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Systemic Practice and Action Research · Pratica sistemica

Mobilità epistemica nell’intervento complesso: ripensare la conoscenza nella pratica sistemica

Perché tanti interventi complessi si arenano nonostante le competenze messe in campo? Per Clas Mellby, della Chalmers University of Technology, l’ostacolo risiede spesso nella conoscenza stessa, irrigidita in aspettative di previsione e di controllo. L’articolo propone due nozioni, l’inerzia epistemica e la mobilità epistemica, e le illustra con un’iniziativa municipale svedese.

Testo di Clas Mellby (Department of Technology Management and Economics, Chalmers University of Technology, Göteborg, Svezia)Prima pubblicazione Systemic Practice and Action Research, 3 luglio 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Epistemic Mobility in Complex Intervention: Rethinking Knowledge in Systemic Practice, di Clas Mellby, pubblicato in Systemic Practice and Action Research (Springer) (2026), doi: 10.1007/s11213-026-09774-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’intervento non diventa meno disciplinato. Diventa disciplinato in un altro modo.

Clas Mellby

Abstract

Questo articolo sostiene che la conoscenza nell’intervento non dovrebbe essere concettualizzata come un insieme di tipi statici, ma come un orientamento dinamico che deve spostarsi in relazione al mutare delle dinamiche situazionali. In condizioni di complessità, l’intervento vacilla quando l’orientamento epistemico resta ancorato ad aspettative di controllo predittive e analitiche, anziché muoversi verso un impegno adattivo e relazionale. La competenza centrale dell’intervento complesso non è dunque l’accumulo di competenze specialistiche, ma la coltivazione della mobilità epistemica. L’articolo sviluppa l’inerzia epistemica e la mobilità epistemica come lenti analitiche e ne discute le implicazioni per chi opera nella pratica sistemica in condizioni di causalità distribuita e di incertezza. La mobilità epistemica designa la capacità, all’interno dell’intervento, di riconfigurare il modo in cui la conoscenza viene mobilitata man mano che le dinamiche relazionali evolvono. Implica riconoscere quando il ragionamento predittivo e analitico è disallineato rispetto alle dinamiche emergenti e passare a un impegno adattivo, relazionale ed esplorativo senza rinunciare alla responsabilità né alla coerenza. La mobilità epistemica riguarda quindi l’allineamento del conoscere alle dinamiche in evoluzione della situazione, piuttosto che l’accumulo di informazioni aggiuntive. L’inerzia epistemica designa la persistenza di orientamenti conoscitivi stabilizzati nonostante i cambiamenti delle dinamiche situazionali. Si verifica quando modi di conoscere predittivi, scompositivi e orientati al controllo continuano a guidare l’intervento in condizioni che richiedono un impegno adattivo e relazionale.

Parole chiave: mobilità epistemica, intervento sistemico, inerzia epistemica, orientamento della conoscenza, complessità

Introduzione: il vincolo nascosto nell’intervento complesso

Gli interventi in contesti organizzativi complessi vacillano spesso nonostante un alto livello di competenza, strumenti analitici sofisticati e un forte impegno professionale. Quando le iniziative si arenano o i risultati si discostano dalle aspettative, le risposte consistono di frequente nell’intensificare l’analisi, nel definire più chiaramente i ruoli o nel rafforzare i meccanismi di rendicontazione. Tuttavia, tali misure non sempre producono la chiarezza o i progressi attesi.

Da una prospettiva sistemica (Midgley 2000), queste situazioni vengono comunemente interpretate in termini di vincoli strutturali, dinamiche politiche o incentivi disallineati. Sebbene tali fattori diano indubbiamente forma all’intervento, questo articolo sostiene che al di sotto di essi opera spesso un vincolo meno visibile: la persistenza di orientamenti conoscitivi stabilizzati, calibrati su aspettative ordinate di prevedibilità e controllo.

In condizioni di complessità, in cui la causalità è distribuita e i risultati emergono in modo non lineare (Cilliers 1998; Stacey 2011), un intervento efficace non richiede semplicemente più conoscenza, ma un modo diverso di mobilitarla. Quando l’orientamento epistemico resta ancorato a un ragionamento predittivo e scompositivo nonostante il mutare delle condizioni del sistema, l’intervento può riprodurre involontariamente proprio le dinamiche che intende trasformare.

Questo articolo introduce i concetti di inerzia epistemica e di mobilità epistemica per chiarire come la conoscenza si muove — o non riesce a muoversi — all’interno dell’intervento complesso. Sostiene che la sfida centrale della pratica sistemica in condizioni di complessità non sia l’accumulo di competenze, ma la coltivazione della mobilità epistemica: la capacità di riconfigurare il modo in cui la conoscenza viene mobilitata man mano che le dinamiche situazionali evolvono.

L’articolo è guidato dalla seguente domanda di ricerca:

In che modo l’inerzia epistemica vincola l’intervento in condizioni di complessità, e come si può coltivare la mobilità epistemica all’interno della pratica sistemica?

Per esplorare questa domanda, l’analisi è strutturata attorno a due sottodomande analitiche:

1. Come si manifesta l’inerzia epistemica nei contesti di intervento complesso?

2. Che cosa caratterizza la mobilità epistemica come competenza pratica nell’intervento sistemico?

Per agevolare la lettura, l’articolo usa talvolta «conoscenza» come forma abbreviata per indicare le forme stabilizzate di conoscere messe in atto nella pratica.

