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Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare

L’uso del test di visione per orientare l’adattamento culturale con il coinvolgimento della comunità nella ricerca in terapia di coppia e familiare

Come può una comunità esprimere un parere su una terapia che non ha mai sperimentato? Caitlin Edwards, Kendal Holtrop e Andrea Wittenborn, della Michigan State University, portano nella ricerca clinica il test di visione (theater testing), nato nella ricerca pubblicitaria, e ne descrivono le sei fasi. Il loro esempio: otto gruppi online in cui persone LGBTQIA+ seguite in terapia di coppia focalizzata sulle emozioni hanno commentato alcuni video di formazione.

Autrici e autori Caitlin Edwards, Kendal Holtrop e Andrea Wittenborn (Human Development and Family Studies, Michigan State University, East Lansing, Stati Uniti)Prima pubblicazione Journal of Marital and Family Therapy, 3 febbraio 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Using Theater Testing to Inform Community-Engaged Cultural Adaptation in Couple and Family Therapy Research, di Caitlin Edwards, Kendal Holtrop e Andrea Wittenborn, pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2026), doi: 10.1111/jmft.70116, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Il test di visione è un metodo fondamentale per condurre una ricerca con il coinvolgimento della comunità.

Caitlin Edwards, Kendal Holtrop e Andrea Wittenborn

Abstract

I gruppi di ricerca che intendono ricorrere a metodi basati sul coinvolgimento della comunità per adattare culturalmente un intervento di terapia di coppia e familiare si trovano spesso davanti a un dilemma: come raccogliere riscontri significativi da una comunità di riferimento sull’adattamento di un intervento che le può essere sconosciuto. Il test di visione può offrire un mezzo utile per risolvere questa difficoltà. Si tratta di un approccio innovativo che permette ai membri della popolazione di riferimento di sperimentare alcuni elementi dell’intervento in esame, così da ottenere riscontri informati e specifici. Questo articolo offre una descrizione dettagliata del test di visione, una serie di fasi concrete per realizzarlo e un’ampia discussione dei punti decisionali e delle considerazioni rilevanti per applicarlo alla ricerca sull’adattamento culturale. Presentiamo inoltre un caso esemplificativo che descrive l’uso del test di visione per adattare culturalmente la terapia di coppia focalizzata sulle emozioni con membri delle comunità LGBTQIA+.

L’adattamento culturale degli interventi terapeutici è necessario a causa del divario mondiale nel trattamento della salute mentale (Heim and Kohrt 2019) e della maggiore efficacia dei trattamenti adattati per popolazioni diverse (Hall et al. 2019; Soto et al. 2018). Il test di visione (theater testing) offre una metodologia potenzialmente utile per la ricerca con il coinvolgimento della comunità finalizzata ad adattare e calibrare culturalmente gli interventi. Il suo impiego come metodo di adattamento culturale può basarsi sul quadro in sei fasi del National Cancer Institute (NCI 2004). Questo articolo offrirà una panoramica della ricerca sull’adattamento culturale in terapia di coppia e familiare, descriverà come il test di visione possa essere applicato come strumento di adattamento culturale e presenterà un caso esemplificativo, tratto da uno studio recente sull’adattamento della terapia di coppia focalizzata sulle emozioni (EFCT) alle relazioni di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer o in fase di interrogazione, intersessuali, asessuali e altre (LGBTQIA+) (Edwards et al. 2025b), per mettere in luce i punti salienti per chi fa ricerca ed è interessato a utilizzare il test di visione.

1 Rassegna della letteratura

1.1 Adattamento culturale dei trattamenti basati sulle evidenze (EBT)

L’adattamento culturale è la modifica sistematica di un EBT per tenere conto dei valori e delle convinzioni culturali delle persone assistite, accrescerne la pertinenza e migliorarne gli esiti (Bernal et al. 2009; Lee et al. 2008; Wiltsey Stirman et al. 2019). Gli EBT contribuiscono alla prevenzione e al trattamento dei problemi relazionali e di salute mentale; tuttavia, gli studi reclutano spesso campioni di persone bianche, eterosessuali, cisgender e di reddito medio o alto, per poi generalizzare i risultati a persone con identità marginalizzate (Spengler et al. 2020). Questa mancanza di inclusività nella ricerca mantiene le disuguaglianze nella salute mentale, nonostante gli EBT mirino a ridurre l’iniquità nell’accesso alle cure e nonostante sia documentato che ogni terapeuta, individualmente, adatta culturalmente gli interventi in modo abituale (ad es., Allan et al. 2022; Pepping et al. 2017).

In senso ampio, l’adattamento culturale riguarda l’identità (ad es., razza, etnia, condizione migratoria, condizione di disabilità, identità sessuali e di genere, orientamenti religiosi e spirituali) e il contesto (ad es., esperienza storica, condizione socioeconomica, ambiente geografico e struttura familiare; Holtrop et al. 2025). Diversi approcci metodologici sono stati utilizzati per orientare la ricerca sull’adattamento culturale. In particolare, tra i metodi impiegati per raggiungere un consenso e mettere al centro le esperienze in prima persona al fine di orientare l’adattamento culturale figurano gli studi Delphi (ad es., Lu et al. 2020), i focus group (ad es., J. Parra‐Cardona et al. 2009; Watson‐Singleton et al. 2019), le interviste individuali (ad es., Ramaiya et al. 2017) e gli studi a metodi misti (ad es., Holtrop et al. 2018; Kohrt et al. 2022).

L’obiettivo principale della progettazione, della diffusione e dell’implementazione degli EBT è fornire un trattamento terapeutico ottimale ed efficace (Portney 2020). Chi fa ricerca sugli interventi ricorre spesso a modelli per chiarire il processo di ottimizzazione di un EBT; per esempio, il modello Obesity‐Related Behavioral Intervention Trials (ORBIT) per lo sviluppo di trattamenti comportamentali (Powell et al. 2021) descrive fasi iterative, guidate da uno scopo, che orientano la raccolta delle evidenze necessarie a sostenere sia l’efficacia sperimentale sia l’efficacia nella pratica degli interventi. Nel modello ORBIT, l’adattamento dell’intervento avviene spesso dopo che un intervento non adattato si è dimostrato efficace, e l’intervento viene poi perfezionato per una nuova popolazione (Powell et al. 2021).

L’adattamento dell’intervento è parte integrante della progettazione di un trattamento (Powell et al. 2021), poiché gli interventi possono dover essere modificati per garantirne l’efficacia in contesti diversi o con popolazioni diverse (Movsisyan et al. 2019). Revisioni sistematiche e meta-analisi precedenti indicano infatti che gli EBT culturalmente adattati sono più efficaci di quelli non adattati (Hall et al. 2019; Soto et al. 2018).

Nella conduzione di una ricerca sull’adattamento culturale vi sono diversi punti decisionali importanti, tra cui stabilire se l’adattamento culturale sia giustificato e quale EBT debba essere adattato (Holtrop et al. 2025). È inoltre essenziale scegliere un quadro di adattamento culturale. Gli esempi di tali quadri sono numerosi. Nel Cultural Sensitivity Framework, per esempio, Resnicow et al. (1999) descrivono adattamenti di struttura superficiale (ad es., far corrispondere materiali e metodi dell’intervento alle caratteristiche osservabili della popolazione) e di struttura profonda (ad es., modificare elementi di processo di un intervento perché corrispondano alla visione del mondo della persona assistita). È altresì cruciale documentare tutti gli adattamenti. Uno strumento utile per documentarne le ragioni, il processo e gli esiti è il Framework for Reporting Adaptations and Modifications Expanded (Wiltsey Stirman et al. 2019). Infine, occorre condurre studi pilota e di fattibilità per garantire l’accettabilità, la fattibilità, la prova di concetto e l’efficacia, sperimentale e nella pratica, dell’intervento (Holtrop et al. 2025).

Un’altra considerazione progettuale chiave nell’intraprendere un adattamento culturale è la misura in cui i membri della popolazione di riferimento saranno coinvolti in questo lavoro. I modelli di adattamento differiscono quanto alla necessità di includere esplicitamente membri della comunità (ad es., si veda Planned Adaptation; Lee et al. 2008, rispetto ad Assessment, Decision, Adaptation, Production, Topical Experts‐Integration, Training, and Testing [ADAPT‐ITT]; Wingood and DiClemente 2008). Eppure molte voci della ricerca sull’adattamento culturale sostengono che i membri della comunità di riferimento debbano essere coinvolti in tutto il processo di adattamento culturale, per rispettarne l’autonomia, tenere conto della loro resilienza e mettere al centro i contesti multiformi della popolazione, anziché rischiare di concentrarsi sui deficit e perpetuare un’ulteriore subordinazione (Domenech‐Rodríguez and Bernal 2012; Domenech‐Rodríguez and Wieling 2005). Gli approcci partecipativi e basati sul coinvolgimento della comunità sono quindi ampiamente considerati centrali nel processo di adattamento culturale (ad es., Holtrop et al. 2025; Substance Abuse and Mental Health Services Administration 2022). Un approccio utile per rafforzare gli sforzi di adattamento culturale secondo i principi della ricerca con il coinvolgimento della comunità è l’integrazione del test di visione.

