Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare
Come aiutare madri e padri ai quali sono stati allontanati figlie e figli a non ripetere ciò che hanno vissuto a loro volta? Ad Adelaide, un servizio di riunificazione familiare ha affidato al proprio personale di case management uno strumento tratto dalla terapia familiare, l’Adult Exploration of Attachment Interview: un genogramma, poi delle mappe di ciò che ogni figura di accudimento ha insegnato sull’essere genitore e sull’essere bambino o bambina. Le storie di due padri, Gary e Peter, mostrano come l’empatia per il bambino che si è stati possa riaprire l’empatia per il proprio figlio.
Traduzione non ufficiale in italiano di Using the Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI) to Break the Cycle of Intergenerational Trauma: Illustrations from a Family Reunification Program, di Jackie Amos, Bryan Todd, Bryony Gibson, Samuel Carpenter, Catia G. Malvaso e Paul H. Delfabbro, pubblicato su Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2022), doi: 10.1002/anzf.1490, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Concentrarsi sul lutto per le esperienze mancate, anziché sull’accettazione della colpa, può favorire la riflessione e la consapevolezza di sé in madri e padri con una storia di trauma dell’attaccamento, evitando di innescare sensi di colpa e di vergogna ingestibili.
Jackie Amos, Bryan Todd, Bryony Gibson, Samuel Carpenter, Catia G. Malvaso e Paul H. Delfabbro
Sintesi
La riunificazione familiare è un ambito di grande rilevanza politica per i sistemi di tutela dell’infanzia. Il ritorno sicuro di bambine e bambini dall’accoglienza fuori famiglia ai genitori biologici o ai parenti, insieme alla tutela a lungo termine della famiglia, può attenuare gli effetti dannosi che derivano dalla separazione dell’infanzia dalla propria famiglia. In questo articolo descriviamo un tipo di famiglia per cui è stata presa in considerazione la riunificazione: le famiglie colpite dal trauma intergenerazionale. Aiutare le famiglie colpite da trauma e maltrattamento intergenerazionali richiede di comprendere i meccanismi e i processi che mantengono il trauma intergenerazionale e il modo in cui essi possono orientare gli approcci terapeutici per lavorare con l’infanzia e le sue famiglie. Questo articolo si serve di casi clinici per illustrare l’uso dell’Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI) all’interno di un più ampio programma terapeutico di riunificazione in uno stato australiano. L’AEAI si concentra sul sostegno a madri e padri perché prendano coscienza dell’impatto di esperienze vissute nell’infanzia, e sull’attenuazione dei sentimenti di vergogna, autocolpevolizzazione e inadeguatezza, aiutando la figura genitoriale ad affrontare le esperienze negative del passato. L’obiettivo è aiutarla a riconoscere l’importanza del passato, a consolidare i propri punti di forza e a sviluppare relazioni più accudenti con figlie e figli. I casi illustrativi mostrano che questa terapia è stata una delle componenti che hanno permesso di affrontare le cause dei comportamenti e del disagio psicologico che avevano ostacolato la riunificazione in due famiglie. Ciò è avvenuto attraverso un processo di riflessione e di consapevolezza di sé, e non attraverso un processo centrato sulla colpa o sulla vergogna, con la presenza terapeutica ad aiutare a verbalizzare e a formulare quelli che altrimenti sarebbero potuti rimanere processi nascosti o impliciti. In entrambi i casi, questa consapevolezza è servita a ridefinire la relazione tra figura genitoriale e figlio o figlia e ha portato a cambiamenti osservabili nelle pratiche genitoriali.
Punti chiave
La riunificazione o il ricongiungimento familiare indica il ritorno sicuro di bambine e bambini dall’accoglienza fuori famiglia alla famiglia biologica o ai parenti. La riunificazione è stata individuata come una priorità politica in Australia. Ciò si deve in gran parte alle preoccupazioni per gli effetti a lungo termine degli allontanamenti sull’infanzia, in particolare sull’infanzia aborigena, e in parte al fatto che la riunificazione è uno dei pochi percorsi potenzialmente definitivi di uscita dal sistema di accoglienza. Aumentare i tassi di riunificazione si è rivelato più difficile da ottenere nella pratica (AIHW, 2019).
Come sottolineano Farmer (2018), Fernandez (2013) e Fernandez e Lee (2013), il successo della riunificazione (di solito definito come un periodo di almeno sei-12 mesi di stabilità dopo il rientro a casa) è più probabile quando i programmi prevedono un sostegno intensivo e flessibile, sostegno e formazione per le figure genitoriali e un aiuto pratico; quando sono intervenuti cambiamenti nella composizione familiare (per esempio, la persona maltrattante o destabilizzante ha lasciato la casa); e quando il motivo dell’accoglienza non era un maltrattamento o una trascuratezza gravi né un grave conflitto familiare persistente (si veda Farmer, 2018, per una rassegna approfondita). Tuttavia, trascuratezza e maltrattamento significativi sono antecedenti frequenti dell’allontanamento coatto di bambine e bambini dalla famiglia d’origine in un contesto di trauma intergenerazionale, anche nelle famiglie per le quali la riunificazione è presa seriamente in considerazione.
