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Child & Family Social Work · Servizio sociale

Dare senso alla resistenza genitoriale nelle relazioni involontarie di tutela minorile: la prospettiva di chi vi lavora

Quando i genitori resistono ai servizi di tutela minorile, come lo comprendono le équipe che lavorano con loro? In Norvegia, Heidi Aarum Hansen e Tina Gerdts-Andresen hanno intervistato 11 figure professionali di prima linea. La loro lettura: la resistenza nasce dalla paura, dall’esperienza di esclusione e da servizi che non hanno tempo per la relazione. Si produce nell’incontro tanto quanto nei genitori.

Autrici Heidi Aarum Hansen (Faculty of Health, Welfare and Organisation, Østfold University College, Halden) e Tina Gerdts-Andresen (Department of Social Work, Child Welfare and Social Policy, Faculty of Social Sciences, Oslo Metropolitan University), NorvegiaPrima pubblicazione Child & Family Social Work, 31 agosto 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Making Sense of Parental Resistance in Involuntary Child Welfare Relationships: Child Welfare Workers' Perspectives, di Heidi Aarum Hansen e Tina Gerdts-Andresen, pubblicato in Child & Family Social Work (Wiley) (2026), doi: 10.1111/cfs.70272, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né dalle autrici né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

I risultati suggeriscono che la resistenza genitoriale andrebbe intesa al tempo stesso come una risposta relazionale e come un esito sistemico.

Heidi Aarum Hansen e Tina Gerdts-Andresen

Abstract

Questo studio esplora il modo in cui il personale dei servizi di tutela minorile dà senso alle relazioni involontarie in questo ambito. Sulla base di interviste qualitative con 11 figure professionali di prima linea dei servizi norvegesi di tutela minorile, lo studio ricorre all’analisi tematica riflessiva per esaminare come queste persone interpretino la resistenza genitoriale alla luce delle dinamiche relazionali, emotive e strutturali della pratica di tutela. L’analisi individua tre temi interconnessi: (1) l’esperienza di insicurezza dei genitori, (2) i vissuti di alienazione e (3) le condizioni organizzative della pratica relazionale. Attingendo a prospettive teoriche sul riconoscimento relazionale e sul vincolo strutturale negli incontri professionali di tutela minorile, lo studio mette in luce come la resistenza non sia semplicemente il prodotto di un’opposizione individuale, ma emerga all’interno di relazioni professionali asimmetriche, spesso involontarie, segnate da una discrezionalità limitata, da esigenze procedurali e da pressioni organizzative. Il personale della tutela riflette su come i vincoli di tempo e gli adempimenti amministrativi ostacolino la sua capacità di costruire fiducia e di avviare un dialogo significativo, rafforzando spesso dinamiche transazionali. I risultati suggeriscono che la resistenza genitoriale andrebbe intesa al tempo stesso come una risposta relazionale e come un esito sistemico. Lo studio contribuisce al dibattito sulla discrezionalità professionale, sulla pratica relazionale e sugli approcci partecipativi, mostrando come la resistenza genitoriale diventi intelligibile per il personale della tutela minorile all’intersezione tra vulnerabilità relazionale, autorità professionale e vincolo organizzativo.

1 Introduzione

I servizi di tutela minorile (CWS, dall’inglese child welfare services) operano in un contesto articolato, plasmato da mandati giuridici, norme istituzionali e aspettative sociali in materia di protezione dell’infanzia e di genitorialità (Fauske et al. 2017; Ferguson et al. 2020). In Norvegia i CWS sono disciplinati dalla legge sulla tutela dei minori e organizzati a livello comunale; il loro personale opera con un doppio mandato: sostenere le famiglie e, al tempo stesso, esercitare un’autorità di legge per salvaguardare il benessere di bambine e bambini, anche avviando misure coercitive quando necessario (Fauske et al. 2017; Hansen et al. 2024). Il mandato principale dei CWS è salvaguardare lo sviluppo e il benessere dei minori, spesso attraverso interventi in cui si ritiene che i genitori non siano in grado di garantire cure o protezione adeguate (Fauske et al. 2017). Sebbene la collaborazione con le famiglie sia un ideale della pratica di tutela minorile, molti interventi si svolgono nell’ambito di relazioni involontarie, nelle quali i genitori sono tenuti a confrontarsi con i servizi nonostante il loro disaccordo o la loro riluttanza (Ferguson et al. 2020). Queste interazioni sono spesso segnate da tensioni relazionali, e i genitori possono esprimere resistenza in forme che vanno dal ritiro e dall’evitamento fino all’aperta ostilità (Turney 2012).

Il concetto di resistenza nella tutela minorile è sfaccettato e privo di una definizione unitaria. Diversi studi descrivono le famiglie che contestano gli interventi di tutela con termini come «altamente resistenti» (Fauth et al. 2010), «ostili» (Robson et al. 2014), «ad alta conflittualità» (Sudland 2019) o «utenti involontari» (Turney 2012). In questo studio, «relazioni involontarie» indica il contesto normativo in cui i genitori sono tenuti a confrontarsi con i CWS nonostante disaccordo, riluttanza o resistenza (Hansen et al. 2024; Smith et al. 2012; Turney 2012). Questo concetto sottolinea le asimmetrie di potere insite in tali relazioni, in cui il personale della tutela detiene sia l’autorità giuridica sia un potere discrezionale su decisioni che incidono in modo rilevante sulla vita familiare (Hansen et al. 2024; Smith et al. 2012). Sebbene gli interventi dei CWS siano formalmente fondati sull’interesse superiore del minore, la ricerca mostra che i genitori vivono spesso gli incontri con il servizio come emotivamente angoscianti, segnati da sentimenti di paura, rabbia e impotenza, soprattutto quando gli aspetti relazionali e procedurali sono percepiti come irrispettosi o poco chiari (Tembo and Studsrød 2018).

Ricerche precedenti hanno documentato diverse espressioni di resistenza negli incontri di tutela minorile, plasmate da fattori relazionali, emotivi e sistemici (Ferguson et al. 2020; Hunt et al. 2016). La resistenza può manifestarsi attraverso una comunicazione scarsa o ambivalente (Robson et al. 2014; Sudland 2019), minacce o aggressività (Littlechild 2005; Hunt et al. 2016), strategie di evitamento (Turney 2012) o reclami formali (Littlechild 2005). La ricerca suggerisce inoltre che il comportamento professionale e lo stile comunicativo possono plasmare attivamente la resistenza incontrata, facendo dell’interazione stessa tra assistente sociale e genitore un luogo di dinamiche di escalation o di de-escalation (Forrester et al. 2012). Platt (2012) sostiene analogamente che sia fattori interni sia condizioni esterne, tra cui la natura dell’intervento e la qualità relazionale della pratica di servizio sociale, plasmano il coinvolgimento dei genitori. La ricerca norvegese ha descritto come gli incontri conflittuali di tutela minorile possano diventare particolarmente complessi e impegnativi sul piano professionale, segnati da definizioni poco chiare, escalation emotiva e incertezza istituzionale (Heggdalsvik et al. 2022). Heggdalsvik et al. (2022) sostengono che il carattere indeterminato di tali incontri può costituire un ostacolo all’azione, in cui sia i bisogni dei minori sia le responsabilità professionali rischiano di essere oscurati dal conflitto stesso. Tensioni analoghe emergono nella ricerca sui servizi di preservazione familiare, dove assistenti sociali descrivono la fatica di bilanciare le esigenze procedurali con il lavoro relazionale necessario per coinvolgere le famiglie (Steens et al. 2018). Le asimmetrie di potere sono centrali in questi incontri, poiché al personale della tutela si chiede di fornire aiuto esercitando al tempo stesso un’autorità e un controllo di legge. La ricerca sulle relazioni tra genitori e figure professionali nella tutela minorile mostra che il potere non è soltanto inscritto nell’autorità decisionale formale, ma viene anche agito e negoziato nelle interazioni quotidiane tra genitori e figure professionali (Bundy-Fazioli et al. 2009; Saar-Heiman 2023). Questa letteratura mostra come gli ideali collaborativi e fondati sulla relazione possano essere complicati dall’esperienza dei genitori di essere valutati, controllati o insufficientemente coinvolti nelle decisioni che riguardano la loro vita familiare (Maiter et al. 2006). Studi recenti sugli incontri dei genitori con i CWS norvegesi hanno analogamente collegato sfiducia e paura ai processi di valutazione, all’incertezza relazionale e al doppio mandato del servizio, che aiuta e controlla, compresa la sua facoltà di avviare misure coercitive (Hansen et al. 2024; Page et al. 2025; Terrefe 2023, 2024). Queste osservazioni sottolineano la necessità di esaminare come il personale della tutela stesso dia senso alla resistenza genitoriale nelle relazioni involontarie di tutela minorile. Sebbene ricerche precedenti abbiano affrontato le espressioni della resistenza e le condizioni relazionali e organizzative che plasmano le risposte professionali (Ferguson et al. 2020; Hansen et al. 2024), è stata dedicata scarsa attenzione ai processi di costruzione di senso attraverso cui chi lavora in prima linea comprende perché la resistenza emerga e come si mantenga. Lo scopo di questo studio è quindi esplorare come il personale della tutela minorile dia senso alla resistenza genitoriale nelle relazioni involontarie di tutela minorile.

