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Contemporary Family Therapy · Terapia familiare

Di chi è questa vita, in fondo? Esplorare le relazioni sociali dei casi di divorzio altamente conflittuale nella Norvegia meridionale

Come diventano dei genitori separati un «caso di divorzio altamente conflittuale»? A partire da interviste con diciannove genitori della Norvegia meridionale e con il personale di un servizio di tutela minorile, Bård Bertelsen utilizza gli strumenti dell’etnografia istituzionale per seguire il circuito che conduce da una segnalazione di preoccupazione alla terapia multifamiliare. L’etichetta apre delle porte, ma può anche far scomparire le preoccupazioni legate alla violenza o alle droghe.

Testo di Bård Bertelsen (Family Counseling Office di Arendal; Department of Child and Youth Mental Health, South Norway Hospital; Department of Psychosocial Health, University of Agder, Norvegia)Prima pubblicazione Contemporary Family Therapy, 20 marzo 2021Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Whose Life is it Anyway? Exploring the Social Relations of High-Conflict Divorce Cases in Southern Norway, di Bård Bertelsen, pubblicato in Contemporary Family Therapy (Springer) (2021), doi: 10.1007/s10591-021-09572-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Quando le questioni della vita, così come sono conosciute e vissute soggettivamente, differiscono da quelle del discorso istituzionale, c’è il rischio che ciò che è importante per le persone di cui si tratta sfugga al dialogo tra genitori e figure professionali.

Bård Bertelsen

Abstract

L’articolo presenta i risultati di uno studio empirico basato su interviste qualitative con genitori norvegesi individuati come parte di una situazione di divorzio altamente conflittuale e su interviste con il personale di un servizio di tutela minorile. Il luogo dello studio è un circuito istituzionale di segnalazione, valutazione e invio che coinvolge il tribunale, i servizi di tutela minorile e un servizio pubblico di terapia familiare. L’articolo si basa sull’ontologia sociale e sui concetti analitici dell’etnografia istituzionale e adotta il punto di vista dei genitori per esplorare come le loro conoscenze ed esperienze vengano plasmate dagli incontri con le figure professionali nel processo in cui sono individuati e valutati come caso di divorzio altamente conflittuale. L’attenzione a ciò che le persone fanno e alla loro conoscenza esperta del proprio fare distingue la ricerca etnografica istituzionale da forme più convenzionali di indagine qualitativa incentrate sull’esperienza interiore delle persone informatrici. L’articolo mette in luce come un discorso professionale generalizzato sembri permeare il lavoro che genitori e personale dei servizi svolgono insieme, finendo talvolta per assorbire le conoscenze e le esperienze delle persone coinvolte. Quando le questioni della vita, così come sono conosciute e vissute soggettivamente, differiscono da quelle del discorso istituzionale, c’è il rischio che ciò che è importante per le persone di cui si tratta sfugga al dialogo tra genitori e figure professionali.

Parole chiave: esperienza, divorzio altamente conflittuale, etnografia istituzionale, circuito istituzionale, genitori

Introduzione

Padre: «Uno dei miei obiettivi, dal secondo tribunale…. secondo servizio di tutela… primo caso di tutela minorile, e primo… secondo procedimento giudiziario… primo procedimento giudiziario, è stato che mia figlia non venisse istituzionalizzata, costretta di continuo a esporre sé stessa e la sua famiglia nei trattamenti, nei colloqui di valutazione e tutto il resto, per tutto il maledetto tempo. Perché è stato davvero tanto.»

Chi intervista: «Sembra quasi uno stile di vita?»

Padre: «Sì, crescere da qualche parte tra uno psicologo e il servizio di tutela minorile. Quando avrebbe dovuto semplicemente stare fuori a giocare.»

Questo frammento di dialogo proviene da un’intervista di ricerca con un padre, condotta pochi giorni prima che iniziasse a partecipare a un programma di terapia di gruppo multifamiliare per genitori e figli che vivono con livelli elevati di conflitto tra i genitori dopo il divorzio. Mostra una disgiunzione tra il suo desiderio locale, di genitore, di offrire alla figlia un’infanzia «normale» e il modo in cui si era trovato a esercitare pubblicamente la propria paternità confrontandosi con figure professionali in procedimenti giudiziari, valutazioni del servizio di tutela minorile e altri servizi istituzionali. Ciò rimanda a un risultato chiave del presente articolo, che fa parte di uno studio basato su interviste qualitative con genitori norvegesi individuati come parte di una situazione di divorzio altamente conflittuale. I loro percorsi individuali verso il diventare casi di divorzio altamente conflittuale hanno comportato incontri ripetuti con i servizi di welfare e altri servizi pubblici. Per alcuni, ciò ha dato luogo a un processo di alienazione in cui hanno vissuto un distacco da valori soggettivamente ritenuti centrali per la loro genitorialità. Per altri, ha offerto occasioni per svilupparsi e crescere come genitori. Indipendentemente dalle conseguenze in ciascun caso particolare, le loro storie illuminano collettivamente un aspetto del divorzio altamente conflittuale meno dibattuto nella letteratura sulla terapia familiare rispetto alla ricerca di interventi clinici e politiche pubbliche efficaci. Si tratta del modo in cui le relazioni sociali di governo e burocrazia non solo forniscono linee guida e spazi per scambi utili tra genitori, figli e figure professionali, ma offrono anche direzioni e limiti alla comprensione, orchestrando così la vita delle persone in modi specifici e oggettivati. Questo articolo intende offrire un’esplorazione empirica di come ciò talvolta accada.

Separazione e divorzio nel contesto norvegese

In Norvegia, tra il 30 e il 40 per cento di tutti i bambini e le bambine vive attualmente la rottura della famiglia o non ha mai vissuto con entrambi i genitori (Statistics Norway, 2020). A partire dagli anni Novanta, il numero di controversie su questioni relative ai figli finite in tribunale è aumentato considerevolmente in Norvegia (Koch 2008; Vimblemo, Tobra, Knutsen, Olsen, Gleinsvik & Bush 2016), come in molti altri paesi occidentali (Bergman & Rejmer, 2017; Parkinson, 2011). Per le famiglie che si separano o divorziano, una stima corrente è che tra il dieci e il 15 per cento finisca in uno schema di conflitto radicato tra i genitori (Haddad, Philips & Bone 2016; Helland & Borren, 2015; Hetherington, 2002; Mahrer et al. 2018; Wiik, Kitterød, Lyngstad & Lidén 2015). Il concetto di «divorzio altamente conflittuale» si riferisce a situazioni in cui i genitori restano per diversi anni dopo la separazione in schemi di interazione caratterizzati da controversie lunghe e aspre su questioni relative ai figli (Anderson et al. 2010; Birnbaum & Bala, 2010). La ricerca ha costantemente dimostrato che conflitti così prolungati tra i genitori dopo il divorzio possono nuocere al benessere e alla salute psicosociale dei figli (Amato, 2000; Amato & Keith, 1991; DeBoard-Lucas et al. 2010; Emery, 1999; Fincham et al. 1994; Grych, 2005; Lansford, 2009; Visser et al. 2017).

In Norvegia, la mediazione è obbligatoria per i genitori che si separano con figli di età inferiore ai 16 anni, siano essi sposati (Marriage Act, 1991, § 26) o conviventi (Children Act, 1981, §51, terzo comma). La mediazione è obbligatoria anche per i genitori che intendono avviare un contenzioso giudiziario su questioni relative alla cura dei figli dopo il divorzio o la rottura (Children Act, 1981, § 51, primo comma). L’intento principale del sistema norvegese di mediazione è promuovere la cooperazione aiutando i genitori a raggiungere un accordo sulla futura cura dei figli (Barne- og familiedepartementet, 2006).

In questo contesto, la mediazione obbligatoria rende possibile un coinvolgimento diretto dello Stato in tutti i casi di rottura genitoriale che riguardano dei figli. Ciò colloca i consultori familiari responsabili della mediazione all’interno di un complesso istituzionale che coinvolge inoltre i tribunali e talvolta i servizi di tutela minorile. Il compito principale della mediazione è fungere da consulenza per i genitori in vista della stesura di un accordo scritto sulla futura cura congiunta dei figli (Barne- og familiedepartementet, 2006). Se durante la mediazione i genitori non riescono ad accordarsi su un piano genitoriale comune, possono rivolgersi al tribunale. L’autorità giudiziaria del tribunale consente una regolazione diretta della sfera domestica (Ottosen, 2006). Quando il tribunale accoglie una controversia genitoriale, chi giudica deve stabilire se un accordo sia verosimilmente raggiungibile, nel qual caso si avvia un processo di mediazione giudiziaria. In caso contrario, o se la mediazione giudiziaria viene tentata ma si rivela infruttuosa, si tiene un’udienza principale in cui chi giudica emette infine una decisione (Children Act, 1981, capitolo III; Domstoladministrasjonen, 2019). Se i genitori si rivolgono ripetutamente a queste istituzioni senza riuscire apparentemente a ridurre il conflitto, talvolta viene informato il servizio di tutela minorile. Questo perché il conflitto prolungato è di per sé considerato un motivo di preoccupazione per il benessere dei figli.

