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Red Sistémica · Intervista

Affrontare la violenza e l’indifferenza in contesti non terapeutici (1ª parte). Intervista a Eduardo Cárdenas

Ex giudice della famiglia in Argentina e direttore della Fundación Retoño, Eduardo Cárdenas racconta come ha costruito, all’interno dello stesso tribunale, un modello di intervento «breve, economico e buono» con le famiglie in crisi. Dal suo soggiorno in El Salvador ai colloqui con donne vittime di violenza coniugale, descrive una pratica ericksoniana e antropologica che rifiuta di «vittimizzare la vittima» e sostiene che ciò che uccide non è la violenza, ma l’indifferenza.

Intervista realizzata da Claudio Des ChampsPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 53, 1998Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Le sentenze le detta la vita, non le detta il giudice. Ciò che noi giudici possiamo fare è aiutare la vita e non opporci a essa.»

Eduardo Cárdenas

Le tre B: buono, a buon mercato e breve («bueno, barato y breve»)

Che cos’è la Fundación Retoño?

Nel 1985 ero giudice civile, patrimoniale e della famiglia. Nelle cause familiari l’intervento tradizionale era carente, distruttivo, e si occupava soprattutto di giudizi contenziosi. Non si faceva praticamente prevenzione; migliaia di famiglie passavano per il tribunale e questo, retto dalla procedura tradizionale, era dedicato esclusivamente alle famiglie altamente distruttive, cosicché con le situazioni che presentavano una dose maggiore di salute mentale si poteva fare ben poco; e inoltre, fondamentalmente, non si ascoltavano i bambini.

Nell’85 decidemmo di cambiare le cose: formai un piccolo gruppo di assistenti sociali particolarmente raccomandati da alcuni terapeuti familiari sistemici che li avevano formati; tra queste persone voglio ricordare la dottoressa María Rosa Glasserman, che mi aiutò a mettere in piedi questa prima équipe. Cominciammo a lavorare basandoci su due principi fondamentali: 1) lavorare a partire dalla salute e 2) ascoltare tutti, compresi i bambini. Va sottolineato che questi due punti risultavano molto rivoluzionari nell’ambiente dei tribunali. Nel corso degli anni, e con il prezioso aiuto di altri terapeuti sistemici come la dottoressa Silvia Crescini, il dottor Pedro Herscovici e il dottor Lino Guevara, ci siamo sforzati di creare un modello che rispondesse alle caratteristiche di essere breve, economico e buono (il modello delle tre B: in spagnolo «breve, barato y bueno»), sempre più breve, più economico e migliore. Che fosse migliore non ha mai significato che fosse più caro e più lungo, ed è quello che abbiamo fatto e continuiamo a fare ancora oggi: lavoriamo costantemente per migliorare il sistema di intervento.

Nel ’92 eravamo pronti a fare un salto verso l’esterno, non nel senso di replicare il modello, ma, sulla base dell’esperienza acquisita in tribunale lavorando con un buon numero di famiglie, di utilizzare una certa metodologia e applicare i nostri principi in altre istituzioni. In altre parole, eravamo in grado di insegnare una pratica che non era la classica terapia di coppia o familiare, ma ciò che Mara Selvini Palazzoli chiama interventi terapeutici in contesti non terapeutici.

A questo scopo creammo la Fundación Retoño e cominciammo a tenere corsi centrati sulla pratica, pensati per persone che erano in contatto con famiglie in difficoltà senza essere terapeuti familiari: penso per esempio all’avvocatura e ai giudici della famiglia. A poco a poco abbiamo incluso tutte le persone che in qualche modo lavoravano all’interno del sistema giudiziario: psicologia, servizio sociale o medicina. Più tardi abbiamo tenuto corsi di mediazione, di diritto di famiglia per chi non è giurista; cercavamo l’interdisciplinarità, orientata alla pratica e quanto più possibile breve, economica e buona. Il lavoro si è fatto più complesso man mano che crescevamo e, al di là della mancanza di risorse economiche, di ieri come di oggi, abbiamo ampliato il nostro compito, che comprende corsi nelle province e all’estero, alcuni su temi specifici come, per esempio, violenza, psicosi e adozione, integrando la prospettiva giuridica con l’intervento terapeutico.

D’altra parte, con il tempo abbiamo consolidato un’area alla quale oggi diamo molta importanza nell’attività generale della fondazione: mi riferisco alle équipe di orientamento. Queste équipe sono composte da un’assistente sociale e da un avvocato, ai quali da alcuni anni si è aggiunto il dottor Lino Guevara. Accogliamo famiglie che soffrono di problemi cronici o attraversano una crisi, per questioni di droga, violenza, divorzi conflittuali che toccano tangenzialmente aspetti giuridici. Pianifichiamo un intervento breve di tre incontri, che non pretende di essere un trattamento ma un orientamento diverso, perché le persone possano vedere nuove alternative e avviare un processo di cambiamento.

Insomma, ci impegniamo a progettare un modello che possa essere utile in luoghi diversi, per applicare così queste idee e queste pratiche elaborate nell’ambito del tribunale. Pensiamo che il tribunale possa prestare la propria tecnologia alla fondazione e viceversa: per esempio, abbiamo installato uno specchio unidirezionale e videoregistriamo in entrambi i luoghi.

