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Palo Alto · Antropologia
Gregory Bateson nasce il 9 maggio 1904 a Grantchester, in Inghilterra, e muore il 4 luglio 1980 a San Francisco. Viene generalmente presentato come un antropologo britannico diventato statunitense. Bateson attraversa le frontiere disciplinari: antropologia, psichiatria, cibernetica, etologia, ecologia, epistemologia.
La sua storia comincia in una grande famiglia intellettuale inglese. Il padre, William Bateson, è una figura importante della biologia moderna, uno dei grandi promotori di Mendel e della genetica. William Bateson è noto in particolare per aver coniato il termine «genetics» e per aver difeso i principi mendeliani dell’ereditarietà.
Gregory cresce dunque in una casa in cui la scienza, la cultura e le idee non sono ornamenti, ma un ambiente di vita. Si legge, si discute, si visitano musei, si parla di biologia, di letteratura, di religione, di arte e di metodo scientifico. Molto presto Bateson eredita un’esigenza: non accettare le spiegazioni troppo semplici.
Ma questa infanzia brillante è anche attraversata dalla tragedia. Gregory è il terzo figlio di William e Caroline Bateson. Il fratello John muore nel 1918, poi il fratello Martin si suicida nel 1922. Da quel momento l’ultimo figlio diventa colui sul quale si spostano le aspettative familiari.
In un primo tempo Bateson segue questa traiettoria. Studia scienze naturali a Cambridge, poi si orienta progressivamente verso l’antropologia. Questo spostamento è essenziale. Il suo viaggio alle Galápagos, nel 1925, comincia come una sorta di ripresa simbolica del gesto darwiniano, ma non produce la grande scoperta biologica che il padre avrebbe potuto sperare. Bateson si interessa invece sempre più agli esseri umani incontrati a ogni scalo, alle culture, alle forme di vita, ai modi di pensare e di interagire.
Nel 1927, dopo la morte del padre, Bateson parte per la Nuova Britannia e poi per la Nuova Guinea. I suoi primi campi di ricerca sono difficili. Presso i Baining, poi presso i Sulka, si sente spesso estraneo, ingombrante, incapace di comprendere ciò che osserva. Applica le abitudini intellettuali della biologia: classificare, annotare, misurare, descrivere. Ma qualcosa resiste. Il vivente umano non si lascia afferrare come una collezione di fatti isolati. Il campo gli impone una lezione epistemologica: osservare non basta, perché si osserva sempre da una posizione, con delle categorie, dentro una relazione.
Questo punto è decisivo per comprendere Bateson. Là dove altri avrebbero visto un fallimento metodologico, lui trasforma l’esperienza in un problema teorico.
È presso gli Iatmul, sul fiume Sepik, che Bateson trova il suo primo grande terreno concettuale. Le sue ricerche sfociano in Naven, pubblicato nel 1936. Bateson non si limita ad accumulare fatti su una società; prende un rituale specifico come punto d’ingresso per comprendere forme di organizzazione, posizioni relazionali, stili emotivi, tensioni tra simmetria e complementarità.
È qui che compare la nozione di schismogenesi. La schismogenesi designa un processo attraverso il quale i comportamenti si amplificano reciprocamente nell’interazione.
Ciascuna parte risponde all’altra sullo stesso registro, come nella rivalità, nella competizione, nel rilancio continuo.
Il comportamento dell’una richiama nell’altra un comportamento opposto ma adattato, come nei circuiti dominazione-sottomissione, esibizionismo-voyeurismo, assistenza-dipendenza.
Questa idea è fondamentale per l’approccio sistemico: sposta l’attenzione dalla personalità degli individui alla forma della relazione.
Ciò che conta non è più soltanto
«Chi è questa persona?»
Ma
«In quale circuito interattivo questo comportamento acquista senso?»
Nel 1932 Bateson incontra Margaret Mead e Reo Fortune nella regione del Sepik. La Library of Congress ricorda che Mead, Fortune e Bateson lavorano allora a una spiegazione sistematica delle relazioni tra culture e tipi di personalità; con Bateson Mead scopre un’affinità intellettuale e di temperamento che la porterà in seguito a divorziare da Fortune e a sposare Bateson nel 1936. La relazione tra Mead e Bateson è al tempo stesso affettiva, intellettuale e metodologica. Insieme spingeranno più lontano un’idea che diventerà centrale: la comunicazione non si riduce al linguaggio verbale.
A Bali, tra il 1936 e il 1938, Mead e Bateson realizzano un lavoro pionieristico di antropologia visiva. Documentano le interazioni, i gesti, le posture, gli apprendimenti corporei, le relazioni tra genitori e figli, i rituali, gli artisti al lavoro. Il loro volume Balinese Character : A Photographic Analysis contiene 759 fotografie organizzate per sostenere argomentazioni teoriche.
