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Integrative Psychological and Behavioral Science · Pratica sistemica

Crisi della replicazione in psicologia, cibernetica di secondo ordine e causalità transazionale: dalla psicologia sperimentale alla pratica psicologica applicata

E se la crisi della replicazione in psicologia non fosse anzitutto una questione di metodi difettosi, ma di epistemologia? Da Atene, Alexios Brailas rilegge il dibattito alla luce della cibernetica di secondo ordine di Heinz von Foerster: se chi osserva fa parte del sistema osservato, la replicazione esatta diventa impossibile per principio. Partendo dalla controversia sulle «posture di potere», l’articolo sostiene una «sovrapposizione epistemologica» e restituisce la responsabilità alla pratica: agire in modo da aumentare il numero delle scelte.

Testo di Alexios Brailas (Dipartimento di Psicologia, Università Panteion, Atene; Athenian Institute of Anthropos, Atene)Prima pubblicazione Integrative Psychological and Behavioral Science, 8 gennaio 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Replication Crisis in Psychology, Second-Order Cybernetics, and Transactional Causality: from Experimental Psychology to Applied Psychological Practice, di Alexios Brailas, pubblicato in Integrative Psychological and Behavioral Science (Springer) (2025), doi: 10.1007/s12124-024-09867-3, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La nota a piè di pagina e le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note dell’originale. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Non dobbiamo temere le differenze epistemologiche; dobbiamo piuttosto imparare da esse.

Alexios Brailas

Abstract

Questo articolo si propone di riconcettualizzare la crisi della replicazione non semplicemente come un problema di metodi difettosi, di mancanza di rigore scientifico o di condotte di ricerca discutibili, ma come una questione fondamentalmente epistemologica e filosofica. Se metodologie e pratiche scientifiche migliori sono necessarie, esse vanno però considerate attraverso la lente delle epistemologie sottostanti. A tal fine, si propone come strumentale un nuovo paradigma per la ricerca e la pratica psicologica, fondato sulla cibernetica di secondo ordine e sulla causalità transazionale. La cibernetica di secondo ordine, così come introdotta da Heinz von Foerster, mette in discussione le metodologie scientifiche tradizionali, che presuppongono una separazione netta tra chi osserva e ciò che è osservato. L’idea centrale è che chi osserva, con il suo stesso atto di osservare, diventa inevitabilmente parte del sistema che studia, il che comporta il passaggio da una causalità lineare a una causalità transazionale. Questo cambiamento epistemologico ha implicazioni profonde per la pratica della ricerca e per la responsabilità di chi esercita la psicologia. L’imperativo etico di Foerster –agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte–, unito all’imperativo estetico –se vuoi vedere, impara ad agire–, illumina un paesaggio metodologico alternativo per la pratica clinica. La crisi della replicazione in psicologia viene esaminata alla luce di questi cambiamenti teorici, aprendo a una nuova visione costruttiva che integra la ricerca di base con la pratica psicologica applicata. La cibernetica di secondo ordine incoraggia un approccio partecipativo alla ricerca, sottolineando il ruolo catalizzatore della persona professionista che osserva. L’articolo si conclude sostenendo una sovrapposizione epistemologica, in cui chi esercita la psicologia si muove tra molteplici prospettive per rafforzare l’integrità e l’applicabilità dei propri risultati nel mondo reale.

Introduzione

In questo articolo intendo offrire una prospettiva alternativa sulla questione della riproducibilità nella ricerca psicologica (Open Science Collaboration, 2015) attraverso la lente della cibernetica di secondo ordine e della causalità transazionale (Von Foerster, 2003). Comincio con una breve introduzione alla crisi della replicazione in psicologia, compresi i suoi presupposti, per delineare il contesto. Presento poi la cibernetica di secondo ordine e la causalità transazionale come quadro epistemologico. Discuto inoltre le implicazioni di questo quadro per affrontare la sfida della riproducibilità. Infine, analizzo uno studio controverso che si è sviluppato parallelamente alla crisi della replicazione in psicologia. Basandomi sulla cibernetica di secondo ordine, presento ed esploro una prospettiva epistemologica alternativa su questo caso e ne discuto le implicazioni per la ricerca e la pratica psicologica.

Lo scopo di questo articolo non è discutere la crisi della replicazione né come affrontarla attraverso modifiche e riforme metodologiche all’interno del paradigma di ricerca positivista, tema già ampiamente trattato dalla letteratura esistente (Munafò et al., 2017). Il mio obiettivo è invece esplorare la crisi della replicazione da un’altra prospettiva epistemologica: e se chi osserva e fa ricerca non potesse, per principio, staccarsi dal sistema che osserva o studia? Questo cambiamento epistemologico ha implicazioni importanti per la pratica psicologica, sia nei contesti sociali sia in quelli clinici, perché consente alle persone che partecipano agli interventi di realizzare futuri alternativi e più capaci di generare azione per sé e per le proprie comunità.

Il quadro metodologico di questo studio si fonda sulla cibernetica di secondo ordine e, in particolare, sugli imperativi etico ed estetico così come formulati da Von Foerster (2003). Applicando questi due principi all’ipotesi della «postura di potere» (Carney et al., 2010), una teoria basata su uno studio che numerosi gruppi di ricerca non sono riusciti a replicare (Ranehill et al., 2015), mostro come anche uno studio controverso possa diventare uno strumento prezioso per la persona professionista della psicologia ben informata che lavora in contesti naturali, nel mondo reale.