E come si è evoluto questo modello delle tre B?

Fin dall’inizio abbiamo scelto di intervenire nella cornice dell’epistemologia sistemica. Credo che acquisire questa prospettiva richieda molti anni, non perché le idee siano così complesse, ma perché è difficile assimilarle: si tratta di pensieri che in molti casi vanno controcorrente rispetto alla cultura. Li impariamo con il tempo, correggendoci continuamente, in particolare su questioni di base come quella di centrarci sulla salute e non sulla malattia, sulle risorse e non sulle carenze. La tentazione è vedere i buchi, ciò che manca, le carenze; penso che tendiamo a farlo per l’influenza della formazione accademica, in psicologia come in medicina o in giurisprudenza.

Con il passare degli anni siamo stati piuttosto intransigenti con noi stessi; credo che abbiamo fatto progressi. Abbiamo abbreviato gli interventi, al punto che, per esempio, direi che oggi possiamo seguire il doppio dei casi nello stesso tempo rispetto all’85, quando ne seguivamo la metà; questo è possibile perché attualmente siamo più efficienti.

Quali elementi, secondo te, generano questa maggiore efficienza?

Fin dall’inizio abbiamo imparato a focalizzare; è fondamentale per non perdere tempo. In questo ci ha guidato Silvia Crescini, terapeuta familiare esperta e riconosciuta. Focalizzare non significa che ci sia un problema che sia il problema centrale, ma concentrarsi su ciò che le persone accettano che si focalizzi.

Un altro aspetto importante è stato pensare e imparare a lavorare in rete, cioè in collegamento con tutte le persone coinvolte nella questione, e persino convocando persone che possano offrire un aiuto. Questo aumenta notevolmente l’efficienza e riduce enormemente il costo dell’intervento, lo rende meno oneroso per tutti. Da un paio d’anni intervengo sempre di più nelle cause di violenza in modo piuttosto atipico, e per questo costituire una piccola rete serve moltissimo. Penso che il nostro ruolo sia coordinare reti e pensieri collettivi più che pensieri «personalizzati», cioè centrati su tematiche individuali. Credo sempre più di essere parte costitutiva di una rete che pensa già in modo autonomo: non autonomo da me, perché ne faccio parte, ma autonomo da ciascuno dei suoi membri.

Da ricordare

Il modello delle tre B poggia su due principi nati in tribunale, lavorare a partire dalla salute e ascoltare tutti, compresi i bambini e le bambine, e su due competenze pratiche: focalizzare ciò che le persone accettano che si focalizzi e lavorare in rete con tutte le persone coinvolte. È ciò che rende l’intervento più breve, meno costoso e più efficace.

Interventi nella violenza familiare

Come applichi tutto questo nelle situazioni di violenza?

Negli ultimi due anni, dall’approvazione della legge sulla violenza familiare, riceviamo molti casi che riguardano questa problematica. La procedura legale formale in questi casi, basata su alcune premesse processuali classiche, comincia con un psicodiagnostico di gruppo e interattivo realizzato da un’équipe interdisciplinare, che però, in realtà, resta pur sempre una diagnosi. Noi lavoriamo sempre meno con le diagnosi. Deve essere la legge a imporla perché io mi senta obbligato a farla; ciò che cerchiamo di fare è che le persone stiano meglio, non peggio, e la diagnosi è in genere una brutta fotografia, etichetta, e a partire da lì diventa più difficile incoraggiare e stimolare le persone.

Il formato legale (come tutto ciò che è legale) si basa sulla prova, a partire dalla quale si pronuncia la sentenza su un fatto accaduto. Questo dispositivo ha come obiettivo la pronuncia di un verdetto che possiamo chiamare riparatorio, anche se sappiamo che la riparazione in quanto tale non esiste; semmai avviene per altre vie.

Nella legge sulla violenza familiare questo schema è presente: l’obiettivo è formulare una diagnosi a partire dalla quale il tribunale possa decidere che una persona, o un’intera famiglia, vada in trattamento, e anche adottare misure cautelari, tra cui l’allontanamento dalla casa dell’uomo che picchia.

«San Salvador prima… e dopo» (riformulare la percezione che una popolazione ha di sé)

Su questo tema ho lavorato un mese nella Repubblica di El Salvador, un paese la cui piccola estensione mi ha permesso di percorrerlo tenendo corsi, in molte città, a specialisti di psicologia, servizio sociale e medicina che componevano le équipe interdisciplinari dei tribunali della famiglia. Questa esperienza è stata per me emotivamente molto forte. La formazione era finanziata dagli Stati Uniti e si è svolta dopo la firma degli accordi di pace. Le condizioni materiali erano ottimali; l’ideologia dominante era quella di «estirpare» la violenza da El Salvador. Il paese era appena uscito da una terribile guerra civile, gli uomini giravano per le strade con il machete. Al tribunale della famiglia arrivavano donne molto picchiate, e questo era grave. Ma ciò che mi ha colpito di più è stata la misera idea che la popolazione salvadoregna aveva delle proprie famiglie, un’ideologia ereditata, a mio parere, dal grande paese del Nord (gli Stati Uniti).

