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Red Sistémica · Intervista

Innocente e pericolosa. Intervista a Cloé Madanes

Washington, d’inverno, dietro lo specchio unidirezionale del Family Therapy Institute. Cloé Madanes supervisiona una seduta, inventa lì per lì una «strategia Hemingway», poi conversa con Héctor Pablo Label del buddhismo tibetano come fondamento della terapia strategica, delle due critiche che le vengono rivolte — troppo innocente, troppo pericolosa —, del modo di cambiare il passato e delle derive della psichiatria.

Intervista a cura di Héctor Pablo LabelPubblicazione Red Sistémica, 2022Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«In terapia bisogna vedere i problemi nei termini d’interazione più elementari, più innocenti. Bisogna uscire dal sistema come ne escono i bambini, e guardare la situazione con l’innocenza di chi arriva da un altro pianeta e la vede per la prima volta.»

Cloé Madanes

Dietro lo specchio, a Washington

La metropolitana esce dai confini di Washington D.C., l’altoparlante annuncia White Flint. Qualche isolato dalla stazione, su marciapiedi orlati di neve. La sosta al supermercato per il pranzo al sacco. I capannelli con le altre persone in formazione e con il corpo docente nell’aula, l’atrio della macchinetta del caffè, il salotto riservato a chi fa terapia e a chi è in formazione, e la mia curiosità per il computer e le sue applicazioni. Panini e bibite si dispiegano fra un commento e l’altro sul congresso del Networker. Infinite richieste di chiarimento da parte di Keiichi Miyata, nel suo mezzo inglese, con profusione di ringraziamenti. Le proteste e la sicurezza di sé delle israeliane, i cui duelli verbali ricordano parecchio le discussioni di Buenos Aires. La malinconia di qualche anima porteña emigrata. La distanza spassionata di chi viene dagli Stati Uniti, fra sorpresa e disagio davanti allo sfoggio chiassoso di qualche straniero.

Cloé si occupa della supervisione di oggi, si sistema accanto alla console, chiede se è accesa l’apparecchiatura che filma quanto accade da questa parte dello specchio e: «Che cosa abbiamo oggi?».

«Una coppia nera chiede una consulenza perché sono depressi e gli affari vanno male», mi raccontano in fretta prima dell’inizio della seconda seduta. Mi sistemo in poltrona e vedo entrare la terapeuta con un cappello da esploratrice; tutti ridono, io guardo con aria interrogativa e Cloé commenta: «Se la vita non vale niente, che almeno abbiano un po’ di eccitazione perché passi più in fretta, che vivano un’avventura, che vadano in Africa mentre aspettano la sofferenza che spetta loro. In queste due settimane non si sono mossi, lui in particolare». Cloé: «Lei lo difende essendo più depressa, lei è più forte di lui, lui cerca scuse per non fare le cose. Sii incisiva — dice Cloé alla terapeuta al telefono —, suo marito è un coniglio?», quando lui non se la sente di salire su un elicottero. Poco dopo la coppia e la terapeuta discutono ogni sorta di alternative, e lui progetta di partecipare a manifestazioni contro il razzismo in Sudafrica «perché il governo appoggia i freedom fighters (i “combattenti per la libertà”, i contras) e non i gruppi sudafricani». Il gruppo dietro lo specchio è in fermento, con infiniti progetti pericolosi ed eccitanti. Il giapponese chiede: «Qual è questa strategia?» e Cloé risponde: «L’ho appena inventata, non ha un nome, potrebbe essere la strategia Hemingway», e comincia a raccontarci la vita di Hemingway, le sue depressioni e le sue avventure. La coppia aveva cominciato parlando della bulimia di lei, delle sue fantasie di suicidio e della sua depressione fin dall’età di otto anni; oggi il problema si è spostato sul vivere un’avventura, la depressione si è trasformata in noia.

Seguiamo il caso per alcune settimane e osserviamo alcuni cambiamenti. Tornano alla seduta successiva senza aver svolto nessuno dei compiti. Si chiede a ciascuno dei due di farsi carico di un’avventura e di una punizione per l’altro nel caso in cui non la porti a termine. Lei non sembra più depressa. «Da quattro sedute non fanno nessuno dei compiti, ma ne parlano in seduta, e già questo è terapeutico. Dire che una donna è insicura e segue il marito dappertutto è diverso dal dire che è una viziata che vuole che il marito la faccia divertire. Molte volte un trasloco, un cambio di paese, comporta una depressione perché ci si annoia, non si sa che cosa fare nel tempo libero». Nel corso del colloquio veniamo a sapere che lei andrà a New York a giugno con un’amica, sicché non è più depressa.

