Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Psichiatria e istituzioni

L’Italia e il processo di deistituzionalizzazione psichiatrica. La libertà è terapeutica?

Da Gorizia nel 1961 a Trieste nel 1971, fino alla legge 180 del 1978, il racconto di un movimento che ha smontato pezzo per pezzo il manicomio italiano: orizzontalità dei ruoli, visite domiciliari, muri che cedono, laboratori artistici aperti alla città, lavoro retribuito, cooperativa, gruppi appartamento e centri di salute mentale di quartiere. Una cronaca scritta dall’interno dell’esperienza, in cui si vede la persona internata passare dalla condizione di paziente a quella di utente, e il personale infermieristico ritrovare un posto di soggetto.

Autore Marcelo Rodríguez CeberioPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 1, 1988Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

Nota della traduzione

Questo testo è apparso nel primissimo numero di Perspectivas Sistémicas, nel 1988: «oggi», nell’articolo, indica dunque la fine degli anni Ottanta, dieci anni dopo l’approvazione della legge 180 e otto anni dopo la morte di Franco Basaglia. Il Borda e il Moyano, citati fin dalla prima frase, sono i due grandi ospedali neuropsichiatrici di Buenos Aires, uno per gli uomini e l’altro per le donne: il confronto è rivolto a un pubblico argentino che, dal canto suo, vive ancora sotto il regime del manicomio. Chi conosce la psichiatria di settore francese riconoscerà qui molti dei suoi temi, ma spinti fino alla soppressione dell’ospedale psichiatrico stesso. Un’esperienza latinoamericana analoga è raccontata in L’ospedale psichiatrico di San Luis.

«In questa società siamo tutti schiavi del serpente.»

Marcelo Rodríguez Ceberio

110.000
persone internate in Italia in base alla legge del 1904
1.200
persone internate a Trieste quando Basaglia ne assume la direzione, nel 1971
7
centri di salute mentale di quartiere creati a Trieste
40.000
abitanti serviti da ciascun centro

Da Gorizia a Trieste

L’ospedale psichiatrico di San Giovanni non si distingueva granché, né per struttura né per metodologia, da ciò che sono oggi gli ospedali neuropsichiatrici Borda o Moyano.

È così che il processo di deistituzionalizzazione psichiatrica prende avvio come movimento critico nei confronti della psichiatria tradizionale, intorno al 1961, quando Franco Basaglia, insieme a un gruppo di giovani medici, sviluppa una prassi conforme ai principi della comunità terapeutica nella città di Gorizia, esperienza che si protrarrà fino al 1968, anno in cui Basaglia chiede l’apertura del manicomio e riceve il rifiuto dell’amministrazione; per questo si dimette insieme alla sua équipe, denunciando che le persone ricoverate restavano internate perché non esistevano le condizioni economiche per vivere fuori dal manicomio.

L’Italia contava circa 110.000 persone internate in base a una legge del 1904, con la quale perdevano, tra l’altro, i diritti civili ed erano sottoposte a un regime di oppressione caratteristico della struttura istituzionale.

Il gioco si dialettizza rompendo con il sistema di ordine gerarchico e piramidale, producendo un’orizzontalità dei ruoli e la loro conseguente de-rigidificazione; il tutto a partire da un punto di vista socio-politico-economico in cui emergono l’emarginazione e l’esclusione sociale tra la comunità e la persona internata in manicomio; in cui si osserva che la classe maggioritaria del manicomio è la più debole, e che l’uso del sapere tecnico-scientifico, tradotto in potere, sostiene in questo modo il sistema.

Questi atti si trovano così rivestiti di un fenomeno che segna tutta l’Europa: il Maggio francese del 1968, che in Italia ha una particolare ripercussione nei movimenti operai; compenetrati nella nuova politica sanitaria, questi sostengono le varianti di approccio alla follia messe in atto fino a quel momento e l’ideologia che ne consegue.

