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Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Psicoterapia

Questioni cliniche e risorse tecniche nell’approccio a una consultazione in crisi

La presentazione di questo trattamento condotto dal dottor Fiorini permette di seguire il percorso di una situazione clinica in un contesto di crisi sociale: le scelte che lo psicoterapeuta compie nel dispiegare i propri interventi e il processo di una psicoterapia che aggiunge via via elementi e persone, alla ricerca della soluzione del problema, della creazione di modi nuovi e migliori di percepirlo e, naturalmente, al servizio del sollievo dai sintomi di cui soffre il consultante.

Autore Héctor Fiorini, medico psichiatra, professore alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Buenos AiresPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 82, luglio-agosto 2004Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Di fronte alla disperazione propria di quel momento della crisi, spetta alla terapia offrire un’alternativa di speranza: è possibile lavorare su uno stato di incertezza, di caos e di perdite desolanti; anche lì, in fondo a quel pozzo, è possibile un lavoro psicoterapeutico.»

Héctor Fiorini

Creare l’alleanza terapeutica

Nel febbraio 2002 – sottolineiamo che siamo in piena crisi economica, politica e sociale del Paese – viene a consultarmi Horacio, un uomo di 60 anni, corpulento, congestionato, ansioso, con il respiro affannoso e movimenti che rivelano una tensione estrema.

«Sto malissimo, l’azienda è affondata, “fallita”, non ho più crediti, un debito di sei milioni di dollari, impossibile da pagare, non ho più riserve, non so di che cosa vivrò!

Devo mantenere la mia ex moglie e i miei due figli (Alberto, 30 anni, e Andrea, 28) che lavorano con me nell’azienda. Anche mio fratello minore lavora lì con me da anni.

Nell’azienda (di prodotti alimentari) siamo circa 60 persone, tra operai e personale amministrativo. Di che cosa vivranno? Finiranno tutti in miseria! Con il Paese in queste condizioni, dove andranno a cercare lavoro?!

Anche Lei resterà senza lavoro. Chi Le pagherà le sedute? Il Paese è fallito!

Sono venuto da Lei perché i miei figli e i miei amici hanno insistito, ma Lei non potrà aiutarmi. Io ho bisogno di soldi: me li darà Lei, forse? Quello che Lei mi dirà non risolverà il mio problema, il mio è un problema molto concreto: il mio principale creditore chiede il mio fallimento ed è finita, non posso fare più niente, sono rovinato.

Peggio di così non posso stare.»

A questo punto intervengo e gli dico:

H. Fiorini (F): «Non so come si potranno affrontare i problemi concreti che Lei ha, ma in una crisi così intensa dobbiamo prima fare una cosa: aiutare a far sì che non peggiori, che Lei non si ammali. Si può sempre peggiorare. La vedo molto teso, agitato; immagino che non dorma e non si alimenti bene.»

Horacio (H): precisando:

«Assolutamente. Faccio molta fatica ad addormentarmi, mi sveglio ogni due ore, la mattina non riesco ad alzarmi, e mangio malissimo, non mi curo; dovrei dimagrire, ho la pressione alta o proprio al limite, mi abbuffo, faccio indigestione, ho il fegato malandato; guardi: un vero disastro.»

Aggiungo:

F: «Proprio per questo, per prima cosa dobbiamo mettere in campo misure per prenderci cura della Sua salute, migliorare il Suo sonno, la Sua alimentazione. Lei è molto preoccupato per la Sua azienda, ma bisogna prestare attenzione anche alla cura della Sua persona.»

H: «Sì, mi sono lasciato andare anche perché ho avuto una compagna per tre anni; per me era fantastica, una felicità, e l’ho persa quattro mesi fa. Andavamo molto d’accordo e lei non ha voluto aiutarmi a ottenere crediti bancari. Era normale che glielo chiedessi: è in rapporto con banchieri, il suo ex marito era del mondo della finanza, ha un certo patrimonio. Non ha voluto rischiare, non ha voluto bruciarsi nel suo ambiente, si è arrabbiata con me, si è allontanata di colpo e non mi ha più chiamato, pur sapendo quello che sto passando. Questo mi ha dato il colpo di grazia; non riesco a credere che per interessi o per l’immagine sociale si sia persa una relazione così bella. Volevo molto bene ai suoi figli e loro a me, viaggiavamo di continuo, ci godevamo i migliori alberghi d’Europa; adesso penso che lei non mi amasse, se ha potuto allontanarsi così, in un modo così violento. Mi manca moltissimo, non riesco a crederci, non so se riuscirò a sopportare questa perdita, mi butta giù; ho bisogno di coraggio per lottare e mi ricordo di lei, che è sparita così, di colpo; mi dispero e non riesco ad andare a lavorare.