«Stanno pensando ad altro, pensano a dei progetti, qualcosa accadrà. Nel controllo mentale, con i bambini, si dice loro: pensa che la tua testa è come un televisore; se compaiono dei mostri, cambia canale. Con gli adulti è lo stesso. Questo modo di pensare è legato al buddhismo. Con l’accento posto sull’interazione, ora che la terapia strategica si è affermata, possiamo tornare alla mente. Qui la modalità è indiretta; è diverso dal dire: adesso pratichiamo il controllo mentale. Questa non è una cultura in cui si incoraggi il controllo mentale».

Chi è Cloé Madanes

Cloé Madanes si è laureata in Psicologia all’Università di Buenos Aires. Uscita nel 1965, ha fatto una brillante carriera ed è emigrata negli Stati Uniti, dove ha studiato terapia familiare sistemica a Palo Alto. È stata chiamata da Salvador Minuchin a lavorare a Filadelfia con famiglie latinoamericane e oggi è condirettrice, con Jay Haley, del Family Therapy Institute di Washington. Ha sviluppato la tecnica della simulazione (pretend technique) e il concetto di gerarchie incongruenti (associato a quello di messaggi incongruenti). Insegnante e supervisora in psicoterapia da più di quindici anni, è autrice di Strategic Family Therapy e di Behind the One-Way Mirror (Dietro lo specchio unidirezionale), oltre che di numerosi articoli e video.

Buddhismo tibetano, ovvero i fondamenti della terapia strategica

So che sta sviluppando tutta una serie di idee, alcune delle quali le ha esposte a lezione. C’è un progetto a cui sta lavorando e di cui le andrebbe di parlare?

Molti. Sto scrivendo un altro libro: è quello in cui l’influenza buddhista sul mio lavoro si noterà di più. Il primo capitolo si intitola «I fondamenti della terapia», e vi cerco di esplicitare quali siano i principi di base della terapia, sui quali chiunque faccia terapia può trovarsi d’accordo. Parlo a un livello molto generale, molto universale, perché credo che sia arrivato il momento che la terapia strategica prenda posizione su quale debba essere l’ideologia della terapia, invece di continuare a comportarsi come se l’importante fosse non avere un’ideologia particolare e limitarsi a risolvere il problema che ci viene presentato.

Ovviamente un’ideologia c’è sempre: per esempio, l’ideologia di risolvere il problema che ci viene presentato. Io sto cercando di rendere esplicita un’ideologia. L’altro giorno, nel gruppo, ne abbiamo parlato con Jay, del dilemma se proporre o no un’ideologia. Jay diceva che esistono scuole che preferiscono lasciare l’ideologia implicita e altre che preferiscono esplicitarla. I principi che sto cercando di sviluppare sono, per esempio, la bontà e la tolleranza come principi generali; credo che tutta la professione possa accettare l’idea che nessuna persona viene in terapia per diventare più aggressiva, più ostile, e che se qualcuno viene con questo obiettivo la terapia non si presterà a collaborare.

Soprattutto oggi, con i problemi di aggressione internazionale, è importante che ciascuna persona faccia il possibile, anche su scala minima, per incoraggiare la tolleranza e la bontà anziché l’ostilità e la guerra. Così sto sviluppando una serie di principi, portando esempi di situazioni terapeutiche in cui bisogna prendere decisioni.

Lei ha menzionato più volte il tema della bontà e della tolleranza, e se ne parla anche nel numero del Networker a lei dedicato. Mi chiedevo in che misura, quando qualcuno chiede una consulenza, lo faccia perché è vittima di un’altra persona, aggressiva, all’esterno: chi viene a consultarsi sono le vittime, non chi aggredisce.

Sì, a volte la vittima viene per vedere come può difendersi, e va bene: aiutare la persona a difendersi, ma non portarla a ripagare con la stessa moneta. Sono temi molto interessanti. Ieri, per esempio, mi sono resa conto di una cosa: una delle mie tecniche più recenti consiste nel mandare le persone a compiere buone azioni. L’ho sviluppata la prima volta quando mi hanno consultata per un gruppo di veterani della guerra del Vietnam che erano in terapia di gruppo di coppia: picchiavano le mogli, si comportavano in modo terribile e giustificavano tutto con i ricordi spaventosi del Vietnam. In quel caso raccomandai di non prestare alcuna attenzione a quei ricordi tragici e di dire semplicemente che ciò che dovevano fare erano buone azioni, per compensare ciò che avevano fatto o ciò a cui avevano assistito. Se i ricordi terribili riguardavano i compagni, i soldati, dovevano fare buone azioni per i veterani di guerra; se i ricordi riguardavano la tortura di vietnamiti, dovevano fare buone azioni per famiglie vietnamite. Ho pensato la stessa cosa a proposito di ufficiali dell’esercito israeliano che, dopo l’invasione del Libano in cui Israele perse molti uomini, erano angosciati e depressi perché pensavano che, se fossero stati più intelligenti, se avessero agito diversamente, non avrebbero perso quegli uomini. Raccomandai di accettarlo, ma di fare buone azioni per le famiglie e gli orfani degli uomini perduti. La mia idea principale era che le azioni fossero anonime, cioè che non ci fosse alcun rischio che la persona ne ricavasse un qualche beneficio. Una buona azione anonima è molto più forte e, in questo senso, molto più terapeutica, perché somiglia molto di più a un’espiazione.