1.1 Quadro concettuale: riconoscimento relazionale e vincolo strutturale

Per esplorare come la resistenza venga compresa e vissuta negli incontri professionali di tutela minorile, lo studio si avvale di prospettive teoriche che affrontano sia le dinamiche relazionali sia le condizioni istituzionali. La distinzione di Buber (1970) tra relazioni Io-Tu e Io-Esso offre una lente teorica per esplorare come la natura delle interazioni professionali nei CWS possa contribuire alla resistenza genitoriale o attenuarla. La sua filosofia dialogica sottolinea che le relazioni non sono semplici scambi funzionali, ma incontri etici in cui riconoscere l’altro come soggetto è essenziale per un coinvolgimento significativo (Buber 1970; Friedman 2003). Nelle relazioni Io-Tu, le persone entrano in un dialogo autentico e riconoscono l’altro come soggetto dotato di una dignità e di una capacità di agire proprie. Questa interazione favorisce fiducia, apertura e riconoscimento, creando condizioni in cui la resistenza può ridursi (Buber 1970). Al contrario, le relazioni Io-Esso si producono quando l’altro viene trattato come un oggetto da valutare, gestire o controllare all’interno di sistemi burocratici come quello della tutela minorile. Questa distinzione è particolarmente pertinente negli incontri di tutela previsti dalla legge, in cui i genitori sono invitati a collaborare mentre sono sottoposti a valutazione professionale, documentazione e possibile intervento coercitivo. In tali contesti, la qualità relazionale dell’incontro può determinare se i genitori percepiscano la figura professionale come qualcuno che riconosce il loro punto di vista o soprattutto come qualcuno che li valuta e li controlla (Buber 1970; Ruch 2005; Turney 2012). Gli incontri professionali rischiano di diventare procedurali anziché relazionali, potenzialmente aggravando la resistenza genitoriale invece di attenuarla (Smith et al. 2012). La filosofia di Buber (1970) è già stata applicata al servizio sociale per esaminare come le asimmetrie di potere influenzino le interazioni tra servizi e persone assistite (Ruch 2005). Nel servizio sociale fondato sulla relazione, le interazioni transazionali anziché dialogiche sono state analogamente associate a una minore capacità di agire e a minori possibilità di cooperazione (Ruch 2005; Turney 2012). Nel contesto della tutela minorile, dove le famiglie spesso si sentono già scrutate o costrette, la presenza o l’assenza di riconoscimento reciproco può influire in modo significativo sulla loro disponibilità a coinvolgersi con i servizi (Ferguson et al. 2020).

Se il quadro dialogico di Buber (1970) sottolinea la qualità relazionale degli incontri professionali, la teoria della burocrazia di strada (street-level bureaucracy) di Lipsky (2010) mette in luce le condizioni strutturali che plasmano queste interazioni. Il personale della tutela, che opera con carichi di casi elevati e sotto vincoli burocratici, può faticare a instaurare autentiche relazioni Io-Tu a causa della pressione del tempo e delle esigenze amministrative. Queste difficoltà strutturali portano spesso a interazioni guidate dall’adempimento, che rafforzano le dinamiche transazionali e radicano ulteriormente la resistenza (Hupe and Hill 2007). Lette insieme, la filosofia dialogica di Buber e la teoria della burocrazia di strada di Lipsky permettono di esaminare la resistenza genitoriale come prodotta relazionalmente e al tempo stesso condizionata istituzionalmente. Buber richiama l’attenzione su come i genitori possano vivere riconoscimento o reificazione negli incontri professionali (Buber 1970), mentre Lipsky aiuta a spiegare come i vincoli organizzativi possano limitare il tempo e la continuità richiesti dalla pratica dialogica (Lipsky 2010). Molander et al. (2012) chiariscono inoltre come una discrezionalità professionale ristretta possa ridurre lo spazio per un coinvolgimento personalizzato e relazionale. In questo modo, gli incontri relazionali nella pratica di tutela prevista dalla legge possono essere intesi come plasmati dalle esigenze organizzative. Viceversa, i vincoli organizzativi vengono vissuti attraverso interazioni concrete tra genitori e personale della tutela. Questa tensione tra ideali relazionali e realtà burocratiche è centrale per comprendere la resistenza genitoriale nei contesti di tutela minorile, poiché una discrezionalità professionale limitata lascia poco spazio a un coinvolgimento personalizzato e relazionale che potrebbe costruire fiducia (Molander et al. 2012).

2 Metodo

Questo studio qualitativo fa parte di un progetto di ricerca più ampio che esamina le relazioni involontarie nella pratica di tutela minorile. Per rispondere allo scopo specifico di esplorare come il personale della tutela minorile dia senso alla resistenza genitoriale nelle relazioni involontarie, lo studio è stato condotto come studio qualitativo basato su interviste. È stato concepito per raccogliere resoconti approfonditi delle esperienze professionali di questo personale con la resistenza genitoriale in contesti di pratica involontaria.

2.1 Partecipanti e reclutamento

Le persone partecipanti sono state reclutate a partire da un campione intenzionale di uffici di tutela minorile in Norvegia. Gli inviti sono stati inviati a servizi selezionati in base alla loro diversità geografica e alle loro dimensioni, e si è chiesto a chi coordinava le équipe di inoltrarli al personale in possesso dei requisiti. Per partecipare era necessario avere esperienza di casi con resistenza genitoriale. In totale, 11 figure professionali della tutela minorile, provenienti da sei uffici diversi, si sono offerte volontariamente per interviste individuali semistrutturate. Il campione comprendeva cinque donne e sei uomini di età compresa tra 28 e 63 anni, con un’esperienza professionale nei CWS nella gestione dei casi che andava da 2 a oltre 20 anni. Inoltre, diverse persone partecipanti avevano maturato esperienze in ambiti affini, come comunità per minori, servizi di salute mentale o lavoro di strada, prima di entrare nel servizio di tutela minorile. Tutte erano in possesso di una laurea triennale in servizio sociale, e diverse avevano conseguito ulteriori qualifiche, tra cui una formazione di livello magistrale. Le persone partecipanti costituivano un campione eterogeneo per età, genere, percorso ed esperienza, offrendo prospettive variegate su come chi esercita queste professioni dia senso alla resistenza genitoriale nel lavoro con le famiglie.

2.2 Raccolta dei dati

I dati sono stati raccolti mediante interviste individuali semistrutturate condotte da membri del gruppo di ricerca. È stata elaborata una traccia di intervista esplorativa, composta da poche domande ampie e aperte volte a suscitare le riflessioni delle persone partecipanti sulle loro esperienze professionali. La traccia invitava il personale della tutela a descrivere situazioni in cui aveva incontrato resistenza genitoriale, a riflettere sulle circostanze che influenzavano gli atteggiamenti dei genitori, a discutere gli approcci professionali adottati e a individuare altri fattori che plasmavano la collaborazione con le famiglie. Il formato dell’intervista consentiva domande di approfondimento ed elaborazioni tematiche a partire dalle risposte delle persone partecipanti. Tutte le interviste sono state audioregistrate previo consenso informato e trascritte integralmente, per garantire l’accuratezza e preservare la ricchezza del materiale per l’analisi successiva.

