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Journal of Solution-Focused Brief Therapy · Pratica clinica

Lavoro di gruppo centrato sulla soluzione in carcere

Un carcere svedese, una sezione per uomini condannati per reati sessuali che negano i fatti e una consegna della direzione: «fare qualcosa», in un gruppo aperto, alla presenza di un agente penitenziario. Britta Severin, assistente sociale e terapeuta familiare, racconta il programma che ha inventato nel 2000 e che ha chiamato «Sessioni in gruppo» per chiarire che non si trattava di una terapia. Quattro detenuti, mezz’ora ciascuno, gli altri ascoltano. La domanda del miracolo, dapprima bloccata da «mura troppo spesse», poi un uomo che risponde: «Mi sveglio con un bacio del buongiorno della mia bambina». Un altro che si colloca a meno uno sulla scala e che, seduta dopo seduta, guarda la televisione, studia, ascolta audiocassette. Un terzo che scopre di non aver mai picchiato il suo migliore amico. Anche gli agenti cambiano il loro modo di parlare. Un testo sul campo, senza statistiche, su ciò che la speranza può fare nel luogo meno fatto per lei.

Autrice Britta Severin, assistente sociale e terapeuta familiare, Servizio penitenziario e di probation svedesePrima pubblicazione Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 1, n. 1, luglio 2014, articolo 3, pp. 1-10Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Solution-Focused Group Work in Prison, di Britta Severin, pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy (2014), oggi Journal of Solution Focused Practices, doi: 10.59874/001c.75122, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. L’abstract e alcune righe della prima pagina, stampati nel PDF con un carattere dalla codifica difettosa, sono stati riletti sulla pagina renderizzata. Una versione precedente di questo lavoro è stata presentata dall’autrice al congresso della European Brief Therapy Association a Dublino, nel settembre 2001. I riquadri intitolati «Complexe Systémique» sono nostri, non dell’autrice. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Fare un lavoro centrato sulla soluzione in carcere, un contesto molto normativo, è una sfida. La richiesta del carcere era chiara: condurre un programma di gruppo centrato sulla soluzione con detenuti condannati per reati sessuali — «negatori» — in un gruppo aperto. La domanda del miracolo, le scale, le eccezioni e i compiti si sono rivelati utili per individuare e compiere piccoli passi durante la detenzione, piccoli passi che avvicinavano i clienti ai loro obiettivi, che si trovano sempre fuori dalle mura del carcere.

Mi è stato chiesto di condurre un programma di gruppo centrato sulla soluzione in un carcere, in una sezione per detenuti condannati per reati sessuali contro persone adulte. I detenuti mi erano stati presentati come «negatori» ed erano stati condannati ad almeno un anno di reclusione. Le condizioni del programma erano che si trattasse di un gruppo aperto e, per la mia sicurezza, che un agente penitenziario fosse presente a ogni seduta, con agenti diversi a seconda dei turni. Mi era stato chiesto di condurre il programma più volte alla settimana, ma ci accordammo che una volta alla settimana sarebbe bastata. Non dovevo fare terapia, dovevo condurre un programma centrato sulla soluzione, cioè «fare qualcosa». A parte questo, ero libera di dare al programma la forma che preferivo.

Storia e progettazione del progetto

Quando mi fu chiesto di condurre il programma, nel 2000, non c’era molta letteratura sul lavoro centrato sulla soluzione con i gruppi, tanto meno in carcere o con autori di reati sessuali. Lindforss e Magnusson (1997) condussero in Svezia uno studio sulla terapia centrata sulla soluzione in carcere. Era uno studio controllato randomizzato. I detenuti avevano alti tassi di recidiva e un grave abuso di sostanze. Lo studio mostrò chiaramente una riduzione della recidiva nel gruppo sperimentale, che aveva ricevuto la SFBT. Lindforss e Magnusson stimarono che il gruppo di controllo era costato 2,7 milioni di corone svedesi in più in spese carcerarie rispetto al gruppo sperimentale durante l’anno di follow-up. Ma lo studio si basava sulla terapia individuale, non sul lavoro di gruppo. Il Plumas Project (Uken & Sebold, 1996), un programma di gruppo sulla violenza domestica centrato sulla soluzione e orientato agli obiettivi, in California (Stati Uniti), mostrò ottimi risultati. Si utilizzava il colloquio individuale in un setting di gruppo. Il gruppo si riuniva per un’ora, per otto sedute. Mi colpì la sua semplicità. Tuttavia non era stato applicato in carcere né con un gruppo aperto. Fui influenzata anche dalla profonda convinzione di Jenkins che il cambiamento sia possibile (Jenkins, 1990). Jenkins lavora con autori di violenza e di abusi sessuali ed è incredibilmente attento al minimo segnale di responsabilità e del fatto che il cliente desidera un cambiamento.