Un’altra difficoltà connessa è che una percentuale considerevole dei tentativi di riunificazione fallisce dopo il ritorno a casa. Neil, Gitsels e Thoburn (2019), in un recente articolo di rassegna, rilevano che tra il 45% e il 65% di bambine e bambini restituiti ai genitori biologici rientra nel sistema di accoglienza entro cinque anni. Questi minori, esposti a ulteriore trascuratezza, maltrattamento e a un nuovo allontanamento, subiscono un danno aggiuntivo. È comprensibile che i servizi pubblici si sforzino di evitare un simile esito.
Lo scopo di questo articolo è descrivere l’inserimento di un intervento sensibile al trauma in un servizio di riunificazione basato sul case management, attraverso due casi clinici illustrativi. Nei contesti di tutela dell’infanzia, il trauma, in qualsiasi generazione, può derivare da diversi fattori. Alcuni possono essere strutturali (per esempio, mancanza di lavoro, difficoltà abitative), cosicché la figura genitoriale si trova di fronte a forti pressioni esterne che assorbono le sue risorse al punto da sfociare nella trascuratezza o nel maltrattamento del bambino o della bambina. Inoltre, molte madri e molti padri presentano vulnerabilità emotive, psichiche e di salute fisica, compreso l’uso problematico di sostanze, come conseguenza di un’esposizione cronica al trauma nelle relazioni intime e di relazioni di attaccamento gravemente perturbate nella prima infanzia (Thompson, 2018). Ciò aggrava gli effetti dello svantaggio strutturale. È noto che le figure genitoriali di origine aborigena o appartenenti alle Prime Nazioni sono particolarmente a rischio a causa della storia coloniale e delle politiche di allontanamento forzato. Riconosciamo inoltre l’associazione significativa tra l’esperienza di accoglienza fuori famiglia vissuta dalla figura genitoriale e la probabilità che i suoi figli e figlie siano a loro volta segnalati o entrino nel sistema di accoglienza (Wall-Wieler et al., 2018).
Thompson (2018), riferendosi al trauma vissuto nella prima infanzia, nell’infanzia e nell’età adulta, osserva che lo stress traumatico non risolto in una figura genitoriale contribuisce in modo potente non solo alle difficoltà genitoriali, ma anche a uno scarso coinvolgimento con i servizi pubblici. Sostiene che, se non si risolvono lo stress traumatico derivante da una traumatizzazione interpersonale cronica e precoce e le difficoltà connesse a stabilire relazioni intime aperte e fiduciose, gli sforzi di riunificazione saranno compromessi.
L’approccio concettuale alla base dell’integrazione di una cura sensibile al trauma nel tradizionale servizio sociale di casework è stato descritto da Amos, Furber e Segal (2011), Amos (2017) e Amos, Segal e Cantor (2015), e incorporato in un quadro terapeutico adottato dal servizio di riunificazione. Chi firma questi lavori ha sintetizzato i risultati della ricerca sull’attaccamento nelle famiglie ad alto rischio (Lyons-Ruth & Jacobitz, 1999; Lyons-Ruth, Yellin, Melnick, & Atwood, 2005; Liotti, 2011; Liotti & Gilbert, 2011), la dissociazione strutturale della personalità (Van der Hart, Nijenhuis, & Stell, 2006), una comprensione, in termini di sistemi sociali, degli adattamenti dei mammiferi ad ambienti poveri di risorse e traumatizzanti (Kortmulder & Robbers, 2005), e concetti tratti dalle teorie psicodinamiche e dell’apprendimento.
Il modello afferma che livelli elevati di paura e vergogna irrisolvibili sono centrali nella trasmissione intergenerazionale della trascuratezza e del maltrattamento. La paura e la vergogna che la figura genitoriale si porta dalla prima infanzia vengono riattivate dalla genitorialità, il che perturba la comunicazione emotiva tra la figura genitoriale e il suo neonato (Lyons-Ruth, Yellin, Melnick, & Atwood, 2005). Il maltrattamento episodico acuto del bambino o della bambina da parte della figura genitoriale è inteso come il tentativo di quest’ultima di stabilizzare la riattivazione della paura e della vergogna suscitata dalla presenza del neonato o del bambino (Amos, Furber, & Segal, 2011). Le lotte croniche di potere in queste relazioni tra figura genitoriale e figlio o figlia sono intese come tentativi di ricorrere a dinamiche relazionali competitive per stabilire un equilibrio teso e di bassa intensità che, paradossalmente, garantisce stabilità a scapito della connessione emotiva (Amos, Segal, & Cantor, 2015).
Questo modello è stato utilizzato per prevedere gli obiettivi di qualsiasi intervento efficace volto a spezzare i cicli di trasmissione intergenerazionale del maltrattamento infantile. Si tratta di identificare ed elaborare le emozioni legate al trauma, compresi paura e vergogna travolgenti; interrompere la dipendenza dalle dinamiche relazionali competitive; sostenere la cooperazione; e aiutare la figura genitoriale a differenziarsi dal figlio o dalla figlia, in modo che sia visto o vista come un individuo separato, con una propria identità e una propria capacità di agire (Amos & Segal 2018).