1.2 Il test di visione

1.2.1 Origini e panoramica

Il test di visione affonda le sue radici nella ricerca pubblicitaria degli anni Quaranta e Cinquanta, quando era utilizzato per valutare la capacità persuasiva degli spot radiofonici (Batra et al. 1996). In seguito è diventato un metodo comune per valutare spot televisivi e campagne di pubblica utilità, spesso come tecnica di pretest a supporto della valutazione formativa (Bartholomew et al. 2006; NCI 2004). Da allora è stato utilizzato in diversi campi, come la sanità pubblica (ad es., Biello et al. 2021), la terapia familiare (ad es., Holtrop et al. 2018) e la salute comportamentale (ad es., Burlew et al. 2023).

Sebbene i dettagli metodologici varino (ad es., si veda Batra et al. 1996), il formato tradizionale prevede di invitare membri del pubblico di riferimento a guardare una versione provvisoria di un prodotto mediatico, come uno spot televisivo (NCI 2004). Di solito, però, vi è un elemento di inganno o di «camuffamento»: alle persone partecipanti si dice che daranno un parere su un programma televisivo o su un altro elemento mediatico, ma non sul vero oggetto del test, così da simulare un contesto di visione reale (Atkin and Freimuth 2013, p. 66; si veda anche NCI 2004). Le persone partecipanti vengono poi esposte in modo sistematico allo spot in esame durante il programma televisivo che funge da esca. Si raccolgono quindi dati per misurare il ricordo, la preferenza di marca o altre variabili di interesse (Atkin and Freimuth 2013; Batra et al. 1996; NCI 2004).

Il test di visione è stato descritto come una forma di test di usabilità (Salazar et al. 2020), un approccio volto a valutare se un prodotto possa essere utilizzato con facilità ed efficacia da un gruppo di riferimento (Dumas and Redish 1999). Un tratto distintivo del test di usabilità è mettere al centro l’esperienza di chi utilizza il prodotto, coinvolgendo queste persone in tutto il processo di sviluppo e valutazione e lasciando che i loro bisogni guidino le scelte progettuali (Dumas and Redish 1999). Per queste ragioni, il test di visione si presta bene come metodo per orientare gli sforzi di adattamento culturale con il coinvolgimento della comunità.

1.2.2 Il test di visione nella ricerca sugli interventi

Il test di visione è stato applicato alla ricerca sugli interventi nel lavoro fondativo di Wingood e DiClemente (2008), che hanno sviluppato un quadro sistematico per adattare interventi basati sulle evidenze a nuove popolazioni, noto come modello ADAPT‐ITT. Questo modello è stato concepito in origine per orientare l’adattamento degli interventi sul virus dell’immunodeficienza umana (HIV) (Wingood and DiClemente 2008), ma è ampiamente applicabile alla ricerca sugli interventi in diversi campi e con diversi obiettivi di adattamento (ad es., Holtrop et al. 2018). ADAPT‐ITT stabilisce una serie di otto fasi per guidare il processo di ricerca sull’adattamento: (1) valutazione, (2) decisione, (3) adattamento, (4) produzione, (5) consulenza di specialisti della materia, (6) integrazione, (7) formazione e (8) test.

Il test di visione è parte integrante del modello ADAPT‐ITT e si svolge durante la fase 3 (Wingood and DiClemente 2008). Per orientare l’adattamento, si reclutano membri della nuova popolazione di riferimento per un gruppo di test, durante il quale prendono parte a segmenti chiave dell’intervento originale. In questo modo il test di visione è un approccio attivo di pretest che simula ciò che le persone partecipanti vivrebbero durante l’intervento. Favorire un’esperienza in vivo dell’intervento rafforza il processo di adattamento e costituisce un punto di forza saliente di questo metodo (Wingood and DiClemente 2008). Si possono anche invitare il personale dell’ente e altre parti interessate ad assistere al test e a osservarlo. Dopo ogni segmento dell’intervento, le persone presenti rispondono a brevi questionari volti a raccogliere il loro parere sull’adeguatezza del materiale, le loro critiche agli elementi dell’intervento originale e i loro suggerimenti di integrazioni pertinenti per la nuova popolazione di riferimento. Chi conduce il gruppo utilizza poi le risposte ai questionari per guidare una discussione di gruppo sugli elementi dell’intervento, prima con le persone partecipanti della popolazione di riferimento e poi invitando a intervenire il personale dell’ente e le parti interessate. I dati vengono analizzati per individuare temi comuni su come l’intervento originale dovrebbe essere adattato per rispondere meglio ai bisogni della nuova popolazione di riferimento (Wingood and DiClemente 2008). È importante notare che il test di visione può portare ad adattamenti sia di struttura superficiale sia di struttura profonda (si veda Resnicow et al. 1999).

1.2.3 Applicazioni del test di visione

Il test di visione è stato utilizzato in numerosi studi volti a sviluppare o adattare interventi di vario tipo. Una parte consistente di questi lavori si è concentrata sulla ricerca sull’HIV (ad es., Burlew et al. 2023; Lopez et al. 2025), probabilmente per l’influenza esercitata da Wingood e DiClemente (2008) su questo campo. Progressi importanti sono stati compiuti anche nell’estensione del test di visione agli interventi di salute comportamentale e mentale, in gran parte grazie ad applicazioni recenti del modello ADAPT‐ITT in questi ambiti. Per esempio, il test di visione è stato utilizzato per rafforzare iniziative di ricerca partecipativa a sostegno della salute psicologica e del benessere del corpo docente nativo americano del programma Head Start negli Stati Uniti (Wilson et al. 2023) e per valorizzare un modello di intervento tra pari al fine di migliorare i servizi di salute mentale per giovani in Sierra Leone (Freeman et al. 2024). Applicazioni significative sono state realizzate anche nella ricerca sugli interventi di coppia e familiari. Il filone più rilevante di questi lavori si è concentrato sull’adattamento di interventi sulla genitorialità per popolazioni diverse, come giovani madri e padri in uscita dal sistema di tutela dei minori al raggiungimento della maggiore età (Holtrop et al. 2018), famiglie hmong statunitensi (Zhou et al. 2018) e persone che si prendono cura di adolescenti LGBTQ+ in affido familiare (Salazar et al. 2020). Inoltre, Edwards et al. (2025a) hanno utilizzato il test di visione per adattare un intervento di coppia basato sulle evidenze alle relazioni LGBTQIA+. Nonostante questi sforzi, il test di visione resta sottoutilizzato nella ricerca sugli interventi di coppia e familiari.

2 Applicazione del test di visione alla ricerca sull’adattamento culturale

I quadri di adattamento culturale sono importanti per orientare il disegno complessivo degli studi, ma le metodologie per realizzare fasi specifiche della ricerca sull’adattamento culturale sono meno sviluppate. Il test di visione è un metodo promettente da utilizzare nel processo di adattamento culturale, in particolare per chi fa ricerca adottando con convinzione un approccio partecipativo. In questa sezione spiegheremo come il test di visione possa essere applicato alla ricerca sull’adattamento culturale seguendo le sei fasi descritte dal NCI (2004): (1) pianificare il test di visione, (2) elaborare il questionario, (3) reclutare le persone partecipanti, (4) preparare il test di visione, (5) condurre il test di visione e (6) analizzare il test di visione. Per illustrare più compiutamente questo processo, presenteremo anche uno studio di caso, basato sul lavoro di Edwards et al. (2025a), che mostra l’applicazione del test di visione per adattare un intervento di terapia di coppia alle relazioni LGBTQIA+.

2.1 Pianificare il test di visione

2.1.1 Linee guida del test di visione

Nella pianificazione del test di visione, il gruppo di ricerca deve stabilire lo scopo dello studio, i tempi e il budget, chi reclutare e il luogo del pretest (NCI 2004). La fase di pianificazione è importante per garantire che il test risponda agli obiettivi dello studio e possa essere realizzato in modo sostenibile con le risorse disponibili. Un vantaggio centrale del test di visione è che permette alle persone che potrebbero utilizzare il prodotto di esservi esposte e di reagire al materiale in esame (Batra et al. 1996). In questo senso, il test di visione è uno strumento fondamentale per stabilire se le componenti di un intervento risultano coinvolgenti, comprensibili e culturalmente pertinenti per chi potrebbe usufruirne (Bartholomew et al. 2006).

2.1.2 Il test di visione nella ricerca sull’adattamento culturale

Applicato alla ricerca sull’adattamento culturale, il test di visione implica comprendere come un intervento debba essere calibrato per rispondere ai bisogni della popolazione di riferimento e come l’esperienza vissuta di questa popolazione possa orientare tale calibrazione (Wingood and DiClemente 2008). Individuare la popolazione di riferimento e selezionare l’intervento da adattare sono quindi componenti importanti della fase di pianificazione.