Questo momento balinese è fondamentale per il pensiero sistemico. Bateson comprende che i messaggi umani non stanno soltanto nelle parole. Stanno nel ritmo, nella distanza, nella postura, nell’intonazione, nell’attesa, nel ritrarsi, nella risposta. Un’interazione non è una somma di comportamenti individuali; è una sequenza.
In altre parole, il contesto non arriva dopo il comportamento per spiegarlo: è già nel comportamento.
La guerra porta poi Bateson verso un altro uso delle sue idee. Durante la Seconda guerra mondiale lavora per l’OSS, l’antenato della CIA, in particolare su questioni di propaganda e di guerra psicologica. Questo periodo è moralmente ambiguo. Ma accentua un’intuizione già presente: i messaggi non servono soltanto a informare. Organizzano comportamenti collettivi. Producono coordinamento, adesione, paura, confusione, demoralizzazione. L’antropologo dei rituali diventa allora analista dei sistemi di comunicazione su vasta scala.
Nel dopoguerra Bateson entra nell’universo della cibernetica. Le conferenze Macy, organizzate tra il 1946 e il 1953, riuniscono specialisti di matematica, antropologia, psichiatria, ingegneria, biologia e teoria dell’informazione. Cercano di far emergere un linguaggio comune attorno a nozioni come feedback, regolazione, causalità circolare, informazione, apprendimento, sistema. Le sintesi storiche dell’American Society for Cybernetics e dell’edizione delle conferenze Macy sottolineano il ruolo fondativo di questi incontri nella costituzione della cibernetica.
Per Bateson la cibernetica fornisce il vocabolario che mancava alle sue intuizioni antropologiche. Ciò che aveva osservato nei rituali, nelle relazioni, nelle escalation simmetriche e nelle complementarità può ora essere pensato in termini di circuiti di retroazione. Non si tratta più di cercare una causa lineare del tipo «A provoca B», ma di osservare come A modifica B, come B risponde ad A e come questa risposta trasforma a sua volta A. La causalità diventa circolare.
È questo pensiero che alimenterà la svolta di Palo Alto. Dall’inizio degli anni Cinquanta Bateson lavora sui paradossi della comunicazione, in particolare nelle famiglie di pazienti con diagnosi di schizofrenia. Riunisce attorno a sé Don D. Jackson, Jay Haley, John Weakland e William Fry. Il gruppo formulerà una delle ipotesi più celebri della storia della terapia familiare: il doppio legame. Nel 1956 Bateson, Jackson, Haley e Weakland pubblicano «Toward a Theory of Schizophrenia» su Behavioral Science, testo fondativo della teoria del double bind.
Il doppio legame
L’idea non è semplicemente che una persona riceva due messaggi contraddittori. Il doppio legame designa una situazione relazionale molto più precisa: un soggetto è preso in ingiunzioni incompatibili, spesso a livelli logici diversi, senza possibilità di commentare la contraddizione né di uscire dalla relazione.
È questo il punto che interessa chi lavora in ottica sistemica: il sintomo non può più essere compreso soltanto come l’espressione di un conflitto intrapsichico. Diventa leggibile all’interno di un’organizzazione comunicativa.
La portata clinica di questo pensiero sarà proseguita dal Mental Research Institute di Palo Alto, fondato da Don Jackson alla fine degli anni Cinquanta. Il MRI si presenta come uno dei grandi luoghi di ricerca sugli approcci interazionali e sistemici, sulla terapia breve e sulla terapia familiare. Bateson, dal canto suo, resterà sempre più prudente di alcuni dei suoi eredi. Là dove Haley, Jackson, Weakland o, più tardi, Watzlawick cercheranno di trasformare queste idee in modelli clinici, Bateson conserverà un’inquietudine epistemologica:
È anche questo che rende Bateson attuale. Non ci lascia in eredità soltanto dei concetti; ci lascia una disciplina di pensiero.
In Steps to an Ecology of Mind, pubblicato nel 1972, Bateson raccoglie gran parte dei suoi testi su antropologia, psichiatria, evoluzione, comunicazione ed epistemologia. La University of Chicago Press presenta l’opera come un lavoro fondamentale che ha aperto nuove strade in antropologia, psicologia, cibernetica e oltre. Il titolo è importante: un’ecologia della mente. Bateson non pensa la mente come un oggetto rinchiuso nel cranio. La pensa come un insieme di relazioni, di differenze, di circuiti d’informazione, di legami tra organismo e ambiente.
Un’esigenza.
Bateson non ha soltanto portato idee alla terapia sistemica. Le ha dato un’esigenza.
Julien Besse
Come citare questo articolo
Besse, J. (2026, 9 maggio). Gregory Bateson : l’anthropologue qui a révolutionné la psychothérapie. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/gregory-bateson-lanthropologue-qui-a-revolutionne-la-psychotherapie
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