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Red Sistémica · Dipendenze
Curare una persona tossicodipendente significa mettere continuamente in gioco cinque elementi: la diagnosi del soggetto della dipendenza, la famiglia e i suoi meccanismi interazionali, i valori della cultura della dipendenza, la clinica dell’intensità della droga e il tipo di trattamento indicato. Juan Alberto Yaría, direttore della Fundación Gradiva, espone qui una lettura psicoanalitica della tossicodipendenza e il modello della comunità terapeutica professionale, che distingue dalle comunità volontaristiche o religiose.
«Non dobbiamo dimenticare che la parola addict viene da addictum: il non detto, ciò che resta da dire. È una patologia del dialogo familiare, del dialogo tra le generazioni.»
Juan Alberto Yaría
Nota della redazione di Perspectivas Sistémicas
Per ampliare l’orizzonte del nostro sguardo su un tema così scottante, presentiamo un approccio diverso: quello delle comunità terapeutiche professionali. In questo articolo sulla tossicodipendenza noterete inoltre un linguaggio e una lettura diversi che, pur tenendo conto del contesto sociofamiliare, non sono sistemici ma psicoanalitici. Ancora una volta, le differenze ci arricchiscono. Da costruttivisti, altre «verità» o descrizioni della realtà non possono che ampliare la nostra spiegazione, limitata come tutte le altre prospettive, di un fenomeno tanto complesso e inafferrabile quanto la farmacodipendenza. E da terapeuti, qualsiasi proposta ben fondata, qualsiasi tentativo serio che aiuti a combattere un problema sociopsicologico e politico di tale portata ci interessa moltissimo. Questa è, o dovrebbe essere, a nostro avviso, la psicologia di oggi. Nei prossimi numeri di Perspectivas Sistémicas continueremo a pubblicare (vedi n. 4, p. 8) articoli, note e rapporti aggiornati sul tema (tra cui lavori clinici del Centro de Terapias Breves, lavori istituzionali di équipe sistemiche del C.E.N.A.R.E.S.O. e contributi di rinomati specialisti internazionali come Cancrini (Italia) e Stanton (Stati Uniti), per esempio).
Curare una persona tossicodipendente implica un gioco incrociato di cinque elementi che vanno messi continuamente in atto:
La droga non ci interessa solo come potenza chimica che genera una dipendenza fisica e/o psichica più o meno forte, la quale richiederà un tipo specifico di disintossicazione; ci interessa anche per il modo in cui si articola all’immaginario del soggetto, per il posto di «oggetto tappo» che occupa nella storia di un essere carente.
Designare la persona tossicodipendente come un essere carente va al di là dei singolari contributi di Spitz e di Bowlby, che rimandano allo stato di carenza affettiva come germe dei disturbi schizoidi e dei disturbi del comportamento con tossicomania e reati. Il riferimento citato all’inizio comprende quello che ho appena descritto. Include anche le patologie che rimandano all’abbandono sociale, economico ed etico di vaste zone di popolazione, che si possono percorrere con una mappa sociologica.
Qualcosa accomuna tutte queste categorizzazioni: l’angoscia, la fretta, la voracità, il pieno, l’impulsività orale e motoria. Cioè il pieno, riempirsi fino all’orlo. Il vuoto di fronte al riempirsi fino all’orlo. Fino al limite dell’overdose; l’eccesso; la dismisura, cioè la perversione (versare qualcosa in eccesso senza tener conto della misura).
Questa carenza, che è ontologica, antropologica, psichica in ogni essere umano e che è il fondamento del godimento sublimatorio e di tutte le creazioni in cui il desiderio che nasce da questa mancanza, tra le braccia della legge, si fa amore, figlio, significante, cioè cultura, nella persona tossicodipendente è una crepa, una spaccatura non più di una parete laterale ma delle fondamenta; riconosce una storia che è sociale, etica e psicologica. Per questo la terapia di oggi deve percorrere quello spazio affascinante in cui la malattia è la storia di un rinvio e in cui il sintomo è il grido di un soggetto che non ha potuto crescere.