Gli adattamenti culturali sono indicati quando popolazioni marginalizzate subiscono disuguaglianze di salute, incontrano ostacoli nell’accesso ai trattamenti esistenti e/o presentano fattori di rischio culturalmente specifici (Holtrop et al. 2025). La presenza di tali fattori può aiutare a individuare una popolazione di riferimento per gli sforzi di adattamento culturale, ma solo se rappresentanti di questa popolazione partecipano al processo decisionale e confermano tale scelta (Holtrop et al. 2025). È inoltre utile che i membri del gruppo di ricerca sull’adattamento culturale abbiano un legame con la popolazione scelta (Gonzalez et al. 2021), perché un legame condiviso può favorire la fiducia (Andoh‐Arthur 2019). Conoscere l’intervento scelto può facilitare l’adattamento culturale, perché chi fa ricerca dispone di più elementi per valutare sia gli adattamenti di struttura superficiale (ad es., i materiali forniti alla popolazione di riferimento) sia quelli di struttura profonda (ad es., l’integrazione di fattori culturali) (Resnicow et al. 1999).

In linea con le buone pratiche, l’intervento da adattare dovrebbe disporre di un corpus di evidenze che ne attesti l’efficacia (Domenech‐Rodríguez and Bernal 2012; Holtrop et al. 2025). La scelta dell’intervento tra gli EBT disponibili dovrebbe basarsi sulla sua pertinenza per la popolazione di riferimento e per i suoi bisogni di salute mentale esistenti (Barrera et al. 2013). L’adeguatezza è un aspetto chiave di questa decisione, poiché pertinenza culturale, accettabilità, capacità e fattibilità sono tutte considerazioni fondamentali (Domenech‐Rodríguez and Bernal 2012; Holtrop et al. 2025; Wingood and DiClemente 2008).

A partire da queste determinazioni di fondo si possono poi sviluppare ulteriori considerazioni di pianificazione. Il gruppo di ricerca dovrebbe tenere conto dell’accesso delle persone partecipanti ai trasporti, dei tempi e dei costi di spostamento, nonché della loro capacità di utilizzare la tecnologia, se pertinente. Il test di visione si svolge tradizionalmente in presenza (NCI 2004; Wingood and DiClemente 2008), per cui occorre tenere conto dell’accesso delle persone partecipanti ai trasporti, dei tempi di spostamento e dei costi legati alla partecipazione. Bisogna individuare un luogo sufficientemente spazioso per accogliere il test. Al tempo stesso, il gruppo di ricerca deve essere attento alle questioni di sicurezza e conoscere i luoghi in cui le persone partecipanti si sentono a proprio agio (ad es., si veda Baumann et al. 2011). Per un test di visione svolto online, è importante collaudare in anticipo le piattaforme di raccolta dei dati e le altre tecnologie, per garantirne la facilità d’uso per la popolazione di riferimento e verificare il funzionamento generale delle procedure. Occorre prevedere un compenso adeguato per le persone partecipanti e un tempo sufficiente per la raccolta dei dati.

2.1.3 Caso esemplificativo

Lo studio descritto in questo caso esemplificativo mirava a fornire raccomandazioni in prima persona su come l’EFCT (Johnson and Greenberg 1985; Johnson 2019) potesse essere adattata per tenere conto delle esperienze vissute specifiche delle persone che si identificano come LGBTQIA+ e hanno una relazione di coppia. L’EFCT è un trattamento empiricamente validato per il disagio di coppia che ha mostrato esiti positivi significativi (Doss et al. 2022; Spengler et al. 2024), tra cui il superamento del disagio relazionale (Johnson et al. 1999). Vi sono evidenze che chi pratica l’EFCT lavora abitualmente con relazioni LGBTQIA+ (Allan et al. 2022; Edwards et al. 2025a), e alcuni articoli concettuali (Allan and Johnson 2017; Hardtke et al. 2010) descrivono l’uso dell’EFCT con coppie gay e lesbiche. Finora, tuttavia, solo una ricerca limitata ha documentato l’uso dell’EFCT con relazioni LGBTQIA+ (Edwards et al. 2025b). Poiché le persone che si identificano come LGBTQIA+ e hanno una relazione di coppia accedono meno agli EBT rispetto alle persone eterosessuali (Alencar Albuquerque et al. 2016), è essenziale che gli EBT siano adattati per tenere conto delle esperienze vissute specifiche di queste persone.

L’EFCT è stata scelta per l’adattamento per due ragioni. In primo luogo, l’EFCT è uno dei modelli di terapia di coppia più studiati ed efficaci (Doss et al. 2022). Ciononostante, la ricerca sull’EFCT ha storicamente privilegiato finora identità e relazioni bianche, eterosessuali e cisgender (Spengler et al. 2024). Sebbene la ricerca contemporanea abbia iniziato a correggere questa disparità (si vedano Allan et al. 2022; Guillory 2021; Hattori 2014; Nightingale et al. 2019; Tseng et al. 2025), la scarsa inclusione di campioni diversificati nella ricerca sull’EFCT, come le persone che si identificano come LGBTQIA+, rappresenta un limite significativo se si vuole che questo EBT sia generalizzabile a popolazioni diverse. A oggi, infatti, non è stato realizzato alcun processo empirico (ad es., ADAPT‐ITT) per adattare l’EFCT all’identità e/o al contesto culturale della persona assistita. In secondo luogo, le strategie e i comportamenti di attaccamento sono influenzati dal contesto socioculturale (Dunbar et al. 2022). Per esempio, Dunbar et al. (2022) hanno rilevato che le madri nere che preparano i propri figli e figlie ad affrontare i pregiudizi combinando un forte sostegno emotivo e una moderata soppressione della propria reazione di angoscia sviluppano con loro un attaccamento sicuro, a differenza di quanto osservato nelle famiglie bianche.

Considerando gli ulteriori aspetti di pianificazione, abbiamo scelto di condurre il test di visione online per diverse ragioni. In primo luogo, prevedevamo un reclutamento su scala mondiale, poiché esistono centri e comunità di EFT in 39 Paesi. In secondo luogo, i video di formazione che abbiamo mostrato erano facilmente accessibili online. In terzo luogo, gli incontri online erano più accessibili per le persone partecipanti.

2.2 Elaborare il questionario e/o le domande dell’intervista

2.2.1 Linee guida del test di visione

Nelle prime fasi della progettazione di un pretest è importante anche elaborare il questionario o le domande dell’intervista che verranno somministrati (NCI 2004). A tal fine, il gruppo di ricerca deve avere ben chiari il proprio obiettivo operativo e le variabili specifiche che intende valutare; la riuscita del test di visione dipende dalla corretta individuazione e misurazione delle variabili pertinenti (Batra et al. 1996). Nel test di visione tradizionale si pongono domande sul programma visionato per raccogliere le reazioni delle persone partecipanti (ad es., cosa è piaciuto e cosa non è piaciuto del programma), per valutare se sono in grado di individuare e ricordare le idee principali presentate nel materiale e per capire cosa hanno pensato e provato durante la visione; si possono includere anche domande specifiche per il pubblico a cui ci si rivolge (NCI 2004).

2.2.2 Il test di visione nella ricerca sull’adattamento culturale

Gli studi sull’adattamento culturale si occupano spesso dell’accettabilità e dell’adeguatezza dell’intervento (ad es., Zubieta et al. 2020), e il test di visione è particolarmente adatto a valutare questi costrutti. Per esempio, nell’elaborare le domande dello studio, si potrebbe chiedere alle persone partecipanti che cosa è piaciuto (e non è piaciuto) loro dell’intervento, quali idee o strategie hanno trovato più pertinenti (e meno pertinenti) e se si vedono utilizzare alcuni degli strumenti descritti nell’intervento. Le domande possono anche essere calibrate su determinati elementi del materiale e sulle caratteristiche del pubblico a cui ci si rivolge (NCI 2004). Ciò consente a chi si occupa di adattamento culturale di ottenere riscontri su componenti specifiche dell’intervento (ad es., la modalità online, le attività esperienziali, le interazioni con il gruppo e l’assegnazione di compiti a casa), purché tali componenti vengano proposte nell’ambito del test, e di chiedere espressamente alle persone partecipanti delle loro esperienze in quanto membri della popolazione di riferimento.

Questo processo decisionale comporterà stabilire se dati quantitativi, dati qualitativi o una qualche strategia multimetodo o a metodi misti permetteranno di raggiungere al meglio gli obiettivi dello studio. Le norme tradizionali del test di visione prevedono l’uso di più metodi, come questionari quantitativi e focus group (NCI 2004). La procedura descritta da Wingood e DiClemente (2008) prevede di somministrare alle persone partecipanti un questionario con domande sia chiuse sia aperte e di utilizzare poi le risposte per guidare una successiva discussione di gruppo sull’intervento. Inoltre, i precedenti studi di adattamento culturale che hanno impiegato il test di visione hanno adottato approcci diversi (ad es., Holtrop et al. 2018; Lopez et al. 2025; Singer et al. 2024); vi è quindi ampio margine per utilizzare vari approcci alla raccolta dei dati nella conduzione di un test di visione.