Non mi era molto chiaro perché mi sembrasse così importante che fosse anonima, e all’improvviso ieri mi sono resa conto che nella società in cui viviamo — e non so se questo non valga per tutte le società, né se sia un problema anche per il buddhismo — la buona azione non è ben accolta. Così, quando qualcuno compie una buona azione esagerata verso un membro della famiglia o verso una persona amica, suscita aggressività e risentimento. Mi rendo conto che in terapia raccomando piccole buone azioni esplicite, di tipo familiare: preparare una torta, comprare un regalino. Le grandi buone azioni devono essere anonime, perché sfociano sempre in una specie di esplosione di ostilità. È un problema interessante. Uno dei principi del buddhismo è che, se tratta molto bene una persona, se compie una buona azione, se si sacrifica per una persona e questa la ripaga comportandosi molto male, quella persona è come un maestro, perché è facile essere buoni e tolleranti con chi ci tratta bene, ma esserlo con chi ci tratta male non è facile. Io penso che sia un errore: l’idea di base è giusta, ma la punteggiatura della sequenza no. Forse quello che succede è che la persona ripaga la buona azione con la cattiveria proprio per la natura della buona azione.

Quando si compie una buona azione esagerata, si sbatte in faccia all’altra persona la sua mancanza di generosità. Si definisce una gerarchia in cui la persona buona sta in una posizione superiore rispetto a quella che riceve il favore. È molto interessante, perché credo che sia questo tipo di osservazione ad aver portato per tanti anni la psicologia all’idea che bisogna esprimere la propria aggressività e non sacrificarsi per gli altri, che il sacrificio di sé è qualcosa di patologico e che induce senso di colpa. Questo tipo di buona azione provoca molto spesso ostilità. Sono questi i problemi che si incontrano quando si cerca di incorporare nella terapia idee filosofiche importanti per la sopravvivenza del pianeta. La terapia si basa molto spesso sull’idea di repressione, di ostilità, di aggressività, e di espressione dell’ostilità e dell’aggressività. Quando dico che dobbiamo metterci tutti d’accordo sul fatto che noi che facciamo terapia non dobbiamo incoraggiare l’ostilità ma la pace, molte persone si opporrebbero, non è vero?

Da ricordare

In Madanes, la prescrizione di buone azioni obbedisce a una regola di scala: piccole ed esplicite in famiglia (una torta, un regalo), grandi e anonime quando si tratta di espiare. Una grande buona azione visibile definisce una gerarchia fra chi dà e chi riceve, e suscita ostilità; anonima, non porta alcun vantaggio a chi la compie e diventa terapeutica.

Critiche

Sì, sicuramente. A un certo punto diceva che il rischio è che questo venga preso per una posizione ingenua.

Mi rivolgono due critiche: dicono che sono troppo ingenua, o innocente, oppure che sono troppo pericolosa.

Perché?

Per le tecniche indirette, manipolatorie, perché ottengo che le persone facciano cose insolite senza avere la minima consapevolezza di quello che stanno facendo. Trovo curioso poter essere innocente e pericolosa allo stesso tempo; sarà il titolo del mio terzo libro: La terapeuta innocente e pericolosa.

Le critiche vengono dalle stesse persone?

Sì, in momenti diversi.

Che cosa risponderebbe all’una e all’altra?

Di innocente mi sembra di non avere niente… be’, sì, ho qualcosa di innocente, nel senso che per pensare con chiarezza a volte bisogna ridurre la questione all’essenziale e diventare molto semplicisti. Quindi capire i problemi in questi termini: «Queste persone si vogliono bene o no? Vogliono farsi del male o proteggersi? Sono cattive o buone?», e avere una specie di riduzionismo semplicistico del problema per poter agire. In questo senso sono innocente. In terapia bisogna vedere i problemi nei termini d’interazione più elementari, più innocenti. Sa in che senso innocente? Bisogna uscire dal sistema come ne escono i bambini, e guardare la situazione come un innocente che viene da un altro pianeta e la vede per la prima volta; e allora si capisce la situazione. In questo senso sì, sono innocente, e mi sembra giusto esserlo.

