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Red Sistémica · Intervista

Clinica della violenza familiare. Intervista a Silvia Mesterman

Il problema della violenza nella famiglia e nella coppia torna continuamente alla ribalta. L’approvazione di una nuova legge in materia e il quasi simultaneo epilogo tragico di un caso celebre hanno riacceso il dibattito. In questa intervista Silvia Mesterman, psicologa con un percorso riconosciuto in questo campo, descrive il proprio approccio alla violenza familiare, ponendo l’accento sugli aspetti ideologici del problema e sulla posizione terapeutica, oltre che sugli aspetti tecnici. Condivide il proprio lavoro e ha scritto diverse opere con Cecilia Grosman, avvocata specializzata in diritto di famiglia, che dopo l’intervista commenta alcuni aspetti specifici della legge di protezione contro la violenza familiare.

Intervista realizzata da Horacio SerebrinskyPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 35, 1995Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«L’abuso fisico non è negoziabile: in un primo momento dobbiamo ottenere che cessi. Solo dopo ci spostiamo verso le diverse fasi del processo.»

Silvia Mesterman

Nota della redazione di Perspectivas Sistémicas

Il caso celebre a cui si allude nell’introduzione è quello dell’ex campione mondiale di pugilato Carlos Monzón che, al momento della morte, stava scontando una condanna per la morte dell’ex moglie Alicia Muñiz. La legge in questione è la legge argentina n. 24.417 di protezione contro la violenza familiare, commentata da Cecilia Grosman in un articolo a parte.

I fondamenti: un modello contestuale e l’ideologia patriarcale

In termini generali, quali sono i fondamenti teorici che guidano il tuo lavoro sulla violenza familiare?

Il punto di partenza è un modello contestuale che articola, sulla base di un’epistemologia cibernetica, componenti individuali, familiari e socioculturali.

Pur lavorando con l’idea di totalità, concentriamo il nostro sguardo sugli aspetti ideologici della questione. Come terapeute e terapeuti familiari, sappiamo che la formazione delle famiglie poggia su un insieme di presupposti che circolano nella società e che si esprimono, in modo specifico, nei diversi gruppi sociali e in ogni singola famiglia.

Alcuni di questi presupposti corrispondono a concezioni culturali attuali, esplicitate nel linguaggio sociale, come il principio di uguaglianza nella relazione uomo-donna, la libera scelta fondata sull’amore e l’educazione della prole senza coercizione.

Questi presupposti espliciti coesistono con presupposti impliciti, provenienti da fasi sociali precedenti, che agiscono in modo sotterraneo e che, nel caso della violenza familiare, determinano l’azione. Gli impliciti corrispondono alla cosiddetta ideologia patriarcale, in cui si afferma una disuguaglianza per natura nella quale l’uomo è superiore alla donna e, di conseguenza, ha un potere maggiore. La donna e la prole sono proprietà dell’uomo, il quale, nell’esercizio dei suoi diritti, ha il potere di disciplinarle ed educarle, potendo ricorrere a ogni tipo di punizione per raggiungere tali fini.

Questa ideologia patriarcale, caratterizzata dall’autoritarismo, è la base su cui poggia lo sviluppo della violenza domestica, la quale, come si vede, è legata a strutture gerarchiche di genere e di età che danno forma a relazioni di subordinazione e di dominio. Questi sistemi familiari funzionano all’insegna di una coesione predominante, senza alcuna possibilità di differenziazione tra i loro membri. Vi vediamo circolare regole che mutilano l’autonomia e che definiscono un «poter essere» solo sotto l’imposizione di un altro. La rigidità che caratterizza queste strutture porta le persone a relazionarsi solo in termini di funzioni. È così che ritagliano la propria identità: ciascuna persona «è» grazie alla presenza dell’altra.

Questa modalità di funzionamento fa sì che gli atti di abuso passino inosservati e vengano registrati come «naturali» e/o «normali».

