Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Family Process · Terapia familiare
Shirley piange, ed è il suo compagno a cercare un fazzoletto, arrabbiato perché la terapeuta, dietro il suo schermo, non può farlo. Al contrario, Becky si sente finalmente a proprio agio nell’accogliere il terapeuta «nel nostro soggiorno, in pantofole». Alon Aviram e Yochay Nadan (Università Ebraica di Gerusalemme) hanno intervistato 18 coppie e 15 figure terapeutiche sull’alleanza terapeutica in videoconferenza: una vicinanza a distanza, fatta di ospitalità, di cura ostacolata e di volti visti da vicinissimo.
Traduzione non ufficiale in italiano di “I miss not being able to offer my couples a box of tissues…”: Couples’ and therapists’ perspectives on the therapeutic alliance with the transition to online couple therapy, di Alon Aviram e Yochay Nadan, pubblicato in Family Process (Wiley) (2024), doi: 10.1111/famp.12853, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Raccomandiamo quindi di non chiudere gli occhi davanti al setting online, ma di riconoscerlo e di invitare le coppie in terapia a intraprendere conversazioni collaborative al riguardo.
Alon Aviram e Yochay Nadan
Abstract
Lo scopo di questo studio è far progredire la teoria sulle esperienze delle coppie e delle figure terapeutiche coinvolte nella terapia di coppia online e sui significati che vi attribuiscono, con particolare attenzione all’alleanza terapeutica. Seguendo la metodologia della grounded theory costruttivista, sono state condotte interviste online approfondite e semistrutturate con 36 persone, tra cui 18 coppie che avevano partecipato a una terapia di coppia online in videoconferenza. Sono state inoltre intervistate 15 figure terapeutiche di coppia e della famiglia in quattro focus group online. La nostra analisi individua tre dimensioni che incidono sulla formazione dell’alleanza terapeutica nella terapia di coppia online: (1) la vicinanza emotiva, come canale per stabilire uno spazio fisico o emotivo; (2) la cura limitata, dovuta alla difficoltà della figura terapeutica nell’offrire conforto e sicurezza; e (3) il linguaggio del corpo, quale si riflette nella mancanza di presenza fisica e nell’osservazione ravvicinata del volto, ai due estremi opposti di un continuum. Discutiamo i risultati attraverso la lente della dinamica vicinanza-distanza, secondo la quale la capacità di chi fa terapia di autoregolarsi dipende dai bisogni emotivi delle persone in terapia. Concludiamo con le implicazioni per la pratica clinica.
Negli ultimi anni, il campo della terapia familiare e di coppia ha assistito a una crescente tendenza al passaggio da contesti in presenza a contesti online (Machluf et al., 2021), il che solleva interrogativi sull’influenza dell’ambiente virtuale su diversi aspetti dell’alleanza terapeutica. Sebbene la ricerca abbia esplorato diversi elementi del quadro specifico della terapia di coppia online, come la telepresenza, l’etica e la telesupervisione (Aviram & Nadan, 2022b; de Boer et al., 2021; Hardy et al., 2021), poca attenzione è stata dedicata all’alleanza terapeutica nella terapia di coppia online. Lo scopo di questo articolo è esplorare il concetto di alleanza terapeutica nel contesto della terapia di coppia online. Iniziamo esaminando il concetto, soffermandoci sul suo ruolo nel setting online. Descriviamo poi la metodologia che ha guidato la nostra ricerca e le tre sottocategorie emerse dall’analisi. Concludiamo con una discussione del contributo teorico dello studio e con una rassegna delle implicazioni cliniche per chi lavora online con le coppie.
L’alleanza terapeutica è una forma di partenariato tra la persona in terapia e chi la segue in terapia che consente di raggiungere obiettivi lavorando insieme (Berger, 2017). Sebbene il concetto risalga a Sigmund Freud (1949), il suo significato è cambiato man mano che l’alleanza terapeutica si è evoluta nel corso degli anni, nella forma e nell’importanza, fino a diventare una concettualizzazione panteorica. Per esempio, Rogers (1951) descrive come caratteristiche ideali di una relazione terapeutica l’accettazione, l’empatia, la comprensione e la congruenza, mentre Bordin (1979) concettualizza l’alleanza terapeutica come composta da tre componenti: l’accordo sugli obiettivi, l’assegnazione dei compiti e lo sviluppo del legame.
Ciò che era nato come costrutto analitico si è evoluto in una variabile integrativa e in un fattore comune (Bartle-Haring et al., 2012), e le evidenze mostrano che l’alleanza terapeutica è il fattore comune con il maggiore sostegno empirico, sia nella terapia individuale (Flückiger et al., 2018) sia nella terapia di coppia e familiare (Friedlander et al., 2011). La terapia familiare ha dato rilievo all’alleanza terapeutica fin dai suoi inizi. Per esempio, il termine «joining» designa il processo con cui chi conduce la terapia riprende e adotta lo stile, il linguaggio e il modo di funzionare della famiglia (Minuchin, 1967). Per poter modificare la struttura della famiglia, è necessario stabilire la fiducia attraverso il joining. È stato sostenuto che l’alleanza terapeutica contribuisce al cambiamento terapeutico più nella terapia di coppia e familiare che in quella individuale, grazie allo slancio combinato generato dalla connessione con i membri della famiglia e all’effetto a catena sull’intero sistema relazionale (D'Aniello & Fife, 2020).
Un aspetto dell’alleanza terapeutica riguarda la dinamica vicinanza-distanza tra terapeuta e persona o persone in terapia. L’idea di distanza terapeutica risale ai lavori di Mallinckrodt (2010) e di Mallinckrodt et al. (2015) e si definisce come la capacità di chi fa terapia di autoregolarsi in base ai bisogni emotivi della persona in terapia durante una seduta. L’uso della distanza terapeutica rafforza l’impalcatura dell’alleanza terapeutica, poiché crea una dinamica di vicinanza e distanza tra la persona in terapia e chi la segue (Egozi et al., 2021).
