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Journal of Family Violence · Violenza

«Non avevo intenzione di mollare, ma in un modo o nell’altro avrei trovato una via d’uscita per le mie creature»: un’indagine narrativa, con madri e figure professionali, sulla ricerca di aiuto delle madri che subiscono violenza filio-parentale

Quando un figlio o una figlia agisce violenza verso la madre, dove cerca aiuto lei? A partire dai racconti di undici madri e diciannove figure professionali australiane, Chye Toole-Anstey, Michelle Townsend e Lynne Keevers, della University of Wollongong, tracciano cinque percorsi di ricerca di aiuto. Quasi tutti passano per relazioni già esistenti e si scontrano con la vergogna, il giudizio, l’isolamento rurale e l’ombra della violenza nella coppia.

Autrici Chye Toole-Anstey e Lynne Keevers (School of Health and Society, University of Wollongong, Australia); Michelle Townsend (School of Psychology, Illawarra Health and Medical Research Institute, University of Wollongong, Australia)Prima pubblicazione Journal of Family Violence, 2 marzo 2023Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di “I Wasn’t Gonna Quit, but by Hook or by Crook I was Gonna Find a Way Through for the Kids”: A Narrative Inquiry, of Mothers and Practitioners, Exploring the Help-seeking of Mothers’ Experiencing Child to Parent Violence, di Chye Toole-Anstey, Michelle Townsend e Lynne Keevers, pubblicato in Journal of Family Violence (Springer) (2024), doi: 10.1007/s10896-023-00511-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questo studio sostiene che la ricerca di aiuto è un atto di resistenza.

Chye Toole-Anstey, Michelle Townsend e Lynne Keevers

Abstract

Obiettivo. La violenza filio-parentale è un problema rilevante, oggetto di ricerca negli ultimi sessant’anni. Tuttavia, si sa poco dei percorsi di ricerca di aiuto dei genitori che subiscono violenza filio-parentale (VFP). Sono stati esplorati gli ostacoli e i fattori che favoriscono la rivelazione della VFP, mentre le risposte per affrontarla sono state studiate solo marginalmente. Non è ancora stato tracciato il passaggio dalla rivelazione alla scelta del luogo in cui ottenere aiuto. Questo studio si propone di tracciare i percorsi di ricerca di aiuto delle madri e li esamina in rapporto alle relazioni all’interno delle famiglie e alle condizioni sociomateriali.

Metodo. Questa indagine narrativa utilizza la pratica basata sulla risposta e il concetto di «intra-azione» di Barad per esaminare interviste con madri (n = 11) che subiscono VFP e con figure professionali (n = 19) che lavorano con famiglie che subiscono VFP.

Risultati. Lo studio individua cinque percorsi di ricerca di aiuto delle madri. Vengono esplorati tre temi presenti in tutti i percorsi: (1) la ricerca di aiuto all’interno di relazioni preesistenti; (2) i sentimenti di paura, vergogna e giudizio delle madri, intrecciati con la ricerca di aiuto; e (3) le condizioni che favoriscono e ostacolano la ricerca di aiuto in famiglia.

Conclusioni. Lo studio rileva che condizioni sociomateriali come la maternità in solitudine e il giudizio altrui limitano le possibilità di ricerca di aiuto. Rileva inoltre che la ricerca di aiuto avviene all’interno di relazioni preesistenti, insieme all’intreccio della VFP con altri problemi come la violenza nella coppia e la mancanza di un’abitazione. Lo studio dimostra i vantaggi di adottare un approccio basato sulla risposta insieme all’«intra-azione» in un contesto di ricerca e di pratica.

Parole chiave: Violenza filio-parentale, Ricerca di aiuto, Intra-azione, Relazioni familiari, Femminismo, Pratica basata sulla risposta

Introduzione

La violenza di un figlio o di una figlia verso un genitore (VFP) è un fenomeno complesso. La VFP, nota anche come violenza familiare adolescenziale, ha diverse definizioni, che vanno da un atto specifico a modelli di comportamento, e si riferisce più spesso alla violenza fisica (Burck et al., 2019). In questo articolo si utilizza la definizione di abuso adolescenziale verso i genitori di Holt (2013) per definire la VFP come «…un modello di comportamento che utilizza mezzi verbali, economici, fisici o emotivi per esercitare potere e controllo su un genitore» (p.2). Si usa il termine figlio o figlia invece di adolescente per cogliere le complessità associate a questa violenza, come gli atti compiuti da bambine e bambini più piccoli che non sempre possono essere definiti violenza (si veda O’Toole et al., 2020). La VFP comprende anche la violenza verso le famiglie affidatarie e altre forme di accoglienza, tra cui la cura da parte di nonne e nonni e l’affido intrafamiliare (Selwyn & Meakings, 2016; Williams et al., 2017). Gli effetti della VFP sulle madri possono includere stress, depressione e ansia (Fitz-Gibbon et al., 2021). Altri effetti possono essere l’isolamento e le assenze dal lavoro dovute alla violenza, che possono avere anche ripercussioni economiche (Fitz-Gibbon et al., 2021). Le madri che subiscono VFP possono anche allontanarsi dalla famiglia allargata e dalle amicizie (Fitz-Gibbon et al., 2021; Holt, 2011).

Ricerche precedenti riportano tassi di prevalenza della VFP. La rassegna di Simmons et al. (2018) ha stimato che la violenza fisica di giovani verso i genitori nella popolazione generale si colloca tra il 5 e il 21%. È preoccupante che, includendo la violenza emotiva, verbale e psicologica, Simmons et al. (2018) abbiano riscontrato un tasso di prevalenza compreso tra il 33 e il 93%. È tuttavia importante osservare che i dati di prevalenza sono limitati dai campioni utilizzati (Jiménez-García et al., 2020) e dalla mancanza di una definizione universalmente condivisa (Simmons et al., 2018). Altre difficoltà legate ai dati di prevalenza sono le seguenti: i genitori non sempre cercano aiuto per la violenza (Peck et al., 2021a); esistono percezioni di differenze tra i sessi, per cui la violenza agita dai ragazzi può essere percepita come più grave di quella agita dalle ragazze (Selwyn & Meakings, 2016); e i campioni comunitari su larga scala sono pochi (Papamichail & Bates, 2019).

Ricerca di aiuto e risposte alla VFP

La ricerca di aiuto è definita come la rivelazione della VFP allo scopo di ottenere assistenza. La ricerca di aiuto è un processo in tre fasi: (1) riconoscere un problema; (2) decidere di cercare aiuto; e (3) decidere a chi o dove chiedere assistenza (Liang et al., 2005). Cercare aiuto comprende i supporti informali, come la famiglia e le amicizie. La ricerca di aiuto comprende anche i supporti formali, per esempio: organizzazioni come i servizi di tutela dei minori o di salute mentale; i servizi di emergenza; e figure professionali del pubblico e del privato, tra cui assistenti sociali.

Ostacoli alla ricerca di aiuto

I genitori possono essere restii a chiedere aiuto per la VFP (Coogan, 2014). Tra gli ostacoli alla rivelazione della VFP c’è la paura: delle conseguenze per il figlio o la figlia, come la sua criminalizzazione o il rischio che subisca un danno (Douglas & Walsh, 2018); della violenza del figlio o della figlia dopo la rivelazione (Pagani et al., 2003); di ricevere l’etichetta di «cattivo genitore» (O’Toole et al., 2020, p. 12); che si dubiti della loro parola o non si creda loro (Clarke et al., 2017); o della colpevolizzazione da parte di altre persone (Moulds et al., 2016). Il rischio che vengano allontanati altri figli o figlie presenti in casa (Coogan, 2014) o la persona minore che agisce la violenza (Clarke et al., 2017), con il conseguente intervento dei servizi di tutela dei minori, costituisce un’ulteriore preoccupazione delle famiglie nel rivelare la VFP. I sentimenti di impotenza e di disperazione dei genitori (Cottrell & Monk, 2004), così come la vergogna e il senso di colpa che provano per la violenza del figlio o della figlia, sono individuati come ostacoli all’accesso al sostegno (Omer & Lebowitz, 2016). La sensazione di non riuscire a controllare il figlio o la figlia può inibire la rivelazione della VFP (Williams et al., 2017), così come il sentirsi incapaci come genitori (Paterson et al., 2002).

