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Red Sistémica · Violenze
Le istituzioni di tutela dei minori sono concepite per proteggere l’infanzia dal maltrattamento che può subire in famiglia quando questa è disfunzionale. A tal fine, il necessario controllo deve essere esercitato in una prospettiva terapeutica. Se ciò non avviene e il controllo diventa la guida principale dell’intervento, i suoi obiettivi si pervertono e si genera maltrattamento istituzionale. Queste idee vengono qui discusse a partire da un caso.
«Un tempo era soltanto Dio a dare e togliere i figli; oggi gli fanno concorrenza i servizi di tutela dei minori.»
Juan Luis Linares
Parole chiave: controllo; terapia; tutela dei minori; maltrattamento familiare; maltrattamento istituzionale.
Per quanto possa sembrare incredibile, il pieno riconoscimento dell’esistenza del maltrattamento familiare è un fenomeno recente, al quale tanto la scienza quanto la politica hanno tradizionalmente opposto resistenza. Sappiamo che perfino una mente lucida come quella di Freud si rifiutò di accettare l’evidenza dell’abuso sessuale sull’infanzia, attribuendo alla fantasia gli indizi che portavano le persone in analisi. Non ha ancora compiuto cinquant’anni il celebre articolo di Kempe e coll. (1962) in cui si descrive la «sindrome del bambino maltrattato», ponendo le basi di un’inevitabile presa di coscienza da parte delle istituzioni e della comunità scientifica. E la questione continua a interrogare specialisti e profani: com’è possibile che la famiglia, e in particolare i genitori, pervertano obiettivi di protezione radicati nell’istinto di conservazione della specie, attentando a quest’ultima e mettendo in pericolo perfino la vita dei propri figli?
La risposta va cercata nel peculiare rapporto della specie umana con la natura, che, lungi dall’accontentarsi di un’appartenenza passiva, non ha mai smesso di sfidare attivamente, facendo di questa sfida uno dei suoi tratti distintivi più importanti. E ciò soprattutto da quando l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento liberò forza lavoro per sviluppare attività diverse dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza: arte, filosofia, religione… Dipingere un bosco, proporre una teoria cosmologica o aggrapparsi all’immortalità rappresentano sfide alla natura di diversa portata, come lo sono anche l’amore e il suo contrappunto distruttivo, risultato del suo blocco da parte del potere: il maltrattamento. Tanto l’amore quanto il maltrattamento ci definiscono come specie (Linares, 2002), poiché solo noi umani amiamo e maltrattiamo. Con un’importante sfumatura differenziale, però: siamo creature primariamente amorevoli e secondariamente maltrattanti.
Da quanto precede deriva la necessità di promuovere l’amore e ridurre il maltrattamento, sapendo che sarebbe altrettanto vano pretendere di intronizzare il primo come re assoluto delle relazioni umane quanto sradicare il secondo fino alle ultime tracce. Rimandiamo la promozione dell’amore a imprese più ambiziose di questo articolo e limitiamoci per ora a riflettere sulla riduzione del maltrattamento.
Nel corso degli ultimi decenni gli Stati moderni si sono dotati di istituzioni incaricate di vegliare sul benessere dell’infanzia, proteggendola dal rischio di maltrattamento. Man mano che il maltrattamento familiare diventava evidente, queste istituzioni vi si sono specializzate, dotandosi di risorse materiali, umane e legali volte a combatterlo. In generale, però, si sono portate dietro la contraddizione insita nell’esercizio del controllo in forma combinata o complementare con il ripristino o la riparazione.
Il controllo è semplice quando si esercita su bersagli percepiti come ostili che, come accade in guerra, non importa distruggere; ma diventa straordinariamente complesso se l’oggetto da controllare deve essere, al tempo stesso, curato e protetto. Esasperato dalle difficoltà di una simile impresa, Bateson (1972) arrivò a negare la possibilità stessa del controllo, definendolo, con intento squalificante, un concetto dormitivo. Gli argomenti non mancano, alla luce della sorte toccata ad alcune delle più importanti e massicce esperienze di controllo sociale dei tempi moderni. Il sistema penitenziario doveva controllare la delinquenza favorendo la riabilitazione sociale, e conosciamo, senza che valga la pena insistervi, la portata del suo fallimento. Anche il sistema manicomiale doveva controllare le persone con disturbi mentali consentendone e stimolandone la guarigione, e a questo punto non resta il minimo dubbio sul radicale fallimento della sua missione (Foucault, 1972). Sono precedenti inquietanti, che dovrebbero mettere in guardia dai pericoli che minacciano il sistema di prevenzione del maltrattamento e della violenza coniugale e familiare, se non si mettono in campo idee e risorse radicalmente nuove.