Collocare il contributo nelle tradizioni della pratica sistemica

L’intervento non è mai epistemicamente neutro. Le concezioni del conoscere basate sulla pratica hanno sottolineato che la conoscenza viene messa in atto più che semplicemente posseduta (Schön 1983; Tsoukas 2005; Weick 1995). Ogni tentativo di influire su un sistema sociale presuppone assunti su come quel sistema possa essere conosciuto, previsto e fatto oggetto di azione. Che siano esplicitamente formulati o tacitamente condivisi, questi assunti determinano ciò che conta come informazione pertinente, quali forme di competenza vengono mobilitate e come viene interpretata la responsabilità quando i risultati si discostano dalle aspettative.

In contesti relativamente ordinati, i modi di conoscere predittivi e scompositivi funzionano spesso efficacemente, in particolare dove le relazioni causali possono essere stabilizzate mediante l’analisi (Stacey 2011). I problemi possono essere scomposti nelle loro componenti, le relazioni causali possono essere ricostruite e le competenze possono essere applicate per produrre risultati affidabili. In tali condizioni, l’intervento è guidato dall’aspettativa che un’analisi sufficiente produca un controllo sufficiente.

I sistemi complessi, tuttavia, mettono in discussione queste aspettative. La causalità è distribuita anziché lineare; le interazioni generano configurazioni emergenti che non possono essere pienamente anticipate; e i risultati diventano intelligibili solo retrospettivamente. In tali contesti, la conoscenza non può limitarsi alla previsione e al controllo. L’intervento richiede invece forme di impegno adattive, relazionali e sperimentali.

La difficoltà non nasce dal fatto che la conoscenza predittiva sia intrinsecamente difettosa, ma dal fatto che gli orientamenti conoscitivi che funzionano bene nei contesti ordinati tendono a stabilizzarsi. La formazione professionale, le strutture di rendicontazione e le norme istituzionali rafforzano le aspettative di chiarezza, lungimiranza e controllo. Di conseguenza, quando le condizioni del sistema si spostano verso la complessità, l’orientamento epistemico può restare calibrato su assunti di ordine.

Da una prospettiva sistemica, la sfida dell’intervento complesso non consiste dunque soltanto nell’acquisire nuove informazioni o nell’applicare strumenti migliori. Consiste nel riconoscere quando la logica di fondo del conoscere deve cambiare. Questa dimensione dinamica della conoscenza — il modo in cui si stabilizza, persiste ed eventualmente si riconfigura — resta poco teorizzata nella pratica sistemica. Le sezioni seguenti sviluppano i concetti di inerzia epistemica e di mobilità epistemica per colmare questa lacuna.

Pur essendo affine alle tradizioni della pratica riflessiva, dell’indagine pragmatica e del sensemaking, il presente argomento sposta l’attenzione dalla riflessione all’interno di una cornice conoscitiva al movimento tra orientamenti conoscitivi man mano che le condizioni del sistema cambiano.

Posizionamento epistemologico

Un ulteriore chiarimento riguarda la posizione epistemologica su cui si fonda il presente argomento. In questo articolo, i sistemi non sono trattati come entità ontologiche fisse che esisterebbero indipendentemente nel mondo. Piuttosto, in linea con le tradizioni dell’indagine sistemica e del soft systems thinking (Checkland 1981; Midgley 2000; Ison 2017), il concetto di sistema è inteso anzitutto come un dispositivo epistemico e relazionale attraverso il quale le situazioni possono essere esplorate, interpretate e affrontate. I riferimenti a «dinamiche del sistema», «condizioni del sistema» o «sistemi complessi» non vanno quindi letti come affermazioni su entità oggettivamente delimitate, ma come espressioni abbreviate per configurazioni in evoluzione di interazione, costruzione di significato e complessità relazionale, così come vengono vissute nella pratica.

Questa prospettiva implica anche il passaggio da una visione della conoscenza come possesso statico a una comprensione del conoscere come situato e messo in atto nella pratica (Cook e Brown 1999; Tsoukas 2005). La distinzione è importante perché l’intervento non si sviluppa attraverso l’applicazione di una conoscenza distaccata a una realtà esterna, ma attraverso un coinvolgimento continuo in situazioni in cui comprensione e azione co-emergono. In questo senso, conoscenza e conoscere possono essere trattati come una dualità produttiva anziché come concetti intercambiabili: la conoscenza rimanda a forme di comprensione relativamente stabilizzate, il conoscere alla messa in atto situata, relazionale e performativa della pratica.

L’argomento sviluppato in questo articolo si fonda dunque su una concezione dell’intervento sistemico orientata alla prassi. La mobilità epistemica non riguarda soltanto cambiamenti di prospettiva analitica, ma cambiamenti nel modo in cui chi opera partecipa alle situazioni in divenire, le interpreta e vi risponde. L’attenzione si concentra quindi meno sui sistemi come oggetti di intervento che sulla coreografia situata di indagine, giudizio e azione attraverso cui l’intervento stesso diventa possibile in condizioni di incertezza ed emergenza.

Il presente argomento si basa su diverse tradizioni consolidate della ricerca sistemica e fondata sulla pratica e le estende, introducendo al contempo un’attenzione analitica specifica al modo in cui gli orientamenti epistemici si stabilizzano e si spostano all’interno della pratica di intervento.

