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Mental Health and Digital Technologies · Terapia familiare

Interventi digitali familiari per la salute mentale: allineare la progettazione ai principi della pratica sistemica

Le app per la salute mentale sono quasi tutte progettate per una sola persona, sul modello della CBT. Un’équipe del Bouverie Centre di Melbourne si chiede che cosa cambierebbe una progettazione fedele ai principi sistemici: la famiglia come cliente, i circuiti di retroazione, le domande circolari e una questione che i modelli di progettazione trascurano, cioè chi partecipa, e con chi.

Autrici e autori Ellen T. Welsh, Zoe C. G. Cloud, Kate Cordukes, Nella Charles e Jennifer McIntosh (The Bouverie Centre, La Trobe University, Brunswick, Australia); James H. Boyd (School of Psychology and Public Health, La Trobe University, Melbourne, Australia)Prima pubblicazione Mental Health and Digital Technologies, 29 luglio 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Family digital mental health interventions: aligning design and systemic practice principles, di Ellen T. Welsh, James H. Boyd, Zoe C. G. Cloud, Kate Cordukes, Nella Charles e Jennifer McIntosh, pubblicato in Mental Health and Digital Technologies (Emerald) (2026), doi: 10.1108/mhdt-03-2026-0021, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Ciò che il framework BIT non considera, ma che è particolarmente rilevante in un contesto sistemico, è il «chi».

Ellen T. Welsh, James H. Boyd, Zoe C. G. Cloud, Kate Cordukes, Nella Charles e Jennifer McIntosh

Abstract

Obiettivo. Gli interventi digitali per la salute mentale progettati per singole persone sono in rapida espansione e mostrano prove crescenti di efficacia. Nonostante il ruolo centrale che le famiglie svolgono nel sostenere le persone che affrontano difficoltà di salute mentale, si registra una notevole carenza di interventi digitali pensati per essere usati da gruppi familiari, insieme a un esame limitato dei fondamenti teorici che ne orientano la progettazione. Questo articolo intende colmare tale lacuna esplorando in che modo i principi della psicoterapia sistemica possano orientare lo sviluppo di interventi digitali per la salute mentale rivolti alle famiglie.

Disegno/metodologia/approccio. L’articolo conduce un’analisi concettuale che confronta le teorie del cambiamento alla base delle psicoterapie individuali con quelle centrali nelle psicoterapie sistemiche. Esamina le implicazioni di queste differenze teoriche per la progettazione di interventi digitali per la salute mentale che favoriscano il coinvolgimento familiare.

Risultati. L’analisi mostra che le psicoterapie sistemiche, incentrate sulle relazioni e sui processi interazionali piuttosto che sulla riduzione dei sintomi individuali, non possono essere trasposte in modo significativo in formati digitali semplicemente adattando interventi a orientamento individuale. Gli interventi digitali centrati sulla famiglia richiedono invece caratteristiche di progettazione specifiche. L’articolo individua considerazioni concettuali chiave e formula raccomandazioni fondate sulla progettazione per guidare lo sviluppo di piattaforme digitali di ispirazione sistemica.

Originalità/valore. Questo articolo offre nuovi contributi teorici collegando esplicitamente i modelli di psicoterapia sistemica alla progettazione di interventi digitali. Approfondisce la comprensione di come le teorie relazionali del cambiamento possano orientare la creazione di risorse digitali per la salute mentale destinate alle famiglie, un ambito ancora poco esplorato sia nella letteratura sulla salute mentale digitale sia in quella sulla psicoterapia sistemica.

Parole chiave: Salute mentale digitale, Terapia familiare, Psicoterapia sistemica, Salute relazionale, Progettazione di interventi, Innovazione nella sanità digitale

Introduzione

Esiste un’abbondanza di interventi digitali per la salute mentale (DMHI, dalla sigla inglese) destinati a persone che affrontano diverse difficoltà di salute mentale (De Witte et al., 2021; Philippe et al., 2022; Plessen et al., 2025). La grande maggioranza si basa su trattamenti di psicoterapia individuale che hanno dimostrato la loro efficacia nei contesti tradizionali di cura della salute mentale, generalmente presentati come una trasposizione diretta di strategie in presenza (Mohr et al., 2017). Sebbene esista una base di prove solida e consolidata per gli interventi familiari e sistemici nelle difficoltà di salute mentale sia dell’infanzia sia dell’età adulta (Carr, 2025a, 2025b; Cloud et al., 2026b; Rodolico et al., 2022; Vossler et al., 2025), nessuno studio pubblicato ha documentato lo sviluppo di un DMHI in questo contesto (Welsh et al., 2024). Tuttavia, le prove emergenti sui DMHI diadici e di coppia mostrano che gli approcci a orientamento relazionale sono promettenti (Kernová et al., 2025; Shaffer et al., 2020).