2.3 Analisi dei dati

Le interviste trascritte sono state analizzate mediante analisi tematica riflessiva, seguendo il modello in sei fasi di Braun e Clarke (2021). Inizialmente, le ricercatrici si sono familiarizzate con i dati in modo indipendente, leggendo attentamente le trascrizioni più volte. A questa fase di lettura indipendente è seguita la generazione sistematica di codici preliminari per cogliere le riflessioni e le interpretazioni del personale della tutela sulle ragioni sottostanti alla resistenza genitoriale. Dopo il processo di codifica indipendente, le autrici hanno esaminato, discusso e affinato insieme questi codici iniziali. I codici simili sono stati raggruppati e organizzati in categorie preliminari attraverso diversi cicli di analisi iterativa. Queste categorie preliminari sono state poi confrontate tra le interviste e affinate in temi più ampi, esaminando come si collegassero alla costruzione complessiva di senso del personale della tutela riguardo alla resistenza genitoriale. Questo approccio iterativo ha facilitato l’individuazione di schemi ricorrenti e significativi nelle interviste. Le ricercatrici hanno inoltre intrattenuto un dialogo riflessivo per considerare come i loro percorsi professionali potessero influenzare le loro interpretazioni. Nel corso del processo analitico, i codici relativi alle descrizioni di genitori che si sentivano valutati, osservati, giudicati, insicuri e impotenti sono stati riuniti perché indicavano uno schema comune di insicurezza. I codici relativi alle descrizioni di genitori che si sentivano esclusi, diffidenti, colpevolizzati, spaventati o segnati da precedenti esperienze negative sono stati raggruppati come espressioni di alienazione. Infine, i codici relativi alla mancanza di tempo, alla guida e alla supervisione professionali limitate, all’assenza di una riflessione strutturata e al divario tra competenza e capacità sono stati riuniti perché riflettevano condizioni organizzative che plasmano la pratica relazionale. I temi finali sono stati selezionati in base alla loro ricorrenza, alla loro pertinenza analitica e alla loro capacità di cogliere aspetti diversi del modo in cui il personale della tutela dà senso alla resistenza genitoriale nelle relazioni involontarie di tutela minorile. Questo processo ha portato a tre temi principali: (1) l’esperienza di insicurezza dei genitori, (2) l’esperienza dei genitori di sentirsi alienati e (3) le condizioni organizzative della pratica relazionale. I temi sono presentati come risultati fondati empiricamente, prima di essere discussi alla luce del quadro concettuale dello studio.

2.4 Considerazioni etiche

Lo studio ha rispettato le linee guida etiche del Comitato nazionale per l’etica della ricerca nelle scienze sociali e umane (NESH) e ha ricevuto un’approvazione formale (Sikt; riferimento n. 656471). Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti prima delle interviste, garantendo loro la riservatezza e il diritto di ritirarsi in qualsiasi momento. Particolare attenzione è stata dedicata alla protezione delle informazioni sensibili relative a terzi durante la raccolta dei dati, la trascrizione e l’analisi. Data la possibilità di riflessioni a forte carica emotiva, chi conduceva le interviste è stato attento al benessere delle persone partecipanti per tutto il processo e si è impegnato affinché le interviste si svolgessero in modo rispettoso e non invasivo.

3 Risultati

Questo studio offre uno sguardo su come il personale della tutela minorile dia senso alla resistenza genitoriale nelle relazioni involontarie di tutela minorile. Anziché considerare la resistenza come un fenomeno unico, i risultati rivelano una serie di fattori sottostanti che plasmano il modo in cui viene compresa nei resoconti del personale della tutela. In questo studio, la resistenza emerge come un intreccio complesso di caratteristiche relazionali, emotive e strutturali. Le sezioni seguenti presentano i temi principali individuati nell’analisi:

3.1 L’esperienza di insicurezza dei genitori

Attraverso l’analisi tematica, l’insicurezza genitoriale è emersa come un tema centrale nel modo in cui il personale della tutela minorile comprende e interpreta la resistenza nelle relazioni involontarie. Questo tema coglie il modo in cui tale personale comprendeva la resistenza in relazione alle esperienze dei genitori di essere valutati, osservati e giudicati; all’incertezza sull’uso che si sarebbe potuto fare delle informazioni; ai sentimenti di impotenza; e a precedenti incontri con il sistema di tutela minorile. In questo tema, la resistenza è descritta anzitutto come una risposta emotiva e relazionale alla paura, all’imprevedibilità e alla vulnerabilità percepita negli incontri con i CWS. In tutte le interviste, il personale della tutela ha descritto come paura e incertezza fossero centrali nel modo in cui i genitori reagivano al contatto con i CWS. Molte delle persone intervistate lo collegavano al potere e al controllo che esse stesse rappresentano, e al fatto che i genitori vedevano spesso il servizio di tutela non come un’istanza di aiuto, ma come un’istanza di controllo. Sebbene ciò rifletta il doppio mandato del servizio di tutela minorile, il personale lo descriveva qui come una fonte di insicurezza genitoriale che plasmava l’interazione fin dall’inizio:

L’equilibrio tra aiuto e controllo può essere difficile. Da una parte dovresti dare sostegno e dall’altra esercitare un controllo [...] Questo può frenare la persona che stai cercando di aiutare, perché si concentra soprattutto sull’aspetto del controllo.

Diverse figure professionali hanno riflettuto su come il doppio mandato – offrire aiuto detenendo al tempo stesso un’autorità formale – crei tensione nella costruzione delle relazioni. Hanno descritto come questa tensione potesse rendere i genitori più inclini a rispondere con scetticismo, sulla difensiva o con distacco in situazioni già cariche sul piano emotivo.

Il senso di insicurezza è stato descritto anche come legato all’esperienza di essere valutati. Diverse persone intervistate hanno sottolineato come i genitori si sentissero spesso osservati e valutati da estranei con potere decisionale, cosa vissuta come invasiva. Una di loro ha riassunto così questa esperienza:

C’è qualcosa nel trovarsi davanti a gente che non conosci e che ti osserverà e ti valuterà. Si sentono come se fossero sotto esame [...] e fanno capire chiaramente che la nostra presenza non gli piace.

Questa percezione di essere scrutati da estranei dotati di potere decisionale è stata descritta come un fattore che contribuiva al ritiro emotivo e alla riluttanza a coinvolgersi. Il personale della tutela la interpretava come una forma di autoprotezione, radicata nell’incertezza sull’uso che si sarebbe potuto fare delle informazioni e sulle conseguenze che ne sarebbero potute derivare.

Il personale della tutela intendeva l’insicurezza anche come strettamente legata all’imprevedibilità che i genitori affrontano durante un’indagine. Diverse persone hanno descritto come i genitori, di fronte all’imprevedibilità della situazione e all’incertezza su ciò che sarebbe accaduto o su come sarebbero stati giudicati, diventassero cauti o si sottraessero al contatto. Come ha spiegato una di loro:

Hanno paura e sono riservati, perché dire troppo potrebbe essere usato contro di loro. La fiducia nella relazione non c’è [...] per molti la paura delle situazioni sconosciute è una cosa che hanno dentro.

Diverse figure professionali hanno descritto questa forma di cautela non come una reazione isolata, ma come parte di un quadro più ampio in cui i genitori erano già alle prese con difficoltà importanti nella vita quotidiana. Queste difficoltà, suggerivano, potevano amplificare ulteriormente il senso di insicurezza dei genitori. Una persona intervistata ha descritto come alcune famiglie affrontassero difficoltà sia dentro sia fuori casa:

Tante relazioni andate male [...] le cose erano complicate in casa, e fuori casa erano difficili [...] non c’era nessun ambito che fosse, come dire, gestito in modo costruttivo [...] o hanno paura, o sono frustrati, o sono arrabbiati. Oppure sono molto incerti su cosa dire o su cosa dovrebbero dire […].

Altre figure professionali hanno fatto osservazioni simili, notando che l’incertezza dei genitori non riguarda soltanto le loro interazioni con i CWS, ma riflette anche un senso più ampio di impotenza nella loro vita. Descrivono come, quando i genitori si sentono sopraffatti dalle circostanze e privi di controllo sul modo in cui vengono percepiti, ciò possa rafforzare la loro riluttanza a confrontarsi con i CWS. Alcune spiegano inoltre che i genitori possono adottare strategie di autoprotezione in risposta a questa insicurezza, come limitare ciò che le figure professionali possono vedere della loro vita.

