 106335. https://doi.org/10.1016/j.addbeh.2020.106335
Emerson, R. M., Fretz, R. I., & Shaw, L. L. (1995). Writing ethnographic fieldnotes. The University of Chicago Press.
Hazan, C., & Shaver, P. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality and Social Psychology, 52(3), 511–524. https://doi.org/10.1037/0022-3514.52.3.511
Hertlein, K. M. (2012). Digital dwelling: Technology in couple and family relationships. Family Relations, 61(3), 374–387.
Hertlein, K. M., & Ancheta, K. (2014). Advantages and disadvantages of technology in relationships: Findings from an open-ended survey. The Qualitative Report. https://doi.org/10.46743/2160-3715/2014.1260
Hertlein, K. M., & Chan, D. (2020). The rationale behind texting, videoconferencing, and mobile phones in couple relationships. Marriage & Family Review, 56(8), 739–763. https://doi.org/10.1080/01494929.2020.1737624
Hertlein, K. M., & Piercy, F. P. (2012). Essential elements of Internet infidelity treatment. Journal of Marital and Family Therapy, 38, 1–14.
Hertlein, K. M., & van Dyke, L. (2020). Predicting engagement of surveillance on couple relationships. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 23(9), 604–610. https://doi.org/10.1089/cyber.2019.0424
Holtzman, S., Kushlev, K., Wozny, A., & Godard, R. (2021). Long-distance texting: Text messaging is linked with higher relationship satisfaction in long-distance relationships. Journal of Social and Personal RelationshiPs, 38(12), 3543–3565.
Johnson, D., & Hertlein, K. M. (2019). Parents’ perceptions of smartphone use and parenting practices. Qualitative Report, 24(6), 14–23.
Johnson, D. J., Pickens, J. C., Holyoak, D., & Denzer-King, A. (2024). Strengthening couple relationships through a digital connection. Journal of Marital and Family Therapy. https://doi.org/10.1111/jmft.12710
Kircaburun, K., Alhabash, S., Tosuntaş, ŞB., & Griffiths, M. D. (2020). Uses and gratifications of problematic social media use among university students: A simultaneous examination of the big five of personality traits, social media platforms, and cultural differences. Cyberpsychology, Behavior and Social Networking, 23(2), 103–110. https://doi.org/10.1089/cyber.2019.0390
Kushlev, K., & Dunn, E. W. (2019). Smartphones distract parents from cultivating feelings of connection when spending time with their children. Journal of Social and Personal Relationships, 36(6), 1619–1639. https://doi.org/10.1177/0265407518769387
Lapidot-Lefler, N., & Barak, A. (2012). Effects of anonymity, invisibility, and lack of eye-contact on toxic online disinhibition. Computers in Human Behavior, 28(2), 434–443. https://doi.org/10.1016/j.chb.2011.10.014
Lee, S. Y., & Jang, K. (2019). Antecedents of impression management motivations on social network sites and their link to social anxiety. Media Psychology, 22(6), 890–904.
Maheu, M., Drude, M., Hertlein, K., Lipschutz, P., Wall, K., & Hilty, R. (2018). An interprofessional framework for telebehavioral health competencies. Journal of Technology in Behavioral Science, 3(2), 108–140. https://doi.org/10.1007/s41347-017-0038-6
McCormack, M., & Ogilvie, M. F. (2020). Keeping couples together when apart, and driving them apart when together: Exploring the impact of smartphones on relationships in the UK. In A. Abela, S. Vella, & S. Piscopo (Eds.), Couple relationships in a global context (pp. 245–259). Springer International Publishing. https://doi.org/10.1007/978-3-030-37712-0_15
McDaniel, B. T., & Coyne, S. M. (2016). Technology interference in the parenting of young children: Implications for mothers’ perceptions of coparenting. Social Science Journal, 53(4), 435–443. https://doi.org/10.1016/j.soscij.2016.04.010
McDaniel, B. T., & Drouin, M. (2019). Daily technology interruptions and emotional and relational well-being. Computers in Human Behavior, 99, 1–8. https://doi.org/10.1016/j.chb.2019.04.027
McDaniel, B. T., & Radesky, J. S. (2018). Technoference: Parent distraction with technology and associations with child behavior problems. Child Development, 89(1), 100–109. https://doi.org/10.1111/cdev.12822
Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in adulthood: Structure, dynamics, and change (2nd ed.). Guilford Press.
Moustakas, C. (1994). Phenomenological research methods. Sage.