La psicoterapia individuale e le terapie familiari sistemiche si fondano su molteplici quadri teorici, ma divergono su aspetti chiave, tra cui la concezione del cliente, l’orientamento agli obiettivi, la tecnica e l’approccio. Progettare DMHI sistemici per uso familiare richiede quindi un approccio specifico. Le prove emergenti rafforzano questa esigenza: una recente revisione sistematica dei DMHI rivolti alla relazione genitoriale ha sottolineato l’importanza di una progettazione a orientamento relazionale (Chew et al., 2026), mentre la ricerca qualitativa evidenzia le complessità intrinseche del sostegno al benessere familiare tramite piattaforme digitali (Tariq et al., 2025). Inoltre, prove più ampie suggeriscono che i media digitali possono indebolire l’interazione faccia a faccia, esacerbare il conflitto interpersonale e fragilizzare le relazioni familiari (Alwuqaysi, 2025). Nel loro insieme, questi risultati sottolineano l’importanza di tenere esplicitamente conto dei processi sistemici nella progettazione dei DMHI.

Esiste un’ampia letteratura sulle caratteristiche di progettazione dei DMHI per singole persone (Stiles-Shields et al., 2016), alcune delle quali sono probabilmente pertinenti per applicazioni sistemiche. Forse più utile è un confronto sistematico tra i modelli di pratica individuale e sistemica, per individuare dove sia necessario un ulteriore sviluppo. È proprio ciò che questo articolo si è proposto di fare, adottando la prospettiva di chi progetta un DMHI per esaminare le teorie del cambiamento, le tecniche specifiche e gli altri elementi pertinenti alla progettazione di un DMHI sistemico. In questo modo esaminiamo dove le conoscenze esistenti possano essere trasferite o adattate e individuiamo ambiti per ricerche future che orientino la progettazione di un DMHI sistemico per uso familiare.

Il paradigma della psicoterapia individuale

La psicoterapia è un trattamento interpersonale volto ad alleviare la sofferenza vissuta da una persona in relazione a un disturbo mentale, a un problema o a un disagio (Wampold, 2015). Fondati su principi psicologici, esistono moltissimi modelli diversi di psicoterapia. In generale, mirano a favorire modifiche appropriate della prospettiva della persona in cura, trasformando così il significato delle sue esperienze e alleviando la sofferenza (Wampold, 2015). Di seguito si presenta una breve sintesi della terapia cognitivo-comportamentale (CBT), come punto di riferimento per la successiva rassegna dei quadri sistemici. La CBT è stata scelta per la sua diffusione e per le prove, in rapida crescita, della sua efficacia in formato digitale (Howes et al., 2023; Lattie et al., 2022; Plessen et al., 2025).

Tratti distintivi della CBT

La CBT è una modalità psicoterapeutica dominante e dispone di un’ampia base di prove per un’ampia gamma di età e diagnosi (Fordham et al., 2021; Hofmann et al., 2012; Lattie et al., 2022). La CBT è centrata sul problema, con un’enfasi sul presente, e fissa obiettivi per migliorare lo stato mentale attuale della persona. Mira ad alleviare la sofferenza esplorando i legami tra pensieri, emozioni e comportamento, nell’ipotesi che emozioni e comportamenti siano influenzati dal modo in cui si interpreta e si costruisce una situazione e non dalla situazione in sé (Beck, 1964; Fenn and Byrne, 2013). Si ritiene così che lo sviluppo di significati più flessibili e meno negativi, e la modifica di atteggiamenti e comportamenti disfunzionali, spieghino il cambiamento terapeutico (Antichi and Giannini, 2023; Barkham, 2021; Salkovskis et al., 2023). Chi conduce la terapia cerca di aiutare le persone in cura ad ampliare il proprio pensiero per prendere coscienza degli assunti sottostanti e a scoprire da sé prospettive e soluzioni alternative. La psicoeducazione è una componente essenziale della CBT: chi conduce la terapia fornisce informazioni sul disturbo e insegna tecniche per gestire e affrontare lo stress (Khoury and Ammar, 2014). Inoltre, si insegna alle persone a riconoscere i pensieri poco utili, a sostituirli con pensieri più vantaggiosi e a modificare i comportamenti disadattivi (Lattie et al., 2022). Si ritiene che questo processo consenta alle persone di adattare la propria prospettiva su sé stesse e sui propri problemi, di aumentare la capacità di rispondere in modo più flessibile e di alleviare così la sofferenza (Salkovskis et al., 2023).

