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Journal of Solution-Focused Brief Therapy · Teoria e pratica

Terapia breve: sviluppo di una descrizione centrata

Presentiamo una possibile nuova visione della terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT), basata sullo sviluppo delle descrizioni nelle conversazioni terapeutiche. Questa versione della SFBT tralascia molti aspetti finora accettati del modello, tra cui i compiti, i messaggi di fine seduta, le eccezioni al problema e i complimenti. Affrontiamo la questione della teoria nella pratica centrata sulla soluzione e distinguiamo tra la teoria come meccanismo e spiegazione — un approccio «scientifico» — e una teoria più filosofica, che può fungere per chi pratica da guida utile a ciò cui prestare attenzione. Indichiamo possibili collegamenti tra questa visione del lavoro centrato sulla soluzione e alcuni sviluppi recenti nel campo della cognizione enattiva e della filosofia della mente post-wittgensteiniana, compresa la filosofia narrativa.

Autori Chris Iveson, BRIEF, Londra — Mark McKergow, University of Hertfordshire e sfwork, LondraPrima pubblicazione Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 2, n. 1, 2016Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Brief Therapy: Focused description development, di Chris Iveson e Mark McKergow, pubblicato in Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 2, n. 1 (2016), doi: 10.59874/001c.75113, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. È stato aggiunto un titolo di sezione («Una voce più che un fatto») dove l’originale non ne aveva. Alcuni evidenti refusi del PDF sono stati corretti secondo la lettura voluta: il nome del primo autore («lveson» per Iveson) e quello di John Shotter. Tutto ciò che Complexe Systémique ha scritto all’interno dell’articolo porta il nostro nome. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Ha sentito l’ultima voce che gira…?

Miller e de Shazer, 1998

Una voce più che un fatto

Secondo una tradizione sostenuta da uno dei suoi principali fondatori, la terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT) è rimasta più una voce che circola (un insieme sfumato di idee e pratiche) che un fatto ben definito (Miller & de Shazer, 1998). Dalla pubblicazione dell’innovativo articolo Brief Therapy: Focused Solution Development (de Shazer et al., 1986), il campo ha conosciuto un’evoluzione di vasta portata. Nello spirito della «voce che circola», questa evoluzione è stata documentata più attraverso il racconto che attraverso un discorso accademico rigoroso. Chi pratica si è ispirato tanto ai convegni e alle conversazioni quanto alla parola scritta, e anche quest’ultima si è inserita nella tradizione del racconto: che cosa fare, piuttosto che perché farlo. Questo approccio pratico all’apprendimento e allo sviluppo delle competenze centrate sulla soluzione ha portato grandi benefici a un campo che oggi è mondiale, non solo nella sua forma terapeutica (Franklin, Trepper, McCollum & Gingerich, 2011; Ratner, George & Iveson, 2012), ma anche nelle sue applicazioni alle organizzazioni (Jackson & McKergow, 2002; Berg & Szabo, 2005; Lueger & Korn, 2006; Iveson, George & Ratner, 2011). Esistono inoltre solide prove dell’efficacia della SFBT in contesti molto diversi (si veda Macdonald, 2011, oltre a Franklin et al, 2011, già citato). Tuttavia, l’assenza di contributi centrati sulla soluzione nel mondo accademico più ampio, in particolare in discipline di grande peso come la psichiatria e la psicologia, colloca il campo in un curioso limbo dal punto di vista di chi definisce le politiche pubbliche e finanzia i servizi.

La mancanza di una teoria psicologica «scientifica» ha posto la terapia breve centrata sulla soluzione in una posizione di svantaggio all’interno del campo medicalizzato della salute mentale, nel quale si svolge la maggior parte del discorso accademico. Con questo articolo speriamo di avviare uno sguardo nuovo sulla teoria nel campo centrato sulla soluzione; non una teoria «causale» scientifica, ma una teoria fondata su quell’altro sforzo accademico, altrettanto antico, di fare i conti con il mondo: la filosofia. Potremmo persino cominciare a vedere la terapia breve centrata sulla soluzione come una forma di «filosofia clinica», interessata non tanto alle cause e alle cure quanto alle influenze e alle possibilità.

Complexe Systémique · Nell’atlante

Questo articolo del 2016 è il terreno su cui Mark McKergow ha poi costruito ciò che chiama la nuova generazione della terapia breve centrata sulla soluzione. Sulla neutralità terapeutica e sulla disciplina che richiede, si veda anche Non lasciare impronte, di Chris Iveson.

Sviluppo della terapia breve centrata sulla soluzione

Fra un anno… il nostro modo di pensare il cambiamento sarà cambiato.