Nel progettare il programma mi sono basata sull’idea di Steve de Shazer di fare le cose nel modo più semplice possibile, sui principi di base della terapia centrata sulla soluzione (Berg, 1991; Berg and Miller, 1992; DeJong & Berg, 1997; de Shazer, 1988, 1991) e sulle mie idee. Ho scelto di condurre un colloquio separato con ciascun partecipante del gruppo, come nel Plumas Project, e di lavorare sull’obiettivo personale di ognuno. Il programma fu chiamato «Sessioni in gruppo», per indicare chiaramente che non si trattava di una terapia di gruppo. Ero abituata a fare lavoro centrato sulla soluzione con persone autrici di reato (Berg & Dolan, 2001, pp. 75-78) e mi sono appoggiata alla mia esperienza di lavoro centrato sulla soluzione all’interno del Servizio nazionale penitenziario e di probation. Ero convinta che il modello possa facilitare il cambiamento nei clienti inviati su mandato (Uken et al., 1996), perfino nei clienti in carcere (Lindforss et al., 1997). Per tutta la durata del progetto ho condiviso le mie idee con colleghe e colleghi, tra cui Insoo Kim Berg. Ho continuato a fare tutto ciò che funzionava. Quello che ho fatto è stato un lavoro pionieristico.

Il progetto ha portato a una mia presentazione congiunta — su suggerimento di Insoo — con Adriana Uken, del Plumas Project, su «Working Successfully with Mandated Clients» al congresso EBTA di Cardiff nel 2002.

Un programma ufficiale

Trattandosi di un programma ufficiale, avevo bisogno di un obiettivo dichiarato, e dovevo trovarne uno che la direzione del carcere, i detenuti e io potessimo accettare. Era anche un modo per creare una cornice al programma. Decisi di dire: «Vengo in questo gruppo per lavorare con ciascuno di voi e ridurre il rischio che finiate di nuovo in carcere». È così che iniziavo la conversazione con il gruppo, e lo ripetevo ogni volta che arrivava un nuovo partecipante.

Struttura delle sedute

Ho scelto di lavorare con un gruppo di quattro, perché sembrava un numero gestibile. Era anche una richiesta dei partecipanti che i membri non fossero troppi. Lavoravo individualmente con ciascuno dei partecipanti, mentre il resto del gruppo e l’agente penitenziario ascoltavano. Ogni colloquio durava circa mezz’ora a persona. Non c’era un tema specifico per ogni seduta. Facevo le stesse domande centrate sulla soluzione che faccio ai clienti in qualsiasi contesto. Usavo la domanda del miracolo e le scale, cercavo le eccezioni e a volte davo compiti. Poiché era un gruppo aperto, nuovi clienti si univano continuamente al programma. Nella prima seduta di ogni cliente facevo la domanda del miracolo. Dalla seconda seduta in poi chiedevo: «Che cosa è andato meglio dall’ultima volta che ci siamo visti?». Scrivevo su grandi fogli che attaccavo al muro, perché tutti potessero vederli. Alla fine della seduta facevo una breve dichiarazione conclusiva per ciascuno. Dopo la primissima seduta, uno dei clienti disse: «Queste piccole conversazioni fanno bene. Ho la sensazione che sia l’inizio di qualcosa di nuovo».