Le sedute di CBT si svolgono di norma con cadenza settimanale per alcuni mesi, con raccomandazioni che variano a seconda dei disturbi. Per esempio, le prove hanno mostrato che una dose di trattamento più elevata (partecipare a più sedute) e un maggiore coinvolgimento della persona in cura (svolgere i compiti a casa e dimostrare impegno nella CBT) producono una maggiore riduzione dei sintomi a lungo termine nei disturbi d’ansia (Glenn et al., 2013), e alcuni studi collocano la dose ottimale per ottenere un cambiamento clinicamente significativo tra otto e 14 sedute (Carr et al., 2017; Levy et al., 2020). Per la gestione della schizofrenia, invece, le linee guida raccomandano che la CBT sia erogata in almeno 16 sedute programmate (Jones et al., 2018; National Institute for Health and Care Excellence, 2014).

Caratteristiche del cliente e alleanza terapeutica

È noto che alcune caratteristiche della persona in cura influenzano gli esiti della psicoterapia, qualunque sia il modello adottato. Si ipotizza che, per ottenere risultati, la persona debba credere nel trattamento, essere motivata a crederci o esservi condotta (Barkham, 2021; Kazdin, 2009). Inoltre, le sue aspettative e la credibilità percepita del trattamento influenzano probabilmente gli esiti (Barkham, 2021). Altri fattori di influenza noti sono le caratteristiche demografiche, la gravità dei sintomi, la comorbilità diagnostica, il livello di insight e di consapevolezza di sé preesistente, l’espressione emotiva o la resistenza e il comportamento interpersonale (Barkham, 2021). Infine, l’alleanza terapeutica è probabilmente il fattore esplicativo più rilevante proposto per l’efficacia della psicoterapia (Kazdin, 2009; McAleavey and Castonguay, 2015). La natura collaborativa della relazione tra paziente e terapeuta, l’accordo sugli obiettivi e il legame personale che si sviluppa durante il trattamento sono un predittore accurato degli esiti in psicoterapia (Barkham, 2021; Kazdin, 2009; McAleavey and Castonguay, 2015; Wampold, 2015).

Punti di distacco dalla prospettiva individuale: i quadri della psicoterapia sistemica

Concentrandoci sui quadri della psicoterapia sistemica e della terapia familiare, evidenziamo i punti di distacco dalla prospettiva individuale che dovrebbero trovare espressione nella progettazione di un DMHI per più membri. Le psicoterapie sistemiche mirano a migliorare gli esiti di salute mentale e a sostenere uno sviluppo familiare sano agendo sulle relazioni tra individui, famiglie e reti sociali (Carr, 2012). La terapia familiare sistemica dispone di una solida base di prove per un’ampia gamma di problematiche e, per alcuni disturbi, si è dimostrata più efficace della psicoterapia individuale (Carr, 2025a, 2025b; Cloud et al., 2026b; Rodolico et al., 2022; Vossler et al., 2025). La pratica sistemica può comprendere il lavoro con singole persone per ottenere un cambiamento sistemico, ma ha spesso più successo quando si lavora con il sistema di cura più ampio (Heatherington et al., 2015). Come per la psicoterapia, esistono numerosi modelli di terapia familiare sistemica. Qui ci concentriamo sui principi generali emersi dall’integrazione delle principali scuole di pratica, ossia il pensiero strutturale, quello dell’approccio di Milano, quello strategico, quello narrativo e quello post-milanese (Goldenberg, 2017; Hayes, 1991), e mettiamo esplicitamente in luce i meccanismi di cambiamento chiave che con maggiore probabilità influenzeranno la progettazione dei DMHI.