Ciò che queste équipe vedevano erano donne molto attratte e sedotte da maschi; maschi fecondatori irresponsabili e bambini dispersi… Questa era la visione che queste équipe avevano delle famiglie del proprio paese, e a partire da lì elaboravano diagnosi lapidarie; la «chirurgia» che seguiva era ovviamente inutile e non faceva che ufficializzare la situazione di deterioramento e di squalifica.

La cosa più notevole è che queste équipe, da cui ho imparato molto, provenivano dai tribunali della famiglia ma avevano una storia professionale precedente in ospedali, studi e luoghi diversi; avevano competenza e in quegli ambienti di origine a volte avevano lavorato in modo diverso, cercando di aiutare le persone invece di «seppellirle»; probabilmente agivano senza una preparazione epistemologica specifica, semplicemente con il sano buon senso di chi dice: «è un ospedale, ho questa persona malata e la aiuterò». La differenza è che in questo caso non dovevano preparare la prova per la sentenza di un tribunale.

«La tribù degli schizoidi» e l’autodenigrazione

È stato interessante perché tutte le carte che avevo portato per il corso (lì i programmi sono molto rigorosi, tutto deve essere debitamente documentato) le ho dovute buttare nella spazzatura: in realtà ciò di cui bisognava parlare era il perché e il come si stesse «uccidendo gente» dai tribunali della famiglia, a colpi di cultura e a colpi di bontà, con una squalifica che, in ultima istanza, ricadeva su queste stesse équipe, perché le persone incaricate del compito assistenziale erano anch’esse membri di famiglie salvadoregne e appartenevano alla cultura che inconsapevolmente denigravano.

Nella terminologia psicopatologica che vi si usava abitualmente, una parola ricorreva molto: schizoide. E io mi chiedevo: come può essere che in questo paese ci siano tanti schizoidi? Poi ho scoperto che gli indigeni ti tendono la mano per salutare e restano rigidi; quindi, per la psicologia appresa all’università, una persona indigena è schizoide. Un giorno ho detto loro: avete scoperto la tribù degli schizoidi. Queste persone di grande qualità umana e professionale hanno riso di gusto rendendosi conto di ciò che facevano e, poco dopo, portavano i propri referti; scoprivamo quali fossero i loro psicodiagnostici, andavano alla lavagna e dicevano: «Sì, dottore, questa volta li abbiamo seppelliti.» E a partire da questa intelligente autocritica, e con un grande senso dell’umorismo, disegnavano la tomba. A colpi di cultura e di bontà, ripetevo io, si era finito per uccidere persone che chiedevano aiuto: la madre era già scomparsa, il padre se n’era andato a Miami, la famiglia era stata smembrata.

Ricordo il caso di una signora che aveva divorziato. Il marito se n’era andato a Miami (lì è molto comune che gli uomini partano per lavorare e poi mandino qualche dollaro); le mandava dei soldi e ogni tanto andava a trovare i figli, che vivevano con la madre, la quale aveva formato una nuova coppia. La casa in cui vivevano confinava con quella della nonna e con quella di una zia materna che viveva con il marito. A quel punto la madre muore. L’uomo torna da Miami e dice che vuole i suoi figli; la zia, che si era affezionata a quei bambini e non ne aveva di suoi, vuole tenerli con sé. Si scatena una battaglia giudiziaria, al termine della quale l’affidamento viene concesso alla zia. Da quel momento il padre sparisce e il processo si conclude. Riesaminando il fascicolo, nella sua dichiarazione il padre diceva: «Non sono contrario al fatto che i bambini restino qui; quello su cui non sono d’accordo è che li tenga la zia, ma con la nonna sono sempre andato d’accordo…»

Riflettendo su questo caso, ho fatto notare che sarebbe stato utile lavorare su questa relazione tra il padre e la nonna e, mentre ne discutevamo, uno degli psicologi che partecipavano al dibattito si alza e mi dice: «Dottore, voglio dire una cosa: sono io che ho redatto quella perizia. E voglio dirle che, alla fine, in questo momento i bambini sono dalla nonna, e che in realtà non hanno mai smesso di stare con lei.»

«Le sentenze le detta la vita»

Da lì abbiamo elaborato la premessa seguente, che si è diffusa in tutto El Salvador: «Le sentenze le detta la vita, non le detta il giudice. Ciò che noi giudici possiamo fare è aiutare la vita e non opporci a essa.»

L’esperienza salvadoregna è stata per me un grande apprendimento, perché ho compiuto un viaggio antropologico immergendomi in una cultura diversa e, grazie a questo, mi sono reso conto che molti corsi sulla violenza non fanno che esasperarla, perché sono pensati da un’altra cultura, dalla cultura dei diritti umani, a partire da parametri accademici lontani dalla conoscenza del terreno, estranei al contesto culturale e sociale in cui si sviluppano queste condotte aggressive.

Poi ho scoperto che la violenza, come tutto ciò che è umano, non si può estirpare; è come se, per estirpare una malattia del fegato, si dovesse togliere l’organo perché non si riesce a eliminare la malattia: «estirpando» la violenza, molto spesso si mutila una parte della famiglia.

Forse ciò che bisognava fare con queste famiglie, notevolmente affettuose, unite da reti informali molto ricche che andavano ben oltre il papà e la mamma, era, in primo luogo, conoscerle a fondo, e scoprire così che avevano valori familiari importantissimi.