Poter influire

Essere in carcere significa che ci sono moltissime cose su cui non si può influire. Per introdurre il pensiero di poter influire e fare scelte, chiedevo ai clienti come mai avessero deciso di partecipare al programma. Un cliente, in carcere per la prima volta, era molto turbato per essere stato condannato a due anni di reclusione e anche per essere stato denunciato dalla moglie. Era preoccupato di non poter veder crescere i suoi due figli. Gli chiesi: «Come mai ha deciso di partecipare al programma?». Disse che ci aveva riflettuto e che era venuto per discutere di che cosa sarebbe stato meglio per i suoi figli. Doveva vederli durante la detenzione? Come poteva mettersi in contatto con loro? Un paio di sedute dopo, disse di essere giunto alla conclusione che doveva impegnarsi a dare ai bambini un’immagine positiva della madre: dopotutto, avrebbero continuato a vivere con lei.

La domanda del miracolo e le scale

Era fondamentale collegare i piccoli atti della vita in carcere ai sogni del cliente, che si trovano sempre dall’altra parte delle mura. Usare domande orientate al futuro e scale si rivelò utilissimo. I clienti mi raccontavano i loro sogni e desideri, ed erano come i sogni di chiunque altro: riavere contatti con i figli, rivedere i figli, riconquistare il rispetto della famiglia, stare meglio, avere un lavoro, studiare, ecc. Chi aveva figli aveva obiettivi legati ai figli. La mia esperienza precedente nell’uso della domanda del miracolo in carcere era che fosse estremamente difficile ottenere risposte: era come se le mura del carcere fossero troppo spesse! Nella prima seduta usai un’altra domanda orientata al futuro. Uno dei clienti disse: «Ah, intende se succedesse un miracolo?». Da quel momento usai la domanda del miracolo.

Un cliente aveva trascorso gran parte della sua vita in istituzioni. La sua risposta alla domanda del miracolo fu: «Mi sveglio con un bacio del buongiorno della mia bambina. Ci sono per mia moglie. Ci sono per i miei figli. Sono un padre per i miei figli». Avrebbe anche un lavoro e un reddito, e non ci sarebbe droga nella sua vita. In effetti c’era stato un periodo più breve in cui aveva avuto un lavoro e le cose erano andate piuttosto bene. Disse che riprendere i contatti con i figli sarebbe stato il primo passo. Non li vedeva da più di un anno.

Su una scala da 1 a 10, dove 10 indicava il momento in cui la vita era come lui voleva che fosse e 1 il momento in cui andava peggio, si collocava a 7. Un paio di settimane prima era a 2. Gli chiesi che cosa avesse fatto per arrivare fino a 7. Disse che aveva riflettuto e aveva capito che c’erano cose su cui non poteva influire, e che era riuscito a lasciarle andare. Aveva anche pensato che c’erano altre cose su cui poteva influire, e aveva cominciato a fare di più quelle cose. Aveva chiamato il suo avvocato e i servizi sociali per chiedere quale sarebbe stato il primo passo per rivedere i figli. Aveva continuato a lavorare su ciò che doveva fare e alla fine era arrivato al punto in cui gli era effettivamente permesso di telefonare ai figli. Ora non sapeva che cosa dire loro ed era preoccupato per le loro domande. Temeva di mettersi a parlare di quanto fosse terribile per lui stare in carcere, e non voleva che lo sentissero. Così quello che fece fu sedersi a pensare a che cosa sarebbe stato meglio per i figli, e poi si scrisse un promemoria: «Chiedere ai bambini della scuola, chiedere ai bambini degli amici, chiedere ai bambini quali attività fanno». Quest’uomo, che si considerava estremamente impulsivo, era riuscito a sedersi e a fare progetti. Aveva telefonato ai figli ed era riuscito a fare esattamente ciò che aveva pianificato.

Piccoli passi

Per avvicinarci ai nostri obiettivi, abbiamo bisogno di fare piccoli passi. Un cliente si sentiva estremamente maltrattato, e si sentiva così da parecchio tempo. Riteneva ingiusta la sua condanna ed era impegnato a scrivere ai giornali e a fare ricorso in tribunale per ottenere un nuovo processo. Su una scala da 1 a 10, dove 10 indicava il momento in cui la vita era come lui voleva che fosse e 1 il momento in cui andava peggio, si collocava a -1. Dopo aver riconosciuto le sue difficoltà, gli chiesi come avrebbe capito di essere appena un po’ più in alto sulla scala. Disse che forse avrebbe guardato un po’ di televisione. Nella seduta successiva le cose andavano un po’ meglio. Ci raccontò di aver fatto altre cose oltre a rimuginare. Aveva guardato lo sport in televisione, aveva studiato un po’ e aveva cominciato a socializzare un po’ di più. Nella seduta seguente era a 4 sulla stessa scala. Ci raccontò che aveva in cella cinque audiocassette sul pensiero positivo e che ne aveva già ascoltate due. Un paio di clienti gli chiesero se potevano farsele prestare.