Poiché chi osserva è sempre incluso nel sistema all’interno del campo di osservazione e non può sottrarvisi, si pone una domanda cruciale: in quali modi possiamo incorporare questa prospettiva nei nostri metodi di ricerca in maniera costruttiva? A tal fine, l’articolo si conclude discutendo l’importanza dell’eclettismo metodologico, della consapevolezza e dell’alfabetizzazione epistemologica, della flessibilità nella ricerca e della diversità metodologica, come vie per arricchire e far progredire ulteriormente la pratica della ricerca psicologica.

La crisi della replicazione in psicologia

Nel 2005, John Ioannidis, nel suo articolo fondamentale intitolato Why Most Published Research Findings Are False, ha esaminato criticamente l’affidabilità della ricerca scientifica, concentrandosi sul campo della biomedicina. Analogamente, si è tentato di replicare 100 studi sperimentali e correlazionali per valutare la riproducibilità dei risultati della ricerca in psicologia. Solo il 36% circa degli studi replicati ha prodotto risultati statisticamente significativi simili a quelli originali, con dimensioni dell’effetto in media dimezzate (Open Science Collaboration, 2015).

Ioannidis (2005) sosteneva che una quota significativa dei risultati pubblicati non si replicava a causa di una combinazione di fattori metodologici e di pratiche accademiche molto diffuse –come l’eccessivo affidamento ai valori p e il bias di replicazione–. E oggi esiste una letteratura in continua crescita sul fenomeno della flessibilità nascosta, come il p-hacking, in cui chi fa ricerca manipola di fatto i dati fino a ottenere risultati significativi, per esempio un valore p appena al di sotto della soglia convenzionale di 0.05 (Chambers, 2017; Ioannidis, 2005).

Tale manipolazione comporta spesso analisi multiple non dichiarate, disegni di ricerca con bassa potenza statistica o l’aggiustamento dei parametri dello studio, come l’esclusione selettiva dei valori anomali, la scelta di covariate specifiche o l’interruzione della raccolta dei dati nel momento più conveniente per ottenere il risultato desiderato (Chambers, 2017; Head et al., 2015; Ioannidis, 2005; Munafò et al., 2017; Simmons et al., 2011; Wicherts et al., 2016). Sebbene queste pratiche possano non essere apertamente fraudolente e avvengano spesso in buona fede o per ignoranza, producono comunque una letteratura scientifica distorta, piena di risultati inaffidabili (Chambers, 2017).

Numerose voci della comunità scientifica sottolineano che i problemi di riproducibilità sono spesso sistemici e culturalmente radicati nelle pressioni a cui è sottoposto chi fa ricerca per pubblicare su riviste prestigiose, ottenere finanziamenti e avanzare nella carriera: il celebre dogma del «publish or perish» (Chambers, 2017; Munafò et al., 2017). Si ritiene che riforme come la preregistrazione, i dati aperti e le iniziative di trasparenza migliorino la riproducibilità e la credibilità della scienza psicologica (Chambers, 2017; Munafò et al., 2017; Simmons et al., 2011). Tuttavia, la crisi della replicazione affonda le radici in questioni tanto metodologiche quanto epistemologiche relative alla natura dell’indagine scientifica (Earp & Trafimow, 2015; Park, 2020), che meritano maggiore discussione e un’attenta considerazione.

I presupposti epistemologici e metodologici impliciti

La riproducibilità è considerata un principio fondativo della metodologia scientifica nelle scienze classiche come la fisica o la chimica, dove gli esperimenti devono poter essere ripetuti nelle stesse condizioni, producendo risultati identici più e più volte, indipendentemente da chi conduce l’esperimento (Atmanspacher & Jahn, 2003). Questo paradigma di ricerca positivista è diventato dominante in psicologia e in molte altre discipline sociali nel corso del Novecento, nel tentativo di prendere le distanze dalla filosofia e di acquisire lo status e il prestigio delle scienze classiche (Dafermos, 2014, 2021). In psicologia, la nozione di riproducibilità poggia sull’ipotesi che i fenomeni psicologici siano generalizzabili a contesti e momenti diversi. Il fallimento di una replicazione viene quindi generalmente interpretato come un problema dei risultati originali, piuttosto che come l’effetto di differenze contestuali.

Tuttavia, a causa della complessità del comportamento umano e delle numerose variabili che possono influenzare gli esiti sperimentali, è spesso difficile, nella pratica, stabilire se il fallimento di una replicazione dipenda da differenze metodologiche, dal caso o da fattori non riconosciuti e non considerati (Earp & Trafimow, 2015). Flis (2019) critica la risposta riduttiva alla crisi della replicazione in psicologia, che riduce il problema a un insieme di difetti psicologici di singole persone che fanno ricerca, trascurando la complessità del modo in cui la scienza, in quanto sistema culturale, produce e legittima la conoscenza. Gli esperimenti e le loro replicazioni sono plasmati da presupposti concettuali e materiali che in molti casi rendono impossibile una replicazione esatta (Feest, 2019). Le differenze tra le popolazioni campionarie, i contesti culturali e piccole variazioni metodologiche possono incidere in modo significativo sulla possibilità di replicare i risultati. La riproducibilità potrebbe essere irraggiungibile quando le persone partecipanti sono consapevoli della ripetizione degli esperimenti (cosa spesso inevitabile, dato che sono immerse in un paesaggio culturale in continuo mutamento), alterando così le condizioni stesse attraverso un effetto di retroazione: «Una comprensione causale, se è conosciuta da coloro che sono compresi, può cambiare il loro carattere, può cambiare il tipo di persone che sono. Ciò può condurre a un cambiamento della comprensione causale stessa» (Hacking, 1996, p. 351). Queste difficoltà sono particolarmente problematiche in psicologia e nelle scienze del comportamento, dove la natura soggettiva e mutevole delle persone partecipanti complica ulteriormente la riproducibilità degli esperimenti (Atmanspacher & Jahn, 2003). Pertanto, se la replicazione è essenziale nel paradigma di ricerca positivista (soprattutto negli studi quantitativi), essa va affrontata con una consapevolezza epistemica dei limiti e delle complessità intrinseche alla ricerca psicologica. Teo (2020) critica l’approccio «iperscientifico» della psicologia, in cui la disciplina gonfia artificialmente il proprio rigore metodologico per mascherare la mancanza di un fondamento da scienza naturale. In questo articolo sostengo un cambiamento epistemologico per affrontare la questione dei fallimenti di replicazione in un modo nuovo, più enattivo e abilitante.