Nel 2013, il governo norvegese ha emanato una linea guida che chiarisce la responsabilità dei servizi di tutela minorile nei casi di preoccupazione per controversie in corso tra i genitori sull’affidamento (Barne-, likestillings- og inkluderingsdepartementet 2013). In tali casi, il personale del servizio deve indagare sulla situazione del bambino o della bambina in entrambe le case e offrire, se ritenuto necessario, misure di sostegno volontarie a uno o a entrambi i genitori. La linea guida stabilisce che, pur non potendo intervenire direttamente per modificare un accordo di affidamento o di visita funzionante tra i genitori (regolato dal Children Act, 1981), il servizio può comunque consigliare i genitori su queste stesse questioni. Benché ciò avvenga raramente, nei casi estremi in cui i genitori sono coinvolti in un conflitto grave e prolungato, questo può essere considerato un mancato soddisfacimento dei bisogni del figlio e può costituire un motivo sufficiente per promuovere un provvedimento di allontanamento (regolato dal Child Welfare Act 1992). Così, se da un lato i servizi di tutela minorile non possono imporre la soluzione che i genitori dovrebbero scegliere per risolvere le controversie sull’affidamento, dall’altro il fatto che il conflitto tra i genitori sia considerato potenzialmente dannoso per i figli autorizza il personale del servizio a esigere che i genitori facciano qualcosa.

Il divorzio altamente conflittuale come problematica di ricerca

Da una prospettiva sociologica, Ottosen (2006) sostiene che consulenza, mediazione, procedimenti giudiziari e procedure di tutela minorile possono tutti essere intesi come espressioni dell’avversione dello Stato sociale per il conflitto interpersonale e del potere dello Stato di disciplinare i genitori alla cooperazione. Benché le famiglie ritenute radicate nel conflitto dopo un divorzio vengano spesso inviate in terapia dal sistema giudiziario nella speranza di ridurre il conflitto ed evitare nuovi ricorsi in tribunale (Anderson, Sumner, Parady, Whiting & Tambling 2019), Johnston et al. (2009) sostengono che la retorica di avvocati, personale dei servizi di tutela minorile e altre figure professionali alimenta spesso i conflitti dei genitori.

Questo paradosso, tra le intenzioni dichiarate alla base delle politiche e delle strategie di intervento e l’affermazione che quelle stesse politiche e quegli stessi interventi contribuiscono talvolta a produrre o a mantenere proprio i fenomeni che erano destinati a prevenire, segna il punto di partenza del presente articolo. Basandosi sui dati di uno studio qualitativo composto da interviste con genitori e con il personale dei servizi di tutela minorile, l’articolo non mira a verificare o sviluppare un insieme di assunti teorici sulla genitorialità e sul divorzio altamente conflittuale. Né mira a produrre una comprensione fenomenologica o tematica degli aspetti psicologici o intersoggettivi di una situazione di divorzio altamente conflittuale. Intende invece offrire un’esplorazione empirica di come le conoscenze e le esperienze dei genitori vengano plasmate dagli incontri con le istituzioni dello Stato, e di come ciò sia collegato al modo in cui la genitorialità dopo il divorzio è socialmente organizzata dalle politiche e dalle linee guida professionali norvegesi. Concentrandosi in particolare sugli incontri tra genitori e personale del servizio di tutela minorile che precedono un ulteriore invio a un intervento di terapia familiare, l’articolo cerca di mappare un segmento della sequenza istituzionale attraverso cui i genitori incontrano le istituzioni dello Stato sociale a causa della preoccupazione per un conflitto in corso. La domanda di ricerca che guida l’articolo è: in che modo le conoscenze e le esperienze dei genitori vengono plasmate dagli incontri con il personale dei servizi nel processo che li porta a diventare un caso altamente conflittuale? A tal fine, l’articolo si avvale della strategia di ricerca sociologica nota come etnografia istituzionale (Smith, 1987, 1990a, 1990b, 1999, 2005).

Etnografia istituzionale

Come delineato da Smith (2005), l’etnografia istituzionale (EI) è un approccio empirico teorizzato, sviluppato per esplorare le relazioni sociali che organizzano le istituzioni così come le persone vi partecipano, dalla loro stessa prospettiva. L’EI parte dalla concretezza delle attività quotidiane delle persone, concentrandosi sul modo in cui esse partecipano alle relazioni istituzionali. Trattando le persone come conoscitrici esperte della propria vita, «esplora con le persone la loro esperienza di ciò che accade loro e del loro fare, e il modo in cui questi sono agganciati a ciò che va oltre la loro esperienza» (Smith, 2005, p. 41). L’EI mira a produrre conoscenza sui modi in cui forme di governo date per scontate operano per regolare la vita quotidiana. Per farlo, chi fa ricerca deve assemblare ciò che apprende da prospettive diverse ed esplorare ciò che le collega.

Rispetto agli approcci di ricerca qualitativa orientati a generare spiegazioni teoriche astratte, l’etnografia istituzionale richiede uno spostamento sia ontologico sia epistemologico (G. W. 1990b; Smith, 1990a, 2005, 2006). Lo spostamento ontologico consiste nel mantenere l’analisi radicata nei mondi quotidiani delle pratiche e delle attività concrete delle persone. L’indagine parte quindi da un punto di vista incarnato, anziché da una teoria astratta, e resta legata a questo punto di vista quando ricostruisce come le attività e il fare delle persone siano socialmente organizzati e coordinati. Sul piano epistemologico, l’EI persegue modi di conoscere esperienziali, dall’interno, e non verità oggettive o ideologiche (Hussey, 2012; Kearney et al. 2019). Nel complesso, ciò colloca l’etnografia istituzionale tra gli approcci non positivisti: non cerca di svelare la realtà così com’è «davvero» ed evita il tipo di logica causale che porta spesso ad analisi decontestualizzate. L’EI invita invece a modi riflessivi di conoscere, che si riferiscono a un mondo comune condiviso da chi fa ricerca e da chi vi partecipa (Kearney et al. 2018).

L’ontologia sociale dell’EI presuppone che l’attività di una persona «implichi necessariamente la presenza e il fare di altri, presi nelle relazioni e partecipi di esse» che coordinano ciò che accade (Smith, 2005, p. 43). Il termine relazioni di governo (Smith, 1987, 2005) esprime il modo in cui questo coordinamento opera per orchestrare le relazioni sociali delle istituzioni. Nelle società moderne, i testi sono strumenti principali di governo. Attraverso documenti programmatici, linee guida, moduli, lettere standard, campi informatici ecc., le relazioni sociali vengono replicate e messe in circolazione in modo translocale, cioè attraverso il tempo e lo spazio (Rankin, 2017; Smith, 1990a, 1990b). Nei luoghi locali dell’esperienza delle persone, questi testi appaiono come artefatti materiali. Impegnandosi in ciò che Smith (1990a, 1990b, 2005) chiama conversazioni testo-lettore, l’uso dei testi da parte delle persone conferisce alle relazioni di governo una forma materiale. Poiché entrano nel fare delle persone e lo coordinano (come, per esempio, quando genitori senza alcun legame tra loro elaborano ciascuno per conto proprio il proprio piano genitoriale usando lo stesso modello scaricato dallo stesso sito governativo), questa materialità rende le relazioni di governo accessibili come dati empirici. Ci permette di vederle come incorporate nelle relazioni sociali. Basandosi su queste forme materiali di organizzazione sociale, l’EI offre uno sguardo sul lavoro quotidiano del governo seguendo i luoghi istituzionali che regolano le pratiche delle persone nei contesti locali (Rankin, 2017). Quando sono organizzate attorno a una funzione specifica, diverse modalità relazionali di governo – come l’autorità statale, le linee guida professionali e il discorso professionale – si intersecano per costituire i complessi relazionali chiamati istituzioni (Griffith & Smith, 2014; Smith, 2005, 2006).

Uno degli aspetti che distinguono l’EI da altre modalità critiche di indagine è la sua capacità di discutere esplicitamente la situazione in prima linea tra chi eroga i servizi e chi ne usufruisce, e il modo in cui essa si collega a forze organizzative esterne (Kearney et al., 2019). Griffith e Smith (2014) usano il termine circuito istituzionale per indicare sequenze di azione istituzionale in cui i testi vengono prodotti selezionando elementi della realtà concreta per costruire un resoconto conforme a un testo autorevole o «sovraordinato» (come la legge, le politiche o i quadri di un determinato discorso), in modo che possa seguirne un corso d’azione istituzionale. I circuiti istituzionali non sono considerati oggetti di studio. Si tratta di un concetto analitico che fornisce «un metodo per cercare come le persone coordinano ciò che fanno le une con le altre» (Griffith & Smith, 2014, p. 12). Nel complesso istituzionale che circonda la politica familiare e i servizi di terapia familiare abbondano gerarchie e regolamentazioni istituzionali. Ciò rende il campo particolarmente adatto a un’indagine etnografica istituzionale.