Franco Basaglia assume la direzione del manicomio di San Giovanni, a Trieste, nel 1971; la popolazione internata era a quell’epoca di circa 1.200 persone…

Tra le prime azioni si presenta un programma che delinea «la nuova strutturazione dell’assistenza psichiatrica secondo i principi di prevenzione, cura e post-cura», e si mette in vigore la legge 431, che prevede, per ogni 125 persone internate, un medico «primario», un «aiuto primario», un medico assistente, una figura di assistenza sociale e una di psicologia.

Comincia così a delinearsi un processo complesso che si potrebbe chiamare «uno spazio di transizione», popolato di messe in discussione, riformulazioni e nuove definizioni, il cui obiettivo finale sarebbe la deistituzionalizzazione psichiatrica.

Di matti, di schiavi, di etichette, di ruoli

Arrivano a Trieste giovani medici che svolgono la loro formazione in questa esperienza rivoluzionaria; arrivano come borsisti, insieme a persone in formazione e professionisti provenienti da diverse parti del mondo e dalla stessa Italia, che ricoprono il ruolo di volontari (i concurrentes).

La proposta è fare, muovendosi in un’ideologia progressista, rompendo le strutture tradizionali e puntando a obiettivi chiari. In questa prospettiva si intraprende un lavoro di decentramento dell’attività che si concentrava nel manicomio. Si cominciano a fare visite domiciliari, in cui si conosceva la vita e la storia della persona: se aveva genitori, figli, una vita di coppia, amicizie; insomma, tutto ciò che poteva rappresentare il suo mondo.

Uno dei risultati, forse il più importante, è l’umanizzazione del ruolo. Il personale infermieristico di lunga data, cronicizzato dal codice dell’istituzione, racconta che il proprio atteggiamento (a partire dal proprio ruolo) è cambiato notevolmente nel momento in cui ha riconosciuto nella persona assistita non più soltanto un’etichetta «nel miglior stile della nosografia psichiatrica», ma ciò che c’era dietro quell’etichetta: l’essere umano che sentiva, che pensava e che possedeva un mondo pieno di vissuti.

Da questo fatto semplice e complesso si produce una svolta notevole nel rapporto tra personale infermieristico e persone assistite: le distanze si sono ridotte, una verticalità declina, le mani si uniscono, l’affetto comincia a intravedersi.

Così non cambia soltanto il ruolo della persona assistita: anche il ruolo infermieristico viene rivalutato. Non più come lo si considerava, ridotto al semplice compito di assistere il medico, destinato a somministrare i farmaci, a lavare i malati o a dare ordini alle persone ricoverate; ma a partire dal fatto che è il personale infermieristico a essere in contatto permanente con le persone internate, e che la sua esperienza deve essere valorizzata attraverso il dialogo nelle riunioni quotidiane d’équipe (assistenza sociale, infermieristica, medicina e psicologia), dove si produce una dialettica orizzontale.

Le soglie dell’emarginazione

I muri del vecchio manicomio cominciano a cedere ed esso diventa una comunità aperta, in cui le persone internate hanno ormai lo status di «ospiti». Parallelamente si svolge presso la popolazione un lavoro intensivo di riformulazione del concetto di follia e della sua associazione con la pericolosità.

Spettacoli teatrali, mostre, recital o concerti vengono realizzati da persone ormai uscite dall’internamento e, con un effetto «a pendolo», la società osserva, sia nel proprio ambito sia sulla scena del manicomio, le esibizioni dei membri dei laboratori artistici dell’ex ospedale psichiatrico. Contemporaneamente, la politica e i mezzi di comunicazione diffondono denunce e critiche dell’istituzione manicomiale e della sua metodologia, definendo i metodi impiegati violenti e generatori di violenza.

Fatti come il decentramento stesso portano a un rapporto più stretto tra la popolazione e le équipe del manicomio, che, avendo esse stesse cambiato il proprio sguardo sulla follia, producono immancabilmente cambiamenti nel loro ambiente. È così che le famiglie cominciano a farsi carico delle persone malate, generando a poco a poco, a partire dal particolare, il processo generale di reinserimento sociale.