In primo luogo, l’articolo si colloca nelle tradizioni del soft systems thinking e dell’indagine sistemica associate a Checkland (1981, 2002), in cui i sistemi non sono trattati come entità oggettive che esisterebbero indipendentemente nel mondo, ma come dispositivi epistemici attraverso i quali le situazioni problematiche possono essere esplorate e affrontate. Questa prospettiva ispira anche sviluppi successivi nelle tradizioni della pratica sistemica e dell’apprendimento sociale (Ison et al. 2007; Ison 2010, 2017), in cui l’indagine è intesa come un processo relazionale e situato, anziché come l’applicazione di competenze distaccate a problemi predefiniti.

All’interno di queste tradizioni è stata elaborata un’importante distinzione tra forme di pratica sistematiche e sistemiche (Checkland 1981; Ison 2017). Gli approcci sistematici privilegiano l’ordine procedurale, la scomposizione, la previsione e il controllo, mentre gli approcci sistemici pongono l’accento sulla sensibilità al contesto, sulla comprensione relazionale, sulla riflessività e sull’indagine adattiva. I concetti di inerzia epistemica e di mobilità epistemica qui sviluppati risuonano fortemente con questa distinzione. Il presente quadro, tuttavia, sposta l’attenzione sulle dinamiche attraverso le quali particolari orientamenti epistemici si stabilizzano all’interno della pratica di intervento e sulle condizioni in cui il movimento tra di essi diventa possibile.

L’articolo attinge inoltre alle tradizioni della cibernetica di secondo ordine (Maturana e Varela 1980; Glanville 2004), che sottolineano come chi osserva sia sempre implicato nelle situazioni che descrive e in cui agisce. Da questa prospettiva, l’intervento non può essere inteso come l’applicazione di una conoscenza neutra a un sistema esterno. Conoscere e agire sono piuttosto aspetti inseparabili di una partecipazione situata a dinamiche relazionali in divenire. Questo orientamento riflessivo è centrale per l’argomento qui sviluppato, in particolare per quanto riguarda il modo in cui gli assunti epistemici determinano ciò che diventa visibile, praticabile e legittimo nella pratica.

In connessione con ciò, l’argomento si ricollega alle epistemologie della pratica che distinguono tra conoscenza e conoscere (Cook e Brown 1999; Cook e Wagenaar 2011). Anziché trattare la conoscenza come un possesso stabile trasferibile da un contesto all’altro, queste prospettive sottolineano che il conoscere è messo in atto, incarnato e realizzato relazionalmente nella pratica. Il presente articolo adotta questa dualità come importante punto di partenza. L’inerzia epistemica può dunque essere intesa come la stabilizzazione di particolari modi di conoscere, mentre la mobilità epistemica riguarda la capacità di riconfigurare il conoscere in risposta al mutare delle dinamiche situazionali.

L’argomento risuona inoltre con le tradizioni dell’indagine sistemica e dell’apprendimento sociale (Ison et al. 2007), in cui l’apprendimento emerge attraverso la partecipazione, l’interazione e l’esplorazione congiunta di situazioni caratterizzate da incertezza e complessità. In queste tradizioni, l’indagine non è volta a scoprire soluzioni definitive, ma a coltivare capacità di adattamento continuo e di costruzione collettiva di senso. Il presente contributo estende questo orientamento concentrandosi specificamente sulle dinamiche epistemiche attraverso le quali chi opera riconosce il disallineamento tra i modi di conoscere prevalenti e il carattere in evoluzione della situazione.

Al tempo stesso, l’articolo resta strettamente legato alla nozione di pratica riflessiva di Schön (1983) e al lavoro di Weick (1995) sul sensemaking. Mentre queste prospettive pongono l’accento sulla riflessione e sull’interpretazione all’interno della pratica, il presente quadro mette in primo piano il movimento tra diversi orientamenti epistemici. L’attenzione non è quindi rivolta soltanto al modo in cui chi opera dà senso alle situazioni, ma al modo in cui le logiche dominanti del conoscere persistono, si destabilizzano ed eventualmente cambiano nel tempo.

Il contributo specifico dell’articolo consiste nel concettualizzare la mobilità epistemica non semplicemente come riflessività, apertura o apprendimento in senso generale, ma come una capacità situata di ricalibrare l’orientamento dominante del conoscere in relazione al mutare delle dinamiche relazionali. In questo senso, i concetti di inerzia epistemica e di mobilità epistemica sono proposti come lenti analitiche per esaminare come la pratica di intervento possa essere vincolata o resa possibile dalla stabilizzazione e dalla trasformazione degli orientamenti epistemici in condizioni di incertezza ed emergenza.

Il presente quadro si differenzia per enfasi da diverse tradizioni affini della ricerca sistemica e fondata sulla pratica. La pratica riflessiva (Schön 1983) riguarda anzitutto la capacità di chi opera di riflettere nell’azione e sull’azione, mentre la riflessività mette in primo piano la consapevolezza dell’implicazione di chi osserva nella situazione descritta e messa in atto. Le tradizioni dell’indagine sistemica e dell’apprendimento sociale (Ison et al. 2007; Ison 2017) sottolineano l’esplorazione collaborativa, l’apprendimento relazionale e la co-evoluzione della comprensione attraverso la partecipazione. Analogamente, nozioni come la sensibilità sistemica o la capacità di pensiero sistemico nella pratica si concentrano sulla coltivazione di una capacità generale di consapevolezza e di giudizio sistemici in situazioni complesse.