Tremain et al. (2020) suggeriscono che, per le persone con gravi disturbi mentali, l’alleanza terapeutica possa essere favorita attraverso interventi digitali (interventi basati sulla tecnologia che forniscono informazioni e sostegno, nonché terapia emotiva, decisionale, comportamentale e neurocognitiva per problemi di salute fisica e mentale), ma che tale alleanza possa avere caratteristiche specifiche ancora da confermare nei contesti digitali. Un’alleanza terapeutica digitale può aumentare l’aderenza e il coinvolgimento negli interventi digitali. Benché l’alleanza terapeutica sembri avere un impatto minore sugli esiti negli interventi digitali rispetto a quelli in presenza (Germain et al., 2010), due rassegne sull’alleanza terapeutica negli interventi via internet hanno concluso che i punteggi di alleanza riferiti dalle persone in terapia erano elevati (Berger, 2017; Simpson & Reid, 2014). Queste rassegne auspicano ulteriori ricerche per individuare le caratteristiche specifiche dell’alleanza terapeutica nei diversi formati di trattamento.
La ricerca sulla relazione terapeutica nel contesto della terapia di coppia e familiare online è scarsa. In uno studio recente (Machluf et al., 2021), le figure terapeutiche hanno riferito difficoltà nel costruire alleanze terapeutiche online, ma esistono pochi dati sul punto di vista delle persone in terapia. Inoltre, non disponiamo di alcun dato sull’effetto della dimensione virtuale sulla dinamica vicinanza-distanza.
Un corpus crescente di letteratura dimostra l’importanza dell’alleanza terapeutica per ottenere il coinvolgimento terapeutico nella terapia online (Berger, 2017; Simpson et al., 2021), sebbene questo insieme di conoscenze non si sia concentrato sulla terapia di coppia. Inoltre, se gli studi sull’alleanza terapeutica hanno dimostrato la possibilità di stabilire un’alleanza per legittimare gli interventi via internet (Cook & Doyle, 2002; Tremain et al., 2020), non hanno prodotto una comprensione qualitativa più profonda dei fattori che possono contribuire a costruire l’alleanza terapeutica. Il presente studio intende cominciare a colmare questa lacuna offrendo nuovi spunti sugli elementi che possono sostenere l’alleanza terapeutica, sulla base di interviste a coppie e figure terapeutiche impegnate nella terapia di coppia online. La nostra esplorazione induttiva è stata guidata dalle seguenti domande di ricerca: (1) Quali percezioni, esperienze e significati attribuiscono i partner alla terapia di coppia online? (2) Come vivono, interpretano e percepiscono i partner la dimensione online nel contesto dell’alleanza terapeutica? E (3) come vivono, interpretano e percepiscono le figure terapeutiche di coppia e della famiglia la dimensione online nel contesto dell’alleanza terapeutica?
Questo studio qualitativo ha adottato l’approccio induttivo, comparativo e dal basso (Glaser & Strauss, 1967) della metodologia della grounded theory costruttivista (di seguito CGT; Charmaz, 2017). In termini generali, la teoria della costruzione sociale sostiene che chi fa ricerca e le persone partecipanti costruiscono insieme il modello teorico. Questa posizione si colloca tra quella realista e quella postmoderna, presupponendo una «realtà limitata» e, al tempo stesso, molteplici prospettive su tale realtà (Charmaz, 2017).
Sono state condotte interviste con 36 persone, che formavano 18 coppie. Le persone partecipanti sono state selezionate tramite un campionamento intenzionale basato su criteri (Patton, 2015). Il criterio principale di partecipazione allo studio era che le coppie avessero seguito almeno 10 sedute di terapia di coppia online. I criteri di selezione prevedevano inoltre coppie adulte di lingua ebraica o inglese residenti in Israele o all’estero (israeliane e non israeliane). Il reclutamento è avvenuto attraverso i contatti personali del ricercatore (primo autore), che ha presentato lo studio a colleghe e colleghi chiedendo loro di segnalargli possibili persone da intervistare. È stato inoltre pubblicato su Facebook un annuncio rivolto alle figure terapeutiche per incoraggiarle a proporre lo studio alle persone che seguivano.
Nel complesso, non vi erano grandi differenze di età tra uomini e donne partecipanti (età media degli uomini = 40,7 anni; età media delle donne = 38,6 anni). Tutte le coppie avevano una relazione di durata compresa tra due e 26 anni (media 11,1), dieci erano sposate (durata media del matrimonio 6,7) e 12 avevano figli (media 1,7). La maggior parte erano coppie di sesso diverso (n = 16). La maggioranza delle persone partecipanti aveva un titolo universitario (quattro dottorati, 17 lauree magistrali e 13 lauree triennali), e due avevano soltanto un diploma di scuola superiore. Le persone partecipanti erano per lo più ebree laiche di ceto medio e medio-alto; due erano ebree religiose e una musulmana laica. Il campione era relativamente diversificato quanto alla collocazione geografica delle coppie intervistate. Metà del campione è passata alla terapia di coppia online dopo il primo lockdown in Israele, all’inizio del 2020, mentre l’altra metà ha scelto la terapia di coppia online. La maggior parte delle coppie ha seguito la terapia di coppia per 12 mesi, con un massimo di 36 mesi e un minimo di 3 mesi. Per la prima metà del campione, passata alla terapia online, la durata del trattamento comprendeva un periodo di terapia in presenza. Le coppie intervistate erano seguite da figure terapeutiche di coppia abilitate (n = 15), da persone specializzate in psicologia clinica (n = 2) e da una persona abilitata al servizio sociale clinico (n = 1).