Allo stesso modo, la presenza di una situazione esterna, quotidiana, ripetuta, sempre più sottile, di consenso, conferisce legittimità agli atti violenti e annulla i possibili meccanismi di controllo sociale.

Il ciclo della violenza

Quando si parla di violenza, si fa riferimento a un ciclo che si ripete nel tempo. Qual è la tua visione di questo aspetto?

Per semplificare, risponderò alla domanda solo in relazione alla violenza uomo-donna, poiché il ciclo della violenza sull’infanzia presenta aspetti specifici.

Il ciclo della violenza è un paradigma utile per pensare il fenomeno e, soprattutto, per comprendere meglio quali siano i meccanismi che lo perpetuano e le ragioni centrali per cui le donne, che sono in maggioranza le vittime della violenza fisica, restano con il proprio partner.

Secondo questo schema, la violenza si verifica in situazioni cicliche riconducibili a tre fasi, la cui durata o intensità varia a seconda dei casi: 1) accumulo di tensione, 2) fase acuta delle percosse, 3) calma «amorosa».

La fase 1 è quella dell’aumento della tensione nelle relazioni di potere stabilite. Lo spostamento delle aspettative legate agli stereotipi di genere mette in pericolo la stabilità del sistema, in quanto minaccia la stabilità dei suoi membri. Quando la tensione raggiunge il suo punto di massima tolleranza arriva la fase 2, quella delle percosse. Ciò significa che, nel corso di scambi ricorrenti e sempre più tesi, la violenza fisica emerge nei momenti in cui la relazione di dominio e subordinazione ha bisogno di essere riconfermata. Il colpo dell’uomo va visto come un atto di impotenza di fronte alla possibile perdita di un potere reale o mai raggiunto, più che come una semplice dimostrazione di forza. Gli esiti della fase critica delle percosse riconfermano l’identità di ciascun membro della coppia, fondata essenzialmente sulla relazione donna debole e passiva / uomo forte e attivo. Poiché i due sono legati solo in termini di funzioni, ciascuno conserva un riconoscimento di sé nella misura in cui l’altro continua a essere ciò che «presumibilmente» è.

La fase 3 è radicalmente opposta alla 2. In termini relazionali si distingue per una condotta di pentimento e di affetto da parte dell’uomo violento e per l’accettazione della donna, che crede alla sua sincerità. In questa fase predomina un’immagine idealizzata della relazione, conforme ai modelli convenzionali di genere. Poi, prima o poi, tutto ricomincia e la fase 1 torna in scena. Infine, il ciclo della violenza fisica è quasi sempre accompagnato da una violenza emotiva molto più difficile da rilevare e da quantificare, ma non per questo meno aggressiva e rischiosa. Inoltre, in una percentuale molto elevata di casi la violenza è soltanto psichica. Questo tipo di violenza si verifica principalmente nella fase 1, di accumulo di tensione, e si caratterizza per scambi squalificanti, indifferenza, disconferme, minacce e insulti, tra l’altro. Quando si arriva al punto di massima tensione, la scarica si produce sotto forma di urla, rabbia, furia, colpi contro gli oggetti, porte sbattute, uscite di casa, ecc. Poi ricompare la fase della calma, che chiude e rinnova il ciclo. Individuare questo circuito di violenza emotiva è importante perché esiste una concezione diffusa che associa l’idea di violenza alla sola violenza fisica, lasciando fuori un numero amplissimo di situazioni di abuso.

Da ricordare

Per Silvia Mesterman il colpo non è anzitutto una dimostrazione di forza, ma un atto di impotenza: si produce quando la relazione di dominio ha bisogno di essere riconfermata e, al tempo stesso, riconferma l’identità rigida di ciascun membro della coppia. E la violenza psichica, che segue lo stesso ciclo, è molto più frequente e molto più difficile da individuare di quella fisica.

I trattamenti

In che modo affronti il trattamento della violenza nella coppia?