Questa critica nasce dal modello della bontà?

No, perché quello è nuovo, non è nemmeno pubblicato. Innocente nasce, per esempio, dal fatto che penso che una moglie che tratta male il marito in realtà gli voglia bene e lo protegga, e mi rivolgo solo a quella parte di lei; sono quindi innocente al punto di non vedere che è competitiva, che vuole fregarlo. Mi rifiuto di vedere certi aspetti che altri, forse, possono vedere. In confronto al gruppo di Milano, per esempio, a me non interessa contemplare tutto, che in realtà è un modo molto psicoanalitico di procedere; quando si fa una terapia direttiva si è unidirezionali, non sistemici, circolari; bisogna dire: «Questa è l’interpretazione che scelgo: la moglie gli vuole bene e lo protegge», e non che lo odia anche e lo maltratta.

Sarebbe il modo di costruire una realtà: scegliere quella realtà e non un’altra mira a un obiettivo preciso.

Certo, per poter costruire una direttiva; altrimenti, quando si contempla tutto, l’unica cosa che si può fare è dire alla famiglia ciò che dice il gruppo di Milano: «State facendo tutti del vostro meglio, date le circostanze», e la famiglia resta in equilibrio.

Perché, nell’esempio della coppia, sceglierebbe la lettura della protezione? A quale obiettivo risponde questa lettura?

Credo che in generale, quando si descrivono le persone come buone e protettive, sia più facile cambiarle, perché a tutti piace sentirsi dire che sono buoni; e allora di solito le persone ricambiano accettando altre cose che si dicono.

Potrebbe esserci un caso in cui non sceglierebbe questa strada?

Certo. Adesso abbiamo un progetto sui sexual offenders: dobbiamo trattare tutti gli autori di reati sessuali della contea. Se non avremo successo, verranno sottoposti a iniezioni di farmaci che eliminano il desiderio sessuale. In generale non riesco affatto a vederli come protettivi. Lì un altro principio buddhista che utilizzo è quello dell’umiltà e del perdono, e così ho sviluppato un metodo per trattarli. Uno dei passaggi importanti del metodo è farli inginocchiare davanti alla vittima, che di solito è una bambina, una sorellina, e far loro chiedere perdono in ginocchio. Poi faccio inginocchiare tutta la famiglia perché chieda perdono alla bambina di non averla protetta. Insomma, non sono affatto ingenua nel senso di pensare che tutto il mondo sia buono; ma credo che ci siano degli estremi, e che in mezzo ci sia una quantità di persone che si possono vedere in un modo o nell’altro.

Che cosa succederebbe se non si inginocchiasse?

Se non si inginocchia, il ragazzo non torna a casa; non diamo il permesso, non diciamo che è pronto per tornare a casa.

Vale a dire che segue il normale iter giudiziario.

Esatto. E lei chiedeva perché mi vedono come pericolosa. È per via delle tecniche paradossali: è la critica abituale alle tecniche paradossali. Mi vedono come pericolosa perché mi vedono come molto sofisticata nelle tecniche paradossali. Io non faccio il paradosso tipico — se si ha un sintomo, bisogna cercare di averlo di più —; faccio delle raffinatezze, per esempio chiedere che si abbia il sintomo a turno.

Ha un esempio?

Sì, sono in Behind the One-Way Mirror. Si ricorda di Liferuiner, «quella che rovina la vita»? Una ragazza delinquente, tossicodipendente, alcolista e depressa, con un fratello e una sorella molto bravi. Quello che abbiamo fatto è stato dire che dovevano fare a turno tutti e tre a rovinare la vita della famiglia, perché non era giusto che quel compito toccasse a una sola persona. Naturalmente la famiglia si è messa a protestare e a dire che sarebbe stato meglio che nessuno avesse quel compito. Abbiamo detto di no, perché evidentemente svolgeva una funzione: teneva i genitori concentrati su di lei e non sul fratello e sulla sorella, li teneva occupati, dava un senso alla vita della famiglia; ma non era giusto che fosse solo lei a farsene carico, e se ogni settimana fosse toccato a turno a un altro membro della fratria, lei avrebbe potuto dedicare due settimane su tre a qualcosa di più costruttivo per la propria vita. Si è offerta la sorella maggiore, che era maestra elementare. La paziente designata ha cominciato a dire: «No, una maestra non può essere delinquente, tossicodipendente, alcolista», e l’altra diceva: «Sì, la terapeuta ha ragione, è giusto, prima o poi deve toccare anche a me». Ho diversi esempi di questo tipo, molto divertenti. È l’ideale quando, in una fratria di tre o quattro, uno è il disastro e gli altri sono perfetti, perché allora quello che succede è che il sistema cambia immediatamente: tutti si rendono conto di quello che sta succedendo, e chi delinque abbandona tutto questo, si rende conto di essere una specie di capro espiatorio, di vittima della situazione.