Dove si cerca assistenza

Una recente revisione sistematica (Toole-Anstey et al., 2021) degli interventi sulla VFP ha rilevato che le risposte mirate alla VFP tendevano a collocarsi nel sistema della giustizia penale. Alcuni studi hanno esplorato le risposte in ambiti diversi dalla giustizia penale, come la tutela dei minori (Holt & Retford, 2013) e i servizi sociali (O’Toole et al., 2020). I genitori possono rivolgersi ai servizi di salute mentale per problemi come i comportamenti problematici, poiché la paura e l’imbarazzo impediscono loro di definire quel comportamento come violenza (Coogan, 2014). Nei contesti di affido intrafamiliare, quello stesso comportamento è inteso come violenza, e nonne e nonni devono presentare la violenza in modo che richieda un intervento, rassicurando nello stesso tempo le figure professionali sul fatto che la persona minore può restare con loro (Holt & Birchall, 2021). Messiah e Johnson (2017) hanno rilevato che i genitori del loro studio dichiaravano di aver rivelato la VFP a familiari e amicizie prima di rivolgersi ai servizi formali. Una prima risposta della famiglia o della comunità che minimizza e svaluta la violenza può impedire ulteriori richieste di aiuto (Edenborough et al., 2008).

Percorsi di ricerca di aiuto

I percorsi di ricerca di aiuto per la VFP sono stati studiati pochissimo. La ricerca finora condotta tende a collocarsi lungo due filoni. Un filone esplora gli ostacoli alla ricerca di aiuto, mentre il secondo esamina l’utilità delle risposte. Tra i due resta una lacuna di ricerca riguardo ai percorsi di ricerca di aiuto, per esempio come un genitore finisca in un servizio di salute mentale a causa della VFP. Per quanto ci è noto, non esistono studi che traccino il percorso compiuto da un genitore per cercare aiuto, né studi che considerino l’influenza delle condizioni sociomateriali o delle relazioni all’interno delle famiglie. La sociomaterialità collega l’umano al materiale, cioè agli oggetti e ai contesti, e li considera co-emergenti, con un’agentività che si forma e si riforma in questa connessione (Hultin, 2019). Questo studio intende colmare tale lacuna esaminando le seguenti domande: (1) quali sono i percorsi di ricerca di aiuto delle madri che cercano aiuto per la violenza filio-parentale? (2) in che modo l’intra-azione all’interno della famiglia e le condizioni sociomateriali influenzano la ricerca di aiuto? L’articolo esplora dapprima il quadro teorico e i metodi dello studio. Vengono poi esposti i risultati, seguiti dalla discussione, che include i limiti e le implicazioni per la ricerca, la formazione e le politiche.

Quadro teorico

Questa ricerca si colloca in un paradigma emancipativo (Lather, 2006) e si basa sulla pratica basata sulla risposta (Richardson et al., 2017) e sul neologismo di Barad (2007) «intra-azione». Barad (2007) sostiene che gli oggetti non sono entità indipendenti e pone invece l’accento sulle «intra-azioni» tra esseri umani e relazioni con il non umano. Il non umano comprende specie non umane come gli animali domestici di famiglia. Questo intreccio suggerisce che le persone «divengono con» (Haraway, 2008) le relazioni con il non umano e si materializzano attraverso le intra-azioni intrecciate. L’intra-azione sposta il pensiero dalla colpevolizzazione di un essere umano per un atto intenzionale alle pratiche, alle relazioni e alle condizioni sociomateriali che creano la possibilità per una persona di essere e di agire (Webb, 2021), modificando lo sguardo sulla VFP. Invece di considerare il genitore e il figlio o la figlia come indipendenti nella VFP, questo studio utilizza l’intra-azione per vedere la VFP come costituita da un intreccio di agentività intra-agenti (Barad, 2007; Webb, 2021). L’intra-azione sposta inoltre l’attenzione dai fattori che ostacolano o favoriscono la ricerca di aiuto agli intrecci che rendono la ricerca di aiuto per la VFP possibile e impossibile.

La pratica basata sulla risposta è un approccio utilizzato in professioni come il servizio sociale e rientra nel quadro teorico di questa ricerca. La pratica basata sulla risposta è un modo di guardare alla violenza secondo cui la resistenza è considerata sempre già presente. Questo studio sostiene che la ricerca di aiuto è un atto di resistenza. La pratica basata sulla risposta modifica le opposizioni binarie tra vittima e autore mettendo in luce le condizioni sociomateriali (come gli assetti delle politiche, l’ambiente e il contesto) in cui avviene l’interazione sociale (Richardson et al., 2017). La pratica basata sulla risposta è in sintonia con l’«intra-azione», poiché entrambe spostano le dicotomie di «vittima» e «autore» mettendo in luce altre considerazioni, tra cui il contesto, il non umano e le condizioni sociomateriali in cui avviene la violenza (Barad, 2007; Richardson et al., 2017). Integrare l’intra-azione sposta l’idea di condizioni sociali della pratica basata sulla risposta verso il sociomateriale, per cui questi «fattori» sono considerati intrecciati con le azioni, l’agentività e il potere (Fomiatti et al., 2022). Il quadro teorico innovativo che guida questa ricerca consente di realizzare gli obiettivi di tracciare i percorsi di ricerca di aiuto e di individuare le intra-azioni all’interno delle famiglie e il sociomateriale.

Metodo

Per questo studio è stata utilizzata una metodologia di indagine narrativa (Wells, 2011) che integra approcci partecipativi (Reason & Bradbury, 2006). Attraverso questo quadro teorico e questa metodologia, la ricerca colloca chi fa ricerca come parte del mondo che cerca di comprendere (Lather, 2006). La prima autrice è madre e assistente sociale e ha scelto di studiare la VFP dopo aver lavorato con famiglie che vivevano questo tipo di violenza. Questa ricerca fa parte di uno studio più ampio che esamina i racconti dei genitori e le risposte per affrontare la VFP.

Reclutamento delle persone partecipanti

Le persone partecipanti, sia madri sia figure professionali, sono state contattate tramite organizzazioni che si occupano di VFP. Tra le organizzazioni contattate figuravano reti contro la violenza, servizi di salute mentale e assistenti sociali in libera professione. Il reclutamento delle madri tramite organizzazioni aveva lo scopo di sostenerle: se durante l’intervista fosse emerso un problema, la ricercatrice avrebbe proposto di metterle in contatto con l’operatrice o l’operatore che aveva fornito loro le informazioni sullo studio, o con altri servizi, a seconda dei casi. I criteri di selezione delle madri erano (1) che il figlio o la figlia avesse meno di 18 anni al momento in cui agiva la violenza e (2) che il genitore stesso definisse la violenza come VFP; tale definizione veniva esplorata nell’intervista. Il criterio per le figure professionali era l’esperienza di lavoro con la VFP. Questa esperienza poteva riguardare il lavoro con i genitori, con figli e figlie o con entrambi. Alle madri è stata offerta la possibilità di scegliere uno pseudonimo per la ricerca, mentre a tutte le figure professionali ne è stato assegnato uno. Il luogo dell’intervista, così come il giorno e l’ora, sono stati scelti dalle persone partecipanti (World Health Organization, 2016) e alle madri è stato offerto un buono acquisto per la partecipazione. Per tutelare la sicurezza delle madri, al telefono o su Zoom sono state poste domande come «è un buon momento per parlare?» (World Health Organization, 2016). In linea con la pratica basata sulla risposta, alle madri è stata riconosciuta la capacità di prendere decisioni riguardo alla propria sicurezza, compresa la scelta di svolgere l’intervista a distanza e di parlare della violenza. Tutte le madri reclutate per lo studio si erano rivolte a servizi di sostegno per sé e per il figlio o la figlia in relazione alla violenza; parlare della violenza, quindi, non era per loro una novità. Le madri sono state richiamate il giorno successivo per verificare se, dopo l’intervista, avessero bisogno di ulteriore sostegno, come in altre ricerche sulla VFP (Oliver & Fenge, 2020). Lo studio ha ottenuto l’approvazione etica dello Human Research Ethics Committee della University of Wollongong.

Raccolta dei dati

Per la raccolta dei dati sono state utilizzate interviste semistrutturate (Serry & Liamputtong, 2017) e gruppi di discussione di co-analisi per la costruzione di senso. Le interviste sono servite a raccogliere dati da genitori che hanno vissuto o vivono la VFP e da figure professionali che hanno lavorato con la VFP. Le interviste narrative semistrutturate (Anderson & Kirkpatrick, 2016) con le madri si sono svolte di persona, al telefono e su Zoom. Le interviste con le madri sono durate da 40 a 65 min, con una durata media di 63 min. Le interviste semistrutturate con le figure professionali si sono svolte di persona, al telefono e su Zoom. Le interviste con le figure professionali sono durate da 53 a 72 min, con una durata media di 61 min. Le interviste con madri e figure professionali si sono svolte tra dicembre 2020 e ottobre 2021.