Il secondo passo consisteva nell’immedesimarsi in questi valori, impregnarsene e, attraverso di essi, accedere all’interno di quella famiglia e lavorare a partire da essi.

Questo compito mi ha richiesto un mese e mi ha aiutato molto a capire questo tipo di situazioni, altrettanto frequenti in Argentina.

Quali sono i veri bisogni delle persone?

Ho cominciato a rendermi conto che c’erano alcuni schemi comuni e così, improvvisando strada facendo, ho cercato nuovi interventi che tenessero conto del contesto, delle caratteristiche, dei desideri e dei bisogni dei protagonisti coinvolti. A questo proposito, mi trovo spesso di fronte a una situazione che può illustrare questo punto. Molte donne vengono in tribunale e dicono, per esempio, che vogliono separarsi. Subito i giudici, dopo aver esaminato il fascicolo, accolgono la richiesta e allontanano questi mariti maltrattanti. Da quel momento comincia la commedia degli equivoci che disorienta i miei colleghi, perché queste donne ci ripensano e vanificano l’azione del giudice, permettendo e facilitando il rientro dei mariti nel domicilio coniugale. La stessa cosa in El Salvador assumeva connotazioni comiche, perché la giudice ordinava l’allontanamento immediato degli uomini. Per eseguirlo bisognava andare con la polizia, perché l’uomo non se ne andava tanto facilmente; il problema era che, se lo lasciavano davanti alla porta, il marito in questione cercava di rientrare, allora litigava con la polizia e veniva perciò perseguito per oltraggio, motivo per cui in El Salvador potevano metterlo in prigione; e in questo modo, almeno per un certo tempo, l’allontanamento dal domicilio veniva rispettato. Ciò che succedeva dopo era che la signora gli portava da mangiare e dei vestiti. Dopo due o tre giorni, vedendo che l’uomo non usciva, si arrabbiava con la giudice e contestava il fatto che il marito fosse ancora in prigione. Le lamentele erano infinite, e tutte le persone coinvolte si sentivano, in un modo o nell’altro, frustrate e insoddisfatte.

In Argentina, in un altro modo, succede esattamente la stessa cosa; per questo, quando si partecipa alle riunioni dei tribunali della famiglia, si sente spesso dire: «be’, a queste donne piace essere picchiate». E lì frustrazione e cinismo si incontrano.

Dall’assimilazione della cultura all’intervento orientato al cambiamento e all’apprendimento: «ciò che uccide è l’indifferenza»

La questione, mi sembra, è scoprire che cosa sta succedendo in quell’altra cultura che facciamo fatica a interpretare. Per questo ho creato un semplice metodo introspettivo, per valutare se la violenza fosse davvero la cosa peggiore che potesse capitare a un essere umano, e se noi non fossimo, in qualche modo, peggiori dei violenti. Al termine di questa esperienza sono arrivato alla conclusione che con la violenza si causano in genere lesioni, a volte gravi, ma che con l’indifferenza «si uccide».

La classe media ha una dose molto grande di indifferenza, con la quale «uccidiamo» le nostre mogli, il personale al nostro servizio e molte persone; così, in generale, molti divorzi avvengono per una progressiva apatia. Le donne si lamentano più di questa noncuranza dei mariti che della violenza stessa. Ho cominciato a pensare che, se riusciamo a toglierci il camice bianco, o qualunque sia l’uniforme che indossiamo, allora forse il mondo della violenza ci sembrerà più comprensibile e più umano del mondo disumanizzato dell’indifferenza.

Approfondendo, la mia seconda riflessione sarebbe questa: ricordiamo quante volte abbiamo subito violenza nella nostra vita senza reagire; così forse capiremo meglio «quella signora» che rifiutiamo, persino più del violento, semplicemente perché non reagisce. Se ripassiamo le situazioni in cui non abbiamo reagito di fronte alla violenza, e i pretesti che abbiamo trovato per giustificare la nostra condotta, ci renderemo conto che le nostre scuse somigliano molto a quelle che adduce quella donna che squalifichiamo.

Questo esercizio, che va fatto costantemente, ci permette di capire la nostra stessa cultura, attraverso la quale guardiamo questa signora con una certa ostilità, perché lei non obbedisce per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani sulla propria persona e perché, nei confronti dell’altro, di chi commette l’aggressione, non si attiene alle regole quanto al rispetto dei diritti umani nella sua azione verso l’altra persona.

La terza riflessione riguarda la costruzione dell’intervento più adeguato. Per questo, il primo passo è cercare il modo di inquadrare positivamente questa famiglia, e per farlo bisogna sapere a quale tappa di crescita si trova, in quale momento preciso del ciclo di vita familiare, se sta attraversando una crisi legata alla congiuntura, un trasloco, una circostanza particolare, e così metterci nei suoi panni per elaborare una strategia che includa anche noi in quel processo. In altre parole, conoscere queste persone, capire le loro azioni nella cornice in cui si producono e, a partire da quel contesto, generare una connotazione adeguata al processo familiare, in cui la violenza rimane inclusa, e aiutarle in quel passaggio perché essa diventi superflua, che si veda la coppia insieme o i suoi membri separatamente.

1

L’indifferenza uccide

La violenza ferisce, a volte gravemente; l’indifferenza, invece, «uccide». Senza camice bianco, il mondo della violenza diventa più comprensibile del mondo disumanizzato dell’indifferenza.