«Innocente»

Ridurre il problema ai suoi termini d’interazione più elementari, scegliere una sola lettura (la moglie protegge il marito) per poter costruire una direttiva.

«Pericolosa»

Tecniche indirette e paradossi raffinati — il sintomo a turno — che fanno compiere alle persone cose insolite a loro insaputa.

I suoi libri sono tradotti in spagnolo?

Ce n’è uno, tradotto molto male.

Uscirà l’altro?

Sì.

L’altro giorno, in una delle lezioni, sono emerse differenze fra lei e Jay. Lei parlava di fasi evolutive, di una psicologia evolutiva dell’armonia, mentre Jay pensava che la concezione evolutiva, intesa come evoluzione verso qualcosa di migliore, sia un’utopia del XIX secolo; lei parlava di esplicitare un’ideologia, un senso della vita, e Jay non era d’accordo nel generalizzare le idee legate alla risoluzione dei problemi. Diceva che non si può rendere conto di ciò che accade nelle famiglie che non vengono a consultarsi. Potrebbe dirmi quali sono, dal suo punto di vista, le differenze più significative fra voi due?

È una domanda così difficile! Poiché gli sono così vicina, mi riesce molto difficile… e poi non voglio commettere un’ingiustizia. Credo che per molti aspetti io sia più ericksoniana di lui; credo che la mia definizione delle tecniche terapeutiche sia molto ericksoniana. Il modo di lavorare, il modo di coronare la strategia, il playfulness, lo spirito di gioco. Non so. Credo di avere una maggiore tendenza a sviluppare metodi nuovi per ogni famiglia, mentre Jay è più interessato a sviluppare metodi che si possano insegnare; ciò che interessa davvero a Jay è insegnare un modo di lavorare; a me interessano di più i casi, e ciò che mi piace di più è fare terapia in prima persona.

Entra in seduta?

Faccio terapia, ho dei pazienti.

Aveva smesso?

Sì, per molti anni.

Antagonismo e conciliazione

In quella lezione lei collegava le idee del buddhismo ai mezzi di comunicazione di massa e alle famiglie normali, come una forma di normatività diversa. Una religione o un sistema di idee funziona come un omogeneizzatore o come un facilitatore delle relazioni? Come si collegherebbe questo alla teoria sistemica? Su quali aspetti?

Anche questo è difficile da rispondere; sto appena cominciando a sviluppare queste idee. In questo momento l’obiettivo principale del buddhismo tibetano è promuovere la pace nel mondo. È l’unica religione organizzata che non ha mai fatto la guerra; in realtà non è nemmeno una religione, è piuttosto una filosofia. A differenza del buddhismo zen, che spesso viene usato come una scusa per ritirarsi in sé stessi, il buddhismo tibetano è una pratica spirituale basata quasi esclusivamente sull’interazione con gli altri, sulla compassione, sulla tolleranza, sul perdono. Condivide con la teoria sistemica l’idea che tutti facciamo parte di un sistema totale, che la sofferenza in una parte qualsiasi del sistema colpisce negativamente qualsiasi altra parte del sistema, e che pensare secondo l’idea capitalistica, per esempio, di guadagnare di più, di avere di più, di avere più potere, non ha alcun senso nel buddhismo, perché l’oppressore è oppresso, e l’oppresso è prigioniero dell’oppressore: dover mantenere quella prigione trasforma l’oppressore in oppresso. Questo si collega quindi anche all’idea di bilanciamento, di equilibrio. Le idee buddhiste sono state molto criticate, come le idee sistemiche, perché non porterebbero al cambiamento: se si pensa che tutto il sistema è uno e che ogni parte del sistema influisce sulle altre, allora come si produce il cambiamento? In realtà questa critica è una fallacia, perché il cambiamento si produce dal momento che viviamo in un sistema universale in cui ciò che occorre ottenere è portare le relazioni, a tutti i livelli — di coppia, familiare, locale, di governo, internazionale —, verso un’interazione più armoniosa.