Eccezioni e compiti

Cercare le eccezioni era ovviamente essenziale. «Magari questo mi aprirà gli occhi», disse un cliente quando gli chiesi quale sarebbe stato per lui il segnale che valeva la pena partecipare al programma. Nelle prime sedute non fu molto collaborativo, ma continuò a venire. Un giorno disse che alcune cose gli avevano «aperto gli occhi», che gli avevo dato l’opportunità di pensare in modo alternativo dicendo: «Se Lei dovesse…». Disse che ciò che lo spaventava davvero era che un giorno non sarebbe riuscito a smettere di picchiare quando veniva provocato e che avrebbe finito per uccidere qualcuno. Gli chiesi se si fosse mai sentito provocato senza però picchiare la persona. Mi guardò e disse: «Qui dentro o là fuori?». Risposi: «Qui dentro o là fuori». «Non ho mai picchiato il mio migliore amico», disse.

Un altro membro del gruppo gli ricordò che qualche giorno prima era stato provocato da un altro detenuto e che non aveva fatto nulla. Chiesi: «Che cosa ha fatto?». Disse che se n’era andato. Chiesi: «Che cosa l’ha spinta ad andarsene?». Rispose: «Pensavo: “Non ne vale la pena, devo comportarmi bene”. Pensavo ai miei genitori e al fatto che devo comportarmi bene per avere la possibilità di essere trasferito in un carcere più vicino alla mia famiglia, così potrebbero venire a trovarmi». Disse che era un modo di pensare assolutamente nuovo per lui, che era capace di controllarsi. Alla fine della seduta gli fu dato un compito. Gli dissi: «Da qui alla prossima volta vorrei che notasse, con molta attenzione, le occasioni in cui avrebbe potuto essere provocato a picchiare qualcuno ma ha fatto qualcos’altro. Voglio anche che osservi che cosa fa invece». Nella seduta successiva descrisse altre eccezioni. E aggiunse che il carcere era un luogo eccellente per esercitarsi: c’erano moltissime occasioni in cui le persone si provocavano a vicenda. E continuò a esercitarsi a pensare. Dopo un po’ disse che si era esercitato così tante volte che era diventata un’abitudine e che non si irritava più. Gli chiesi che cosa facesse invece. Rispose che era impegnato a fare progetti per il suo futuro. L’agente penitenziario presente quel giorno disse di aver notato delle differenze nelle ultime settimane. Il cliente era molto più calmo nella sezione, trascorreva più tempo in cella e non era più coinvolto in litigi.

I partecipanti del gruppo

Il gruppo si rivelò eterogeneo sotto molti aspetti. Poiché le carceri in generale erano sovraffollate, in questa sezione c’erano detenuti condannati per altri reati, per esempio violenza domestica e aggressione, e anche loro si unirono al gruppo. Alcuni clienti erano in carcere per la prima volta nella loro vita, altri erano stati condannati 30-40 volte; alcuni erano appena arrivati dalla custodia cautelare, altri erano nella sezione da parecchio tempo; alcuni facevano uso di droghe, altri avevano un problema con l’alcol; alcuni erano svedesi di nascita, altri no.

Costruire la collaborazione con i clienti

Questi uomini erano detenuti per quelli che la maggior parte delle persone considera crimini spregevoli. Il loro status è basso anche in carcere. Era fondamentale trattarli con rispetto per costruire la collaborazione. Occorre mettere da parte i propri pregiudizi e scoprire che cosa è importante per il cliente, vedere e rivolgersi alla persona, non al problema. Come in qualsiasi altro contesto, era importante incontrare i clienti là dove si trovavano. Alcuni si sentivano estremamente offesi e maltrattati. Era importante riconoscerli nelle loro difficoltà. I loro obiettivi riguardavano la vita fuori dal carcere, perciò ero curiosa delle loro vite, delle loro famiglie, dei loro figli, dei loro interessi, del paese da cui venivano, ecc. Nel corso delle sedute facevo loro complimenti ogni volta che era possibile.

