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Centrato sulla soluzione · Fondamenti

L’approccio centrato sulla soluzione spiegato in modo semplice

L’approccio centrato sulla soluzione (ACS) è utilizzato in numerosi contesti: la terapia, il servizio sociale, l’insegnamento, il management, l’impresa, il coaching e molto altro ancora. Ecco le sue origini, le sue convinzioni fondanti e i sei principi che orientano gli interventi.

Da dove viene l’approccio centrato sulla soluzione?

È nato all’inizio degli anni Ottanta presso il Brief Family Therapy Center di Milwaukee, fondato da Steve de Shazer e da sua moglie Insoo Kim Berg. Affonda le radici nei lavori del Mental Research Institute di Palo Alto, in quelli di Milton Erickson e nella filosofia di Ludwig Wittgenstein.

Questo approccio si inscrive nel solco della cibernetica di secondo ordine e poggia su alcune convinzioni:

1

Le persone sono competenti

Lo sguardo rivolto alla persona parte dalle sue risorse, non dai suoi deficit.

2

Costruiscono le proprie soluzioni

Ogni persona ha la capacità innata di costruire soluzioni e significati in grado di migliorare la propria vita.

3

Vogliono cambiare

Le persone che chiedono aiuto vogliono cambiare: la resistenza al cambiamento non esiste.

Forte di queste convinzioni, chi interviene ha il compito di creare le condizioni di un accompagnamento che consenta alla persona di utilizzare in modo creativo tutte le sue competenze e le sue personali possibilità di adattamento.

Una delle grandi particolarità di questo approccio è che non propone alcuna teoria sulla persona: si basa unicamente su una teoria dell’accompagnamento costruita a partire dalla clinica.

Il lavoro di chi interviene non è dedicato alla valutazione, alla diagnosi e all’elaborazione di tipologie di problemi o di persone per concepire gli interventi che ne deriverebbero. Mira piuttosto a creare uno spazio relazionale che apra all’emergere di nuovi significati favorevoli al cambiamento, offrendo alla persona ogni possibilità di individuare e amplificare le proprie risorse personali, affinché continui a mobilitarle per andare verso ciò che desidera.

Sei principi guida orientano gli interventi terapeutici

1 — La realtà è co-costruita nell’interazione attraverso i giochi linguistici

L’ACS considera la terapia un processo linguistico: attribuisce alle parole e ai giochi linguistici un posto centrale.

Chi interviene non osserva dall’esterno con il compito di scoprire una realtà il cui senso sarebbe già fissato al di fuori dell’incontro: partecipa alla co-creazione del senso e di una realtà attraverso gli scambi.

Ciò che accade nella conversazione non è considerato determinato da leggi intrapsichiche e/o da costruzioni sociali, ma come un momento di creatività in un contesto che porta l’influenza di tutto ciò che è accaduto prima e di ciò che può accadere.

Chi pratica la terapia ACS sa quindi che la domanda che pone non serve a scoprire una realtà ma, in parte, a co-crearla: la realtà viene creata nel momento stesso in cui la domanda viene posta.

La terapia si avvale di un linguaggio nuovo, detto «centrato sulla soluzione», che permette di sviluppare con la persona un racconto di progresso. A questo scopo, la si interroga in particolare su ciò che desidera, su ciò che già funziona, sulle sue risorse, sulle sue aspirazioni, sulle sue capacità di adattamento… Si ritiene che chi fa terapia debba cercare le proprie domande con lo stesso impegno con cui le persone che si rivolgono a lei o a lui cercano le proprie risposte.

2 — Gli interventi mirano a creare e mantenere una relazione di cooperazione

Diversi punti di appoggio aiutano chi interviene ad adottare una postura favorevole alla cooperazione.

In primo luogo, rivolge alla persona uno sguardo positivo incondizionato. Ogni comportamento, opinione o intenzione, anche se socialmente considerati «inadeguati», viene esplorato a partire da presupposti positivi: sono visti come «soluzioni» o tentativi di «soluzione» al servizio di qualcosa di importante per la persona.

In secondo luogo, chi interviene adotta una postura di non-sapere nei confronti dell’altra persona. La persona è considerata esperta di sé in tutti gli ambiti della sua vita: lo spazio di lavoro è uno spazio di co-competenza. L’approccio centrato sulla soluzione si presenta inoltre come un approccio non normativo: nessun intervento viene a dire alla persona, esplicitamente o implicitamente, se ciò che fa è giusto o sbagliato, né che cosa dovrebbe o non dovrebbe fare.

Infine, in terzo luogo, poiché la realtà interazionale è co-creata, la persona non può essere designata come responsabile, e tanto meno colpevole, di ciò che accade nello spazio di lavoro! Questa visione interazionale sistemica permette a chi interviene di prestare attenzione alla natura della relazione e di adeguare di conseguenza i propri contributi, per favorire un clima di cooperazione.

3 — Gli interventi non mirano più a diagnosticare, risolvere o riparare un problema, ma a creare e mantenere le condizioni favorevoli al movimento

Come abbiamo detto, l’ACS non ha una teoria sulla persona, e chi interviene secondo l’ACS è consapevole di non scoprire la realtà ma di co-crearla nell’interazione, attraverso i giochi linguistici. Il suo ruolo non consiste nell’occupare una posizione di «osservazione esperta» incaricata di diagnosticare, risolvere o riparare un problema, bensì nel «facilitare»: restando costantemente in una postura di non-sapere nei confronti dell’altra persona, cerca di sviluppare con lei un racconto di progresso in cui possa entrare in contatto con le proprie aspirazioni e mobilitare le proprie risorse per realizzarle.