Perché, a tutt’oggi e in Spagna in particolare, le istituzioni incaricate di prevenire il maltrattamento continuano ad applicare il controllo puro e semplice, nel suo duplice versante: reprimere chi maltratta e proteggere chi è maltrattato. Ma, come dimostra tragicamente la legge contro la violenza di genere, in realtà tale protezione non c’è, perché il maltrattante represso (e soltanto represso) tende a esasperare le proprie tendenze auto- ed eterodistruttive e la donna maltrattata protetta (e soltanto protetta) sfugge alla protezione per esporsi di nuovo al pericolo, spinti entrambi da forze psicologiche molto più potenti del controllo. C’è da augurarsi che la società e le istituzioni prendano coscienza della necessità che il controllo venga esercitato a partire da un livello di complessità superiore, che lo includa e lo sfumi, necessariamente terapeutico. La terapia di coppia è indispensabile per decostruire e dissolvere i legami morbosi che uniscono il maltrattante e la donna maltrattata attorno alla violenza; e ciò, naturalmente, non nelle ultime e fatali fasi del processo, ma nelle prime, quando il danno è ancora lieve e reversibile.
E il discorso vale anche per il maltrattamento familiare e per le istituzioni incaricate di prevenirlo, dove di solito accade allo stesso modo che le équipe professionali debbano impegnarsi in politiche orientate a un controllo privo di visione terapeutica. A volte si dichiara esplicitamente il rifiuto della terapia familiare, invocando la presunta incondizionalità del sostegno al minore come criterio superiore che deve guidare l’intervento. Ma, per arrivare a questa posizione, bisogna ignorare l’opinione dell’infanzia, che raramente desidera essere separata dalla famiglia, e l’evidenza che, prima o poi, la stragrande maggioranza dei minori in stato di abbandono finisce per «ritornare» in famiglia, sempre che questa esista ancora. È un paradosso proteggere l’infanzia maltrattata facendo orecchie da mercante ai suoi desideri e alle sue richieste e ignorandone gli interessi. Questa posizione di fondo è compatibile con un altro atteggiamento più sottile, che consiste nell’accettare e perfino cercare una terapia familiare, ma tenendola fuori e isolata dall’ambito delle decisioni amministrative, che resta patrimonio esclusivo dell’équipe di tutela dei minori. Privata di qualsiasi operatività, in tali circostanze la terapia familiare rischia di squalificarsi nell’impotenza.
A quest’ultima modalità appartiene il caso che ha motivato il presente articolo, in cui concorrono ingredienti perfettamente qualificabili come maltrattamento istituzionale.
Il controllo puro e semplice
Reprimere chi maltratta e proteggere la persona maltrattata. Chi maltratta, se viene soltanto represso, esaspera le proprie tendenze distruttive; la persona soltanto protetta sfugge alla protezione per esporsi di nuovo al pericolo.
Il controllo da un livello superiore
Un controllo incluso e sfumato da una prospettiva terapeutica, capace di decostruire i legami morbosi attorno alla violenza fin dalle prime fasi, quando il danno è ancora lieve e reversibile.
Quando le istituzioni sociali cui è affidata l’erogazione di servizi falliscono nello svolgimento della loro missione, provocando danni all’utenza, incorrono nel maltrattamento istituzionale (Linares, 2006). Poiché le istituzioni sanitarie sono tra le più antiche, esiste una vastissima casistica legata al loro fallimento, che dispone di una denominazione propria molto diffusa: iatrogenesi.
Le istituzioni dei servizi sociali e della tutela dei minori sono molto più giovani, ma anch’esse contano precedenti agghiaccianti di perversione dei propri obiettivi. Per questo, e in mancanza di una denominazione specifica consacrata dall’uso, è importante una riflessione critica che aiuti a prevenire simili abusi. Perché è altrettanto intollerabile che un’équipe chirurgica dimentichi una garza nell’addome della persona operata, o contrarre un’infezione in seguito a un ricovero ospedaliero, quanto lasciare malridotta la famiglia di un bambino, che è la sua unica risorsa relazionale per il futuro.
Le équipe di tutela dei minori hanno un’immensa responsabilità, che richiederebbe risorse di entità proporzionata: spazi fisici dignitosi; una politica adeguata, chiara e ben pianificata; e un organico ben selezionato e ben curato, con una formazione di alto livello. Benché esistano opinioni assai più critiche (da parte di chi ci lavora), per quanto arriva la nostra esperienza non c’è nulla da obiettare riguardo alla dignità degli spazi fisici, più che corretta in generale, trattandosi di istituzioni nuove ospitate in strutture nuove. Ma, purtroppo, la valutazione positiva finisce qui.