Partire dai bisogni della persona assistita: questo è il tema; capire di che cosa ha bisogno l’essere umano per funzionare socialmente, per poter recuperare il proprio valore nella società e ricostituire la propria dignità (valori perduti con l’ingresso in ospedale psichiatrico), e così amalgamarsi di nuovo nel tessuto sociale.

Nel vecchio manicomio le persone internate svolgevano lavori di pulizia, cucina e lavanderia senza ricevere alcuna retribuzione; questa mansione si è trasformata in un lavoro stabile, con orari stabiliti e la relativa paga. In seguito si crea un sistema di sussidio «di salute» grazie al quale ogni persona ha, sul piano economico, la possibilità di entrare nell’apparato produttivo attraverso il proprio ruolo di consumatrice o consumatore, e di generare a partire da questa possibilità uno scambio sociale. Si costituisce inoltre una cooperativa in cui si riuniscono persone che erano state internate e in cui si svolgono diversi mestieri che permettono, al di là del beneficio economico, di recuperare un’identità all’interno della struttura sociale.

Da pazienti a utenti

La semantica rende già conto dell’orizzontalità della relazione: si smette di usare il termine paziente per usare «utente», che significa chi usa, dal latino uto, usare; un termine impiegato per designare la persona che utilizza un servizio, e non chi aspetta di essere preso in carico.

Per queste persone, proseguendo il processo di reinserimento, si crea una rete di «gruppi appartamento» (a partire dal 1975 circa), per risolvere il problema dell’alloggio; e quasi contemporaneamente si costituiscono centri di salute mentale (sette fino a oggi), ciascuno dei quali copre un determinato perimetro della provincia.

Considerando che Trieste conta 300.000 abitanti, ogni centro di salute lavorerebbe con una popolazione di circa 40.000 persone.

I centri sono case comuni, situate in quartieri centrali e periferici; ciascuno dispone di sette o otto letti per ricoveri d’urgenza, di personale che ruota in servizio permanente ventiquattr’ore su ventiquattro e di una «trattoria» che dipende dal centro, dove pranzano e cenano ogni giorno circa sessanta persone.

L’équipe è composta da 4 medici, 25 membri del personale infermieristico, 2 figure di assistenza sociale e un gruppo di volontari a rotazione.

Ogni giorno si tiene una riunione d’équipe in cui si discutono modalità di lavoro, attività, ecc., e ogni settimana una riunione generale a cui partecipano le équipe di ciascuno dei servizi.

La maggior parte dell’attività si svolge fuori dai centri, mantenendo la struttura decentrata dell’assistenza.

Nel 1978 viene presentato al parlamento italiano il progetto della legge 180, che abroga la vecchia legge del 1904. Questa legge stabilisce:

1

Niente più ricoveri in ospedale psichiatrico

È vietato il ricovero di pazienti negli ospedali psichiatrici: costruire manicomi non ha quindi più senso, e si promuove l’abolizione di quelli già esistenti.

2

Un programma sanitario per regione

Ogni regione italiana deve attuare un programma sanitario che favorisca il reinserimento sociale.

3

Una rete di servizi

La costruzione di una rete di servizi di salute mentale in ogni regione.

4

Il ripristino dei diritti civili

Il recupero dei diritti civili che l’internamento faceva perdere.

5

Follia e pericolosità separate

La rottura, nel codice italiano, dell’associazione tra follia e pericolosità.

6

Fine delle leggi repressive

L’abolizione delle leggi di repressione dell’internamento psichiatrico.

Oggi

Franco Basaglia muore nel 1980, «paradossalmente» per un tumore al cervello. Assume la direzione Franco Rotelli, che prosegue il movimento fino a oggi; vi si incoraggiano la messa in discussione e la critica permanenti dei ruoli esercitati, rendendo possibile la loro non rigidità e non stereotipia (che sarebbero invece la caratteristica del ruolo nell’istituzione).