Nunnally, de Shazer, Lipchik e Berg (membri dell’équipe originaria di Milwaukee), 1986

Questa conclusione di uno dei primi articoli dell’équipe di Milwaukee è vera oggi come trent’anni fa. La terapia breve centrata sulla soluzione continua a evolversi, ma non come entità unica. È diventata un insieme crescente di idee e pratiche che condividono un antenato comune e, di conseguenza, certe somiglianze di famiglia, ma anche differenze sempre maggiori. Le sue radici affondano in un intreccio complesso di teorie e pratiche terapeutiche, tra le quali spiccano l’approccio sistemico e interazionale del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto, in California (Weakland & Watzlawick, 1974), e gli approcci ipnotici introdotti da Milton Erickson a Phoenix, in Arizona (Haley, 1973). L’MRI si concentrava sull’individuazione degli schemi ripetitivi del comportamento problematico e poi sulla creazione di interventi volti a interrompere tali schemi, in modo che potessero emergere nuove possibilità. Molti di questi interventi si ispiravano al lavoro di Erickson, che era quasi sempre indiretto: creare un’esperienza nuova a partire dalla quale costruire nuovi modi di vivere. L’altro grande contributo di Erickson fu quello di centrare l’attenzione terapeutica sulle risorse della persona stessa: cercare possibilità future all’interno del suo repertorio di comportamenti già esistente (anche se forse non riconosciuto).

Gran parte di chi pratica la terapia breve centrata sulla soluzione è rimasta vicina a queste prime influenze (sintetizzate al meglio in Keys to solution in brief therapy di Steve de Shazer — de Shazer, 1985 —, benché il «progetto» di riferimento per i più sia probabilmente Clues: Investigating solutions in brief therapy, sempre di de Shazer — de Shazer, 1988). Sebbene in questo quadro «il problema» resti necessario, occupa un posto molto meno centrale. È necessario perché le «eccezioni» sono la via privilegiata verso le soluzioni, con un orientamento al futuro diretto verso obiettivi specifici. Nel libro successivo, Putting difference to work (de Shazer, 1991), de Shazer cercò di eliminare del tutto la nozione di problema, senza riuscirci pienamente. La parola vi compare invece sempre scritta problema, alla maniera della sous-rature di Heidegger e Derrida, per indicarne l’irrilevanza rispetto alla «soluzione».

Lasciarsi il problema alle spalle

Lo sviluppo successivo, che rendeva superfluo persino conoscere il problema della persona, venne da diverse fonti, tra cui il lavoro di John Walter e Jane Peller (Walter & Peller, 1992) e quello di Harry Korman e Martin Soderquist (Korman & Soderquist, 1994). A BRIEF, invece di chiedere «Che cosa la porta qui?» — domanda che suscita un racconto del problema —, si cominciò a chiedere «Quali sono le sue migliori speranze riguardo al venire qui?», domanda che invita la persona a specificare un esito (George, Ratner & Iveson, 1999). Con questa domanda la persona è liberata dalla necessità di descrivere un problema (anche se molte scelgono comunque di farlo). Uno sviluppo collegato è che, senza conoscere il problema, è impossibile chiedere delle eccezioni, per cui la seconda domanda divenne la domanda del «miracolo» o del «domani», che suscita una descrizione del futuro preferito della persona. Le domande sulle eccezioni sono allora sostituite dalla ricerca di momenti in cui il miracolo sta già accadendo (Iveson et al., 2011). Quanto più dettagliata era la descrizione del futuro sperato, tanto più era probabile che questi momenti venissero alla luce. Questa maggiore attenzione al futuro preferito della persona (in contrapposizione al futuro temuto, preannunciato da un passato definito dal problema) sembrava avere di per sé un valore terapeutico, e questa constatazione portò a ulteriori sperimentazioni sul modello.

Una riflessione simile sul legame tra le eccezioni e il problema si stava sviluppando anche nell’ambito della consulenza organizzativa. Jackson & McKergow (2002) coniarono il termine «Counters» per descrivere esempi del futuro preferito che si stanno già verificando, o in parte, o a volte, o anche solo un poco. Anche loro erano insoddisfatti del modo in cui le «eccezioni» mantenevano il problema nella stanza, mentre si poteva avere una conversazione più centrata chiedendo in modo più specifico di elementi del futuro preferito che a volte si verificano già. La versione di Jackson e McKergow include inoltre i punti di forza, le abilità, le risorse, la cooperazione e il saper fare pertinenti al futuro preferito (e non semplicemente estranei al problema).

Il «rasoio di Occam»

Numquam ponenda est pluralitas sine necessitate.

Guglielmo di Occam, 1334

Un principio guida del lavoro di de Shazer, mantenuto da BRIEF, è il «rasoio di Occam»; in parole semplici: «non fare più di quanto sia necessario per raggiungere il fine desiderato». Ciò ci obbliga a verificare, e a continuare a verificare, la necessità di ciò che facciamo. Un esempio è stato rinunciare ai compiti. Poiché i progressi delle persone non sembravano dipendere dall’esecuzione dei compiti, era logico metterne alla prova la necessità. BRIEF decise quindi di abbandonare i compiti e di osservare che cosa accadeva agli esiti. Ciò che accadde (in un’indagine, va detto, di dimensioni modeste) fu che il numero medio di sedute diminuì e gli esiti rimasero invariati (Shennan & Iveson, 2011).

Man mano che l’équipe terapeutica diventava più abile nel suscitare descrizioni di futuri possibili e delle storie che potevano sostenerli, prendeva anche maggiore coscienza della propria insignificanza: interventi animati dalle migliori intenzioni, come i compiti e persino l’incoraggiamento, apparivano piuttosto come intrusioni, che interrompevano i progressi della persona invece di favorirli. Allo stesso modo, quando la terapia a seduta singola è un evento frequente, è difficile attribuire molto merito a una «relazione speciale». Il merito va invece attribuito anzitutto alla persona: qualunque cambiamento farà domani avrà il suo scenario già pronto — anche se non in vista — prima che inizi la prima seduta. Il compito di chi conduce la terapia è padroneggiare abbastanza il processo conversazionale da aiutare la persona a descrivere un futuro possibile e a scoprirne la storia potenziale, senza diventare parte interessata nella sua vita. Come si vedrà più avanti nella sezione dedicata alla trascrizione, si tratta di un compito ingannevolmente semplice ma tutt’altro che facile, che richiede un’attenzione acuta a ciascuna delle risposte della persona e decisioni rapide su quali parti di ogni risposta seguire.