Chi osserva come parte del sistema osservato: causalità transazionale e cibernetica di secondo ordine

La cibernetica è emersa come campo transdisciplinare negli anni Quaranta, concentrandosi sullo studio della comunicazione e del controllo sia nei sistemi viventi sia nelle macchine (Scott, 2004). Il termine fu coniato da Norbert Wiener, ispirandosi alla parola greca Κυβερνήτης (Wiener, 1948/2019). Le Conferenze Macy sulla cibernetica, svoltesi tra il 1946 e il 1953, ebbero un ruolo decisivo nel dare forma al campo (Umpleby, 2016). La cibernetica pone un’enfasi particolare sul concetto di anello di retroazione: ogni risultato retroagisce sulla propria causa. Di conseguenza, ogni processo va inteso come ciclico. L’idea può sembrare piuttosto semplice, ma le sue implicazioni sono enormi, soprattutto se combinata con il concetto di sistema. Un sistema può essere definito, in senso ampio, come un insieme di parti interdipendenti e interconnesse dotato di proprietà emergenti diverse da quelle dei singoli componenti (Kauffman, 1996). Di conseguenza, il modo lineare tradizionale di interpretare i fenomeni è stato messo in discussione.

La teoria cibernetica tradizionale, oggi chiamata cibernetica di primo ordine, si concentra principalmente sui sistemi osservati, cioè su come i sistemi funzionano, mantengono la stabilità e raggiungono i propri obiettivi attraverso meccanismi e anelli di retroazione, così come li percepisce una persona che osserva in modo indipendente. Heinz von Foerster fu una figura chiave nello sviluppo della cibernetica di secondo ordine, che definì sinteticamente come la cibernetica della cibernetica (Scott, 2004; Von Foerster, 2003). La cibernetica di secondo ordine ha introdotto il concetto di circolarità dell’osservazione, in cui chi osserva non è più separato o isolato dal sistema, ma è considerato un attore che partecipa all’anello. Questa inclusione di chi osserva modifica radicalmente la natura dell’osservazione, rendendola un processo autoreferenziale. Chi osserva retroagisce sul sistema e il sistema, a sua volta, retroagisce su chi osserva, creando una sorta di causalità transazionale. In altre parole, la cibernetica di secondo ordine ci chiede di considerare come le nostre osservazioni e azioni influenzino i sistemi stessi che studiamo. Questo cambiamento ha implicazioni profonde per la metodologia scientifica, che vanno oltre gli ambiti della cibernetica e della scienza dei sistemi (Umpleby, 2016).

Con la cibernetica di secondo ordine, Von Foerster ha messo in discussione la metodologia scientifica tradizionale, che richiedeva di separare chi osserva da ciò che è osservato per garantire l’oggettività. Sosteneva che questo principio non è soltanto errato, ma anche impossibile da realizzare, perché ignora l’influenza transazionale intrinseca di chi osserva sul sistema osservato (Von Foerster, 2003). La negazione di questa influenza, suggeriva, nasce dalla paura dei paradossi inevitabili che sorgono quando chi osserva viene riconosciuto come parte attiva del sistema che osserva:

Ciò che oggi ci appare come la cosa più naturale da vedere e da pensare, allora non solo era difficile da vedere, ma non era nemmeno permesso pensarlo. Perché? Perché avrebbe violato il principio fondamentale del discorso scientifico, che esige la separazione dell’osservatore dall’osservato. È il principio di oggettività. Le proprietà dell’osservatore non devono entrare nella descrizione delle sue osservazioni. (Von Foerster, 2003, p. 287)

Nella causalità lineare tradizionale, il rapporto tra causa ed effetto è visto come unidirezionale: una singola causa produce un singolo effetto. La causalità transazionale riconosce invece che la causalità è reciproca e implica interazioni simultanee tra gli elementi di un sistema. Questo cambiamento è ciò che Gergen ha poi descritto come il passaggio dall’influenza alla confluenza (Gergen, 2009). Il concetto di causalità transazionale è splendidamente rappresentato nella celebre litografia di M.C. Escher Mani che disegnano, in cui una mano sembra disegnare l’altra nello stesso istante in cui viene a sua volta portata all’esistenza dal disegno dell’altra. La causalità transazionale risale alle teorie di Eraclito e di Cratilo:

Eraclito sosteneva che nessuno può mai scendere due volte nello stesso fiume, perché a ogni tentativo sarebbe una persona diversa in un fiume diverso. Cratilo, allievo di Eraclito, portò l’idea più lontano: non si può scendere nello stesso fiume neppure una volta, poiché sia la persona sia il fiume cambiano per effetto stesso dell’atto di entrarvi. (Brailas, 2024, p. 510)

La causalità transazionale implica che tutte le persone che partecipano a uno studio (compreso chi conduce la ricerca), insieme al loro contesto culturale e storico, si trovino in un processo di determinazione reciproca simultanea: «Chiamiamo questo approccio “transazionale” perché favorisce la libera transazione multilaterale di tutte le persone che vi prendono parte. […] L’approccio è al tempo stesso analitico e interrelazionale, poiché riteniamo che l’uno non possa svilupparsi pienamente senza l’altro» (Vassiliou, 1968, p. 65). Le osservazioni torneranno sempre a chi osserva, formando un anello chiuso di interdipendenza, e il sistema nel suo insieme non può essere pienamente compreso senza riconoscere il ruolo di chi osserva nel dare forma alla sua realtà (Archibald Wheeler, 1977).