Nesi, J., Choukas-Bradley, S., & Prinstein, M. J. (2018). Transformation of adolescent peer relations in the social media context: Part 2-application to peer group processes and future directions for research. Clinical Child and Family Psychology Review, 21(3), 295–319. https://doi.org/10.1007/s10567-018-0262-9
Patel, U., & Roesch, R. (2020). The prevalence of technology-facilitated sexual violence: A meta-analysis and systematic review. Trauma, Violence & Abuse, 23(2), 428–443. https://doi.org/10.1177/1524838020958057
Paulovich, B., Pedell, S., Tandori, E., & Beh, J. (2022). Weaving social connectivity into the community fabric: Exploring older adult’s relationships to technology and place. International Journal of Environmental Research and Public Health. https://doi.org/10.3390/ijerph19148500
Prieler, M., & Kohlbacher, F. (2017). Face-ism from an international perspective: Gendered self-presentation in online dating sites across seven countries. Sex Roles, 77(9), 604–614. https://doi.org/10.1007/s11199-017-0745-z
Ritchie, R., Limniou, M., & Gordts, S. (2026). Greater toxic online disinhibition and lower consistent online self-presentation contribute to the perpetration of cyber dating abuse. Frontiers in Psychiatry, 16, Article 1716617. https://doi.org/10.3389/fpsyt.2025.1716617
Roberts, J. A., & David, M. E. (2020). The impact of phubbing on romantic relationships. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 23(4), 214–221. https://doi.org/10.1089/cyber.2019.0305
Rogers, M. M., Fisher, C., Ali, P., Allmark, P., & Fontes, L. (2022). Technology-facilitated abuse in intimate relationships: A scoping review. Trauma, Violence & Abuse, 24(4), 2210–2226. https://doi.org/10.1177/15248380221090218
Ruben, M. A., Stosic, M. D., Correale, C., & Blanch-Hartigan, D. (2021). Is technology enhancing or hindering interpersonal communication? A framework and preliminary results to examine the relationship between technology use and nonverbal decoding skill. Frontiers in Psychology. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2020.611670
Russell, G. I. (2015). Screen relations: The limits of computer-mediated psychoanalysis and psychotherapy. Routledge.
Saldaña, J. (2021). The coding manual for qualitative researchers (4th ed.). SAGE Publications.
Sharabi, L. L., & Timmermans, E. (2020). Why settle when there are plenty of fish in the sea? Rusbult’s investment model applied to online dating. New Media & Society. https://doi.org/10.1177/1461444820937660
Silver, L., Smith, A., Johnson, C., Taylor, K., Jiang, J., Anderson, M., & Rainie, L. (2022). Internet, smartphone and social media use in advanced economies 2022. Pew Research Center. https://www.pewresearch.org/internet/2022/01/13/internet-smartphone-and-social-media-use-in-advanced-economies-2022/
Solomon, D. H., & Roloff, M. E. (2018). Relationship initiation and growth. In A. Vangelisti & D. Perlman (Eds.), The Cambridge handbook of personal relationships (pp. 79–89). Cambridge University Press. https://doi.org/10.1017/9781316417867
Strauss, A., & Corbin, J. M. (1990). Basics of qualitative research: Grounded theory procedures and techniques. Sage Publications, Inc.
Taipale, S. (2019). Intergenerational connections in digital families. Springer International Publishing AG.
Vanden Abeele, M. M. P., & Nguyen, M. H. (2022). Digital well-being in an age of mobile connectivity: An introduction to the special issue. Mobile Media & Communication, 10(2), 174–189.
Wang, X., Xie, X., Wang, Y., Wang, P., & Lei, L. (2022). Partner phubbing and relationship satisfaction: Self-esteem and marital conflict as mediators. Journal of Social and Personal Relationships, 39(6), 1870–1889. https://doi.org/10.1177/02654075211073035
Zurlo, M. C., Cattaneo Della Volta, M. F., & Vallone, F. (2020). Re-examining the role of coping strategies in the associations between infertility-related stress dimensions and state-anxiety: Implications for clinical interventions with infertile couples. Frontiers in Psychology. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2020.614887
Traduzione non ufficiale di Digital Co-Regulation and Dysregulation in Romantic Relationships: A Systemic Model of Technology-Mediated Emotional Processes, di Katherine M. Hertlein, Contemporary Family Therapy, pubblicazione online anticipata (2026), doi: 10.1007/s10591-026-09793-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (figura così come pubblicata). Né l’autrice né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Digital Co-Regulation and Dysregulation in Romantic Relationships: A Systemic Model of Technology-Mediated Emotional Processes», pubblicato in Contemporary Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo dell’autrice è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Hertlein, K. M. (2026). Digital Co-Regulation and Dysregulation in Romantic Relationships: A Systemic Model of Technology-Mediated Emotional Processes. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/digital-co-regulation-and-dysregulation-in-romantic-relationships-a-systemic-model (Opera originale pubblicata nel 2026 in Contemporary Family Therapy (2026), pubblicazione online anticipata; ripubblicata nel 2026 da Contemporary Family Therapy, https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-026-09793-z)
Per approfondire