Poiché il fenomeno della violenza risponde a un’articolazione di istanze, è indispensabile affrontarlo con un approccio interdisciplinare. In momenti e circostanze diversi è richiesta la partecipazione di più discipline, simultanea o distribuita nel tempo. Non mi soffermerò sulle caratteristiche che deve riunire un’équipe interdisciplinare, ma voglio sottolineare come fondamentali la necessità di condividere un quadro teorico, la chiara distinzione tra le competenze di ciascuna disciplina e, infine, la riflessione costante sul tema in questione, sul ruolo professionale e sugli aspetti personali coinvolti nel lavoro. Dal versante della psicologia, vediamo che il problema comporta l’uso, congiunto o alternato, di diverse modalità di intervento a seconda dei casi. Lavoriamo così allo sviluppo di progetti di sensibilizzazione e presa di coscienza, alla creazione di reti di sostegno, a gruppi di auto-aiuto per donne e per uomini, a terapie di gruppo e individuali e a terapie familiari e di coppia, ricevendo i membri insieme, per sottosistemi o individualmente. L’obiettivo comune di queste alternative di intervento è una revisione dell’ideologia patriarcale, oltre a un processo di delegittimazione e di denaturalizzazione della violenza e a un aumento della sua visibilità.

Il processo terapeutico si sviluppa attorno a un insieme di momenti che avanzano a spirale, producendo, nel corso del trattamento, un effetto cumulativo (si veda il riquadro più in basso). Questo processo è concepito come un’attività che si svolge principalmente nel dialogo, e non come un’azione di intervento sull’individuo. In questa prospettiva, chi fa terapia cerca di inserirsi nella costruzione del mondo della famiglia, della coppia o della persona, per suscitare proposte di sguardi alternativi. Le tecniche che utilizziamo sono varie e comprendono, tra le altre, la narrazione di racconti, l’umorismo, il gioco, la messa in scena, l’uso di immagini metaforiche e i dialoghi relazionali.

Uno dei temi più discussi nell’approccio alla violenza familiare è quello del trattamento congiunto o individuale dei membri del sistema. Qual è la tua opinione?

In linea di principio, ritengo che la violenza debba essere controllata prima che si possa intraprendere qualsiasi altro lavoro. Il tema principale è quindi la violenza, e solo dopo l’attenzione ai diversi aspetti della relazione.

L’abuso fisico non è negoziabile e, di conseguenza, in un primo momento dobbiamo ottenere che cessi. Poi ci spostiamo verso le diverse fasi del processo, tenendo come fulcro principale la questione del genere, che implica una valorizzazione del posto della donna e la sua parificazione a quello dell’uomo. La terapia congiunta è possibile quando l’uomo ha accettato di cessare la violenza e la donna vuole continuare la relazione. Ciò è praticabile solo se si analizza la situazione nel contesto dell’ideologia patriarcale e con la chiara intenzione di trovare una formulazione alternativa che porti a nuovi comportamenti. In caso contrario, l’effetto dei colloqui congiunti può portare, soprattutto l’uomo, a sottrarsi alla propria responsabilità e a rafforzare l’idea che giustifica i fatti come risposta a una presunta provocazione. In sintesi, penso che la terapia familiare e la terapia di coppia siano estremamente produttive e praticabili, a condizione che chi fa terapia conosca le implicazioni dell’ideologia nel proprio lavoro.

La persona terapeuta e l’impegno ideologico

Infine, qual è il posto della persona terapeuta e quali sono le sue caratteristiche essenziali?