Il servizio di riunificazione di cui si parla qui è erogato da una grande organizzazione non governativa, Centacare Catholic Family Services, ad Adelaide, in Australia. Il servizio integra un sostegno pratico per far fronte allo svantaggio strutturale con interventi terapeutici mirati per affrontare le origini traumatiche di una genitorialità non ottimale. L’équipe comprende una direzione a tempo pieno e un posto di professionista senior, sette equivalenti a tempo pieno (ETP) di operatrici e operatori della riunificazione e 0,3 ETP di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza con funzione di terapia specialistica. Il programma è finanziato dal servizio pubblico statale di tutela dell’infanzia per offrire un sostegno intensivo alle famiglie i cui figli e figlie sono stati allontanati dall’autorità competente e collocati nel sistema di accoglienza.
I minori seguiti dal servizio sono in genere sottoposti a provvedimenti giudiziari o accordi di breve durata, compresa tra tre e 12 mesi, anche se l’équipe segue anche adolescenti sottoposti a provvedimenti di lunga durata che possono trovarsi in accoglienza fuori famiglia da molti anni. Lo scopo generale di questi servizi è sostenere le famiglie nell’affrontare le preoccupazioni che hanno portato all’allontanamento dei bambini, delle bambine o degli adolescenti, affinché possano rientrare in sicurezza nella famiglia d’origine, senza vigilanza istituzionale.
Nel 2019–2021, il periodo considerato in questo resoconto, il servizio di riunificazione offriva servizi volontari di visita domiciliare della durata massima di 12 mesi. Le famiglie ricevevano fino a 11 ore di servizio a settimana (comprensive di tutte le attività di case management). I contratti di riunificazione familiare definivano come famiglie ammissibili quelle i cui figli e figlie erano sotto la custodia o la tutela dell’autorità competente e il cui progetto prevedeva la riunificazione o il ricongiungimento con la famiglia d’origine. Nel periodo 2019/2020 il servizio ha lavorato con 72 famiglie e, l’anno successivo, con 55.
In questo articolo illustriamo come una componente dell’intervento terapeutico, l’Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI; Chambers, 2012), abbia aiutato ad affrontare il trauma alla base di una genitorialità compromessa, che il servizio pubblico aveva individuato come ostacolo alla riunificazione.
L’AEAI è stata sviluppata da Chambers (2012) come modo per affrontare con madri e padri, in terapia familiare, le influenze indesiderate della famiglia d’origine, aiutandoli a superare modelli relazionali ripetitivi e poco utili nelle relazioni intime, come quelle tra figure genitoriali e figli. Partendo dalla teoria dell’attaccamento, Chambers riconosce che le persone adulte sono spesso disorientate da episodi di intensa attivazione emotiva che interferiscono con la loro capacità di essere il genitore che vorrebbero essere. Si ritiene che queste reazioni derivino dalla dolorosa ripetizione di procedure relazionali codificate implicitamente, nate nelle relazioni traumatizzanti della prima infanzia e dell’infanzia della figura genitoriale, che contengono informazioni su ciò che genitori e figli possono aspettarsi gli uni dagli altri e che si trasmettono inconsapevolmente di generazione in generazione.
L’AEAI è una parte di un intervento semimanualizzato in quattro fasi, la Parallel Parent and Child Therapy (P-PACT) (Chambers, Amos, Allison, & Roeger, 2006; Amos, Beal, & Furber; 2007). La P-PACT è stata utilizzata nei servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza e nella pratica privata in Australia e in Nuova Zelanda. Alcune ricerche ne sostengono l’uso nelle famiglie in cui la cura e la protezione dell’infanzia sono compromesse ma bambine e bambini restano affidati alla propria famiglia (Furber, Amos, Segal, & Kasprzak, 2013).
Il servizio di riunificazione ha individuato nell’AEAI un processo strutturato in grado di aiutare il personale a esplorare con madri e padri in che modo le esperienze di trauma nelle prime relazioni di attaccamento incidano sulla loro genitorialità. Ciò amplia l’uso dell’AEAI, poiché i minori di questa coorte sono stati allontanati per gravi preoccupazioni per la loro sicurezza, secondarie, secondo la nostra ipotesi, al trauma che le figure genitoriali hanno vissuto nella prima infanzia e nell’infanzia.
Inizialmente l’AEAI era somministrata dalla persona terapeuta specialista. Nel corso di tre anni, il personale di case management terapeutico ne ha assunto la somministrazione. Prima di somministrare l’AEAI, questo personale doveva svolgere l’intero processo dell’AEAI con una persona collega, sia come partecipante sia come conduttrice, sotto la supervisione diretta della persona terapeuta specialista responsabile. Ciò seguiva un periodo di affiancamento alla stessa durante le sedute con le persone assistite, insieme a una formazione strutturata per comprendere il modello teorico di riferimento. Oggi l’AEAI viene proposta alla maggior parte delle figure genitoriali che accedono al servizio di riunificazione. L’adesione è cresciuta costantemente: più del 50% di madri e padri accetta ora l’invito a esplorare la propria AEAI.