Il concetto di mobilità epistemica qui proposto non sostituisce queste prospettive, ma affronta un problema analitico più specifico: come gli orientamenti dominanti del conoscere persistono, si destabilizzano e cambiano man mano che le dinamiche situazionali evolvono. La questione centrale non è quindi la riflessione, l’indagine o la consapevolezza sistemica in quanto tali, ma il movimento tra i diversi orientamenti epistemici attraverso i quali l’intervento è organizzato e messo in atto. In questo senso, la mobilità epistemica mette in primo piano la riconfigurazione dinamica del conoscere in condizioni mutevoli, piuttosto che la sola coltivazione di un particolare modo di praticare.

Può essere utile esplicitare questo contributo analitico. La pratica riflessiva si chiede: come pensa chi opera all’interno dell’azione? Il sensemaking si chiede: come si costruisce il significato in condizioni di ambiguità? La distinzione sistemico/sistematico si chiede: quale orientamento della pratica è appropriato in una data situazione? La mobilità epistemica affronta una domanda diversa: che cosa rende possibile o vincola il movimento tra orientamenti epistemici, e a quali condizioni tale movimento diventa possibile o resta bloccato? I concetti esistenti presuppongono in larga misura che chi opera possa, in linea di principio, riflettere, indagare o cambiare orientamento quando necessario. Ciò che lasciano poco teorizzato sono le dinamiche attraverso cui particolari orientamenti si stabilizzano, persistono nonostante il disallineamento e finiscono per riconfigurarsi. È proprio questa dinamica — le condizioni, i vincoli e i processi del movimento epistemico stesso — che il presente quadro intende illuminare. I concetti di inerzia epistemica e di mobilità epistemica aggiungono così precisione analitica alla questione del perché le figure professionali e le organizzazioni restino spesso bloccate in modi di conoscere predittivi e orientati al controllo anche quando le dinamiche situazionali non li sostengono più, e di quali condizioni possano rendere possibile un riorientamento.

L’inerzia epistemica nell’intervento complesso

L’inerzia epistemica designa la persistenza di orientamenti conoscitivi stabilizzati nonostante i cambiamenti delle condizioni del sistema. Si verifica quando modi di conoscere predittivi, scompositivi e orientati al controllo — cioè orientamenti che trattano le situazioni come scomponibili in componenti, presuppongono che informazioni sufficienti producano previsioni affidabili e organizzano l’intervento attorno all’aspettativa di controllare i risultati — continuano a guidare l’intervento in condizioni che richiedono un impegno adattivo e relazionale. L’inerzia epistemica non è un deficit di intelligenza o di professionalità; riflette piuttosto la durevolezza di logiche conoscitive che si sono dimostrate efficaci in contesti più ordinati.

Da una prospettiva sistemica, l’inerzia epistemica è al tempo stesso comprensibile e, per molti aspetti, razionale. La formazione professionale privilegia il ragionamento analitico e la scomposizione dei problemi, rafforzando assunti tecnico-razionali sulla soluzione dei problemi (Schön 1983). Le strutture di rendicontazione premiano la lungimiranza e l’attribuzione chiara. Le norme istituzionali rafforzano le aspettative di chiarezza, pianificazione e controllo. In tali condizioni, la conoscenza predittiva diventa non solo utile, ma anche legittima. La difficoltà nasce quando le condizioni del sistema si spostano verso la complessità mentre l’orientamento epistemico resta calibrato su assunti di ordine. Nella pratica, l’inerzia epistemica tende a manifestarsi in configurazioni riconoscibili.

Una prima manifestazione è l’escalation dell’analisi. Quando gli interventi incontrano ambiguità o risultati inattesi, la risposta consiste spesso nel produrre più dati, affinare gli indicatori o aumentare la precisione analitica. Benché un’analisi supplementare possa essere preziosa, può anche riflettere l’assunto implicito che informazioni sufficienti ristabiliranno la prevedibilità. Nei sistemi complessi, tuttavia, l’aumento della profondità analitica non produce necessariamente un aumento proporzionale del controllo.

Una seconda manifestazione è il riflesso di attribuzione. Quando i risultati si discostano dai piani, la responsabilità viene spesso collocata in singole persone o in unità specifiche: qualcuno non è riuscito ad anticipare, coordinare o eseguire. Tali configurazioni risuonano con analisi consolidate del ragionamento difensivo nelle organizzazioni (Argyris 1990). Questa attribuzione è rafforzata strutturalmente nei sistemi soggetti a rendicontazione. Eppure, nei contesti complessi, i risultati emergono spesso da effetti di interazione che eccedono la capacità di previsione individuale. Quando le aspettative predittive restano dominanti, l’emergenza viene facilmente reinterpretata come errore.

Una terza manifestazione è la stabilizzazione difensiva. Di fronte a un’incertezza persistente, le organizzazioni possono irrigidire le procedure, restringere i margini di discrezionalità o riaffermare i mandati formali. Queste mosse possono ripristinare un senso di ordine, ma possono anche limitare la sperimentazione adattiva richiesta in condizioni complesse. In questi casi, l’intervento torna a una logica di ordine non perché la complessità sia scomparsa, ma perché la sicurezza epistemica è diventata prioritaria.