In Catalogna, da dove viene scritto questo articolo, la politica fu dettata dal primo governo sotto il quale furono create le istituzioni di tutela dei minori, e da allora non è stata sostanzialmente modificata. Il risultato si potrebbe riassumere in due direttive principali: per il bambino ma senza il bambino; e contro «la famiglia colpevole». Abbiamo già segnalato che entrambe le direttive ci sembrano profondamente inadeguate, ancorate come sono, rispettivamente, a un protezionismo paternalista e a un’ossessione persecutoria e vendicativa. Ma, oltre a ciò, questa politica non soddisfa nemmeno i requisiti di chiarezza e buona pianificazione. Tratta le famiglie con uno sguardo uniformante, senza distinguere nella pratica tra le diverse modalità di disfunzionalità che possono presentare, come se fossero tutte multiproblematiche.
Quanto all’organico, è naturalmente scarso, il che impedisce di prendere in carico tempestivamente le situazioni considerate a minor rischio, sebbene paradossalmente siano proprio queste a dare i risultati migliori e a essere le più redditizie per il benessere futuro della popolazione seguita. Esagerando a fini didattici, potremmo dire che, di fronte a cento casi di minori a rischio, in novantanove le équipe si astengono e su uno solo si accaniscono. Si tratta per lo più di personale giovane che, inevitabilmente, presenta quindi lacune importanti nella formazione, che molte persone cercano lodevolmente di colmare pagandola di tasca propria. Il sistema non dovrebbe fare affidamento su questo meccanismo (anzi, in gran parte lo ostacola!), bensì attuare seri programmi di formazione continua, con supervisioni esterne sistematiche che rafforzino l’autocritica e riducano i riflessi di difesa corporativa.
In definitiva, le istituzioni di tutela dei minori, nel contesto che ci fa da riferimento, riuniscono alcune delle condizioni più importanti per dispensare maltrattamento istituzionale. Quel che segue ne è un piccolo campione.
L’autore ha avuto esperienze (scarse di numero, ma altamente significative quanto alla qualità del lavoro svolto) di collaborazione positiva con istituzioni di tutela dei minori. Ha avuto anche esperienze negative, purtroppo in numero molto superiore. Se ha scelto questo caso per illustrare il presente articolo, è perché, pur essendo di minore gravità, mostra in modo tanto drammatico quanto esemplare i paradossi del maltrattamento istituzionale: le vittime vengono vittimizzate di nuovo e il maltrattante riceve un premio.
Da ricordare
Il maltrattamento istituzionale è, per i servizi sociali, l’equivalente della iatrogenesi medica: un’istituzione che fallisce nella propria missione fino a nuocere al pubblico che serve. Per Linares, tre condizioni lo prevengono: locali dignitosi, una politica chiara che distingua le modalità di disfunzionamento familiare, ed équipe formate e supervisionate dall’esterno.
Sandra López Castro, 11 anni, è la figlia unica di Sara ed Enrique, rispettivamente di 38 e 40 anni. L’E.A.I.A. (Equipo de Atención a la Infancia y la Adolescencia, l’équipe per l’infanzia e l’adolescenza) della comarca in cui risiedono li invia in terapia familiare dopo aver preso la decisione di revocare ai genitori la tutela della minore e di affidarne la custodia alla nonna paterna. Il motivo è la reiterata violenza fisica esercitata dal padre sulla madre, che per il momento non si è separata. Sebbene non ci sia mai stata violenza contro Sandra, si ritiene che subisca un maltrattamento indiretto, per la sua esposizione passiva a quello patito dalla madre.
Nei giorni successivi all’invio, nemmeno una settimana prima dell’inizio della terapia, Sara si separò da Enrique e prese in affitto un appartamento dove andò a vivere con la propria madre. Di fronte a questa importante novità, si chiese all’E.A.I.A. di confermare l’opportunità di proseguire con il piano terapeutico. La risposta fu affermativa, fondata sull’opinione, espressa dallo psicologo referente (lo chiameremo Jordi), che la madre fosse una donna molto immatura e la famiglia materna molto manipolatoria, per cui la terapia restava necessaria.
E la terapia cominciò.
Sandra era una bambina intelligente e molto vivace, che dava l’impressione di sapere ciò che voleva. E ciò che voleva era vivere con la madre e, per il momento, non vedere il padre. Voleva anche avere contatti con la famiglia materna, oltre che con quella paterna, presso cui risiedeva. Ma l’E.A.I.A. aveva deciso che non doveva avere contatti con la famiglia materna e soltanto un incontro ogni quindici giorni con la madre. Quasi lo stesso rapporto che con il padre, che doveva anch’egli telefonarle ogni due settimane.