La crisi della replicazione e il bisogno di una nuova epistemologia

Se chi osserva fa parte del sistema che osserva, come potremmo mai parlare di replicazione? Non si tratta soltanto del fatto che le persone partecipanti a uno studio sarebbero diverse. La replicazione non è possibile per principio all’interno di un’epistemologia della cibernetica di secondo ordine, perché chi fa ricerca è intrinsecamente diverso da una persona all’altra: ha intenzioni diverse. Chi conduce lo studio sperimentale iniziale può credere in un’idea e cercare di dimostrare che la propria ipotesi è corretta. Chi conduce lo studio di replicazione può, al contrario, dubitare dell’ipotesi originale e mirare a confutarla. Nel primo caso si ottiene riconoscimento dimostrando che qualcosa è vero; nel secondo, dimostrando che qualcosa è falso. Come osserva Sexton (1997), «la prospettiva dell’osservatore e l’oggetto dell’osservazione sono inseparabili; la natura del significato è relativa; i fenomeni dipendono dal contesto; e il processo di conoscenza e di comprensione è sociale, induttivo, ermeneutico e qualitativo» (p. 8).

E che dire dei disegni di ricerca in doppio cieco? Non garantiscono forse l’oggettività separando chi osserva da ciò che è osservato? Solo in parte. Chi osserva è sempre una parte del sistema che osserva le altre parti. I più piccoli cambiamenti o perturbazioni in una parte del sistema possono produrre, nel lungo periodo, esiti complessi e imprevedibili (effetto farfalla) (Mitchell, 2009). Quando passiamo dalle scienze classiche alle scienze sociali, la possibilità di condurre esperimenti riproducibili diventa molto più incerta (Atmanspacher & Jahn, 2003). Questa incertezza nasce dal fatto che, negli studi sul comportamento umano, sia le persone partecipanti sia chi fa ricerca possono sapere che l’esperimento è in corso di replicazione. Questa autoconsapevolezza, o riflessività, altera radicalmente le condizioni originali in cui l’esperimento è stato condotto. Sapere di far parte di uno studio di replicazione, insieme alla conoscenza dei risultati precedenti, può influenzare le risposte delle persone partecipanti, modificando così variabili chiave e cambiando l’ambiente sperimentale. Di conseguenza, ricreare le condizioni esatte dell’esperimento originale diventa impossibile, il che rende una vera replicazione difficile, se non impossibile, in questi campi. La riflessività dei soggetti umani introduce una variabilità intrinseca che compromette la possibilità di ottenere condizioni identiche negli studi replicati (Atmanspacher & Jahn, 2003).

La riproducibilità nelle scienze sociali richiede approcci molto più sofisticati di quelli abitualmente impiegati nelle scienze fisiche tradizionali. Dobbiamo sviluppare modelli di indagine psicologica che tengano conto di questa complessa interdipendenza tra attori umani e mondo materiale (Atmanspacher & Jahn, 2003; Von Foerster, 2003). Questi modelli dovrebbero essere meglio attrezzati per gestire la complessità intrinseca di tali sistemi e offrire modi più complessi di valutarne la validità.

Un caso di studio: il dibattito sulle posture di potere

Consideriamo ora il seguente caso di uno studio controverso che si è sviluppato parallelamente alla crisi della replicazione in psicologia. Cercherò poi di offrire una prospettiva epistemologica alternativa su questo caso attraverso la lente della cibernetica di secondo ordine.

Nel loro controverso studio sperimentale, Carney et al. (2010) hanno esplorato come l’adozione, per soli due minuti, di posture non verbali di alto o di basso potere potesse influenzare gli stati fisiologici e psicologici. I loro risultati suggerivano che brevi cambiamenti posturali potessero produrre cambiamenti ormonali e comportamentali misurabili, a sostegno dell’incarnazione del potere e delle sue possibili implicazioni nel mondo reale.

Sulla base di questi risultati, una delle autrici dello studio, Amy Cuddy, tenne un TED Talk intitolato «Your body language may shape who you are». Il talk divenne rapidamente virale, con milioni di visualizzazioni in tutto il mondo. Sottolineava le implicazioni pratiche delle posture di potere, incoraggiando le persone a servirsi del linguaggio del corpo per costruire fiducia in sé e resilienza nella vita quotidiana. Tuttavia, quando negli anni Dieci del Duemila è esplosa la crisi della replicazione in psicologia, questo studio è diventato un punto focale di controversia (Dominus, 2017).

Ranehill et al. (2015) hanno condotto una replicazione concettuale dello studio di Carney et al. sulle posture di potere con un campione nettamente più ampio, di 200 partecipanti, e un disegno di ricerca più rigoroso. Pur confermando che le posture di potere aumentavano in modo significativo la sensazione di potere autoriferita, lo studio non ha rilevato effetti significativi sui livelli ormonali né sui comportamenti di assunzione del rischio, sollevando dubbi sull’integrità dello studio originale.

Ben presto si scatenò una «guerra scientifica», che coinvolse molte figure di spicco della metodologia alla guida del movimento della crisi della replicazione, con numerose accuse di «terrorismo metodologico», bullismo scientifico o cattive pratiche di ricerca da entrambe le parti (Dominus, 2017; Gelman & Fung, 2016). Sull’argomento sono apparsi numerosi studi empirici e metodologici, alcuni dei quali confermavano in parte la teoria delle posture di potere mentre altri la smentivano (Loncar, 2021). Nel pieno della controversia, Carney, prima autrice dello studio originale, finì per rinnegare la teoria delle posture di potere1, mentre Cuddy continuò a sostenerla, richiamandosi a una letteratura crescente sull’argomento (Cuddy et al., 2018).