Il cliente è la famiglia

Chi pratica la psicoterapia sistemica contestualizza i sintomi di una persona come qualcosa che nasce, esiste e cambia nel contesto dei suoi sistemi familiari e sociali (Hunger et al., 2016) e privilegia il ruolo che le relazioni strette e di fiducia svolgono nella salute e nel benessere della persona (Dourdouma et al., 2020). Il fulcro della terapia familiare sono le relazioni, i modelli comunicativi e i comportamenti dell’intera famiglia, piuttosto che i soli problemi di una persona.

La famiglia è un sistema

Nella terapia sistemica la famiglia è vista come un sistema, definito dai seguenti assunti: nessuna singola persona orchestra i modelli interazionali; nessuna singola persona può essere incolpata della sofferenza familiare o relazionale; e ogni comportamento ha senso nel contesto del sistema (Gehart, 2023). Si tratta di coinvolgere la famiglia affinché comprenda come le interazioni familiari contribuiscano a modellare o perpetuare i problemi e come possano aiutare a risolverli (Nichols and Tafuri, 2013). Il mantenimento e la persistenza del problema sono più rilevanti della sua origine, e il modo in cui le persone si parlano e interagiscono è rilevante quanto i processi interni individuali, come ciò che pensano e sentono, o anche di più (Dourdouma et al., 2020; Rohrbaugh, 2014).

Le famiglie hanno circuiti di retroazione

I sistemi cercano di mantenere l’equilibrio o omeostasi attraverso l’autocorrezione. A volte, tentativi persistenti e ben intenzionati di risolvere un problema contribuiscono involontariamente a mantenerlo o ad aggravarlo. Chi pratica la terapia sistemica cerca di osservare e interrompere questo tipo di modelli interazionali familiari, nell’assunto che, così facendo, i membri della famiglia possano modificare la traiettoria del loro problema (Rohrbaugh, 2014).

Chi conduce la terapia fa parte del sistema

Nella terapia sistemica, chi conduce la terapia (spesso in co-terapia) fa parte del sistema. Chi pratica l’approccio sistemico opera con la consapevolezza dei modi in cui il proprio background socioculturale, il proprio genere, il proprio status e i propri comportamenti in seduta incidono sul sistema (Lini and Bertrando, 2022). Come nella psicoterapia individuale, l’alleanza terapeutica è un solido predittore degli esiti della terapia (Friedlander et al., 2018). Questa alleanza si estende a ciascun membro del sistema, al gruppo nel suo insieme e alla relazione all’interno della co-terapia. Le alleanze tra sottosistemi (per esempio genitore-terapeuta o minore-terapeuta) e il senso condiviso di scopo (o la sua mancanza) tra i membri della famiglia aprono la possibilità di alleanze scisse o sbilanciate (Hardy et al., 2020).

Promuovere il cambiamento all’interno del sistema

Chi pratica la terapia familiare utilizza diverse tecniche per rendere possibile il cambiamento all’interno del sistema. Raccoglie i punti di vista di tutti i membri della famiglia per introdurre nuove informazioni nel sistema e aiutare a ridefinire l’idea che una persona sia il problema (Hammond and Nichols, 2008), orientando invece i membri della famiglia verso i modelli interazionali in gioco. Le domande circolari sono una pietra angolare della psicoterapia sistemica: consistono nel chiedere alle persone come gli altri membri del sistema rispondano relazionalmente ai problemi, aiutando le famiglie a passare da un pensiero lineare a uno circolare ed evitando deliberatamente le spiegazioni di causa ed effetto (Nichols and Tafuri, 2013; Rohrbaugh, 2014). Questi strumenti aiutano a interrompere la colpevolizzazione, ad approfondire la comprensione della famiglia e a riconcettualizzare le questioni come sfide condivise e modificabili (Carr, 2016; Hardy et al., 2020). Le messe in scena (enactment) sistemiche sono un altro strumento comune: chi conduce la terapia chiede alla famiglia di riprodurre in seduta uno scambio familiare tipico (Minuchin, 1974). Osservando i modelli relazionali, può offrire occasioni per ristrutturarli e facilitare il cambiamento (Heatherington et al., 2015).