Nell’elaborazione del questionario valgono anche alcune ulteriori considerazioni. In primo luogo, è fondamentale che il gruppo di ricerca consideri il possibile grado di agio o disagio delle persone partecipanti nel parlare di determinate informazioni, in particolare per chi ha identità marginalizzate. In secondo luogo, le persone partecipanti possono essere desiderose di dare un riscontro e tendere a spingersi in ambiti estranei al perimetro dello studio. Per evitare queste derive, le domande devono essere specifiche. Anziché chiedere, per esempio, se l’intervento è stato utile, le domande dovrebbero concentrarsi specificamente sugli elementi pertinenti dell’intervento (ad es., contenuti, esempi video, stile didattico e discussione di gruppo). Se per la raccolta dei dati si utilizza un’intervista semistrutturata, queste domande specifiche potrebbero essere inserite nella traccia come domande di approfondimento o di rilancio, utili a riorientare l’intervista quando necessario (si veda Edwards et al. 2025a). È inoltre molto importante collaudare il questionario prima di avviare la raccolta dei dati, così da migliorare le domande che rischiano di suscitare risposte non pertinenti (NCI 2004). In terzo luogo, può essere utile orientare le persone partecipanti sull’aspetto o sugli aspetti specifici della loro identità multiforme su cui si concentrano gli sforzi di adattamento culturale. Per esempio, un test di visione volto ad adattare un intervento sulla genitorialità per persone caregiver di origine latinoamericana dovrebbe concentrare la raccolta dei dati sulle esperienze delle persone partecipanti più legate alla loro appartenenza al gruppo di riferimento, appunto le persone caregiver di origine latinoamericana, e meno su altre identità. Fornire spunti che sollecitino risposte da questa prospettiva può essere una strategia utile per ottenere i dati più pertinenti (ad es., «Quali delle strategie educative presentate erano, o non erano, pertinenti per i Suoi bisogni in quanto caregiver di origine latinoamericana?»). Anche in questo ambito il collaudo preliminare è molto importante.

2.2.3 Caso esemplificativo

Prima di elaborare il questionario, abbiamo tenuto una riunione per discutere e definire gli obiettivi operativi dello studio. In generale, il nostro scopo era accrescere la pertinenza culturale dell’EFCT per le relazioni LGBTQIA+. Più precisamente, volevamo capire come chi pratica l’EFCT potesse integrare sempre di più le esperienze vissute specifiche delle persone LGBTQIA+ negli interventi dell’EFCT. Per esempio, ci proponevamo di capire in che modo le persone partecipanti potessero trarre beneficio dall’integrazione delle esperienze di stress da minoranza (ad es., Frost and Meyer 2023) nel ciclo di interazione negativo (cioè gli schemi di interazione dannosi che rafforzano le attribuzioni negative e la disconnessione nelle relazioni; Johnson 2019).

Abbiamo raccolto dati qualitativi attraverso focus group. I focus group vantano una lunga tradizione d’uso nella ricerca sull’adattamento culturale (ad es., Scott and Rhoades 2014) e in contesti di attivismo (Kozol 1985; Madriz 2003) e offrono diversi punti di forza metodologici, come un equilibrio tra ampiezza e profondità delle informazioni e una comprensione più approfondita dei significati co-costruiti (Krueger and Casey 2015). Nello specifico, abbiamo chiesto alle persone partecipanti di guardare alcuni segmenti di un video di formazione sull’EFCT che mostrava il lavoro con coppie dello stesso sesso e di fornire poi il loro riscontro tramite un’intervista strutturata.

Per elaborare il protocollo di intervista abbiamo seguito il modello di sviluppo del questionario per focus group proposto da Krueger e Casey (2015). Abbiamo cominciato individuando le domande chiave da porre dopo la visione di ciascun segmento video. Per esempio, una domanda chiave riguardava il modo di integrare la discussione di esperienze comuni agli uomini gay nell’attenzione che l’EFCT dedica all’individuazione degli ostacoli alla connessione quando si traccia il ciclo di interazione negativo. Nello specifico, abbiamo chiesto: «A volte in terapia parliamo degli ostacoli alla connessione; per esempio, in questo spezzone vedete Tim parlare della sua esperienza di uomo gay e di come questo lo porti al bisogno di essere fieramente indipendente. In che modo la terapeuta ha parlato degli ostacoli alla connessione in relazione all’identità di Tim e Andrew come uomini gay? Che cos’altro si potrebbe fare?». Abbiamo poi elaborato le domande generali di apertura, volte a predisporre le persone partecipanti a pensare alle loro esperienze dell’EFCT attraverso la lente della loro identità di membri delle comunità LGBTQIA+. Per esempio, la prima domanda di apertura era: «Come descriverebbe la Sua esperienza dell’EFCT attraverso la lente della Sua identità LGBTQIA+?». Queste domande erano concepite sia per evocare l’aspetto dell’identità su cui desideravamo che le persone partecipanti si concentrassero, sia per indicare un aspetto specifico dell’EFCT che avevamo individuato come modificabile.

Tutte le domande sono state elaborate con persone esperte nella ricerca e nella clinica dell’EFCT che si identificavano come membri delle comunità LGBTQIA+, per garantire che cogliessero elementi specifici dell’EFCT e fossero culturalmente pertinenti. Le domande sono state riviste in modo iterativo nel tempo per assicurarsi che risultassero confortevoli e adeguate per le persone partecipanti. Dopo la prima stesura delle domande, abbiamo collaudato il protocollo di intervista con figure accademiche che si identificavano come LGBTQIA+.

La prima firma dell’articolo ha inoltre incontrato individualmente ciascuna persona partecipante prima del focus group per discutere del possibile disagio legato a esperienze storiche di discriminazione nel contesto della ricerca e alla natura delicata della raccolta dei dati. Ha affrontato in modo approfondito con ciascuna persona la riservatezza e la tutela della vita privata. Ha anche invitato le persone partecipanti a inviare via e-mail qualsiasi riflessione che non avessero avuto il tempo di condividere durante il test e/o che si fossero sentite troppo a disagio per condividere in gruppo.

2.3 Reclutare le persone partecipanti

2.3.1 Linee guida del test di visione

Un’altra fase importante del test di visione è il reclutamento (NCI 2004). La letteratura pubblicitaria sottolinea l’importanza di definire chiaramente il mercato di riferimento, così da poter reclutare per il test persone rappresentative di quella popolazione (Batra et al. 1996). In altre parole, perché un test di visione fornisca un indicatore valido di usabilità, occorre includere persone che rappresentino l’utenza potenziale reale (Dumas and Redish 1999). Le procedure originarie, basate su un’ampia esposizione e su dati di questionario, utilizzavano spesso campioni numerosi, nell’ordine delle centinaia (Batra et al. 1996), anche se linee guida più recenti suggeriscono che bastino meno partecipanti (ad es., n = 50; NCI 2004). Nell’affrontare il reclutamento, il gruppo di ricerca dovrebbe anche stabilire chi sosterrà le attività di reclutamento (ad es., un’agenzia di reclutamento o un partenariato con un’organizzazione della comunità) e come saranno incentivate le persone partecipanti, ed eventualmente anche gli enti partner del reclutamento, per il loro impegno (NCI 2004).

2.3.2 Il test di visione nella ricerca sull’adattamento culturale

In uno studio di adattamento culturale, anche il reclutamento deve partire da una chiara delimitazione della popolazione di riferimento (Heim et al. 2021). Il gruppo di ricerca deve poi stabilire da chi raccoglierà i dati che orienteranno l’adattamento. Sebbene gli adattamenti culturali possano basarsi su fonti diverse, come persone informate sulla cultura di riferimento (ad es., Abi Ramia et al. 2018), persone esperte della materia (ad es., Edwards et al. 2025b), figure accademiche e letteratura esistente (ad es., Pentel et al. 2020), il test di visione è pensato specificamente per raccogliere dati presso i membri del pubblico a cui ci si rivolge (Batra et al. 1996; Dumas and Redish 1999; Wingood and DiClemente 2008). Questa caratteristica è un importante punto di forza del ricorso al test di visione per l’adattamento culturale. In assenza di un processo di pretest, è stato osservato che «le persone che hanno sviluppato prodotti complessi ma non hanno mai osservato sistematicamente l’utenza installarli, imparare a usarli o usarli trovano che assistere a un test di usabilità sia affascinante, scioccante, talvolta umiliante e doloroso, ma invariabilmente illuminante» (Dumas and Redish 1999, p. 89). Per questo le persone a cui l’intervento è destinato (ad es., potenziali partecipanti, personale dei servizi o personale degli enti) dovrebbero partecipare al test di visione. Prima del reclutamento, le caratteristiche delle persone partecipanti previste dovrebbero essere tradotte operativamente in criteri di inclusione e di esclusione.