La posizione «anti-teorica» si manifesta in questo racconto di progresso nel fatto che chi interviene non ha il compito di dare la propria opinione, ma piuttosto di permettere alla persona di entrare in un processo di chiarificazione su ciò che per lei funziona. Questo processo di chiarificazione, nel senso in cui lo intende Wittgenstein, non consiste nello spiegare e nel trovare cause soggiacenti a ciò che è funzionale, ma piuttosto nel chiarirlo e descriverlo. Durante questo lavoro di descrizione e chiarificazione, ciò che la persona vedrà, comprenderà e riterrà utile appartiene dunque soltanto a lei.

4 — Gli interventi sono orientati dai cambiamenti desiderati dalla persona

Quando una persona chiede l’aiuto di una figura professionale per un problema, è molto probabilmente perché desidera che questo lavoro le permetta di accedere a un futuro più soddisfacente. La dinamica del lavoro è dunque al servizio di ciò che la persona desidera e determina da sé, e soltanto da sé.

Chi interviene secondo l’ACS coltiva due intenzioni:

  • Permettere alla persona di determinare i cambiamenti a cui aspira e farle descrivere in ogni dettaglio il paesaggio di questo futuro preferito, lavoro che è considerato di per sé uno dei mezzi per raggiungerlo.
  • Permettere alla persona di esplorare i propri progressi, per quanto piccoli, verso il suo futuro preferito. L’unico orientamento del lavoro riguarderà i suoi progressi! La persona può così rafforzare il proprio senso di competenza e continuare a entrare in un’autobiografia positiva.

5 — La persona possiede già le soluzioni-mezzo per andare verso il cambiamento desiderato

Questo quinto principio è piuttosto controintuitivo: come pensare che una persona che chiede aiuto per un problema possieda in realtà già le proprie soluzioni?! Occorre ricordare qui che l’ACS considera che la persona possieda le proprie soluzioni per andare verso i cambiamenti che desidera.

L’ACS parte dalla constatazione che l’insieme dei fattori che contribuiscono alla formazione di un problema è diverso dall’insieme dei fattori che aiuteranno la persona ad andare verso ciò che desidera. Riconoscere che le soluzioni-mezzo per raggiungere questo futuro preferito non hanno, il più delle volte, nulla a che vedere con le soluzioni al problema libera la persona e chi interviene dal pensiero «imprigionante» secondo cui bisognerebbe necessariamente trovare le cause del problema per risolverlo.

«La classe delle soluzioni non è la classe dei problemi.»

Un principio chiave dell’approccio centrato sulla soluzione

Poiché chi interviene non intende dare alla persona alcuna soluzione né alcun consiglio, deve sapere dove possono trovarsi le soluzioni proprie della persona. Queste potranno essere esplorate nelle eccezioni al problema e negli esempi del futuro preferito, perché contengono gli inneschi di soluzioni-mezzo; e poi, naturalmente, in tutti i progressi compiuti dalla persona in direzione del suo futuro preferito.

6 — Chi interviene adotta una visione interazionale e lavora in una prospettiva sistemica

La dinamica del lavoro non si orienta su ciò che accade all’interno della persona, ma verso una considerazione più ampia, inclusiva ed ecosistemica.

I problemi, le migliori speranze, i futuri preferiti e le soluzioni-mezzo efficaci sono considerati nel loro contesto relazionale, sociale e culturale.

Inoltre, sempre in questa prospettiva sistemica, poiché un piccolo cambiamento in una parte del sistema può produrre cambiamenti in altre parti del sistema e rafforzare la speranza del cambiamento, l’unica cosa a cui si mira è la possibilità di una messa in movimento, per quanto piccola.

Per concludere

In sintesi, si può dire che la terapia centrata sulla soluzione è una terapia:

  • basata sull’idea che il cambiamento risulti dalla negoziazione delle rappresentazioni attraverso i giochi linguistici nel sistema terapeuta-persona;
  • basata sull’idea che la persona desideri veder emergere dal lavoro un futuro diverso e preferito, che darà la direzione all’accompagnamento;
  • basata su una relazione di co-competenza e di cooperazione;
  • basata sulle competenze, sui comportamenti e sui modi di pensare di cui la persona dispone già quando le cose funzionano nella sua vita;
  • basata sulle capacità creative della persona di costruire le proprie soluzioni.

Anche se i principi di questo approccio sembrano semplici, esso richiede disposizioni particolari alla luce dei cambiamenti di paradigma, di postura e di giochi linguistici che propone. Questa postura poggia del resto su una base che illustro in un articolo dedicato ai nove postulati dell’approccio centrato sulla soluzione.

Bibliografia e risorse

Modalités d’entretien de l’approche centrée solution, Marie-Christine Cabié, Jean-Paul Durand, Marion Detell, Jean-François Croissant (accesso aperto).

Alcuni siti per approfondire: ifaacs.com, alternatives-acs.fr, ebta.eu, pegase-processus.fr.

Questo episodio è stato realizzato in collaborazione con Jean-Paul Durand per tutta la parte relativa alla sceneggiatura: un immenso grazie per la cura dedicata a questo lavoro di scrittura preciso, minuzioso e rigoroso. Infermiere diplomato di prima formazione, Jean-Paul Durand è oggi formatore nell’approccio centrato sulla soluzione (Solution Focused Approach — Steve de Shazer e Insoo Kim Berg) ed è titolare di un diploma universitario in psicologia positiva dell’Université Grenoble Alpes. Per saperne di più.

La presentazione completa è disponibile nel video qui sotto.

Come citare questo articolo

Besse, J. (2023, 30 aprile). L'approche centrée solution expliquée simplement. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/l-approche-centre-solution-expliquee-simplement

Per approfondire

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