Metodi

Persone partecipanti e reclutamento

Genitori

Sono stati intervistati2 diciannove genitori, che rappresentavano in totale 11 coppie cogenitoriali.1 Si trattava di nove madri e dieci padri, divorziati o separati da una relazione eterosessuale con un partner con cui avevano uno o più figli a carico di età inferiore ai 16 anni (17 figli in totale). L’età andava dalla metà dei vent’anni all’inizio dei cinquanta. Il livello di istruzione andava dalla formazione professionale all’istruzione universitaria post-laurea. Nove padri e quattro madri avevano un impiego a tempo pieno fuori casa. Cinque madri e un padre non avevano un impiego, ma rientravano in una qualche forma di programma di valutazione lavorativa presso l’Amministrazione norvegese del lavoro e del welfare.

Tutti i genitori avevano partecipato almeno una volta alla mediazione nella fase di separazione, e molti si erano rivolti ripetutamente a un consultorio familiare sia per consulenza sia per mediazione, per risolvere questioni di disaccordo tra loro. Tutti i genitori hanno riferito di essere stati sottoposti a valutazione da parte dei servizi di tutela minorile a causa della preoccupazione per un conflitto in corso. Dodici genitori erano stati parte di uno o più procedimenti giudiziari per risolvere controversie sull’affidamento o sul diritto di visita. Cinque genitori hanno riferito di essersi rivolti alla psicoterapia o ad altre forme di consulenza professionale per affrontare lo stress e il trauma legati alla loro situazione attuale. Sei dei figli erano stati inviati ai servizi ambulatoriali ospedalieri di salute mentale nell’ambito delle risposte dei genitori e delle figure professionali locali alla preoccupazione per il loro benessere dopo la separazione dei genitori. La maggior parte dei figli aveva avuto una qualche forma di consultazione di primo livello (per esempio con il personale infermieristico sanitario o con l’assistente sociale della scuola) individualmente o nell’ambito di gruppi strutturati per bambini e bambine con genitori in case separate.

I genitori sono stati reclutati tramite la loro partecipazione a un programma di terapia di gruppo multifamiliare per genitori e figli individuati come parte di una situazione di divorzio altamente conflittuale,3 che all’epoca dello studio era condotto in due consultori familiari della regione di Agder, nella Norvegia meridionale. I genitori sono stati intervistati prima di partecipare a tale gruppo (4),4 prima e dopo (7), oppure solo quattro mesi dopo avervi preso parte (8). Il programma era condotto da figure professionali dei consultori familiari e dei servizi ambulatoriali ospedalieri di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza. Tutti i genitori erano stati inviati al programma dal personale del servizio di tutela minorile, a causa della preoccupazione per la situazione dei figli in un conflitto in corso tra i genitori. In quanto tale, il programma di intervento di gruppo multifamiliare faceva parte di una sequenza istituzionale di servizi di sostegno alla genitorialità coordinata dal servizio di tutela minorile. Il contatto con i genitori è avvenuto tramite le figure terapeutiche locali che conducevano i gruppi.

Figure professionali

Sono state intervistate cinque persone del personale del servizio di tutela minorile. Non sono state reclutate in base al loro legame con un caso particolare, e non si è cercato di collegare le esperienze di specifici genitori a quelle di specifiche persone del servizio. Queste interviste hanno invece fornito informazioni complementari cruciali sull’organizzazione del lavoro professionale nei casi di divorzio altamente conflittuale. Il reclutamento è avvenuto contattando la direzione di un servizio pubblico di tutela minorile nella regione norvegese di Agder.

Oltre alle interviste con i genitori e con il personale del servizio di tutela minorile, lo studio su cui si basa questo articolo comprendeva interviste con tre giudici e 12 figure professionali della terapia familiare. Tutte queste persone sono state reclutate tramite contatto diretto. Le interviste in ambito terapeutico e giudiziario non sono state usate direttamente come parte del materiale analizzato per il presente articolo. Hanno tuttavia costituito fonti essenziali di conoscenza sull’organizzazione istituzionale e sulle pratiche locali.

Le interviste sono state registrate e trascritte integralmente. La maggior parte dei genitori (14) è stata intervistata nella propria abitazione. Alcuni (3) sono stati intervistati presso un consultorio familiare e alcuni (2) per telefono.5 Il personale del servizio di tutela minorile è stato intervistato sul luogo di lavoro. Le interviste sono durate da 30 min (per telefono) a due ore. Tutte le persone partecipanti hanno dato il proprio consenso informato firmato all’uso del materiale delle interviste per questa ricerca. Il progetto di ricerca è stato approvato dal Centro norvegese per i dati di ricerca (NSD, progetto n. 57881) e dal comitato etico della Facoltà di Scienze della salute e dello sport dell’Università di Agder.

Produzione dei dati

Le interviste sono state condotte come conversazioni semistrutturate e aperte (DeVault & McCoy, 2006). Come avviene in molte versioni dell’intervista etnografica (Hammersley & Atkinson, 2007), nella ricerca in EI si usa raramente una traccia d’intervista materiale o un insieme fisso di domande standard (DeVault & McCoy, 2006). Nelle singole interviste, le domande si basavano in parte su quanto appreso nelle interviste precedenti e in parte sulla conoscenza, via via accumulata dalla ricerca, delle relazioni sociali che costituiscono la problematica indagata. Le parti delle trascrizioni delle interviste con i genitori usate come dati in questo articolo vertevano sulla storia degli incontri di ciascuna persona partecipante con figure professionali del welfare, del diritto e della terapia in seguito alla separazione o al divorzio. Dalle trascrizioni delle interviste con il personale del servizio di tutela minorile, i dati erano costituiti dai loro resoconti dell’esperienza di lavoro con genitori e figli che vivono con livelli elevati di conflitto genitoriale dopo il divorzio. Mi baso inoltre su testi che sono stati citati direttamente nelle interviste o che erano altrimenti chiaramente impliciti (per esempio, quando una persona partecipante faceva riferimento al «quadro giuridico», ho cercato i testi di legge pertinenti alla situazione a cui si riferiva). Ho esplorato questi testi per illuminare come le relazioni tra genitori e figure professionali nei casi di divorzio altamente conflittuale siano «agganciate» (Smith, 2005) tramite processi di governo translocali.

Analisi dei dati

Memo

Dopo ogni intervista, ho scritto un memo contenente le mie impressioni e riflessioni immediate. Ho preso nota dei temi o delle questioni che sembravano ricorrere in più interviste, per cominciare a ricostruire schemi di coordinamento translocale. Prima di ogni nuova intervista, ho consultato tutti i memo esistenti per mantenere l’attenzione sullo sviluppo dei fili analitici. Ho via via condiviso e discusso le interviste trascritte con due delle persone che supervisionavano la mia ricerca (una figura attiva nella mediazione e nella terapia familiare e una docente associata in salute psicosociale), ampliando il campo di riflessione e generando collettivamente idee, preoccupazioni e temi da esplorare nelle interviste successive.

Indicizzazione

Parallelamente alla conduzione delle interviste e alla stesura dei memo, ho indicizzato i resoconti tratti dalle trascrizioni. Come illustrato da Rankin (2017), l’indicizzazione è una strategia che aiuta a mantenere l’analisi ancorata alla materialità e alle particolarità dei resoconti concreti, anziché astrarre categorie e temi dai dati. L’indicizzazione facilita i rimandi incrociati tra attività, persone e contesti locali. Sulla base della problematica di ricerca, come primo passo dell’analisi ho esaminato le interviste trascritte con i genitori alla ricerca di resoconti di incontri con figure professionali in cui fosse stata effettuata una qualche forma di valutazione, o in cui si fosse parlato di un invio delle persone in questione come «caso» da un servizio all’altro (per esempio, dalla tutela minorile al consultorio familiare). Ho indicizzato questi resoconti in base al servizio responsabile della produzione della valutazione o del testo istituzionale a cui il singolo evento era collegato. Come secondo passo, ho cercato i resoconti di ciascun genitore sull’esperienza di questi incontri, sul modo in cui aveva reagito agli eventi (cioè se aveva apprezzato o contrastato ciò che era stato fatto) e sulle conoscenze mobilitate nel reagire. Come terzo passo, ho analizzato le interviste con le figure professionali, cercando i loro resoconti di processi di lavoro paralleli. Per esempio, diversi genitori ritenevano che le figure professionali non avessero preso sul serio le loro preoccupazioni riguardo alla violenza. Così, lavorando sulle trascrizioni delle interviste con il personale del servizio di tutela minorile, ho cercato resoconti del lavoro di valutazione e categorizzazione delle segnalazioni o degli invii in arrivo in cui si menzionasse la violenza. Raggruppare sotto la stessa voce d’indice i resoconti di diverse persone partecipanti sullo stesso tipo di evento ha permesso di assemblare resoconti interconnessi di esperienze e conoscenze da diverse posizioni soggettive. Come quarto passo dell’analisi, ho cercato all’interno di ciascuna voce d’indice riferimenti (espliciti o impliciti) a testi organizzatori translocali, come moduli di valutazione o linee guida professionali, e li ho reperiti quando possibile.