A madri e figure professionali sono stati proposti due gruppi di discussione di co-analisi per la costruzione di senso, di seguito denominati discussioni di co-analisi. Le discussioni di co-analisi integravano la narrazione collettiva dell’indagine narrativa partecipativa (Kurtz, 2014), metodi di focus group interpretativi (Dodson et al., 2007) e interviste sequenziali (Lather, 2001). Queste discussioni sono state facilitate dalla prima autrice per costruire il significato dei dati (Lather, 2001), interpretarli ulteriormente (Dodson et al., 2007), accrescere la collaborazione con le persone partecipanti (Lather, 2001) e sostenere gli obiettivi emancipativi del progetto (Lather, 2001). In linea con la narrazione collettiva (Kurtz, 2014), le discussioni di co-analisi si sono svolte con persone che avevano già partecipato alle interviste. Le discussioni di co-analisi si sono tenute nell’aprile 2022.

Le interviste e le discussioni di co-analisi sono state trascritte alla lettera e le trascrizioni sono state verificate sulla registrazione audio. Alle madri e alle figure professionali è stata inviata la propria trascrizione per la verifica da parte delle persone partecipanti, con domande aggiuntive (Lather, 2001). Le persone partecipanti hanno risposto a queste domande aggiuntive tramite e-mail e telefonate, che sono state registrate e trascritte.

Analisi dei dati

L’analisi contestuale basata sulla risposta (Richardson et al., 2017) e l’intra-azione (Barad, 2007) sono state utilizzate come concetti sensibilizzanti per l’analisi dei dati. L’analisi contestuale basata sulla risposta comprende domande come «che cosa sta accadendo e in quali condizioni potrebbero verificarsi tali interazioni?… Chi fa che cosa a chi? E come risponde la vittima?» (Richardson et al., 2017, p.242). Sebbene questo studio eviti l’uso della parola vittima, queste domande favoriscono l’indagine sulle condizioni sociomateriali. Analogamente, l’intra-azione (Barad, 2007) è stata utilizzata come concetto sensibilizzante per attirare l’attenzione sugli intrecci, per comprendere ciò che accade tra le persone anziché concentrare l’attenzione analitica sui singoli individui. L’intra-azione invita a concentrarsi sulla VFP nel suo contesto e nelle relazioni, anziché sulla VFP come «cosa» in sé.

Il primo passo dell’analisi dei dati è stato tracciare i percorsi di ricerca di aiuto. La trascrizione di ogni madre è stata esaminata per tracciare schematicamente i percorsi, utilizzando come quadro il processo di ricerca di aiuto in tre fasi (Liang et al., 2005). Come passo successivo è stata utilizzata un’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2020). La prima autrice ha dapprima preso familiarità con i dati delle madri e li ha codificati utilizzando le parole dei testi (Hesse-Biber, 2010). Questo processo di codifica è stato poi completato per le trascrizioni delle figure professionali. I due insiemi di codici sono stati quindi sviluppati congiuntamente in temi. Questi temi preliminari e i percorsi delle madri sono stati discussi con le coautrici e affinati. Si è valutata la coerenza di questa prima analisi con i racconti delle madri, in linea con la metodologia dell’indagine narrativa (Wells, 2011). L’analisi preliminare, con domande aggiuntive, è stata poi presentata alle discussioni di co-analisi per un’ulteriore interpretazione. I temi e i percorsi sono stati quindi affinati e rielaborati integrando i riscontri delle discussioni di co-analisi. Durante tutto il processo è stata esercitata la riflessività della ricercatrice (Braun & Clarke, 2020; Wells, 2011).

Risultati

Sono state intervistate madri (n = 11) e figure professionali (n = 19) provenienti da aree rurali (n = 14) e metropolitane (n = 16) dell’Australia. Le figure professionali si sono identificate come donne (n = 15) e uomini (n = 4). Sebbene fossero stati invitati i genitori in generale, tutte le persone partecipanti in qualità di genitore si sono identificate come madri, perciò i percorsi sono esplorati come percorsi delle madri. Gli ambiti di pratica rappresentati dalle figure professionali comprendono il disagio abitativo, la famiglia e l’infanzia, la salute mentale, la libera professione e i servizi per le donne. La loro formazione professionale comprende il servizio sociale, la psicologia, la consulenza familiare e il lavoro di comunità. Le madri hanno identificato i figli e le figlie che agivano violenza come maschi (n = 8) e femmine (n = 6), di età compresa tra gli otto e i diciotto anni. Otto delle madri hanno dichiarato di aver subito violenza da un partner precedente. Tra queste persone partecipanti, otto figure professionali hanno preso parte a due discussioni di co-analisi (n = 2; n = 6).

Le madri riferiscono di essersi rivolte a un numero di supporti informali e formali compreso tra due e dieci, con una media di sei supporti per madre. I supporti formali sono stati i più frequenti: nelle interviste con le madri ne sono stati menzionati 54. Va osservato che non tutta l’assistenza era direttamente legata alla VFP; tuttavia, 36 supporti sono stati menzionati in relazione alla VFP. Non sono emerse differenze nel numero di supporti cercati tra le madri delle aree rurali e quelle delle aree metropolitane.

I risultati sono suddivisi in due sezioni. In primo luogo, vengono individuati (si veda la Fig. 1) e spiegati i cinque percorsi di ricerca di aiuto per la VFP emersi in questo studio. In secondo luogo, vengono discussi i temi trasversali ai percorsi di ricerca di aiuto. I temi sono: (1) la ricerca di aiuto avviene all’interno di relazioni preesistenti; (2) i sentimenti di paura, vergogna e giudizio delle madri, intrecciati con la ricerca di aiuto; e (3) le condizioni che favoriscono e ostacolano la ricerca di aiuto in famiglia.

Percorsi di ricerca di aiuto per la VFP
Fig. 1. Percorsi di ricerca di aiuto per la VFP

Percorsi di ricerca di aiuto

Le figure professionali indicano che a cercare aiuto per la VFP erano più spesso le madri che i padri. Nella discussione di co-analisi, le figure professionali concordano sul fatto che i percorsi presentati (si veda la Fig. 1) descrivono il modo in cui i genitori accedono ai loro servizi per la VFP. Figure professionali di ambiti diversi osservano che alcuni percorsi rappresentano la loro esperienza meglio di altri. Nella discussione di co-analisi, i percorsi uno, due e cinque sono stati indicati come i più frequenti. I percorsi non sono così lineari come li rappresenta lo schema. Alcune madri percorrono più strade, e altre, una volta entrate in contatto con un servizio formale cercando aiuto, vengono indirizzate verso servizi aggiuntivi, cosa che questi percorsi non rilevano.

Per ciascun percorso vengono discusse le tre fasi della ricerca di aiuto (Liang et al., 2005). Dapprima si discute la prima fase, il riconoscimento del problema, comune a tutti i percorsi. Si analizza poi ciascun percorso, comprese le intra-azioni all’interno della famiglia, le condizioni sociomateriali e i luoghi in cui si cerca aiuto.

Riconoscere il problema

Le madri indicano che riconoscere il problema (Liang et al., 2005) della VFP è un processo in due tempi. In primo luogo, implica esplorare le opzioni e le risorse che hanno dentro di sé. In secondo luogo, una volta esaurite queste risorse interne, e se la violenza continua, il problema richiede un aiuto esterno (sia formale sia informale). Wendy, una madre, descrive questo riconoscimento del problema in due tempi: «Sentivo di aver esaurito le opzioni e le risorse e per parecchio tempo ho davvero sentito di non sapere che cosa fare». Anche le figure professionali indicano che i genitori esauriscono le proprie risorse interne prima di chiedere aiuto e sottolineano che, a volte, questo spiega perché una madre possa aver bisogno di più tentativi prima di accettare aiuto. Stephanie, operatrice, racconta come alcune madri esauriscano le proprie opzioni interiormente e si rivolgano più volte ai servizi prima di accettare assistenza: «Quando le ho parlato in occasione dell’episodio più recente… mi ha detto che è sfinita e che di solito rifiuta l’aiuto di chiunque e non ha bisogno di sostegno, ma mi ha detto che è allo stremo e non sa più che cos’altro fare».

Nei percorsi uno, due, tre e quattro, riconoscere il problema implica «il ripetersi dei comportamenti», come descrive Linda, una madre. Questo ripetersi comprende anche le difficoltà legate all’aumento della violenza. Wendy, una madre, ha descritto l’aumento delle difficoltà: «si è arrivati al punto in cui la minaccia di violenza stava un po’ crescendo». Per alcune madri, il riconoscimento dei comportamenti violenti come problema includeva il fatto che la violenza avvenisse fuori casa. Stephanie, operatrice, descrive questa escalation: «Così, ho tanti genitori che… mi dicono che non possono portare fuori il figlio o la figlia… perché provano una grande mortificazione all’idea di un’aggressione fisica da parte del figlio o della figlia dove altre persone potrebbero vederla».