Caratteristiche del cliente e coinvolgimento

Le caratteristiche delle persone in cura influenzano in modo complesso gli esiti della terapia familiare sistemica. Le caratteristiche demografiche, la gravità dei sintomi e le comorbilità diagnostiche dei membri della famiglia moltiplicano il loro effetto sulla probabilità di successo (Karam et al., 2015). I membri della famiglia differiscono per livello di motivazione e di disponibilità (Friedlander et al., 2018). Inoltre, non è raro che abbiano sentimenti contrastanti riguardo alla partecipazione alla terapia e, se non viene superata, questa disparità può tradursi in una scarsa collaborazione familiare (Heatherington et al., 2015).

Incoraggiare la partecipazione dei membri della famiglia che possono essere coinvolti nel problema e nella soluzione, e facilitarne l’impegno attivo nelle sedute, è un aspetto importante del ruolo di chi conduce la terapia (Hardy et al., 2020; Heatherington et al., 2015). Inoltre, ciò che viene detto in terapia familiare ha come testimoni gli altri membri e può avere ripercussioni significative fuori dalla stanza di terapia (Hardy et al., 2020). Occorre quindi una competenza terapeutica cruciale per decidere chi può e deve partecipare alla terapia familiare, sia in una determinata seduta sia nel corso di un episodio di cura (Crago, 2005).

Nella terapia familiare sistemica, le prove suggeriscono che l’intensità della terapia dovrebbe essere commisurata ai bisogni delle persone in cura (Carr, 2025a, 2025b), ma che in generale la terapia si estende su un periodo da tre a sei mesi e comprende tra 6 e 20 sedute. Queste possono includere sedute con sottosistemi familiari o con membri del sistema più ampio, comprese altre figure professionali (Carr, 2016). Nella terapia familiare in generale, tuttavia, quando è sicuro e possibile, il potere viene decentrato e chi conduce la terapia cerca di assumere una posizione collaborativa, lasciando che sia la famiglia a guidare l’andamento delle sedute.

Applicazione del framework BIT a un DMHI sistemico

Esistono chiare differenze tra le teorie del cambiamento sottostanti alle psicoterapie individuali e a quelle sistemiche, con importanti implicazioni per la progettazione dei DMHI. Per strutturare la nostra sintesi applichiamo il framework della tecnologia per l’intervento comportamentale (BIT, dall’inglese behavioural intervention technology), un modello che integra scienze comportamentali, design e ingegneria per guidare chi progetta nel tradurre un obiettivo clinico generale in un’applicazione tecnologica chiaramente definita (Mohr et al., 2014). Ci basiamo principalmente su una revisione sistematica dei DMHI ispirati alla CBT (Stiles-Shields et al., 2016), scelta perché utilizza il framework BIT per sintetizzare i risultati, oltre che sulla letteratura recente, per esaminare come le caratteristiche individuali possano orientare la progettazione sistemica e per evidenziare opportunità per la ricerca futura.

Il framework BIT comprende due livelli: il livello teorico, costituito dagli obiettivi e dalle strategie di cambiamento comportamentale, e il livello di istanziazione, costituito dagli elementi, dalle caratteristiche e dal flusso di lavoro (Mohr et al., 2014). In sintesi, obiettivi e strategie prendono vita attraverso diversi elementi, caratteristiche e il flusso di lavoro. Più precisamente, gli elementi sono le componenti del DMHI con cui la persona utente interagisce (per esempio pagine web, attività interattive, quiz di autovalutazione), presentate in base a caratteristiche definite (per esempio in formato video, con elementi visivi o audio) e a un flusso di lavoro (cioè l’ordine in cui si prevede che gli elementi vengano completati). La figura 1 offre una rappresentazione schematica del framework BIT. Mostra le componenti teoriche, istanziate dagli elementi sullo schermo visualizzato dalla persona utente. Gli elementi presentano diverse caratteristiche (rappresentate dai diversi colori e forme), e il modo in cui sono collegati e vi si accede è descritto dal flusso di lavoro (rappresentato dalle frecce tra gli elementi).