Il personale della tutela ha inoltre evidenziato come le precedenti esperienze dei genitori con il sistema di tutela minorile potessero influenzare il loro senso di insicurezza negli incontri attuali. Diverse persone hanno descritto come genitori che da bambini avevano avuto a che fare con i CWS potessero portare con sé ricordi emotivi o esperienze irrisolte che condizionavano il loro grado di fiducia. Secondo questi racconti, tali esperienze passate contribuivano a un atteggiamento scettico o difensivo nelle nuove situazioni:

Una famiglia si era trasferita qui, e aveva avuto varie esperienze con i servizi di tutela del posto da cui veniva, buone e cattive. C’era tanta resistenza [...], e tutto è crollato. Forse il nostro approccio era l’opposto di quello che si aspettavano […] Credo che la paura c’entrasse; spesso c’è paura e scetticismo.

Questa citazione illustra una preoccupazione emersa in più interviste: che un contatto precedente con i CWS, da bambini o in interventi passati, possa creare l’aspettativa di essere giudicati, esclusi o danneggiati. Secondo diverse figure professionali, tali esperienze possono condizionare il modo in cui i genitori interpretano le intenzioni alla base dell’intervento attuale, generando sfiducia ancor prima che venga presa qualsiasi misura.

In alcuni casi, il personale della tutela ha collegato la resistenza anche a traumi più profondamente radicati nella storia dei genitori. Alcune persone hanno descritto come la trascuratezza, la violenza o l’abuso di sostanze nell’infanzia dei genitori stessi avessero creato una vulnerabilità duratura, in particolare nel contatto con le autorità:

La madre era stata data in affido quando era più giovane. Veniva da una famiglia con tanto alcol, droghe e maltrattamenti, e ne aveva avuto esperienze negative. Anche il padre aveva avuto brutte esperienze con la tutela minorile: non era mai stato collocato fuori casa, ma a casa aveva subito trascuratezza. Quindi c’era senza dubbio paura, insieme al tentativo di nascondere l’uso di sostanze, e sì, la paura che la tutela scoprisse qualcosa di più dello stretto indispensabile.

Questo racconto fa eco ad altre descrizioni in cui il personale della tutela interpretava la resistenza genitoriale come una risposta protettiva appresa. Più che rifiutare il sostegno, i genitori venivano descritti come persone che cercavano di evitare una nuova esposizione o ricordi dolorosi. In diverse interviste, il personale della tutela ha osservato che, quando i genitori hanno vissuto un precedente coinvolgimento del sistema come qualcosa che li privava di potere o li danneggiava, il loro coinvolgimento attuale può essere plasmato più dalla paura della ripetizione che dalla natura dell’intervento presente.

Nel corso delle proprie riflessioni, il personale della tutela ha descritto la resistenza genitoriale non come un rifiuto di coinvolgersi, ma come una risposta a un’insicurezza accumulata, radicata sia nelle esperienze passate sia nelle circostanze di vita attuali. Ha sottolineato che questo senso di insicurezza rendeva particolarmente difficile costruire fiducia e richiedeva spesso tempo e pazienza per essere superato. Come ha detto una persona intervistata:

Secondo me la resistenza dei genitori ha a che fare con la paura.

Questa affermazione condensa una prospettiva espressa in più interviste: la resistenza genitoriale spesso non nasce dalla mancanza di volontà, ma da una profonda incertezza e da una mancanza di controllo di fronte a un sistema che ha potere sulla loro vita.

3.2 L’esperienza di alienazione dei genitori

L’analisi tematica individua l’alienazione dei genitori come un altro fattore che contribuisce alla resistenza nei casi di tutela minorile. Questo tema coglie il modo in cui il personale della tutela comprendeva la resistenza in relazione alle esperienze dei genitori di esclusione, di mancato riconoscimento, di sfiducia, di colpevolizzazione e di scarsa influenza nelle decisioni che riguardano la loro vita familiare. In questo tema, la resistenza veniva descritta come radicata nell’esperienza dei genitori di vedersi negati riconoscimento e partecipazione, più che nella sola incertezza emotiva. In tutte le interviste, il personale della tutela ha descritto come i genitori possano sentirsi emarginati e privati della possibilità di influire sulle decisioni che riguardano le loro famiglie. Diverse persone hanno segnalato situazioni in cui i genitori si sentivano scavalcati, con decisioni prese senza il loro contributo né la loro partecipazione. Questa esperienza ricorrente di esclusione da un coinvolgimento reale veniva descritta come qualcosa che erodeva la fiducia nel tempo:

Ho lavorato con una coppia che per sette anni si è sentita scavalcata e che solo adesso sente di poter finalmente dire la sua. Si tratta di dare loro la fiducia di essere ascoltati e sostenuti […] e di coinvolgerli nelle decisioni invece di passarci sopra.

Descrizioni come questa riflettono uno schema più ampio: il personale della tutela osservava che i vissuti di alienazione nascevano spesso dalla sensazione dei genitori di non avere voce in questioni di grande rilevanza personale. Questo senso di esclusione veniva descritto non solo in relazione ai processi decisionali, ma anche al modo in cui altri servizi professionali ritraevano i genitori.

Diverse figure professionali hanno discusso casi in cui i genitori sentivano che i loro punti di vista venivano trascurati o liquidati nelle valutazioni scritte. Una preoccupazione ricorrente era che le relazioni di altri servizi potessero presentare una narrazione unilaterale, facendo sentire i genitori colpevolizzati o rappresentati in modo distorto. Una persona intervistata ha condiviso un’esperienza di questo tipo:

C’era una relazione lunghissima del servizio di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza che distribuiva un sacco di colpe. Mi è sembrato che scaricassero tutta la responsabilità sulla madre […]

Preoccupazioni simili sono riecheggiate in più interviste. Il personale della tutela ha sottolineato che, quando i genitori non si riconoscevano nelle valutazioni esterne, ciò poteva rafforzare i vissuti di alienazione e di sfiducia. Secondo i loro racconti, questo mancato riconoscimento si traduceva spesso in distanza emotiva o in resistenza a coinvolgersi.

Un’altra dimensione dell’alienazione descritta da diverse figure professionali emergeva nel contesto del conflitto genitoriale. Nei casi in cui i genitori erano in disaccordo, alcune persone hanno osservato che una delle parti, spesso la madre, poteva sentire che il servizio di tutela si schierava. Ciò veniva descritto come particolarmente problematico quando l’esperienza di maltrattamento psicologico vissuta da un genitore non veniva riconosciuta:

La madre era terrorizzata dal padre, temeva che lui si prendesse una parte troppo grande della cura. Raccontava di aver subito maltrattamenti psicologici […] La relazione presentata era molto di parte. Si schierava nettamente con il padre.

Queste esperienze non venivano descritte come episodi isolati. Al contrario, il personale della tutela osservava che, quando i genitori percepivano il servizio come allineato con l’altra parte, ciò poteva rafforzare la convinzione che le loro preoccupazioni non fossero prese sul serio. Questo, a sua volta, poteva portare a distanza emotiva, rabbia o ritiro dalla collaborazione.

Oltre alla parzialità percepita nelle situazioni familiari conflittuali, diverse figure professionali hanno riflettuto su come l’avvio stesso del contatto potesse generare un senso di alienazione. In particolare, le segnalazioni anonime di preoccupazione venivano descritte come difficili da affrontare per i genitori, soprattutto quando il loro contenuto non corrispondeva al modo in cui percepivano la propria situazione:

C’era una segnalazione anonima in cui la famiglia non si riconosceva. Su alcuni aspetti potevano ritrovarsi, ma non su come era descritta, ed era una segnalazione grave.

Diverse figure professionali hanno osservato che tali situazioni potevano essere particolarmente difficili per i genitori con precedenti esperienze negative con i CWS. In questi casi, le nuove segnalazioni, soprattutto se anonime, venivano viste come qualcosa che riattivava vecchie paure e rafforzava la sfiducia:

La famiglia aveva avuto a che fare con i servizi di tutela durante l’infanzia. Non era stata un’esperienza positiva, e quando abbiamo avviato una valutazione erano terrorizzati da quello che i servizi di tutela avrebbero potuto fare.