Durante l’AEAI, la figura di riferimento terapeutica e la figura genitoriale esplorano nel dettaglio ciò che quest’ultima ha imparato sulle relazioni tra genitori e figli a partire dalla propria esperienza di cercare cure e di riceverle (Chambers, 2012). In un primo momento, la figura di riferimento guida la figura genitoriale nella costruzione di un genogramma. Benché la persona assistita sia adulta, il genogramma mette l’accento sulla sua posizione di figlio o figlia. Ciò aiuta a orientare la sua attenzione verso le proprie esperienze infantili e permette alla figura genitoriale e alla sua figura di riferimento di individuare le persone che hanno svolto ruoli di accudimento importanti nella sua infanzia e adolescenza.
La seconda fase prevede che la figura di riferimento terapeutica e la persona assistita costruiscano una serie di mappe del modello operativo interno relativo a ciascuna figura di accudimento significativa. Questo processo è guidato da due domande: 1) Che cosa ha imparato da questa figura di accudimento sull’essere genitore? e 2) Che cosa ha imparato da questa figura di accudimento sull’essere bambino o bambina? (Chambers, 2012). Tra le competenze chiave del personale di case management terapeutico figurano l’aiutare la persona assistita a esplorare ricordi, racconti e sensazioni viscerali legati alle proprie esperienze di accudimento nell’infanzia, e il formulare, a partire da questi racconti di esperienze relazionali, enunciati generali sull’essere genitore o sull’essere bambino o bambina. Viene poi realizzato un libretto con le mappe, di cui si consegna una copia alla figura genitoriale.
Il ruolo della figura di riferimento terapeutica è aiutare la figura genitoriale a verbalizzare (o a rendere esplicito) quello che altrimenti potrebbe restare un processo nascosto o implicito, e a sviluppare un quadro concettuale o «mappa» che possa spiegare il rapporto tra le proprie esperienze e le interazioni con il figlio o la figlia. Il processo di narrazione rivela spesso un miscuglio disorientante di modelli cooperativi e competitivi nelle interazioni familiari attraverso le generazioni.
Riconoscere questi modelli serve a: a) ridurre la vergogna e l’autocolpevolizzazione contestualizzando le difficoltà genitoriali; b) offrire una narrazione coerente e un nuovo significato alla propria situazione; c) aiutare a distinguere quali aspetti dell’identità e del comportamento genitoriali dipendano dalle circostanze precoci e dal trauma relazionale della figura genitoriale. Inoltre, sviluppando empatia verso il bambino o la bambina che sono stati, queste persone possono rafforzare la propria identità, aumentando al tempo stesso la capacità di provare empatia per il figlio o la figlia, o per i figli. Questi risultati corrispondono agli obiettivi di un trattamento efficace, derivati dalla teoria, discussi in precedenza.
Attraverso questo processo, la figura genitoriale sviluppa una consapevolezza degli aspetti del proprio modello genitoriale che corrispondono al genitore che vuole essere e di quelli che non vi corrispondono. Il carattere automatico di queste esperienze codificate implicitamente fa sì che esse continuino spesso a interferire nella relazione con il figlio o la figlia. Tuttavia, con il libretto di mappe come risorsa, queste convinzioni possono essere riesaminate nei momenti difficili per capire in che modo il passato influenzi il sistema relazionale tra figura genitoriale e figlio o figlia, e sostenere l’ulteriore lavoro verso il cambiamento.
Questo articolo presenta due casi clinici in cui il processo dell’AEAI è stato utilizzato con padri nell’ambito del programma di riunificazione erogato da Centacare Catholic Family Services e finanziato dall’ente di tutela dell’infanzia della giurisdizione. Il Comitato etico per la ricerca sull’essere umano dell’università ha approvato la pubblicazione dei casi clinici (numero di approvazione: H-2017-230). Si utilizzano pseudonimi e le descrizioni potenzialmente identificative sono state adattate per tutelare l’anonimato delle persone intervistate. In entrambi i casi il percorso verso la piena riunificazione è stato complesso. Questi esempi non descrivono nel dettaglio l’intero intervento di case management, ma esaminano come l’inserimento dell’AEAI abbia sostenuto il processo di riunificazione in due famiglie nelle quali l’ente pubblico nutriva dubbi sulla fattibilità della riunificazione. In ciascun caso, le persone partecipanti hanno descritto il processo come estremamente difficile sul piano emotivo. Ciò si è riflesso in sedute saltate e in difficoltà intermittenti di coinvolgimento emotivo nel processo dell’AEAI. Entrambi sono riusciti a portare a termine il processo grazie al sostegno e all’incoraggiamento delle proprie figure di riferimento.
Quando Gary ha iniziato a lavorare con il servizio di riunificazione, era un genitore solo. Il suo bambino gli era stato allontanato, a lui e alla sua compagna, alla nascita, dopo aver presentato sintomi di astinenza perché nato esposto a sostanze illecite. Il bambino aveva sei mesi quando Gary è stato inviato al servizio di riunificazione, e la riunificazione è avvenuta quando aveva 16 mesi.
Nella prima infanzia Gary è stato accudito dal padre, che aveva una disabilità. All’inizio dell’adolescenza Gary ha rifiutato il padre ed è tornato a vivere con la madre e il patrigno. È stato iniziato alle droghe ed è diventato vittima di sfruttamento sessuale. La madre e il patrigno hanno reso possibile l’abuso in cambio di forniture più economiche di droghe illecite. Gary ha cominciato a fare uso regolare di sostanze a 14 anni, il che ha portato a un lungo periodo di consumo cronico e ad attività criminali connesse. Gary aveva tre figli e ha iniziato un trattamento dopo che il terzo (il bambino di cui si parla qui) gli era stato allontanato alla nascita. Era pulito da quattro mesi quando l’ente pubblico di tutela dell’infanzia ha preso seriamente in considerazione la riunificazione. Gary non era riuscito a ottenere il rientro dei due figli più grandi a causa del persistente uso di sostanze.