Jordi affermava di non fidarsi della decisione di Sara di separarsi, perché l’aveva già fatto altre volte ed era sempre tornata con Enrique. Quanto alla famiglia materna, era ancora meno affidabile, perché si era rifiutata di prendersi cura della bambina.
Sara riconosceva di aver avuto un grave problema di dipendenza dal marito, ma assicurava di starlo superando vedendo le difficoltà che ciò stava creando alla figlia. Quanto alla famiglia materna, spiegava che i suoi si erano mostrati restii ad accettare la custodia di Sandra perché, vivendo nello stesso paese, temevano di essere oggetto di violente pressioni da parte di Enrique. Era gente ben inserita socialmente, piccoli commercianti benestanti. Sara aveva due negozi, in comune con Enrique, il che rendeva difficile la separazione totale, perché erano condannati a mantenere contatti professionali. Ma la sua decisione era irrevocabile.
Quanto alla famiglia paterna, la nonna e due zie, viveva nella grande città, a trenta chilometri di distanza. Questo la metteva più al riparo dalle pressioni di Enrique, sul quale, per di più, aveva un’autorità indiscussa. Per questo tutti accettavano che fosse una buona idea che si occupasse di Sandra, se non che… il problema era che se l’erano presa troppo a cuore. Tra le due famiglie c’era sempre stato un buon rapporto, ma ora la nonna e le zie paterne si erano identificate pienamente con la filosofia dell’E.A.I.A. e squalificavano Sara e i suoi. È anche vero che Jordi minacciava di mandare Sandra in una comunità di accoglienza se non avessero seguito rigorosamente le regole. Per questo arrivarono, d’accordo con l’E.A.I.A., a toglierle il cellulare perché aveva parlato con la madre e con la famiglia materna. Sandra non nascondeva la propria esasperazione. L’avevano costretta a separarsi dalla madre, non le lasciavano vedere la sua famiglia, aveva dovuto cambiare scuola e non poteva incontrare le sue amicizie…!
Si scelse di rafforzare la madre e di legittimare il diritto alla relazione con la famiglia materna, senza però togliere validità alla posizione di quella paterna. Non era un compito facile, perché tra le due famiglie si era già installata un’aperta animosità. Si criticò «la politica dell’amministrazione», salvaguardando in ogni momento la buona intenzione dei membri dell’équipe come persone. Si trattenne Sara dal portare in sede giudiziaria la sua frustrazione e la sua rabbia, incoraggiandola a mostrarsi collaborativa con l’E.A.I.A. e garantendole il sostegno dello spazio terapeutico in questa linea conciliante.
E Sara cominciava a dare chiari segni di cambiamento. Da una parte riconosceva la sua precedente dipendenza da Enrique, quasi si fosse trattato di una malattia, ma dall’altra consolidava i suoi passi verso l’autonomia. Per il momento viveva con la madre, come una sorta di garanzia che non sarebbe tornata con Enrique, ma stava cominciando a uscire con un uomo che la trattava molto bene e da cui si sentiva sempre più attratta. Tuttavia non osava rendere pubblica questa relazione, per timore tanto della reazione di Enrique quanto di quella dell’E.A.I.A. In ogni caso, quando Sandra cominciò a sfidarla su questo punto («Se avessi un fidanzato saremmo tutti più tranquilli, sapremmo che non torni con papà»), capì che doveva cominciare a parlarne. E la prima a saperlo fu Sandra.
Ma le cose si complicavano su più fronti. La famiglia paterna, diventata «i buoni» per effetto dell’intervento dell’E.A.I.A., si mostrava sempre più rigida nei confronti di Sara e della sua famiglia, e non nascondeva una certa diffidenza davanti al tentativo del terapeuta di presentare una visione positiva di tutti. Nella logica manichea che questo tipo di interventi introduce, se una parte incarna «i buoni», l’altra diventa «i cattivi», e si tende a preservare questo status quo e a trincerarsi nel ruolo privilegiato.
D’altra parte, Sandra si avvicinava all’adolescenza. Il suo rendimento scolastico, che era sempre stato eccellente, dava segni di peggioramento, mentre comparivano alcune ombre nel ventaglio delle sue relazioni sociali. Sorsero scontri con la madre di crescente virulenza, al riparo di un rimprovero di una certa legittimità, ma espresso con un’asprezza tale da renderlo terribilmente ingiusto: «È colpa della tua testa matta se mi si è complicata la vita; se avessi saputo impedire a papà di maltrattarti non saremmo a questo punto.» È l’effetto di ciò che Colapinto (1995) chiama diluizione familiare, risultato dell’intervento intempestivo delle istituzioni di controllo sulla famiglia: man mano che i servizi professionali occupano spazi vitali del tessuto familiare, in particolare quelli che riguardano le decisioni, i legami si indeboliscono, a danno soprattutto dei figli minori.