Questa combinazione di precedenti esperienze negative e di un nuovo contatto tramite una segnalazione anonima veniva descritta come un fattore che intensificava le reazioni emotive dei genitori. Diverse figure professionali hanno riflettuto su come i vissuti di alienazione potessero accumularsi nel tempo, in particolare quando precedenti esperienze negative si riattivavano in situazioni nuove e incerte. In tutte le interviste, il personale della tutela ha descritto come tali riattivazioni potessero sfociare in forti risposte emotive. Sebbene venissero descritte spesso forme sottili di ritiro, il personale ha anche sottolineato che l’alienazione si manifestava talvolta attraverso frustrazione, aggressività verbale o scoppi emotivi. Diverse persone hanno descritto queste reazioni come espressioni di una frustrazione e di una sfiducia accumulate nel tempo, in particolare quando i genitori si sentivano esclusi o incompresi:

La madre faceva fatica a gestire la rabbia ed era molto ostile verso i servizi di tutela. Era difficile arrivare a una posizione di fiducia o a un dialogo vero […] qualunque cosa dicessi, veniva accolta con negatività. C’erano tanti pianti, urla e aggressività verbale.

Accanto a queste risposte cariche di emozione, diverse figure professionali hanno evidenziato che l’alienazione poteva derivare anche dalla natura stessa dell’intervento. In particolare, hanno citato casi in cui un minore era stato collocato fuori casa. Quando le decisioni comportavano un cambiamento radicale nella vita familiare, i genitori venivano descritti come persone che vivevano l’esclusione nella sua forma più profonda:

Penso che la sua resistenza venisse dal fatto che le avevamo portato via il figlio (…). Per lei era difficile accettare che il bambino non avrebbe vissuto a casa.

Diverse figure professionali hanno collegato queste esperienze di alienazione al fatto che i genitori si sentissero o meno riconosciuti e inclusi nel processo. Nei loro racconti, la resistenza poteva rafforzarsi quando i genitori si sentivano scavalcati o quando i loro punti di vista avevano poca influenza sul modo in cui le decisioni venivano prese e comunicate. Gli sforzi per essere di sostegno, validanti e in sintonia con i genitori non venivano quindi descritti come strategie generali per migliorare la pratica, ma come parte della comprensione, da parte del personale della tutela, di ciò che poteva evitare ai genitori di vivere il processo come un’imposizione:

Faccio del mio meglio per sostenere, validare ed essere in sintonia con i genitori, così che non si sentano scavalcati.

Altre figure professionali hanno collegato l’alienazione al ritmo e alla continuità del processo. Hanno descritto come il disaccordo dei genitori con gli interventi potesse radicarsi quando non avevano avuto tempo sufficiente per comprendere la valutazione, stabilire una relazione con chi seguiva il caso o riconoscersi nelle preoccupazioni sollevate:

Dovremmo chiederci cosa succede quando i genitori non sono d’accordo con gli interventi, magari perché non si riconoscono del tutto nella valutazione che viene fatta. Forse non hanno avuto abbastanza tempo per stabilire una relazione con chi segue il caso. Forse in certi casi le cose sono andate troppo in fretta.

In tutte le interviste, il personale della tutela ha descritto tali situazioni come parte delle condizioni relazionali e procedurali in cui l’alienazione poteva svilupparsi. Quando i genitori avevano poco tempo per comprendere il processo, costruire fiducia con chi seguiva il caso o vedere i propri punti di vista riflessi nella valutazione, la resistenza veniva intesa come legata a confusione, sfiducia e disimpegno. In questo senso, l’alienazione veniva descritta non solo come una risposta agli esiti delle decisioni, ma anche come plasmata dal modo in cui le preoccupazioni venivano interpretate, comunicate e tradotte in azione. Il personale della tutela riteneva che la resistenza avesse maggiori probabilità di emergere quando i genitori sperimentavano un riconoscimento limitato, un coinvolgimento insufficiente o troppo poco tempo per dare senso al processo che riguardava la loro vita familiare.

3.3 Condizioni organizzative della pratica relazionale

Un terzo tema individuato nell’analisi mette in luce come le condizioni organizzative all’interno del servizio di tutela minorile plasmino la capacità del personale di costruire relazioni costruttive con i genitori. Mentre i temi precedenti si concentravano su come il personale della tutela comprendesse l’insicurezza e l’alienazione dei genitori, questo tema si rivolge alle condizioni del servizio che, secondo chi vi lavora, plasmavano gli incontri relazionali in cui tali risposte emergevano. Il tema si incentra sulla pressione del tempo, sulla guida e sulla supervisione professionali limitate, sull’assenza di una riflessione strutturata e sul divario tra competenza professionale e capacità organizzativa. In tutte le interviste, il personale della tutela ha riflettuto su come diverse condizioni sistemiche limitassero la sua capacità di coinvolgersi relazionalmente nei modi ritenuti necessari. Diverse persone hanno descritto come questi limiti non solo influenzassero la loro pratica, ma plasmassero anche l’esperienza che i genitori avevano del servizio, rafforzando spesso sfiducia e resistenza.

Una delle preoccupazioni sollevate più spesso era la mancanza di tempo per costruire relazioni. Diverse figure professionali hanno descritto come i compiti amministrativi e gli obblighi di documentazione prevalessero spesso sul contatto diretto con le famiglie:

Non credo che si investa abbastanza tempo per arrivare a una posizione da cui possiamo aiutare. Diventa gestione di pratiche invece che lavoro con le persone.

In tutte le interviste, questo sentimento rifletteva una frustrazione più ampia verso un sistema che privilegiava i processi formali rispetto alla presenza relazionale. Il personale della tutela ha osservato che, quando il lavoro relazionale veniva continuamente messo in secondo piano, diventava più difficile costruire fiducia, e i genitori erano più inclini a percepire il servizio come distante o inaccessibile. La pressione del tempo veniva quindi descritta non solo come un problema organizzativo interno, ma come una condizione che plasmava lo spazio di interazione tra genitori e personale della tutela.

Oltre ai vincoli di tempo, diverse figure professionali hanno sottolineato la mancanza di guida e di supervisione professionali nei CWS comunali. Alcune hanno descritto come l’assenza di una dirigenza e di un sostegno strutturato limitasse la loro capacità di riflettere sui casi complessi e portasse a una pratica disomogenea:

Penso anche che nel sistema comunale manchi un sostegno professionale e dirigenziale. La mancanza di una dirigenza disponibile è un problema, come l’assenza di supervisione e di accompagnamento per il personale […] Si crea il rischio di tante pratiche private dentro un sistema pubblico.

Il personale della tutela ha osservato che un accesso limitato alla supervisione poteva portare a variazioni nella pratica, poiché ciascuna figura professionale può sviluppare approcci individualizzati, con una qualità del servizio disomogenea. Ha descritto come ciò incida sull’esperienza dei genitori, soprattutto quando percepiscono differenze significative nel modo in cui le diverse figure professionali si relazionano con loro. Diverse persone hanno anche collegato la supervisione e il sostegno della dirigenza alla possibilità di riflettere sul proprio ruolo nelle interazioni difficili. Senza tali spazi di riflessione, una collaborazione tesa poteva più facilmente essere intesa come semplice resistenza genitoriale, anziché come qualcosa che si sviluppa all’interno della relazione tra genitori e figure professionali.

Il personale della tutela evidenzia anche le difficoltà che sorgono nelle interazioni con le famiglie, in particolare quando manca l’occasione di riflettere sul proprio ruolo nella relazione. La riflessione professionale veniva descritta come essenziale per comprendere interazioni complesse, spesso cariche di emozione, con le famiglie e per rispondervi. Diverse figure professionali hanno sottolineato che, senza occasioni per riflettere sul proprio ruolo nella relazione, diventava più difficile mantenere un dialogo costruttivo, specie in situazioni segnate da tensione o sfiducia. In questi racconti, la resistenza non era collocata unicamente nei genitori. L’assenza di riflessione strutturata e di sostegno della dirigenza era vista come qualcosa che faceva ricadere una responsabilità sproporzionata sui genitori quando la comunicazione si faceva tesa:

È facile restare bloccati in schemi di interazione con le famiglie che diventano difficili per entrambe le parti. È lì che hai bisogno di una dirigenza presente, di qualcuno che possa riflettere con te e prendersi il tempo di discutere le difficoltà […] Se questo non succede, è facile scaricare tutta la responsabilità sulla famiglia, e si arriva a conflitti inutili.

Come illustra la citazione, una parte del personale della tutela intendeva la collaborazione tesa come qualcosa che si sviluppa all’interno della relazione tra genitori e figure professionali. La resistenza non veniva quindi presentata solo come una reazione dei genitori, ma come qualcosa che poteva rafforzarsi quando le risposte professionali, una riflessione limitata e un debole sostegno della dirigenza contribuivano a schemi di interazione segnati da sfiducia o conflitto.