Non riesco a credere nemmeno a quello che succede alla mia azienda. Io ho sempre avuto successo, ho guadagnato molti soldi, ho dato alla mia famiglia una vita di lusso, e adesso… è incredibile. Non ho più mezzi per lottare, non ho più niente a cui aggrapparmi per uscire da questo pozzo!»

Qui intervengo di nuovo:

F: «Guardi, adesso Lei mette in evidenza altre questioni della Sua vita, che si aggiungono ai problemi concreti che ha segnalato prima: sono i Suoi stati affettivi, per questa compagna che ha perso e che forse Le manca tanto più quanto più ne ha bisogno. E un problema con sé stesso, dato che era abituato ad avere successo e non saprà come accettare di essere proprio Lei a essere caduto in questo fallimento. Lei pone diversi piani di problemi da affrontare.»

H: «Sì, sono furioso con tutto, anche con me stesso: come ho gestito male tutto! È cominciata la recessione e io non ho ridotto le spese, ho preso crediti e ho continuato a investire nell’azienda, ho commesso errori tremendi. Sono stato un idiota e non riesco a perdonarmelo. Questo mi fa stare malissimo.»

F: «Allora, oltre a tutti i problemi finanziari, ci sono quelli del Suo stato d’animo: la Sua rabbia, i Suoi impulsi incontrollati a mangiare, il Suo pessimismo, perché Lei non vede nessuna via d’uscita. Anche di tutto questo possiamo occuparci: pensarci, chiarire ciò che ora è confuso; ecco che cosa potremmo fare insieme.»

Horacio fa un gesto come per dire che capisce la proposta, anche se senza entusiasmo, come se gli dispiacesse dover consultare qualcuno; ma accetta di venire due sedute alla settimana.

I miei interventi hanno mirato a creare l’alleanza terapeutica: per questo dobbiamo condividere gli obiettivi della terapia e, tra le altre cose, chiarire il senso del compito proposto. Di fronte alla disperazione propria di quel momento della crisi, spetta alla terapia offrire un’alternativa di speranza: è possibile lavorare su uno stato di incertezza, di caos e di perdite desolanti; anche lì, in fondo a quel pozzo, è possibile un lavoro psicoterapeutico.

Da ricordare

Di fronte a un consultante che comincia squalificando la consultazione stessa («Lei non potrà aiutarmi, io ho bisogno di soldi»), il terapeuta non discute il problema concreto: apre un primo obiettivo condivisibile – evitare che le cose peggiorino, prendersi cura del sonno, dell’alimentazione, del corpo – e poi nomina, man mano, i piani di problemi che il paziente stesso porta. L’alleanza si costruisce così: rendendo pensabile il compito prima di renderlo efficace.

Secondo colloquio

Nel secondo colloquio emergono due questioni centrali.

H: «Quello che mi fa impazzire di più sono le telefonate della mia ex moglie, in lacrime, disperata, che non ha soldi per le spese immediate. E io non ho niente da darle. Questo mi deprime ancora di più: l’ho conosciuta quando aveva 21 anni, non aveva padre, nemmeno sua madre si occupava di lei, io l’ho sempre protetta, anche quando ci siamo separati. Non le sono mai mancati i soldi per le sue spese, e adesso come faccio a lasciarla senza protezione? (Piange.) Questo mi addolora moltissimo. Mi chiama sei, dieci volte al giorno e non capisce che non ho soldi, non lo accetta.

Anche i miei figli e mio fratello mi chiamano di continuo. Tutti si aspettano da me una soluzione. Se non la trovo io, nessuno può fare niente. È logico: ho sempre diretto tutto io, ce l’ho sempre fatta con tutto, e ci sono sempre stati periodi difficili.

Ho fondato l’azienda 25 anni fa, ci sono stati molti alti e bassi, ma me la sono sempre cavata, ho sempre inventato vie d’uscita. Adesso sono distrutto. E loro mi chiedono soluzioni. Mi mettono pressione, io riattacco, li mando al diavolo, si disperano, insistono, litighiamo di continuo; anche questo mi fa salire la pressione.»

Tengo conto delle due questioni sollevate e decido di esplorare che cosa succede con la sua ex moglie, che non accetta come reale la situazione finanziaria critica che lui sta attraversando. Esploreremo anche come funziona la comunicazione tra lui, i suoi figli e suo fratello: quando è che non si capiscono, che cosa è difficile da comprendere. Chiariremo se qualcuno ha un’idea per una via d’uscita, se solo lui può averla e che cosa fare se lui non ce l’ha. In quel colloquio è molto difficile per Horacio aggiungere qualcosa che possa darci elementi su queste questioni.