Costruire la collaborazione con il personale

L’amministrazione penitenziaria ci ha sostenuto per tutto il tempo. Costruire la collaborazione con gli agenti penitenziari era importante. Erano loro a inviare i clienti. Prima di avviare il programma, ho incontrato il personale per mezza giornata per presentare l’approccio centrato sulla soluzione. Ogni volta che andavo in carcere passavo dalla sezione, per avere l’occasione di incontrare il personale di turno e salutare tutti in modo informale. Il personale discuteva i nuovi invii e i nuovi detenuti potevano farmi domande sul programma. Come descrivono Lindforss e Magnusson (1997), condurre un progetto in un carcere ha effetti collaterali, fa la differenza per il personale. Gli agenti penitenziari mi dissero che il programma li aveva influenzati. Assistere alle sedute aveva insegnato loro a parlare ai clienti in un modo diverso. Notavano cambiamenti tra una seduta e l’altra e scoprivano lati nuovi dei clienti. Provavano anche cose nuove in prima persona. Un agente aveva notato che i detenuti riflettevano molto tra una seduta e l’altra. Aveva anche sentito alcuni clienti, nella sezione, parlare dei loro figli, cosa che non aveva mai sentito prima. Un altro aveva notato che un cliente, che nella sezione aveva un atteggiamento molto duro, sapeva anche essere sensibile e riflessivo. Un cliente che stava passando un periodo davvero difficile disse in una seduta che per lui il momento peggiore della giornata era dopo la chiusura delle celle per la notte. L’agente presente a quella seduta bussò di notte alla porta della cella di questo detenuto e parlarono. Un membro del personale si offrì di fare da interprete, cambiando perfino il proprio turno, per permettere a un detenuto di partecipare al programma.

Valutazione

Il programma di gruppo era un programma ufficiale e dovevo riferire alla direzione se il programma facesse una qualche differenza per i clienti. Chiesi una valutazione individuale scritta alla quinta seduta e all’ultima. Nella valutazione della quinta seduta c’erano quattro domande:

  • «Su una scala da 1 a 10, dove 10 significa che “Sessioni in gruppo” mi è stato utile e 1 che è stato assolutamente inutile. Dove si colloca?
  • Ciò che ho fatto io stesso e di cui sono soddisfatto.
  • Ciò che ha fatto la facilitatrice e di cui sono soddisfatto.
  • Altre riflessioni.

Nella valutazione dell’ultima seduta c’erano cinque domande:

  • «Su una scala da 1 a 10, dove 10 significa che “Sessioni in gruppo” mi è stato utile e 1 che è stato assolutamente inutile. Dove si colloca?
  • Ciò che ho fatto io stesso e di cui sono soddisfatto.
  • Ciò che ha fatto la facilitatrice e di cui sono soddisfatto.
  • Ciò che porto con me dalle sedute e che mi sarà utile in futuro.
  • Vantaggi delle sedute di gruppo rispetto alle sedute individuali.

I clienti si collocarono più in alto sulla scala nella seduta finale che nella quinta. Molti si collocarono a 8, 9 e 10 nella seduta finale. I clienti scrissero, per esempio: «Ho capito quanto è importante parlare con qualcuno quando mi blocco e pensare prima di fare le cose», «Ho deciso di cambiare vita», «Mi sono calmato. Ho imparato a pensare prima di agire» e «Ho imparato a controllarmi».

Molti clienti scrissero che le domande poste dalla facilitatrice erano state utili, per esempio: «La facilitatrice faceva molte domande, domande che mi facevano pensare», «le domande mi hanno fatto pensare a cose a cui non avevo mai pensato prima», «le tante domande mi hanno fatto pensare al passato, al presente e al futuro», «le domande mi hanno fatto pensare e ho capito che ci sono modi alternativi di reagire, queste sedute mi hanno reso più calmo» e «la facilitatrice mi faceva pensare, le sue domande mi facevano pensare, è il metodo socratico».

I clienti scrissero anche, per esempio, che il programma li aveva aiutati a capire che potevano influire sulla propria vita, che parlare del futuro era stato utile e che la loro speranza in un futuro migliore era aumentata. Scrissero inoltre che era stato utile parlare dei propri problemi e che ascoltare i problemi e i passi avanti degli altri aveva dato loro nuove prospettive.