Due presupposti fondano il trattamento possibile di una dipendenza: l’astinenza e la volontarietà.
Per quanto riguarda l’astinenza, il setting cerca di sottolineare il limite posto al godimento come modo di parlare di qualcosa; altrimenti l’estasi della droga permette di farsi beffe di uno schema terapeutico fondato sulla mancanza dell’oggetto, mancanza che porterà a poter parlare, cioè a poter rendere assente.
La possibilità o meno dell’astinenza porterà a diverse misure terapeutiche, dalla consultazione ambulatoriale alla cura di disintossicazione, passando per i diversi modelli della comunità terapeutica professionale.
La volontarietà segna un altro passo importante, in cui l’équipe professionale non è al servizio della famiglia ma lavora con essa per inserire la persona in cura, di solito giovane, in uno scenario per lei difficile da accettare, poiché la droga è vietata all’interno dell’incontro terapeutico.
Il ruolo delle persone che si sono riprese dalla tossicodipendenza e dei loro familiari è importante in questa fase. Dobbiamo chiederci perché. Nel modello della comunità terapeutica professionale sosteniamo l’inclusione di persone riprese dalla tossicodipendenza, trattate con metodi psicoterapeutici, e della famiglia, sia nel momento della crisi sia nel post-trattamento della dipendenza. Su questo punto seguiamo lo stesso criterio adottato per tutto il personale che lavora nella comunità terapeutica professionale. Le spiegazioni sono ovvie: da Freud in poi, la migliore garanzia per trattare la follia è conoscere e trattare la nostra stessa follia; tanto più che chi non si è ripreso bene tende a cadere in un fanatismo manicheo contro la droga, il che ricorda molto la descrizione che il geniale Kurt Schneider fece degli psicopatici fanatici nel suo libro Le personalità psicopatiche.
La persona che si è ripresa offre allo schema terapeutico la possibilità di sintonizzarsi su un codice comune con la persona da curare. Viviamo in un mondo molto compartimentato; la persona tossicodipendente vive ai margini di una cultura che, inconsapevolmente, caricaturizza con la sua malattia.
Le persone emarginate hanno un proprio codice, in cui il mondo professionale fa parte di un mondo persecutorio, di un mondo adulto ignorante e ignorato. Lo stesso mondo professionale ha i suoi pregiudizi verso queste persone, che tende a stigmatizzare in diversi modi, di solito con diagnosi psichiatriche pessimistiche.
Lo scientifico è sempre una scoperta, e lo stesso mondo professionale deve spogliarsi dei pregiudizi ideologici. Nel mio lavoro quotidiano ho visto due modelli medici contrapposti ed estremi. Da un lato, chi cura si identifica con la persona in cura e arriva a dire che la droga non è il problema, tollerando l’uso, l’abuso e perfino l’intossicazione.
Abbiamo poi saputo che anche quella persona, in alcuni casi, ne aveva fatto uso e continuava a farlo. La relazione terapeutica preclude quotidianamente una realtà; si crede di trattare una produzione dell’inconscio mentre in realtà, durante la seduta, la persona in cura è intossicata. È una complicità nella beffa. All’altro estremo, la posizione terapeutica rigida vede nel sintomo un’offesa a un narcisismo ferito e mette in atto le forme più varie per placare la «bestia».
Contenzioni meccaniche, sedazioni brutali. Chi si occupa di persone tossicodipendenti deve lottare contro queste due tentazioni dell’ignoranza: l’una porta alla placidità della perversione; l’altra, a una paranoia diretta. La persona tossicodipendente conosce queste storie nel suo rapporto con il mondo professionale; uno di questi due modelli l’ha già trattata, per non parlare dei moderni Messia che, dal mondo non professionale, facevano di lei un’anima peccatrice, priva di fede. È caduta nelle mani di chi fa della religione, che è un valore trascendente, una paccottiglia.