Fu un lavoro faticoso ridurre le tensioni tra le due famiglie, e non si riuscì mai a ristabilire il clima di cordialità di un tempo. Quanto a Sandra, si stabilizzò a scuola e normalizzò le sue relazioni sociali e quelle con le due famiglie, ma continuò a mostrarsi eccessivamente critica ed esigente con la madre, molto ferita nel constatare l’allontanamento della figlia. Anche i contatti con il padre, che il terapeuta aveva sempre presentato come necessari man mano che lei si fosse sentita incoraggiata ad averli, divennero progressivamente più distesi. Fin dal primo momento il terapeuta aveva annunciato l’intenzione di convocare il padre per coinvolgerlo nel processo di cambiamento che la famiglia stava attraversando.
In definitiva, nonostante alcune difficoltà minori, la terapia procedeva ragionevolmente bene.
Stando così le cose, il terapeuta non riusciva a entrare in contatto con Jordi e la terapia risentiva di questa mancanza di comunicazione. Le notizie di decisioni prese dall’E.A.I.A. senza la minima partecipazione dei criteri terapeutici erano continue, e sempre con la stessa impronta: divieti e controllo. Se Sara chiedeva di allungare di qualche ora il contatto con Sandra, le si rispondeva di no; i contatti con la famiglia materna venivano respinti; le proteste venivano soffocate con la minaccia di misure ancora più energiche; e perfino, al colmo del furore controllante, si annunciò una visita di ispezione al nuovo appartamento di Sara per verificare se avesse i requisiti per accogliere Sandra. Come se questa fosse mai stata maltrattata dalla madre o Sara fosse sospettata di negligenza!
Il terapeuta telefonava e lasciava messaggi senza alcun risultato. Finché un giorno, sotto la minaccia di fare uno scandalo, Jordi venne finalmente al telefono. Era molto arrabbiato con il terapeuta perché la famiglia paterna di Sandra gli aveva riferito che questi lo aveva criticato in seduta. A nulla valse che il terapeuta assicurasse di non aver mai espresso critiche personali, ma di aver manifestato il proprio disaccordo con la politica dell’istituzione, la Dirección General de Atención a la Infancia y Adolescencia (Direzione generale per l’infanzia e l’adolescenza), e ciò con l’obiettivo strategico di creare un antagonista anonimo e impersonale di fronte al quale poter unire le due famiglie e porre fine alla lacerazione emotiva di Sandra. Né servì che rivendicasse il proprio ruolo decisivo nell’evitare che il caso finisse in tribunale, avendo sempre consigliato a Sara e ai suoi un atteggiamento collaborativo con la famiglia paterna e con l’équipe professionale. Jordi si mostrò inflessibilmente squalificante nei confronti della terapia e del terapeuta, dichiarandosi offeso e refrattario a qualunque spiegazione ragionevole.
Il terapeuta capì che i ponti erano rotti e decise di scrivere una lettera, che trascriviamo qui di seguito.
Le faccio pervenire il presente documento davanti all’evidenza che non riusciremo a coordinarci a proposito della famiglia di Sandra. Intuisco che sia così perché:
a) Lei si identifica con l’istituzione oggetto delle mie critiche (la DGAIA, a titolo assolutamente impersonale) e le riferisce a sé.
b) Lei mi ha offeso e trattato con disprezzo e, a questo punto della mia vita, non è qualcosa che io intenda tollerare.
Tuttavia ho un impegno morale nei confronti di Sandra e della sua famiglia, e mi sento quindi in dovere di comunicarLe le mie impressioni professionali.
Maltrattamento con violenza fisica del padre di Sandra nei confronti della moglie. Fino al momento dell’intervento, quest’ultima si è mostrata incapace di difendersi interrompendo efficacemente lo schema disfunzionale. Ciò si ripercuote su Sandra sotto forma di maltrattamento psicologico indiretto.
Revoca ai genitori della tutela di Sandra. In un primo momento si cerca di affidare la custodia della minore alla famiglia materna. Questa fa presente che, vivendo nello stesso paese del padre, teme di non poter controllare la situazione se costui non rispetta il provvedimento. In seconda istanza si ricorre quindi alla famiglia paterna, che abita a Barcellona e accetta di prendersi cura di Sandra.