Il modo di applicare queste idee alla terapia è accettare che si ha qualcosa che si sta promulgando, promuovendo. Si promuovono l’armonia, la tolleranza, la pazienza, la bontà, la speranza e il senso dell’umorismo, perché una parte molto importante del buddhismo è il senso dell’umorismo di fronte al paradosso fondamentale della vita.

Quale sarebbe il paradosso fondamentale?

Che la vita è una merda e alla fine si muore — non sto parlando in modo molto buddhista. In linguaggio buddhista: una cosa certa nella vita è che ci sarà dolore; il dolore è certo.

Quale sarebbe il posto delle differenze? Una cosa sarebbe risolvere le differenze attraverso l’antagonismo; in questa concezione, come si lavorerebbe con le differenze?

Il fatto è che il buddhismo, in questo momento, è molto attuale, perché finora si poteva sostenere, per esempio da una posizione marxista, che l’unico modo di ottenere la giustizia sociale fosse l’antagonismo e la violenza; ma ora, dato il pericolo di una guerra atomica e della fine del mondo, non lo si può più sostenere, perché se si porta questo argomento alle sue estreme conseguenze, scompariamo tutti. Sicché l’unica possibilità razionale è la conciliazione, ed è la posizione buddhista da molti secoli, nel senso che si sarebbe arrivati a questo. Dobbiamo quindi lavorare tutti dal punto di vista della conciliazione, dai livelli micro della società fino ai livelli macro, perché chi siede al Senato, chi presiede un paese, chi guida la politica estera e interviene nei negoziati internazionali è una persona cresciuta in una cultura determinata, con un determinato punto di vista sulla negoziazione. Reagan, per esempio, viene evidentemente da una cultura che non mette affatto l’accento sulla conciliazione, bensì sulla guerra; si sta perdendo tutta l’occasione dell’apertura della Russia, e noi non facciamo niente, la guardiamo passare e diciamo: che barbarie! L’apertura della Russia potrebbe non ripresentarsi per duecento anni, ed è perché si tratta di tutta una cultura basata sull’oppressione, sull’antagonismo, sullo sfruttamento e sulla guerra. Questo per quanto riguarda le implicazioni generali e la politica; in termini di terapia, quando lo si ha ben chiaro, si interviene in terapia per evitare ogni antagonismo, ogni lite, oppressione, espulsione. Molte idee di Jay sono state interpretate malissimo, per esempio il libro Leaving Home, sul quale mi sarebbe piaciuto influire perché lo scrivesse in modo un po’ diverso, ammorbidendolo un po’, perché molte persone l’hanno interpretato come se, arrivati a una certa età, ciò che bisogna fare sia espellere i figli di casa. È un concetto del tutto contraddittorio con ciò che è questa terapia; non è questo ciò che Jay propone: è una terapia che contiene, guida e aiuta, non una terapia della separazione. Un altro concetto buddhista è quello di non separazione. Le relazioni cambiano, ma non ci si separa.

Se ci fossero differenze, si tratterebbe di risolverle attraverso la negoziazione?

Certo, le differenze ci sono sempre. Si vive costantemente con le differenze, ma ciò che conta è la negoziazione e la non violenza.

Sistema di credenze e comunicazione di massa

C’è chi dice che non bisognava dare ai media informazioni sul modo in cui si lavora in ottica sistemica, perché ne avrebbero fatto un cattivo uso. Questa posizione mi sembra poco sistemica; credo piuttosto che bisognerebbe riflettere su come gestire quell’informazione. Mi sembra che ciò che lei dice vada in questa direzione.

Penso di sì, bisogna dare loro l’informazione; per esempio, quello che le sto dicendo sarebbe molto importante: che bisogna lavorare a tutti i livelli della società per la non violenza. La violenza, su scala di massa di un paese, si basa sempre sulla cultura del paese da cui proviene. Io sono sempre per dare tutta l’informazione; non capisco perché no, non ho mai sentito questo argomento. Qual era l’idea: che la useranno per manipolare?

Che metterebbe le persone sull’avviso riguardo al modo di lavorare; l’idea è che si tratti di manipolazione, e che se le persone sanno come funziona…