Perché facciamo ciò che facciamo? Perché ciò che facciamo funziona?

L’apparente circolarità di queste due domande è una trappola che questo articolo cerca di evitare. La versione della terapia breve centrata sulla soluzione descritta sopra non si è sviluppata «perché funziona», ma attraverso un insieme di tentativi ed errori, deliberati e casuali, a BRIEF. Il «perché funziona» è venuto dopo, quando lo studio di esito successivo non ha mostrato alcuna variazione dell’efficacia a fronte di una riduzione del numero medio di sedute. Continuando a sperimentare, possiamo aspettarci (e sperare) che ciò che facciamo continui a cambiare e continui a funzionare. Ciò che mette in pericolo questa evoluzione è la domanda «Perché ciò che facciamo funziona?», e il pericolo si trova nella parola «perché».

Non appena ci fissiamo su una teoria (x accade perché y; per esempio, la persona è migliorata perché la terapia ne ha aumentato l’autostima), noi, e chi aderisce alla nostra teoria, cominciamo a metterla in pratica (fare y per ottenere x; per esempio, aumentare l’autostima della persona per ottenere il cambiamento). La pratica comincia allora a seguire la teoria e la persona smette di essere l’«esperta». La psicologia positiva ha seguito esattamente questa strada (Seligman, 2011). La sfida, per noi, è mantenere la teoria al servizio della pratica, di ciò che accade realmente, e al tempo stesso rispondere, almeno provvisoriamente, alla legittima domanda Perché ciò che facciamo funziona? Questo ci porta all’annosa questione della «teoria».

Teoria, nessuna teoria e quale tipo di teoria

Penso che le teorie siano, nel migliore dei casi, inutili… Tra le altre cose, una Teoria offre spiegazioni, e le spiegazioni sono dubbie e non sono collegate alle soluzioni.

Steve de Shazer, lista di discussione SFT-L, ottobre 1998

Si dice a volte che la pratica centrata sulla soluzione non abbia teoria, che si tratti di trovare ciò che funziona per ogni persona, qualunque cosa risulti essere. Riteniamo che non possa essere tutta la storia. Esistono molti tipi di teoria. Quella di cui si lamenta Steve de Shazer nella citazione precedente riguarda le spiegazioni: spiegazioni di come la persona sia arrivata alla sua situazione attuale (e quindi di che cosa fare al riguardo) e spiegazioni di come avvenga il cambiamento. Molte scuole terapeutiche hanno teorie di questo tipo: che il cambiamento avvenga cambiando i pensieri, affrontando paure passate, «elaborando» i sentimenti negativi e così via. È una teoria del meccanismo. Teorie dello stesso tipo si trovano nelle scienze naturali, dove il ferro arrugginisce per l’esposizione all’ossigeno, le malattie si diffondono per infezione virale e i pianeti si attraggono a vicenda per effetto della gravità.

In questo tipo di teoria, conoscere la teoria ci aiuta a ottenere i risultati che vogliamo. Così la zincatura (proteggere il ferro con lo zinco) aiuta a prevenire la ruggine (tenendo l’acqua lontana dal ferro), e lavarsi le mani aiuta a prevenire la diffusione delle infezioni (eliminando i batteri). Se vogliamo mandare un razzo sulla Luna, disporre di una teoria della gravità ci aiuterà a calcolare la traiettoria esatta perché il razzo arrivi nel punto giusto, tenendo conto delle attrazioni concorrenti della Luna e della Terra.

La pratica centrata sulla soluzione si distingue (pur non essendo l’unica) per il rifiuto di questo modo di pensare. Non pretendiamo di sapere come le persone che si rivolgono a noi finiscano in difficoltà né che cosa debbano fare per uscirne. Partiamo dal presupposto che conoscere il «perché» (soprattutto dato il numero di «perché» in concorrenza) non aiuterà la persona a fare «qualcos’altro», né possiamo sapere che cosa potrebbe essere questo «qualcos’altro» finché la persona non lo sviluppa nella pratica. Questa posizione di non sapere ci impone di cambiare il nostro modo di ascoltare ciò che la persona dice. Quando abbiamo una teoria, elaboriamo le risposte della persona attraverso quella teoria e poniamo domande che ne derivano. Se abbiamo una teoria causale lineare, potremmo chiedere «Quando è cominciato?». Se abbiamo una teoria sistemica, potremmo chiedere «In che modo questo incide sulle sue relazioni?». C’è allora il pericolo che la teoria cominci a guidare la conversazione o, peggio ancora, che la persona venga forzata a rientrare nella teoria. Non appena cominciamo a pensare in questi termini, che sia per la nostra formazione o per la nostra «intuizione» su questa persona, possiamo soltanto «ascoltare con un orecchio solo», mentre l’altro è impegnato in una conversazione interiore con la teoria.