Rappresentazione schematica del framework BIT (Mohr et al., 2014) che mostra le componenti dei livelli teorico e di istanziazione. Fonte: elaborazione di chi firma l’articolo
Figura 1. Rappresentazione schematica del framework BIT (Mohr et al., 2014) che mostra le componenti dei livelli teorico e di istanziazione. Fonte: elaborazione di chi firma l’articolo

Il framework BIT: il livello teorico

Chi progetta un DMHI sistemico definirebbe innanzitutto gli obiettivi e le strategie teoriche per raggiungerli (Mohr et al, 2014). Per esempio, tutti i DMHI individuati da Stiles-Shields et al. (2016) miravano a ridurre i sintomi della persona; le strategie, tuttavia, variavano: la psicoeducazione era il principale meccanismo di cambiamento più usato, insieme ad autovalutazioni, vignette cliniche e compiti per consolidare l’apprendimento. Più di recente, una revisione dei DMHI rivolti ai giovani ha indicato la definizione degli obiettivi come un’altra strategia di cambiamento frequente per favorire la riduzione dei sintomi (Opie et al., 2024).

Proponiamo che le teorie sistemiche del cambiamento siano facilmente traducibili in un obiettivo e nelle strategie associate. Un DMHI sistemico potrebbe mirare a migliorare la salute relazionale e familiare. Le strategie per raggiungere tale obiettivo potrebbero includere la riformulazione sistemica delle difficoltà, la valorizzazione dei punti di vista degli altri membri della famiglia e un processo decisionale guidato dalla famiglia. Inoltre, psicoeducazione, vignette cliniche e compiti potrebbero probabilmente essere adattati a un contesto sistemico.

Il framework BIT: il livello di istanziazione

Istanziare un obiettivo relazionale e le strategie associate comporta probabilmente una certa complessità. In un DMHI individuale, elementi, caratteristiche e flusso di lavoro somigliano in genere a quelli dell’intervento in presenza. Tra gli elementi più comuni dei DMHI individuati da Stiles-Shields et al. (2016) figuravano contenuti di lezione in forma testuale, e alcuni integravano sistemi di messaggistica, notifiche, mediateche o elementi di gioco di tipo fantastico. I promemoria per modificare i comportamenti, riconoscere e mettere in discussione i pensieri poco utili o pianificare e monitorare i comportamenti positivi sono altri elementi frequenti dei DMHI (Lattie et al., 2022). Le caratteristiche degli elementi di intervento sono descritte meno spesso o in modo vago, per esempio parlando di «grafica e suoni accattivanti», mentre il flusso di lavoro somiglia in genere a quello dei trattamenti manualizzati lineari, con un coinvolgimento periodico definito o un rilascio strutturato dei contenuti (Barkham, 2021; Stiles-Shields et al., 2016).

La progettazione di un DMHI sistemico per uso familiare si fonderebbe su un’integrazione creativa delle tecniche sistemiche negli elementi. In presenza, chi pratica la terapia sistemica osserva le dinamiche relazionali, partecipa alle conversazioni e vi riflette, e utilizza tecniche per far emergere punti di vista diversi (Nichols and Tafuri, 2013; Rohrbaugh, 2014). In formato digitale, contenuti testuali statici possono avere una funzione, ma da soli sono probabilmente insufficienti a rispecchiare il ruolo attivo di chi conduce la terapia e a favorire la connessione relazionale tra i membri della famiglia. Tra le possibili soluzioni digitali vi è l’integrazione di strumenti sistemici come attività ispirate alla messa in scena (Minuchin, 1974), in cui consegne e domande potrebbero aiutare le persone e le famiglie a riflettere su scambi familiari tipici e a riconoscere i propri modelli relazionali. Allo stesso modo, domande circolari (Nichols and Tafuri, 2013; Rohrbaugh, 2014) potrebbero essere usate lungo tutto il percorso per integrare i contenuti statici e aiutare le famiglie ad allargare il proprio sguardo dalla persona al sistema. Elementi dei DMHI come il monitoraggio dei comportamenti positivi potrebbero non essere utili in un contesto sistemico; potrebbero tuttavia ispirare lo sviluppo di strumenti che aiutino le famiglie a seguire nel tempo la propria salute relazionale.

