Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Lettera a chi legge

Lettera a te, caro lettore, cara lettrice: dall’ordalia di un grave incidente alla resilienza, una questione relazionale

Dopo aver interrotto, nell’aprile 2007, la conversazione editoriale che intratteneva da vent’anni con il suo pubblico, Claudio Des Champs la riprende per raccontare ciò che sua moglie, la sua famiglia e lui stesso attraversano dopo un incidente di pullman: gli interventi, i mesi di ospedale, lo sfinimento, l’indifferenza dell’azienda e della sua compagnia assicurativa e, nonostante tutto, la sua fiducia intatta nella resilienza e nelle reti che la rendono possibile.

Autore Claudio Des Champs, psicoterapeuta, direttore di Perspectivas SistémicasTesto Prima partePubblicazione Red Sistémica, 2009Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Perché a me e a mia moglie, Dio mio?
O forse piuttosto: perché no, dopotutto, a me, a mia moglie, a noi, come a qualsiasi altro essere umano?»

Riprendere la conversazione

Dalla fine della fase cartacea di Perspectivas Sistémicas, nell’aprile 2007, ho interrotto la comunicazione editoriale con te, lettore, lettrice. A te mi sono rivolto nel congedo, a te mi rivolgo in questa nuova fase. Lungo il cammino ho ricevuto e ricevo spesso segni di gratitudine, e il più bell’omaggio che un editore possa ricevere:

«Che peccato che non esca più, ci manca, perché non torni a pubblicarla?». Fa sempre piacere sentirlo. È gratificante anche aver venduto in questi anni collezioni a colleghe e colleghi dall’estero e continuare a vendere copie a chi esercita la professione qui, in tutto il Paese, dell’America Latina e della Spagna. Ancora oggi ci arrivano richieste di abbonamento, e c’è chi ci scrive o ci telefona per dirci, quasi in tono di rimprovero, che non la trova in edicola! Bello, no?

Ciò che stiamo attraversando

Ma quello che oggi voglio condividere con te, lettore, lettrice, è un’altra cosa. Si tratta di ciò che stiamo attraversando Ruth, mia moglie, la mia famiglia nucleare e io. Le grandi parole, le riformulazioni, le frasi celebri, argute o umoristiche, pronunciate dalla poltrona del mio studio di fronte al dolore altrui, che naturalmente ho sempre ascoltato e ascolto con sincera empatia, non mi bastano. O non mi servono granché quando si tratta del mio. Soprattutto quando sento i quotidiani e dolorosi accessi di tosse della mia cara moglie, in attesa della prossima endoscopia o videodeglutizione, sapendo che le hanno impiantato uno stent (o protesi) tracheo-esofageo con cui vive ormai da più di due mesi. O quando la osservo dormire seduta nel letto, accanto a me, come dormono molte persone dopo lunghi ricoveri. E soprattutto quando la vedo, con la fermezza che la contraddistingue, continuare ad alimentarsi con un sondino nasogastrico, per via enterale, da sette lunghi mesi, e pestare ogni giorno nel mortaio i suoi farmaci, dopo innumerevoli interventi chirurgici, lunghi ricoveri in terapia intensiva (tre, per l’esattezza) e molte cose ancora da risolvere, tra cui la fistola tracheo-esofagea e il suo nuovo volto, operato per gravissime fratture maxillo-facciali.

Le mie fratture alle vertebre lombari, dopo la sedia a rotelle e il busto, si sono saldate e ora cammino abbastanza bene, al di là di dolori e limitazioni varie. E naturalmente c’è il concomitante sfinimento psicofisico che si avverte quando una situazione si prolunga ed è lontana dall’essere risolta, mentre si comincia ad accettare che nulla sarà più come prima, soprattutto per Ruth.

Il dolore di una persona vicina si sente come proprio, lo abbiamo sempre saputo e lo confermano, se ce ne fosse bisogno, le neuroscienze. È il noto fenomeno del contagio emotivo, come lo chiama Daniel Goleman (1) nel suo ultimo libro.

Tutto il contrario dei proprietari delle compagnie di pullman a lunga percorrenza, che spingono il proprio personale fino allo sfinimento facendogli guidare veicoli instabili, che stipulano assicurazioni perché siano altri a trattare con le vittime, e che proseguono la loro vita senza modificare gli aspetti essenziali che renderebbero più sicuri i loro pullman, e dunque i viaggi della loro clientela, lasciandosi dietro una scia di vittime, tra cui il loro stesso personale di guida.

L’incidente

Ti racconto: la nostra vita è cambiata radicalmente a partire da quell’incidente, sul pullman della compagnia TONY TUR (non usatela, per favore, né tu, né i tuoi figli, né nessuno!). Era sabato 29 novembre 2008, alle cinque del pomeriggio di una giornata di sole, su una strada statale 2 sgombra, a doppia carreggiata, a settanta chilometri da Mar del Plata, mentre tornavamo a Buenos Aires dopo un piacevolissimo soggiorno nella «Feliz», come chiamano Mar del Plata. Non sapremo mai perché né come sia successo: non si indaga molto, e ancora meno quando l’autista muore. A quanto mi dicono, le compagnie fanno in modo che i giornali e i media in generale non entrino nei dettagli e che la faccenda venga presto dimenticata (soprattutto prima delle vacanze e dei giorni festivi).