La teoria come «ciò a cui prestare attenzione»

Per la maggior parte di chi fa scienza, una teoria riguarda un meccanismo, una spiegazione di come funzionano le cose. Ciò funziona bene nei campi delle «molecole», come la fisica, ma nei campi del «significato», come la terapia, dove i significati sono costantemente costruiti e ricostruiti socialmente e pubblicamente, la teoria non può essere separata dal circuito di retroazione della pratica. John Shotter (Shotter, 2005) richiama l’attenzione sulla teoria in uso di chi pratica: i modi in cui ogni professionista ha imparato a che cosa prestare attenzione e come rispondere a ciò che sente. Per quanto utile, non è un’idea semplice. È utile perché offre al campo un modo per studiare e discutere ciò che facciamo e perché lo facciamo. È difficile perché non è una teoria del tipo «A + B causa C», ma una teoria di «processo», più inesatta, in cui ogni volta che A e B si incontrano si sfregano l’uno contro l’altro in modi imprevedibilmente diversi, così che C non appare mai esattamente uguale; la nostra comprensione delle relazioni tra A, B e C è sempre provvisoria, sempre bisognosa di aggiustamenti. Se poi teniamo conto dell’«influenza dell’osservatore», cioè del fatto che il modo in cui guardiamo le A, le B e le C fa differenza in ciò che vediamo (e nel modo in cui ciascuna reagisce all’essere osservata), è facile capire perché chi lavora sul campo possa decidere di rinunciare del tutto alla teorizzazione.

Fortunatamente, praticare questa «filosofia clinica» è più facile che parlarne e scriverne. Una persona professionista può osservarne un’altra al lavoro e notare quali aspetti della sua pratica sembrano produrre effetti positivi. Può notare in particolare una variazione nell’uso di una tecnica specifica, come la «domanda del miracolo», che porta a un tipo diverso di conversazione. Quando chi conduce la terapia e chi osserva si confrontano dopo la seduta, parleranno di questa differenza, considereranno come modifica le loro idee sul processo terapeutico, valuteranno se possa essere generalizzata e adattata ad altre persone e, nelle settimane successive, parleranno delle differenze che cominciano a emergere nel fare e nel pensare la terapia. Tutto ciò può avvenire in riunioni cliniche formali o in frammenti di conversazione in corridoio: è ciò che chiameremmo pratica e teoria in evoluzione, ed è associato alla «buona pratica», qualunque sia il modello di terapia.

Una differenza molto marcata tra le conversazioni centrate sulla soluzione e quelle di molti altri modelli risiede nel modo di ascoltare, come sintetizzano McKergow & Korman (2009). Se un modello si basa su una teoria esplicativa con un proprio linguaggio e proprie convinzioni, la terapeuta deve al tempo stesso ascoltare le parole del cliente e «tradurle» nel linguaggio della teoria. Deve anche ottenere la cooperazione del cliente con la propria posizione teorica, e un modo per riuscirci è cominciare a parafrasarne le risposte. Se il cliente è d’accordo con questo lieve spostamento del significato dato alle sue parole, si sente ascoltato e forse compreso in un modo nuovo e coinvolgente. Se non è d’accordo, può dirlo, e la terapeuta adatterà le proprie parole finché non si trova una corrispondenza. (È a questo punto, di solito molto precoce, che le procedure terapeutiche «manualizzate» cominciano a vacillare, poiché è impossibile manualizzare questo processo di aggiustamento.)

La «corrispondenza» che cerca chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione riguarda una descrizione delle aspirazioni della persona, non una comprensione del suo problema, e per questo occorre affidarsi al linguaggio della persona, poiché è quello che rappresenterà con maggiore precisione le sue aspirazioni. Le ricerche di microanalisi di Janet Bavelas e del suo gruppo (Korman, Bavelas & De Jong, 2013; Tomori & Bavelas, 2007) mostrano che chi pratica questo approccio usa le parole della persona significativamente di più, e introduce i propri concetti significativamente di meno, rispetto a qualsiasi altro modello studiato. Sentirsi restituire le proprie parole è un altro modo in cui la cliente saprà di essere ascoltata con attenzione.

Anche se si cerca di ascoltare tutto ciò che la persona dice, non si può rispondere a tutto: bisogna scegliere quale parte della sua risposta sarà più utile per costruire la domanda successiva. Per questo un modello è indispensabile: abbiamo bisogno di un quadro coerente per operare queste scelte. Possiamo ascoltare tutto, ma selezioniamo con molta cura ciò a cui prestiamo attenzione, ed è questa selezione a orientare la conversazione verso cause passate, sfide presenti o possibilità future. Il modello che proponiamo qui si basa sulla descrizione.

Tre elementi chiave nelle prime sedute di terapia

La versione piuttosto essenziale della terapia breve centrata sulla soluzione praticata a BRIEF consiste in tre domande, fondate sul presupposto che ogni persona, comprese quelle obbligate a presentarsi, abbia una buona ragione — un esito desiderato — per essere lì.