Le caratteristiche descrivono i modi in cui gli elementi verrebbero ottimizzati per migliorare la comprensione della persona utente e la sua capacità di completarli e di impegnarsi con essi (Mohr et al., 2014). In un contesto sistemico vi è un’esigenza fondamentale: coinvolgere più membri della famiglia di età e generazioni diverse, sia insieme sia separatamente. La scienza del coinvolgimento è complessa e i fattori che vi contribuiscono restano poco chiari anche per le singole persone (Perski et al., 2017; Torous et al., 2018). Un risultato costante è che i DMHI adattati all’età hanno maggiori probabilità di favorire il coinvolgimento (Lattie et al., 2022), probabilmente anche a causa dei divari digitali tra generazioni, che influenzano la motivazione e gli atteggiamenti verso l’uso dei media digitali (Tariq et al., 2025). Le famiglie sono composte da persone in diverse fasi della vita; i DMHI sistemici potrebbero quindi offrire i contenuti in più versioni per rispondere a bisogni e preferenze diversi lungo l’arco della vita. Per esempio, i contenuti sviluppati per le persone utenti più giovani possono utilizzare animazioni e poco testo (Opie et al., 2024). Inoltre, l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità promettente per personalizzare gli elementi dei DMHI in base ai bisogni di ciascun membro della famiglia (Mikaeili et al., 2025). Infine, le caratteristiche degli elementi condivisi (per esempio uno strumento che aiuti le famiglie a mappare insieme i propri modelli relazionali) richiederebbero una progettazione accurata per ottimizzare il coinvolgimento dell’intera famiglia.

Come si è visto, i flussi di lavoro dei DMHI prevedono generalmente un utilizzo lineare e periodico, con l’aspettativa che le persone ritornino nel tempo (Barkham, 2021; Stiles-Shields et al., 2016). Gli approcci comuni per le singole persone, come l’invio di promemoria per tornare, hanno dato risultati contrastanti quanto all’efficacia (Gan et al., 2022). In qualsiasi contesto, e in particolare in uno sistemico, dove le note difficoltà di coinvolgimento (Torous et al., 2018) rischiano di aggravarsi, progettare il flusso di lavoro di un DMHI offre l’occasione di ripensare le aspettative di coinvolgimento prolungato. Esiste una base di prove crescente a sostegno degli approcci a seduta singola nelle psicoterapie familiari e sistemiche (Cloud et al., 2026a; Hartley et al., 2023; Moore et al., 2025), in cui ogni seduta è considerata completa in sé, mentre la scelta di tornare per altre sedute è lasciata alla famiglia. In questo contesto inedito, ottimizzare ogni incontro con il DMHI potrebbe rivelarsi una pista appropriata per ulteriori ricerche (Grajdan et al., 2025).

Ciò che il framework BIT non considera, ma che è particolarmente rilevante in un contesto sistemico, è il «chi». Vale a dire: chi dovrebbe partecipare a ciascun elemento e chi dovrebbe partecipare insieme a chi? Le descrizioni attuali dei modi per farlo sono limitate (Grajdan, et al., 2025; Welsh et al., 2024); una recente revisione ne ha tuttavia evidenziato i probabili benefici, indicando che l’uso condiviso può favorire la pratica regolare, la comunicazione e la motivazione reciproca, promuovendo il coinvolgimento e aumentando le probabilità che quanto appreso nel DMHI venga integrato nella routine quotidiana (Chew et al., 2026). Come in presenza, si può supporre che, per favorire cambiamenti sistemici nella salute relazionale, sarebbe vantaggioso consentire un coinvolgimento condiviso (Heatherington et al., 2015). Restano tuttavia questioni di progettazione aperte, tra cui come garantire la sicurezza in assenza di chi conduce la terapia e in che modo gli elementi possano essere caratterizzati per consentire una collaborazione significativa.