Per acquisire una comprensione approfondita del fenomeno studiato, si è scelto un focus group, così da favorire la discussione e il confronto tra membri omogenei (Kitzinger, 1995). Questo dispositivo offre l’opportunità di esprimere visioni del mondo e paradigmi diversi (Guba & Lincoln, 1994). In un focus group, inoltre, chi fa ricerca promuove o modera una discussione di gruppo tra le persone partecipanti, anziché tra sé e le persone partecipanti.
Abbiamo intervistato 15 figure terapeutiche di coppia e della famiglia in quattro diversi focus group online (da 3 a 6 partecipanti). Le persone partecipanti sono state selezionate tramite un campionamento intenzionale basato su criteri (Patton, 2015). I criteri di selezione prevedevano figure terapeutiche di coppia di lingua ebraica e inglese residenti in Israele o all’estero che avessero praticato la terapia di coppia online tramite videochiamata. Il reclutamento è avvenuto attraverso i contatti personali dei ricercatori (entrambi autori di questo articolo), che hanno presentato lo studio nel proprio ambiente professionale chiedendo di partecipare a un focus group. È stato inoltre pubblicato su Facebook un post rivolto alle figure terapeutiche di coppia e della famiglia.
Il primo autore ha condotto interviste individuali online, approfondite e semistrutturate, in ebraico e in inglese, tra settembre 2020 e aprile 2021. Ogni intervista si apriva con la domanda narrativa: «Potrebbe raccontarmi la storia della vostra terapia di coppia?». La traccia d’intervista conteneva domande relative al percorso della persona intervistata e alla sua relazione di coppia; al motivo o ai motivi per cui la coppia aveva intrapreso una terapia; e alle aspettative, sentimenti, pensieri e preoccupazioni prima, durante e dopo la terapia. La traccia copriva i seguenti temi: l’uso della tecnologia nella terapia (per es., Aveva qualche preoccupazione riguardo all’uso della tecnologia in una terapia di coppia in videoconferenza?), la relazione terapeutica (per es., In che misura ha sentito che si sviluppava una relazione tra voi e la persona che vi seguiva in terapia?), la gestione dei disaccordi e dei litigi di coppia in terapia (per es., Ha avuto discussioni accese con il o la partner durante la terapia?) e altri temi sollevati dalle persone intervistate. Le interviste, durate tra 50 e 90 min (media 67,5 min), sono state registrate digitalmente e trascritte alla lettera.
La raccolta dei dati si è svolta tra novembre 2021 e gennaio 2022. La traccia d’intervista conteneva domande relative all’esperienza clinica con la terapia online (Come descriverebbe la sua esperienza con la terapia online?), con l’alleanza terapeutica (Come descriverebbe la costruzione di un legame con le persone che segue?) e con la tecnologia necessaria alla terapia online in generale e all’alleanza terapeutica in particolare (Come descriverebbe l’effetto della tecnologia sul suo lavoro clinico?). I focus group, durati tra 90 e 120 min (media 105), sono stati registrati digitalmente e trascritti alla lettera.
L’analisi dei dati ha seguito le fasi della CGT, con l’obiettivo di concettualizzare le esperienze delle persone partecipanti per sviluppare un modello teorico fondato sui dati riguardo alla terapia di coppia online in videoconferenza (Charmaz, 2017). La raccolta e l’analisi dei dati sono state condotte simultaneamente, secondo un processo circolare. L’analisi è stata svolta principalmente dal primo autore con l’aiuto del secondo autore, supervisore di ricerca dello studio. Il primo passo è stato familiarizzare con i dati (immersione) leggendo e rileggendo le interviste. La codifica è stata effettuata riga per riga o incidente per incidente, il che ha aiutato i ricercatori a restare aperti ai dati e a coglierne le sfumature. La codifica è stata fatta anche cercando le azioni in ogni frase e usando i gerundi. Questo tipo di codifica aperta riduce la tendenza a categorizzare le persone e consente di concentrarsi sui dati e non sul tipo di persona che li fornisce (Charmaz, 2017).
Concluse la fase di codifica iniziale, è iniziata la fase di codifica focalizzata. In questa fase si è fatto ricorso all’analisi comparativa costante per analizzare e confrontare i dati raccolti all’interno delle interviste e tra un’intervista e l’altra, così da confermare somiglianze e differenze. Per esempio, il codice «visita a domicilio» compariva più volte nel testo in forme molto diverse. In alcuni casi era descritto semplicemente come una «visita», in altri come una visita terapeutica e in altri ancora come una visita a domicilio. Questo metodo comportava la scomposizione dei dati in «incidenti» (Glaser & Strauss, 1967) o «ossa» (Charmaz, 2017) e poi la codifica degli «incidenti» in categorie. Le categorie sono emerse dal linguaggio delle persone partecipanti e da dati che il ricercatore ha individuato come significativi per i fenomeni di interesse. La fusione dei codici «visita a domicilio» e «l’esperienza di ospitare» ha dato origine alla sottocategoria «vicinanza emotiva». Questo processo è stato svolto per ciascuna intervista ed è stato seguito da un’analisi diadica di ogni coppia (Eisikovits & Koren, 2010). Questo tipo di analisi porta maggiore chiarezza confrontando i partner e affinando i codici. L’analisi dei dati è stata condotta con ATLAS.ti, software di analisi e ricerca su dati qualitativi.