2

Le nostre mancate reazioni

Ricordare le volte in cui abbiamo subito violenza senza reagire: le nostre scuse somigliano a quelle della donna che squalifichiamo.

3

Riformulare prima di intervenire

Collocare la famiglia nel suo ciclo di vita e nelle sue crisi, mettersi nei suoi panni e connotare il processo familiare, violenza compresa, perché questa diventi superflua.

Questa strategia ci ha portato ad adottare alcune tecniche di intervento: per esempio, chiedere alle donne che si rivolgono a noi per maltrattamenti quanto hanno amato e quanto amano quell’uomo. Lo facciamo perché queste persone vedano che hanno il diritto di provare sentimenti positivi, che non le abbiamo condannate in anticipo, che non è un peccato, anche se quell’uomo ha fatto loro del male. Connotiamo anche quanto si sono prese cura di lui, e che non c’è niente di male in questo; ciò che non è corretto è iperproteggerlo, viziarlo.

E a partire da questo punto cominci a costruire la riformulazione, il racconto alternativo…

Esatto. Mi è stato molto utile ciò che ho imparato da Milton Erickson: per esempio, osservare come la signora ha contribuito a generare quella situazione, e ciò che ha imparato nella sua vita, per poter così inserirmi nel suo processo. È più facile quando si riesce a creare una corrente di empatia.

Un secondo momento è quando la ridefinizione è più o meno condivisa e diventa possibile che venga accettata in qualche modo; comincia allora una costruzione comune, con una visione del futuro più ottimista e, contemporaneamente, il lavoro con la rete di sostegno delle persone che consultano. In genere dico loro che il loro problema è semplice ma deve essere risolto con precisione, che non dobbiamo sbagliare e che, se conduciamo il processo in modo adeguato, saranno più felici; non dico mai come (perché in realtà non lo so); ciò che so è che avranno un futuro migliore e che il problema è facile: ne hanno risolti tanti altri prima, e questo lo risolveranno allo stesso modo. In genere, non so bene perché, le persone annuiscono: questo tipo di definizione della situazione le trova d’accordo.

Il tuo intervento è un perfetto orientamento al futuro «ericksoniano», accompagnato sicuramente da un tono di voce pacato, da atteggiamenti ipnotici che chi tra noi conosce e insegna queste tecniche chiama «il pacchetto» in cui è «avvolto» il messaggio che vogliamo trasmettere. Per esempio, quando parlavi di generare stati con un certo grado di confusione: questa manovra ericksoniana è molto utile per aumentare la permeabilità della persona che consulta a ciò che orienta positivamente la sua azione.

Effettivamente. D’altra parte, per creare interventi di maggiore impatto, è importante anche poter contare su persone che ci aiutino a pensare il futuro, che vogliano bene e sostengano questa donna picchiata che mi consulta, e non su testimoni che vengano a confermare o smentire prove o presunte verità, nella classica cornice interazionale dei tribunali.

Struttura, caratteristiche e casi illustrativi dei colloqui

I colloqui durano normalmente trenta o quaranta minuti, e il processo non supera i tre o quattro incontri. Propongo di fare non un genogramma in senso stretto, ma una sorta di «affettogramma», ponendo la domanda seguente: con chi guarda la telenovela, con chi condivide certi momenti della giornata? Annotiamo poi le risposte, e sono queste due o tre persone nominate che di solito vengono a riflettere con noi e a parlare dell’affetto che si dimostrano.

D’altra parte, ancora una volta tolgo il senso di colpa alla consultante, esprimendomi così: «Non c’è niente di male ad amare quest’uomo con cui ha vissuto per dieci anni, anche se la picchia; questa persona con cui ha convissuto così a lungo deve avere dei lati buoni.»

E in genere rispondono: «Sì, è un buon padre…», e comincia un altro tipo di racconto, in cui si dispiegano altri fatti, più incoraggianti, più positivi.

È sempre così? Perché si ha l’impressione che, connotando gli aspetti positivi, nella tua vasta esperienza, si confermerebbe che sono buoni padri, o che hanno interessi o qualità positive…

Loro lo vedono così.

Lavori sulla percezione al di là di ciò che vedi, ti immergi nella loro cultura. Qualcosa di non solo ericksoniano, ma anche proprio della visione antropologica di Gregory Bateson, che ha ispirato e ispira tante figure pionieristiche della clinica sistemica e tutte le persone che, tra noi, lavorano nel campo della terapia familiare.

Esatto, lavoro come un antropologo. Non giudico affatto ciò che percepisco. Chiedo: «È un bell’uomo? Sì. È un donnaiolo? Sì, è un donnaiolo.» Ma, evidentemente, a lei non importa.

Il caso del trasloco: dallo scontro alla cooperazione

Per esempio, in questo momento seguo una signora graziosa, una bella donna che ha lottato molto per i suoi figli. Ha un compagno, che ama. Abbiamo avuto due incontri: al primo è venuta da sola, al secondo accompagnata da un’amica. La conclusione che abbiamo tratto da queste conversazioni è che ciò che lei voleva davvero era traslocare. Diceva che là dove vivevano il marito aveva accesso molto facilmente ad altre donne e che, per di più, la sua stessa famiglia lo copriva, mentre lei era straniera. Diceva che non le importava tanto che lui la picchiasse e avesse altre donne; ciò che voleva era traslocare. La sua posizione mi è sembrata intelligente. Una volta che il pensiero si rafforza al punto da diventare un solido punto d’appoggio in sé e da poter essere condiviso dagli altri, è molto facile, lavorando con la rete, coinvolgere l’altro, in modo tale che non è più il denunciato, ma qualcuno che si avvicina per cooperare.