Una quarta manifestazione, spesso meno visibile, è il radicamento strutturale. L’inerzia epistemica non è soltanto una questione di abitudine professionale o di ancoraggio cognitivo; è attivamente generata e riprodotta dagli ambienti istituzionali in cui l’intervento ha luogo. I meccanismi di finanziamento premiano risultati definiti in anticipo. I quadri di valutazione privilegiano esiti quantificabili e attribuibili. Le gerarchie professionali rafforzano l’autorità della previsione esperta. I sistemi di incentivi per chi dirige le organizzazioni premiano la risolutezza rispetto all’indagine adattiva. Queste condizioni non si limitano a tollerare l’inerzia epistemica: la producono e la rafforzano sistematicamente. Coltivare la mobilità epistemica richiede quindi non solo un riorientamento individuale o collettivo, ma un’attenzione costante alle possibilità istituzionali e alle condizioni di progettazione che rendono praticabile nel tempo un conoscere relazionale ed esplorativo. Dove tali condizioni mancano o vengono attivamente soppresse, anche chi riconosce la necessità di un riorientamento può avere difficoltà a metterlo in pratica.

Queste configurazioni mostrano che l’inerzia epistemica non deriva da una resistenza al cambiamento in senso semplicistico. Riflette piuttosto la persistenza sistemica di orientamenti conoscitivi allineati alla prevedibilità e al controllo, una persistenza al tempo stesso radicata cognitivamente e rafforzata istituzionalmente. Nell’intervento complesso, la sfida non è dunque eliminare il ragionamento analitico, ma riconoscere quando il suo predominio inibisce l’impegno adattivo, e prestare attenzione alle condizioni strutturali che sostengono tale predominio. Questo riconoscimento segna la soglia tra l’inerzia epistemica e la possibilità della mobilità epistemica.

La mobilità epistemica nella pratica sistemica

La mobilità epistemica è affine a concetti come la pratica riflessiva, la riflessività, l’indagine sistemica e l’apprendimento sociale, ma se ne distingue sul piano analitico. Mentre queste tradizioni pongono l’accento sulla riflessione, la partecipazione, l’indagine e la consapevolezza relazionale all’interno della pratica, il presente quadro si concentra più specificamente sul modo in cui gli orientamenti dominanti del conoscere si stabilizzano e si spostano in risposta al mutare delle dinamiche situazionali. La questione non è quindi soltanto come chi opera rifletta o apprenda all’interno di una data cornice epistemica, ma come la cornice stessa possa riconfigurarsi attraverso la pratica. Questa sezione affronta la seconda sottodomanda analitica posta nell’introduzione: che cosa caratterizza la mobilità epistemica come competenza pratica nell’intervento sistemico? Si propongono tre dimensioni interconnesse.

È importante chiarire che la mobilità epistemica non implica l’abbandono del ragionamento analitico, né presenta l’adattività come intrinsecamente superiore all’analisi. Riguarda piuttosto le condizioni in cui le diverse forme di ragionamento vengono mobilitate e il ruolo che svolgono. Il pensiero analitico può esso stesso far parte della mobilità epistemica quando viene impiegato in modo situato e riflessivo — come uno strumento tra gli altri — anziché come la logica predefinita o dominante attraverso cui vengono interpretate tutte le situazioni. La distinzione non è dunque tra analisi e adattamento come valori in competizione, ma tra un ancoraggio epistemico rigido e la capacità di calibrare il ragionamento sul carattere della situazione. Chi dà prova di mobilità epistemica può usare strumenti analitici precisi in un momento e passare a un dialogo esplorativo in quello successivo, non perché gli strumenti siano cambiati, ma perché si è spostato l’orientamento di fondo attraverso il quale vengono mobilitati. Misurazione, previsione, indagine relazionale e sperimentazione adattiva sono spesso intrecciate nella pratica; la domanda che la mobilità epistemica solleva non è quale di esse privilegiare, ma se la logica dominante che ne organizza l’uso resti appropriata alla situazione in evoluzione.

La prima dimensione è il riconoscimento epistemico. Implica la capacità di accorgersi quando i modi di analisi prevalenti non generano più una presa significativa. I segnali possono includere sorprese ricorrenti, uno sforzo analitico crescente senza un corrispondente guadagno di chiarezza o conflitti di attribuzione persistenti. Il riconoscimento non è meramente cognitivo; comporta spesso il tollerare il disagio dell’incertezza e il sospendere l’aspettativa che un’analisi supplementare ristabilisca il controllo. Implica anche ammettere che gran parte del conoscere professionale resta tacito e incarnato anziché pienamente articolabile (Polanyi 1966), una sfida che riecheggia l’analisi di Schön su come le cornici professionali diventino visibili soprattutto quando entrano in crisi (Schön 1983).

La seconda dimensione è il riorientamento epistemico. Una volta riconosciuto il disallineamento, l’intervento deve cambiare nella pratica. Ciò può comportare riformulare i problemi come situazioni in evoluzione anziché come compiti risolvibili, coinvolgere le parti interessate in sondaggi esplorativi anziché finalizzare piani esaustivi, oppure privilegiare il riconoscimento di configurazioni rispetto alla scomposizione causale, orientando l’intervento verso un sensemaking continuo piuttosto che verso la spiegazione retrospettiva (Weick 1995).

Tali spostamenti risuonano con le concezioni pragmatiste dell’indagine, in cui la conoscenza emerge dall’impegno sperimentale con situazioni indeterminate (Dewey 1938). Il riorientamento non elimina la struttura né la responsabilità; le ricalibra su condizioni in cui la causalità può essere anticipata solo in parte.