La riflessività è fondamentale nella CGT (Charmaz, 2017). Nel condurre la ricerca, il primo autore era consapevole dell’impatto che la sua identità di uomo cisgender israeliano sposato, padre, assistente sociale e terapeuta di coppia online aveva sul processo (Dwyer & Buckle, 2009). In quanto insider e membro della comunità della terapia di coppia online, il ricercatore poteva essere influenzato dal processo di ricerca; ciò richiede di prestare attenzione alle percezioni e agli atteggiamenti nelle varie fasi della ricerca, affinché non incidano sui risultati (Bryant & Charmaz, 2019). Un esempio di questa dinamica si trova nel processo di intervista: il ricercatore, che è anche clinico, ha dovuto vigilare affinché fossero mantenuti i confini tra queste due posizioni complesse. Il secondo autore — un uomo gay cisgender israeliano sposato, specializzato in terapia di coppia e familiare e nella ricerca in psicoterapia — ha svolto il ruolo di supervisore di ricerca dello studio. Il primo autore ha tenuto un diario di campo per tutta la durata dello studio, annotandone in dettaglio le fasi. Inoltre, gli autori hanno fatto ricorso a consulenze, debriefing tra pari e pensiero riflessivo per comprendere concetti, valori e posizionamenti sociali personali (Patton, 2015). È stato impiegato anche il processo di «messa tra parentesi» (Husserl, 1977) per evitare pregiudizi e presupposti da parte del ricercatore, spiegando un fenomeno nei termini del suo stesso sistema di significati.
L’approvazione etica è stata concessa dal Comitato etico della Scuola di Servizio sociale dell’Università Ebraica. Lo studio è stato condotto in conformità con le linee guida del Comitato etico: le persone partecipanti hanno firmato un modulo di consenso informato e la riservatezza è stata garantita per tutta la durata dello studio, anche mediante l’uso di pseudonimi e l’omissione di qualsiasi dato identificativo dal rapporto finale e da questo articolo. È stato inoltre chiarito alle persone partecipanti che la partecipazione era volontaria e che potevano interromperla in qualsiasi momento e rifiutarsi di rispondere a qualunque domanda. Poiché tutte le interviste sono state condotte online, ci si è adoperati per garantire un’adeguata sicurezza delle informazioni, e tutte le registrazioni, le trascrizioni e i commenti relativi alle interviste sono stati conservati in modo sicuro (Janghorban et al., 2014).
In questa sezione presentiamo una categoria chiave individuata nella nostra analisi: la vicinanza a distanza. Questa categoria si articola in tre sottocategorie relative agli elementi di vicinanza a distanza tra le coppie e le figure terapeutiche di coppia intervistate nello studio: la vicinanza emotiva, la cura limitata e il linguaggio del corpo.
Uno dei modi in cui le persone intervistate hanno percepito e costruito la vicinanza a distanza nel contesto della terapia di coppia online è stato il suo valore nel creare vicinanza emotiva. Le persone partecipanti hanno collegato in larga misura la creazione di vicinanza emotiva all’effetto «visita a domicilio» della terapia di coppia online. Fin dall’inizio della terapia, la vicinanza emotiva, così come la descrive Becky, una donna di 42 anni in una relazione da 16 anni, è stata considerata un aspetto fondamentale del processo:
Intervistatore: Descriva il vostro primo incontro con il terapeuta.
Becky: …Era una cosa molto innovativa, e ho sentito che già questo — poter fare terapia di coppia stando seduta in pantofole (ride)… — creava intimità, una leggerezza…
Intervistatore: Che cosa c’era di intimo per Lei?
Becky: …Credo che il fatto di essere nel nostro soggiorno abbia contato. Lo abbiamo ospitato a casa nostra, ed è stato piacevole. Sembrava una conversazione tra amici… Sembrava una cosa per niente clinica, molto diversa dall’andare nello studio di qualcuno… Avevamo già fatto una terapia di coppia in passato, e lì sembrava di andare dal medico. C’era un senso di estraneità che ci ha fatto smettere dopo poche sedute. Se confronto le due cose, qui non c’era alcuna estraneità… Credo che questo abbia davvero segnato tutto il nostro rapporto con lui da quel momento in poi.
Le parole di Becky stabiliscono un nesso tra la relazione terapeutica che lei e il suo partner avevano cominciato a sviluppare con il terapeuta e l’effetto di qualcosa di simile a una visita a domicilio. Usa parole che sottolineano la dimensione personale — il nostro soggiorno, le mie pantofole, la nostra casa —, ricorrendo ai possessivi per indicare l’appropriazione del processo terapeutico (Pennebaker, 2011). Il risultato è una maggiore intimità e un’alleanza terapeutica più solida. Inoltre, contrapponendo una precedente esperienza di terapia di coppia in presenza, che ha descritto come alienante, alla terapia di coppia online, potrebbe aver collocato la vicinanza emotiva e l’estraneità ai due estremi di un continuum, dando l’impressione che la terapia di coppia in presenza e quella online si trovino ai poli opposti dello spettro.
Le coppie intervistate tendevano a confrontare e contrapporre terapia in presenza e terapia online, ma la realtà delle figure terapeutiche non è così binaria: la terapia online è semplicemente un altro modo di creare vicinanza emotiva, grazie all’invito di chi fa terapia nello spazio naturale della coppia. Questo sentimento è stato espresso da Sharon, terapeuta di coppia abilitata di 45 anni con 12 anni di esperienza:
Quando una coppia viene da me, sono responsabile della loro relazione di coppia… Cioè, anche loro avranno un’alleanza riguardo alla loro relazione di coppia. L’online è meraviglioso… Se sono sullo stesso schermo, quella è l’immagine che vedono; vedono la loro relazione di coppia, nel loro soggiorno, nella loro camera da letto. Io sono extraterritoriale rispetto alla loro relazione di coppia; vengo ospitata a casa loro, il che crea intimità tra me e la loro relazione di coppia, e tra loro due. Questo rafforza moltissimo la loro capacità di essere una coppia, di vedersi come coppia…
Sharon esprime un credo professionale: è sua responsabilità creare un’alleanza tra sé e la coppia, e tra i due partner che formano la coppia. A suo avviso, lo schermo è uno strumento per riuscirci, perché funziona da specchio della relazione di coppia nel suo ambiente naturale. Questa enfasi sullo spazio della relazione è interessante, poiché Sharon sottolinea due punti principali: in primo luogo, si crea un senso di intimità tra lei e la coppia, e tra i due partner, per il fatto di essere extraterritoriale rispetto alla loro relazione pur essendo ospitata a casa loro. In secondo luogo, Sharon osserva che la vicinanza emotiva che si crea, e l’immagine della coppia che i partner vedono sullo schermo, contribuiscono a rafforzare la coppia. Secondo le persone intervistate, la vicinanza emotiva sembra potersi raggiungere in vari modi. È evidente che sia le coppie sia le figure terapeutiche vedono nella vicinanza emotiva un canale che può instaurarsi attraverso lo spazio, che sia all’interno della casa della coppia o tra la coppia e chi la segue in terapia.
