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Red Sistémica · Migrazione
Chi emigra oggi non recide più i legami: tiene insieme due lingue, due culture e due paesi. Celia Falicov descrive che cosa diventa la famiglia in questo spazio transnazionale — le separazioni e i ricongiungimenti, la diade tra la madre e la prole da cui vive separata, un’acculturazione che non è più lineare — e apre il dibattito sui rischi e sulla resilienza di queste relazioni a distanza.
«Le famiglie transnazionali non sono uguali a quelle che condividono la propria vita in situ. Costituiscono, in un certo senso, un nuovo tipo di famiglia, che pone sfide tanto teoriche quanto terapeutiche.»
Celia Falicov
Presentazione della rivista
Celia Falicov è emigrata dall’Argentina negli Stati Uniti, dove si è distinta per i suoi lavori sui temi della migrazione e delle trasformazioni della famiglia. Ha scritto numerosi articoli sulle variazioni culturali e la famiglia, sulle transizioni del ciclo di vita e sulla formazione in terapia familiare. Ha curato due volumi: Cultural Perspectives in Family Therapy (Aspen, 1983) e Transiciones de la Familia: Continuidad y Cambio en el Ciclo de Vida (Amorrortu, 1990). È autrice del libro Latino Families in Therapy: A Guide to Multicultural Practice (Guilford, 1998). Ha pubblicato l’articolo «Migrazione, perdita ambigua e rituali» in Perspectivas Sistémicas n. 69, novembre-febbraio 2000/2001. Ha ricevuto riconoscimenti da diverse organizzazioni accademiche per questi contributi alla teoria e alla pratica della terapia familiare.
In epigrafe all’articolo
«… I limiti e le possibilità della globalizzazione hanno toccato tutti i paesi del mondo. Grandi numeri di persone si spostano da un paese all’altro, da una città all’altra, e dalla campagna alla città. Le migrazioni hanno contribuito all’emergere di nuove forme di famiglia, le famiglie transnazionali, che vivono letteralmente da una parte e dall’altra, frammentate, subendo svantaggi, ma anche vantaggi, sia per i membri della famiglia che partono sia per quelli che restano nel paese d’origine. Questi ultimi, migranti per proprietà transitiva, spesso si rivolgono a un consulto, ma poiché non sono partiti non menzionano necessariamente le perdite; di conseguenza, chi fa terapia non pensa spesso che i sintomi presentati possano essere legati ai cambiamenti provocati dalla partenza di persone care. Una famiglia in cui un figlio, una sorella o un nipote è partito per un paese lontano, in cui la quotidianità risulta alterata, rientra — per alcune parti della famiglia nucleare o per la famiglia trigenerazionale — nella definizione di famiglia transculturale…»
La migrazione è un’esperienza che non appartiene soltanto a chi lascia il proprio paese natale. Tra i protagonisti toccati dalla «saga migratoria» figurano le persone che restano, quelle che partono e quelle che vanno e vengono. Si potrebbero aggiungere anche i familiari partiti prima, che attendono nel paese ospitante; e perfino i membri della cultura che accoglie, che devono fare i conti con l’arrivo di persone migranti. Tutti insieme formano un sistema interconnesso che somiglia sempre più a una famiglia «a distanza». Una narrazione migratoria deve necessariamente prestare attenzione alla complessa interazione tra tutti questi attori così come si svolge nel momento presente, più che soffermarsi soltanto su come erano le cose quando la persona migrante ha lasciato la propria casa.
Per i nostri scopi, la prima questione da considerare sono le separazioni, fonte di stress, e i ricongiungimenti, gioiosi ma anch’essi stressanti. Possono implicare il lasciarsi alle spalle le generazioni più anziane e il prodursi di separazioni nel cuore stesso della famiglia nucleare: per esempio quando il padre parte per primo e la madre si riorganizza in una famiglia monoparentale, o quando è la madre a partire e la prole resta affidata a madri sostitute, o ancora quando una figlia o un figlio, o più d’uno, partono per raggiungere i genitori. Osservando questa totalità in movimento, si vede che non si tratta semplicemente di una sola persona o di una sola famiglia isolata che emigra, ma piuttosto di un gruppo numeroso che, pur diviso tra più paesi, mantiene in modi diversi una connessione regolare e significativa.