Un coinvolgimento della comunità culturalmente pertinente e attento, avviato fin dalle prime fasi del processo di ricerca, è fondamentale per favorire il reclutamento e la permanenza nello studio di persone provenienti da comunità marginalizzate (Cunningham‐Erves et al. 2023). Questa collaborazione accresce la comprensione delle priorità della comunità da parte del gruppo di ricerca, garantisce la pertinenza culturale e crea fiducia (London et al. 2022). Molte popolazioni di riferimento della ricerca sull’adattamento culturale hanno identità o condizioni marginalizzate che possono esporle a rischi. Per esempio, Baumann et al. (2011) hanno descritto come le persone caregiver di origine latinoamericana coinvolte nel loro progetto di adattamento culturale abbiano risentito negativamente del clima anti-immigrazione e delle continue retate dell’agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane (Immigration and Customs Enforcement). Sebbene le popolazioni marginalizzate siano state talvolta definite difficili da raggiungere, la letteratura sostiene che queste popolazioni sono in realtà raggiungibili se i metodi di ricerca convenzionali vengono adattati ai bisogni e alle realtà contestuali di questi gruppi (ad es., Aliyas et al. 2023). Nel test di visione andrebbero quindi applicate strategie di reclutamento culturalmente adeguate, come quelle suggerite dalla letteratura sull’adattamento culturale. Tra gli esempi figurano il passaparola da parte di chi ha già partecipato (J. R. Parra‐Cardona et al. 2014), i colloqui in presenza con il personale sanitario e con le figure di accesso alla comunità (Gonzalez et al. 2021) o la promozione sui social media calibrata culturalmente (Simenec et al. 2023).

Inoltre, a differenza dei campioni numerosi spesso ricercati nel test di visione di ambito pubblicitario (si veda Batra et al. 1996), le applicazioni alla ricerca sugli interventi si concentrano di norma su campioni più ridotti. Wingood e DiClemente (2008) indicano un campione di n = 15. Altri studi di adattamento culturale che hanno impiegato il test di visione hanno anch’essi reclutato campioni più piccoli, da 8 (Breslow et al. 2024) a 112 persone (MacEntee et al. 2022). Questi campioni ridotti non mirano a essere ampi e rappresentativi; nella ricerca con il test di visione, i campioni piccoli e mirati intendono piuttosto includere deliberatamente persone che condividono le identità della popolazione di riferimento e giungere a una comprensione approfondita delle loro esperienze vissute.

Le pratiche di ricerca etiche prevedono anche un compenso equo per le persone partecipanti (Różyńska 2022), poiché un compenso giusto favorisce la partecipazione allo studio. Un compenso inadeguato può sfruttare le persone economicamente svantaggiate, creare ostacoli alla partecipazione e potenzialmente compromettere la diversità e l’inclusività dei risultati della ricerca. Data l’ingiustizia storica subita dalle comunità marginalizzate, è particolarmente importante prevedere un pagamento adeguato per la partecipazione (McCracken 2020). Inoltre, un pagamento equo riconosce il tempo e l’impegno delle persone partecipanti, favorisce la fiducia e incoraggia una partecipazione informata e volontaria (Różyńska 2022). Le linee guida etiche sottolineano che il compenso deve essere ragionevole e non coercitivo, così che gli incentivi economici non influenzino indebitamente le persone partecipanti (Różyńska 2022).

2.3.3 Caso esemplificativo

L’acronimo LGBTQIA+ designa un’ampia gamma di identità ed esperienze; ciò significava di per sé che la popolazione selezionata era al tempo stesso molto variegata e chiaramente definita come minoranze sessuali e/o di genere. Per raggiungere persone seguite in EFCT che si identificassero come LGBTQIA+, abbiamo previsto di reclutare figure terapeutiche EFCT che fungessero da figure di accesso alla comunità (gatekeeper, cioè figure di mediazione che facilitano un accesso fondato sulla fiducia ai contesti dello studio e alle persone partecipanti; Andoh‐Arthur 2019). Ciò ha richiesto diversi metodi di reclutamento. Abbiamo diffuso lo studio nella mailing list queer dell’EFCT, nella mailing list dell’International Centre for Excellence in Emotionally Focused Therapy (ICEEFT) e nei gruppi Facebook queer dedicati all’EFCT. Abbiamo contattato chi dirige i centri e le comunità di EFCT chiedendo di diffondere le informazioni sullo studio, e abbiamo scritto via e-mail a tutte le figure terapeutiche dei Paesi anglofoni presenti nell’elenco dell’ICEEFT. La prima firma dell’articolo ha inoltre attivato i propri contatti nell’ambito dell’EFCT per raggiungere chi pratica l’EFCT con le comunità LGBTQIA+.

Sono state incluse nello studio le persone che (a) si identificavano come membri delle comunità LGBTQIA+, (b) avevano completato almeno sei sedute di EFCT con una persona partner con cui avevano una relazione da più di un anno e (c) avevano almeno 18 anni. Sono state escluse le persone con una psicosi in fase attiva o che subivano violenza nella relazione di coppia. Sono state escluse anche le persone che avevano avuto ideazione suicidaria con intenzionalità nel mese precedente lo studio, alle quali sono state fornite risorse per le situazioni di crisi. Per garantire un compenso adeguato, abbiamo consegnato a ciascuna persona partecipante una carta regalo da 100 $.

Per assicurarci che le persone partecipanti fossero in grado di comprendere le domande e di fornire riscontri pertinenti, la prima firma dell’articolo ha condotto un pretest con cinque figure accademiche che si identificavano come LGBTQIA+. Queste persone hanno espresso un parere sulla struttura delle domande, sullo svolgimento dello studio e sugli aspetti dell’EFCT mostrati.

2.4 Preparare il test di visione

2.4.1 Linee guida del test di visione

Prima di condurre il test di visione occorrono ulteriori preparativi per garantirne la buona riuscita. Il gruppo di ricerca deve prendere decisioni sul materiale che sarà presentato nel test. Per esempio, verrà mostrata alle persone partecipanti una versione provvisoria del materiale, in una fase iniziale di elaborazione, oppure qualcosa di più simile al prodotto finito (Batra et al. 1996)? E quanta esposizione al materiale è necessaria per ottenere risultati significativi (Batra et al. 1996)? Bisogna anche assicurarsi che il materiale sia pronto per la presentazione. Ciò significa verificare che i materiali audiovisivi siano predisposti, che tutte le apparecchiature funzionino correttamente e che le persone partecipanti possano vedere e sentire i contenuti (NCI 2004). Occorre inoltre accertarsi che tutto il personale coinvolto nel test comprenda il proprio ruolo e abbia preso accordi per essere presente. Per facilitare la preparazione del pretest, si raccomanda di organizzare una sessione di prova prima del primo test, così da sperimentare le procedure e risolvere gli eventuali problemi individuati (NCI 2004).

2.4.2 Il test di visione nella ricerca sull’adattamento culturale

Il gruppo di ricerca deve prendere diverse decisioni sui contenuti dell’intervento che intende mostrare. Innanzitutto, in quale fase dell’adattamento culturale verrà presentato l’intervento? Wingood e DiClemente (2008) descrivono l’uso dell’intervento originale nella loro procedura di test di visione, mentre altri gruppi (ad es., MacEntee et al. 2022) hanno mostrato versioni adattate. A seconda della fase della ricerca e degli adattamenti culturali già esistenti dell’intervento scelto, ciascun metodo risponde a domande di ricerca diverse. Chi intende capire che cosa adattare in un intervento per uno specifico gruppo culturale, e come farlo, potrebbe mostrare l’intervento originale e poi adattarlo sulla base dei riscontri delle persone partecipanti. Per esempio, Biello et al. (2021) hanno chiesto a uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) un parere sul prototipo dell’app MyChoices prima del suo adattamento. Chi invece desidera valutare l’accettabilità preliminare di un intervento adattato può scegliere di mostrare contenuti già calibrati. Per esempio, MacEntee et al. (2022) hanno utilizzato interviste a testimoni chiave e focus group per valutare le prospettive delle parti interessate sull’accesso ai servizi da parte di giovani in situazione di strada e su come gli interventi esistenti potessero essere adattati per renderli più accessibili.

Il gruppo di ricerca deve anche decidere quali aspetti dell’intervento mostrare durante il test di visione (NCI 2004). È importante capire quali aspetti del modello possano essere rilevanti per il gruppo di riferimento. Occorre inoltre mostrare gli aspetti dell’intervento che sono modificabili, preservando al contempo le componenti centrali del modello, in linea con le buone pratiche della ricerca sull’adattamento culturale (Bernal et al. 2009; Holtrop et al. 2025; Resnicow 2000). Wingood e DiClemente (2008) indicano di mostrare le componenti centrali di un intervento, così che le persone partecipanti ne comprendano bene lo scopo e il processo. Nell’ambito di queste decisioni, bisogna anche valutare se tutti i contenuti selezionati debbano essere presentati in un’unica volta o per segmenti, con raccolte di dati in più momenti del test.