Un altro elemento della vicinanza a distanza emerso dalle interviste, sia con le coppie sia con le figure terapeutiche, riguarda l’impossibilità di consolare o di ricevere conforto in un momento di angoscia emotiva. È interessante notare che questo elemento veniva spesso simboleggiato dall’offerta di una scatola di fazzoletti, gesto ben noto in terapia che significa conforto e cura. L’effetto di questa cura limitata è spiegato da Chris, un uomo di 35 anni in una relazione da 10 anni:
Non riesco a descrivere quanto sia frustrante. Shirley [la sua compagna] piangeva davvero… e io automaticamente mi sono messo a cercarle un fazzoletto. E ricordo di essere stato molto arrabbiato… Ho capito che ero arrabbiato con la nostra terapeuta. Perché non le dava lei un fazzoletto? Perché adesso devo mettere da parte i miei sentimenti e occuparmi di nuovo di Shirley? È stato anche un momento in cui all’improvviso ho capito quanta distanza ci sia su Zoom. Fino a quel momento per noi aveva funzionato benissimo, ma quel momento è stato così duro che qualcosa si è incrinato nel mio rapporto con questo formato… Nei colloqui successivi con la terapeuta, le ho detto che temevo che una cosa del genere potesse succedere di nuovo…
L’episodio descritto da Chris è difficile e carico di emozione. La scatola di fazzoletti rappresenta per lui due idee. La prima è il fatto di essere arrabbiato con la terapeuta perché non ha offerto cura o compassione, il che crea una rottura nella loro relazione. Vista con gli occhi di Chris, questa rottura può rappresentare anche ciò che è noto come fallimento empatico (Doss et al., 2004) da parte della terapeuta. In secondo luogo, Chris estende questa rottura al suo rapporto con la modalità della terapia online, che limita la misura in cui la terapeuta poteva offrire cura. Chris la vive come un abisso tra sé e la terapia online come strumento di cambiamento.
Anche le figure terapeutiche di coppia hanno evocato la scatola di fazzoletti come simbolo di una cura limitata, di un’esperienza che manca e dello sviluppo della sintonia con le coppie, come emerge dalle parole di Amy, terapeuta con 10 anni di esperienza:
Sento che l’esperienza [nella terapia online] è carente, parziale, superficiale… Non faccio alcuna preparazione prima che le persone vengano a casa mia, e c’è anche qualcosa nel mio joining, non solo in quello dei pazienti… nell’alleanza terapeutica, in quel luogo, che facilita davvero la mia connessione. Non solo come si sentono i pazienti, ma anche come mi sento io in quel luogo, e credo che questo manchi… E certamente, quando sono in un turbine o in una tempesta, la mia esperienza è molto difficile. Per me è molto duro non poter avvicinare la mia sedia, non poter porgere loro un fazzoletto o un bicchiere d’acqua. In un certo senso mi sento davvero castrata, seduta sulla sedia davanti allo schermo, senza potermi muovere. È un’esperienza molto difficile.
Secondo Amy, lo sviluppo di un’alleanza terapeutica con le coppie si fonda sulla partecipazione all’atto del joining e dell’accoglienza. Descrive la sua esperienza quando queste condizioni di base non sono soddisfatte e la coppia si trova in una situazione emotivamente difficile: la sua posizione professionale si irrigidisce, rendendo difficile ricorrere a tecniche terapeutiche come offrire un bicchiere d’acqua o una scatola di fazzoletti. Di conseguenza, la sua capacità di offrire cura o di costruire relazioni terapeutiche con le persone in terapia risulta compromessa.
In sintesi, sia le coppie sia le figure terapeutiche hanno vissuto una forma di cura compromessa, limitata dalle caratteristiche proprie della modalità online. I casi di cura limitata sono stati messi in luce dal bisogno di una connessione fisica, che si trattasse di ricevere (od offrire) una scatola di fazzoletti o un bicchiere d’acqua, o di favorire un senso di vicinanza tra chi fa terapia e le persone in terapia.
Un altro elemento della vicinanza a distanza emerso dall’analisi è stata la convinzione che il linguaggio del corpo svolga un ruolo significativo nel crearla. Anche questo era un tema ricorrente nelle interviste sia con le coppie sia con le figure terapeutiche, quando parlavano della mancanza di presenza corporea, come emerge dalle parole di Lizzy, una donna di 45 anni in una relazione da 13 anni:
Lizzy: Dicevo a Benjamin che non so che odore abbia il terapeuta, che profumo usi o quanto sia alto. Non so se abbia le gambe (ride). Per quanto ne so, potrebbe finire una seduta con noi e allontanarsi su una sedia a rotelle. Non lo saprei… C’è qualcosa in questo… che rende davvero difficile il legame con lui.
Intervistatore: E com’è in realtà il legame con lui?
Lizzy: Sono molto ambivalente. È davvero un terapeuta meraviglioso. È una persona capace di fare da mediatore tra noi… D’altra parte, c’è [il fatto che]… non so se riesco a fidarmi completamente di lui. Neanche oggi.