H: «Non so, non so; mia moglie non accetta niente, le dico di cercarsi un lavoro, dice che per lei è impossibile, così non smette di chiedermi soldi, non sente ragioni.

I miei figli e mio fratello lo stesso: vogliono che io dia loro la soluzione, oppure che mi faccia da parte e li lasci fare; ma che cosa possono fare, se il direttore sono io? Non possono; se non posso io, non può nessuno. E io ho la testa distrutta: o non c’è soluzione, o sono io a cui la soluzione non viene in mente, non so più che cosa pensare. Ci sono giorni in cui non vado nemmeno in azienda, non esco dal letto; solo pensare di doverci andare è un incubo, mi sento rimpicciolito, molle, non mi riconosco, io che ho sempre lottato.»

Il paziente riferisce i segni di uno stato di angoscia e di depressione che dura ormai da diversi mesi, dalla metà dell’anno precedente. I segni di una crisi che, se non trova una via d’uscita, tende ad aggravarsi con il tempo e a danneggiare la sua salute.

Dal 4o al 6o colloquio: farmaci e sedute con l’ex moglie

Verso il quarto colloquio penso di prescrivergli un ansiolitico a dosi moderate, perché constato che la sua angoscia, la sua tensione, la sua tristezza e la sua confusione limitano enormemente la sua capacità di associare e di elaborare i molteplici conflitti e le fonti d’ansia che sono entrati in crisi in diversi ambiti della sua vita. Ne parlo con il medico di base, ed è lui a prescrivere il farmaco. Il paziente accetta e comincia a prendere l’ansiolitico (alprazolam, 1,5 mg ogni 24 ore). Sottolineiamo i rischi di non ricorrere ai farmaci quando, per mesi, l’organismo è sottoposto a uno stress enorme che porta inevitabilmente a disturbi neurovegetativi, metabolici e ormonali, con prevedibili ripercussioni circolatorie e digestive.

Nei sei colloqui successivi il quadro non presenta variazioni. Horacio continua a porre gli stessi problemi nello stesso modo. I miei interventi mirano ad aprire riflessioni sulla situazione. Lui fa molta fatica a pensarla e aggiunge qualche informazione: la sua imprevidenza è consistita anche nel condurre un tenore di vita dalle spese enormi – viaggi continui per lui, la sua compagna e tutta la famiglia, auto costose, case per il fine settimana e beni di consumo molto cari.

H: «Ero convinto che avrei sempre potuto concedermi la bella vita; mi sono sbagliato e non riesco a perdonarmelo.»

Tutto fa pensare che Horacio abbia vissuto in uno stile maniacale e onnipotente, sicuro di produrre grandi guadagni e di potersi permettere spese senza limiti. Ciò ha corrisposto a una fase dell’economia in cui il tasso di cambio ha sostenuto, per ampi settori della borghesia, una fantasia onnipotente di ricchezza in un Paese sottosviluppato.

Le mie interpretazioni di questa condotta non sembrano raggiungerlo; risponde passando a un altro piano, immediato:

«Che cosa dico ai creditori? Né l’avvocato né il commercialista mi aiutano per niente. La mia ex moglie e i miei figli che mi chiamano perché faccia qualcosa; io impazzisco: Lei che cosa mi dirà?»

Nel sesto colloquio si concentra sulla sofferenza che gli procurano le telefonate della sua ex moglie. Parla molto di quanto sia disperante per lui non poterla proteggere; ha sempre fatto da padre per lei, e lei glielo chiede anche adesso.

Mi mostra le lettere che lei gli manda ogni giorno, oltre alle telefonate.

Gli propongo, se sono d’accordo, di riceverla in colloquio, oppure di vederli insieme. Lui preferisce che lei venga da sola: non vuole più discussioni per soldi. Lei accetta e la ricevo due giorni dopo. È effettivamente molto preoccupata per la sua situazione economica. Porta un’informazione che lui aveva omesso: quando si erano separati, si sarebbe dovuto procedere a una divisione dei beni. Si trattava del capitale dell’azienda; lui le aveva proposto di non dividerlo e le prometteva prelievi mensili a vita. Lei stava valutando la cosa con un avvocato. Dubitava inoltre del fallimento: lui poteva esagerare per non pagarla; ne parlava con i figli e loro non le davano risposte convincenti. Le suggerisco, dal momento che sta esaminando la situazione con un avvocato, di sospendere per qualche settimana le telefonate quotidiane, finché il trattamento di Horacio non gli permetta di considerare i problemi con la capacità di pensarli e di dare risposte corrette. Aggiungo che può esserci stato un errore da parte sua, quello di aver accettato accordi verbali invece di contratti legali; errore che lei ammette.