Il marito o viene come collaboratore o non viene. Capita perfino che venga a sapere dalla moglie che c’è un procedimento in corso, che lì si parla bene di lui, e allora si presenta spontaneamente da me. In genere prima si sfoga, proclama la propria innocenza. Ma io, purché questo sia stato stabilito in precedenza nella percezione collettiva, lo tratto come qualcuno che viene per aiutare.

E come lavori con lui?

Per esempio gli dico: «Sa che sua moglie è così intelligente che ciò che vuole è traslocare, e per di più vuole farlo con lei?»

Ed è su questo tema che lavoriamo. A volte, come in questo caso, non viene da solo, ma direttamente con lei; ma chi l’ha portato? La signora. Io non gli ho mandato una convocazione giudiziaria. Farlo non mi ha mai dato risultati. È qualcuno della rete, a volte lei stessa, altre volte la sorella, oppure mi dicono: «Sono una vicina, incontro il marito al supermercato. Siccome vado d’accordo con lui, se vuole, dottore, gli dico di venire; però mi dia un “foglietto” perché sappia che quello che gli dico è vero, e così glielo porto.»

Il documento in questione informa semplicemente che c’è un’azione in corso presso il tal tribunale e che il giudice lo riceverà quel giorno a quell’ora. È un foglio informale, che non viene consegnato da un ufficiale giudiziario, ma dalla sorella, dalla cognata, da qualcuno della rete. E questo sì, mi dà risultati. Ovviamente lui viene sapendo di essere in una brutta posizione, e per di più si tratta di un tribunale; ma poco dopo questo passa in secondo piano: viene ad aiutare in un compito, che può essere divorziare, occuparsi dei figli, traslocare, risolvere un problema di alcolismo o qualunque altra cosa. Ma si tratta sempre di un obiettivo costruttivo.

E qual è il processo complementare che porti avanti con la donna?

Come evitare la vittimizzazione della vittima

Per cominciare, la donna deve avere la certezza assoluta che l’amore e la cura che ha investito in quest’uomo negli ultimi quindici anni non sono qualcosa di degradante che la scomunichi. Perché se la scomunico dall’alto della legge, anche solo con lo sguardo, crederà di perdere la propria identità, perché la sua identità, come le ha detto sua madre, è legata al compito di prendersi cura degli uomini.

Ricordo il caso di una signora, vicepreside di una scuola, che mi diceva che sua madre le aveva insegnato che «l’uomo bisogna seguirlo, anche nel fango». Se le si dice che tutto questo è falso perché un professionista ha scritto un libro in cui afferma il contrario, o perché le Nazioni Unite stabiliscono questa o quella norma, la donna può pensare: e io che cosa ho fatto negli ultimi trentacinque anni della mia vita? E a partire da lì si vergogna. Se a questo aggiungiamo la spiegazione della teoria dei cicli, perché conosca il ciclo della luna di miele, della violenza, della riconciliazione e così via, arriveremo noi alla conclusione che questa persona non risponde adeguatamente alle norme standard. Il paradosso è che, una volta finito di deresponsabilizzarla, le si chiedono atti responsabili. Per me la teoria dei cicli della violenza non è fatta per esseri umani responsabili…

Parto da un’accettazione magnanima e sincera di ciò che la donna ha fatto fino a quel momento, perché poi insieme possiamo trovare un cammino in parte nuovo, più inedito.

È interessante lavorare in rete perché lì si può mantenere una posizione di coordinamento piuttosto conservatrice; le vicine, le sorelle vengono a dire: «quel tipo bisogna ammazzarlo». In realtà è ciò che le ripetono da venticinque anni senza risultato; allora si riflette ad alta voce: «Be’, ammazzarlo non sarebbe male, ma lei se n’è presa così tanta cura… E voi, avete mai ucciso un neonato? No? Ucciso un figlio? No? E lei vuole buttarlo nella spazzatura dopo essersene presa così tanta cura?» «No, dottore, non voglio buttarlo nella spazzatura», mi rispondono.

Allora preciso che ciò che lei vuole è continuare a prendersi cura di lui, ma in un altro modo. Si può anche ridefinire la situazione così: «Lei è una mamma straordinaria, e forse bisognerebbe far passare suo marito alla classe successiva.» È in questi termini che mi esprimerei con questa o con un’altra insegnante. Il linguaggio è fondamentale. Deve adattarsi a ogni persona.

L’incantesimo e il trono del sultano

Parlando di linguaggio, mi ha molto colpito una cosa che hai detto alla presentazione del libro di Reynaldo Perrone. Lui parlava dell’incantesimo esercitato da chi aggredisce, e tu hai detto: l’incantesimo che le persone che vengono a chiedere aiuto esercitano su chi interviene.