La persona terapeuta occupa un posto centrale nella terapia della violenza familiare. Dal modo in cui fa uso della propria posizione dipende, in misura significativa, l’efficacia del trattamento. Un’idea di base è che le persone possiedono risorse proprie e trovano sempre una via d’uscita. La persona terapeuta sviluppa e riorienta queste risorse favorendo abilità e attitudini. Per farlo, deve assumersi rischi simili a quelli che si aspetta vengano assunti dalle persone in cura. Il rischio principale consiste nell’essere disposta a mettere in gioco la propria persona. Ciò significa che la sua ideologia e le sue qualità personali sono le risorse più preziose di cui dispone. Attraverso l’uso del proprio self, la persona terapeuta si include nei legami con le persone in cura e se ne esclude, occupando talvolta il posto di chi attiva e talvolta quello di chi osserva dall’esterno le situazioni. In altri casi occupa il posto di modello. Questo ruolo dinamico deve consentirle una gamma molteplice di movimenti, come entrare nelle relazioni e uscirne, fare uso della propria autorità, giocare e ritrarsi, restare al centro o alla periferia, ecc. Tutto ciò richiede una grande plasticità, un uso flessibile di sé, un impegno ideologico (in particolare sulle questioni legate al genere) e un’importante disponibilità personale al cambiamento e al riesame costante del proprio lavoro, allo scopo di individuare le risonanze e gli isomorfismi che si infiltrano continuamente e ostacolano l’azione. Il lavoro sulla propria persona è diventato per me un aspetto fondamentale. In questo senso, in tutte le attività che svolgo da tempo (sia di supervisione di équipe sia di formazione), non mi occupo soltanto del problema della violenza nei casi presentati, ma anche di ciò che accade, come persona, a chi interviene nella situazione (o alle équipe coinvolte).

Nota della redazione

Tra le persone che l’hanno formata, Silvia Mesterman ricorda il noto maestro italiano Maurizio Andolfi (si veda Perspectivas Sistémicas n. 22, luglio-agosto 1992), con il quale ha studiato e continua ad allenarsi all’uso della propria persona nella pratica della terapia familiare.

Le fasi del processo terapeutico nei casi di violenza

1

Setting

Base sicura di sostegno e di contenimento. Flessibilità e massimo controllo nella conduzione. Condizioni relative alla cessazione degli atti di violenza.

2

Ritorno su di sé

Processo di differenziazione individuale e sottosistemica. Valorizzazione. Sviluppo dell’autostima e dell’uguaglianza. Sviluppo della responsabilità.

3

Co-costruzione di argomentazioni alternative

Circolazione di significati relativi agli stereotipi di genere. Confronto tra ideologie. Denaturalizzazione.

4

Ampliamento dei contesti

Estensione alla famiglia d’origine e ad altre persone significative. Rottura dell’isolamento e del silenzio. Visibilizzazione della violenza.

5

Denuncia indiretta e diretta

Incorporazione del controllo sociale. Il contesto terapeutico come delegittimazione dell’impunità.

6

Consolidamento

Consolidamento della differenziazione, dell’autovalorizzazione e dell’autostima.

Chi è Silvia Mesterman

Silvia Mesterman è psicologa e terapeuta familiare. Professoressa ordinaria all’Università di Belgrano e nel master in diritto di famiglia dell’Università di Buenos Aires, dirige con Cecilia Grosman il Centro Interdisciplinario de la Familia, istituzione dedicata alla ricerca, alla prevenzione, alla formazione e all’assistenza nelle problematiche di famiglia e di genere: violenza, adozione, divorzio, mediazione, ecc.

L’intervista è stata realizzata da Horacio Serebrinsky, dottore in psicologia, direttore dell’ESA (Escuela Sistémica Argentina).

Questa intervista è una traduzione italiana non ufficiale, condotta sull’originale spagnolo «Clínica de la Violencia Familiar. Entrevista a Silvia Mesterman», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 35, marzo-aprile 1995). Tradotta da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Serebrinsky, H. (2022). Clinique de la violence familiale. Entretien avec Silvia Mesterman (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/clinique-de-la-violence-familiale-entretien-avec-silvia-mesterman (Opera originale pubblicata nel 1995 in Perspectivas Sistémicas, n. 35, marzo-aprile 1995; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/27/clinica-de-la-violencia-familiar-entrevista-a-silvia-mesterman/)

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