La coppia viene inviata in terapia al Sant Pau ma, prima che questa inizi, la madre decide di separarsi. Si mantiene l’indicazione di terapia familiare.
(Fin qui, l’intervento mi sembra corretto.)
I contatti di Sandra, sia con il padre (che Sandra non vuole vedere) sia con la madre (che Sandra vuole vedere in assoluta libertà), vengono limitati a un minimo simbolico. I contatti di Sandra con la famiglia materna vengono vietati. Si arriva a togliere il cellulare alla minore perché rispetti i divieti. Si nega credibilità alla madre nei suoi passi di separazione dal marito, sebbene appaiano qualitativamente diversi dai precedenti (per esempio: avvia le pratiche di divorzio e va a vivere con la propria madre in un nuovo appartamento).
Mi sembra molto negativo che un maltrattamento psicologico indiretto venga affrontato con lo stesso protocollo con cui si affronterebbe un maltrattamento fisico diretto. Bisogna capire che Sandra non correva un pericolo immediato: il rischio risiedeva nella sua partecipazione, in qualità di testimone, a uno schema interazionale disfunzionale cronico. In casi simili, la possibilità di un’esposizione limitata alla fonte di sofferenza non comporta un pericolo maggiore per la salute mentale della minore, che ha già ampiamente interiorizzato la situazione temuta. Quanto alla salute fisica, non è mai stata minacciata.
Mi sembra molto negativo che non si tenga conto delle ragioni della minore (11 anni!, e una ragazzina molto intelligente e assennata) nella differenza che lei stessa stabilisce tra il padre e la madre. Si fanno pressioni e minacce sulla madre in modo del tutto inadeguato per una donna che sta appena uscendo da un maltrattamento fisico. Di fatto, le si fa sentire come se fosse colpevole di essere stata maltrattata.
Mi sembra molto negativo che si demonizzi la famiglia materna, trasformandola nei «cattivi» a causa della sua più che ragionevole obiezione ad assumere la custodia in circostanze di grande insicurezza. Si crea una disparità di trattamento tra i due rami familiari, che si vedono trascinati in un conflitto reciproco prima inesistente.
Sandra, che è sempre stata una bambina matura, comincia a sentirsi insicura e a manifestare un comportamento ribelle. Compaiono difficoltà scolastiche, mentre prima aveva avuto un eccellente rendimento. Fortunatamente, tutti questi segnali allarmanti tendono a scomparire man mano che le misure repressive si attenuano.
La madre, che era sempre andata d’accordo con la famiglia del marito, comincia a scontrarsi con essa (in particolare con la suocera e le cognate), man mano che si sente accusata di irresponsabilità (la voce dell’EAIA, fatta propria da queste ultime).
Le due famiglie entrano in una dinamica di squalifica reciproca. È ovvio che entrambe hanno zone d’ombra nel loro passato (quale famiglia non ne ha?), ma le accuse reciproche le amplificano, introducendo in Sandra una tendenza alla scissione, inquietante in una prospettiva futura.
Insisto sul fatto che, da quando le misure repressive si sono attenuate, tutti questi segnali d’allarme sono diminuiti d’intensità, anche se il solo fatto che siano esistiti invita alla riflessione. È tollerabile anche solo la possibilità che il maltrattamento istituzionale si aggiunga a quello familiare, fino a superarlo?
Perché siano la sua opinione e l’espressione dei suoi interessi e bisogni a guidare la terapia. Ciò non implica rinunciare a influire su di lei per aiutarla a diventare più flessibile, per esempio lasciando una porta aperta a futuri contatti più distesi con il padre.
In quanto principale figura di identificazione di Sandra. Si incoraggiano e si stimolano i suoi cambiamenti, ossia: passi decisivi verso il divorzio, come avere già un documento redatto, vivere con la propria madre, prima in un nuovo appartamento nella stessa località e ora in un’abitazione in un’altra località, intrattenere nuove relazioni sentimentali con progetti per il futuro (proprio come il padre di Sandra). Si accettano le sue ragioni: se continua a vedere quest’ultimo di tanto in tanto, è per negoziare il divorzio, dato che la coppia ha proprietà e attività commerciali in comune, oltre a una figlia. Sentirsi creduta accresce la sua autostima e la sua indipendenza.
Dissolvendo i loro ruoli di «cattivi» e di «buoni» e facendole sentire comprese (non senza difficoltà, soprattutto da parte della famiglia paterna) nella delicatezza delle loro posizioni.