Nel percorso cinque il riconoscimento del problema della VFP è diverso rispetto ai primi quattro percorsi. Nel percorso cinque il problema della VFP non è separato da altri problemi per i quali la madre sta già cercando aiuto. Esperienze come la violenza nella coppia e la mancanza di un’abitazione fanno parte, in questo percorso, della ricerca di aiuto per la VFP. Si tende qui a introdurre un taglio artificiale nella ricerca di aiuto, a separare la ricerca di aiuto per la VFP come un processo a sé. Tuttavia, nei racconti delle madri questa ricerca di aiuto non è separata: è piuttosto l’intra-azione della VFP con altri problemi a offrire la possibilità che la ricerca di aiuto per la VFP divenga con questi altri problemi. Nella discussione di co-analisi, le figure professionali sottolineano che altre organizzazioni possono attivare il percorso cinque, come le scuole che rilevano comportamenti problematici in classe, processo attraverso il quale viene individuata la violenza agita dalla persona minore in casa.

Percorso uno: «Non so che cosa fare»

Il percorso uno inquadra una decisione della madre di chiedere aiuto. In questo percorso, la genitorialità è posta come lo strumento per affrontare la VFP, il che implica che le madri si attribuiscano la colpa della violenza e si assumano la responsabilità di risolverla. Clare, una madre, spiega questa responsabilità: «be’, ero convinta di essere la peggior madre del mondo perché non riesco a controllare i miei figli. Non riesco a cambiare i loro comportamenti». Si vede qui l’agentività intrecciata delle madri con le azioni dei figli e delle figlie: una madre si assume la responsabilità delle azioni del figlio o della figlia e, di conseguenza, quella di cambiarle.

In questo percorso le madri hanno scelto sia servizi informali sia formali, tra cui amicizie, fratelli e sorelle della madre, servizi per la famiglia e servizi pubblici di tutela dei minori. Le madri riferiscono che i supporti informali le hanno messe in contatto con supporti formali. Donna, una madre, racconta come un’amica l’abbia messa in contatto con un servizio: «il fatto è che lei capisce come mi sento e cosa penso, ed è velocissima a cercare di trovare… lavorava per [servizio di tutela dei minori], quindi è velocissima a cercare di attivare i servizi, tipo ha organizzato con Susan [operatrice] e tutto il resto».

Percorso due: «Perché mio figlio si comporta così?»

Il percorso due colloca la VFP come una questione di patologia, con un dualismo tra la responsabilità della persona minore per la violenza e la responsabilità della patologia. Questo percorso pone la diagnosi come lo strumento per affrontare la VFP. La diagnosi non si presenta come una tappa: è piuttosto la diagnosi a spiegare la violenza, e questo di per sé affronta il problema. Rachael, dell’ambito della salute mentale, spiega questo dualismo: «sì, un sacco di proiezioni del tipo: “Mio figlio diventerà un mostro? C’è qualcosa di profondamente sbagliato in lui, se mi fa questo? Perché non ha nessun senso dell’empatia e nessuna bussola morale?”, e poca capacità di riconoscere la dinamica in atto tra i due». Questa citazione rappresentativa mostra che la violenza non è vista in chiave relazionale, ma è attribuita alla patologia.

Tutti i supporti cercati in questo percorso sono figure dell’ambito medico. Donna, una madre, afferma: «Ecco perché stiamo, sai, stiamo cercando di fare tutte le valutazioni per vedere cosa sta succedendo davvero». Questa citazione mostra che i servizi di questo percorso vengono scelti per la possibilità di effettuare valutazioni che portino a una diagnosi, la quale permetterà poi di affrontare la violenza.

Percorso tre: «Abbiamo bisogno di aiuto»

Il percorso tre non è rappresentato nelle interviste con le madri quanto i primi due percorsi. Anche le figure professionali, nelle discussioni di co-analisi, segnalano che pochi genitori accedono ai loro servizi attraverso questo percorso. Questo percorso inquadra la VFP come intrecciata nella relazione madre-figlio o madre-figlia, e considera madre e figlio o figlia entrambi parte della soluzione della violenza. Una madre, Clare, presenta questo percorso come quello in cui l’aiuto che riceve aiuterà a sua volta i suoi figli e le sue figlie: «aiutami ad aiutarli». Wendy, un’altra madre, racconta di aver formulato deliberatamente la richiesta di aiuto al «noi» per essere sicura di non attribuire la colpa al figlio: «Possiamo avere un po’ di aiuto? Noi, non ho mai detto “Tu, sei tu il problema e devi farti aggiustare” o cose del genere… perché so che non funzionerà mai». In questo percorso i supporti sono sia formali sia informali, in particolare amicizie e figure di consulenza.

Percorso quattro: «Avevo proprio bisogno che qualcuno mi aiutasse perché… mio figlio era fuori controllo e avevo paura di lui»

Il percorso quattro viene utilizzato quando è necessario un aiuto immediato durante un episodio di violenza. Tutti i percorsi vengono attivati dopo l’accumularsi dei comportamenti, ma il percorso quattro richiede aiuto durante un episodio di violenza. È un percorso in cui c’è un rischio immediato per la sicurezza della madre. Il modo in cui questo percorso inquadra le relazioni familiari pone la madre come colei che deve avere il controllo. Attraverso questo percorso, le madri indicano di aver bisogno di supporti come «rinforzo» nel loro ruolo genitoriale, il che le colloca come agenti nell’affrontare la violenza.

Nelle discussioni di co-analisi, le figure professionali osservano che i genitori incontrati attraverso il percorso quattro tendono maggiormente a mostrare riluttanza o ad avere ostacoli aggiuntivi nell’accedere all’aiuto. Le figure professionali attribuiscono inoltre un rischio maggiore in questo percorso, in parte, alla maggiore corporatura della persona minore. Karen, operatrice, parla di questa corporatura maggiore: «stavo per dire che spesso, anche quando sono diventati più grossi dei genitori, la violenza c’era sempre già da piccoli, ed è lì che fa paura». Rachel, operatrice, parla ulteriormente di come la corporatura della persona minore aumenti il rischio:

«Sì, esatto. Cominciano a fare paura e papà non riesce più a contenerli fisicamente perché adesso fanno paura anche a papà, e alla mamma fanno paura da tanto tempo, ma adesso fanno paura a papà, al corpo docente e ad altre persone»

Questa citazione mostra come la maggiore corporatura della persona minore accresca la percezione del rischio per la sicurezza dei genitori, il che porta a cercare aiuto attraverso questo percorso. Il rischio per la sicurezza è qui intrecciato con la condizione sociomateriale di una persona minore di corporatura maggiore.

In questo percorso si cercano supporti informali, come i fratelli e le sorelle della madre e le amicizie. Laura, una madre, afferma «Mi faceva sentire al sicuro poterne parlare con lui…» parlando della sicurezza che prova nel chiamare i fratelli per chiedere aiuto durante un episodio di violenza.

Il percorso quattro è l’unico che coinvolge il sistema della giustizia penale, con la polizia chiamata in un momento di crisi. Wendy, una madre, esplora questa possibilità di rivolgersi alla polizia:

«Avevo proprio bisogno che qualcuno mi aiutasse perché ero una donna sola e mio figlio era fuori controllo e avevo paura di lui. Avevo bisogno di quell’aiuto, ma non avevo nessuno da chiamare. La polizia era l’ultimo baluardo: quando, sai, quando sei una donna e hai così tanta paura e non ti resta nient’altro da fare. Be’, sapevo che c’era la polizia».

Le intra-azioni familiari in questo percorso pongono la madre come colei che deve avere il controllo, come si vede nella citazione di Wendy. Le intra-azioni familiari entrano in gioco anche quando si parla dell’intervento della polizia chiamata da membri della comunità che assistono alla violenza. Stephanie, operatrice, racconta come una madre abbia vissuto la chiamata alla polizia da parte del vicinato:

«…la sua vicina ha chiamato la polizia. E la mamma è fuori di sé perché si vergogna tantissimo. Lei è… “Oh, invece di offrirsi di aiutarmi con questa figlia che non riesco a controllare, qualcuno ha chiamato la polizia come se la stessi picchiando, come se stessi facendo qualcosa di sbagliato”... Quindi ha preso… l’intervento della polizia nel modo sbagliato e si è messa molto sulla difensiva»

In questo racconto la madre non vede nella chiamata della vicina alla polizia un gesto di sostegno, ma sente che è il segno che il suo modo di fare il genitore viene percepito come inefficace.