Queste preoccupazioni si riflettevano anche nelle descrizioni del divario tra competenza professionale e capacità organizzativa. Sebbene molte persone si sentissero ben preparate sul piano professionale, spesso mancava loro il tempo per applicare le proprie competenze nella pratica. Il personale della tutela descriveva questo divario come uno scollamento tra la competenza che ci si aspettava sviluppasse e la capacità organizzativa disponibile per usarla nel lavoro relazionale. Lo collegava al carico di lavoro, alla scarsità di risorse e all’esperienza ricorrente di avere troppo poco tempo per lavorare bene con le famiglie:

È bello poter prendere una laurea magistrale e sentirsi più competenti sul piano professionale, ma questo non cambia il fatto che siamo sempre a corto di tempo. Spesso devo fare scelte difficili su cosa mettere al primo posto e non riesco a lavorare con chi ha più bisogno di sostegno […] Non è una questione di come ci distribuiamo i casi in ufficio, ma della mole di lavoro in sé e della mancanza di risorse.

Sarete stufe di sentirvelo dire, perché scommetto che vi danno sempre la stessa risposta, ma è il tempo. Abbiamo troppo da fare per lavorare abbastanza bene in tutti i casi, soprattutto quando si tratta di costruire buone relazioni con i genitori.

Queste descrizioni riflettono uno schema più ampio nel materiale, in cui il personale della tutela descriveva la pressione del tempo come parte del divario tra competenza professionale e capacità organizzativa. Raccontava di sapere che cosa richiedesse il lavoro relazionale, ma di non avere il tempo e le risorse per svolgerlo con costanza. Dover decidere che cosa potesse o non potesse avere la priorità veniva descritto come frustrante sul piano professionale e rischioso sul piano relazionale, in particolare perché la costruzione della relazione era considerata necessaria per ridurre sfiducia e resistenza.

Le conseguenze dei vincoli di tempo emergevano anche nel modo in cui il personale della tutela rispondeva alle famiglie. Quando mancava la capacità di coinvolgersi in modo proattivo, diverse persone hanno spiegato che spesso si trovavano a «riparare» la fiducia dopo ritardi o aspettative deluse:

Lavoriamo con un calendario. Dovremmo passare del tempo con le persone, ma spesso non ne abbiamo abbastanza […] Quando i genitori si fanno vivi o hanno bisogno di qualcosa, dovremmo esserci per loro lì, in quel momento, ma non ci siamo. E allora le cose si complicano, e dobbiamo spendere tempo per ricostruire la fiducia.

In tutte le interviste, il personale della tutela ha descritto anche come una capacità limitata incidesse sui tempi e sulla reattività del contatto con i genitori. La pressione del tempo veniva descritta non solo come un limite alla quantità di accompagnamento che si poteva offrire, ma anche come qualcosa che rendeva difficile rispondere quando i genitori si facevano vivi. Un contatto tardivo o aspettative deluse potevano rendere le relazioni più fragili, richiedendo in seguito sforzi per ricostruire la fiducia, anziché permetterle di svilupparsi grazie alla continuità e alla disponibilità.

Diverse figure professionali hanno descritto come le conseguenze relazionali dei limiti del sistema fossero particolarmente evidenti nei casi di collocamento fuori famiglia. La loro attenzione era spesso divisa tra il minore, la famiglia affidataria e i genitori biologici, il che rendeva difficile garantire ai genitori un accompagnamento costante:

Quando bambine e bambini non vivono a casa, passiamo la maggior parte del tempo con loro e con la famiglia affidataria. Però, allo stesso tempo, dovremmo sostenere i genitori perché riottengano l’affidamento, e non abbiamo tempo per farlo […] per i genitori dev’essere frustrante sentire di non essere seguiti come si deve.

In questi casi, il personale della tutela descriveva uno scarto tra le aspettative relazionali poste sul servizio e le possibilità pratiche di un accompagnamento continuativo dei genitori. Questo scarto veniva considerato rilevante perché un accompagnamento insufficiente poteva confermare la sensazione dei genitori di essere emarginati o messi in secondo piano, rafforzando così l’insicurezza e l’alienazione descritte nei temi precedenti.

Oltre ai problemi di capacità interna, una parte del personale della tutela ha indicato ostacoli pratici nel modo in cui i servizi erano organizzati. Diverse persone hanno osservato che l’orario d’ufficio standard non sempre corrispondeva alle esigenze dei genitori, in particolare di chi lavorava a tempo pieno o aveva poca flessibilità. Per compensare, alcune hanno raccontato di estendere la propria disponibilità oltre l’orario di lavoro ufficiale:

Penso agli orari […] essere disponibili la sera, perché non credo sia facile per tutti i genitori andare dal proprio datore di lavoro e dire che hanno bisogno di due ore libere per incontrare i servizi di tutela […] così molte delle persone che seguono i casi si rendono disponibili la sera, anche se in teoria non dovrebbero.

Nel corso delle proprie riflessioni, il personale della tutela ha costantemente sottolineato una preoccupazione centrale. Ha descritto come condizioni sistemiche quali la pressione del tempo, la scarsità di risorse, la mancanza di continuità e una supervisione insufficiente limitassero la sua capacità di costruire e mantenere relazioni con i genitori. Queste condizioni organizzative erano viste come fattori che influenzavano sia la qualità della pratica professionale sia l’esperienza che i genitori avevano del servizio. Diverse figure professionali hanno espresso un forte desiderio di migliori condizioni di lavoro, che consentissero approcci più proattivi, riflessivi e relazionali. A loro avviso, tali cambiamenti potrebbero rafforzare la fiducia e ridurre la resistenza genitoriale, sostenendo una forma di collaborazione più costante e più reattiva. Al tempo stesso, i loro racconti mostrano che la resistenza era intesa come qualcosa che emerge all’interno di incontri relazionali ai quali il personale della tutela stesso partecipava, attraverso la propria autorità, i propri giudizi discrezionali e le proprie pratiche di interazione.

4 Discussione

Questo studio esamina come il personale della tutela minorile dia senso alla resistenza genitoriale nelle relazioni involontarie di tutela minorile. I risultati indicano che questo personale intende la resistenza come strettamente legata all’esperienza che i genitori hanno della propria posizione all’interno del sistema di tutela. In tutte le interviste, la resistenza veniva associata a incertezza, perdita di controllo, alienazione, fattori di stress di vita più ampi e precedenti esperienze negative con le istituzioni del welfare. Al tempo stesso, il personale della tutela descriveva anche alcune forme di resistenza come tentativi dei genitori di conservare un’influenza quando la loro vita familiare veniva valutata e definita da altri. Ha costantemente sottolineato l’importanza di costruire relazioni di fiducia, descrivendo al contempo come carichi di casi elevati, pressione del tempo ed esigenze amministrative limitassero la sua capacità di coinvolgersi relazionalmente. Questi risultati indicano una tensione persistente tra gli ideali relazionali della pratica di tutela minorile e le condizioni istituzionali in cui tale lavoro si svolge. Insicurezza genitoriale, alienazione e vincoli organizzativi venivano descritti come processi che si rafforzano a vicenda: l’insicurezza plasma il modo in cui i genitori entrano negli incontri con il servizio e li interpretano, l’alienazione emerge da esperienze di esclusione o di mancato riconoscimento e i vincoli organizzativi strutturano le condizioni in cui entrambe possono persistere nel tempo. La discussione approfondisce questa tensione esaminando come la resistenza diventi intelligibile attraverso le riflessioni del personale della tutela sulle risposte emotive, sulla capacità di agire, sul posizionamento relazionale e sui vincoli strutturali della pratica.