Da quel colloquio il modo e la frequenza delle sue richieste sono cambiati: sono diventate meno emotive e più precise. Per lei deve aver avuto importanza essere stata ascoltata. Per me, conoscerla, conoscere la sua posizione rispetto all’insieme del problema, è stato diverso dall’immaginarla soltanto attraverso il racconto di Horacio.

Horacio e il colloquio con i figli e il fratello

Nella seduta successiva Horacio si è concentrato sui conflitti con i figli e con il fratello. Le incomprensioni continuavano, come pure i litigi al telefono; lui non voleva vederli di persona «perché gli facevano peggio». Loro non sapevano come aiutarlo, non sapevano se, essendo lui in trattamento, dovessero lasciarlo isolarsi o tentare comunque di stargli accanto. Gli hanno detto che volevano consultarmi. Ho proposto un incontro con loro.

Il colloquio ha permesso a ciascuno di esporre le proprie preoccupazioni, la propria visione dei problemi dell’azienda e le proprie idee per affrontare la crisi. Si apriva un dibattito.

Horacio squalificava qualsiasi proposta che cercasse una via d’uscita: l’aveva già pensata e scartata. All’interno di quel dibattito ho percepito una situazione gruppale che mi è parso necessario interpretare. Non sapevano che cosa fare con questo leader, direttore e fondatore dell’azienda; volevano che li lasciasse fare, che si facesse da parte per un po’, ma questo suscitava in loro senso di colpa e la paura di contribuire a deprimerlo ancora di più. Ritenevano che lui li paralizzasse, che li inghiottisse tutti nella sua paralisi; e al tempo stesso temevano di essere ingiusti emarginandolo.

Man mano che questa situazione diventava possibile, praticabile, ho proposto loro un piano d’azione immediata, per due settimane. Non si sarebbero sentiti tutti i giorni; i giorni in cui lui non si fosse recato in azienda li avrebbero accettati come un «congedo per malattia» che si prendeva. Ognuno avrebbe lavorato nel settore dell’azienda di sua competenza secondo le proprie iniziative, che sarebbero state esplorazioni di possibili vie d’uscita e non «soluzioni» da giustificare. In seguito le si sarebbe valutate insieme.

La cooperativa: una proposta di cambiamento condivisa

Il secondo colloquio familiare ha avuto di nuovo equivoci, confusioni e chiarimenti, ma in un clima di minore tensione. Il fratello di Horacio si stava riunendo con tutto il personale, condividendo inquietudini e progetti d’azione. Horacio non riusciva a riunirsi con il personale: era emotivamente molto coinvolto dall’«aver deluso tutti e lasciarli ora senza lavoro». Si cominciava ad accettare che qualcun altro potesse fare ciò che per Horacio era impossibile.

A un livello profondo, ciò che tutti dovevano affrontare era un’esperienza di castrazione che si compiva su una storia di leadership onnipotente. Nei colloqui individuali lavoro su questa interpretazione centrale. Lo faccio da una vicinanza empatica, con il dolore che tutte le persone coinvolte vivono per le perdite e le cadute che la crisi ha portato a ciascuna. Quel dolore non mi è estraneo: lo stiamo vivendo come società. Importa anche comprendere ciò che c’è di singolare nel dolore di questo gruppo: assistono alla caduta di un essere mitico, un padre nutriente dotato di poteri illimitati.

Venti giorni dopo la nostra seconda riunione di gruppo, il fratello di Horacio porta una proposta che ha elaborato con tutto il personale. Avrebbero preso in carico l’azienda costituendosi in cooperativa e non avrebbero percepito stipendi finché non l’avessero rimessa in moto. Fu la comparsa di un modello originale: divenne effettivo e si estese a molte aziende che si trovavano in condizioni di cessazione simili. Horacio ha potuto accettare la proposta; ha sottolineato che non gli sarebbe mai venuta in mente e ha pensato che in quel piano lui smetteva di essere il proprietario, ma avrebbe potuto vendere i prodotti dell’azienda e vivere delle sue provvigioni. Il suo stato d’animo è andato migliorando; l’angoscia era diminuita nell’ultimo mese.