La terza dimensione è la stabilizzazione epistemica. L’impegno adattivo in condizioni di complessità non può restare momentaneo. Senza un certo grado di stabilizzazione, le organizzazioni tendono a tornare a logiche di ordine familiari, in particolare nei contesti in cui prevedibilità e controllo sono rafforzati istituzionalmente (Stacey 2011). La stabilizzazione epistemica riguarda dunque la capacità di sostenere nel tempo modi di conoscere relazionali ed esplorativi, mantenendo la tolleranza all’ambiguità e preservando al contempo coerenza e responsabilità. Questa dimensione è particolarmente rilevante negli ambienti governati politicamente o strutturati professionalmente, dove le pressioni verso la prevedibilità sono forti.

La mobilità epistemica non va intesa come uno stato permanente di fluidità. Né è riducibile alla riflessività o all’apertura in senso generale. La consapevolezza riflessiva può accompagnare la mobilità epistemica, ma la mobilità si riferisce più specificamente alla capacità di ricalibrare la logica dominante del conoscere in relazione alle condizioni del sistema. Riguarda spostamenti dell’orientamento epistemico piuttosto che l’approfondimento della riflessione all’interno di un’unica cornice epistemica. I contesti ordinati e complicati continuano a richiedere precisione analitica e ragionamento esperto. La competenza in gioco non è quindi un’adattabilità continua, ma il discernimento situazionale: la capacità di allineare l’orientamento conoscitivo a dinamiche relazionali in evoluzione in condizioni di causalità distribuita e di interazione emergente (Cilliers 1998). In questo senso, la mobilità epistemica somiglia a forme di giudizio pratico spesso descritte come fronetiche piuttosto che puramente tecniche (Flyvbjerg 2001). Inoltre, la mobilità epistemica si differenzia sottilmente anche dalla distinzione tra pratica sistemica e pratica sistematica elaborata nelle tradizioni dell’indagine sistemica (Checkland 1981; Ison 2017). Mentre quella distinzione contrappone anzitutto due diversi orientamenti della pratica, il presente quadro si concentra sul movimento tra tali orientamenti e sulle condizioni in cui un modo di conoscere può restare dominante nonostante un crescente disallineamento con la situazione in evoluzione.

Esempi illustrativi di inerzia e mobilità epistemiche

Le illustrazioni presentate in questa sezione sono tratte da una ricostruzione, fondata sulla pratica, di processi di intervento in un contesto municipale svedese. Non sono presentate come studi di caso formali sottoposti a verifica empirica sistematica, ma come illustrazioni composite, teoricamente informate, volte a rendere visibile come l’inerzia e la mobilità epistemiche si manifestino in configurazioni riconoscibili della pratica di intervento. Il loro scopo è analitico e non probatorio: mostrare come i concetti operano in situazioni concrete e sostenere ulteriori indagini, anziché stabilire generalizzazioni causali.

Le dinamiche descritte sopra si possono osservare nella pratica quotidiana di intervento, spesso in modo sottile. Si consideri una situazione in cui un’iniziativa interdipartimentale incontra ritardi ripetuti e resistenze inattese. La risposta iniziale può consistere nel commissionare ulteriori analisi, affinare gli indicatori di performance o chiarire le linee di responsabilità. Ogni passo è ragionevole preso isolatamente. Eppure, man mano che lo sforzo analitico aumenta, la situazione non diventa necessariamente più prevedibile. Le riunioni si fanno più dettagliate, la documentazione si amplia e le discussioni sulla rendicontazione si intensificano, mentre le tensioni relazionali di fondo restano in gran parte irrisolte. In questi casi, l’inerzia epistemica non si esprime attraverso un rifiuto di agire, ma attraverso il ricorso continuato a un ragionamento scompositivo in un contesto caratterizzato da interdipendenza ed emergenza.

Una configurazione diversa si osserva quando la responsabilità diventa la lente principale attraverso cui si interpreta la complessità. Quando i risultati si discostano dai piani, l’attenzione può rivolgersi all’individuazione del punto in cui l’anticipazione è venuta meno. La ricerca di chi è responsabile è strutturalmente legittima nei sistemi soggetti a rendicontazione. Tuttavia, quando gli effetti di interazione vengono interpretati soprattutto come mancanze di previsione, la causalità distribuita del sistema viene compressa in spiegazioni individuali. Ciò che altrimenti potrebbe essere affrontato come una configurazione emergente di relazioni viene riformulato come coordinamento insufficiente o esecuzione incompleta. Qui l’inerzia epistemica si manifesta come persistenza di aspettative predittive anche quando il sistema si comporta diversamente.

Al contrario, i momenti di mobilità epistemica cominciano spesso in sordina. In un contesto interdipartimentale analogo, le persone partecipanti possono riconoscere gradualmente che l’iniziativa sta evolvendo in modi che non possono essere pienamente anticipati. Anziché intensificare l’analisi, possono sperimentare aggiustamenti su piccola scala, avviare un dialogo esplorativo oltre i confini organizzativi o sospendere temporaneamente la richiesta di piani definitivi. Il cambiamento non è clamoroso, né abbandona la responsabilità. Riflette piuttosto una ricalibrazione del modo in cui la conoscenza viene mobilitata. Il ragionamento predittivo resta disponibile, ma non definisce più la situazione. L’impegno adattivo diventa legittimo.