All’inizio Gary era riluttante a impegnarsi nell’AEAI. Nel decennio precedente aveva lavorato con diverse persone terapeute e non voleva tornare sui ricordi dolorosi delle relazioni con i suoi genitori, né sulle decisioni prese in relazione ai suoi comportamenti criminali. Un episodio traumatico ha quasi provocato una ricaduta nell’uso di droghe e la fine degli sforzi di riunificazione, ed è stato questo a motivare Gary a partecipare all’AEAI. Il suo coinvolgimento era subordinato al fatto che la persona terapeuta specialista e la figura di riferimento terapeutica strutturassero l’AEAI in modo da permettere a Gary di concentrarsi sui ricordi belli, piuttosto che su quelli difficili.
L’AEAI si è concentrata inizialmente sul padre biologico di Gary e si è svolta in tre sedute. L’équipe terapeutica ha raccolto tre pagine di enunciati positivi sull’essere bambino e sull’essere genitore. Sono riassunti nella tabella 1. Gary ha ripensato a numerose attività positive che i genitori fanno con bambine e bambini: per esempio, andare in bicicletta, leggere, giochi di fantasia, eventi di comunità, costruire voliere.
Tabella 1 — Enunciati positivi di Gary sulla genitorialità ottenuti con l’approccio terapeutico dell’AEAI centrato sul padre
Colonna di sinistra: «Che cosa ha imparato da Suo padre sull’essere genitore? Prima infanzia»; colonna di destra: «Che cosa ha imparato da Suo padre sull’essere bambino o bambina? Prima infanzia».
È emerso che negli anni dell’adolescenza Gary aveva vissuto una rottura completa della relazione con il padre, innescata da un bullismo estremo a scuola e aggravata dalla disabilità del padre e dalla sua incapacità di rispondere ai bisogni di un adolescente complesso. È stato allora che si è riavvicinato alla madre. L’AEAI ha aiutato Gary a riflettere su questa esperienza e a trovare narrazioni alternative che spiegassero la rottura della relazione con il padre (riassunte nella tabella 2).
Tabella 2 — Enunciati narrativi alternativi di Gary ottenuti con l’approccio terapeutico dell’AEAI che esplora la rottura della relazione con il padre
Colonna di sinistra: «Che cosa ha imparato da Suo padre sull’essere genitore? Anni dell’adolescenza»; colonna di destra: «Che cosa ha imparato da Suo padre sull’essere bambino o bambina? Anni dell’adolescenza».
Il riavvicinamento alla madre ha segnato l’inizio della tossicodipendenza di Gary e del suo trauma interpersonale. Gary ha faticato a trovare enunciati positivi sulla madre, riuscendo a formularne soltanto due relativi alla prima infanzia (riassunti nella tabella 3). Non ha voluto esplorare altri aspetti della loro relazione.
Tabella 3 — Enunciati positivi di Gary sulla genitorialità ottenuti con l’approccio terapeutico dell’AEAI centrato sulla madre
Colonna di sinistra: «Che cosa ha imparato da Sua madre sull’essere genitore?»; colonna di destra: «Che cosa ha imparato da Sua madre sull’essere bambino o bambina?».
Verso la fine del processo, Gary ha cominciato a mostrarsi protettivo nei confronti della madre. Questo nuovo sviluppo è stato interpretato come l’inizio di una comprensione delle vulnerabilità che possono portare a una genitorialità carente, sia nella madre sia in lui stesso. Gary è riuscito a provare un po’ di empatia per sé stesso e per la propria incapacità di prendersi cura dei figli, due dei quali erano stati collocati in affido familiare a lungo termine.
Solo allora Gary è riuscito a riconoscere come il suo modo di fare il genitore incidesse sui figli. Dopo aver stabilito questo collegamento, Gary ha potuto ricordare un episodio in cui non era stato in grado di offrire il sostegno emotivo di cui suo figlio aveva bisogno mentre era in difficoltà, e quanto suo figlio dovesse essersi sentito completamente solo in quel momento. È stato un momento emotivamente devastante ma decisivo, in cui Gary ha tracciato un parallelo tra ciò che provava suo figlio e ciò che lui stesso aveva provato con la propria madre biologica. La consapevolezza della propria solitudine, duratura e dolorosa, si è tradotta lentamente in una maggiore disponibilità emotiva di Gary e in un coinvolgimento attivo con il figlio e con i suoi bisogni.
Gary ha anche individuato un’amica della madre che era stata per lui una fonte di sostegno importante. Gary ha raccontato come lei lo avesse «adottato» quando lui aveva 12 anni e lei 24, e come avessero continuato ad avere una solida amicizia. Gary ha fornito diversi enunciati positivi su questa relazione (riassunti nella tabella 4). Questa parte dell’AEAI ha continuato a consolidare la comprensione, da parte di Gary, dei modelli positivi a cui poteva attingere come genitore. È stato inoltre completato il Circle of Security-Parent (COS-P) per radicare questi modelli come quelli destinati a guidare la sua futura genitorialità.