1

Quali sono le sue migliori speranze riguardo al nostro lavoro insieme? (Il «contratto», o ciò che McKergow e Jackson (2002) chiamano la «piattaforma» e Korman (2004) definisce il «progetto comune»)

2

Come saprà che queste speranze si stanno realizzando? (Il futuro preferito della persona)

3

Che cosa sta già facendo che potrebbe contribuire alla realizzazione di queste speranze? (La storia del futuro preferito)

Esistono molte versioni di queste domande, ma ciò che le accomuna è l’attenzione alla descrizione, e soltanto alla descrizione: la descrizione generale di un esito, una descrizione più dettagliata (che magari inizia con una domanda del «miracolo» o del «domani») e una descrizione dei momenti passati e presenti in cui il futuro sperato si sta già verificando (di solito riassunti in una scala).

Questo processo è esemplificato nel caso di Mary riportato qui sotto. Il terapeuta resta interamente nel campo della descrizione, senza tentare in alcun modo di introdurre idee proprie su ciò che Mary «ha bisogno di fare». Anzi, si impegna per tutto il tempo a mantenere una neutralità rispetto a ciò che la cliente farà domani (una neutralità che abbandonerebbe soltanto se pensasse che lei o qualcun altro potrebbe subire un danno grave).

Esempio clinico: Mary e l’abbraccio

Il caso riguarda Mary, una donna di circa quarantacinque anni che si è rivolta a BRIEF su invio della medica o del medico di base, a causa di una depressione e della preoccupazione per il rischio di suicidio.

Una volta chiarita la speranza di Mary — avere un senso di pace e di speranza nel futuro, e non essere continuamente trascinata indietro nel passato (il contratto) —, il terapeuta introduce la seguente domanda del «miracolo» (a cinque minuti dall’inizio di questa seduta):

Intervistatore – Se stanotte, mentre dorme, accadesse un miracolo, e non cancellasse il passato, ma impedisse al passato di rovinarle il futuro, e siccome stava dormendo quando è accaduto lei non lo sapesse, qual è la prima cosa che noterebbe al risveglio domani che comincerebbe a dirle che ha questo senso di pace e di accettazione?

Mary – Credo che probabilmente saprei… la cosa più importante che saprei è che vado bene così come sono. Che non devo dimostrare niente né cercare continuamente l’approvazione delle persone che mi hanno delusa e mi hanno portata dove sono. Che io, per me stessa, vado bene.

Intervistatore – Allora, a che ora è probabile che si svegli domani?

La risposta globale della cliente viene accolta (in modo non verbale) e poi la si invita a pensare in piccolo. È una delle vie d’accesso più utili a una descrizione dettagliata: collocarla in un momento e in un luogo precisi e familiari. La cliente passa a descrivere la colazione, il tragitto in auto e l’arrivo in palestra, l’allenamento, l’incontro con delle amiche, il pranzo, la lettura di un libro e una telefonata con la sorella. Queste descrizioni rientrano in tre grandi categorie: ciò che nota in sé stessa, come appare agli altri e ciò che accade tra lei e queste altre persone.

A venticinque minuti dall’inizio della seduta, il terapeuta invita a descrivere quello che intuisce essere uno dei momenti più significativi della giornata della cliente: il momento in cui il suo compagno scopre il suo stato «post-miracolo» e vi reagisce. Il compagno è uscito per andare al lavoro prima che lei si svegli, quindi scoprirà il «miracolo» quando tornerà a casa la sera. Essendo ciascuno la persona più importante nella vita dell’altro, questo incontro racchiuderà molte possibilità. (È un esempio di co-costruzione: non si tratta di chi guida, se la cliente o il terapeuta; la cliente ha fornito al terapeuta un’informazione su cui lui può agire. Se non dovesse rivelarsi un momento significativo per la cliente, possiamo passare ad altro.) La descrizione inizia qualche minuto prima dell’arrivo del compagno, ancora una volta con una domanda che imposta la scena.

Intervistatore – E quando torna a casa Jeff?

Mary – Di solito verso le cinque o le sei.

Intervistatore – D’accordo. E che cosa proverebbe allora, in quella mezz’ora circa prima che lui rientri? Che cosa le direbbe, in quel momento, che il miracolo continua a funzionare per lei?

Mary – Probabilmente starei… invece di chiuderci tutti e due in casa per la serata, magari penserei a dove potremmo uscire noi due soli, magari per una passeggiatina insieme o semplicemente per fare qualcosa: passo troppo tempo in casa.

Intervistatore – Dove le potrebbe venire in mente di andare a passeggiare?

Mary – Abitiamo abbastanza vicino a una spiaggia, quindi magari lì.

Ancora prima che il compagno rientri, la relazione tra loro, ciò che fanno insieme, sta cambiando, preparando così il terreno per un’interazione diversa.

Intervistatore – E qual è la prima cosa che lui noterebbe rientrando a casa, ancora prima che lei parli? Proprio la primissima cosa?

Mary – Avrei… invece di un’espressione preoccupata, stressata, ansiosa, forse un sorriso.

Intervistatore – D’accordo. E qual è la prima cosa che lei noterebbe nella reazione di lui, ancora prima che parli?

Mary – Credo che il mio linguaggio del corpo sarebbe così… sa, di solito è lui che deve venire a cercarmi, mentre immagino che io sarei pronta ad andare ad abbracciarlo. Capisce? Quindi…

Intervistatore – Sverrebbe, o…?

Mary – Forse, sì, assolutamente. Bisognerebbe tenere pronti i soccorsi, sì. Credo che sarebbe uno shock, ma uno shock piacevole, non uno shock vero e proprio.