A differenza delle migrazioni di altre epoche, le persone migranti di oggi possono essere pensate come «transnazionali», perché mantengono molteplici connessioni con i propri paesi e le proprie famiglie d’origine, servendosi delle moderne tecnologie della comunicazione: telefono, posta elettronica, invii di denaro e di altri beni.
Nell’ambito dei dilemmi e della sofferenza umana, si osserva che i problemi o i sintomi che seguono l’emigrazione possono comparire in uno qualsiasi dei membri della famiglia, in uno qualsiasi dei paesi; e che possono insorgere al momento della partenza, in seguito, oppure al momento del ricongiungimento dei membri separati.
Anche le modalità della migrazione sono cambiate. In passato, l’immigrazione verso gli Stati Uniti nelle famiglie migranti povere seguiva questo schema: l’uomo partiva per primo e, una volta sistemato, la moglie e i figli lo raggiungevano nel nuovo paese. Questo movimento per tappe si è modificato oggi, con l’aumento delle opportunità di lavoro per le donne. Molte di loro emigrano da sole, lasciando la prole nel paese d’origine e ricongiungendosi con essa anni dopo.
Se la caratteristica del transnazionalismo è vivere in due luoghi ed estendere e collegare un ampio campo sociale, un esempio tipico di transnazionalismo è la disconnessione o la connessione tra paesi che si gioca nella diade madre-prole separata. Il costo per la vita familiare può essere molto rilevante, e tornerò sui rischi e sulla resilienza di queste relazioni a distanza; prima, però, è necessario fare alcune considerazioni generali sulle implicazioni del «transnazionalismo», in contrapposizione al concetto tradizionale di «migrazione», per il lavoro terapeutico con le popolazioni migranti e la loro discendenza.
La teoria dell’acculturazione partiva dal presupposto di un’eventuale assimilazione come obiettivo della migrazione in una società pluralista. La maggior parte di chi faceva terapia ha considerato il processo come lineare. In realtà, l’acculturazione attuale è molto più imprevedibile.
Nel caso delle persone che arrivano negli Stati Uniti, il fatto che sempre meno di esse abbandonino la propria lingua fa sì che conoscere l’inglese non equivalga più a diventare statunitensi. Le persone «transnazionali», inoltre, si tengono informate su ciò che accade nelle proprie nazioni e vi ritornano tutte le volte che possono. Non idealizzano né svalutano i propri paesi come facevano i loro nonni. Portano anche gli Stati Uniti nei loro paesi latinoamericani, importandovi idee e merci nuove, talvolta a scapito delle proprie popolazioni (le bande o maras ne sono un esempio).
Appartenere a due culture o essere bilingue non dipende più dall’aver vissuto molti anni in un paese, poiché la lingua e i valori possono manifestarsi e alternarsi a seconda del contesto. Possono esserci cambiamenti anche per quanto riguarda l’identità della seconda generazione, poiché il conflitto generazionale tende a diminuire con la creazione di una casa ibrida, in cui i genitori non si mettono sulla difensiva riguardo alla propria cultura e la prole rispetta la cultura d’origine dei genitori, così come è rappresentata in quella famiglia.
Una scena
«All’inizio di quest’anno ho assistito alla festa di compleanno di Elián González, nella città di Cárdenas, a Cuba. In realtà non ero invitata ai suoi nove anni. Mi trovavo per caso a Cuba in quel momento e ho potuto vedere centinaia di nonne unirsi a Fidel Castro per regalare a Elián la torta di compleanno più grande che io abbia mai visto. Era come se tutta Cuba fosse una nonna. Forse ricorderete che il caso di Elián González suscitò un furore internazionale quando il bambino fu trovato che galleggiava, come un Mosè moderno, su una camera d’aria nell’Oceano Atlantico. Era l’unico sopravvissuto di una traversata clandestina in cui sua madre, insieme ad altre persone, si era lanciata per fuggire da Cuba a Miami. Quando fu portato in quella città, i parenti per parte di madre, emigrati negli Stati Uniti vent’anni prima, vollero adottarlo; mentre il padre biologico e due nonne, rimasti a Cuba, ne reclamavano il ritorno.»