La complicità terapeutica
Si identifica con la persona in cura, dichiara che la droga non è il problema, tollera l’uso e l’intossicazione: la placidità della perversione.
La rigidità terapeutica
Vede nel sintomo un’offesa a un narcisismo ferito e cerca di placare la «bestia»: una paranoia diretta.
Come si vede, la povera persona tossicodipendente si ritrova messa sotto scacco da diversi interessi, professionali o settari.
La persona che si è ripresa, inserita in un’équipe professionale, tende a generare un codice comune con la persona da recuperare, al di là delle ideologizzazioni che la emarginerebbero ancora di più, soprattutto tenendola lontana da questa consapevolezza: il suo sintomo è un grido dell’inconscio nelle pieghe di una storia da ascoltare.
La diagnosi passa per due momenti: nosologico e nosografico.
Il momento nosologico cerca di cogliere le diverse inflessioni che la droga, come oggetto, ha introdotto nella relazione del soggetto con la Legge e con il piacere nel corso della sua storia.
Il momento nosografico percorre i diversi spazi di configurazione della realtà e dell’irrealtà, dal disturbo adolescenziale dell’identità e dalle patologie psicotiche o prepsicotiche fino alle alterazioni moderne dell’abbandono sociale dei giovani, che costituiscono una parte delle cosiddette malattie psicosociali, legate alla violenza del discorso della civiltà.
Nella sua nosologia osserviamo:
Con l’oggetto droga si instaura un circuito passionale: «la cocaina è la mia fidanzata», dicono molte persone tossicodipendenti; una relazione, quindi, indipendente, idealizzata, fatta di fascinazione, timore e sofferenza.
Nella storia di questi soggetti ci sono abbandoni reali; un abbandono che, nei primi momenti della vita del neonato, porta all’impossibilità di allucinare l’oggetto, allucinazione che permetterebbe il rinvio della scarica; da qui soggetti motori, incapaci di tollerare i disaccordi quotidiani, cioè la frustrazione tra, per esempio, l’allucinazione e la percezione, la ricerca e il ritrovamento dell’oggetto, il proprio e l’estraneo.
Falle nella trama simbolica che permetterebbe di mediare i disaccordi attraverso una funzione paterna che è fallita nei suoi rappresentanti, dall’assenza pervertitrice del padre fino all’abbandono, a volte simbiotico, della madre. Nessuna intermediazione è possibile.
Piera Aulagnier ci insegna: «quanto più l’oggetto di piacere è necessario, tanto più si intensifica il suo potere di far soffrire ogni volta che rifiuta la sua presenza o respinge l’investimento che l’io gli chiede di condividere». È ciò che fonda l’alienazione del soggetto, che si impegna ancora di più, ormai sul piano biologico, attraverso i recettori neurochimici, generando una ricerca impellente fondata ormai sull’intossicazione e su uno squilibrio neuro-ormonale.
La frattura dell’io tossicodipendente, assimilabile alla formulazione di Olievenstein dello «specchio infranto» (immagine di un io fratturato nella sua stessa costituzione mitica), genera un vero problema di identità che cerca di cristallizzarsi patologicamente attraverso la droga, la quale opera come una vera colla forte su questa rottura; rottura che, essendo originaria, si aliena nella presunta identità ideale conquistata: essere tossicodipendente. Questa identità si articola con la fissazione alla beffa della Legge, che si manifesta in diverse forme ciniche.
L’estasi statica nel piacere, che fallisce tanto sul piano biologico, per il ruolo che svolgono i recettori neurochimici, quanto su quello propriamente psicologico, poiché un piacere che non si limita a partire dalla castrazione porta alla dismisura e all’incontro con la morte reale.