Un’altra considerazione riguarda il modo in cui sarà realizzata la dimostrazione. La ricerca originaria sul test di visione si concentra sulla visione di materiali audiovisivi (NCI 2004), mentre Wingood e DiClemente (2008) illustrano i vantaggi di una proposta esperienziale dell’intervento. In generale, oltre a una dimostrazione dal vivo, in vivo, esistono molte opzioni creative per presentare un intervento. Per esempio, MacEntee et al. (2022) hanno scelto di realizzare dei filmati per il loro test di visione, al fine di mostrare il ruolo delle figure di accompagnamento tra pari nel loro intervento adattato. Kazemi et al. (2018) hanno condotto una dimostrazione dal vivo di un’app pensata per ridurre il consumo rischioso di alcol di chi la utilizza, mentre gli MSM dello studio di Biello et al. (2021) hanno scaricato un’app di prevenzione dell’HIV e hanno fornito il loro riscontro in tempo reale durante l’uso.

2.4.3 Caso esemplificativo

Nell’ambito della preparazione del pretest, abbiamo deciso di utilizzare segmenti video tratti dal DVD di formazione sull’EFCT The EFT Path to Secure Connection: Working Successfully with Same‐Sex Couples (Reel Concepts for Susan Johnson Inc. 2011) per presentare l’intervento. Al momento dello studio, l’adattamento dell’EFCT alle persone e alle relazioni LGBTQIA+ era agli inizi. Abbiamo quindi scelto di mostrare un’applicazione originale e manualizzata dell’EFCT (cioè una versione disponibile il più possibile pertinente per la nostra popolazione di riferimento), anziché sperimentare un adattamento non manualizzato dell’EFCT per tale popolazione. Questa scelta era giustificata dalla fase della ricerca e dalle nostre domande di ricerca.

Le nostre attività di preparazione hanno compreso anche la selezione di due segmenti dell’intervento EFCT da mostrare durante il test di visione. Per orientare questa scelta, in linea con le linee guida consolidate della ricerca sull’adattamento culturale (Bernal et al. 2009; Holtrop et al. 2025), abbiamo individuato i processi centrali dell’EFCT che dovevano restare inalterati (ad es., il tracciamento del ciclo negativo, il tango dell’EFT; Johnson 2019), nonché gli elementi che potevano essere adattati per tenere conto delle esperienze vissute specifiche dei membri delle comunità LGBTQIA+. Stabilire quali segmenti mostrare è stato un processo difficile, perché il lavoro in EFCT è dinamico, non lineare ed evolve nel tempo; non si lascia quindi racchiudere facilmente in un breve segmento di intervento. Dopo aver consultato figure esperte della clinica e della ricerca sull’EFCT, abbiamo scelto di mostrare 20 min tratti dall’inizio del trattamento (cioè la fase uno) e 20 min tratti da un momento successivo (cioè la fase due), nella speranza che le persone partecipanti non perdessero interesse e, al tempo stesso, vedessero una parte sufficiente della seduta per formulare commenti fondati. Abbiamo scelto ciascun segmento perché mostrava fedeltà al modello EFCT e metteva in luce aspetti specifici della comunità gay maschile (ad es., la difficoltà di connettersi emotivamente a causa del bisogno di essere fieramente indipendenti) e della comunità lesbica (ad es., la cosiddetta «lesbian bed death»). Inoltre, ciascun segmento mostrava un passaggio chiave di ciascuna fase dell’EFCT.

Abbiamo deciso di condurre il test di visione con video anziché con dimostrazioni dal vivo per diverse ragioni. In primo luogo, l’uso del video è in linea con la ricerca iniziale sul test di visione (NCI 2004). In secondo luogo, l’uso di video esistenti garantiva che l’intervento fosse mostrato con fedeltà. In terzo luogo, l’uso dei video era più fattibile ed efficiente in termini di risorse rispetto all’organizzazione di dimostrazioni dal vivo, soprattutto perché abbiamo condotto più sessioni di test.

Per preparare il test di visione, la prima firma dell’articolo ha collaudato tutti i materiali audiovisivi. Abbiamo poi modificato il modo di presentare lo studio (cioè abbiamo precisato che le registrazioni di formazione risalivano alla metà degli anni Duemila e probabilmente non rappresentavano un’esperienza queer «moderna») e aggiunto una pausa di 5 min tra la discussione sulla registrazione della fase uno e la proiezione della registrazione della fase due. Nonostante questi accorgimenti, abbiamo incontrato difficoltà tecniche nella proiezione del video che abbiamo dovuto poi risolvere, il che sottolinea ulteriormente l’importanza di preparare il test in condizioni il più possibile vicine all’ambiente reale in cui si svolgerà.

2.5 Condurre il test di visione

2.5.1 Linee guida del test di visione

Per condurre con successo una sessione di test di visione, il gruppo di ricerca dovrebbe favorire un’esperienza che unisca calore e cortesia verso le persone partecipanti all’applicazione di un protocollo organizzato e strutturato. Le linee guida (NCI 2004) suggeriscono di aiutare le persone partecipanti a sistemarsi, di cominciare puntualmente e di aprire ringraziandole per la presenza, presentando chi conduce la ricerca e creando un’aspettativa positiva nei confronti del test. La reattività delle persone partecipanti è un problema nel test di visione, poiché possono comportarsi o rispondere alle domande in modo diverso nell’ambiente del test rispetto a condizioni normali (Batra et al. 1996). Sebbene l’inganno sia stato proposto come mezzo per evitare la reattività, esso comporta implicazioni etiche (Batra et al. 1996). A questo proposito può essere utile sottolineare alle persone partecipanti che interessano le loro percezioni e che non esistono risposte giuste o sbagliate (NCI 2004); anche una raccolta discreta di dati osservativi (con il consenso delle persone partecipanti) può essere efficace (Batra et al. 1996). In generale, tutti gli sforzi ragionevoli che aiutano le persone partecipanti a sentirsi a proprio agio durante la sessione sono importanti nella conduzione del test di visione.

Successivamente il gruppo di ricerca distribuirà gli strumenti di raccolta dei dati e fornirà in anticipo le istruzioni pertinenti (ad es., evitare di parlare durante la dimostrazione; NCI 2004). Le persone partecipanti vengono poi esposte al materiale del test. Occorre assicurarsi che il materiale sia presentato come previsto ed essere in grado di risolvere eventuali problemi. Bisogna anche vigilare affinché le persone partecipanti restino coinvolte e seguano le istruzioni fornite (NCI 2004). Durante la dimostrazione, le persone partecipanti dovrebbero interagire con il materiale nel modo più realistico possibile (Dumas and Redish 1999). Una volta presentato il materiale, il gruppo di ricerca deve assicurarsi di aver ricevuto tutti i dati (ad es., questionari raccolti, sondaggi online inviati; NCI 2004). Al termine della sessione è importante ringraziare le persone partecipanti per il tempo e l’impegno dedicati e consegnare il compenso concordato. Le linee guida del test di visione raccomandano che la sessione non duri più di 1 h e 15 min (NCI 2004).

2.5.2 Il test di visione nella ricerca sull’adattamento culturale

Wingood e DiClemente (2008) raccomandano di invitare a partecipare al test di visione sia il gruppo di riferimento sia le principali parti interessate. Per esempio, MacEntee et al. (2022) hanno coinvolto in una serie di test di visione personale sanitario, personale dei servizi territoriali e la popolazione giovanile destinataria dell’intervento. Inoltre, le linee guida del test di visione (Wingood and DiClemente 2008) suggeriscono di far compilare alle persone partecipanti brevi questionari con domande sia chiuse sia aperte, per raccogliere le loro reazioni sull’idoneità dell’intervento per il gruppo di riferimento. Idealmente, le domande dovrebbero indurre le persone partecipanti a valutare il materiale, i contenuti e le modalità di proposta dell’intervento, nonché a individuare altri materiali e/o attività che ne aumenterebbero la pertinenza culturale e l’efficacia. Le risposte ai questionari danno poi avvio a una discussione di gruppo tra le principali parti interessate e la popolazione di riferimento, volta a elaborare idee per l’adattamento dell’intervento (Wingood and DiClemente 2008).

Il gruppo di ricerca deve decidere se sia più efficace raccogliere tutti i dati alla fine del test o in più momenti tra i segmenti dell’intervento. A tal fine occorre considerare la complessità dell’intervento scelto, le capacità delle persone partecipanti e gli obiettivi della ricerca. Altre considerazioni riguardano il modo di raccogliere dati di qualità e pertinenti che rispondano alla domanda di ricerca e non ad altri elementi dell’intervento (ad es., fattori legati a chi conduce la terapia), il modo di impostare il processo di raccolta dei dati perché vada a buon fine e il modo di riorientare e focalizzare le persone partecipanti. I protocolli di intervista e i questionari dovrebbero quindi essere elaborati con cura e collaudati prima dell’uso, e il gruppo di ricerca dovrebbe essere ben formato ai processi di raccolta dei dati.