Il conflitto tra le due parti della famiglia, e il simbolismo legato al luogo di appartenenza del bambino, nazionale ed emotiva, furono esasperati dal fatto che la comunità cubana emigrata a Miami non può tornare nel proprio paese e sviluppa perciò un grande dolore continuo, che la spinge ad aggrapparsi a qualsiasi frammento di Cuba riesca a conservare — in questo caso un bambino. Questa divisione storica e politica tra la Piccola Avana di Miami e l’Avana vera amplifica senza dubbio la disputa familiare. Tuttavia, dilemmi simili sull’appartenenza compaiono, in modo meno pubblico o drammatico, tra i problemi che la clinica incontra nelle famiglie transnazionali che si separano e si ritrovano.
Un tempo le persone migranti spesso recidevano i legami familiari e perdevano gradualmente la propria lingua e la propria cultura nel processo di assimilazione. Al contrario, quelle dei nostri giorni sono chiamate «nuovi migranti» o «transmigranti», poiché sono in grado di sostenere due lingue e due culture nazionali. I loro contatti sociali e familiari e la loro lingua spesso restano vivi e continuano a evolvere, talvolta per tutta la vita. Tuttavia, le famiglie transnazionali non sono uguali a quelle che condividono la propria vita in situ. Costituiscono, in un certo senso, un nuovo tipo di famiglia, che pone sfide tanto teoriche quanto terapeutiche (Falicov, 2007).
L’intento di questo lavoro è aprire il dibattito sui rischi e sulla capacità di resilienza di questo tipo di relazioni a distanza, e suggerire modi di concettualizzare le separazioni e i ricongiungimenti, in particolare tra le madri e la loro prole, che possano essere utili per la prevenzione e per gli interventi. Le considerazioni si baseranno principalmente sul lavoro con persone emigrate per ragioni economiche verso l’ovest degli Stati Uniti. Alcune generalizzazioni possono tuttavia applicarsi ad altri contesti. Ogni volta che sarà possibile si farà riferimento all’emigrazione forzata, dovuta a guerre o a persecuzioni politiche, poiché anche questi casi comportano la dispersione delle famiglie.
Osserviamo per un momento le ragioni per cui alcuni genitori si separano dalla propria prole…
Chi è Celia Falicov
(*) Celia Jaes Falicov: dottorato in psicologia. Clinical Professor presso il Dipartimento di psichiatria dell’Università della California a San Diego. Vicepresidente del consiglio direttivo della rivista Family Process. Presidente (1999-2001) dell’AFTA, l’American Family Therapy Academy. Visiting Professor alla Tavistock Clinic di Londra, 2001-2003. Consulente scientifica all’estero di Perspectivas Sistémicas.
Traduzione in spagnolo: Virginia Sbuttoni.
Un estratto
Red Sistémica pubblica online soltanto un frammento di questo articolo: il testo integrale è apparso nel numero speciale n. 94/95 della rivista Perspectivas Sistémicas. La nostra traduzione riprende l’intero frammento pubblicato online, e nulla di più; il seguito del testo, che doveva esporre i motivi della separazione, non ci è accessibile. Leggi il frammento originale in spagnolo.
Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale, condotta sull’originale spagnolo «La familia transnacional: Un nuevo y valiente tipo de familia», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, numero speciale n. 94/95, 2007). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Falicov, C. (2022). La famille transnationale. Un nouveau et courageux type de famille (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-famille-transnationale-un-nouveau-et-courageux-type-de-famille (Opera originale pubblicata nel 2007 in Perspectivas Sistémicas, numero speciale n. 94/95, 2007; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/01/la-familia-transnacional-un-nuevo-y-valiente-tipo-de-familia/)
Per approfondire
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