Il piacere che la persona tossicodipendente ci riferisce del suo flash, piacere non comunicabile, paragonabile solo a quello della persona delirante che non può raccontare il proprio delirio; si sente Dio in un’immagine narcisistica; un Dio che è pulsione pura. «Io sono ciò che voglio essere», recitava una vecchia definizione filosofica di Dio, che annuncia nella modernità l’Io come idolo, l’Io come Dio. Questo essere Dio, sordo a tutto ciò che viene dall’altro, questo sentirsi sacro nel profano avvicina paradossalmente alla morte reale proprio chi si sente immortale (si veda il mio libro Abordaje psicoterapéutico de la psicosis, Paidós).
Il piacere, a partire dal narcisismo, diventa logicamente endogamico e autoerotico.
Il «buco» e il bucarsi configurano la cerimonia perversa, che segue queste tappe: a) annullamento del discorso (tutto è e deve essere… subito); b) cerimonia rituale (si tratta di un sacerdozio moderno, poiché la siringa, il potere «mana» della droga, la condivisione del corpo in una gruppalità mitica attraverso il sangue, il potere illusorio e magico della siringa configurano un vero culto); c) sequestro (qualcosa deve restare nascosto); d) eccesso: fenomeno chiave per comprendere l’atto perverso, che raggiunge il suo culmine nell’orgia dionisiaca e nell’overdose; e) legalità suppletiva (occorre sempre creare un’altra legalità che giustifichi quella sovvertita). La beffa della Legge porta alla continua sfida della morte. È un suicidio molto particolare: la sensazione di poter sempre ricominciare. Tentativo continuo di sfidare la morte (per maggiori dettagli su questi punti, si veda il libro Los adictos, las comunidades terapéuticas y sus familias, ed. Trieb).
Sul piano nosografico, la dipendenza percorre un ampio ventaglio di versanti diagnostici.
I più frequenti sono, dalla minore alla maggiore gravità:
a
Crisi d’identità adolescenziale.
b
Patologia borderline.
c
Patologie melanconiche.
d
Patologie psicotiche, con due inflessioni: la psicosi come difetto e residuo della vita tossicomanica, oppure la droga come elemento accessorio della psicosi, di solito schizofrenica, con sintomatologia autistica. In queste persone la droga è un elemento che serve a riconnettersi con la realtà.
e
Patologie psicopatiche e sociopatiche.
Queste patologie si declinano insieme alla diagnosi sociale e familiare, che segnerà i limiti possibili dell’azione terapeutica e i tipi di trattamento più indicati.
Nel considerare i gruppi familiari delle persone tossicodipendenti osserviamo i seguenti elementi, che possono presentarsi insieme oppure, in alcune famiglie, con la prevalenza di alcuni.
La dipendenza stabilizza la famiglia.
La dipendenza è una protesta paradossale, e quindi senza via d’uscita, nella misura in cui falliscono i meccanismi di simbolizzazione della realtà di fronte a un problema familiare disfunzionale.
Nelle famiglie delle persone tossicodipendenti si osservano confini generazionali non definiti: alleanze monogenerazionali deboli, alleanze eterogenerazionali forti (per esempio madre-figlio, che mascherano difficoltà nella relazione di coppia). La persona designata come paziente è stata quindi esposta molto presto alla possibilità dell’incesto, della promiscuità e di tutto ciò che tradisce un’insufficienza della Legge paterna per il fallimento dei suoi rappresentanti.
Nella famiglia della persona tossicodipendente è frequente trovare le diverse dipendenze dei genitori: dall’alcol e dal lavoro. Nei genitori dipendenti dall’alcol riscontriamo un funzionamento da bambini mal strutturati: più che genitori, sono una fratria di bambini in rivalità.
Nelle persone dipendenti dal lavoro troviamo la mancanza di dialogo, il disaccordo con il simbolico (che per chi scrive è il cuore della vita familiare). Questa carenza nel simbolico genera molta impotenza e abbandono. Potremmo pensare che, più importante di ciò che il vivere ha di traumatico, sia avere qualcuno con cui parlare per suturare le ferite che ogni convivenza comporta.
Non dobbiamo dimenticare che la parola addict viene da addictum: il non detto, ciò che resta da dire. È una patologia del dialogo familiare, del dialogo tra le generazioni.