Percorso cinque: «Avevo a che fare con un figlio più piccolo che presentava rifiuto scolastico… Quello che è venuto fuori è stata la violenza filio-parentale»

Il percorso cinque è un percorso di ricerca di aiuto intrecciato. La ricerca di aiuto per la VFP non è separata dalla ricerca di aiuto per altri problemi. A volte i genitori cercano aiuto per altri problemi, come la violenza nella coppia o la mancanza di un’abitazione, e il problema della VFP emerge dopo che si sono stabiliti fiducia e rapporto con la figura professionale. Altri contesti in cui, in questo percorso, può emergere il problema della VFP sono il rifiuto scolastico, i problemi di salute mentale o, come indica Karen, operatrice, «famiglie che rischiano lo sfratto per danni all’abitazione o per lamentele dovute al rumore…» a causa degli agiti violenti di un figlio o di una figlia.

In questo percorso, la violenza del figlio o della figlia è spesso legata all’esperienza di violenza che la madre ha subito da un partner maschile. Kathryn racconta di aver voluto rispondere alla violenza del figlio in modo diverso da come aveva risposto alla violenza del partner, ed è per questo che ha cercato aiuto: «semplicemente non riuscivo a concepire di fare lo stesso con mio figlio». Questo intreccio con l’esperienza di violenza nella coppia di una madre è stato esplorato anche nelle discussioni di co-analisi, dove Richard, operatore, spiega:

«Sì, una delle cose più dure di cui essere testimoni è la madre che piange e dice: “Ci risiamo. Ho sopportato tutta questa merda dal loro padre e adesso mio figlio fa lo stesso”, ed è quel ciclo intergenerazionale, e l’impotenza e la disperazione che esprimono sono davvero toccanti, davvero pesanti».

Questo è l’unico percorso in cui sono le figure professionali a individuare la VFP. Possono assistere alla violenza mentre avviene, per esempio durante gli appuntamenti. Leanne, una madre, parla degli agiti violenti della figlia mentre vivevano in una casa rifugio e di come l’operatrice vi abbia assistito e sia intervenuta: «e in effetti c’era Erica [operatrice], che ha parlato con Gabrielle e alla fine l’ha fatta uscire, bella tranquilla e calma, e questo ha aiutato davvero».

I risultati sul ruolo delle scuole nell’individuazione della VFP sono contrastanti. Alcune figure professionali ritenevano che le scuole mancassero in questo percorso, come spiega Richard, operatore:

«Praticamente ogni bambino o bambina, a un certo punto, va a scuola. E di certo, nella mia esperienza, è spesso lì che i comportamenti violenti si vedono per la prima volta o cominciano a vedersi, e questo viene poi riferito alla famiglia, e potrebbe spingere i genitori a cominciare a porsi queste domande e a cercare aiuto da qualche parte».

Tuttavia, altre figure professionali, come Rachael, ritengono che la VFP avvenga solo in casa: «Penso che molto spesso siano comportamenti che si verificano solo in casa e che a scuola i comportamenti siano completamente diversi». Nessuna madre indica la scuola come percorso per ottenere aiuto per la VFP.

Questo percorso comprende solo supporti formali. Le famiglie possono continuare a lavorare con servizi già attivati per altri problemi oppure, in alcuni casi, sono state indirizzate a nuovi servizi per rispondere al problema della VFP.

Temi trasversali ai percorsi di ricerca di aiuto

In questa sezione vengono esplorati i temi trasversali ai cinque percorsi di ricerca di aiuto. Questi temi illustrano condizioni sociomateriali che emergono con e nella ricerca di aiuto per la VFP.

La ricerca di aiuto avviene all’interno di relazioni preesistenti

Intrinseca a tutti i percorsi di ricerca di aiuto di questo studio è una relazione preesistente con la persona. Amy, una madre, afferma «Ho chiamato Susan di [un servizio per famiglie e giovani] perché io… la conosco». Tutto l’aiuto è stato cercato presso persone con cui uno o più membri della famiglia avevano avuto un’esperienza precedente o avevano una relazione in corso. Laura, una madre, mentre percorreva il percorso due cercando una diagnosi che spiegasse la violenza del figlio, chiarisce il valore della relazione preesistente per giustificare la scelta del suo medico di base:

«Quindi io ho sempre… il mio medico è fantastico. Ha un ottimo rapporto con Matthew. È il suo medico da quando è nato. Mi dice sempre che se Matthew ha bisogno di venire a fare due chiacchiere, giusto per sentirsi, è più che benvenuto, basta prendere un appuntamento e venire a parlare un po’ di come vanno le cose. Ma a volte vede il suo comportamento, sa quanto è difficile per me a volte. Quindi è un medico che mi sostiene molto, ed è bello».

Le figure professionali individuano un concetto di ricerca di aiuto tardiva. April, operatrice, afferma:

«Ecco, trovo sempre che, quando le persone arrivano da me, la situazione è piuttosto intensa e piuttosto grave. Tipo, sono già passate da tutte le parti, e quando trovano me o altre figure cliniche, la cosa è completamente e totalmente fuori controllo… Quindi di solito sopportano questa situazione da molto tempo».

Questa citazione è rappresentativa delle figure professionali che ritengono che le famiglie si rivolgano al loro servizio quando la violenza è ormai radicata. Il risultato secondo cui la ricerca di aiuto avviene all’interno di relazioni preesistenti sostiene questa idea di ricerca di aiuto tardiva. In primo luogo, le madri hanno parlato delle opzioni interne che hanno utilizzato personalmente per cercare di affrontare la violenza prima di rivolgersi a supporti esterni. Così, anche se può sembrare che l’aiuto venga cercato tardi, in realtà hanno cercato attivamente di affrontare il problema da sole. In secondo luogo, i genitori possono aver cercato aiuto presso altri supporti all’interno delle loro relazioni preesistenti. Queste relazioni possono averli messi in contatto con le figure professionali che hanno partecipato alla ricerca, o averli informati della loro esistenza, il che porta queste figure professionali a percepire che l’aiuto viene cercato tardi.

Questa ricerca individua anche ostacoli alla ricerca di aiuto al di fuori delle relazioni preesistenti. L’uso della tecnologia per cercare servizi limita le possibilità di ricerca di aiuto per la VFP. Le figure professionali indicano che i genitori possono non sapere quali parole chiave usare quando cercano servizi online. Rachael, operatrice nell’ambito della salute mentale, spiega un altro problema della ricerca online: «la quantità di studi di psicologia e di servizi che compaiono è soverchiante, ci sono troppi numeri e non sanno dove andare o quale sia quello giusto». April, operatrice in un’area rurale, osserva:

«… è proprio una questione di contesto rurale e isolato: o pensano che il servizio non esista, oppure chi è specializzato e potrebbe aiutarli a sbrogliare tutto questo è così oberato che l’attesa è lunghissima, e quando arrivano da noi è piuttosto difficile. Nessuno mi troverebbe mai su Google in un piccolo paese rurale e isolato, per via del nostro anonimato…»

Questa citazione è sintomatica delle complessità che le figure professionali evidenziano nell’uso della ricerca online per trovare servizi per la VFP. Le madri non riferiscono di aver usato la tecnologia per individuare i servizi e si affidano invece alle loro relazioni preesistenti per la maggior parte dei servizi dei percorsi.

I sentimenti di paura, vergogna e giudizio delle madri, intrecciati con la ricerca di aiuto

I sentimenti di paura e di vergogna delle madri sono intrecciati con la loro decisione di rivelare la violenza del figlio o della figlia. Louise, una madre, racconta che, quando ha rivelato la VFP a un’operatrice, le ha chiesto: «…per favore, non lo segnali. Per favore, non lo scriva nelle sue note cliniche». Qui la paura è una preoccupazione per le conseguenze per la persona minore che agisce la violenza e limita la capacità della madre di parlare della violenza che subisce. Questo sentimento di paura è riferito anche dalle figure professionali. Karen, operatrice, spiega alcune paure che le madri le hanno espresso, come «Non voglio che finiscano nei guai, oppure “penserebbero che sono un’infame se faccio la spia” e “la famiglia se la prenderà con me”». Rachael, operatrice nell’ambito della salute mentale, ha detto inoltre che la paura delle ripercussioni riguarda ciò che accadrebbe se le madri rivelassero la violenza: «…spesso [la mamma] ha paura di parlarne con chiunque perché non sa cosa succederà». Rachael approfondisce i sentimenti di paura e di vergogna e indica che tutte le famiglie con cui ha lavorato li provano:

«Non credo di aver mai incontrato una sola famiglia in cui non ci fossero paura e vergogna, quando c’è di mezzo la violenza filio-parentale… All’inizio di solito c’è un forte atteggiamento difensivo, e a volte un’aggressività aperta per il fatto che altri servizi suggeriscano che c’è un problema. Ma sotto, e quando li conosci, ci sono tante lacrime, tanta paura e tanta vergogna, e questo agisce davvero come ostacolo alla ricerca di aiuto, e spesso hanno davvero paura di cosa succederà a loro come genitori e di cosa succederà al figlio o alla figlia».