Vantaggi di condurre il programma in gruppo / processo di gruppo

Devo ammettere che all’inizio avrei preferito vedere i clienti individualmente, non in gruppo, e tanto meno in un gruppo aperto. Ma era questo che l’amministrazione penitenziaria aveva deciso. Mi resi presto conto che condurre il programma in gruppo aveva dei vantaggi. I clienti ascoltavano con molta attenzione ciò che dicevano gli altri partecipanti. Ascoltavano anche le mie domande e le applicavano alla propria vita. I clienti dicevano che, quando facevo domande ad altri clienti, cominciavano a pensare alle proprie scale e a ciò che per loro era andato meglio. I partecipanti interagivano tra loro e cercavano di aiutarsi a vicenda. Un cliente chiese: «Vuoi sentire che cosa ho fatto per avvicinarmi a rivedere i miei figli?». Tenevano anche d’occhio le eccezioni degli altri clienti e i loro progressi; per esempio, un cliente disse: «Ho notato che questa settimana sei stato molto più calmo». E si prendevano cura gli uni degli altri. Un cliente disse a un altro che era preoccupato per lui, perché prendeva molti tranquillanti (prescritti dal medico), e gli disse: «Se vai in giro come un sonnambulo, come farai mai a raggiungere i tuoi obiettivi?». Il cliente tornò alla seduta successiva più sveglio, dicendo di aver ridotto i farmaci. Altri due clienti dissero di aver ridotto anche loro i farmaci. I partecipanti del gruppo scrissero nella valutazione che ascoltare i problemi e i passi avanti degli altri partecipanti aveva dato loro nuove prospettive. Anche Lee et al. (2003) descrivono i vantaggi di condurre il loro progetto in gruppo e del processo interattivo di gruppo. Sharry (2001) affronta molti aspetti del lavoro di gruppo in Solution-Focused Groupwork.

Lavorare con autori di reati sessuali — «negatori» — in carcere

Il gruppo di clienti che ha partecipato al programma non è considerato molto motivato. I clienti erano stati condannati per violenza domestica, aggressione e reati sessuali. Quelli che erano autori di reati sessuali erano inoltre «negatori». Alcuni di questi clienti si sentivano estremamente offesi e feriti, perché nessuno credeva loro. Rimuginavano e rimuginavano. Per poter costruire la collaborazione era estremamente importante riconoscerli nelle loro difficoltà! Le conversazioni centrate sulla soluzione offrono un modo rispettoso di costruire la collaborazione senza confrontarsi. Macdonald (2007) afferma che diversi studi mostrano che la terapia centrata sulla soluzione è efficace con persone autrici di reato e altri clienti difficili da trattare, forse perché è collaborativa.

Contesti difficili

Un carcere non è l’ambiente che più ispira speranza. È molto normativo. Ci sono moltissime regole. Gli agenti penitenziari — e i detenuti — vedono molti tornare dopo aver commesso nuovi reati. I detenuti devono presentare domanda per quasi tutto. E passano molto tempo ad aspettare le risposte. Anche solo infondere la speranza che il cambiamento sia possibile è una sfida, sia nei detenuti sia negli agenti. Il programma veniva offerto ai detenuti. La decisione di partecipare spettava a loro. Un partecipante del gruppo disse: «Partecipare al programma è stato importante per me. Credo che sia la prima volta, da quando sono arrivato in carcere, che una mia domanda non viene respinta».

La fine del progetto

Il programma è durato un anno e mezzo. 22 detenuti sono stati inviati al programma. Tre di loro erano invii inappropriati. Uno pensava che potessi aiutarlo a ottenere un permesso — cosa che non potevo fare; uno pensava che potessi influire sul suo trasferimento in un altro carcere — cosa che non potevo fare; e uno non voleva partecipare a un gruppo. Un cliente è venuto due volte ed è stato poi trasferito in un altro carcere. 18 detenuti hanno partecipato almeno quattro volte. Il programma si è concluso perché l’Amministrazione nazionale penitenziaria e di probation aveva deciso che questo gruppo di detenuti sarebbe stato trasferito in altri carceri, dove li attendevano altri programmi. Inoltre, mi è stato chiesto di supervisionare due gruppi di agenti penitenziari e di lavorare individualmente con clienti condannati per violenza (Severin, 2008).