Tabella 4 — Enunciati positivi di Gary sulla genitorialità ottenuti con l’approccio terapeutico dell’AEAI centrato sull’amica
Colonna di sinistra: «Che cosa ha imparato dall’amica di Sua madre sull’essere genitore?»; colonna di destra: «Che cosa ha imparato dall’amica di Sua madre sull’essere bambino o bambina?».
Quando finalmente si è ricongiunto con il figlio di 16 mesi, il bambino ha mostrato rapidamente una netta preferenza per Gary rispetto alla madre affidataria che si era presa cura di lui da quando era stato allontanato alla nascita. Al nido, quando erano presenti sia Gary sia la madre affidataria, il bambino cercava il padre biologico come principale figura di attaccamento. Questo ha mostrato a Gary come i legami di attaccamento possano essere riparati e come legami di attaccamento sani possano continuare a formarsi con più figure di attaccamento nel corso dello sviluppo. Gary e la madre affidataria sono rimasti in contatto, e lei è entrata a far parte della rete familiare allargata del bambino. Con il tempo i contatti con la madre affidataria si sono diradati, ma non sono del tutto cessati.
Peter era un genitore solo che stava affrontando il processo di riunificazione con i suoi due figli piccoli (di due e tre anni). Il motivo principale dell’allontanamento era la grave violenza domestica esercitata da Peter contro la moglie, madre dei suoi figli, per la quale era stato incarcerato. Altre preoccupazioni riguardavano i problemi di salute mentale di Peter, la rabbia, una tendenza al controllo coercitivo nelle relazioni intime, l’abuso di droghe e alcol e la trascuratezza fisica e sanitaria nei confronti dei figli. Al momento dell’invio al servizio di riunificazione, Peter era senza casa e alternava notti all’aperto e ospitalità di fortuna sul divano di conoscenti. Grazie al sostegno coordinato di più servizi, Peter ha ottenuto un alloggio ritenuto adatto per vivere con due dei suoi figli. Al momento della piena riunificazione, i figli di Peter erano fuori dalla sua cura da 23 mesi.
I figli di Peter avevano subito un trauma significativo, aggravato dai frequenti cambi di collocamento dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza. Inizialmente erano stati collocati in affido intrafamiliare presso la nonna materna ma, dopo il fallimento di questa soluzione, uno è entrato in un affido familiare specializzato e l’altro è stato collocato presso un altro familiare. Presentavano problemi di comportamento, tra cui crisi di collera, accaparramento di cibo, ritiro emotivo e dissociazione.
All’inizio Peter aveva una comprensione limitata di come il suo comportamento violento avesse colpito i figli. Aveva già seguito una terapia volta a risolvere i suoi problemi di droga e alcol, la violenza domestica e i relativi problemi di rabbia. In una relazione psicologica si esprimeva tuttavia ancora la preoccupazione che Peter non avesse alcuna capacità di empatia, minimizzando l’esperienza che i figli avevano fatto della sua violenza e attribuendo ad altre persone la colpa del proprio comportamento. Per esempio, in un’occasione Peter aveva rotto tutte le finestre della casa di famiglia mentre i bambini erano dentro. Non riusciva a vedere l’impatto sui figli, perché la sua intenzione consapevole era intimidire la loro madre. La valutazione concludeva che, senza sviluppare una capacità di empatia, Peter non sarebbe stato in grado di comprendere i bisogni dei figli né di rispondervi.
L’AEAI è stata utilizzata per esplorare e accrescere la capacità di empatia di Peter, attingendo a esempi della sua stessa infanzia. Quando Peter è riuscito a vedere l’impatto che il comportamento del padre aveva avuto su di lui da bambino, guardando di nuovo con gli occhi del bambino che era stato, ha potuto vedere l’impatto del suo comportamento adulto sui figli (tabella 5).
Tabella 5 — Enunciati di Peter sulla genitorialità ottenuti con il processo terapeutico dell’AEAI centrato sul padre
Colonna di sinistra: «Che cosa ha imparato da Suo padre sull’essere padre?»; colonna di destra: «Che cosa ha imparato da Suo padre sull’essere bambino o bambina?».
Peter ha capito che il significato che aveva dato alla violenza del padre nei suoi confronti era che lui, da bambino, fosse così potente, cattivo, distruttivo e malvagio che il padre doveva usare la violenza per controllarlo. Peter è anche riuscito a individuare l’interazione in cui aveva usato per la prima volta lui stesso aggressività e violenza (tabella 6).
Tabella 6 — Enunciati di Peter sulla genitorialità ottenuti con il processo terapeutico dell’AEAI centrato sul patrigno
Colonna di sinistra: «Che cosa ha imparato dal Suo patrigno sull’essere padre?»; colonna di destra: «Che cosa ha imparato dal Suo patrigno sull’essere bambino o bambina?».