Intervistatore – E dove succederebbe? Dove lo abbraccerebbe?

Mary – Immagino che… perché lo sento quasi sempre parcheggiare. Non vado mai alla porta. Lo lascio entrare dalla porta e venire a cercarmi. Mentre invece probabilmente andrei io a cercarlo.

Intervistatore – D’accordo, quindi sarebbe una cosa diversa…

Mary – Sì.

Intervistatore – E che cosa noterebbe nel suo modo di abbracciarlo che si accorda con questo senso di pace e di piacere, di essere sé stessa?

Mary – A volte lui racconta che quando mi chiede un abbraccio… mi ha detto: “Quando ti chiedo un abbraccio…” e io glielo do, lui fa: “Sei rigida e quasi… mi abbracci, ma mi stai respingendo”. Quindi immagino che sarebbe un abbraccio molto più naturale, aperto, in cui mi sentirei abbastanza rilassata e al sicuro per farlo. Non rigido e contratto.

Intervistatore – E che cosa noterebbe nella reazione di lui al suo abbraccio e a quella specie di rilassatezza…?

Mary – Credo che sarebbe felicissimo di sentire com’è un abbraccio che non deve a) chiedere, né b) in cui viene respinto.

Intervistatore – E che cosa noterebbe nelle sue braccia?

Mary – Credo che mi stringerebbero piuttosto forte e che probabilmente mi terrebbero più a lungo del solito.

Intervistatore – D’accordo. E che cosa noterebbe nel modo in cui lei lo vive?

Mary – Credo che sarebbe piuttosto difficile, perché ci si abitua talmente a fare le cose in un certo modo. Che sia bene o male, si è fatti così. Quindi credo che viverlo sarebbe un’esperienza piuttosto nuova.

Intervistatore – E se ha voglia di abbracciarlo?

Mary – Non voler lasciarlo andare nemmeno io, invece di voler interrompere quell’abbraccio.

Intervistatore – D’accordo.

Mary – Perché in questo momento è tipo: “Ok, abbraccio, veloce, togliamoci il pensiero”. Mentre invece sarebbe godersi davvero l’abbraccio e sentirlo, invece di farlo e basta e staccarsi.

Questa descrizione dell’abbraccio dura circa tre minuti, molto più a lungo di quanto probabilmente durerà l’evento stesso. Durante la descrizione si produce un cambiamento visibile sul volto della cliente e nel suo tono di voce, il che fa pensare che la descrizione stia suscitando una qualche esperienza sentita. Non è una descrizione «casuale». Un simile dettaglio non emerge senza un’attenta preparazione della scena, che aiuta a collocare il futuro della cliente all’interno delle sue abitudini quotidiane.

Si dedica un po’ di tempo al momento successivo all’abbraccio, poi si passa alla «scena» seguente:

Intervistatore – E che cosa noterebbe in lui quando alla fine vi staccherete dall’abbraccio?

Mary – Credo che forse sarebbe molto contento di aver vissuto un… di non dover sempre voler chiedere. Di trovare… sa, che io riconosca i suoi bisogni e sia capace di farlo davvero per lui.

Intervistatore – E come saprebbe lui che a lei ha fatto piacere quell’abbraccio? Che cosa noterebbe in lei?

Mary – Perché non scapperei via da lui, pensando alla prossima cosa da fare. È come se abbracciare Jeff fosse sulla lista: devo farlo e poi devo mettermi a fare questo e quello. Probabilmente resterei semplicemente lì con lui, magari, a chiacchierare della sua giornata invece di correre via a fare qualcos’altro.

Intervistatore – È allora che potrebbe proporre una passeggiata, o sarebbe…?

Mary – Dopo cena, forse.

Intervistatore – Dopo cena? D’accordo. E che cosa potreste mangiare a cena?

Esperienza e descrizione

Per semplificare (o, più probabilmente, storpiare e travisare) Wittgenstein, da cui de Shazer trasse molta ispirazione, le conversazioni comprendono in genere espressioni di sentimenti, descrizioni di azioni e spiegazioni degli uni e delle altre. Per Wittgenstein la descrizione era la più chiara. Le descrizioni devono riguardare qualcosa di aperto e visibile, perché si possa vedere e concordare che la descrizione è accurata (Wittgenstein, 1953). Questo significa «restare in superficie», nei termini di Steve de Shazer (de Shazer, 1991): parlare di ciò che la persona fa nel proprio ambiente e in risposta a esso.

Le descrizioni che cerchiamo nella stanza di terapia sono descrizioni dall’aspetto innocuo, quotidiane e banali, di eventi normali, che si collochino nel possibile futuro preferito della persona, nel presente o nel passato. Dall’esempio risulta chiaro che il terapeuta non ignora il «mondo interiore» delle emozioni della cliente: pone spesso domande come «Le farebbe piacere…?», ma questa esperienza interiore o privata del piacere viene poi tradotta nello spazio pubblico delle azioni descritte («Probabilmente resterei semplicemente lì con lui»). Per tutto il tempo, l’attenzione è rivolta alla descrizione piuttosto che alla spiegazione.