Le madri percepiscono che saranno giudicate rivelando la VFP, e lo sono state, il che limita la possibilità di rivelare la violenza. Questa preoccupazione è aggravata dalla condizione sociomateriale di madre sola. Laura, una madre, spiega «Penso che, da mamma single, mi sembra che la gente mi giudicherà e dirà che il suo comportamento dipende da te, il che probabilmente è stupido da pensare, ma è così che la vedo». Questa citazione è rappresentativa del giudizio che le madri avvertono, e limita la possibilità di cercare aiuto. Paura e giudizio si intensificano nelle aree rurali, come spiega Louise, una madre: «non avevano… nessuna politica rigorosa sulla privacy per un paese piccolo, né sulla sicurezza», il che limita le opzioni disponibili per la ricerca di aiuto. Tanya, operatrice in una piccola comunità, parla in modo analogo di questa preoccupazione nella discussione di co-analisi:

«Quando ci sono comportamenti violenti e tutto il resto, vedo quasi un elemento di segretezza, quindi una parte molto grande del “perché mio figlio si comporta così”, ma non si andrebbe sempre in uno studio di psicologia o di pediatria, se ne parlerebbe davvero solo con amicizie e famiglia per lo stigma che c’è intorno».

Qui la condizione sociomateriale delle aree rurali e delle piccole comunità co-produce limiti alla ricerca di aiuto per la VFP. I supporti presenti nella rete di una persona sono limitati da questa piccola comunità. Gli elementi materiali del contesto sociomateriale, come i supporti formali, limitano i mezzi attraverso cui le madri possono cercare assistenza per la VFP.

Condizioni che favoriscono e ostacolano la ricerca di aiuto in famiglia

Nelle interviste con le madri sono state discusse le considerazioni che entrano in gioco nella scelta di rivelare la VFP ad altri membri della famiglia, come i genitori e i fratelli e le sorelle della madre. Alcune madri, come Kathryn, dicono di sentire che i propri genitori non capiranno i loro problemi o non sapranno come rispondere: «Mi sembra che se ne parlassi con mia madre e mio padre, cosa che comunque non farei, semplicemente non saprebbero gestirla». Altre madri hanno parlato dei possibili problemi che questo creerebbe nel rapporto tra i loro genitori e il figlio o la figlia, come spiega Linda: «Non dico niente a mia madre perché poi se la prende con Morgan». Karen, operatrice, ha parlato di una difficoltà che i genitori possono incontrare quando rivelano la violenza ad altri membri della famiglia: «Ma ho notato abbastanza spesso che i familiari possono… in un certo senso rafforzare lo status quo delle dinamiche familiari. Così a volte minano la madre colpevolizzandola a loro volta, come un nonno o una nonna». Qui la percezione e l’esperienza di una risposta sociale negativa da parte della famiglia delle madri sono intrecciate con la ricerca di aiuto. Questa risposta sociale limita le opzioni prese in considerazione ed è implicata nell’esperienza di cercare aiuto.

Alcune madri, come Laura, indicano che la famiglia è un buon sostegno per la VFP e spiegano la vicinanza della propria famiglia come motivo: «Mia madre è una benedizione. Sarei persa senza di lei. E noi [fratelli e sorelle] ci guardiamo sempre le spalle a vicenda, siamo stati cresciuti così». Le condizioni sociomateriali della famiglia in questo esempio, la sensazione di vicinanza reciproca, co-producono la possibilità di cercare aiuto in un contesto familiare. La percezione di una risposta sociale positiva rende possibile chiedere aiuto per la VFP.

Un’assenza notevole nei percorsi di ricerca di aiuto è la possibilità di rivolgersi al padre della persona minore. Molte delle madri (n = 8) hanno subito in passato violenza nella coppia, in parte agita dai padri dei loro figli e figlie. Gli effetti dell’assenza del padre sono amplificati nelle esperienze di violenza delle madri, per cui l’assenza continua a influenzare il rapporto della madre con il figlio o la figlia e le sue percezioni del genere e della sicurezza. Richard, operatore, nella discussione di co-analisi offre una citazione sintomatica del punto di vista delle figure professionali sul padre assente: «Io chiedo: “Dov’è il padre in tutto questo?”. Se guardiamo ai problemi di attaccamento e ai primi 2000 giorni, “Dov’è il padre, o l’altro genitore, se è per questo?”. Per ballare il tango bisogna essere in due, e anche per fare un bambino: dove sono i due genitori o i modelli adulti?». La condizione sociomateriale di padri che agiscono violenza rende difficile per la madre rivolgersi al padre come sostegno per la VFP. In quest’ottica, la maternità in solitudine limita le opzioni di relazioni preesistenti a cui attingere per ottenere sostegno. Sebbene possano essere disponibili altri familiari maschi, solo tre madri riferiscono di essersi rivolte a uomini per chiedere aiuto: uno era un fratello e due erano i loro attuali partner.

Discussione

Questo studio offre contributi originali al campo della VFP. In primo luogo, individua le condizioni sociomateriali e le intra-azioni legate alla ricerca di aiuto per la VFP, compresi i contesti della ricerca di aiuto e le relazioni familiari a cui si attribuisce la responsabilità di affrontare la violenza. In secondo luogo, un contributo di questo studio riguarda il ruolo che la ricerca di aiuto per altri problemi, come la mancanza di un’abitazione, svolge nell’individuare la VFP. Questa sezione sintetizza le nuove conoscenze emerse dallo studio attraverso il quadro delle tre fasi della ricerca di aiuto (Liang et al., 2005). La discussione integra la ricerca sulla VFP e sulla ricerca di aiuto nel campo affine della violenza nella coppia. Seguono le considerazioni metodologiche dello studio, i limiti e le implicazioni.

Riconoscere il problema

La «soglia» di violenza delle madri, cioè il riconoscere quando gli agiti violenti di un figlio o di una figlia sono tali da richiedere un aiuto esterno, è una sfida per la VFP. Esiste un livello accettato di violenza adolescenziale verso i genitori, come afferma Holt (2013) nel definire la violenza filio-parentale: «l’abuso verso i genitori va oltre le esperienze quotidiane di bambine e bambini che “si scagliano” contro i genitori, cosa che può accadere per ogni sorta di ragioni mediche, evolutive e situazionali e che quindi esula dai parametri del “comportamento abusante”» (p.2). Questa distinzione è complessa e implica un’accettazione sociale della violenza in età evolutiva come parte «normativa» dello sviluppo. Resta da individuare il punto in cui una madre percepisce gli agiti del figlio o della figlia come violenti anziché come parte dell’«esperienza quotidiana». Nel campo affine della violenza nella coppia, le donne hanno descritto la soglia di violenza come il momento in cui «quando è troppo è troppo» (Randell et al., 2011), ma per la VFP manca un consenso su questa soglia. Questo studio concorda con Holt (2013): la mancata comprensione della «soglia» di violenza ostacola il riconoscimento del problema e la consapevolezza di quando chiedere aiuto.

La letteratura ha individuato l’esperienza, da parte delle madri, sia della violenza nella coppia sia della VFP, e una rassegna recente la definisce «la natura intergenerazionale della violenza domestica» (Peck et al., 2021b, p. 7). Utilizzando il quadro concettuale dell’intra-azione (Barad, 2007), questo studio approfondisce i legami tra queste due forme di violenza. L’intra-azione sposta il legame «causale» tra il subire o l’assistere alla violenza nella coppia in casa e la violenza filio-parentale verso un intreccio. Questo intreccio colloca l’esperienza della violenza nella coppia non solo come fattore correlato, ma come condizione che rende possibile il ricorso alla violenza filio-parentale. L’agentività del figlio o della figlia nell’agire la violenza è legata alla sua esperienza della violenza nella coppia. Ciò non annulla la responsabilità; al contrario, Barad (2007) afferma che uno sguardo intra-attivo crea più responsabilità e più rendicontabilità. Inoltre, per alcuni figli e figlie l’esposizione alla violenza nella coppia è una condizione che rende meno possibili relazioni rispettose e non violente con la madre. Ciò non significa che ogni VFP sia legata alla violenza nella coppia, ma che per alcuni figli e figlie l’esposizione alla violenza nella coppia è una condizione che rende possibili gli agiti violenti.

La ricerca di aiuto delle madri che avevano subito violenza nella coppia era talvolta intrecciata, impossibile da separare dall’esperienza della violenza del figlio o della figlia. Questo intreccio ha co-prodotto le condizioni di possibilità e di impossibilità della ricerca di aiuto, limitando e insieme favorendo l’accesso delle madri ai supporti per la VFP. Le esperienze delle due forme di violenza si sono materializzate insieme nella ricerca di aiuto per la VFP. Holt (2013) ha osservato che le madri che hanno subito violenza nella coppia possono essere più vulnerabili alla VFP. Questo studio estende tale affermazione, rilevando che l’esperienza della violenza nella coppia può offrire un linguaggio con cui inquadrare la violenza di un figlio o di una figlia, mentre questo intreccio ha prodotto anche diverse vie di ricerca di aiuto.