Nel corso dell’AEAI, l’équipe terapeutica ha osservato cambiamenti nel linguaggio e nel tono di voce di Peter: mentre prima discuteva, contestava o contraddiceva la sua figura di riferimento, in particolare su temi come la violenza domestica e la gestione della rabbia, Peter ha cominciato a collaborare con lei. Peter ha descritto il processo dell’AEAI come «impegnativo» e «difficile da affrontare», ma ha detto di averne «ricavato molto» e che lo consiglierebbe ad altre persone.
Lo scopo principale dell’AEAI è aiutare madri e padri a comprendere come le loro esperienze di trauma nelle prime relazioni con le figure di accudimento incidano oggi sulla relazione genitoriale con i propri figli. Attraverso un processo di autoriflessione sostenuta, e non un processo centrato sulla colpa e sulla vergogna, la partecipazione all’AEAI ha aiutato i padri qui descritti a formulare ciò che altrimenti sarebbe potuto rimanere nascosto.
La terapia ha aiutato entrambi i padri a prendere coscienza degli aspetti dei loro modelli operativi interni della genitorialità che erano utili e di quelli che non lo erano. Per esempio, Gary è riuscito ad attingere agli enunciati positivi sulla relazione con il proprio padre e a ridefinire la rottura di quella relazione. In seguito Gary avrebbe osservato che era la prima volta che veniva sostenuto nell’esplorare gli aspetti positivi dei suoi primi anni di vita. È anche riuscito a individuare e comprendere le vulnerabilità che avevano portato la madre a una genitorialità carente e che lui riproduceva nel proprio modo di fare il genitore. Ciò ha favorito sentimenti di comprensione e di perdono verso la madre e, per estensione, verso sé stesso. Scoprire questo modello operativo interno più positivo ha permesso a Gary di accedere al modello operativo interno della relazione più funzionale con il padre, che sarebbe stata la base per diventare il padre che voleva essere per il suo bambino. Man mano che avanzava nell’AEAI, Gary è riuscito ad attingere in modo più automatico ai modelli genitoriali positivi che aveva individuato, ma che in precedenza erano stati oscurati dai ricordi del trauma.
Per Peter, comprendere l’impatto che la violenza del padre e del patrigno aveva avuto su di lui da bambino lo ha aiutato a riconoscere che uno dei suoi figli poteva aver inteso la violenza familiare di Peter come necessaria per controllare la propria intrinseca «cattiveria», proprio come aveva fatto Peter. Benché questa presa di coscienza abbia messo Peter di fronte al fatto devastante di aver fatto del male ai propri figli e di aver perpetuato il ciclo traumatico che avrebbe voluto evitare, egli è riuscito a usare questa consapevolezza in modo costruttivo nelle interazioni con il figlio. Ha avuto così inizio un processo di perdono verso sé stesso, simile a quello vissuto da Gary.
In effetti, una chiave dei progressi di entrambi i padri è stata costruire «empatia» verso sé stessi attraverso un processo di presa di coscienza. Riflettendo e prendendo coscienza di come i comportamenti dei propri genitori li avessero segnati da bambini, entrambi sono riusciti a individuare come queste esperienze avessero influenzato le loro pratiche genitoriali e gli effetti che ciò aveva avuto sui figli. Così, avviando il processo di perdono, hanno potuto progredire verso pratiche genitoriali più accudenti e positive e cominciare a riparare la relazione con i propri figli.
Due processi hanno sostenuto il buon esito dell’introduzione dell’AEAI nel programma: l’obbligo, per il personale di case management terapeutico, di sperimentare l’AEAI sia come partecipante sia come conduttore, e la possibilità di accedere a una supervisione clinica regolare. Questi requisiti di formazione e supervisione hanno sostenuto lo sviluppo delle competenze nelle prime fasi della somministrazione dell’AEAI e hanno ridotto il rischio che le vulnerabilità e le strategie protettive proprie di questo personale (note e nascoste) influenzassero il processo terapeutico. Il personale di case management terapeutico ha indicato che ciò gli ha fornito un’impalcatura e la fiducia necessaria per coinvolgere madri e padri in conversazioni talvolta difficili e cariche di emozione, che favoriscono una riflessione «più profonda».
L’AEAI è stata una parte significativa dell’intervento terapeutico, offerta accanto a un programma di lavoro più ampio. Vi erano differenze tra gli approcci tradizionali alla terapia e il modo in cui l’AEAI è stata somministrata. Terapia e case management sono stati combinati per creare un processo di case management terapeutico per la riunificazione, che bilanciava la componente terapeutica delle sedute e il sostegno ad altri bisogni quotidiani, comprese le questioni legate alla gestione della vita e della casa e le strategie genitoriali pratiche. Il fatto di attribuire pari importanza ai bisogni terapeutici delle figure genitoriali e ai loro bisogni pratici, nella «sicurezza» della propria casa, ha facilitato l’integrazione delle acquisizioni terapeutiche nella vita quotidiana. Le attività pratiche offrivano inoltre sfide immediate e non programmate, che venivano integrate nel lavoro terapeutico. Questo approccio ha permesso al personale di case management terapeutico di mettere in luce i punti di forza e le difficoltà della figura genitoriale, offrendo occasioni immediate di feedback positivo e di sviluppo di narrazioni alternative in tempo reale. Inserire la terapia nelle attività quotidiane ha offerto alle famiglie un elemento di «controllo» e un senso di «parità», ed è sembrato un’esperienza meno conflittuale e più gestibile rispetto ai più «tradizionali» interventi terapeutici in studio.