Protendersi verso l’esterno: cognizione incarnata ed enattiva

L’apparente esperienza emotiva di Mary, che accompagna la sua descrizione, dà peso all’idea che la mente sia «incarnata» anziché racchiusa entro i confini del cranio, e che la cognizione sia «enattiva», cioè costituita dalle nostre interazioni con il mondo più che dall’elaborazione di tutti i messaggi che provengono dal mondo. Le teorie della cognizione incarnata ed enattiva hanno guadagnato terreno sia nelle discipline psicologiche sia in quelle filosofiche (Clark & Chalmers, 1998; Varela, Thompson & Rosch, 1991), e le loro implicazioni per la terapia stanno ancora delineandosi. Tutto sembra annunciare la fine della separazione tra corpo e mente, che ci ha permesso di immaginare, per esempio, che un giorno sarà possibile «conoscerci» pienamente semplicemente comprendendo come funziona il cervello.

La cognizione enattiva (si vedano per esempio Hutto e Myin, 2013) mette in discussione la visione convenzionale della mente come una sorta di computer che riceve informazioni da elaborare per produrre comportamenti. Questi autori vedono invece il pensiero come una sola parte di un processo cognitivo che coinvolge la persona intera. In modo simile a Wittgenstein (Moyal-Sharrock, 2013), l’enattivismo sostiene che la mente non ha una funzione mentale indipendente, per cui andare in cerca di desideri e credenze in una mente chiusa nel cranio è un’impresa vana. Sono le persone, e non le menti o i cervelli, a credere e desiderare, e lo fanno nelle loro azioni e interazioni con il mondo, comprese le altre persone. Nella prospettiva enattiva, l’esperienza non è il prodotto di processi cognitivi: è il modo in cui noi, in quanto «persone intere», operiamo direttamente con il mondo.

È con questa nozione che BRIEF si è imbattuta applicando il rasoio di Occam. Man mano che l’équipe terapeutica di BRIEF si concentrava di più sulla descrizione e meno sull’azione, ha preso coscienza di cambiamenti inattesi «in seduta» nel modo di stare della persona nella stanza. Non solo cambiamenti d’umore associati a una conversazione centrata sugli esiti, ma un cambiamento complessivo nell’esperienza di sé che la persona descriveva in quel momento. In questi casi sembrava che la descrizione di un futuro preferito portasse all’esperienza effettiva di (qualcosa di simile a) quel futuro, piuttosto che a una «mappa cognitiva» di qualcosa che deve ancora accadere.

Quando Mary descrive il futuro che vorrebbe avere, pur non vedendo alcuna possibilità che si realizzi, la descrizione, proprio perché così dettagliata, non è più soltanto una possibilità immaginata: diventa un’esperienza in sé. Mary non si limita a descrivere un futuro possibile: vive quel futuro e diventa così una persona con quelle esperienze, una persona con speranza che non deve essere «risucchiata nel passato». È quindi possibile che l’esperienza di co-creare una descrizione dettagliata sia di per sé un intervento terapeutico potente, in cui la conversazione è la cosa stessa e non qualcosa che verte «sulla» cosa.

Descrizione e narrazione

Gli esseri umani sono narratori: ci piace «unire i puntini» tra le nostre esperienze e creare «narrazioni» che diano in qualche modo senso alla nostra vita. Queste narrazioni influenzano poi le nostre aspettative e, di conseguenza, le nostre ambizioni per il futuro. La nostra capacità di raccontare storie è stata oggetto di molti dibattiti e teorizzazioni filosofiche.

A un’estremità dello spettro, il «narrativismo forte» (nella sua forma più semplice) sostiene che costruiamo il «sé» attraverso le storie che raccontiamo e che il sé può quindi essere riformato cambiando le storie. Il filosofo Anthony Rudd (Rudd, 2012) sostiene che il sé «viene a esistere solo attraverso il suo essere narrato» (Rudd, 2012, p. 1). Cambiare la narrazione dovrebbe dunque cambiare il sé. È questa l’idea che sta al cuore della terapia narrativa (White & Epston, 1990). Un narrativismo più modesto è proposto da Dan Hutto, secondo cui i resoconti che diamo della nostra vita, le nostre narrazioni, hanno una funzione più metaforica, «una forma naturale di comprensione di sé e di modellamento di sé» (Hutto, 2014), che riporta l’infinita complessità delle nostre vite a dimensioni più gestibili. Gli aspetti della nostra esperienza che scegliamo di inserire nella storia della nostra vita influenzeranno senza dubbio la vita che conduciamo, ma quella vita non sarà determinata soltanto dalla storia. La storia non è la persona e la persona non è la storia; la storia è solo un veicolo per dare senso alla vita e al nostro posto nella vita. Così, quanti più elementi vengono ammessi nella storia del nostro passato, tante più possibilità è probabile che vedremo nel futuro. Le eccezioni (alla storia del problema) e i momenti (della storia del futuro preferito) aggiungono gli uni e gli altri nuovi elementi da cui trarre quella «comprensione di sé e modellamento di sé».

Ciò che è cruciale in questo processo è che chi conduce la terapia resti neutrale rispetto ai passi futuri che la persona potrebbe scegliere di compiere. Qualsiasi tentativo, per quanto sottile, di indirizzare la persona verso l’azione rischia di essere vissuto come una forma di espropriazione: usare le idee della persona per alimentare le (buone) intenzioni di chi conduce la terapia. Solo restando nella descrizione si può mantenere questa neutralità e lasciare alla cliente il pieno governo della propria vita. Allo stesso modo, non si tratta di creare un’esperienza emotiva: farne un obiettivo significherebbe presumere che sia giusta per la persona. L’esperienza emotiva che può nascere da una descrizione va vista piuttosto come un valore aggiunto: uno dei tanti modi in cui la SFBT incide sulle vite, e uno di quelli particolarmente associati a un cambiamento rapido.