Forse è la parte che mi suscita più dubbi. Realizzo una sorta di controincantesimo; cioè, credo che in molti casi di violenza esista una sorta di colonizzazione del centro dell’obbedienza della vittima da parte del soggetto che esercita la violenza, e questo centro dell’obbedienza io lo chiamo il trono del sultano (perché si tratta in genere di uomini donnaioli).

C’è un sultano sul trono; in altre parole, la signora ha fatto meraviglie della sua vita, ma il suo centro dell’obbedienza è colonizzato, e allora all’improvviso comincia a parlare con un linguaggio (l’ho documentato in molti video) che ipnotizza chi interviene. All’inizio non capivo bene che cosa succedesse; poi mi sono reso conto che in realtà l’uomo dalle condotte violente mi stava inducendo, attraverso la signora, per impedirmi di pensare, per neutralizzarmi, perché mi provocava uno stato di immobilità. Mi faceva sentire inerme.

Come spesso ti lascia la violenza: senza reazione, paralizzato e pieno di vergogna…

Certo, come se avessi perso la capacità di agire e di pensare. Allora riflettevo: ma com’è possibile? Questa signora viene a consultarmi, ma parla, agisce in modo tale che dopo un po’ o la picchio o mi addormento profondamente. Mi ipnotizzava senza rendersene conto, ma io pensavo che chi lo faceva fosse l’aggressore, attraverso di lei. Dovevo quindi reagire, dicendole per esempio: «se continuiamo così, non riesco a pensare correttamente»…

La rete aiuta molto, perché, creando diversi poli di attrazione, fa funzionare il cervello molto più in fretta; ma negli incontri faccia a faccia, da solo con la vittima, mi succedeva questo. Allora, grazie a queste esperienze personali, ho scoperto che in alcuni casi potevo influire in modo sano uscendo dalla situazione di ipnosi: alzandomi, cominciando a girare, a camminare intorno alla persona e dicendo cose come: «Davvero, quello che non so è se lei viene qui perché vuole chiedermi un suggerimento o un consiglio; non capisco bene che cosa vuole…» Insomma, facevo entrare la signora in confusione, in modo da poter poi riprendere il controllo e così detronizzare il sultano.

Da ricordare

Cárdenas chiama «trono del sultano» la colonizzazione del centro dell’obbedienza della vittima da parte dell’uomo violento. Attraverso il racconto della donna, è l’aggressore a ipnotizzare chi interviene e a paralizzarlo. La sua contromossa: rompere l’induzione alzandosi, muovendosi, seminando confusione, per riprendere in mano la situazione e «detronizzare il sultano». Una lettura vicina a ciò che il sito descrive con il nome di dominio psicologico.

Il caso delle Mille e una notte e l’importanza dell’autostima

Ricordo un’altra signora, dalla quale ho pure imparato molto; in quel periodo partivo per Cuba e poi per El Salvador. Questa vedova di classe media, che aveva due figli, due ragazzi giovani, era andata a vivere con un uomo. Era proprietaria del suo appartamento, e quest’uomo, che prima di lei aveva avuto sette donne, da qualche tempo si ostinava a pretendere che lei accettasse la convivenza con un’altra donna, cioè che in casa sua ci sarebbero state due signore. In genere esercitava molta violenza su di lei; aveva perfino un revolver.

Quando è arrivata in tribunale, se n’era andata di casa con i figli, aveva portato via una parte delle sue cose ed era fuggita. Il fatto che dovessi partire per Cuba ha esasperato la mia tendenza ad abbreviare i processi. L’economico e il breve attivano anche le idee; per questo cerco di accorciare i tempi il più possibile.

La signora in questione ha cominciato a raccontarmi i fatti, ed era assolutamente affascinante, perché mi raccontava che cosa era successo con le sette donne precedenti. Dopo mezz’ora ero completamente stregato dalla storia, così le ho detto: «Sa che mi affascina con il suo racconto, ma adesso non so più che cosa pensare, non posso aiutarla, perché quello che voglio è che continui la sua storia.» E mentre parlavo, al tempo stesso pensavo: questo mi ricorda molto i racconti delle Mille e una notte. Allora ho ripreso: «Così non va; non mi racconti altro.»

Ma la signora continuava a parlarmi, con una voce lenta, dolce, gradevole… e io ero incantato che continuasse; ma alla fine ho detto: «No, alt, basta.»

Ho cominciato a camminare intorno a lei e ho avviato una controinduzione; quando mi sono reso conto che ormai potevo dirle qualcosa, e che avevo davvero raggiunto quello che chiamo il centro dell’obbedienza, le ho dato questa istruzione: «Se vuole che la aiuti, venga domani alle 7.30 del mattino con un avvocato, con suo cugino, con suo cognato, e le dirò che cosa deve fare.»

Il giorno dopo, alle 7.30, era lì; ho ricominciato lo stesso lavoro e le ho detto: «Adesso, nello stesso modo in cui ha fatto per andarsene, tornerà a casa sua» (va precisato che aveva spiato gli spostamenti del compagno per potersene andare). E ho proseguito: «Ma adesso deve continuare a prendersi cura di lui: gli troverà un albergo degno di lui e gli pagherà un mese in anticipo.»