Discussione

La progettazione dei DMHI è strettamente legata al coinvolgimento delle persone utenti e all’efficacia (Stiles-Shields et al., 2016; Zainal et al., 2026), ma le indicazioni esistenti riguardano soprattutto l’uso individuale e offrono poche indicazioni per le applicazioni familiari o sistemiche (Welsh et al., 2024). Questa sintesi fa avanzare il campo di ricerca individuando i tratti chiave delle psicoterapie sistemiche che distinguono i DMHI per uso individuale da quelli per uso familiare. Utilizzando il framework BIT, offriamo un resoconto trasparente e fondato sulle prove delle considerazioni essenziali necessarie per tradurre gli obiettivi clinici sistemici in elementi di progettazione specifici. Di fronte alle crescenti richieste di un maggiore accesso a cure per la salute mentale che includano la famiglia, e alle prove che le sostengono (Jensen and Mendenhall, 2018; Harvey and O’Hanlon, 2013; Poon et al., 2019; Saroca and Sargent, 2022), questo articolo offre una sintesi tempestiva per guidare lo sviluppo di DMHI sistemici.

Questa sintesi ha messo in evidenza le caratteristiche (cioè il modo in cui gli elementi dell’intervento vengono presentati alle persone utenti) come l’ambito più rilevante per la ricerca e lo sviluppo, influenzato dalle priorità di coinvolgimento condiviso e dalle strategie adottate per raggiungere gli obiettivi. In questo campo nuovo della progettazione dei DMHI, la co-progettazione con le famiglie è fondamentale per avanzare verso l’implementazione e garantire pertinenza, usabilità e accessibilità (Chew et al., 2026; Welsh et al., 2024). Questo articolo offre a chi progetta e a chi fa ricerca alcune indicazioni per compiere i prossimi passi.

Conclusione

La progettazione di un DMHI sistemico per uso familiare pone sfide uniche e complesse. Individuando i tratti distintivi delle psicoterapie sistemiche in presenza, i risultati di questo articolo possono orientare utilmente chi progetta DMHI e intende adottare una prospettiva sistemica nella costruzione delle piattaforme. I fattori specifici del contesto qui evidenziati dovrebbero aiutare chi progetta a orientare i propri ambiti di indagine, offrendo l’opportunità di una progettazione significativa dei DMHI.

Complexe Systémique: in sintesi

Questo articolo concettuale ha il merito di respingere l’idea che basterebbe «mettere la terapia familiare in un’app». Gli strumenti digitali esistenti riproducono la logica della CBT: una persona, dei sintomi, un percorso lineare di lezioni e promemoria. La pratica sistemica, invece, lavora sulle interazioni, sui circuiti che mantengono il problema e sui punti di vista incrociati. L’équipe traduce questi principi in piste concrete: domande circolari integrate nei contenuti, attività ispirate alle messe in scena, strumenti per mappare insieme i modelli relazionali, versioni adattate all’età, una logica di seduta singola piuttosto che di coinvolgimento a lungo termine. Soprattutto, indica ciò che i modelli di progettazione ignorano: chi partecipa a che cosa, insieme o separatamente. È la questione del setting e dell’alleanza, trasposta sullo schermo, con i suoi rischi: ciò che si dice davanti ad altri membri della famiglia, la sicurezza in assenza di chi conduce la terapia, le alleanze sbilanciate. L’articolo resta una sintesi, senza dati né prototipo testato con le famiglie; il suo valore sta nel porre le domande giuste prima della co-progettazione. Da leggere insieme a l’articolo sulle tecnologie digitali nelle relazioni tra genitori e figli e a lo studio Delphi sul pensiero a seduta singola.

Bibliografia

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Traduzione non ufficiale in italiano di Family digital mental health interventions: aligning design and systemic practice principles, di Ellen T. Welsh, James H. Boyd, Zoe C. G. Cloud, Kate Cordukes, Nella Charles e Jennifer McIntosh, Mental Health and Digital Technologies, pubblicazione online anticipata (2026), doi: 10.1108/mhdt-03-2026-0021, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Family digital mental health interventions: aligning design and systemic practice principles», pubblicato in Mental Health and Digital Technologies (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Welsh, E. T., Boyd, J. H., Cloud, Z. C. G., Cordukes, K., Charles, N., e McIntosh, J. (2026). Family digital mental health interventions: aligning design and systemic practice principles. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/family-digital-mental-health-interventions-aligning-design-and-systemic-practice (Opera originale pubblicata nel 2026 in Mental Health and Digital Technologies, pubblicazione online anticipata, 1-13 (2026); ripubblicata nel 2026 da Mental Health and Digital Technologies, https://www.emerald.com/mhdt/article/doi/10.1108/MHDT-03-2026-0021/1389346/Family-digital-mental-health-interventions)

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