Conclusioni

Questo articolo è partito dall’idea di trovare una casa teorica per la terapia breve centrata sulla soluzione (e per le sue ramificazioni), ma una casa che non vincolasse né dirigesse lo sviluppo continuo del modello. Il meglio che siamo riusciti a fare è seguire l’abitudine del paguro e trovare una casa che si adatti senza imporsi, e che possa essere scambiata con un’altra man mano che la nostra pratica e la nostra riflessione sulla pratica evolvono.

La nuova «casa» somiglia molto a quella offerta da Wittgenstein alle prime idee di de Shazer, ma l’abbiamo ampliata con idee tratte da sviluppi attuali della filosofia, che non offrono spiegazioni causali ma possibili schemi di influenza: quando A e B si incontrano, spesso compare qualcosa di simile a C. O, più precisamente, quando poniamo domande sul futuro sperato di una persona, pensiamo che le sue risposte mettano in moto pensieri, emozioni e azioni diversi che la portano ad avere modi più ricchi di vedersi all’interno della propria vita: una storia più ricca da cui scegliere una visione del proprio passato e una gamma più ampia di possibilità nel proprio futuro. Dobbiamo anche ammettere di aver dipinto un quadro alquanto caricaturale delle teorie psicologiche «causali». Non sono entità omogenee, e vi sono molti punti d’incontro tra psicologia e filosofia, così come tra il numero crescente di terapie orientate alle risorse.

In definitiva, speriamo semplicemente di aver mostrato che dietro la pratica centrata sulla soluzione vi è tanta legittimità intellettuale quanta pragmaticità, e che questa forma di teoria sostiene lo sviluppo continuo di un modello che non offre alcun modo di sapere che cosa una persona dovrebbe fare dopo. La nostra esplorazione teorica nasce dalla pratica, come si vede nella trascrizione di «Mary», e resta quindi guidata dalla pratica. Se avessimo l’ardire di immaginare la reazione di Steve de Shazer a questi sviluppi, potremmo aspettarci che sarebbe più che soddisfatto nel vedere che i «fatti» come li conosciamo oggi sono sostenuti dalle «teorie» di Wittgenstein tanto pienamente quanto i «fatti» che lui e la sua équipe scoprirono trent’anni fa:

La difficoltà — potrei dire — non è quella di trovare la soluzione, ma piuttosto quella di riconoscere come soluzione qualcosa che sembra esserne soltanto un preliminare… Ciò è connesso, credo, al fatto che ci aspettiamo erroneamente una spiegazione, mentre la soluzione della difficoltà è una descrizione, se le diamo il posto giusto nelle nostre considerazioni. Se ci soffermiamo su di essa e non cerchiamo di andare oltre. La difficoltà qui è: fermarsi… perché si è già «là» dove si ha bisogno di essere; non c’è alcuna necessità di «andare oltre» le proprie circostanze presenti: il modo di «andare avanti» può essere trovato «là».

Zettel di Wittgenstein (1981), sezione 314

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Gli autori

Chris Iveson è cofondatore (con Harvey Ratner ed Evan George) di BRIEF, un centro indipendente per l’insegnamento e la pratica della terapia breve e del coaching centrati sulla soluzione. Assistente sociale e terapeuta familiare di formazione, è stato in larga misura responsabile — insieme ai colleghi di BRIEF — dell’introduzione della pratica centrata sulla soluzione nel Regno Unito. Sempre con Ratner e George, Iveson è autore di diversi libri e di numerosi articoli su vari aspetti della pratica centrata sulla soluzione ed è noto in particolare per la sua costante applicazione del rasoio di Occam, la disciplina che consiste nel verificare continuamente la validità di ogni presupposto e la necessità di ogni componente della pratica terapeutica.

Mark McKergow è direttore del Centre for Solutions Focus at Work di Londra e visiting research fellow presso il Dipartimento di Filosofia della University of Hertfordshire (Regno Unito), dove lavora per ampliare le radici e i collegamenti accademici della SFBT in rapporto al più recente pensiero post-wittgensteiniano, come la cognizione enattiva e la filosofia narrativa. Dirige il polo di ricerca HESIAN dell’università, che pubblica regolarmente aggiornamenti sulla ricerca in SFBT.

Articolo originale Brief Therapy: Focused description development, di Chris Iveson e Mark McKergow, pubblicato in Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 2, n. 1 (2016), doi: 10.59874/001c.75113, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza; è stato aggiunto un titolo di sezione dove l’originale non ne aveva. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Brief Therapy: Focused description development», pubblicato in Journal of Solution-Focused Brief Therapy (2016) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Iveson, C., & McKergow, M. (2016). Brief Therapy: Focused Description Development. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/brief-therapy-focused-description-development (Opera originale pubblicata nel 2016 in Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 2, n. 1; ripubblicata nel 2016 da Journal of Solution-Focused Brief Therapy, https://journalsfp.org/article/75113)

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