Lizzy solleva un punto cruciale riguardo alla fiducia, poiché stabilisce un legame tra la quantità di informazioni fisiche che può raccogliere sul terapeuta e il suo livello di fiducia in lui. È interessante che metta in evidenza l’ambivalenza insita nella terapia di coppia online. Da un lato, la terapia funziona perché riesce a mediare tra i partner e ad aiutarli a migliorare la comunicazione; dall’altro, il terapeuta è soltanto un’immagine su uno schermo, una «testa parlante» anziché una persona a figura intera. L’idea di chi fa terapia come essere soggettivo costruito sulla base dei dati fisici che la persona in terapia può raccogliere compare anche in altre interviste.
Mentre alcune persone intervistate erano più preoccupate dell’assenza fisica, altre si concentravano sull’osservazione ravvicinata del volto. Per Adam, un uomo di 34 anni in una relazione stabile da 5 anni, vedere la terapeuta più da vicino di quanto sia possibile in uno studio compensa l’assenza fisica:
Intervistatore: Come ha percepito il legame tra voi e la terapeuta?…
Adam: È una delle cose che mi hanno sorpreso fin dall’inizio… Il fatto che sia molto sensibile, che ci conosca e ci senta indipendentemente da quello che diciamo… C’è qualcosa nel guardare una persona negli occhi o nel vedere un volto… che è un po’ più difficile su Zoom. Ma d’altra parte la vediamo così da vicino… che possiamo davvero guardarla negli occhi. E i suoi occhi parlano in modo straordinario. Sapevamo che era attenta… quando ci guardava… A volte le venivano le lacrime agli occhi per l’emozione o la tristezza delle storie che le raccontavamo… Il volto di una persona contiene così tante informazioni… C’è il linguaggio del corpo, che manca… Ma non ho sentito che mancasse qualcosa… Ho sentito che questo zoom sul suo volto compensava ciò che perdevamo, forse in termini di linguaggio del corpo.
Pur nella mediazione dello schermo del computer, Adam e la sua partner esprimono un senso di vicinanza fisica alla terapeuta, che può portare alla formazione di vicinanza emotiva e di un legame emotivo. Adam sottolinea anche l’importanza della reciprocità emotiva che si riflette nell’autosvelamento della terapeuta. Attraverso le espressioni del volto possono condividere emozioni e sentimenti, e persino sincronizzarsi. Pur riconoscendo la perdita della presenza fisica, Adam e la sua partner sentono anche che essa è compensata dallo zoom sul volto della terapeuta.
Tornando al punto di vista di chi fa terapia, Anna e Amalia, con rispettivamente 23 e 20 anni di esperienza come terapeuta, approfondiscono la sottocategoria del linguaggio del corpo da una prospettiva clinica. In un’intervista di focus group, offrono spunti su come concentrarsi sul volto della persona in terapia possa compensare la mancanza di presenza fisica:
Anna: Un’altra sfida è che vediamo una parte del corpo e, allo stesso tempo, vediamo il volto… Anche questo è un grande gioco di prestigio… Pratico la terapia Imago… La vicinanza, lo sguardo… Si misura in centimetri… Esattamente la distanza tra il volto della madre e il volto del bambino durante l’allattamento. Non riesco a raggiungere questa vicinanza con i pazienti in studio. Posso raggiungerla solo online… Quindi è vero… Il corpo si perde, ma aumentiamo enormemente la vicinanza.
Amalia: È vero, è… intimo, per come la vedo io. Può essere dall’altra parte del mondo, ma è… intimo… Anche la fonte della voce è molto più vicina… L’esperienza dell’eco è diversa. Ci sono i suoni di sottofondo, i respiri, il pianto… È davvero impossibile ottenere questo in studio.
Anna: Credo che l’online abbia un grande vantaggio in termini degli spazi che il mezzo ci offre, e naturalmente l’esperienza di due corpi in uno spazio è insostituibile. È un’esperienza unica e magica.
Amalia: Sono molto d’accordo. Forse possiamo dire che sono due esperienze diverse… Non c’è bisogno di confrontarle.
Anna e Amalia esprimono, ciascuna a suo modo, diversi vantaggi della terapia online in termini di prossimità tra la persona in terapia e chi la segue e di possibilità di zoomare sulle espressioni del volto. Come per le altre sottocategorie, entrambe considerano la terapia online come un ulteriore strumento del proprio arsenale clinico. Concordano inoltre sul fatto che si tratti di un fattore che contribuisce alla relazione terapeutica, generando vicinanza emotiva e persino un sentimento simile a quello che esiste tra una madre e il suo bambino. Entrambe concordano infine sul fatto che l’esperienza di trovarsi in un unico spazio — insieme come coppia, come nella terapia di coppia tradizionale — sia unica e offra vantaggi specifici.
In sintesi, il linguaggio del corpo è cruciale per creare un’alleanza terapeutica. Sia le figure terapeutiche sia le coppie hanno parlato della mancanza di presenza fisica, da un lato, e dell’osservazione ravvicinata del volto, dall’altro, come estremi opposti di un continuum: l’assenza del corpo è stata vista come dannosa per l’alleanza terapeutica, mentre la possibilità di zoomare sul volto è stata considerata un rafforzamento dell’alleanza terapeutica.
Questo studio si proponeva di esplorare come le coppie e le figure terapeutiche vivano, interpretino e percepiscano la dimensione online nel contesto dell’alleanza terapeutica o della vicinanza a distanza. I nostri risultati hanno messo in luce tre dimensioni che giocano a favore (o a sfavore) dell’alleanza terapeutica nella terapia di coppia online, da entrambi i lati del divano virtuale: la vicinanza emotiva, la cura limitata e il linguaggio del corpo. Sosteniamo tuttavia che, pur essendo presentati qui come dimensioni distinte, questi elementi sono strettamente intrecciati e offrono spunti su come ciascuna parte (persona in terapia o terapeuta) possa adoperarsi per stabilire un’alleanza terapeutica. Per esempio, l’esperienza di intimità può tradursi in una percezione positiva della dimensione del linguaggio del corpo — concentrarsi sul volto dell’altra persona —, mentre la cura limitata può produrre l’effetto opposto. Come abbiamo visto, le coppie intervistate tendevano a confrontare e contrapporre terapia in presenza e terapia online. Ciò può avere implicazioni anche per una fusione tra vicinanza emotiva e linguaggio del corpo, poiché nella stanza di terapia l’una spesso informa l’altro. Infine, l’impossibilità di offrire cura, per esempio porgendo un fazzoletto alla persona in terapia, incide sulla capacità di creare vicinanza emotiva.