Sovrapposizione epistemologica: la strada dalla psicologia sperimentale alla pratica psicologica applicata

Nella fisica quantistica, il famoso gatto di Schrödinger, chiuso in una scatola, non è né vivo né morto, ma esiste in una sovrapposizione di stati finché qualcuno non apre la scatola. In quel momento il gatto collassa in uno di due stati distinti, vivo o morto, una condizione binaria di sì o no. Allo stesso modo, nell’antico oracolo della Pizia, l’enigmatica frase «Andrai ritornerai non morirai in guerra» manca di un significato definito finché qualcuno non decide dove mettere la virgola.

L’ipotesi delle posture di potere è emersa e si è coevoluta con la crescente consapevolezza della crisi della riproducibilità in psicologia. Loncar (2021) offre una sintesi concisa delle evidenze empiriche sull’argomento. Ma la domanda resta: assumere o non assumere posture di potere? È una domanda valida solo all’interno di un’epistemologia della cibernetica di primo ordine, in cui esiste un punto di osservazione oggettivo e in cui un’indagine scientifica rigorosa deve fornire una risposta sì/no. La crisi della replicazione e il movimento metodologico che ne è seguito hanno senza dubbio migliorato le pratiche scientifiche, per esempio promuovendo la scienza aperta, la preregistrazione degli studi e il riconoscimento dell’importanza di pubblicare le replicazioni. Oggi le riviste accettano più volentieri anche i risultati negativi. L’uso di strumenti metodologici come le meta-analisi e i diagrammi di p-curve si è diffuso, e chi fa ricerca ha sviluppato una maggiore alfabetizzazione metodologica, tanto che concetti come il p-hacking sono ormai ben compresi. Tuttavia, l’epistemologia che sta dietro alla metodologia è una parte centrale dell’indagine scientifica su cui dovremmo concentrarci.

Dunque, dovremmo assumere posture di potere oppure no? Senza trascurare la necessità di pratiche scientifiche solide e robuste, all’interno di un’epistemologia della cibernetica di secondo ordine la risposta non deve necessariamente essere un sì o un no binario. Può esistere in una sovrapposizione di stati, a seconda di chi osserva e degli attori che partecipano. Le posture di potere possono funzionare oppure no, a seconda della situazione specifica. Nella cibernetica di primo ordine, si considera che chi fa ricerca osservi la realtà in modo oggettivo. Nella cibernetica di secondo ordine, chi fa ricerca partecipa attivamente: è un catalizzatore nel dispiegarsi della realtà, che inevitabilmente facilita trasformazioni (Cabell & Valsiner, 2014). I processi psicologici si dispiegano nel tempo in un modo intrinsecamente legato ai parametri contestuali specifici e agli obiettivi orientati al futuro degli attori che partecipano e del tutto che essi co-creano con le loro sinergie (Agazarian, 1992; Valsiner, 2017). L’antico oracolo potrebbe rispondere alla domanda suggerendo una sovrapposizione di esiti: Assumerai la postura di potere ti eleverai non perirai nel mondo.

Agire in modo da aumentare il numero delle scelte

Ogni fenomeno psicologico, inserito nel suo contesto sociale e storico unico, richiede approcci metodologici su misura (Valsiner, 2017). Riconoscere chi osserva come parte integrante del sistema significa che porta una responsabilità maggiore per le proprie azioni. Questa consapevolezza ha condotto al celebre imperativo etico di Foerster: «Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte» (Von Foerster, 1984, p. 60). Collocare chi osserva all’interno del sistema osservato implica che il significato sia costruito in modo collaborativo anziché imposto unilateralmente. In questo senso, l’indagine scientifica diventa una pratica di creazione di comprensione condivisa e di ampliamento dello spazio di interazione reciproca, due attività profondamente etiche.

Una persona professionista che lavora con sistemi umani ed esperta nel facilitare progetti di ricerca-azione potrebbe decidere di utilizzare le posture di potere in un intervento di comunità, accanto ad altri strumenti di empowerment. Verificherebbe nella pratica se le posture di potere risultano significative e benefiche nella sua azione situata. Se aderisce a un’epistemologia del sì/no vincolata alla riproducibilità, Lei non deve decidere nulla, non deve assumersi la responsabilità di elaborare un piano d’azione su misura. Non può assumersi la responsabilità di influenzare il proprio futuro attraverso le proprie azioni. Perché non può? «Semplicemente perché le domande decidibili sono già decise dalla scelta del quadro in cui vengono poste… alla fine arriviamo, dopo una lunga sequenza di passaggi logici stringenti, a una risposta inconfutabile: un “sì” definitivo o un “no” definitivo» (Von Foerster, 2003, p. 293).

Von Foerster (2003) sosteneva che la libertà di scegliere comporta la responsabilità di prendere decisioni che ampliano, anziché limitare, le scelte disponibili. Se aderisce a un’epistemologia della cibernetica di secondo ordine, considerandosi parte del sistema che osserva, del sistema con cui vuole lavorare, deve assumersi la responsabilità e agire in modo da aumentare il numero delle scelte. È un bene o un male? «Con questa libertà di scelta siamo ora responsabili della scelta che facciamo. Per alcuni questa libertà di scelta è un dono del cielo. Per altri una tale responsabilità è un peso insopportabile» (Von Foerster, 2003, p. 293). Se la teoria delle posture di potere è valida oppure no, non ho alcuna responsabilità, non ho bisogno di decidere, non ho bisogno di agire. Ma se la teoria delle posture di potere esiste in una «sovrapposizione di validità», allora ho la responsabilità di decidere, di agire in modo da aumentare il numero delle scelte offerte alle persone, e anche a me.