Nel corso di tutta l’analisi, l’accento è stato posto sul fare delle persone e sulla loro conoscenza esperta del proprio fare: ciò che in termini di EI viene ampiamente chiamato «lavoro» (Smith, 2005). Questa attenzione al lavoro distingue l’EI da forme più convenzionali di indagine qualitativa incentrate sull’esperienza interiore delle persone informatrici. È la conoscenza esperta del lavoro delle persone partecipanti a costituire il punto d’ingresso nell’indagine.

Risultati: mappare il circuito istituzionale di segnalazione, valutazione e invio

In questa sezione cerco di esplicitare come le procedure istituzionali che regolano l’intervento del personale dei servizi di tutela minorile presso le famiglie in situazioni di divorzio altamente conflittuale abbiano dato forma all’esperienza dei genitori, e come questo lavoro fosse collegato al lavoro di altre figure professionali collocate altrove e dipendesse da esso. Alternando i resoconti dei genitori sugli incontri con le figure professionali e i dati tratti dai resoconti del personale sul lavoro legato allo stesso tipo di incontri, mostro come il fare dei genitori e quello del personale fossero collegati a specifiche relazioni di governo mediate dai testi.

Comincio delineando il circuito istituzionale (Griffith & Smith, 2014) di segnalazione, valutazione e invio che costituisce l’oggetto dello studio. Stabilisco poi un punto di vista nell’esperienza dei genitori all’interno di questo circuito, per mostrare come ciò che accade «sul campo» sia organizzato in modo da accadere così come accade, più o meno indipendentemente dalle conoscenze e dalle esperienze dei genitori. Mi rivolgo quindi ai dati delle interviste con il personale del servizio di tutela minorile per esplorare come il punto di vista esperienziale dei genitori si collegasse a processi regolati dai testi che si svolgono al di là del contesto locale immediatamente osservabile. Concentrandomi su una particolare disgiunzione (Smith, 1990a, 1990b) tra la prospettiva dell’esperienza e la prospettiva del governo, esploro poi la conoscenza esperienziale dei genitori di come le preoccupazioni sulla capacità dell’altro genitore di garantire cure adeguate sembrassero scomparire o dileguarsi una volta che una situazione veniva etichettata come caso altamente conflittuale. Collego questo ai resoconti del personale sul modo di gestire tali preoccupazioni, mostrando come l’etichettare un caso come «altamente conflittuale» sembrasse creare barriere che complicavano l’articolazione di altre preoccupazioni. Infine, mostro come, per alcuni genitori, il confronto prolungato con questo circuito istituzionale fosse associato a un senso di alienazione e di inerzia.

Il circuito istituzionale

Tutti i genitori intervistati erano passati attraverso un processo di valutazione da parte della tutela minorile, sfociato in un invio a un consultorio familiare per la partecipazione a un programma di terapia di gruppo multifamiliare (dove venivano nuovamente valutati per stabilire la loro idoneità al gruppo). Alcuni genitori si erano inizialmente rivolti essi stessi al servizio di tutela minorile per la preoccupazione riguardo alla capacità dell’altro genitore di garantire cure adeguate. Per altri, la segnalazione di preoccupazione era arrivata da chi conduceva la mediazione o la terapia presso un consultorio familiare, oppure da una figura specialistica in psicologia che lavorava per il tribunale (nell’ambito di un accordo transattivo o in seguito a un’udienza principale).

Nella maggior parte dei casi in cui la tutela minorile era stata informata da una persona rappresentante del tribunale o di un consultorio familiare, il particolare programma di gruppo multifamiliare da cui i genitori sono stati reclutati per questo studio era esplicitamente menzionato nella segnalazione di preoccupazione. Secondo le figure terapeutiche, la magistratura e il personale della tutela minorile intervistati, l’insieme di procedure negoziato a livello locale per l’invio al gruppo multifamiliare stabiliva esplicitamente che fosse preferibile un invio da parte della tutela minorile. Ciò serviva a garantire la sicurezza di una presenza attiva della tutela minorile nel caso in cui il processo di terapia di gruppo non portasse a una qualche forma di miglioramento significativo. Questo era coerente con la linea guida governativa che descrive il lavoro dei servizi di tutela minorile rispetto al conflitto tra i genitori, la quale specifica che il divorzio altamente conflittuale è considerato un motivo legittimo per avviare una valutazione da parte della tutela minorile (Barne-, likestillings- og inkluderingsdepartementet 2013). Esisteva dunque un circuito istituzionale locale che agganciava gli uni agli altri il lavoro di figli, genitori, figure terapeutiche, personale della tutela minorile, magistratura e altri ancora. Ciò avveniva tramite un accordo programmatico formale locale tra i servizi, ancorato a linee guida professionali (Barne-, likestillings- og inkluderingsdepartementet 2013) e alla legge (Child Welfare Act 1992; Children Act, 1981). Nelle due sezioni seguenti mostro come questa relazione di governo sia diventata visibile nelle interviste con i genitori.

Individuare un punto di vista nell’esperienza dei genitori

Nei due anni trascorsi dalla separazione, Robert6 e la sua ex moglie si erano rivolti ripetutamente alla mediazione presso il consultorio familiare locale. Non erano in disaccordo sull’affidamento o sul diritto di visita per i loro due figli (ripartiti in modo paritario tra i genitori). Incontravano però difficoltà persistenti nell’accordarsi su questioni essenziali relative alle priorità nell’educazione dei figli e nel risolvere questioni economiche. A un certo punto, chi conduceva la mediazione presso il consultorio familiare suggerì loro di partecipare a un gruppo di terapia multifamiliare per figli e genitori che vivono con livelli elevati di conflitto dopo il divorzio. Quando gli venne fatta questa proposta, Robert pensò che questo gruppo per «famiglie altamente conflittuali» non fosse adatto a loro, dato che non considerava il loro conflitto «alto», ma semplicemente bloccato. Tuttavia, lui e la sua ex moglie accettarono l’invio al gruppo terapeutico. Come procedura standard in questo processo, il consultorio familiare inviò al servizio di tutela minorile una segnalazione di preoccupazione in cui si esprimeva il timore che il conflitto persistente tra i genitori minacciasse il benessere psicosociale dei figli. Robert descrisse come destabilizzante l’incontro con un’assistente sociale del servizio di tutela minorile, avvenuto mentre questa effettuava una valutazione sulla base della segnalazione. Nel processo di valutazione, ciascun genitore fu intervistato separatamente, poi furono intervistati brevemente i figli. Sulla base dei colloqui, l’assistente sociale redasse una relazione:

«C’era una relazione. Che era… ha finito per mettere la madre e me l’uno contro l’altra in quella relazione. E questo ha solo fatto aumentare il conflitto. Allora ho chiamato l’assistente sociale e ho detto: “questo non è giusto”. E anche la madre l’ha chiamata e ha detto che la relazione non è corretta. È completamente sbagliata. Ho detto all’assistente sociale: “deve toglierla”. Però lei aveva già bloccato la relazione, quindi non poteva farci niente.»

Questo resoconto mostra una disgiunzione tra l’esperienza e la conoscenza che Robert aveva della propria vita e il modo in cui le figure professionali trattavano le stesse questioni sulla base di procedure istituzionali che contribuivano a oggettivare lui, la madre e i loro figli come un caso di un tipo particolare, al quale si applicava uno specifico insieme di procedure. In questo processo, un insieme prestabilito di procedure locali per l’interazione tra il consultorio familiare e il servizio di tutela minorile indicava che cosa le figure professionali dovessero fare e come. L’investimento in queste relazioni di governo (in questo caso rintracciabili nella segnalazione di preoccupazione, nel protocollo di valutazione standardizzato e nella lettera di invio al gruppo), che operavano collettivamente come operazionalizzazioni della linea guida governativa (Barne-, likestillings- og inkluderingsdepartementet 2013), sembra aver reso meno rilevanti le esperienze e le conoscenze effettive delle persone sottoposte a valutazione. Ciononostante, i genitori vi investirono: accettarono l’invio e l’offerta di terapia (anche se l’offerta si basava sulla relazione che contestavano).