In un’iniziativa municipale per la sostenibilità, questo spostamento è diventato visibile quando le strutture formali di coordinamento del progetto non sono riuscite, a più riprese, a generare una presa oltre i confini amministrativi. L’iniziativa coinvolgeva i servizi responsabili della pianificazione urbana, della gestione ambientale e dei servizi sociali, e aveva il compito di sviluppare un approccio integrato all’uso sostenibile del territorio. Le prime risposte alle difficoltà di coordinamento si sono concentrate su procedure di pianificazione più chiare, strutture di reporting più affinate e meccanismi di rendicontazione rafforzati — per esempio l’introduzione di piani di progetto dettagliati con scadenze trimestrali e l’assegnazione di responsabilità interdipartimentali per specifici risultati. Benché ciascun intervento sembrasse ragionevole, l’iniziativa si è progressivamente scollegata sempre più dalla pratica organizzativa quotidiana. Col tempo, le persone partecipanti hanno cominciato a riconoscere che la difficoltà non riguardava principalmente informazioni insufficienti o un’attuazione debole, ma la persistenza di una modalità di impegno orientata alla previsione e al controllo in una situazione caratterizzata da interdipendenze in evoluzione, priorità dipartimentali in competizione e un’ambiguità politica che resisteva alla scomposizione in compiti fissi.

Ne è seguito un graduale riorientamento. Anziché intensificare ulteriormente il coordinamento formale, l’iniziativa ha fatto sempre più affidamento su un dialogo interdipartimentale facilitato, su workshop esplorativi e su forme provvisorie di indagine collaborativa. È importante sottolineare che queste attività non sono state introdotte soltanto come tecniche alternative, ma come un modo diverso di organizzare il conoscere all’interno della pratica. Interazioni su piccola scala tra persone e servizi fino ad allora scollegati hanno permesso l’emergere di interpretazioni condivise e di risposte adattive senza richiedere un consenso preliminare o piani pienamente stabilizzati. In questo senso, la mobilità epistemica non è nata dalla sostituzione della struttura con l’apertura, ma dalla legittimazione istituzionale di forme di impegno esplorative e relazionali all’interno di un ambiente per il resto dominato dalla rendicontazione.

Sostenere tale mobilità richiede un’attenzione costante. Sotto pressione, soprattutto quando la posta in gioco politica o professionale è alta, c’è una forte tendenza a tornare a logiche di controllo familiari. La stabilizzazione epistemica diventa quindi cruciale. Quando le pratiche esplorative sono legittimate, quando l’ambiguità può essere discussa senza un’attribuzione immediata e quando i passi provvisori sono riconosciuti come responsabili anziché inadeguati, la mobilità epistemica comincia a mettere radici. L’intervento non diventa meno disciplinato. Diventa disciplinato in un altro modo.

Implicazioni per la pratica sistemica

La distinzione tra inerzia epistemica e mobilità epistemica ha implicazioni dirette per la pratica sistemica. Se l’intervento è sempre plasmato da orientamenti di fondo del conoscere, chi opera nella pratica sistemica deve prestare attenzione non solo alle dinamiche del sistema, alle configurazioni delle parti interessate e alla progettazione metodologica, ma anche alle dinamiche epistemiche che determinano, in primo luogo, il modo in cui le situazioni vengono interpretate.

Una prima implicazione riguarda la diagnosi. L’intervento sistemico comporta comunemente la mappatura delle relazioni, l’esplicitazione degli assunti e l’esplorazione dei giudizi di confine (Midgley 2000). Il presente argomento suggerisce che chi opera dovrebbe anche interrogarsi sul modo in cui la conoscenza viene mobilitata. Le difficoltà ricorrenti vengono affrontate con un’escalation dell’analisi nonostante una presa limitata? Le configurazioni di attribuzione restringono l’attenzione alla prestazione individuale quando gli effetti di interazione appaiono dominanti? Tali domande non sostituiscono gli strumenti sistemici, ma ne approfondiscono l’applicazione portando alla luce l’orientamento epistemico.

Una seconda implicazione riguarda la progettazione dell’intervento. In presenza di inerzia epistemica, introdurre nuove informazioni o analisi aggiuntive può rafforzare il problema anziché alleviarlo. In tali situazioni, il compito non è migliorare la previsione, ma creare le condizioni in cui il riorientamento epistemico diventi possibile. Ciò può comportare legittimare il dialogo esplorativo, presentare le iniziative come provvisorie anziché definitive, o riconoscere esplicitamente i limiti della previsione in condizioni di complessità. Lo spostamento è sottile ma gravido di conseguenze.

Una terza implicazione riguarda l’identità professionale. Molte persone che operano nella pratica sistemica lavorano in ambienti che premiano chiarezza, risolutezza e controllo dimostrabile. Coltivare la mobilità epistemica richiede quindi di reggere una tensione tra responsabilità ed emergenza. Occorre saper giustificare l’impegno adattivo come pratica responsabile e non come indecisione. Ciò implica esplicitare perché modi di conoscere diversi siano appropriati in contesti diversi e fare dell’allineamento epistemico una parte esplicita della logica dell’intervento.

Infine, la mobilità epistemica non dovrebbe essere presentata come un tratto personale o una virtù morale. È una capacità situata e coltivata collettivamente all’interno della pratica, che può essere promossa in modo collettivo. Le équipe possono sviluppare un linguaggio condiviso per riconoscere il disallineamento tra le condizioni del sistema e l’inquadramento epistemico. Le organizzazioni possono creare spazi in cui l’incertezza sia discutibile senza un’attribuzione immediata. In questo senso, coltivare la mobilità epistemica è essa stessa un intervento sistemico, che opera al livello del modo in cui il conoscere è organizzato all’interno della pratica.