Questi casi clinici e l’esperienza di inserire l’AEAI in un servizio in cui la terapia verrebbe normalmente esternalizzata sono incoraggianti: con una formazione solida e una supervisione continua, interventi terapeutici strutturati come l’AEAI possono essere integrati in modo sicuro ed efficace in servizi non clinici. La nostra raccomandazione è che i servizi di sostegno alle famiglie esterni all’ambito della salute mentale inseriscano nei loro programmi interventi sensibili al trauma come l’AEAI. Ciò aumenterebbe l’accesso a trattamenti sensibili al trauma per alcune famiglie molto vulnerabili e traumatizzate.
Valutare interventi di questo tipo è complesso. Quando gli interventi sono individualizzati e adattati ai bisogni complessi delle singole famiglie, è difficile isolare quali elementi o fattori siano legati agli esiti (Malvaso & Delfabbro, 2020). Come sottolineano Fraser et al. (1996), è anche difficile stabilire se il successo di un caso dipenda da intenzioni preesistenti o da una disponibilità alla riunificazione piuttosto che dalla natura dell’intervento fornito. Tuttavia, come sostengono Malvaso e Delfabbro (2020), è importante riferire che i programmi possono dimostrare il proprio successo indipendentemente dal carattere selettivo dei campioni di riunificazione.
Questi resoconti di casi, pur incoraggianti, sono aneddotici ed è necessaria una valutazione più rigorosa. Sono previste ulteriori ricerche. Tra queste, contattare le famiglie che hanno lavorato con questo servizio di riunificazione per determinare la durata dei rientri e capire, dal loro punto di vista, quali interventi ritengano più utili. Inoltre, questi esiti verranno messi in relazione con gli interventi forniti, per esaminare se la stabilità della riunificazione possa essere collegata alla somministrazione dell’AEAI o a una particolare combinazione di interventi. Poiché il numero di madri e padri che partecipano all’AEAI è aumentato, la North Carolina Family Assessment Scale (Kirk, Kim, & Griffith, 2005) viene integrata nella misurazione sistematica degli esiti, per cominciare a produrre dati empirici.
Benché non sia possibile generalizzare a tutte le famiglie per le quali si prende in considerazione la riunificazione, gli approcci terapeutici presentati in questo articolo indicano che concentrarsi sul trauma intergenerazionale può aiutare madri e padri a ridefinire la relazione con figlie e figli in modi che portano a cambiamenti osservabili nei comportamenti genitoriali, capaci di facilitare il buon esito della riunificazione. Al momento della stesura di questo articolo, per quanto ci risulta, i bambini continuavano a essere accuditi dalle loro famiglie.
Complexe Systémique: punti chiave
Il merito dell’articolo è mostrare un gesto clinico preciso invece di descriverlo da lontano: chiedere a un genitore che cosa abbia imparato, da bambino o da bambina, sull’essere genitore e sull’essere bambino o bambina, poi restituirgli queste «lezioni» in un libretto. Si riconoscono il genogramma e la lettura transgenerazionale cari alla terapia familiare, ma trasferiti in un contesto di tutela dell’infanzia, a domicilio, e messi in pratica dal personale che già accompagna la famiglia nel quotidiano. La scommessa è passare dalla colpa al lutto: finché domina la vergogna, la riflessione si chiude. Le vignette di Gary e Peter sono forti, ma si tratta di due casi selezionati, descritti dall’équipe che ha condotto l’intervento, senza misure di esito né follow-up oltre il momento della stesura. Una lettura sistemica sentirà anche la mancanza delle altre voci: le madri, la madre affidataria, i bambini stessi, e la questione della sicurezza laddove c’è stata violenza nella coppia. Resta una pista utile: formare e supervisionare équipe non cliniche invece di esternalizzare la terapia. Da leggere insieme a l’articolo sulla ridefinizione relazionale nella terapia familiare basata sull’attaccamento e a l’articolo sulla trascendenza transgenerazionale.
Note dall’originale
Ringraziamenti. Pubblicazione in open access resa possibile dalla University of South Australia, nell’ambito dell’accordo tra Wiley e la University of South Australia tramite il Council of Australian University Librarians.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Using the Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI) to Break the Cycle of Intergenerational Trauma: Illustrations from a Family Reunification Program, di Jackie Amos, Bryan Todd, Bryony Gibson, Samuel Carpenter, Catia G. Malvaso e Paul H. Delfabbro, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 43, no 2 (2022), doi: 10.1002/anzf.1490, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questo è l’articolo originale «Using the Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI) to Break the Cycle of Intergenerational Trauma: Illustrations from a Family Reunification Program», pubblicato su Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2022) con licenza CC BY 4.0. Tradotto in italiano da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: traduzione non ufficiale, adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Amos, J., Todd, B., Gibson, B., Carpenter, S., Malvaso, C. G., e Delfabbro, P. H. (2022). Using the Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI) to Break the Cycle of Intergenerational Trauma: Illustrations from a Family Reunification Program. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/using-the-adult-exploration-of-attachment-interview-aeai-to-break-the-cycle (Opera originale pubblicata nel 2022 su Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 43(2), 168-181 (2022); ripubblicata nel 2022 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.1490)
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