Anche le osservazioni del gruppo di ricerca sono una fonte di dati potenzialmente importante nel test di visione (Dumas and Redish 1999). Occorre quindi sia osservare sia registrare il comportamento verbale e non verbale delle persone partecipanti. Queste osservazioni possono orientare le modalità di proposta dell’intervento scelto, poiché le norme culturali possono influenzare sia chi propone l’intervento sia il processo con cui viene proposto (Soto et al. 2018). Per esempio, Biello et al. (2021) hanno osservato le persone partecipanti mentre interagivano con l’app MyChoices, il che ha portato a modificare l’app nella speranza di aumentare l’uso della PrEP tra gli MSM.

2.5.3 Caso esemplificativo

Abbiamo condotto in tutto otto gruppi di test di visione, ciascuno della durata compresa tra 105 e 142 min (M = 122). Poiché era già stata svolta una ricerca sull’adattamento dell’EFCT alle relazioni LGBTQIA+ con persone esperte della materia (Edwards et al. 2025a), i gruppi di test hanno incluso esclusivamente persone della popolazione di riferimento. Non appena tutte le persone si erano collegate all’incontro virtuale, presentavamo lo studio e chiedevamo alle persone partecipanti di presentarsi. Descrivevamo poi lo scopo e la natura dello studio e ribadivamo la riservatezza. Illustravamo quindi le procedure del focus group e del test di visione e introducevamo alcune regole di gruppo (ad es., rispettare i turni di parola) per guidare la conversazione. Discutevamo inoltre di strategie per gestire eventuali stati di disagio, come fare una pausa, spegnere la telecamera e/o fare un colloquio di restituzione con chi conduceva la ricerca dopo il focus group.

Dopo l’introduzione al focus group, seguivamo il protocollo di intervista semistrutturata e chiedevamo alle persone partecipanti della loro esperienza generale dell’EFCT, se avessero parlato delle loro esperienze di stress da minoranza con chi le seguiva in terapia di coppia e in che modo la terapia avesse creato sicurezza rispetto alla loro identità di minoranze sessuali e/o di genere. Tra gli esempi di domande di approfondimento figuravano: «Come ha trovato la persona che La segue in EFCT?» e «In che modo le esperienze di discriminazione hanno influito sulle Sue relazioni sentimentali?». Nell’ambito del protocollo di intervista, le persone partecipanti erano invitate a riflettere specificamente sulle loro identità LGBTQIA+ in relazione a queste domande di ricerca.

Mostravamo poi i due segmenti selezionati del video dell’intervento EFCT. Il primo segmento riguardava il tracciamento del ciclo di interazione negativo nella fase uno con una coppia di uomini gay. Ponevamo quindi le seguenti domande: «Sappiamo che la conoscenza dell’identità accresce la sicurezza in terapia. Come percepite il modo in cui questa terapeuta crea sicurezza per questa coppia? Che cos’altro potrebbe fare?» e «A volte in terapia parliamo degli ostacoli alla connessione; per esempio, in questo spezzone vedete Tim parlare della sua esperienza di uomo gay e di come questo lo porti a questo bisogno di essere fieramente indipendente. In che modo la terapeuta ha parlato degli ostacoli alla connessione in relazione all’identità di Tim e Andrew come uomini gay? Che cos’altro potrebbe fare?». Tra questa discussione e la visione del segmento della fase due, incentrato sul ricoinvolgimento della persona che si ritira con una coppia di donne lesbiche, era prevista una pausa di 5 min. Dopo il secondo segmento chiedevamo delle reazioni generali, di ciò che le persone partecipanti avevano notato nel modo in cui la terapeuta affrontava la sessualità lesbica e quanto segue: «A volte in terapia parliamo di come la paura influisca su una connessione più profonda nelle relazioni. Per esempio, nello spezzone avete visto Janey parlare di come la sua paura le impedisca di ricevere le cure della sua partner, Kelly. Come pensate che la terapeuta abbia gestito il discorso sulla paura, tenuto conto che la paura è un’esperienza vissuta comune per i membri delle comunità LGBTQIA+?».

Quando le persone partecipanti si allontanavano dal tema, la prima firma dell’articolo le riportava alle domande. Per esempio, alcune persone hanno raccontato di aver affrontato traumi passati in terapia individuale ma non in terapia di coppia. La prima firma dell’articolo convalidava queste esperienze e riportava l’attenzione sulle loro esperienze dell’EFCT. Abbiamo inoltre prestato particolare attenzione all’osservazione e alla registrazione delle affermazioni verbali e dei comportamenti non verbali delle persone partecipanti.

2.6 Analizzare il test di visione

2.6.1 Linee guida del test di visione

La letteratura sul test di visione indica che l’analisi dei dati si svolge in due passaggi: tabulare le risposte e cercare regolarità (NCI 2004). Nell’analisi di dati qualitativi, l’uso di un quadro analitico qualitativo specifico può facilitare la ricerca sistematica di regolarità o di temi. Se si utilizzano metodi misti, multipli o quantitativi, spesso è più facile rispondere alle domande di ricerca con dati descrittivi che con la statistica inferenziale (Dumas and Redish 1999; NCI 2004). Nell’analizzare i dati, il gruppo di ricerca può considerare (NCI 2004): (a) che cosa si è appreso, (b) se la reazione delle persone partecipanti è stata favorevole, (c) se il materiale di intervento mostrato ha raggiunto gli obiettivi desiderati, (d) i punti di forza e di debolezza del materiale mostrato e (e) quali risultati siano i più salienti. Rispondere a queste domande permette di comprendere le esperienze delle persone partecipanti e di stabilire se il materiale sia adeguato ed efficace o richieda ulteriori revisioni (NCI 2004).

2.6.2 Il test di visione nella ricerca sull’adattamento culturale

Analizzare i dati di un test di visione per orientare gli adattamenti culturali comporta alcuni punti decisionali specifici. Poiché i dati di un test di visione possono essere voluminosi, un compito primario dell’analisi è ridurne la quantità. L’analisi comporta quindi il ritorno all’intento dello studio e l’esclusione delle informazioni superflue e non pertinenti. Chi si occupa di adattamento culturale deve decidere quali dati siano pertinenti per gli obiettivi dello studio e quali possano essere accantonati senza comprometterne la validità o il rigore. Occorre inoltre cercare di comprendere i dati in relazione alle questioni di fedeltà all’intervento. In generale, gli adattamenti culturali degli interventi preservano le componenti centrali dell’intervento (Holtrop et al. 2025; Resnicow et al. 1999; Wiltsey Stirman et al. 2019), a meno che dati pertinenti non indichino con forza il contrario (Wiltsey Stirman et al. 2019). Le persone partecipanti al test di visione possono formulare raccomandazioni non coerenti con le componenti centrali del modello (Wingood and DiClemente 2008) o suggerire modifiche che ridurrebbero la fedeltà al modello (Wiltsey Stirman et al. 2019). Chi si occupa di adattamento culturale deve soppesare con attenzione il peso delle evidenze empiriche relative alle componenti centrali e ai meccanismi di cambiamento dell’intervento, insieme alle percezioni delle persone partecipanti, nel decidere se apportare all’intervento modifiche coerenti o non coerenti con la fedeltà sulla base dei dati del test. Spetta a chi fa ricerca sull’adattamento culturale modificare l’intervento in modo coerente con la fedeltà al modello, oppure dimostrare che modificare le componenti centrali di un intervento migliorerebbe in modo considerevole la pertinenza culturale e/o non comprometterebbe l’efficacia del trattamento (Wiltsey Stirman et al. 2019).

2.6.3 Caso esemplificativo

Nel prepararci ad analizzare i dati del nostro test di visione, ci è risultato difficile distinguere quali informazioni fossero significative e legate alla domanda di ricerca e quali fossero significative ma estranee al progetto in corso. Abbiamo quindi dedicato altro tempo a esaminare quali dati fossero pertinenti per la modifica dell’EFCT e quali non avessero relazione con la domanda di ricerca. Per esempio, molte persone partecipanti hanno raccontato come chi le segue in terapia adatti il modello; una persona, in particolare, ha spiegato quanto fosse stato importante che la terapia affrontasse il modo in cui il razzismo influisce sul suo ciclo di interazione negativo. Per quanto importanti, queste informazioni esulavano dal perimetro del progetto di ricerca in corso.

Alcune persone partecipanti hanno insistito su raccomandazioni non in linea con le componenti centrali dell’EFCT. Per esempio, due persone hanno sostenuto con forza che la terapia dovrebbe offrire psicoeducazione sulle relazioni sane e sui comportamenti che potrebbero essere considerati «normali» in una relazione sentimentale. Tuttavia, l’EFCT è un modello esperienziale e non integra esplicitamente la psicoeducazione (Johnson 2019). Aggiungerla ai passaggi e alle fasi dell’EFCT sarebbe quindi incoerente con la fedeltà al modello. Altre persone partecipanti hanno suggerito che chi pratica l’EFCT potrebbe chiedere specificamente in che modo l’esperienza della paura legata all’identità LGBTQIA+ influisca sul ciclo di interazione negativo, il che si accorda con il processo di valutazione e di domande evocative centrale nell’EFCT; questo adattamento sarebbe considerato coerente con la fedeltà, poiché mira a integrare esperienze esterne nel ciclo di interazione negativo.