La crisi della replicazione implica forse che la pratica psicologica poggi su piedi d’argilla? Non necessariamente. L’imperativo del movimento della crisi della replicazione era che, se la metodologia non è solida, non ci si può fidare dell’intero fondamento della psicologia come disciplina. Questa è solo una lettura della storia. Il presupposto sottostante è che chi esercita la psicologia legga uno studio pubblicato, ne prenda i risultati come dati e cerchi di applicarli esattamente nello stesso modo nella propria pratica. Ma è davvero così? In psicologia non abbiamo a che fare con atomi o molecole. Anche se i risultati di un esperimento psicologico fossero affidabili al 100% in uno specifico contesto controllato, come ci si può aspettare che si applichino a un contesto naturale diverso? Nel migliore dei casi, i risultati di un esperimento di psicologia sociale possono offrire uno spunto o un’idea da provare, e questo può essere o non essere un problema a seconda della propria epistemologia.

Wu (2023) ha utilizzato modelli di simulazione per studiare comunità scientifiche che esplorano paesaggi epistemici in cui le soluzioni variano per qualità e l’obiettivo è trovare il massimo globale (la soluzione migliore). Wu ha confrontato due strategie: la strategia del migliore, in cui si adotta la migliore soluzione conosciuta, e la strategia del meglio, in cui si adotta qualsiasi miglioramento rispetto alla soluzione attuale. Il risultato principale è che, nel tempo, le comunità che adottano la strategia del meglio ottengono risultati superiori a quelle che adottano la strategia del migliore. Ciò accade perché la strategia del meglio favorisce la diversità delle pratiche e un’esplorazione prolungata, riducendo il rischio di accontentarsi prematuramente di soluzioni subottimali. In altre parole, è la «differenza che fa la differenza» (Bateson, 1971, p. 5), ed è la diversità (epistemica) a garantire la resilienza (scientifica) (Capra & Luisi, 2014). Se le metodologie normative rigide adottate in risposta alla crisi della riproducibilità mirano a frenare la devianza negativa, al tempo stesso rischiano di soffocare la devianza positiva, essenziale per l’evoluzione e il successo della scienza (Phaf, 2024).

Ma torniamo alla nostra domanda guida: assumere o non assumere posture di potere? Come decidere quale risposta sia migliore? Questo ci porta al «postulato metafisico» di Von Foerster (2003): «Solo le domande che sono in linea di principio indecidibili possiamo deciderle noi» (p. 293). Per Von Foerster, solo le domande indecidibili offrono una vera libertà di scelta. Le domande decidibili sono vincolate dal quadro e dalle regole in cui sono poste, il che conduce a risposte specifiche e ineludibili. Al contrario, le domande indecidibili, prive di tali vincoli, ci lasciano la libertà di decidere chi diventiamo. Aumentando il numero delle scelte, ampliamo le possibilità di costruire e mettere in atto realtà più ricche e varie (Von Foerster, 1984). Perciò la domanda andrebbe posta diversamente, in un modo che ci costringa a decidere, per esempio: perché, quando e come assumere posture di potere?

Von Foerster criticava il modo in cui le strutture sociali, come le gerarchie epistemiche e il positivismo metodologico, vengono spesso usate per sottrarsi alla responsabilità. Le individuava come meccanismi per eludere la responsabilità trasferendo il potere decisionale a sistemi astratti e ad «algoritmi» scientifici, invece di attribuirlo a individui che se ne assumono la responsabilità. Questa elusione, sosteneva, mina l’imperativo etico di agire responsabilmente e limita la libertà di scelta, centrale nel suo quadro etico (Von Foerster, 2003). Nella cibernetica di primo ordine (con chi osserva i fenomeni in modo presuntamente oggettivo), la responsabilità risiede esclusivamente nei metodi e negli strumenti scientifici, come i valori p o gli opachi algoritmi di IA, una sorta di moderne «sacre scritture della scienza». Il ruolo di chi fa ricerca od osserva si riduce allora ad applicare questi metodi con rigore e coerenza, mantenendo una distanza «di sicurezza» da ciò che è osservato per evitare interferenze (per esempio, il concetto di studio clinico randomizzato in doppio cieco). Per Von Foerster (2003), l’oggettività è un dispositivo per eludere la responsabilità, poiché «l’oggettività richiede che le proprietà dell’osservatore siano escluse da qualsiasi descrizione delle sue osservazioni. […] l’osservatore è ridotto a una fotocopiatrice, e la nozione di responsabilità è stata abilmente fatta sparire» (p. 293).

Se vuoi vedere, impara ad agire

L’imperativo estetico, «Se vuoi vedere, impara ad agire» (Von Foerster, 1984, p. 61), sottolinea il ruolo attivo di chi osserva nel dare forma alla propria percezione. Questo principio suggerisce che la nostra capacità di percepire bellezza o significato nel mondo dipende dalle nostre azioni e dai nostri atteggiamenti. In altre parole, la percezione non è un’esperienza passiva, ma un coinvolgimento attivo con il mondo (Von Foerster, 1984).

Il passaggio dall’eso-scienza (osservare dall’esterno) all’endo-scienza (osservare dall’interno) apre nuove opportunità nella ricerca scientifica (Umpleby, 2016). L’enfasi sul ruolo attivo di chi osserva incoraggia chi fa ricerca a essere più consapevole della propria influenza sul processo di ricerca e, di conseguenza, del proprio impatto sulle persone che studia. Se chi fa ricerca è inevitabilmente parte del sistema che osserva, ogni processo di ricerca diventa un progetto di ricerca-azione interattivo, partecipativo e sensibile al contesto, così come lo si intende nel paradigma della ricerca qualitativa.