Questo studio ha rilevato, come mostra il percorso cinque, che la VFP non è sempre il problema per cui ci si rivolge ai servizi. Analogamente, Fitz-Gibbon et al. (2021) affermano che la VFP può non essere il problema presentato. Le difficoltà di accesso all’aiuto, come la scarsità di servizi di intervento precoce specifici per la VFP, sono state individuate come fattori che contribuiscono alla mancata segnalazione della VFP (Fitz-Gibbon et al., 2021). In questo studio la VFP emerge all’interno delle condizioni sociomateriali di altri problemi presentati. Le condizioni sociomateriali della scarsità di servizi specifici per la VFP, così come la mancata conoscenza della «soglia» della violenza agita da figli e figlie, limitano la capacità delle madri di cercare aiuto per la VFP.

Prendere la decisione di chiedere aiuto

Il percorso cinque coglie una condizione sociomateriale, la permanenza in una casa rifugio, che rende possibile l’esperienza della ricerca di aiuto per la VFP. Vivere in una casa rifugio consente alle figure professionali di assistere agli agiti violenti di un figlio o di una figlia verso la madre. La «sorveglianza genitoriale» è un fenomeno vissuto nelle case rifugio: le madri che lasciano una relazione violenta e risiedono temporaneamente in una casa rifugio riferiscono che il loro modo di fare il genitore è sottoposto a scrutinio e regolamentazione (Fauci & Goodman, 2020, p. 242). Uno studio su madri ospitate in case rifugio per la violenza domestica negli Stati Uniti ha rilevato che le madri sentivano limitata la propria autonomia e che il personale della casa rifugio interveniva nella genitorialità (Fauci & Goodman, 2020). Nel presente studio, diversamente da Fauci e Goodman (2020), la condizione sociomateriale di vivere in una casa rifugio ha reso possibile a una madre ottenere sostegno per gli agiti violenti della figlia.

Questo studio ha rilevato che le madri individuavano sentimenti di paura, vergogna e giudizio legati alle esperienze e alle percezioni delle risposte sociali nella ricerca di aiuto per la VFP. Questo risultato trova sostegno nella ricerca sulla VFP (per es. Coogan, 2014). Tuttavia questo studio, applicando uno sguardo intra-attivo e basato sulla risposta, li sposta dalla categoria di fattori che ostacolano la ricerca di aiuto a quella di intrecci che co-emergono con l’esperienza della VFP. Questi sentimenti, associati alle risposte sociali percepite e reali, sono inseparabili dall’esperienza della VFP e sono implicati nei processi di ricerca di aiuto. Tale implicazione limita i luoghi in cui i genitori possono cercare aiuto. Analogamente, i sentimenti provati dalle madri possono limitare la responsabilità del figlio o della figlia di cambiare i propri agiti. Usare l’intra-azione per analizzare i sentimenti provati porta a non vederli più come ostacoli, ma come co-produttori dei confini della ricerca di aiuto. L’agentività di una madre nel cercare aiuto è limitata da questi sentimenti ed è strettamente legata alla percezione di una risposta sociale giudicante. Collocare i sentimenti delle madri in un’ottica basata sulla risposta mette in luce le condizioni che rendono possibile alle madri sentirsi in colpa e provare vergogna per la violenza del figlio o della figlia (per es. Williams et al., 2017), e quelle che poco fanno per preservare la dignità o favorire il recupero delle famiglie (Richardson et al., 2017).

Alla decisione di cercare aiuto sono legate le intra-azioni all’interno della famiglia. I percorsi uno e quattro attribuivano ai genitori la responsabilità di affrontare la violenza. Il percorso due indicava una responsabilità della violenza ripartita tra il figlio o la figlia e una patologia. Il concetto di colpa attribuita al figlio o alla figlia oppure al genitore e il suo legame con la ricerca di aiuto sono stati studiati solo marginalmente (si veda Holt, 2013). Tuttavia, uno sguardo intra-attivo considera queste relazioni familiari come dotate di agentività intrecciate. Queste agentività intrecciate comprendono la responsabilità di affrontare la violenza e hanno influenzato i luoghi in cui le madri hanno cercato aiuto. In questo intreccio è implicata anche l’attribuzione di quanto la madre e il figlio o la figlia fossero «biasimevoli» (Holt, 2013). Queste intra-azioni familiari sono condizioni sociali che rendono possibili alcuni percorsi di ricerca di aiuto e impossibili altri.

Scegliere dove chiedere aiuto

La ricerca sulla ricerca di aiuto per la violenza nella coppia indica che ci si rivolge ai supporti informali prima che ai servizi formali; uno studio ha rilevato che l’86.2% delle madri cercava aiuto presso la famiglia, le amicizie o entrambe (Meyer, 2011). Il presente studio concorda con questo risultato e con Messiah e Johnson (2017), che indicano qualcosa di simile per la VFP. Questo studio estende tale risultato affermando che le madri che cercano aiuto personale e professionale per la VFP lo fanno all’interno di relazioni preesistenti.

La condizione sociomateriale di una relazione preesistente crea la possibilità di cercare aiuto. Ampliando l’indagine di Parentline (2010) (citata in Holt, 2013), che indicava la medicina di base e le scuole come principali fonti di sostegno cercate dai genitori, questo studio ha rilevato che la condizione di una relazione preesistente è fondamentale per la possibilità di cercare aiuto. Tuttavia, in questo studio le madri non hanno indicato le scuole tra le relazioni preesistenti a cui rivolgersi per ottenere aiuto per la VFP. La familiarità e la fiducia nel cercare un sostegno formale (Holt, 2013) possono essere fattori aggiuntivi necessari all’interno della relazione preesistente. L’isolamento dei genitori dovuto alla VFP, così come le esperienze passate o attuali di violenza nella coppia, possono restringere i luoghi in cui i genitori scelgono di cercare aiuto. In questa ricerca è emerso che i problemi di disponibilità dei servizi e di riservatezza si aggravano nelle aree rurali, limitando le relazioni preesistenti disponibili a cui chiedere aiuto. Era già stato rilevato che i contesti rurali ostacolano la ricerca di aiuto per la VFP (Fitz-Gibbon et al., 2021), e questo studio va oltre, indicando che la condizione sociomateriale di un contesto rurale vincola la ricerca di aiuto per la VFP.

Meyer (2011) ha rilevato che alcune madri, nel cercare aiuto per la violenza nella coppia, possono scegliere di «restare in silenzio» (p.441) per proteggere i figli e le figlie, per paura dell’intervento del sistema di tutela dei minori. Analogamente, il silenzio delle madri è documentato nella VFP (per es. Burck et al., 2019). Il presente studio ha rilevato che la paura delle ripercussioni per il figlio o la figlia, comprese quelle legate al sistema di tutela dei minori, condizionava la decisione di rivelare la VFP e, di conseguenza, riduceva al silenzio le madri.

La riluttanza a rivolgersi alla polizia per la VFP è stata rilevata in altre ricerche (per es. Fitz-Gibbon et al., 2021). In studi precedenti questa riluttanza è stata attribuita alla paura di criminalizzare il figlio o la figlia (Douglas & Walsh, 2018), di non essere prese sul serio (Edenborough et al., 2008) e al fatto che non costituisca un deterrente efficace (Holt, 2011). Questo studio si basa su tali risultati per considerare le relazioni all’interno della famiglia nella ricerca di aiuto e le intra-azioni nel ricorso alla polizia. Le intra-azioni delle relazioni familiari hanno influenzato i percorsi seguiti dalle madri per cercare aiuto per la violenza. Il presente studio estende gli studi precedenti rilevando che una condizione per rivolgersi alla polizia è che la madre si percepisca responsabile delle azioni del figlio o della figlia. Analogamente, se le madri legavano l’agentività della violenza del figlio o della figlia a una patologia, si creava una condizione di impossibilità di rivolgersi alla polizia.

In questo studio i padri erano assenti dai percorsi di ricerca di aiuto. Sebbene lo studio sia limitato dal fatto che tutti i genitori intervistati fossero madri, vi sono presenti le complicazioni di sicurezza legate all’esercizio della genitorialità con un padre che agisce violenza verso la madre. Il conflitto tra la necessità percepita che entrambi i genitori abbiano un ruolo nell’educazione della prole e, in egual misura, la necessità di proteggere figli e figlie dai danni (Simmons, 2018) è presente nei racconti di queste madri e viene indicato anche nelle interviste con le figure professionali. Questa ricerca rileva l’isolamento delle madri come condizione sociomateriale della violenza nella coppia (Barnett et al., 2011), per esempio quando le donne lasciano la propria comunità per sfuggire alla violenza. Questo isolamento limita le opzioni disponibili di ricerca di aiuto all’interno delle relazioni preesistenti, compreso il padre del figlio o della figlia.