In definitiva, i dati del nostro test di visione hanno fornito diverse raccomandazioni per calibrare l’EFCT, tra cui adattamenti di struttura superficiale volti a far corrispondere meglio l’intervento alle caratteristiche delle relazioni LGBTQIA+ (ad es., prevedere una seduta dedicata specificamente a discutere di come l’identità di genere e sessuale influenzi le dinamiche della relazione) e adattamenti di struttura profonda volti ad allineare meglio l’intervento alle esperienze vissute delle persone LGBTQIA+ (ad es., discutere di come le esperienze di paura legate all’identità influiscano sul ciclo di interazione negativo). L’insieme completo degli adattamenti raccomandati è presentato e discusso in Edwards et al. (2025a).

3 Discussione

Per chi fa ricerca in terapia di coppia e familiare e si occupa di adattamento culturale, il test di visione offre un approccio utile per coinvolgere i membri della comunità di riferimento nel processo di adattamento. In questo articolo abbiamo descritto la pianificazione, la realizzazione e la valutazione del test di visione per la ricerca sull’adattamento culturale secondo il quadro in sei fasi del NCI (2004). Quando si utilizza il test di visione, è essenziale partire da una fase di pianificazione che comprenda il chiarimento dello scopo dell’adattamento, della popolazione di riferimento, dei tempi, del budget e del luogo del test (fase 1). Il gruppo di ricerca dovrebbe inoltre assicurarsi di valutare al meglio tutte le variabili pertinenti nell’elaborare i questionari o le domande dell’intervista (fase 2) e dedicare un’attenzione accurata al reclutamento della popolazione di riferimento (fase 3). Tutte le procedure e tutti i materiali dovrebbero essere predisposti in modo comprensibile e accessibile per le persone partecipanti (fase 4). Idealmente, nel condurre il test, il gruppo di ricerca costruirà un buon rapporto con le persone partecipanti e farà in modo che l’intervento sia mostrato in modo «realistico» (fase 5). Infine, nell’analizzare i dati, è essenziale che i metodi analitici consentano di valutare i punti di forza e di debolezza, nonché tutte le informazioni pertinenti relative all’adattamento dell’intervento (fase 6). È inoltre importante notare che le fasi descritte non sono necessariamente lineari e che è possibile muoversi in modo fluido dall’una all’altra, soprattutto nelle fasi iniziali. Successivamente, l’intervento adattato dovrebbe essere sottoposto a verifiche di fedeltà e a un’ulteriore valutazione empirica, come studi di efficacia sperimentale e di efficacia nella pratica, in linea con il modello ORBIT (Powell et al. 2022).

Sebbene lo studio di caso descritto offra un valido esempio dell’uso del test di visione per orientare gli sforzi di adattamento culturale, raccomandiamo alcune modifiche in linea con il quadro del NCI (2004). In primo luogo, riteniamo che i segmenti video utilizzati possano essere stati troppo lunghi. Ciascun segmento durava circa 20 min, il che ha portato i test a durare in media 122 min, più dei 75–90 min raccomandati in letteratura (NCI 2004; Wingood and DiClemente 2008). In secondo luogo, la raccolta dei dati avrebbe potuto essere rafforzata offrendo alle persone partecipanti più modalità per esprimere il proprio riscontro, come un questionario o un sondaggio quantitativo. Infine, sebbene il nostro studio si sia svolto online, le persone partecipanti hanno riferito difficoltà a mantenere l’attenzione e a partecipare attivamente online, il che indica che un luogo fisico e una dimostrazione in presenza avrebbero potuto migliorare la raccolta dei dati.

Il test di visione è un metodo fondamentale per condurre una ricerca con il coinvolgimento della comunità. In generale, gli obiettivi della ricerca con il coinvolgimento della comunità sono mettere al centro e valorizzare le comunità sottorappresentate, nonché sviluppare e diffondere interventi culturalmente adeguati che promuovano cambiamenti nelle politiche e favoriscano il trasferimento dei risultati della ricerca nell’implementazione a livello di comunità (Oetzel et al. 2018). La ricerca con il coinvolgimento della comunità è intrinsecamente collaborativa: fiducia, partenariato e risorse vi sono condivisi per migliorare gli esiti per la comunità (Oetzel et al. 2018). Il test di visione offre in particolare un approccio pertinente per utilizzare dati prodotti dalla comunità e dalla popolazione di riferimento al fine di orientare l’adattamento culturale e contribuire a garantire la pertinenza culturale di un intervento.

Abbiamo mostrato che il test di visione trova ampia applicazione nella ricerca sull’adattamento culturale. Questa flessibilità si riflette anche nei tipi di studi che possono servirsene, dalla ricerca di dottorato (ad es., Edwards et al. 2025a) agli studi finanziati a livello nazionale (ad es., MacEntee et al. 2022) e ad altre ricerche finanziate tramite bandi (ad es., Holtrop et al. 2018). Il test di visione può inoltre essere utilizzato lungo tutto il processo di adattamento di un intervento, a seconda delle domande di ricerca poste. Per esempio, Biello et al. (2021) lo hanno utilizzato verso la fine dello sviluppo di un’app per garantirne l’usabilità, mentre noi lo abbiamo utilizzato in una fase iniziale per fare in modo che le comunità LGBTQIA+ avessero un ruolo centrale nell’adattamento dell’EFCT.

Sebbene abbiamo applicato il test di visione all’adattamento culturale di un intervento basato sulle evidenze, la sua natura flessibile potrebbe consentire di estendere e generalizzare questo metodo anche ad altri temi della ricerca sugli interventi. Per esempio, potrebbe essere possibile estenderne l’uso allo studio del coinvolgimento e della permanenza nel trattamento. In altre parole, le persone partecipanti potrebbero essere esposte a elementi dell’intervento ritenuti capaci di influenzare il coinvolgimento e la permanenza, e si potrebbero poi raccogliere dati tramite il resoconto delle persone stesse (ad es., domande sui fattori che hanno reso più o meno probabile la loro presenza e/o il loro ritorno alla sessione di test) e/o tramite l’osservazione (ad es., percentuale di partecipanti che tornano a una sessione di follow-up), per orientare successivi adattamenti delle strategie di coinvolgimento e di permanenza dell’intervento. Inoltre, sebbene nei nostri esempi di test di visione abbiamo privilegiato la presentazione di elementi specifici dell’intervento (ad es., le fasi dell’EFCT), è anche concepibile che un test di visione presenti elementi non specifici, per ottenere dalle persone partecipanti riscontri specifici e informati su altri tipi di intervento o su altri ambiti terapeutici, come i fattori comuni. In generale, il test di visione offre a chi fa ricerca in terapia di coppia e familiare un metodo utile per coinvolgere le comunità di riferimento nel processo di ricerca.

Complexe Systémique: punti chiave

È un articolo metodologico, non uno studio di esito: non dice se l’EFCT adattata funzioni meglio, ma come dare voce alle persone interessate prima di modificare un modello. Da un punto di vista sistemico, il suo interesse sta nello spostare la domanda dall’efficacia in generale al senso per un determinato gruppo, e nel fare delle persone in terapia delle partner della progettazione anziché semplici soggetti di sperimentazione. Il passaggio più utile per la clinica è la tensione tra fedeltà e pertinenza culturale: la richiesta di psicoeducazione viene scartata perché contraddice un modello esperienziale, mentre la domanda sulla paura legata all’identità si inserisce facilmente nel ciclo di interazione negativo. Questa distinzione tra il nucleo di un modello e ciò che può cambiare vale per qualsiasi adattamento in seduta. Il gruppo riconosce i limiti: sessioni online di due ore, video della metà degli anni Duemila, un’unica modalità di raccolta dei dati. Si può aggiungere che è il gruppo di ricerca a decidere che cosa appartenga al nucleo, il che reintroduce una parte dell’asimmetria che il metodo intende ridurre. Da leggere insieme all’articolo su ciò che le persone LGBTQ+ in terapia hanno detto dell’alterizzazione nell’EFCT e all’articolo sull’adattamento culturale dell’EFCT in Uganda.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Questo lavoro è stato finanziato in parte dal contributo annuale di avvio (seed grant) del Sexual and Gender Minority Health Consortium della Michigan State University.

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Traduzione non ufficiale di Using Theater Testing to Inform Community-Engaged Cultural Adaptation in Couple and Family Therapy Research, di Caitlin Edwards, Kendal Holtrop e Andrea Wittenborn, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 52, n. 2 (2026), doi: 10.1111/jmft.70116, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Using Theater Testing to Inform Community-Engaged Cultural Adaptation in Couple and Family Therapy Research», pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Edwards, C., Holtrop, K., e Wittenborn, A. (2026). Using Theater Testing to Inform Community-Engaged Cultural Adaptation in Couple and Family Therapy Research. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/using-theater-testing-to-inform-community-engaged-cultural-adaptation-in-couple-and-family-therapy-research (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Marital and Family Therapy, 52(2), e70116 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70116)

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