Il concetto di confluenza, così come definito da Gergen (2009), risuona con i principi della cibernetica di secondo ordine e offre una lente provocatoria per ripensare la crisi della replicazione in psicologia. La cibernetica di secondo ordine mette in discussione la nozione di un’osservazione oggettiva e distaccata, sottolineando la natura partecipativa dell’osservazione, poiché chi osserva è intrinsecamente parte del sistema che studia. Analogamente, la teoria della confluenza rifiuta una visione circoscritta e isolata della causalità e suggerisce che le azioni e i significati umani emergono in modo relazionale, plasmati da interazioni dinamiche. La crisi della replicazione, spesso presentata come un fallimento dei metodi o del rigore, può essere reinterpretata attraverso questa lente come un sintomo di rigidità epistemologica. I fondamenti positivisti della psicologia si basano in larga misura su modelli causali replicabili che semplificano eccessivamente la complessità del comportamento umano, trascurando la natura relazionale e dipendente dal contesto dei fenomeni psicologici: «Così trattiamo gli atti di aggressività, di altruismo e di pregiudizio come effetti, e cerchiamo un insieme indipendente di condizioni che li producano. Di fatto, definiamo l’individuo come fondamentalmente separato dal mondo circostante, solo e soggetto alle sue vicissitudini» (Gergen, 2009, p. 51).

Una svolta verso la confluenza e la cibernetica di secondo ordine invita chi fa ricerca a considerare le dinamiche relazionali e la co-azione, per promuovere pratiche di ricerca che accolgano la complessità e la variabilità contestuale. Incorporando epistemologie relazionali, la ricerca psicologica può accrescere la propria pertinenza per le applicazioni nel mondo reale: «Se desideriamo generare futuri più promettenti, la sfida principale è creare in modo collaborativo nuove condizioni di confluenza. Come possiamo attingere alle nostre storie relazionali in modo tale che ne risultino confluenze nuove e più promettenti?» (Gergen, 2009, p. 58).

Considerazioni conclusive: una cultura metodologica abilitante

La crisi della replicazione in psicologia riflette problemi più profondi della semplice possibilità di metodi difettosi o di pratiche non etiche. Lo studio della psicologia umana che isola i metodi dalle teorie e dai presupposti può condurre a una semplificazione eccessiva e a un’interpretazione errata della complessità dei fenomeni psicologici (Valsiner, 2017). Affrontare la crisi della replicazione richiede di riconoscere la sensibilità al contesto degli oggetti di studio psicologici e di combinare riforme metodologiche rigorose con una comprensione teorica più profonda (Feest, 2024). Forse è questa la strada dalla psicologia sperimentale alla pratica psicologica applicata.

In un quadro di eclettismo metodologico, confrontarsi con alternative e punti di vista contrastanti cercando di integrarli nell’azione può essere molto proficuo (Parsons, 2015). Chi esercita la psicologia deve saper condurre studi scientificamente solidi, conformi agli sviluppi e agli standard metodologici più recenti. Deve inoltre avere un’alfabetizzazione metodologica sufficiente per valutare studi condotti all’interno di un’epistemologia della cibernetica di primo ordine (qualcuno che osserva oggettivamente un sistema da lontano). Le persone professioniste della psicologia che lavorano con sistemi umani devono anche saper accogliere la complessità che si dispiega nel qui e ora di un sistema vivente, seguirne il processo e applicare le proprie conoscenze, adattando continuamente pratiche e azioni alla situazione in evoluzione in cui sono immerse e di cui sono parte costitutiva.

Questo approccio flessibile, situato e orientato al processo nella ricerca e nella pratica è stato adottato anche dagli approcci abduttivi alla produzione di conoscenza (Brinkmann, 2014; Salvatore, 2014). Qui il processo di abduzione collega la situazione all’indagine e a chi fa ricerca, in modo molto simile agli anelli di retroazione della teoria cibernetica (Wiener, 1948/2019). Poiché i fenomeni psicologici non preesistono all’osservazione, ma emergono attraverso specifiche intra-azioni con chi fa ricerca (Sandle et al., 2024), chi esercita la psicologia deve «agire come partecipante alla vita degli altri per comprenderli» (Brinkmann, 2024, p. 15). Tuttavia, il modo in cui chi fa ricerca si relaziona con le persone partecipanti durante il processo di ricerca conta. Questo coinvolgimento dovrebbe inscriversi in un’etica della collaborazione intesa come mestiere relazionale, il che significa che, «anziché limitarsi ad applicare principi astratti e regole procedurali, chi fa ricerca ricorre a giudizi continui e flessibili e a risposte creative di fronte alle sfide complesse che emergono nelle situazioni di ricerca» (Wertz et al., 2011, p. 354).

Nell’epoca della disinformazione (Weatherall & O’Connor, 2024) in cui viviamo, in cui la scienza è costantemente sfidata dalla pseudoscienza, dalle credenze magiche e dalle teorie del complotto, abbiamo bisogno di metodi e pratiche scientifiche robuste e solide, che si autocorreggano continuamente e siano in costante evoluzione (Sikorski & Andreoletti, 2023), all’interno di un quadro di cibernetica di primo ordine. Tuttavia, non dovremmo nascondere sotto il tappeto i presupposti epistemologici inevitabili che facciamo durante il processo. Al contrario, i presupposti epistemologici dovrebbero essere sempre resi visibili e discussi con un atteggiamento aperto: «se non vedo di essere cieco, sono cieco; ma se vedo di essere cieco, vedo» (Von Foerster, 1984, p. 43). Le attuali metodologie normative, incentrate sulla preregistrazione e sul rigore statistico, operano secondo una concezione lineare della scienza, presupponendo un’istanza osservante oggettiva che osserva l’intero processo (Phaf, 2024). Ma la crisi della replicazione non è solo un problema statistico; è una questione più ampia, che richiede un notevole lavoro filosofico ed epistemologico dietro le quinte per garantire l’affidabilità e il progresso della scienza (Gervais, 2021; Malich & Rehmann-Sutter, 2022; Romero, 2019). Un tale approccio renderà il metodo scientifico più affidabile e utile per le persone e le comunità.