No, perché si scelgono gli aspetti del lavoro più accessibili invece di proporre cose difficili. In realtà è tutta una sciocchezza, perché chi fa terapia si sente tanto importante, mentre in realtà non lo è. L’idea di base del paradosso qui si è sempre chiamata «psicologia negativa»: quando si vuole che qualcuno smetta di fare qualcosa, gli si chiede di farlo di più; è una cosa popolare, non è un’idea sofisticata. Oggi bambine e bambini imparano alle elementari cose molto più sofisticate di tutta questa faccenda della terapia strategica; dato che imparano a usare il computer molto presto, capiscono relazioni molto complesse, molto più complesse delle cose di cui stiamo parlando. Quando dico che i genitori devono avere soltanto tre priorità, che non possono stare tutto il tempo addosso a un figlio dicendogli «non fare questo, fai quello, e poi quest’altro…», sommergendolo sotto montagne di ordini, ma che devono scegliere due o tre cose da esigere e nient’altro, e per tutto il resto lasciarlo in pace, questo potrebbe passare nei mezzi di comunicazione di massa come un modo adeguato di crescere i figli. Per esempio, adesso c’è uno spot molto bello in televisione: mostrano diversi visetti di bambini e facce brutte di genitori arrabbiati che dicono loro «non essere stupido! mi pento che tu sia nato! ti ammazzerei! ti odio!», mentre si guarda il viso del bambino, molto ferito. Poi arriva il commento: «Non dite cose di cui potreste pentirvi, i bambini hanno bisogno di affetto…».

Ha sentito parlare di lavori che vanno in questa direzione?

Sì, qui c’è un gruppo che sta cercando di influenzare la televisione, si chiama Institute for Mental Health Initiatives; mi hanno invitata diverse volte, stanno cercando di influenzare la televisione a favore della non violenza, e sospetto che quello spot sia influenzato da loro. Mi piacerebbe entrarci, ma il fatto è che ho così tanto lavoro!

Pensavo a una cosa che mi torna in mente di continuo da quando abbiamo osservato la differenza fra il modo di pensare delle famiglie nordamericane e quello delle famiglie latinoamericane: si nota la terribile influenza della religione, la differenza fra la religione cattolica e quella protestante, e quanto il tipo di fenomeno che produce sia completamente diverso.

Da che cosa lo vede?

Da ciò che mi diceva Ema Genijovich, che lavora su questo tema a New York: come nella famiglia cattolica la famiglia sia un valore più importante, esista l’accettazione di qualcosa che si presenta come «Dio ha voluto così», l’accettazione delle gerarchie, ecc., mentre la famiglia americana ha più a che fare con il cambiare qualunque cosa — il cancro, lo spazio, diventare presidente degli Stati Uniti, le imprese mondiali, la democrazia in cui tutti parlano insieme, ecc. —, e come questo dipenda da una sorta di paradigma di base, di ideologia; è impressionante come un sistema di credenze socialmente accettato funzioni come una profezia che si autoavvera a livello sociale.

Per questo è importante cambiare il sistema di credenze, oltre a fare semplicemente terapia tutto il tempo. Se si cambiasse il sistema di credenze, ci sarebbe meno terapia da fare.

Il che non sarebbe un affare per chi fa terapia.

Be’, ma ci sono sempre la malattia, la morte…

Il lavoro sui casi individuali finisce per diventare come svuotare con una lattina una barca che affonda.

Esatto.

Cambiare il passato

Volevo chiederle della tecnica che consiste nel cambiare il passato; l’anno scorso ho visto una parte di quel lavoro: avete sviluppato qualcosa di più?

C’è un’altra autrice che in realtà parla di questo (Whitaker, cognition…); la sua idea era che nella vita normale si racconta la storia della propria vita ad amici o parenti con l’obiettivo di impressionarli, di giustificarsi o di suscitare simpatia, ma non con l’idea di cambiarla. In terapia, invece, si racconta la storia della propria vita perché la si cambi; la si racconta con la speranza che in seduta ci venga detto: «No, in realtà non è così, non dev’essere andata così, dovrebbe pensarla in un altro modo». Abbiamo quindi fatto un confronto fra il film Manhattan di Woody Allen — non so se se lo ricorda: passa tutto il film a cercare di impedire che la moglie pubblichi la storia della sua vita — e una terapia di Bateson in cui una coppia gli racconta la storia della propria relazione perché lui la cambi, sperando che lui la cambi. Un modo di cambiare il passato è dire: «No, non può essere andata così, ha dimenticato qualcosa, ci dev’essere un ricordo, qualcosa di diverso che è successo, perché altrimenti lei non sarebbe come è adesso». Tipicamente arriva un uomo con una bassissima autostima, che racconta tutta la vita che ha vissuto, come lo picchiavano da piccolo, e gli si dice: «Deve aver avuto una nonna o una zia, perché altrimenti non avrebbe le buone qualità che ha», e allora comincia a ricordare, comincia a ricostruire il proprio passato. Perché in realtà tutto ciò che abbiamo come memoria sono piccoli frammenti del passato a cui ci aggrappiamo per costruire una storia che abbia senso; ma se ci si pensa, non ci si ricorda di tutta l’infanzia, ci si ricorda di alcune piccole scene sulla base delle quali si costruisce tutta la storia. Si può quindi pensare: «Devono esserci state altre scene che non si ricordano; se le si ricordasse, forse ci sarebbe un’altra storia». È un modo; un altro modo è anche trovare fatti memorabili, e quindi chiedere alle persone che cosa ricordano di dieci anni fa; c’è chi non ricorda i litigi quotidiani ma, come a flash, gli eventi sociali, e non lo squallore della vita quotidiana, i litigi. Chiedere allora perché non vivono la vita in modo da avere ricordi di quel tipo è un buon modo per ridare loro coraggio.