Pare che, per qualche motivo inspiegabile, il pullman sia uscito di strada, abbia urtato un albero (!?) e si sia ribaltato. Ne siamo usciti carponi, come abbiamo potuto, Ruth in stato di shock perché stava dormendo. Un incidente che non poteva accadere — fuori stagione e in condizioni meteorologiche ideali —, eppure è accaduto.

Se, come ha pubblicato La Nación nel ponte festivo del 1o maggio di quest’anno, l’alcoltest e il controllo del riposo obbligatorio tra un viaggio e l’altro sono risultati positivi nel cinquanta per cento dei casi tra il personale di guida dei pullman a lunga percorrenza, di che diavolo possiamo stupirci? Se i veicoli a due piani che usano tutte le compagnie diventano instabili oltre i novanta chilometri orari ed è dimostrato che spesso superano quella velocità, di che cosa ci stupiamo, lettori e lettrici? Che le misure per prevenire la dengue siano state tardive e insufficienti, come quelle contro l’influenza A, pur potendo contare nel nostro Paese su ottime professioniste e ottimi professionisti della salute? Allora, che cosa ci sorprende?

Ciò che viene dopo: l’assicurazione, i tempi

Ah, e se ti capita una cosa del genere, lettore, lettrice — Dio non voglia —, non contare sulla compagnia (in questo caso Tony Tur, ma da questo punto di vista sono tutte uguali; o peggiori *): avrai a che fare con la sua compagnia assicurativa. In questo senso, questa nota potrebbe intitolarsi «Non siamo niente», la frase di rito nelle veglie funebri. In ogni caso, per loro non significhi niente. Mi sono informato, mi sono fatto consigliare, e tutte le persone che conoscono la materia mi hanno detto la stessa cosa: quello che fanno è allungare la procedura il più possibile, come sto già constatando (e i cavilli legali glielo consentono ampiamente, parlo di anni); valutano i danni fisici come se si trattasse di oggetti di poco valore, e del mancato guadagno e dell’enorme impatto psicologico, personale e familiare non tengono nemmeno conto. A meno che, naturalmente, non si sia disposti e non si disponga dei mezzi economici — propri o della propria rete familiare —, della salute fisica, mentale ed emotiva necessarie per affrontare il lungo ed estenuante teatro delle trattative o di un eventuale processo, dove cercano di intimidirti o di giocare con la tua angoscia per offrirti somme bassissime che non coprono nemmeno le spese mediche. Nel nostro caso, sì, certo, sono più che disposto. Di fatto, la causa sarebbe teoricamente vinta; ma si possono aspettare dai due ai quattro anni? Manovre dilatorie, minacce, periti di parte: e non ti dico quanto mi è costato ottenere le informazioni mediche dall’ufficio legale dell’ospedale Interzonal di Mar del Plata. Ruth vi è stata ricoverata in condizioni critiche, gravissime, per quindici giorni, in pericolo di vita; e mi ci sono voluti quattro mesi per ottenere una fotocopia della sua cartella clinica, che la persona dell’ufficio legale di quell’ospedale sapeva perfettamente dove fosse, ma non trovava (!?). Era in archivio, dove doveva essere, dal 15 dicembre, giorno in cui abbiamo trasferito Ruth in una terapia intensiva di Buenos Aires, in un’ambulanza speciale con medico, personale infermieristico e respiratore. L’archivio si trova al piano di sotto o di sopra dell’ufficio legale. Ma non la trovava, e una delle tante volte che ho chiamato per sollecitarla mi ha detto: «ma anche voi, che cognomi strani siete andati a cercarvi!»

Mi raccontano che le compagnie assicurative e quelle dei pullman ottengono questi dati molto, ma molto rapidamente.

Un’altra cosa: credete forse che ci sia stata anche solo una telefonata da parte del signor Martín — così si chiama, credo, il proprietario di Tony Tur (**) —, o di qualcuno a nome della compagnia, per avere notizie delle persone ferite più gravemente, della gente in generale che viaggiava su quel pullman (di fatto, l’autista è morto il giorno dopo nello stesso ospedale in cui era ricoverata mia moglie, un’informazione che non è mai circolata)? Ebbene, non pensateci nemmeno. Nessuna telefonata solidale, nessun gesto umanitario. Dopo un po’ di tempo, quattro mesi più tardi, la compagnia assicurativa Rivadavia si è messa in contatto con me. Comincia allora con lei una trattativa glaciale. Chiedono una perizia medica preliminare (è quanto mi sta succedendo a sette mesi dall’incidente, e con Ruth avverrà molto presto). La esegue un medico dipendente della compagnia. Ciò che conta non è quello che ti è successo, quello che hai patito, ma in che stato ti ritrovi. E che il tempo passi.

Insomma, per pudore, per rispetto di me stesso, per rispetto di Ruth e della mia famiglia, mi fermo qui con i dettagli sulla nostra salute e sui nostri sentimenti. Capirai e immaginerai il resto. Confido nella tua intelligenza emotiva, caro lettore, cara lettrice.