Adottare una meta-posizione rispetto ai risultati della ricerca ci consente di osservare le tre dimensioni individuate attraverso la lente della dinamica vicinanza-distanza. Attraverso la vicinanza si entra in intimità con l’altra persona, accedendo al suo spazio privato. In questo spazio condiviso c’è la possibilità dell’ospitalità: creare uno spazio in cui due o più persone possano sentirsi al sicuro e a proprio agio insieme, abbassare le difese e condividere i propri mondi (Panichelli, 2013). Per esempio, le persone intervistate hanno indicato che l’esperienza di ospitare in casa chi le seguiva in terapia le faceva sentire più vicine a quella persona. Inoltre, creare uno spazio condiviso attraverso l’ospitalità consente alla coppia di assumersi la responsabilità del setting e, per estensione, dello spazio terapeutico. La vicinanza emotiva può anche ridurre l’ansia e creare un senso di agio per entrambe le parti. All’altro estremo del continuum, invece, la distanza può portare a una cura limitata, che riduce la vicinanza tra la coppia e chi la segue in terapia. Dal punto di vista del concetto di «oggetto stabile» (Levite & Cohen, 2012), ciò può spiegarsi con la mancanza, per la coppia, di un oggetto di stabilità. I nostri risultati indicano che ciò può portare a rotture dell’alleanza, man mano che l’ansia aumenta e il senso di sicurezza viene compromesso (Eubanks et al., 2019). Anche il linguaggio del corpo risulta incidere sulla dinamica vicinanza-distanza in modi contrastanti. Per alcune coppie e figure terapeutiche, la possibilità di zoomare sulle espressioni del volto accresce il senso di vicinanza tra le due parti e rafforza l’alleanza terapeutica. Per altre, l’assenza di segnali non verbali crea distanza, il che a sua volta nuoce all’alleanza terapeutica.
I nostri risultati integrano e rafforzano quelli di studi precedenti sull’effetto dei segnali non verbali (Downing et al., 2021; Henry et al., 2017). Tuttavia, mentre gli studi precedenti si sono concentrati sulla distanza creata dalla loro assenza, il presente studio getta nuova luce sull’argomento mettendo in evidenza l’asse vicinanza/distanza che emerge dalle preferenze personali delle coppie e delle figure terapeutiche. Non è chiaro, in questa fase, quale influenza abbiano le preferenze di chi fa terapia e delle persone in terapia sulla distanza o sulla vicinanza, e sono necessarie ulteriori ricerche su questo aspetto. Una possibile spiegazione può trovarsi nei limiti della modalità. Poiché la terapia online è bidimensionale, essa crea un effetto di mediazione tra terapeuta e coppia; la comunicazione dipende dalla tecnologia. A causa delle differenze di competenza tecnica e di adattamento agli ambienti online, la percezione di vicinanza o distanza può variare. Nel nostro studio, un’alleanza terapeutica favorevole è stata vissuta da chi si è adattato con successo all’ambiente virtuale. In questa fase non è chiaro che cosa influenzi le preferenze di chi fa terapia e delle persone in terapia riguardo alla distanza o alla vicinanza, e sono necessarie ulteriori ricerche.
I nostri risultati comportano anche raccomandazioni per la pratica clinica. La nostra raccomandazione principale riguarda il coinvolgimento delle persone in terapia in conversazioni terapeutiche collaborative sull’alleanza terapeutica nel setting online. Le figure terapeutiche e le coppie condividono la responsabilità di costruire un’alleanza terapeutica, ma spetta soprattutto a chi fa terapia avviare conversazioni su sentimenti, emozioni e pensieri. Intraprendere tali conversazioni può accrescere il livello di vicinanza emotiva nello spazio terapeutico e quindi approfondire la relazione terapeutica. Ciò è coerente con gli approcci collaborativi e postmoderni che considerano la realtà umana come prodotto della costruzione sociale e del dialogo (Anderson, 2012; Gergen, 2015). Inoltre, le coppie possono sperimentare un senso di cura ridotto, il che può richiedere un maggiore impegno da parte di chi fa terapia per correggere o riparare la situazione. Domande come «Come sarebbe se in questo momento fossi lì con voi di persona?» possono avviare un dialogo sul bisogno di cura delle persone in terapia e avere un effetto di mediazione sulla sensazione di cura limitata. Si raccomanda inoltre che, nel dialogo interiore e terapeutico, chi fa terapia si chieda quali informazioni vengano raccolte (o perse) quando si usano tecnologie online, così da rendere la comunicazione non verbale il più percepibile possibile. Può essere utile integrare il corpo nell’incontro terapeutico ponendo domande legate all’esperienza somatica delle persone in terapia, come: Si concentri ora sul Suo corpo: come si sente quando dice queste parole al Suo partner? In quale parte del corpo lo sente? Inoltre, le figure terapeutiche hanno evocato l’idea dell’ospitalità come mezzo per creare vicinanza emotiva; questa idea è legata al concetto di joining, di importanza cruciale in terapia. Una buona definizione di joining, utile anche nel lavoro online, è la «penetrazione» nel mondo delle persone che partecipano al dialogo per vedere la realtà attraverso i loro occhi e attraverso le emozioni che stanno vivendo (Andolfi, 1983). Quando è fatto in modo appropriato, il joining può manifestarsi ponendo domande su ciò che si vede. Per esempio: che cos’è quel disegno dietro di Lei? In quale stanza vi trovate? I vostri figli dormono? Ponendo questo tipo di domande, chi fa terapia può conoscere e sperimentare le opinioni, i sentimenti e i pensieri della coppia riguardo all’atto terapeutico in un setting online.