In primo luogo, i risultati evidenziano come il personale della tutela percepisca l’insicurezza dei genitori come un fattore centrale della resistenza, in particolare in situazioni segnate da incertezza e dalla paura di perdere il controllo. La resistenza veniva descritta meno come un rifiuto e più come una reazione difensiva alle asimmetrie di potere percepite e all’imprevedibilità degli incontri professionali. Molti genitori venivano visti come persone che affrontavano gli interventi con sfiducia, segnati da esperienze di essere osservati, giudicati e sanzionati da un’autorità percepita come più controllante che di sostegno. Questi resoconti concordano con la ricerca che mostra come la resistenza nelle relazioni involontarie possa implicare tentativi di preservare la capacità di agire all’interno di relazioni professionali vincolate (Turney 2012; Ferguson et al. 2020). Al tempo stesso, la resistenza non era intesa come prodotta dai soli genitori. In linea con la ricerca che mostra come il comportamento professionale, lo stile comunicativo e l’uso dell’autorità possano plasmare la resistenza negli incontri tra genitori e figure professionali, il personale della tutela ha riflettuto su come le proprie valutazioni e pratiche di interazione potessero influire sul fatto che i genitori vivessero l’incontro come di sostegno, di controllo o all’insegna della sfiducia (Bundy-Fazioli et al. 2009; Forrester et al. 2012; Saar-Heiman 2023). Il personale della tutela ha descritto come questo atteggiamento difensivo potesse emergere presto, in particolare quando le interazioni apparivano formali o procedurali. Diverse persone hanno osservato che le routine di documentazione e i formati degli incontri lasciavano poco spazio alla costruzione informale della fiducia, facendo percepire il coinvolgimento come transazionale. Steens et al. (2018) hanno osservato una tensione analoga nei servizi di preservazione familiare, dove le figure professionali faticavano a soddisfare le esigenze procedurali costruendo nel contempo fiducia con le famiglie. Queste pressioni istituzionali possono plasmare non solo ciò che le figure professionali fanno, ma anche il modo in cui le relazioni sono strutturate e vissute. Smith et al. (2012) sottolineano analogamente l’importanza della struttura delle relazioni professionali, e non solo di ciò che viene offerto. La distinzione di Buber (1970) tra relazioni Io-Tu e Io-Esso aiuta a illuminare queste dinamiche. Sebbene gli incontri Io-Tu implichino apertura e riconoscimento, diverse figure professionali hanno descritto come le routine istituzionali spingessero le interazioni verso modalità Io-Esso, in cui i genitori diventavano oggetti di osservazione, valutazione e possibile sanzione anziché partecipanti a un dialogo condiviso. Letta attraverso il quadro di Buber, la resistenza può quindi emergere quando i genitori vivono gli incontri professionali come reificanti anziché come portatori di riconoscimento (Buber 1970; Ruch 2005; Turney 2012). I genitori con precedenti esperienze nel sistema venivano spesso descritti come persone che affrontavano i nuovi incontri sulla difensiva e con scarse aspettative di essere ascoltate. Quando dominano le procedure e la discrezionalità è limitata, la qualità relazionale dell’incontro ne risente. Questa tensione era particolarmente evidente per chi, nel personale della tutela, aspirava a costruire fiducia ma si sentiva vincolato dalle aspettative istituzionali. Molte persone hanno espresso l’idea che la gestione del rischio e gli obblighi di conformità mettessero spesso in ombra il lavoro relazionale. Come osservano Ferguson et al. (2020) e Forrester et al. (2012), il coinvolgimento relazionale diventa fragile quando i sistemi privilegiano il controllo. Questo studio sostiene tale visione mostrando come il personale vivesse uno scollamento tra le proprie intenzioni relazionali e le condizioni strutturali della propria pratica. Il concetto di burocrazia di strada di Lipsky (2010) è utile qui, perché evidenzia come, sotto pressione, chi lavora in prima linea restringa spesso l’ambito del proprio coinvolgimento. È stato descritto come procedure rigide creassero un’inerzia procedurale, in cui seguire i passaggi contava più che adattarsi ai bisogni delle famiglie. Ciò riflette le preoccupazioni sollevate da Hupe e Hill (2007) e da Molander et al. (2012), secondo cui la crescente standardizzazione mina la discrezionalità nei servizi pubblici. In questa luce, la resistenza emerge non solo come una sfida relazionale, ma come una conseguenza strutturale di una discrezionalità limitata e di uno spazio ridotto per la costruzione della fiducia.

In secondo luogo, i risultati indicano che il personale della tutela percepisce l’alienazione dei genitori come un motore importante della resistenza, in particolare quando i genitori si sentono esclusi dal processo decisionale o rappresentati in modo distorto nelle valutazioni del caso. Sebbene l’alienazione sia spesso inquadrata come un fenomeno relazionale, il personale della tutela di questo studio riflette su come essa sia plasmata anche da condizioni sistemiche che limitano la sua capacità di favorire un coinvolgimento reale. Le valutazioni standardizzate e la conformità procedurale contribuiscono a pratiche professionali in cui i genitori vivono gli interventi come imposti anziché negoziati. Queste descrizioni concordano con la ricerca che mostra come le asimmetrie di potere nella tutela minorile possano minare la partecipazione, in particolare quando i genitori percepiscono che i loro punti di vista sono assenti dalle narrazioni del caso (Smith et al. 2012; Robson et al. 2014; Sudland 2019). Il personale della tutela ha descritto come la resistenza dei genitori potesse emergere quando si sentivano ridotti a oggetti di una pratica o considerati problematici. Tali resoconti indicano anche il ruolo della pratica professionale nel plasmare l’alienazione, poiché il modo di formulare le preoccupazioni, le valutazioni scritte e la gestione del disaccordo possono riparare o approfondire le fratture nelle relazioni tra genitori e figure professionali (Hall et al. 2006; Maiter et al. 2006; Smith et al. 2012). Ciò mette in luce una tensione più profonda tra il ricorso del sistema alle narrazioni scritte del caso e il bisogno relazionale di riconoscimento e di dialogo. Diverse persone hanno descritto come questo senso di alienazione si accumuli nel tempo, in particolare quando precedenti esperienze di esclusione vengono riattivate in nuovi incontri. Come osservano Hunt et al. (2016) e Littlechild (2005), in tali contesti la resistenza può essere meglio compresa come un mezzo per riappropriarsi della capacità di agire quando la voce viene negata. Rifacendosi alla filosofia relazionale di Buber (1970), il personale della tutela ha descritto come la mancanza di riconoscimento reciproco rischiasse di spostare le interazioni verso dinamiche Io-Esso, in cui il genitore non viene più incontrato come un soggetto con una propria prospettiva. Tali dinamiche erano particolarmente evidenti quando i genitori non si riconoscevano nelle valutazioni scritte, si sentivano scavalcati nei processi decisionali o sentivano che le loro preoccupazioni erano già state liquidate. In questo senso, l’alienazione riflette un allontanamento dal riconoscimento dialogico verso forme professionali di categorizzazione e di controllo che possono rafforzare la resistenza (Buber 1970; Ruch 2005; Smith et al. 2012). Sebbene molte persone aspirassero a lavorare in modo dialogico, constatavano che le routine istituzionali lasciavano poco spazio per sostenere tali relazioni nella pratica. Questa tensione è evidente anche nel modo in cui il personale della tutela gestisce richieste contrastanti. Sebbene le politiche promuovano il processo decisionale condiviso (Turney 2012; Hansen et al. 2024), le persone intervistate hanno descritto come la pressione del tempo, le esigenze amministrative e percorsi procedurali rigidi limitino spesso la discrezionalità professionale. La teoria della burocrazia di strada di Lipsky (2010) aiuta a spiegare come le ambizioni relazionali possano essere scavalcate dalla logica istituzionale. In questa luce, l’alienazione appare non solo come una rottura relazionale, ma anche come un esito strutturale, plasmato dal modo in cui la partecipazione viene resa operativa all’interno del sistema.