Dal libro fondamentale di Feyerabend (1975), Against the method, al movimento di riforma metodologica della psicologia sperimentale, con il dibattito scientifico e la crisi che ne sono derivati (Derksen & Field, 2022), c’è una grande distanza epistemologica. Una comunità scientifica che resta aperta a prospettive e informazioni più diverse ottiene un vantaggio epistemico (Wu, 2023). Questa diversità consente alla comunità di ricerca di esplorare una gamma più ampia di teorie possibili (Gervais, 2021). Una scienza feconda ha bisogno di spazio per idee devianti che sfidino le norme esistenti, poiché storicamente le innovazioni scientifiche rivoluzionarie sono nate spesso da ipotesi non convenzionali che inizialmente sembravano implausibili (Phaf, 2024). Tuttavia, troppa diversità o un’esplorazione prolungata di teorie inferiori possono essere dannose e ritardare progressi scientifici decisivi, soprattutto nella pratica clinica (Wu & O’Connor, 2023). Come può la comunità scientifica trovare un equilibrio tra le due cose? Qui emerge il bisogno di una sovrapposizione epistemologica per evitare una risposta binaria. Phaf (2024) propone una concezione evolutiva della scienza, in cui teorie concorrenti possono coesistere ed evolvere per tentativi ed errori. Dobbiamo passare da un ecosistema scientifico tossico (Gervais, 2021) a una cultura metodologica abilitante. Non dobbiamo temere le differenze epistemologiche; dobbiamo piuttosto imparare da esse.

Dichiarazioni su etica umana e consenso alla partecipazione

Non applicabile.

Interessi finanziari o non finanziari

Chi firma l’articolo non ha interessi finanziari o non finanziari rilevanti da dichiarare.

Complexe Systémique: punti chiave

Per chi pratica la terapia sistemica, questo testo è un ritorno alle fonti: von Foerster, Bateson, la circolarità e l’Athenian Institute of Anthropos, dove i Vassiliou parlavano già di un approccio «transazionale». Il suo contributo clinico è semplice ed esigente: uno studio pubblicato non è mai una ricetta, ma una pista da mettere alla prova in una situazione di cui la persona terapeuta è partecipe e di cui porta la responsabilità. L’imperativo etico, aumentare il numero delle scelte, può fare da bussola tanto in seduta quanto in supervisione. Resta necessaria una lettura critica: la «sovrapposizione di validità» può scivolare in un relativismo che giustificherebbe tecniche poco fondate, l’esempio delle posture di potere è esile e il saggio non propone alcun disegno metodologico concreto. Il saggio stesso ricorda che la scienza ha bisogno di metodi robusti di primo ordine. Tutta la sfida sta nel tenere insieme i due livelli. Da leggere insieme all’introduzione alla cibernetica di primo e di secondo ordine e alla mobilità epistemica nell’intervento complesso.

Note dell’originale

1 Disponibile all’indirizzo: https://faculty.haas.berkeley.edu/dana_carney/pdf_My%20position%20on%20power%20poses.pdf.

Nota dell’editore Springer Nature resta neutrale rispetto alle rivendicazioni giurisdizionali nelle mappe pubblicate e nelle affiliazioni istituzionali.

Ringraziamenti. Desidero esprimere la mia profonda gratitudine all’Athenian Institute of Anthropos (AIA), rinomato centro di terapia di gruppo e familiare in Grecia. Ho conosciuto l’epistemologia della cibernetica di secondo ordine durante la mia formazione in psicoterapia presso l’AIA, e devo molto di questo lavoro a chi vi insegnava.

Contributi. L’articolo è firmato unicamente da Alexios Brailas.

Finanziamento. Finanziamento dell’accesso aperto fornito da HEAL-Link Greece.

Consenso alla partecipazione. Non applicabile.

Consenso alla pubblicazione. Non applicabile.

Dichiarazione etica. Questo articolo non contiene studi su esseri umani o animali.

Numero di sperimentazione clinica. Non applicabile.

Approvazione etica. Non applicabile.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Replication Crisis in Psychology, Second-Order Cybernetics, and Transactional Causality: from Experimental Psychology to Applied Psychological Practice, di Alexios Brailas, Integrative Psychological and Behavioral Science, vol. 59, n. 1 (2025), doi: 10.1007/s12124-024-09867-3, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Replication Crisis in Psychology, Second-Order Cybernetics, and Transactional Causality: from Experimental Psychology to Applied Psychological Practice», pubblicato in Integrative Psychological and Behavioral Science (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Brailas, A. (2025). Replication Crisis in Psychology, Second-Order Cybernetics, and Transactional Causality: from Experimental Psychology to Applied Psychological Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/replication-crisis-in-psychology-second-order-cybernetics-and-transactional-causality (Opera originale pubblicata nel 2025 in Integrative Psychological and Behavioral Science, 59(1), 14 (2025); ripubblicata nel 2025 da Integrative Psychological and Behavioral Science, https://link.springer.com/article/10.1007/s12124-024-09867-3)

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