Il timore dei figli, esplicitato nella seconda riunione, era che il padre sabotasse una via d’uscita che non passasse sotto la sua direzione; abbiamo prestato attenzione a questo rischio. Ha posto ostacoli minori, ma nella sostanza ha tollerato i cambiamenti e ha potuto accompagnarli. La mia attenzione era centrata sul processo di tollerare cambiamenti accompagnati da perdite, essenzialmente la perdita di un ruolo magico sostenuto per anni. Interpretavo spesso le difficoltà ad assimilare questo processo; gli sottolineavo che nel suo mondo interno si giocava il conflitto tra tollerare o resistere ai cambiamenti che le circostanze imponevano. A volte annuiva in silenzio, con rabbia trattenuta, sbuffando, ma comprendendo anche, lentamente, la deviazione propria della sua condotta rischiosa, noncurante verso la propria economia, che aveva trasformato nel suo modo di vivere.

Nelle sedute successive abbiamo lavorato sulle diverse ansie mobilitate, sulle precauzioni da prendere, sulle sue resistenze a tollerare le perdite.

Torno al momento in cui Horacio si trova davanti al piano elaborato dal personale. Era un momento chiave: si trattava di qualcosa che non veniva da lui. Horacio ha accolto l’idea con sorpresa:

«Non mi sarebbe mai venuto in mente; se riescono a farlo sarebbe una soluzione, almeno un tentativo, visto che ci sono un sacco di problemi.»

Lo esprime con dubbi e una certa cautela.

Le trattative sono andate avanti e hanno preso una forma giuridica che fu pionieristica e che si è poi estesa a molte aziende del Paese che si trovavano in condizioni simili: il personale lascia il debito a carico dei proprietari e avvia una nuova fase di produzione e commercializzazione gestita da sé, ritirando compensi solo quando le vendite lo permettono. Quando questa riorganizzazione è sembrata praticabile, Horacio ha aderito all’idea:

«Posso fare il venditore per questa nuova impresa; guadagnerò poco, ma posso vivere.»

Ha potuto adottare questa condotta, il che presuppone un movimento profondo: riuscire a lasciare il ruolo di proprietario e assumere quello di un membro come gli altri, insieme a tutto il personale.

Da ricordare

Il trattamento è partito da un uomo solo, poi ha integrato il medico che prescrive, l’ex moglie ricevuta da sola, i figli e il fratello riuniti e infine il personale dell’azienda, autore, in definitiva, della soluzione. L’uscita dalla crisi non è venuta dal paziente: è venuta dalle persone che il paziente impediva di agire, e il lavoro terapeutico è consistito nel rendere pensabile, per lui, accettarlo. È un modo di allargare un dispositivo individuale senza mai smettere di ricevere un uomo in crisi.

Nuova compagna e fine del trattamento

Quattro mesi dopo l’inizio delle consultazioni, Horacio ha conosciuto una donna a una cena; l’ha trovata attraente, è uscito con lei e ha iniziato una relazione:

«Le ho fatto sapere chiaramente la mia situazione; per me conta che è una persona semplice, non si avvicina per interesse, è ciò di cui ho bisogno adesso.»

La relazione si è andata consolidando e si è rivelata molto stimolante per entrambi. Il miglioramento del suo umore e la diminuzione della sua ansia sono stati evidenti. Ha cominciato a realizzare le vendite previste. Il fallimento è rimasto nelle mani degli avvocati; il debito è stato convertito in nuovi valori in pesos. Sono state negoziate scadenze per pagarlo in sei anni; ha stimato che, con un andamento normale delle vendite, l’azienda avrebbe potuto pagarlo.

Otto mesi dopo l’inizio delle consultazioni, Horacio ha proposto di concludere il trattamento regolare e di tenere colloqui periodici di follow-up, che abbiamo realizzato: quattro in nove mesi hanno mostrato una stabilizzazione dei suoi cambiamenti.

Nota dell’originale

(*) Il dottor Héctor Fiorini è medico psichiatra, professore alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Buenos Aires e direttore del Centro de Estudios en Psicoterapias.

Questo articolo è stato pubblicato nel n. 82 di Perspectivas Sistémicas, luglio-agosto 2004.

Traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Cuestiones clínicas y recursos técnicos en el abordaje de una consulta en crisis», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 82, luglio-agosto 2004). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e pubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Fiorini, H. (2022). Questions cliniques et ressources techniques dans l’abord d’une consultation en crise (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/questions-cliniques-et-ressources-techniques-dans-l-abord-d-une-consultation-en-crise (Opera originale pubblicata nel 2004 in Perspectivas Sistémicas, n. 82, luglio-agosto 2004; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/07/19/cuestiones-clinicas-y-recursos-tecnicos-en-el-abordaje-de-una-consulta-en-crisis/)

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