Altri genitori hanno descritto un senso di sollievo e di conforto per l’esistenza di un insieme di linee guida e procedure che stabilivano come le figure professionali dovessero trattare i genitori alle prese con difficoltà persistenti dopo il divorzio. Anna ha raccontato di essersi sentita sollevata quando il suo medico di base le aveva detto che «non doveva affrontare tutto questo da sola» e l’aveva indirizzata al servizio di tutela minorile. Anna ha spiegato che prima di allora si era sentita molto sola di fronte ai dilemmi legati alla cogenitorialità con un padre il cui stile di vita all’epoca descriveva come «criminale». Imparare a formulare le proprie inquietudini come preoccupazioni per il conflitto tra i genitori le aveva permesso di accedere più facilmente all’aiuto di cui sentiva di avere bisogno: «era molto più facile andare alla tutela minorile e chiedere aiuto quando sapevi per che cosa dovevi chiedere aiuto». Dopo l’ultimo ciclo di valutazione, ha detto che il personale della tutela minorile «voleva proprio che accettassimo un invio» al programma di terapia di gruppo multifamiliare presso il consultorio familiare. Benché in quel periodo descrivesse come buona la relazione tra il padre e lei, si fidava del fatto che le figure professionali sapessero che cosa fosse meglio per loro. Era quindi contenta di assecondare i loro suggerimenti. Questa fiducia non si basava tuttavia su una relazione interpersonale con una persona del servizio sviluppatasi gradualmente nel tempo, dato che il loro caso sarebbe passato a persone nuove «ogni volta». Benché questa progressione lungo una sequenza istituzionale di azioni non fosse radicata in modo evidente nella sua esperienza, interpreto il suo resoconto come l’espressione di un senso di essere stata presa in carico e riconosciuta.

Anche Emma aveva vissuto i servizi di tutela minorile come una fonte di sostegno nel periodo successivo al divorzio. La sua famiglia era entrata inizialmente in contatto con la tutela minorile perché il figlio presentava problemi di comportamento a scuola:

«E poi, per fortuna, l’assistente sociale ha capito che c’era anche un conflitto, lì, che toccava i bambini, oltre alle difficoltà che aveva nostro figlio. E allora ci ha proposto di partecipare a un gruppo sul conflitto. Il padre era scettico (…), ma io ho accettato subito l’offerta. Io… io accetto tutto ciò che può essere d’aiuto. Perché ho provato così tante cose, credo. L’infermiera sanitaria, il consultorio familiare, ma finora niente è stato davvero d’aiuto.»

Emma e Anna riponevano la loro fiducia nel sistema di welfare ed esprimevano gratitudine per il fatto che la loro situazione fosse definita un caso altamente conflittuale, poiché ciò apriva la possibilità di essere indirizzate a servizi terapeutici che speravano avrebbero contribuito a migliorare la loro vita.

Alcuni genitori hanno detto che accettare i suggerimenti delle figure professionali per ulteriori invii faceva parte di una negoziazione più ampia, fatta di dare e avere, tra i genitori e vari organi pubblici. Alcuni genitori avevano risposto alla proposta delle figure professionali di inviare entrambi i genitori a un programma di terapia di gruppo multifamiliare chiedendo che l’altro genitore fosse inviato individualmente a un servizio distinto (per esempio una valutazione psichiatrica, un gruppo per genitori incentrato sull’attaccamento genitore-figlio o un programma di gestione della rabbia). Altri hanno descritto tali invii come qualcosa che sentivano di dover accettare a causa di una precedente concessione (per esempio, aver già sperimentato che le proprie preoccupazioni erano state prese sul serio dalla tutela minorile), o nella speranza che ciò producesse in futuro una specifica risposta istituzionale (per esempio, sperando che mostrare un atteggiamento positivo accettando un invio in quel momento potesse rivelarsi decisivo in un futuro procedimento giudiziario). Ole ha detto che il motivo per cui aveva accettato un invio al particolare programma di terapia di gruppo multifamiliare in cui sono stati intervistati i genitori di questo studio era semplicemente che il servizio di tutela minorile lo aveva raccomandato. Poiché era stato lui a contattare inizialmente questo servizio per chiedere aiuto, si sentiva obbligato ad accettare. «Altrimenti chiedere aiuto non avrebbe senso. Quindi mi sento un po’ sotto pressione, per rispetto, perché sono stato contento del servizio di tutela minorile. … Ciononostante, non credo che ne verrà fuori niente di buono.»

Pur nella loro diversità, le esperienze di questi genitori possono essere intese come originate all’interno di una sequenza d’azione generalizzata (Smith, 2005), o circuito istituzionale, fondata su conoscenze e decisioni nate al di fuori del contesto locale dell’esperienza. La partecipazione dei genitori a queste pratiche discorsive li metteva in connessione con le relazioni di governo translocali delle forme di conoscenza basate sui testi. Per comprendere alcuni di questi complessi processi translocali che informano il punto di vista esperienziale dei genitori, mi rivolgo ora al materiale delle interviste con il personale del servizio di tutela minorile, per esplorare come esso si collegasse a processi regolati dai testi che si svolgono al di là del contesto locale immediatamente osservabile.

Il lavoro del personale della tutela minorile

A causa del quadro giuridico che regola il servizio norvegese di tutela minorile (Child Welfare Act 1992), altri servizi o istituzioni non possono richiedere a questo servizio una specifica risposta strutturata in un caso particolare senza presentare la richiesta sotto forma di segnalazione di preoccupazione. Diverse persone del servizio intervistate hanno spiegato che ricevere una segnalazione di preoccupazione per il conflitto tra i genitori, che suggerisse un invio a un intervento specifico esterno al servizio di tutela minorile stesso, le metteva in una situazione difficile. Da un lato, in ciascun caso particolare, ciò significava che una decisione sull’adeguatezza dell’intervento in questione era stata presa altrove e che ciò che si chiedeva era essenzialmente la prosecuzione burocratica di tale decisione. Dall’altro lato, come specificato nel «Manuale delle procedure per i servizi di tutela minorile» (Barne- og likestillingsdepartementet 2006), il servizio di tutela minorile non può avviare un invio a un particolare programma o a qualsiasi altra misura di sostegno alla genitorialità senza aver prima effettuato una valutazione indipendente delle condizioni di cura che sostenga (o meno) la probabilità di un rapporto causale tra la misura proposta e il miglioramento delle specifiche questioni che destano preoccupazione. Inoltre, salvo decisione della Commissione provinciale per il welfare sociale (Child Welfare Act 1992, §4–4), qualsiasi iniziativa di sostegno alla famiglia è subordinata alla partecipazione volontaria sia dei figli sia dei genitori.

Riferendosi in particolare ai casi in cui il servizio di tutela minorile riceveva una segnalazione di questo tipo in seguito a un procedimento giudiziario, nel quale la decisione di partecipare a un particolare programma terapeutico faceva parte di un accordo o di una sentenza, una persona del servizio ha spiegato:

«Ci sentiamo spesso… vincolati da ciò che chiede il tribunale. Vede, non si adatta al sistema. […] Secondo il Child Welfare Act, non possiamo semplicemente passarlo [all’équipe che si occupa del] sostegno alle famiglie. Dobbiamo indagare. E che cosa dobbiamo indagare, allora? Possiamo scegliere di far consistere la valutazione semplicemente nella sentenza del tribunale, in un colloquio con ciascuno dei genitori e con i bambini, e poi procedere. Però forse dovremmo essere molto più rigorosi sulla necessità di parlare a fondo con i bambini, per assicurarci che sappiano che cosa è stato deciso. […] Ma questo significa avviare un’indagine completa, che comporta molto lavoro prima che il caso possa passare al sostegno alle famiglie.»

Allo stesso modo, dal punto di vista del personale della tutela minorile, come procedura standardizzata sembrava eccessivamente macchinoso che una figura terapeutica del consultorio familiare inviasse una segnalazione di preoccupazione per chiedere che il servizio di tutela minorile rinviasse loro una determinata famiglia perché partecipasse a un programma che il consultorio stesso stava già gestendo. «Se fossi un genitore in quella situazione, al consultorio familiare», ha detto una persona del servizio, «avrei pensato: “perché devo passare dalla tutela minorile? Sono già qui! Accetto l’offerta di partecipare al programma, ma non capisco perché dobbiate segnalarmi alla tutela minorile”. È così che ragionerei.»

La richiesta di effettuare un invio formulata nella segnalazione di preoccupazione, unita alla necessità di effettuare una valutazione che soddisfacesse i requisiti formali della legislazione sulla tutela minorile, compresa la condizione che la partecipazione a un intervento di sostegno familiare avviato dalla tutela minorile debba essere volontaria da parte dei genitori, lasciava al personale la sensazione di avere pochissimo margine di manovra in questi casi particolari. Spesso, ha detto una persona del servizio, vedevano che il loro lavoro nel processo di valutazione era vissuto come stressante dai genitori e che ciò faceva spesso aumentare il conflitto. In questa situazione, diverse persone del servizio hanno detto che trascorrere troppo tempo a tu per tu con un genitore (anziché parlare solo con i genitori insieme) comportava il rischio di schierarsi soggettivamente da una parte nel conflitto, o quantomeno di dare all’altro genitore un motivo per sospettare una loro parzialità. Mentre tutte le persone del servizio intervistate avevano un’esperienza limitata nell’inviare famiglie a programmi specifici esterni al proprio servizio, tutte avevano ampia esperienza di casi «persi» a causa delle accuse di un genitore secondo cui una valutazione della tutela minorile non era stata condotta in modo obiettivo. In quanto tale, il circuito istituzionale di segnalazione, valutazione e invio tra le istituzioni coinvolte comportava una sequenza di confini istituzionali che contribuivano a complicare il passaggio di preoccupazioni diverse da quelle rivolte al conflitto come fenomeno in sé, da inquietudine personale a una qualche forma di realtà conversazionale.