Il presente argomento è volutamente concettuale e orientato alla pratica, e non si basa su un’analisi empirica comparativa sistematica. I concetti di inerzia epistemica e di mobilità epistemica sono quindi proposti come lenti analitiche volte a sostenere l’indagine sulla pratica di intervento, e non come categorie esplicative convalidate empiricamente. Inoltre, il quadro non intende sostituire le spiegazioni politiche, istituzionali o strutturali delle dinamiche di intervento, ma integrarle mettendo in primo piano le dimensioni epistemiche attraverso cui l’intervento viene interpretato e messo in atto. La ricerca futura potrà quindi esplorare come questi concetti operino in diversi contesti istituzionali, culturali e professionali.

Conclusione

L’intervento complesso non avviene in un vuoto di conoscenza. Si sviluppa all’interno di pratiche conoscitive stabilizzate che determinano ciò che appare prevedibile, praticabile e rendicontabile. Quando questi orientamenti restano allineati ad aspettative di ordine nonostante l’evoluzione delle dinamiche situazionali, l’intervento può intensificare lo sforzo senza modificare la traiettoria. La difficoltà è raramente l’assenza di competenze. Più spesso, è la persistenza dell’inerzia epistemica.

Introducendo i concetti di inerzia epistemica e di mobilità epistemica, questo articolo ha cercato di chiarire come la conoscenza si muove all’interno della pratica sistemica. L’argomento non suggerisce che il ragionamento analitico o le competenze professionali debbano essere soppiantati. I contesti ordinati continuano a richiedere precisione e controllo. La sfida nasce quando si incontra la complessità senza un corrispondente spostamento dell’orientamento epistemico.

La mobilità epistemica, così come è stata qui sviluppata, riguarda la capacità di riconfigurare il modo in cui la conoscenza viene mobilitata in risposta alle dinamiche relazionali. Non è né uno stato permanente né un attributo personale, ma una competenza situata che emerge all’interno della pratica. Dove tale mobilità viene coltivata, l’intervento può restare impegnato in condizioni di incertezza senza ripiegare né in un controllo rigido né in un’improvvisazione priva di struttura.

Se la pratica sistemica si occupa di influire sulle configurazioni di interazione, deve occuparsi anche delle configurazioni del conoscere. La prosecuzione di un intervento informato dalla complessità potrebbe dipendere meno da nuovi strumenti che dalla coltivazione disciplinata della mobilità epistemica all’interno delle pratiche stesse attraverso cui ci si confronta con i sistemi.

Da questa prospettiva, la sfida non è semplicemente acquisire più riflessività, sguardo sistemico o capacità di adattamento in termini generali, ma coltivare la capacità di riconoscere quando le cornici epistemiche prevalenti sono diventate disallineate rispetto alle dinamiche in evoluzione della pratica e devono quindi essere riconfigurate.

Complexe Systémique: punti chiave

Scritto a partire dal campo dell’intervento organizzativo, il testo parla anche alla pratica clinica sistemica. L’inerzia epistemica vi è descritta come un fenomeno di équipe e istituzionale, non come una mancanza personale: quando una situazione resiste, si intensifica l’analisi, si cerca chi sia responsabile, si irrigidiscono le procedure. Le équipe della tutela minorile o della psichiatria riconosceranno questi riflessi, vicini a ciò che la scuola di Palo Alto chiamava «più dello stesso». L’interesse dell’articolo sta nel nominare tre movimenti — riconoscere il disallineamento, riorientarsi, poi stabilizzare il nuovo modo di conoscere — e nel ricordare che l’analisi conserva il suo posto purché non governi più tutto. I limiti sono chiari: un quadro puramente concettuale, un’unica illustrazione composita tratta da un comune svedese e pochi riferimenti concreti per sapere quando cambiare registro. Il legame con la cibernetica di secondo ordine, invocato ma poco sviluppato, resta da esplorare. Da leggere insieme a l’articolo sulla cibernetica di primo e secondo ordine e a l’articolo sul pensare la complessità.

Note dell’originale

Finanziamento. Finanziamento dell’accesso aperto fornito dalla Chalmers University of Technology. Per questo studio non è stato ricevuto alcun finanziamento.

Dichiarazione etica. Non applicabile.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale di Epistemic Mobility in Complex Intervention: Rethinking Knowledge in Systemic Practice, di Clas Mellby, Systemic Practice and Action Research, vol. 39, n. 3 (2026), doi: 10.1007/s11213-026-09774-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione in italiano e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Epistemic Mobility in Complex Intervention: Rethinking Knowledge in Systemic Practice», pubblicato in Systemic Practice and Action Research (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale di Complexe Systémique, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Mellby, C. (2026). Epistemic Mobility in Complex Intervention: Rethinking Knowledge in Systemic Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/epistemic-mobility-in-complex-intervention-rethinking-knowledge-in-systemic-practice (Opera originale pubblicata nel 2026 in Systemic Practice and Action Research, 39(3), 25 (2026); ripubblicata nel 2026 da Systemic Practice and Action Research, https://link.springer.com/article/10.1007/s11213-026-09774-1)

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