Da ricordare

In terapia si racconta la propria vita perché la si cambi. Poiché la memoria è fatta solo di frammenti a partire dai quali ogni persona costruisce una storia coerente, la terapia può postulare le scene mancanti — «deve aver avuto una nonna o una zia» — o cercare i fatti memorabili, e lasciare che la persona ricostruisca un passato compatibile con le sue qualità presenti.

Ricovero e farmaci

Che cosa pensa dell’associazione dei familiari di persone con disturbi mentali?

Mi sembra che chiunque abbia fatto terapia con famiglie di persone con schizofrenia sappia che i loro genitori non sono le persone più indicate per rispondere dei diritti umani di chi soffre di schizofrenia, né per rappresentarlo politicamente; e quello che sta succedendo qui è che i genitori hanno formato un’organizzazione potentissima, si sono attribuiti il diritto di rappresentare le persone malate, e nessuno ha discusso se quel diritto spettasse loro. Così l’organizzazione chiede più ricoveri, più farmaci, più isolamento sociale, più oppressione, più diagnosi di schizofrenia, per poterle far uscire di casa e liberare i genitori dalla responsabilità.

Sarebbe una reazione a quella che è stata la prima epoca della terapia familiare?

Esatto.

Ma non alla situazione attuale. E lei pensa che il modello psicoeducativo faccia il loro gioco?

Totalmente, il modello psicoeducativo fa parte di tutto questo. È spaventoso, perché si usano le tecniche strategiche per ottenere che la persona prenda i farmaci e obbedisca all’ospedale; ed è un problema di libertà: per il fatto che una persona ha la schizofrenia, la si deve obbligare a prendere farmaci e rinchiuderla? Perché non possono esserci ambienti più permissivi per le persone folli?

Per non parlare di tutte le persone senza schizofrenia che ricevono questa diagnosi, che è una diagnosi di incurabilità. Ci sono studi, in Svizzera, secondo cui dopo 25 o 30 anni l’80 % delle persone sta bene, si normalizza da sé. Ma gli effetti dei farmaci, i danni cerebrali irreversibili in, credo, il 50 % dei casi, quelli non guariscono mai. Qui ci sarà un’epidemia spaventosa di danni cerebrali causati dai farmaci, che, punto primo, stanno facendo più male che bene.

Che ne è stato di questo? Perché l’anno scorso Jay mostrava il caso di un uomo con schizofrenia che usciva da un ricovero, aveva una compagna e viveva con la propria famiglia. Ci sono molti casi in cui avete avuto successo. Non c’è una percentuale di casi convincente? Non ci sono dati sufficienti?

Non ci sono dati; invece l’approccio psicoeducativo è stato molto ben sostenuto finanziariamente, con dati. Quando l’ho visto presentare non mi ha convinta, perché hanno mostrato il caso di una ragazza di 16 anni in trattamento psichiatrico che non era affatto schizofrenica; le avevano diagnosticato la schizofrenia, l’avevano riempita di farmaci, ed era tutto un effetto dell’approccio psicoeducativo: la povera ragazza era un’adolescente ribelle come tante, niente di più. Quell’approccio è quindi molto pericoloso. Se non ci sono due psichiatri che concordino sulla diagnosi di schizofrenia, li stanno riempiendo di farmaci. Questa società non ha alcuna tolleranza per le persone strane. Molti di questi casi potrebbero essere contenuti in famiglia, considerando di avere un membro della famiglia un po’ esotico, come la pazza in soffitta nelle famiglie dell’alta società; è un approccio molto più umano, e la vita è più interessante che in ospedale.

Questa intervista è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «Entrevista a Cloe Madanes: Inocente y peligrosa», pubblicata da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica). Realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Label, H. P. (2022). Innocente et dangereuse. Entretien avec Cloé Madanes (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/innocente-et-dangereuse-entretien-avec-cloe-madanes (Opera originale pubblicata nel 2022 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/20/entrevista-a-cloe-madanes-inocente-y-peligrosa/)

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