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Pratica sistemica · Terapia individuale

Il gioco delle credenze incrociate: che cosa facciamo di ciò che abbiamo compreso?

Mi piace molto lo strumento del gioco delle credenze incrociate proposto da Stessie Fougeroux. Trovo che abbia avuto un’ispirazione creativa davvero feconda per chi fa terapia e condivide una visione sistemica delle interazioni e delle poste in gioco relazionali. Mi interessa in particolare il suo adattamento alla terapia individuale, perché permette di lavorare sulle relazioni di cui una persona ci parla, anche quando le altre persone non sono presenti in seduta.

Ciò che mi piace di questa proposta si collega a una domanda che incontro nella mia pratica: quando una persona comincia a comprendere qualcosa delle dinamiche relazionali in cui si trova presa, come aiutarla a fare qualcosa di questa comprensione? Abbiamo dato un nome a ciò che si ripete, una lettura diventa possibile, ma resta da vedere come questo possa tradursi nella relazione. Per me, il gioco di Stessie permette proprio di lavorare su questo passo successivo.

Quando una spiegazione acquista senso nella storia delle persone

Trovo appassionante vedere come la spiegazione del doppio legame reciproco possa avere senso per le persone che riceviamo e illuminare la comprensione che hanno delle loro relazioni. Questo concetto, sviluppato da Mony Elkaïm, può sembrare difficile da affrontare al primo contatto. Eppure, quando ci si prende il tempo di renderlo concreto, può avvicinarsi molto a ciò che le persone vivono, a volte da molto tempo, senza riuscire a capire perché si ritrovino sempre allo stesso punto.

Per spiegarlo, riprendo, come Mony, l’immagine della porta girevole. Spesso costruisco anche un esempio fittizio a partire da un’altra situazione vissuta in terapia. Passare per un’altra storia permette di rendere le interazioni più facili da seguire, di vedere come le reazioni di ciascuno possano rafforzare le credenze dell’altro. Le persone possono osservare ciò che accade in quella situazione, poi fare collegamenti con la propria esperienza.

È spesso un momento intenso e rivelatore. Un litigio che si conosceva quasi a memoria può diventare più comprensibile. Si comincia a percepire come ciò che ciascuno tenta per proteggersi, essere riconosciuto o essere rassicurato possa contribuire a ciò che fa soffrire l’altro, e come la risposta dell’altro venga a sua volta a rafforzare la propria convinzione. Questa comprensione può dare un altro senso a reazioni fino ad allora vissute unicamente come incomprensibili o dirette contro di sé.

E adesso, che cosa ne facciamo?

Questi momenti di comprensione hanno molto valore ai miei occhi. Possono già modificare il modo di guardare una relazione. Ma quando la situazione si ripresenta, con l’emozione, le parole che feriscono e le reazioni abituali, può restare difficile trovare come rispondere diversamente.

È qui che trovo il gioco delle credenze incrociate particolarmente interessante. Offre uno spazio per provare. A partire da carte, situazioni e cambi di ruolo, la persona può cercare una risposta, sentire come potrebbe essere accolta, riformularla e osservare che effetto le fa. Può sperimentare qualcosa della difficoltà di non rafforzare una credenza, anche quando pensa di aver trovato le parole che dovrebbero rassicurare.

Mi piace questa possibilità di prolungare la spiegazione con un’esperienza. Si può aver compreso che l’altra persona si sente obbligata a gestire tutto e scoprire, mettendo in scena una situazione, quanto alcune delle nostre risposte rischino ancora di lasciarle questa impressione. Ciò che sembrava abbastanza chiaro nella discussione diventa più complesso quando si tratta di trovare le proprie parole. Il gioco dà spazio a questa difficoltà e permette di lavorarci con chi conduce la terapia.

Fare spazio all’altro in una seduta individuale

Nella sua dimostrazione, Stessie immagina una consultazione con Obelix, che si lamenta dei suoi litigi con Asterix. Formula l’ipotesi che Obelix si senta sempre ignorato, mentre Asterix potrebbe avere la sensazione di dover gestire tutto. Più Asterix dà ordini, meno Obelix si sente ascoltato. E più Obelix tiene il broncio o si arrabbia, più Asterix può sentirsi confermato nell’idea che tutto ricada su di lui.

Le sedie vuote permettono di dare un posto a questi interlocutori assenti. La persona può lavorare a partire dalla credenza che attribuisce all’altro, poi esplorare la propria credenza cambiando ruolo. Trovo questo adattamento fecondo per la terapia individuale: offre un modo di lavorare sulle interazioni a partire da ciò che la persona presente può sentire, immaginare e provare.

Stessie ricorda per tutta la dimostrazione che questo lavoro si basa su ipotesi. Ciò che immaginiamo del vissuto della persona assente va considerato come una possibilità. Questa cautela mi sembra andare di pari passo con la creatività del dispositivo: si può inventare una scena, esplorare una risposta e aprire un’altra lettura, restando attenti al modo in cui la persona accoglie ciò che le si propone.

Ciò che apprezzo anche nel suo modo di trasmettere

C’è un dettaglio del video che mi piace molto. Prima di rappresentare la credenza del paziente, Stessie gli chiede se accetta di «affidargliela». Riconosce così che questa credenza ha potuto proteggerlo e che metterla in gioco può renderlo vulnerabile. Spiega anche perché preferisce collocarsi dietro la sedia, in posizione di doppio, e lasciare al paziente la possibilità di correggerla tutte le volte che serve.

Queste scelte dicono qualcosa del modo in cui utilizza il suo strumento. Si sente l’attenzione rivolta al ritmo della persona, a ciò che l’esercizio può chiederle e allo spazio che le lascia per dire ciò che le corrisponde. Stessie precisa del resto che l’ordine del lavoro deve poter cambiare: per chi soffre di non essere mai preso in considerazione, cominciare con l’interessarsi alla credenza dell’altro potrebbe essere doloroso.

È per tutto questo che ho voglia di condividere questo video. Mi piace la creatività del gioco, il modo in cui Stessie lo presenta e la possibilità che offre di proseguire il lavoro dopo un momento di comprensione. Ora che abbiamo cominciato a cogliere qualcosa della relazione in cui siamo presi, possiamo prenderci il tempo di provare, di sentire e di cercare come prendervi parte in modo diverso.

Guarda la dimostrazione di Stessie Fougeroux
Le jeu des croyances croisées en thérapie individuelle · Stessie Fougeroux
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