Nella sezione seguente mi concentro su una preoccupazione emersa con particolare evidenza nell’analisi delle interviste con i genitori. Questa preoccupazione riguardava l’esperienza secondo cui la conoscenza della violenza o dell’abuso di droghe da parte di un genitore sembrava scomparire o dileguarsi una volta che una situazione veniva etichettata come caso altamente conflittuale.

Preoccupazioni messe a tacere

Tra i genitori che hanno detto che la violenza era per loro una questione importante di preoccupazione, un’esperienza condivisa era che il loro parlare di violenza fosse stato classificato come falsa accusa o semplicemente non fosse stato recepito dalle figure professionali.

Raccontando il percorso che lo aveva portato al programma di gruppo multifamiliare in relazione al quale è stato intervistato, Ole ha descritto una complessa controversia sull’affidamento sviluppatasi nell’arco di diversi anni. La sua storia comprendeva tre distinti cicli di contenzioso giudiziario, l’attivazione di contatti con diversi servizi sanitari e sociali territoriali, e il suo sospetto che l’altro genitore facesse uso di droghe illegali, nonché l’accusa di violenza rivolta a lei prima della rottura. Secondo la sua esperienza, questa situazione era stata interpretata dalle figure professionali della tutela minorile e del consultorio familiare come un «litigio tradizionale». Con ciò si riferiva al fatto che la situazione era stata descritta come una in cui ciascun genitore accusava ingiustamente l’altro di essere un cattivo genitore, senza riuscire, insieme, a evitare che il figlio sentisse queste accuse. Su questa base, ha detto, la situazione era stata definita «altamente conflittuale» e inviata dal servizio di tutela minorile al consultorio familiare per una valutazione in vista della partecipazione alla terapia di gruppo. Lì erano stati accolti come due genitori che contribuivano in egual misura al conflitto e ne erano quindi ugualmente responsabili. Con le sue parole, questa visione veniva comunicata attraverso affermazioni come «avete alcune cose da sistemare tra voi due», «dovete prendere in mano questa situazione» e «non potete continuare così». Ha detto di poter capire la logica di questa prospettiva e che sarebbe stato di gran lunga preferibile se ciò che dovevano fare fosse stato risolvere questioni pratiche e accordarsi per trattarsi a vicenda con maggiore correttezza:

«E non tutto il resto, con le bugie, la violenza, le droghe e tutto quanto. E poi il servizio di tutela minorile dice: “raccomandiamo il consultorio familiare”. Ma è come… è o quello o promuovere un allontanamento. Non hanno davvero molto altro da dire. Comunque, ho deciso di stare al gioco perché sono stato contento dell’équipe terapeutica che abbiamo incontrato. Sembrava molto professionale, obiettiva ed equilibrata.»

Benché la definizione della loro situazione come una in cui entrambi i genitori erano reciprocamente responsabili e contribuivano in egual misura non corrispondesse alla sua esperienza, egli entrò comunque nelle relazioni sociali del caso generalizzato di divorzio altamente conflittuale e scelse di investirvi.

Randi, una madre intervistata quattro mesi dopo aver partecipato al gruppo multifamiliare, ha spiegato che il gruppo segnava per lei, in quel momento, il punto d’arrivo di una lunga serie di contatti con figure professionali in ciò che descriveva come il suo lavoro per «salvare» i figli. Questo era stato il suo obiettivo principale da quando i figli le avevano detto che il padre a volte li maltrattava fisicamente quando stavano da lui (cioè una settimana su due). Il padre negava però che vi fosse stata violenza, trasformando la situazione in «parola contro parola». Secondo la sua esperienza, la mancanza di prove tangibili della violenza aveva distolto l’attenzione delle figure professionali dal contenuto della sua preoccupazione, orientandola invece verso il modo acceso e insistente in cui le preoccupazioni venivano comunicate. I suoi precedenti tentativi di chiedere aiuto comprendevano ripetute mediazioni, terapia presso i servizi di salute mentale per sé e per i figli, nonché una valutazione e successivi consigli e sostegno alla genitorialità da parte dei servizi di tutela minorile:

«Non ho sentito che la mediazione o tutto il resto mi abbiano aiutata. Suona così bello: “ascoltiamo i bambini”. Il più piccolo è venuto alla mediazione e ha detto: “voglio stare con mia madre”, e nessuno ha fatto niente. “È il conflitto; è il conflitto”, dicono. OK. Non litigo con quell’uomo da molto tempo. Eppure lui butta mio figlio per terra. Quindi non venite a tirare fuori il conflitto.»

Nell’esperienza di questa madre, il suo parlare della violenza del padre era stato interpretato come una falsa accusa. Per le varie figure professionali che li incontravano, ciò sembra aver fatto rientrare la dinamica della relazione tra lei e l’ex marito in uno schema «tipico» di divorzio altamente conflittuale, designando così come problema l’alta conflittualità in quanto fenomeno oggettivato, e non il fare concreto, materiale e localizzato delle persone. All’interno di questa organizzazione sociale, la priorità veniva data a determinati comportamenti conflittuali a scapito delle questioni a cui tali comportamenti, così come li intendeva il genitore in quanto soggetto agente, erano vissuti come risposte.

Il lavoro del personale della tutela minorile

Nelle interviste con il personale della tutela minorile, diverse persone partecipanti hanno riconosciuto gli stessi dilemmi sollevati dai genitori, in particolare la possibilità di giudicare erroneamente come accuse infondate le informazioni sulla violenza o sull’uso di droghe. «Ma siccome il caso è [definito come] altamente conflittuale, non ci entriamo», ha detto un’assistente sociale. Ha descritto il dilemma come una scelta tra alimentare il conflitto, se avessero agito in base all’informazione, e trascurare casi di abuso reale, se non lo avessero fatto. Descrivendo come un tipico caso altamente conflittuale entrasse nel sistema di tutela minorile quando la segnalazione di preoccupazione era inviata da uno dei genitori stessi, una persona del servizio ha spiegato:

Assistente sociale: «In quei casi, ... spesso la segnalazione menziona problemi di salute mentale o di uso di droghe. Affermazioni secondo cui l’altro genitore fa uso di droghe. In alcuni casi le questioni riguardano più il fatto che l’altro genitore non fa le cose nel modo appropriato…»

Chi intervista: «Come seguire i compiti, magari…»

Assistente sociale: «… o che il bambino ha sempre i vestiti sporchi dopo essere stato dall’altro genitore, un sacco di dettagli, che naturalmente possono rivelarsi importanti, ma in cui loro… be’, è… sono casi che possono pesare molto. Perché [i genitori] si lasciano prendere talmente dai dettagli e non… […], e credo che sia quello il momento in cui potremmo cominciare a intenderlo come un caso di mancanza di consapevolezza, o di incapacità di vedersi come parte che contribuisce alla situazione.»

In questo resoconto si può ipotizzare una disgiunzione nel momento in cui il contenuto delle preoccupazioni espresse dai genitori viene subordinato, mentre la forma retorica generale in cui esse vengono comunicate passa in primo piano. Questo spostamento rende ciò che accade trattabile come un caso altamente conflittuale (anziché come un caso in cui si sospetta che un genitore non garantisca cure adeguate).

Quando il personale della tutela minorile inviava le famiglie a specifici interventi di terapia familiare, la riduzione del conflitto non era considerata l’unico esito potenzialmente utile del processo. Un esito sfavorevole, cioè il fatto che gli sforzi terapeutici non portassero al cambiamento desiderato, poteva servire a costruire un caso di tutela minorile in vista di un possibile provvedimento di allontanamento o incoraggiare uno dei genitori ad avviare una causa per l’affidamento in tribunale. Descrivendo il Child Welfare Act come severo e rigido, e il potere di collocare i minori fuori dalla famiglia come una minaccia latente che spaventa molti genitori dissuadendoli dal cooperare con i servizi di tutela minorile, un assistente sociale ha spiegato che, a suo modo di vedere, il servizio di consulenza familiare era un’istituzione più accogliente e orientata al servizio. Se un’assistente o un assistente sociale inviava una famiglia al consultorio familiare e poi riceveva in cambio una segnalazione di preoccupazione che descriveva uno o entrambi i genitori come restii a cooperare con l’équipe di terapia familiare, ciò contribuiva a costruire il caso di trascuratezza come conseguenza del conflitto tra i genitori. «Quando te lo servono su un piatto, quando le persone non ti augurano altro che bene e vogliono solo aiutarti, e tu rifiuti, allora chi sei? Come ragioni?», ha detto una persona del servizio.