Inoltre, portare avanti il mio lavoro a mezzo servizio — non ho ancora ripreso l’attività didattica, ma sì le consultazioni —, accompagnare Ruth dai medici, occuparmi della mia salute — sono dimagrito parecchio e mi hanno riscontrato un’anemia post-incidente, provocata da una reazione autoimmune — e le questioni legali: tutto questo, per ora, mi assorbe tutte le energie.

«È con un mondo intimo condiviso che ci ricomponiamo; intrecciati dall’affetto, uniti dall’empatia, ci dispieghiamo come una pianta che cerca la luce e rinasce…»

La resilienza, più che mai

La resilienza, lettore, lettrice? Continuo a crederci, più che mai. Allo stesso modo credo nelle reti familiari e nelle amicizie profonde, nel vicinato, nei colleghi e nelle colleghe, per la maggior parte molto presenti, affettuosi, solidali. Per non parlare delle persone sconosciute, o di quelle che conoscevo appena e che sono diventate esseri che apprezzo, che stimo e di cui ringrazio l’esistenza. Tutte queste persone hanno indubbiamente fatto la differenza: un esempio fra tanti, durante tutto il ricovero Ruth non ha mai passato una sola notte da sola. Meditazioni, preghiere di tutte le confessioni, messe, invii di energia, e-mail, telefonate, parole e gesti di solidarietà sono stati abbondanti, e per questo sono molto, ma molto grato. Anche alle équipe mediche, al personale infermieristico e a tutto il personale sanitario e delle pulizie dell’Interzonal e del Cemic. Continuerò a scrivere su questo e su altri aspetti. Avevo bisogno di rivolgermi a te, a voi, lettore, lettrice, di raccontarti, di condividere, come ho sempre fatto, dall’uscita di Perspectivas Sistémicas, nel maggio 1988, fino all’ultimo editoriale dell’aprile 2007.

Grazie per leggermi ancora una volta, un abbraccio,

Claudio Des Champs

Note dell’originale

(1) La Inteligencia Social, di Daniel Goleman.

(*) Poco tempo prima dell’incidente, venne a consultarmi il proprietario di una nota compagnia di pullman a lunga percorrenza (un’altra, non Tony Tur). Il suo stile personale e il suo modo di condurre la vita suscitarono in me un rifiuto (e sì che di storie se ne sentono, e non si è lì per giudicare). Mi chiesi, senza dirlo, come quest’uomo, che più che un terapeuta cercava un complice delle sue azioni torbide, nello stato alterato in cui si trovava e in cui sembrava vivere abitualmente, potesse dirigere un’azienda simile. Con mio grande stupore, alla fine del colloquio, quell’uomo, caricatura del «macho» per antonomasia, esempio paradigmatico della mascolinità tossica descritta da Sergio Sinay (2) nel libro omonimo, mi disse:

«Immagino che Lei si chiederà come qualcuno nel mio stato possa dirigere un’azienda di trasporto passeggeri, una cosa di tanta responsabilità, no?». E poi aggiunse, a mo’ di conclusione, che certi aspetti specifici relativi ai pullman, gli incidenti per esempio, non gli conveniva averli menzionati. Fu il primo e l’ultimo colloquio che avemmo.

(2) La Masculinidad Tóxica, di Sergio Sinay (vedi la sezione bibliografica — libri — di www.redsistemica.com.ar).

(**) Il 29 marzo di quest’anno un altro pullman di Tony Tur ha avuto di nuovo un incidente gravissimo, sull’Autovía, in direzione di Mar del Plata: il pullman si è schiantato contro la parte posteriore di un camion. L’autista, come nel nostro incidente, è morto.

Quanto alla morte dell’autista che guidava il nostro pullman, al di là della responsabilità che possa avere avuto nel nostro incidente, riposi in pace; e rivolgo ai suoi cari le mie più sentite e sincere condoglianze.

Un ultimo commento, non per questo meno importante, per le altre persone che viaggiavano durante questo sfortunato, ma purtroppo non così raro, evento che ci è toccato condividere — so che diverse subiscono ancora gravi conseguenze fisiche, e che nessuna dimenticherà mai quanto è accaduto: partecipo al loro dolore e a quello delle loro famiglie, che riceveranno lo stesso cattivo trattamento da Tony Tur e dalla sua compagnia assicurativa, e auguro loro il meglio e la più rapida guarigione psicofisica.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Carta a vos, querido/a lector/a: “De la Ordalía de un Grave Accidente a la Resiliencia, Una Cuestión Relacional”», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Des Champs, C. (2023). Lettre à toi, cher lecteur, chère lectrice : de l’ordalie d’un grave accident à la résilience, une question relationnelle (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/lettre-a-toi-cher-lecteur-chere-lectrice-de-l-ordalie-d-un-grave-accident-a-la-resilience (Opera originale pubblicata nel 2009 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/10/carta-a-vos-querido-a-lector-ade-la-ordalia-de-un-grave-accidente-a-la-resiliencia-una-cuestion-relacional/)

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