Il sintomo è l’unico modo perché la famiglia si riunisca.
Il sintomo, rivelando l’assenza dei referenti della legge (fallimento dell’altro materno e paterno come luogo del linguaggio), genera una patologia in cui si cerca nel reale ciò che manca nel simbolico; la ricerca si compie come godimento fanatico e attraverso rappresentanti sociali che sono vendette e rifugi (il giudice, la polizia). Vendetta che è reato, nella misura in cui si è fratturato il luogo in cui si impara a vivere la legge (la famiglia).
Legge che, secondo gli antichi, è: «cammino per crescere».
Nel sintomo la persona in cura è depositaria e sentinella. Come personaggio, è la depositaria eletta di una vera e propria drammatica storica familiare. Ciò dipende dal suo posto nella famiglia, dal desiderio che i diversi personaggi hanno messo in gioco, dalla problematica edipica dei genitori e dei nonni. La «de-depositazione» è un vero luogo traumatico e conflittuale. È qui che il trattamento può naufragare, e ciò dipende molto non solo dalla patologia familiare ma anche dall’abilità tecnica e dalla maturità personale di chi conduce la terapia. Come sentinella, la persona in cura controlla e previene la slatentizzazione psichiatrica di uno dei genitori o dei fratelli e sorelle.
Da ricordare
Per Yaría, il sintomo della dipendenza è al tempo stesso ciò che stabilizza la famiglia e ciò che la riunisce. La persona in cura vi è depositaria di un dramma familiare di più generazioni e sentinella che protegge gli altri membri dallo scompenso: rimuovere questo deposito è il momento più rischioso del trattamento.
La persona tossicodipendente è assoggettata a un mito familiare: linguaggio di tre o più generazioni che giungono a manifestarsi in lei. A partire da questo mito la sua malattia acquista una virtualità, e lei stessa fa parte del mito. Il mito è parte del discorso familiare, è un vero codice e intercodice. Insegna a vedere la realtà. Ogni mito familiare è veramente selettivo di un settore geografico, storico, di quartiere, corrispondente a un’epoca, in cui ogni strato generazionale ha spostato i propri conflitti su quello successivo. Il linguaggio, veramente liberatorio, funziona come catalizzatore di strutture significanti congelate e coagulate in strati storici privi di dialettica, e quindi narcisistici, in cui è fissata la diacronia parentale.
In questi miti ci sono regolamenti di conti multigenerazionali (Boszormenyi-Nagy) che si cerca di saldare sulla persona in cura, e lealtà patologiche che trovano in lei la loro massima espressione. Chi fa terapia deve ascoltare una lingua familiare: è questa la sua funzione.
La persona in cura fa la caricatura di un modo di vivere sociale e familiare. La sua verità è un negativo.
I giovani di oggi affrontano i propri conflitti nevrotici, perversi o psicotici e partecipano in questo modo a un commercio, frutto di un’etica di mercato in cui la loro malattia è necessaria al mantenimento del mondo. La famiglia mette a nudo, in tutta la sua problematica, una grande carenza in cui falliscono le funzioni paterna e materna, strutturanti della soggettività. Anche la famiglia esce lesa e deteriorata da questa etica di mercato.
Chi è Juan Alberto Yaría
Il dottor Juan Alberto Yaría è direttore della Fundación Gradiva.
Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Drogadicción y comunidades terapéuticas profesionales: La drogadicción y el abordaje a través de las comunidades terapéuticas profesionales», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Yaría, J. A. (2022). Toxicomanie et communautés thérapeutiques professionnelles (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/toxicomanie-et-communautes-therapeutiques-professionnelles (Opera originale pubblicata nel 2022 in Perspectivas Sistémicas; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/21/drogadiccion-y-comunidades-terapeuticas-profesionales-la-drogadiccion-y-el-abordaje-a-traves-de-las-comunidades-terapeuticas-profesionales/)
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