Gli esempi precedenti illustrano come uno specifico discorso di governo testualizzato sulla genitorialità dopo il divorzio e sui disaccordi tra i genitori operasse per posizionare sia i genitori sia le figure professionali. Confrontandosi gli uni con gli altri attraverso sequenze di interazione organizzate dai testi, essi entravano nelle pratiche di governo contenute nei testi e vi partecipavano attivamente. All’interno dello specifico circuito istituzionale qui esplorato, descrivere una dinamica relazionale interpersonale come «altamente conflittuale» catturava il momento locale in un insieme di relazioni discorsive organizzate attorno a una concezione del conflitto come modalità disfunzionale di genitorialità. Ciò creava barriere che complicavano l’articolazione di altre preoccupazioni, come i timori di violenza in corso e di abuso di droghe.

Genitorialità paranoica

Diversi genitori hanno espresso la sensazione di essere costantemente sorvegliati in quanto individuati come parte di un caso di divorzio altamente conflittuale. Alcuni hanno usato la parola «paranoia» per descrivere ciò che vivere a lungo in questa situazione stava facendo loro. Dopo diciotto mesi di contatti con la tutela minorile in seguito alla preoccupazione per gli effetti del conflitto sui figli, Martin ha spiegato che «nell’ultimo anno e mezzo tutta la mia vita, e la vita dei miei figli, è stata messa sotto una lente d’ingrandimento. […] Puf, tutto ne è toccato». Ivar ha descritto la sua esperienza di valutazione da parte della tutela minorile come «essere valutato da cima a fondo […] senza mai ricevere un riscontro, valutano e basta… resti bloccato in una valutazione infinita in cui te ne stai lì a sentirti il peggior padre del mondo, tipo, che cosa sto sbagliando, visto che non mollano mai, in un certo senso?». Maria ha spiegato che:

«Tutti quelli che sono stati in contatto con la tutela minorile o hanno affrontato una causa per l’affidamento dicono la stessa cosa. All’improvviso pensi... quando tuo figlio fa qualsiasi cosa: come appare questo visto da fuori? Che cosa dirà mia figlia di questo quando qualcuno glielo chiederà? La maggior parte delle famiglie non deve mai considerare cose del genere. E allora penso: questa è la libertà.»

Linda aveva trascorso i due anni successivi alla separazione in dialogo con i servizi di salute mentale per l’infanzia, i servizi di psicologia scolastica, il personale infermieristico sanitario e il medico di base suo e dei figli, prima di partecipare al programma di gruppo multifamiliare in relazione al quale è stata intervistata. Ha spiegato che la sensazione di non essere presa sul serio né compresa dalle figure professionali, in particolare nel servizio di tutela minorile, l’aveva portata a documentare quasi tutto ciò che accadeva nella vita sua e dei figli. «Metto semplicemente tutto in raccoglitori. Tutto… quello che riesco a trovare. Ma comunque, questo fa… un sacco di ore che avrei potuto impiegare diversamente.» Riteneva che per i figli sarebbe stato molto meglio che lei avesse speso le sue energie per loro anziché sfinirsi a documentare la loro infelicità. «E per… servizi pubblici che non si sono davvero dimostrati utili… o d’aiuto… per i bambini.»

Discussione

Avvalendomi dei concetti e della modalità di indagine dell’etnografia istituzionale, ho cercato di esplorare un piccolo segmento dell’organizzazione sociale del divorzio altamente conflittuale così come appare quando lo si guarda dal punto di vista di genitori norvegesi che si confrontano con i servizi dedicati alle difficoltà successive al divorzio. Lo scopo delle procedure istituzionali studiate era aiutare a individuare le famiglie alle prese con un divorzio altamente conflittuale e predisporre un’offerta di servizi di terapia familiare ragionevole e professionalmente valida. Concentrandosi sulle disgiunzioni tra esperienza soggettiva e conoscenza istituzionale, l’analisi ha messo in luce come le azioni dei genitori e delle figure professionali siano plasmate dal confronto con l’organizzazione sociale incorporata nelle procedure che costituiscono questo particolare circuito istituzionale. Talvolta ciò invita a percorsi d’azione che entrano in conflitto con ciò che le singole persone coinvolte sanno e hanno a cuore.

Questo studio non va interpretato come una critica del lavoro svolto dalle figure professionali. Né fornisce un argomento contro l’intervento dello Stato negli affari familiari. Indica piuttosto l’intricato intreccio tra esperienza individuale e ordine organizzativo che caratterizza l’organizzazione sociale del conflitto dopo il divorzio. Mentre alcuni dei genitori intervistati per il presente studio apprezzavano i servizi forniti dalle figure professionali, molti hanno detto che il confronto con i servizi istituzionali non aveva contribuito alla risoluzione del conflitto né al miglioramento della loro vita. In alcuni casi, aveva portato i genitori ad adottare gradualmente, nei confronti di sé stessi, una prospettiva di governo in terza persona, documentando la propria sventura e quella dei figli in mancanza di alternative praticabili che contassero come azione all’interno dell’ordine istituzionale.

In una revisione sistematica della letteratura sulla ricerca qualitativa relativa all’esperienza dei genitori nelle relazioni cogenitoriali altamente conflittuali dopo il divorzio, Francia et al. (2019) riassumono che le preoccupazioni per stili genitoriali divergenti, o per la capacità dell’altro genitore di prendersi cura adeguatamente del figlio, erano tra gli ingredienti più comuni nelle descrizioni dei conflitti da parte dei genitori. Le esperienze e i motivi espressi dai genitori intervistati per il presente studio corrispondono per lo più a queste descrizioni. I presenti risultati mettono inoltre in luce il rischio di perdere di vista le preoccupazioni che inducono le persone a rivolgersi ai servizi sociali o terapeutici in primo luogo. Treloar (2018, 2019), intervistando persone adulte canadesi che avevano vissuto un divorzio altamente conflittuale, ha rilevato che, sebbene molte delle persone partecipanti ritenessero di aver fatto quanto in loro potere per affrontare al meglio la situazione per sé e per i propri figli, avevano comunque vissuto l’esperienza di sentirsi stereotipate, giudicate, incasellate ed etichettate dalle figure professionali. Il presente studio suggerisce che affrontare tali esperienze in termini di relazioni di governo che agganciano le preoccupazioni dei genitori ai servizi giuridici, sociali e terapeutici può ampliare la nostra comprensione di come ciò avvenga. Muovendosi lungo sequenze istituzionalizzate di incontri in cui vengono prodotti testi istituzionali, l’esperienza personale vissuta viene astratta e tradotta per essere intelligibile all’interno di un discorso professionale, sancito nelle linee guida ufficiali e dall’autorità giuridica e scientifica. Ciò contribuisce a categorizzare le situazioni e le preoccupazioni delle persone in modi che le rendono istituzionalmente trattabili come casi altamente conflittuali. Tuttavia, l’azione istituzionale che ne consegue può talvolta essere vissuta come irrilevante o addirittura alienante.

Dai sistemi familiari all’intreccio sociale

Il particolare modello di terapia multifamiliare a cui tutte le famiglie del presente studio stavano per partecipare o avevano già partecipato (il programma «No Kids in the Middle», si veda No Kids in the Middle 2020; van Lawick & Visser, 2015) incoraggia chi fa terapia a considerare il conflitto tra i genitori come un fenomeno sistemico che si estende oltre il nucleo figli-genitori. Il lavoro terapeutico conforme a questo modello comprende uno o più incontri di rete a cui possono essere invitati membri delle reti private delle famiglie, come nonni, fratelli e sorelle o nuovi partner, e talvolta il personale docente dei figli o l’ambiente di lavoro dei genitori. La ragione è che i membri della rete sono spesso attivamente coinvolti nel conflitto prendendo posizione, contribuendo così a una dinamica conflittuale anziché alla sua riduzione o risoluzione (van Lawick & Visser, 2015).

Il presente studio sostiene una comprensione ancora più ampia delle dinamiche dei conflitti tra i genitori. Indica come le relazioni di governo translocali dei documenti programmatici, delle linee guida professionali e delle procedure locali operino talvolta per erigere confini istituzionali che impediscono tanto ai genitori quanto alle figure professionali di rapportarsi alle questioni di disputa e di preoccupazione come a qualcosa di diverso da uno schema reciproco di divorzio altamente conflittuale. Johnson, Roseby e Kuehnle (2009) sostengono che la retorica delle figure professionali favorisce talvolta la crescita degli stessi fenomeni che affronta nella speranza di risolverli o prevenirli. Il presente studio mostra come ciò avvenga talvolta negli scambi situati tra genitori e figure professionali. Suggerisco che ciò possa essere inteso come una risposta soggettiva alle relazioni sociali oggettivate, o di governo, prodotte quando relazioni di governo translocali vengono ripetutamente attivate in contesti locali in cui le figure professionali seguono la procedura. Ciò solleva la domanda su che cosa alimenti la sfiducia pervasiva, la cattiva comunicazione, la noncuranza, il disprezzo, la polarizzazione e l’impermeabilità a posizioni o argomenti razionali (Kelly, 2003) che le figure professionali osservano talvolta nei genitori nei casi di divorzio altamente conflittuale (McIntosh, 2003).