Come funziona oggi una giornata di lavoro, a partire dall’arrivo di una persona?

La persona può presentarsi al pronto soccorso psichiatrico dell’ospedale generale; dopo una presa in carico immediata, viene indirizzata al centro di salute mentale che le corrisponde in base alla residenza. Lì, nel dialogo con l’équipe, si stabilisce il grado di gravità e quindi la durata del ricovero (ricordiamo che si tratta di ricoveri d’urgenza). Da quel momento si prescrive la forma di assistenza e l’équipe comincia a intervenire in modo interdisciplinare.

Si effettuano visite domiciliari (che la persona abbia o no una famiglia), il servizio sociale regola in prospettiva la possibilità di un sussidio (se la persona non è in grado di lavorare) e, nel caso di un lavoro, cercherà di trovarle un posto tramite la cooperativa, oltre a un alloggio. Parallelamente, al centro si lavora con lei: si impara a conoscere il suo sentire, la sua storia, si ascoltano i suoi bisogni, mirando sempre a consolidare il compito di reinserimento e reintegrazione nella società.

Da ricordare

Il cambio di parola fa parte del dispositivo: la persona non è più «paziente» ma utente: qualcuno che si serve di un servizio e non qualcuno che attende di essere preso in carico. Questo spostamento semantico poggia su supporti molto concreti (lavoro retribuito, sussidio, cooperativa, gruppi appartamento, centri di quartiere aperti ventiquattr’ore su ventiquattro), senza i quali l’uscita dal manicomio resterebbe una parola.

Epilogo

Un racconto orientale narra la storia di un uomo che viveva alle prese con un serpente. Un giorno, mentre il nostro uomo dormiva, il serpente, scivolando nella sua bocca socchiusa, andò a sistemarsi nel suo stomaco e da lì cominciò a dettare la propria volontà a quel disgraziato, che divenne così suo schiavo. L’uomo era alla mercé del serpente: non era padrone dei propri atti finché, un bel giorno, tornò a sentirsi libero: il serpente se n’era andato. Ma all’improvviso si accorse che non sapeva che cosa fare della sua libertà.

«Per tutto il tempo in cui il serpente aveva mantenuto su di lui un dominio assoluto, l’uomo si era abituato a sottomettere completamente la propria volontà, i propri desideri e i propri impulsi alla volontà, ai desideri e agli impulsi del serpente, e per questo aveva perso la volontà di desiderare, di volere e di agire in modo autonomo… Al posto della libertà trovava solo il vuoto… ma con la partenza del serpente aveva perso la nuova essenza acquisita durante la prigionia», e gli fu necessario soltanto imparare a riconquistare, a poco a poco, il contenuto precedente e umano della propria vita.

L’analogia tra questa favola e la condizione istituzionale del malato mentale è sorprendente: sembra illustrare in forma di parabola l’incorporazione, da parte del malato mentale, di un nemico che lo distrugge con lo stesso arbitrio e la stessa violenza con cui il serpente della favola soggioga e distrugge l’uomo. Ma il nostro incontro con il malato mentale ci ha dimostrato, inoltre, che in questa società «siamo tutti schiavi del serpente», e che se non cerchiamo di distruggerlo o di vomitarlo, verrà il momento in cui non potremo mai più recuperare il senso umano della nostra vita.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «Italia y el proceso de desinstitucionalización psiquiátrica ¿La libertad es terapéutica?», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 1, 1988). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Rodríguez Ceberio, M. (2022). L’Italie et le processus de désinstitutionnalisation psychiatrique. La liberté est-elle thérapeutique ? (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/l-italie-et-le-processus-de-desinstitutionnalisation-psychiatrique-la-liberte-est-elle-therapeutique (Opera originale pubblicata nel 1988 in Perspectivas Sistémicas, n. 1, 1988; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/20/italia-y-el-proceso-de-desinstitucionalizacion-psiquiatrica-la-libertad-es-terapeutica/)

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