Questa donna aveva interiorizzato di doversi prendere cura delle persone, degli animaletti feriti, di qualunque cosa. Le ho chiesto di scegliere un albergo costoso, perché in questo modo integravo il suo senso del sacrificio. Poi ho aggiunto: «Dopo torna a casa, gli prepara la valigia. Quando lui arriva, lei scende, lo consola, lo accompagna in albergo… Adesso parto per Cuba, ma lei mi deve chiamare.»

Non dico mai «mi deve chiamare per dirmi com’è andata»; dico sempre «mi deve chiamare per dirmi com’è andata bene». Il giorno dopo, poco prima della mia partenza, ho ricevuto un biglietto in cui mi diceva che in quindici minuti aveva imparato più che nei suoi quarantacinque anni precedenti. Ha anche telefonato alla mia segretaria chiedendole di dirmi che andava tutto bene.

Qualche mese dopo è tornata e mi ha detto che non voleva farmi perdere tempo, ma che aveva bisogno di un’altra consulenza. Sembra che l’uomo in questione venisse ogni tanto e che lei gli desse consigli; mi ha quindi chiesto: «È sbagliato?» «No, le ho risposto, va bene, lei continua a prendersi cura di lui, a consigliarlo; solo, lo faccia sempre in luoghi pubblici, non lo lasci mai entrare.»

Mi ha risposto che era esattamente ciò che faceva e che era contenta che le confermassi che era corretto, perché tutti le dicevano di non farlo. Era una donna intelligente. Se n’è andata e non è più tornata.

Questo tipo di esperienze, insieme a ciò che ho imparato durante il soggiorno con quelle famiglie e quelle équipe salvadoregne, ha fatto nascere in me la forte convinzione che la procedura scelta fosse quella giusta, perché breve, efficiente e poco costosa.

A questo proposito, un’avvocata che si forma alla fondazione mi faceva notare: pensare che si passano anni in terapia per questioni minori, e questa donna, a pezzi, viene e sistema la sua vita in due o tre colloqui. E ha aggiunto, correggendosi: be’, non è che sistemi tutta la sua vita, ma si sente valorizzata e può quindi decidere di intraprendere le azioni che le convengono di più per migliorare la sua situazione, e questo in pochissimo tempo.

Personalmente lavoro molto sull’autostima delle persone che mi consultano; sottolineo la loro bellezza fisica, la loro figura, la loro simpatia, in modo che arrivino a conclusioni positive su di sé e non ricadano in stati precedenti in cui si consideravano un fallimento.

E nei casi in cui lei non ha ancora deciso se separarsi o cambiare la sua relazione di coppia, le porte le restano aperte, perché è stata riconosciuta come persona e può tornare quando vuole per riprendere il discorso. In genere lo fanno in tutta tranquillità, perché non dico mai loro «lei è una peccatrice perché viola la convenzione sui diritti umani»; accetto il loro passato, le loro circostanze, le loro caratteristiche personali e i loro bisogni.

Riflessioni finali

In sostanza, non vittimizzi la vittima. Eviti la discussione ideologica e ti attieni a ciò che le consultanti ti espongono davvero. Da questa posizione, rispettosa dei valori e di ciò che la consultante vuole davvero, costruisci, a partire dal suo linguaggio, un intervento ericksoniano che produca una piccola modifica che le permetta di stare meglio. Nei tuoi anni di lavoro devi aver visto moltissime persone con questo tipo di problema; sicuramente hai fatto dei follow-up. Quali conclusioni trai dalla tua casistica?

Sono molto soddisfatto di aver trovato un approccio che percepisco con chiarezza solo da questi ultimi anni, e che può ancora perfezionarsi molto. Di fatto, ogni giorno mi rendo conto di come lo si possa migliorare. I risultati, per il momento e attraverso i follow-up, sono ottimi.

Ho ottanta casi (2) interamente conclusi e videoregistrati, e altrettanti in fase di montaggio.

Per quanto riguarda la violenza, è importante integrarla come propria del genere umano e pensare che non sia estirpabile: fa parte dei sentimenti umani e, di conseguenza, della vita degli uomini e delle donne.

Note dell’originale

(1) Il dottor Cárdenas, ex giudice della famiglia, è il direttore della Fundación Retoño.

(2) Da allora la casistica è sicuramente aumentata molto.

Chi è Eduardo Cárdenas

Il dottor Eduardo Cárdenas, ex giudice della famiglia in Argentina, è direttore della Fundación Retoño, che ha fondato nel 1992 per formare le équipe del sistema giudiziario agli interventi terapeutici in contesti non terapeutici. È autore, tra le altre opere, di Violencia en la pareja. Intervenciones para la paz desde la paz (Granica).

Traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Lidiando con la violencia y la indiferencia en contextos no terapéuticos. Entrevista a Eduardo Cárdenas», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 53, settembre-ottobre 1998). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e pubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Des Champs, C. (2022). Faire face à la violence et à l’indifférence dans des contextes non thérapeutiques (1re partie). Entretien avec Eduardo Cárdenas (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/faire-face-a-la-violence-et-a-l-indifference-dans-des-contextes-non-therapeutiques-entretien-avec-eduardo-cardenas (Opera originale pubblicata nel 1998 in Perspectivas Sistémicas, n. 53, settembre-ottobre 1998; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/28/lidiando-con-la-violencia-y-la-indiferencia-en-contextos-no-terapeuticos-entrevista-a-eduardo-cardenas-1a-parte/)

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