Punti di forza metodologici

Un punto di forza del presente studio è il quadro teorico e la metodologia. In particolare, l’inclusione delle discussioni di co-analisi ha dato profondità all’analisi. Il quadro concettuale della ricerca, che utilizza la pratica basata sulla risposta e l’intra-azione, fornisce una struttura per chiarire nuove conoscenze. In linea con Barad (2007), che invita a non dare troppa enfasi alle «parole», l’uso di approcci basati sulla risposta insieme all’indagine narrativa favorisce la considerazione delle condizioni sociomateriali. Il passaggio dal considerare come fattori al considerare come condizioni (Webb, 2021) ciò che era stato proposto in precedenza colloca tali condizioni come intrecciate con l’agentività e il potere. Questo posizionamento offre nuove prospettive sulla ricerca di aiuto per la VFP. L’articolo contribuisce a colmare la lacuna delle «voci silenziate delle madri» nella ricerca (per es. Burck et al., 2019). L’approccio al reclutamento adottato in questo studio affronta questa lacuna, e sono state reclutate madri appartenenti a popolazioni difficili da raggiungere perché le loro voci fossero presenti.

Limiti

I risultati di questo studio vanno considerati alla luce dei suoi limiti. In primo luogo, la dimensione del campione era modesta e il COVID-19 ha inciso sul reclutamento. In secondo luogo, sebbene lo studio sia limitato dalla sovrapposizione tra le persone partecipanti, poiché alcune figure professionali hanno contribuito a reclutare i genitori e questi avevano quindi frequentato i loro servizi, la ricerca si è basata su una pluralità di esperienze di pratica e non tutte le figure professionali hanno messo in contatto genitori con la ricerca. In terzo luogo, poiché lo studio ha comportato una raccolta dei dati a distanza, al telefono e su Zoom, le madri potrebbero aver limitato i loro racconti di violenza per la presenza di altri membri della famiglia. Infine, lo studio è limitato dal fatto che i percorsi di ricerca di aiuto non sono stati tracciati nel tempo.

Implicazioni

I risultati di questo studio propongono una serie di implicazioni per la pratica professionale, la ricerca e la formazione. In primo luogo, le figure professionali dovrebbero considerare il modo in cui inquadrano la violenza rispetto alle relazioni familiari e alla responsabilità della violenza. Occorre considerare anche il modo in cui i genitori inquadrano la violenza, sia rispetto alle relazioni familiari sia rispetto alla responsabilità. Le figure professionali dovrebbero tenere presente che la VFP può emergere nel contesto di altri problemi, può non essere il problema presentato quando le famiglie cercano aiuto, e può essere necessario del tempo per stabilire una relazione prima che la VFP venga rivelata. Le figure professionali dovrebbero essere consapevoli delle intra-azioni con/nella ricerca di aiuto per la VFP. Va considerato il rischio accresciuto di violenza presente nel percorso di ricerca di aiuto che passa per la polizia. Le figure professionali dovrebbero considerare le condizioni sociomateriali che rendono possibile e impossibile la ricerca di aiuto dei genitori, in particolare: un contesto rurale o una piccola comunità; l’esperienza di violenza nella coppia; le percezioni negative delle risposte sociali; e la necessità che la ricerca di aiuto avvenga all’interno di una relazione preesistente. Occorre tenere conto della sorveglianza aggiuntiva nelle case rifugio. Le figure professionali dovrebbero riconoscere di far parte della rete preesistente di una madre quando viene loro chiesto aiuto e che, anche se non possono offrire una risposta nei limiti delle capacità del servizio, il sostegno offerto in quel momento può favorire od ostacolare un’ulteriore ricerca di aiuto.

In secondo luogo, occorre fare ricerca per individuare quale ruolo possano avere le scuole nell’individuare la VFP e nel rispondervi. Sono necessarie ulteriori ricerche per esplorare il legame tra la VFP e altri comportamenti violenti. La lacuna relativa alla «soglia» di violenza individuata in questo studio richiede ulteriori ricerche. Meritano di essere esaminate le implicazioni della VFP individuata dalle figure professionali, nonché se e in che modo ciò influenzi l’accettazione e la disponibilità dei genitori a partecipare alle risposte per affrontare la VFP.

In terzo luogo, occorre offrire formazione per rendere le figure professionali attente alle percezioni e alle esperienze di giudizio intrecciate nella ricerca di aiuto per la VFP. Occorre offrire formazione alle figure professionali per costruire relazioni nel contesto della ricerca di aiuto per la VFP. Sono necessarie ulteriori ricerche e formazione per individuare risposte adeguate alla VFP, che potrebbero a loro volta alleviare i sentimenti di vergogna, paura e giudizio che limitano la ricerca di aiuto di una madre per la VFP.

Conclusione

Il presente studio suggerisce che le madri percorrono cinque percorsi quando cercano aiuto per la VFP. L’analisi indica la pertinenza delle relazioni preesistenti nella ricerca di aiuto per la VFP. Lo studio chiarisce inoltre l’intreccio della VFP con altri problemi, come la violenza nella coppia, la mancanza di un’abitazione e il rifiuto scolastico, insieme alle preoccupazioni legate alla paura e al giudizio nel cercare aiuto. Integrare uno sguardo basato sulla risposta e l’«intra-azione» apre, in questo studio, a nuove prospettive. Sono necessarie ulteriori ricerche per individuare la «soglia» della ricerca di aiuto nella VFP, insieme al modo in cui le figure professionali inquadrano le risposte quando i genitori si rivolgono loro per ottenere aiuto per la VFP.

Complexe Systémique: punti chiave

L’interesse di questa indagine è che sposta la domanda: invece di chiedersi perché le madri tardino a parlare della violenza del figlio o della figlia, guarda a dove l’aiuto diventa possibile. La risposta è anzitutto relazionale: ci si confida con chi si conosce già (un’amica, una sorella, il medico o la medica di famiglia), e ogni figura professionale interpellata fa parte, volente o nolente, di quella rete. Anche il modo in cui la famiglia legge la violenza orienta il percorso: credersi una cattiva madre porta al sostegno alla genitorialità, cercare una malattia porta alla diagnosi, mantenere il controllo porta alla polizia. Per la pratica sistemica emergono due lezioni: non isolare la violenza filio-parentale dalla violenza nella coppia, dall’abitazione o dalla scuola, con cui è intrecciata; e pensare la vergogna e la paura del giudizio come prodotte nelle relazioni, e dunque modificabili grazie alla qualità dell’accoglienza. I limiti stanno in un piccolo campione australiano senza padri. Da leggere insieme a l’articolo sulla violenza filio-parentale come fenomeno emergente e l’intervista ad Allan Wade sulla pratica basata sulla risposta.

Note dell’originale

Finanziamento. Finanziamento Open Access reso possibile e organizzato da CAUL e dalle sue istituzioni aderenti. L’autrice principale è sostenuta da una borsa dell’Australian Government Research Training Program.

Conflitto di interessi. Nessuno.

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Traduzione non ufficiale in italiano di “I Wasn’t Gonna Quit, but by Hook or by Crook I was Gonna Find a Way Through for the Kids”: A Narrative Inquiry, of Mothers and Practitioners, Exploring the Help-seeking of Mothers’ Experiencing Child to Parent Violence, di Chye Toole-Anstey, Michelle Townsend e Lynne Keevers, Journal of Family Violence, vol. 39, no 4 (2024), doi: 10.1007/s10896-023-00511-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale, «“I Wasn’t Gonna Quit, but by Hook or by Crook I was Gonna Find a Way Through for the Kids”: A Narrative Inquiry, of Mothers and Practitioners, Exploring the Help-seeking of Mothers’ Experiencing Child to Parent Violence», è stato pubblicato in Journal of Family Violence (2024) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con una presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Toole-Anstey, C., Townsend, M., e Keevers, L. (2024). “I Wasn’t Gonna Quit, but by Hook or by Crook I was Gonna Find a Way Through for the Kids”: A Narrative Inquiry, of Mothers and Practitioners, Exploring the Help-seeking of Mothers’ Experiencing Child to Parent Violence. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/i-wasnt-gonna-quit-help-seeking-of-mothers-experiencing-child-to-parent-violence (Opera originale pubblicata nel 2023 in Journal of Family Violence, 39(4), 567-579 (2024); ripubblicata nel 2024 da Journal of Family Violence, https://link.springer.com/article/10.1007/s10896-023-00511-z)

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