Cercare di ridurre la tensione della madre di Sandra e della sua famiglia con l’amministrazione (DGAIA ed EAIA), calmando perfino le avvocate, che le spingevano ad avviare procedimenti giudiziari. Ma ciò senza negare la legittimità della loro indignazione: facendo loro comprendere l’inutilità di seguire strade diverse dalla collaborazione. E, certamente, sottolineando la differenza tra le équipe, che fanno il loro dovere, e le istituzioni che, purtroppo, applicano politiche inadeguate.
Ho esitato a lungo prima di esporre questa parte, consapevole che può produrre l’effetto contrario, ma mi sento professionalmente in dovere di farlo.
Ritengo indispensabile che si tenga conto delle circostanze specifiche del caso, che ho già descritto, e che quindi questa famiglia non venga trattata come una famiglia direttamente maltrattante o negligente. Non ha senso, per esempio, ispezionare la nuova casa della madre, trattandosi di persone di comprovato buon inserimento sociale.
Nella stessa linea, si dovrebbe concedere al più presto a Sandra piena libertà di mantenere i contatti che desidera con la madre e con la famiglia di quest’ultima, compresi fine settimana e vacanze.
Sandra, pur desiderando tornare a vivere subito con la madre, non vuole cambiare di nuovo scuola in pieno anno scolastico, e si rassegna quindi a rinviare il ritorno a giugno. Anche la madre lo comprende. Ma ciò non dovrebbe ostacolare la piena normalizzazione dei contatti che tutte le parti desiderano, a pieno titolo.
Da parte mia, garantisco la continuità della terapia finché ci saranno sofferenza, rischio e motivazione, almeno da parte di Sandra e della madre, contando anche sulla collaborazione delle famiglie allargate. E non si esclude di includere il padre in futuro.
Benché non abbia mai smesso di manifestare pubblicamente il mio rispetto per le équipe dell’EAIA e per il loro lavoro, devo confessarLe che, dopo la nostra spiacevole conversazione telefonica, in questo caso mi hanno assalito seri dubbi.
In una materia tanto delicata come la sofferenza dei minori, non mi sembra legittimo invocare l’obbedienza dovuta. Esistono modi per aggirare le rigidità dei protocolli, in attesa di poter influire perché vengano modificati, perché anche questo è un compito che spetta a chiunque lavori su questi fronti. Per questo annovero nel mio bagaglio professionale l’esperienza di collaborazioni squisite con alcuni EAIA.
Ma, per questo, è indispensabile una condizione: che l’ineludibile esercizio delle funzioni di controllo non offuschi lo spirito terapeutico. Esistono molti modi, molti modelli, per rendere compatibili controllo e terapia, e uno è quello che praticano abitualmente i nostri EAIA, e anche Lei in questo caso: inviare in terapia familiare e trattenere le funzioni di controllo. È corretto e ragionevole, purché queste continuino a essere esercitate secondo un’ottica e una sensibilità terapeutiche. Purtroppo Lei ha esercitato il controllo secondo un’ottica e una sensibilità controllanti, aggrappandosi al potere decisionale in modo del tutto dissociato dallo spazio terapeutico. Prima si produce un riflesso sensato: inviamo il caso perché possa contare sulle risorse migliori. Ma poi prevalgono i tic dell’inerzia istituzionale. E così le cose non funzionano. Dico a Sua discolpa che è ciò che accade più spesso nella stragrande maggioranza degli invii, per cui nessuna di queste riflessioni costituisce una squalifica della Sua persona. Ma la mia pazienza ha superato il limite e, guarda caso, ho preso la decisione di non accettare più invii dagli EAIA. Il merito spetta a Lei solo in parte.
Spero di non offenderLa con le mie parole, ma non posso tacere i miei pensieri. Non tra professionisti. Spero anche che Lei sia consapevole del rispetto nei Suoi confronti che implica l’aver dedicato un intero sabato pomeriggio a scrivere queste righe. E, infine, spero che mi risponda con lo spirito costruttivo con cui io mi sono rivolto a Lei.
Firmato
Jordi non rispose mai alla lettera, il che non deve sorprendere se si conosce il modo in cui si lavora in questi contesti. Un tempo era soltanto Dio a dare e togliere i figli; oggi gli fanno concorrenza i servizi di tutela dei minori. È una responsabilità eccessiva per persone giovani, con una formazione spesso precaria e obbligate a seguire direttive grossolane e inadeguate. Non sorprende che, oscillando tra impotenza e onnipotenza, si difendano dal burnout (Coletti e Linares, 1997) con manifesta arroganza. Il caso di Sandra e della sua famiglia mostra chiaramente fin dove possono arrivare le conseguenze.