In terzo luogo, i risultati evidenziano come il personale della tutela percepisca i vincoli strutturali come ostacoli significativi nell’affrontare la resistenza genitoriale. Carichi di casi elevati, procedure burocratiche e una flessibilità limitata condizionano il modo in cui può coinvolgersi con le famiglie e restringono le opportunità di adottare approcci relazionali. Il personale della tutela ha sottolineato che costruire fiducia è essenziale per ridurre la resistenza, ma ha descritto come le pressioni del sistema lo spingessero spesso verso modalità di pratica reattive e orientate ai compiti. Questa tensione era particolarmente evidente quando si riconosceva l’importanza di investire tempo nel dialogo, ma si era vincolati da obblighi amministrativi che privilegiavano la documentazione e la conformità procedurale rispetto all’interazione diretta con le famiglie. Queste riflessioni indicano un processo più ampio di formalizzazione all’interno dei CWS, in cui procedure standardizzate vincolano sempre più il giudizio professionale e limitano le condizioni in cui un dialogo autentico diventa possibile. Nei termini di Buber (1970), tali pressioni spingono gli incontri professionali verso modalità di coinvolgimento Io-Esso, in cui i genitori vengono incontrati anzitutto come oggetti di valutazione e di documentazione. Quando la discrezionalità professionale si riduce, gli interventi rischiano di rispondere meno ai bisogni individuali (Molander et al. 2012). Nel presente studio, il personale della tutela ha descritto come questa perdita di discrezionalità creasse un divario tra i propri ideali professionali e le condizioni organizzative della pratica. Diverse persone hanno espresso frustrazione per l’impossibilità di adattare il proprio approccio alle famiglie, anche quando ritenevano che il coinvolgimento relazionale fosse cruciale per costruire fiducia. Questa dinamica è coerente con la teoria della burocrazia di strada di Lipsky (2010), che evidenzia come chi lavora in prima linea sviluppi strategie di adattamento sotto pressione. Nella tutela minorile, tali strategie venivano descritte come orientate a privilegiare l’efficienza procedurale e la gestione del rischio rispetto al coinvolgimento relazionale, uno schema individuato anche da Hupe e Hill (2007). Tali strategie riflettono adattamenti a esigenze strutturali inscritte nell’organizzazione del servizio. Questi adattamenti avevano anche conseguenze relazionali. Quando al personale della tutela mancavano tempo, supervisione od occasioni di riflessione strutturata, descriveva di diventare più reattivo e meno capace di coinvolgersi relazionalmente con i genitori. Queste condizioni limitavano anche la sua capacità di esaminare come le proprie risposte professionali plasmassero schemi di interazione segnati da sfiducia o conflitto (Lipsky 2010; Hupe and Hill 2007; Molander et al. 2012). Un dilemma centrale descritto dal personale della tutela era la doppia aspettativa di agire sia come fonte di sostegno sia come braccio esecutivo dell’intervento dello Stato. Questo doppio ruolo era visto come fonte di incertezza nelle interazioni con i genitori, poiché le offerte di sostegno erano strettamente intrecciate con la valutazione, il controllo e la possibilità di un intervento coercitivo. I quadri di gestione del rischio, pensati per garantire coerenza e responsabilità, venivano descritti come un ulteriore limite alle opportunità di dialogo e di flessibilità. Tensioni analoghe sono state individuate in ricerche precedenti sulla pratica di tutela minorile, in cui l’enfasi sul controllo e sulla rendicontazione può minare il lavoro relazionale (Ferguson et al. 2020; Fauske et al. 2017).

5 Conclusioni

Questo studio contribuisce a comprendere la resistenza genitoriale nella pratica di tutela minorile come un fenomeno relazionale e istituzionale, reso intelligibile dalle interpretazioni professionali del personale della tutela all’intersezione tra vulnerabilità relazionale, autorità prevista dalla legge e vincolo organizzativo. Attingendo a prospettive teoriche sul riconoscimento relazionale e sul vincolo strutturale negli incontri professionali di tutela minorile, l’analisi mostra come insicurezza e alienazione vengano prodotte e rafforzate all’interno degli incontri professionali, mentre i vincoli organizzativi plasmano le condizioni in cui tali processi si sviluppano. Nei resoconti del personale della tutela, queste dimensioni si costituiscono a vicenda e insieme plasmano il modo in cui la resistenza diventa intelligibile nella pratica quotidiana. I risultati hanno implicazioni per la pratica di tutela minorile, in particolare la necessità di sostenere il lavoro relazionale in contesti strutturalmente vincolati, con un’attenzione costante al modo in cui le esigenze organizzative possono limitare le opportunità di dialogo e di costruzione della fiducia nella gestione quotidiana dei casi. Su un piano più ampio, i risultati sollevano interrogativi per lo sviluppo organizzativo e per le politiche, in particolare riguardo al modo in cui gli obblighi procedurali, il carico di lavoro e la standardizzazione plasmano le condizioni della discrezionalità professionale e del coinvolgimento relazionale. Sono necessarie ulteriori ricerche per esaminare come la resistenza si sviluppi nelle interazioni in tempo reale tra genitori e personale della tutela e come le pratiche professionali plasmino lo sviluppo o la riduzione della resistenza nel tempo. Studi che includano la prospettiva dei genitori e dati osservativi sarebbero particolarmente preziosi per approfondire la comprensione di come le dinamiche relazionali vengano vissute e negoziate dalle diverse posizioni.

6 Limiti

L’interpretazione dei risultati va compresa alla luce del campione dello studio e del suo disegno basato su interviste retrospettive. Lo studio si colloca nel sistema norvegese di tutela minorile, e i risultati vanno interpretati alla luce del suo specifico quadro legislativo e delle sue condizioni organizzative. L’analisi si basa sui resoconti di pratica del personale della tutela e riflette quindi interpretazioni professionali della resistenza genitoriale anziché un’osservazione diretta dei processi di interazione. Sebbene i resoconti retrospettivi possano essere plasmati dalla riflessione nel tempo, mostrano schemi coerenti tra partecipanti e interviste.

Complexe Systémique: punti chiave

L’interesse dello studio sta nello spostare la resistenza: dal genitore alla relazione, e dalla relazione all’istituzione. Le persone intervistate la descrivono come una paura appresa, spesso ereditata da un’infanzia già seguita dai servizi; come una risposta all’esclusione, che si tratti di segnalazioni anonime di preoccupazione, di relazioni in cui i genitori non si riconoscono o di decisioni prese senza di loro; e come il prodotto di servizi frettolosi, privi di supervisione e di tempo per la relazione. La doppia lettura attraverso Buber (Io-Tu, Io-Esso) e Lipsky (burocrazia di strada) fa eco a ciò che la pratica sistemica sa dell’aiuto imposto: la «resistenza» dice qualcosa del posto attribuito alla famiglia nel sistema di aiuto, e l’équipe fa parte di ciò che osserva. Per la pratica, si può trattenere l’importanza di spazi di supervisione in cui chi opera esamini la propria parte nelle escalation. I limiti sono chiari: undici persone, un solo Paese, nessun genitore intervistato, nessuna interazione osservata; la resistenza è vista qui soltanto dal lato dei servizi. Da leggere insieme all’articolo sul lavoro sistemico con i genitori di minori in affido e all’articolo su Guy Hardy e la violenza sottile dell’aiuto.

Note dell’originale

Contributi delle autrici. Entrambe le autrici hanno contribuito in modo sostanziale all’ideazione e al disegno dello studio, alla raccolta dei dati, all’analisi e alla stesura del manoscritto. Entrambe hanno rivisto e approvato la versione finale e accettano di rispondere di tutti gli aspetti del lavoro.

Finanziamenti. Le autrici non hanno nulla da dichiarare.

Dichiarazione etica. Lo studio ha rispettato le linee guida etiche del Comitato nazionale per l’etica della ricerca nelle scienze sociali e umane (NESH) e ha ricevuto l’approvazione formale dell’Agenzia norvegese per i servizi condivisi nell’istruzione e nella ricerca (Sikt; riferimento n. 656471). Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti prima delle interviste, garantendo loro la riservatezza e il diritto di ritirarsi in qualsiasi momento. Particolare attenzione è stata dedicata alla protezione delle informazioni sensibili relative a terzi durante la raccolta dei dati, la trascrizione e l’analisi. Data la possibilità di riflessioni a forte carica emotiva, chi conduceva le interviste è stato attento al benessere delle persone partecipanti per tutto il processo e si è impegnato affinché le interviste si svolgessero in modo rispettoso e non invasivo.

Conflitti di interesse. Le autrici dichiarano di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Making Sense of Parental Resistance in Involuntary Child Welfare Relationships: Child Welfare Workers' Perspectives, di Heidi Aarum Hansen e Tina Gerdts-Andresen, Child & Family Social Work, pubblicazione online anticipata (2026), doi: 10.1111/cfs.70272, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né le autrici né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Making Sense of Parental Resistance in Involuntary Child Welfare Relationships: Child Welfare Workers' Perspectives», pubblicato in Child & Family Social Work (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto in italiano da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e impaginato per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Hansen, H. A., e Gerdts-Andresen, T. (2026). Making Sense of Parental Resistance in Involuntary Child Welfare Relationships: Child Welfare Workers' Perspectives. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/making-sense-of-parental-resistance-in-involuntary-child-welfare-relationships (Opera originale pubblicata nel 2026 in Child & Family Social Work, pubblicazione online anticipata, e70272 (2026); ripubblicata nel 2026 da Child & Family Social Work, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/cfs.70272)

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