Per chi opera in questo campo, ciò suggerisce che è cruciale considerare il «divorzio altamente conflittuale» non solo come un concetto utile che si riferisce a un particolare tipo di dinamica interpersonale; può anche essere inteso come un quadro regolativo (Smith, 2005), che organizza le relazioni sociali translocali all’interno delle quali (o contro le quali) esso viene realizzato e vissuto localmente. Per le figure professionali, il proprio coinvolgimento – perché impegnarsi, come avvicinarsi, quando, dove e come intervenire (o astenersene) – fa già parte di questo complesso istituzionale. È quindi talvolta difficile distinguere un intervento utile dalla prosecuzione o persino dal rafforzamento dei processi che contribuiscono a mantenere e alimentare i conflitti.

Implicazioni per la pratica

McIntosh (2003) sollecita la ricerca che documenta le conseguenze negative del conflitto post-divorzio per i figli ad avvertire le figure professionali che «continuare a lavorare in modi che non creano attivamente un’attenzione centrata sul bambino non può più essere considerato una buona pratica nella risoluzione primaria delle controversie». Il presente studio offre un ritratto complesso di ciò che accade quando genitori e figure professionali si confrontano per realizzare un simile programma. Mentre le figure professionali producono consapevolmente e con competenza le pratiche richieste e sensate nei rispettivi contesti istituzionali (Rankin, 2015), l’esperienza e la conoscenza soggettive delle singole persone che costituiscono insieme ciascun caso di divorzio altamente conflittuale rischiano di essere trascurate. Talvolta ciò sembra portare, da parte dei genitori, a un senso di alienazione e di mancanza di capacità d’agire che è difficile immaginare come un esito positivo per chiunque, tanto meno per i figli. Ciononostante, le relazioni di governo translocali che informano queste pratiche, sotto forma di linee guida, politiche e norme giuridiche, sono tutte esplicitamente elaborate avendo come preoccupazione ultima il «superiore interesse del minore».

Questo studio evidenzia l’importanza di vedere le azioni delle persone coinvolte – i membri della famiglia così come le figure professionali dei servizi istituzionali contigui con cui le famiglie entrano in contatto – non solo come espressione di posizioni fisse, caratteristiche intrapersonali o schemi interpersonali di comunicazione. Possiamo anche intenderle come risposte delimitate da relazioni di governo translocali che organizzano le situazioni stesse in cui l’aiuto viene cercato e offerto. Esserne consapevoli potrebbe rendere visibile come il confronto con le relazioni di governo che organizzano questi scambi eriga talvolta confini istituzionali che fanno sembrare irraggiungibile qualsiasi risposta diversa dall’adeguarsi. Ciò invita a una pratica riflessiva in cui chi opera dovrebbe essere attento alle proprie posizioni e a quelle reciproche dei genitori e dei figli all’interno del circuito istituzionale, e coinvolgerli in dialoghi su di esse.

Coda: l’azione locale

Fin dal suo inizio (nel settembre 2017), parte della motivazione alla base del progetto di ricerca di cui questo articolo fa parte è stata contribuire alle condizioni per una simile pratica riflessiva locale. A tal fine, nel mio ruolo di ricerca ho preso parte due volte l’anno a un forum di collaborazione congiunto. Lì, le figure terapeutiche che lavorano con il particolare programma di intervento multifamiliare da cui sono stati reclutati tutti i genitori partecipanti a questo studio (il modello «No Kids in the Middle» (van Lawick & Visser, 2015)) nella regione norvegese di Agder, insieme ai loro responsabili amministrativi, si incontravano con rappresentanti dei servizi di tutela minorile e dei tribunali distrettuali per condividere esperienze e preoccupazioni e discutere ulteriori sforzi comuni per migliorare i servizi istituzionali per le famiglie in situazioni di divorzio altamente conflittuale. In questi incontri, le informazioni sul processo di ricerca e sui risultati emergenti venivano presentate e discusse con le figure professionali partecipanti. Quattro figure terapeutiche di uno dei consultori familiari che coordinano la pratica dei gruppi multifamiliari ad Agder hanno letto la prima stesura del manoscritto di questo articolo e hanno preso parte a una discussione dei risultati. Hanno risposto che le preoccupazioni sollevate nel manoscritto risuonavano con le loro esperienze e con preoccupazioni che avevano avvertito ma per le quali non sempre avevano trovato modi produttivi di espressione. In seguito a queste discussioni, si è deciso di avviare un forum mensile di dialogo sui servizi istituzionali rivolti a genitori e figli alle prese con conflitti persistenti e altre difficoltà dopo la separazione o il divorzio. Lì, le figure terapeutiche di questo consultorio familiare e la cittadinanza, le organizzazioni e i servizi pubblici delle comunità che esso serve saranno invitati a condividere esperienze, riflessioni e idee su ciò che dovrebbero comprendere dei buoni servizi istituzionali in questo specifico ambito.

Complexe Systémique: i punti chiave

L’articolo sposta lo sguardo: il conflitto tra i genitori non è soltanto una dinamica della coppia separata, è anche un circuito di testi, segnalazioni di preoccupazione e invii in cui i servizi stessi sono presi. In termini sistemici, l’istituzione fa parte del sistema determinato dal problema: l’etichetta «altamente conflittuale» punteggia la situazione, organizza ciò che si può dire e orienta ciò che segue. Il punto più grave riguarda la violenza. Leggere una denuncia come un sintomo del conflitto, e il conflitto come una responsabilità condivisa, può cancellare la violenza o l’uso di droghe, e la simmetria presupposta diventa allora un bias. Per il lavoro clinico, la lezione è concreta: mappare con la famiglia il circuito istituzionale, chiedere chi ha effettuato l’invio, che cosa dice la segnalazione di preoccupazione e che cosa ciascuna parte teme che si farà dell’esito della terapia. I limiti risiedono nel lavoro sul campo: diciannove genitori di un’unica regione norvegese, cinque interviste con personale della tutela minorile senza legame con le famiglie e un’analisi condotta da una sola persona che fa essa stessa parte di questa rete di servizi. Da leggere insieme a l’articolo sull’alienazione parentale e a l’articolo sulle conversazioni collaborative nelle famiglie e nelle istituzioni.

Note dell’originale

1 Per uno dei genitori partecipanti, l’ex partner cogenitore non ha preso parte allo studio.

2 Nello studio su cui si basa l’articolo sono stati intervistati in totale 20 genitori. Di questi, 19 avevano avuto esperienza con i servizi di tutela minorile e sono stati inclusi nel materiale di dati utilizzato per questo articolo.

3 I gruppi erano condotti secondo il modello «No Kids in the Middle», un quadro di gruppo multifamiliare per il lavoro terapeutico dialogico, sistemico ed esperienziale con genitori e figli che vivono con livelli elevati e persistenti di conflitto tra i genitori dopo il divorzio (van Lawick & Visser 2015). Nella regione di Agder questo programma di gruppo è praticato dal 2014.

4 Quattro genitori intervistati prima di partecipare al gruppo multifamiliare non hanno poi preso parte al programma di gruppo, ma hanno comunque accettato di partecipare allo studio. Poiché il programma «No Kids in the Middle» in sé non è oggetto di studio in questo articolo, ma solo il punto d’accesso per il contatto, le interviste con questi quattro genitori sono state incluse nel materiale.

5 Due genitori non hanno accettato di essere intervistati di persona né che l’intervista fosse registrata. Hanno acconsentito a essere intervistati per telefono e a che la persona che conduceva l’intervista prendesse appunti.

6 Le trascrizioni delle interviste sono anonimizzate. Ai genitori sono stati attribuiti nomi fittizi.

Ringraziamenti. Si ringraziano Tore Dag Bøe, Ella Kopperud, Rolf Sundet e Gert Biesta, che supervisionano lo studio di dottorato di cui il presente articolo fa parte. Un ringraziamento anche alle tre persone che hanno svolto la revisione anonima per i loro riscontri e suggerimenti molto costruttivi.

Finanziamento. Finanziamento open access fornito dalla University of Agder. La ricerca fa parte di uno studio finanziato dal Consiglio norvegese della ricerca (dottorato del settore pubblico, progetto n. 272378), da Bufetat regione sud/Family Counseling Office di Arendal, Norvegia, e dal South Norway Hospital, Department of Child and Youth Mental Health.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Whose Life is it Anyway? Exploring the Social Relations of High-Conflict Divorce Cases in Southern Norway, di Bård Bertelsen, Contemporary Family Therapy, vol. 43, n. 3 (2021), doi: 10.1007/s10591-021-09572-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale – l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Whose Life is it Anyway? Exploring the Social Relations of High-Conflict Divorce Cases in Southern Norway», pubblicato in Contemporary Family Therapy (2021) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattata alla lettura online, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Bertelsen, B. (2021). Whose Life is it Anyway? Exploring the Social Relations of High-Conflict Divorce Cases in Southern Norway. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/whose-life-is-it-anyway-the-social-relations-of-high-conflict-divorce-cases (Opera originale pubblicata nel 2021 in Contemporary Family Therapy, 43(3), 276-289 (2021); ripubblicata nel 2021 da Contemporary Family Therapy, https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-021-09572-y)

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