La situazione migliorò perché non poteva essere altrimenti: in fondo non c’erano patologie né gravi disfunzioni, salvo… la violenza esercitata dal padre contro la madre, fortunatamente interrotta dalla ferma decisione di lei. Tuttavia il rapporto madre-figlia ne risentì. Sara prese in affitto un altro appartamento, con l’intenzione di stringere progressivamente la convivenza con il nuovo compagno, ma si trovava in un’altra località, e Sandra si lamentava di dover cambiare di nuovo scuola e amicizie.
E fu allora che l’E.A.I.A. decise di affidare la custodia della minore… al padre!
Per quanto ne sappiamo, sembra che le alte sfere della D.G.A.I.A. non accettassero di primo acchito un simile sproposito e decidessero di concedere a Sandra il diritto di scegliere. Ma il danno era fatto, e Sandra scelse di andare a vivere con il padre. Il comportamento delle istituzioni si qualifica da sé, ma vale la pena riflettervi brevemente. Prima l’opinione della bambina era stata sistematicamente ignorata; poi la si trasformò in arbitra assoluta della situazione. Né l’una né l’altra sono opzioni corrette. La minore deve sempre essere ascoltata, ma non si deve far ricadere su di lei il peso della responsabilità di prendere decisioni che toccano questioni tanto sensibili come la lealtà verso i genitori. È una pesante ipoteca sulla sua salute mentale futura. D’altra parte, Sandra non ha mai nascosto che, se voleva andare con il padre, non era perché le si fosse risvegliato un improvviso entusiasmo per lui. Gli aveva sempre voluto bene, ma avrebbe preferito mille volte andare con la madre, se non fosse stato per gli svantaggi materiali che ciò comportava. Di conseguenza, legittimando istituzionalmente l’opzione paterna, si è convalidata la strumentalità della convenienza materiale rispetto alle scelte affettive.
E non parliamo di Sara, incomprensibile bersaglio dell’accanimento istituzionale. Fin dall’inizio la si perseguitò per il «reato» di essersi lasciata maltrattare, e alla fine la si privò della custodia della figlia per affidarla al suo aggressore. È una donna paradossalmente forte, o forse la sua resilienza (Cyrulnik, 2003) ha a che fare con un disperato movimento di autoaffermazione nella salute, dopo essere riuscita a uscire dagli abissi della violenza coniugale subita in passato. In terapia si è fatto tutto il possibile per consolidare questo movimento, cercando di neutralizzare l’evidenza del maltrattamento istituzionale che lei e sua figlia stanno subendo nel presente.
Volendo cercare di capire che cosa sia accaduto, si impone un’autocritica da parte del terapeuta che, pur essendosi sforzato con accanimento di curare il rapporto con l’équipe dell’E.A.I.A., forse non ha fatto abbastanza. Questa difficoltà di fronte a un ostacolo, non per questo meno insormontabile per essere stato previsto, conferma l’indicazione che interventi così complessi vengano condotti in contesti che consentano un coordinamento reale, a livello organizzativo e non come semplice dichiarazione d’intenti. Solo così il controllo può essere esercitato con la garanzia di essere subordinato a una strategia autenticamente terapeutica.
Da ricordare
Ignorare la persona minore e poi farne l’arbitro assoluto: due errori simmetrici. Bisogna sempre ascoltarla, senza far gravare sulle sue spalle decisioni che mettono in gioco la sua lealtà verso i genitori. E il controllo, ineludibile nella tutela dell’infanzia, protegge solo se è subordinato a una strategia terapeutica, in un coordinamento reale tra l’équipe che decide e quella che cura.
Nota della redazione
Con questo articolo desideriamo annunciare la presenza del Dr. Linares in Argentina, in qualità di relatore invitato alle Giornate per il 15° anniversario della fondazione della Escuela Sistémica Argentina (ESA), prestigiosa istituzione di formazione e assistenza. Le giornate accoglieranno altri importanti ospiti, noti professionisti stranieri della psicoterapia sistemica, come il Dr. Roberto Pereira della Escuela Vasco Navarra, Reynaldo Perrone dell’IFATC di Lione (Francia) e il Dr. Raúl Medina del Messico, tra gli altri. Si terranno il 22, 23 e 24 settembre 2011.
Bibliografia
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Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «¿Protección o maltrato institucional? Una encrucijada en las políticas de atención al menor», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Linares, J. L. (2023). Protection ou maltraitance institutionnelle ? Un carrefour dans les politiques de protection de l’enfance (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/protection-ou-maltraitance-institutionnelle-un-carrefour-dans-les-politiques-de-protection-de-l-enfance (Opera originale pubblicata nel 2011 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/08/proteccion-o-maltrato-institucional-una-encrucijada-en-las-politicas-de-atencion-al-menor/)
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