Complexe Systémique: che cosa tenere a mente

Nessun dato, o quasi: diciotto uomini, un’autovalutazione, una durata. Ciò che questo testo offre sta altrove, nella precisione delle sue scelte di cornice. Un nome, «Sessioni in gruppo», perché nessuno lo scambi per una terapia. Un obiettivo che si può enunciare davanti alla direzione, ai detenuti e a se stessa. Colloqui individuali davanti agli altri, il che fa del gruppo un pubblico e non una macchina da confronto. E il rifiuto ostinato di lavorare sul reato, anche con chi lo nega, a favore di ciò che si trova sempre «dall’altra parte delle mura del carcere». Chi legge con occhio sistemico riconoscerà la logica del contesto: è la cornice a rendere possibili le domande, e gli agenti che cambiano sono il segno che è stato toccato il sistema, non solo il detenuto. Da leggere insieme a Blundo sulla supervisione nella tutela dei minori, un altro luogo di costrizione, a Perché lavorare con gli autori di reati sessuali e a Perry, Alexander e Hemmington sulla speranza sotto costrizione.

Bibliografia

Berg, I. K. (1991). Family Preservation: A Brief Therapy Workbook. London: BT Press.

Berg, I. K. & Miller, S. (1992). Working with the Problem Drinker: A Solution-Focused Approach. New York: W. W. Norton & Co.

Berg, I. K. & Dolan, Y. (2001). Tales of Solutions: A Collection of Hope-inspiring Stories. New York: W. W. Norton & Co.

DeJong, P. & Berg, I. K. (1997). Interviewing for Solutions. San Francisco, CA: Brooks/Cole.

de Shazer, S. (1988). Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy. New York: W. W. Norton & Co.

de Shazer, S. (1991). Putting Difference to Work. New York: W. W. Norton & Co.

Jenkins, A. (1990). Invitations to Responsibility: The Therapeutic Engagement of Men who are Violent and Abusive. Adelaide, Australia: Dulwich Centre Publications.

Lee, M. Y., Sebold, J. & Uken, A. (2003). Solution-Focused Treatment of Domestic Violence Offenders. New York: Oxford University Press.

Lindforss, L. & Magnusson D. (1997). Solution-Focused therapy in prison. Contemporary Family Therapy, 19(1), 89–104.

Macdonald, A. (2007). Solution-Focused Therapy: Theory, Research & Practice. London: Sage.

Severin, B. (2008). Nu vet jag hur jag ska göra, inte bara hur jag inte ska göra: Lösningsfokuserat arbete med våldsbenägna klienter. (“Now I know how to do, not only how not to do: Solution-Focused work with clients with a history of violent behavior”). Socionomen, 8, 14-18. (a Swedish journal for social workers).

Sharry, J. (2001). Solution-Focused Groupwork. London: Sage.

Uken, A. & Sebold, J. (1996). The Plumas project: A Solution-Focused goal-directed domestic violence diversion program. Journal of Collaborative Therapies, 4, 10–17.

L’autrice

Britta Severin has vast experience doing Solution-Focused therapy within the correctional system with clients with a history of violence. For nine years, she worked in prison with inmates sentenced for violent crimes, individually and in groups, and for more than twenty years she worked as a probation officer, working both with probationers and parolees. Currently, she is employed as a therapist by the correctional care at an outpatient clinic for alcohol and drug abuse. Most of her clients are on probation or parole, often sentenced for violence. She has also been training and supervising for many years. Email: bseverin@bredband.net

Articolo originale Solution-Focused Group Work in Prison, di Britta Severin, pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 1, n. 1 (2014), articolo 3, pp. 1-10, doi: 10.59874/001c.75122, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo dell’autrice è stato tradotto in italiano e l’impaginazione è stata adattata alla lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Solution-Focused Group Work in Prison», pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy (2014) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Severin, B. (2014). Solution-Focused Group Work in Prison. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/solution-focused-group-work-in-prison (Opera originale pubblicata nel 2014 in Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 1, n. 1 (2014), articolo 3, p. 1-10; ripubblicata nel 2014 da Journal of Solution-Focused Brief Therapy, https://journalsfp.org/article/75122)

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