Questo studio presenta diversi limiti. In primo luogo, il campione relativamente piccolo e omogeneo di figure terapeutiche israeliane e di coppie con un elevato livello di istruzione limita le interpretazioni al discorso dominante della classe media, rendendo le conclusioni meno trasferibili. In secondo luogo, poiché questa analisi si concentra su coppie di uno specifico contesto sociale e culturale, i suoi risultati sono limitati anche al contesto israeliano, sebbene alcuni aspetti possano applicarsi ad altri contesti. In terzo luogo, il reclutamento è avvenuto in collaborazione con figure terapeutiche israeliane, per lo più in libera professione. Le persone che seguivano — quelle che hanno partecipato a questo studio — potrebbero aver avuto capacità e competenze di coping diverse da quelle di altre persone in terapia. Infine, le coppie che hanno iniziato il lavoro in presenza e sono poi passate alla terapia online potrebbero aver vissuto un effetto diverso sulla propria alleanza terapeutica rispetto alle coppie che hanno fatto esclusivamente terapia online. Alla luce di questi limiti, sono necessarie ulteriori ricerche sulle coppie che partecipano a terapie di coppia online in contesti diversi, con campioni più ampi e diversificati, nonché studi che esaminino l’impatto dell’alleanza terapeutica. Riteniamo che tali ricerche potrebbero contribuire a una migliore comprensione del fenomeno e aumentare la trasferibilità dei risultati e delle interpretazioni. Si prevede inoltre che la ricerca futura affinerà la nostra comprensione delle somiglianze e delle differenze tra terapia online e terapia in presenza.
Questo studio intendeva contribuire alla comprensione delle esperienze e delle percezioni delle coppie e delle figure terapeutiche coinvolte nella terapia di coppia online, con particolare attenzione al concetto di alleanza terapeutica. La nostra analisi ha messo in luce tre aspetti dell’alleanza terapeutica dal punto di vista delle coppie e delle figure terapeutiche intervistate nello studio: la vicinanza emotiva, la cura limitata e il linguaggio del corpo. Questi aspetti sono stati esaminati attraverso la dinamica vicinanza/distanza. Chi fa terapia e chi è in terapia possono avvicinarsi creando vicinanza emotiva (condividendo uno spazio terapeutico attraverso l’atto dell’ospitalità) o concentrandosi sul linguaggio del corpo (come le espressioni del volto). Al contrario, le coppie e chi le segue possono sentire una distanza quando si verifica una rottura nella loro alleanza, come in assenza di linguaggio del corpo o di fazzoletti. È tuttavia importante notare che i tre aspetti qui presentati non sono nozioni fisse, ma costrutti flessibili che possono trasformarsi man mano che vengono esplorati in terapia. Inoltre, il cambiamento dell’ambiente terapeutico è importante, sia per le coppie sia per chi pratica la clinica (Aviram & Nadan, 2022a).
Raccomandiamo quindi di non chiudere gli occhi davanti al setting online, ma di riconoscerlo e di invitare le coppie in terapia a intraprendere conversazioni collaborative al riguardo. Questo riconoscimento e questa esplorazione del qui e ora possono approfondire la vicinanza emotiva, offrire l’occasione di evitare l’esperienza di una cura limitata e aiutare a concentrarsi sulle informazioni raccolte dalle espressioni del volto, rafforzando così l’alleanza terapeutica.
Complexe Systémique: punti chiave
Il merito dello studio è di non scegliere tra entusiasmo e nostalgia: la stessa videoconferenza avvicina alcune persone e ne allontana altre. La lettura sistemica a cui invita sta nello spostamento del setting. Ospitare chi fa terapia nel proprio soggiorno rende la coppia padrona di casa, e quindi corresponsabile del setting; Sharon lo dice a modo suo quando vuole essere «extraterritoriale» rispetto alla relazione che accompagna pur essendovi invitata. Il momento della scatola di fazzoletti mostra il rovescio: quando chi fa terapia non può più compiere il gesto di cura, è il partner a farsene carico, e la seduta rimette in scena la divisione dei ruoli nella coppia. Le raccomandazioni sono modeste ma utili: nominare il setting online, chiedere «come sarebbe se fossi lì?», trasformare il joining in curiosità per la stanza e per i bambini che dormono. I limiti sono riconosciuti: un campione israeliano, con un alto livello di istruzione, reclutato attraverso reti di conoscenze. Da leggere insieme alla rassegna di Lebow e Snyder sulla terapia di coppia negli anni 2020, che colloca la videoconferenza tra gli sviluppi del campo, e all’articolo sulla risonanza, su ciò che chi fa terapia fa delle proprie emozioni in seduta.
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Traduzione non ufficiale in italiano di “I miss not being able to offer my couples a box of tissues…”: Couples’ and therapists’ perspectives on the therapeutic alliance with the transition to online couple therapy, di Alon Aviram e Yochay Nadan, Family Process, vol. 63 (2024), doi: 10.1111/famp.12853, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Articolo originale: «“I miss not being able to offer my couples a box of tissues…”: Couples' and therapists' perspectives on the therapeutic alliance with the transition to online couple therapy», pubblicato in Family Process (2024) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Aviram, A., e Nadan, Y. (2024). “I miss not being able to offer my couples a box of tissues…”: Couples’ and therapists’ perspectives on the therapeutic alliance with the transition to online couple therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/i-miss-not-being-able-to-offer-my-couples-a-box-of-tissues-the-therapeutic-alliance-in-online-couple-therapy (Opera originale pubblicata nel 2024 in Family Process, 63(1) (2024); ripubblicata nel 2024 da Family Process, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/famp.12853)
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