Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
International Journal of Systemic Therapy · Terapia familiare
Nata nella terapia familiare, l’IFS (Internal Family Systems, Sistemi Familiari Interni) è diventata un modello di psicoterapia individuale molto diffuso e molto discusso. Maike Klein e Julie Masters si chiedono se appartenga ancora alla «famiglia delle terapie sistemiche». La loro risposta, prudente, rilegge l’omeostasi, la polarizzazione, la circolarità e la riflessività al livello delle «parti», per poi metterle alla prova con una vignetta legata a un tribunale per la famiglia, in cui la persona terapeuta lavora anche sul proprio sistema interno.
Traduzione non ufficiale in italiano di Internal Family Systems Therapy as Part of the ‘Family of Systemic Therapies’: A Critical Exploration of Systemic Practice in the Intra-Personal Domain, di Maike Klein e Julie Masters, pubblicato in International Journal of Systemic Therapy (Taylor & Francis) (2026), doi: 10.1080/2692398x.2026.2737551, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Da questa prospettiva, la pratica sistemica può essere intesa non tanto in base a chi è fisicamente presente nella stanza, quanto come un impegno epistemologico a comprendere l’esperienza umana come relazionale, contestuale e in continua evoluzione.
Maike Klein e Julie Masters
Abstract
Questo articolo esamina criticamente in che misura la terapia dei Sistemi Familiari Interni (IFS) possa essere compresa all’interno di un quadro sistemico contemporaneo. Basandoci sulla teoria sistemica, sulla letteratura attuale e su una vignetta clinica anonimizzata, esploriamo il modo in cui l’IFS concettualizza la sofferenza come qualcosa che emerge all’interno di processi relazionali, i quali possono operare sia tra le persone sia all’interno di sistemi interni di «parti». Suggeriamo che l’IFS rifletta molti dei principi comunemente associati al pensiero sistemico, tra cui la circolarità, l’organizzazione relazionale, la riflessività e la costruzione contestuale di significato, estendendo potenzialmente queste idee al dominio intrapersonale. Da questa prospettiva, la pratica sistemica può essere intesa non tanto in base a chi è fisicamente presente nella stanza, quanto come un impegno epistemologico a comprendere l’esperienza umana come relazionale, contestuale e in continua evoluzione. Attraverso l’esplorazione di concetti sistemici (per esempio la gerarchia), consideriamo come i sistemi interni possano essere compresi come ecologie relazionali plasmate da contesti interpersonali, sociali e culturali. Una vignetta clinica anonimizzata illustra come una pratica sistemica ispirata all’IFS possa operare contemporaneamente su più livelli, prestando attenzione ai processi individuali, interpersonali e della persona terapeuta in un contesto familiare complesso legato a un procedimento giudiziario. Esaminiamo inoltre le aree di convergenza tra l’IFS e le tradizioni sistemiche, riflettendo al tempo stesso criticamente sulle tensioni relative alla possibile reificazione delle «parti», all’individualizzazione della sofferenza e alle questioni di accessibilità e formazione. Anziché presentare l’IFS come un modello concorrente o stabilirne l’equivalenza con gli approcci sistemici tradizionali, proponiamo una riflessione provvisoria sulla misura in cui l’IFS possa contribuire al dibattito in corso sulla portata e sui confini in evoluzione della pratica sistemica.
Parole chiave: psicoterapia sistemica; Sistemi Familiari Interni; processi relazionali; riflessività
La psicoterapia sistemica si è a lungo distinta per il suo impegno a mettere in discussione le spiegazioni individualizzate della sofferenza. Sotto l’influenza degli sviluppi della teoria generale dei sistemi, della cibernetica, della teoria della comunicazione e del pensiero costruttivista, la pratica sistemica ha posto sempre più l’accento sulle relazioni, sui processi circolari e sui più ampi contesti sociali e culturali in cui emergono le difficoltà (per es. Bateson, 1972; Minuchin, 1974; Von Bertalanffy, 1950, 1968; Watzlawick et al., 1974). La teoria generale dei sistemi ha proposto che i sistemi viventi si comprendano meglio non come insiemi di componenti isolate, ma come totalità dinamiche e interconnesse le cui proprietà emergono dalle relazioni tra le parti che le costituiscono. Bowen (1978) ha sottolineato allo stesso modo l’inseparabilità del funzionamento individuale dai sistemi emotivi più ampi, evidenziando l’influenza dei modelli intergenerazionali e della differenziazione del Sé. Nel tempo la pratica sistemica si è estesa oltre il lavoro con le famiglie, fino a comprendere contesti organizzativi, professionali e multi-servizio. Gli approcci costruttivisti e dialogici hanno inoltre messo in luce l’importanza del linguaggio, del potere e della riflessività nelle conversazioni terapeutiche (Anderson, 1997; McNamee, 2015).
Nonostante questo ampliamento di prospettiva, nella pratica persiste l’impressione che la terapia sistemica sia spesso definita da chi è fisicamente presente nella stanza. Al tempo stesso, i contesti dei servizi contemporanei sono cambiati in modi che collocano sempre più chi pratica la terapia sistemica in setting di terapia individuale, spesso a causa di vincoli organizzativi, economici e logistici che limitano le possibilità di lavorare con l’intera famiglia o con la rete. Ne deriva una questione clinica e teorica costante: come si può sostenere in modo significativo un’epistemologia sistemica quando si lavora con singole persone? Confrontarsi con questa domanda ha suscitato un crescente interesse per approcci che permettano a chi fa terapia di restare in sintonia sul piano relazionale e contestuale, anche in assenza di più membri della famiglia nella stanza. Al tempo stesso, occorre riconoscere che la questione non riguarda soltanto la terapia individuale. Anche quando si lavora con coppie e famiglie insieme, rimane costante il bisogno di approcci capaci di tenere presenti sia i processi interpersonali sia quelli intrapersonali. Questa integrazione è già evidente all’interno delle tradizioni sistemiche. Per esempio, la terapia di coppia focalizzata sulle emozioni di Johnson concettualizza l’esperienza emotiva interna e l’interazione interpersonale come processi che si organizzano reciprocamente, intendendo l’emozione come parte integrante del sistema relazionale e non come qualcosa di separato da esso (Johnson, 1998, 2004). In questo senso, esplorare modelli che prestano attenzione alle dinamiche relazionali interne può arricchire ulteriormente la pratica sistemica nella stanza di terapia stessa, offrendo nuovi modi di comprendere e affrontare modelli relazionali complessi mentre si dispiegano tra le persone e al loro interno. Questi sviluppi sollevano una questione importante per la pratica sistemica contemporanea: come si possono mantenere i principi sistemici quando la terapia lavora non solo con le relazioni interpersonali, ma anche con l’esperienza interna? Un modello che ha attirato un’attenzione crescente in questo contesto è la terapia dei Sistemi Familiari Interni (IFS), su cui si concentra il presente articolo.
Nata da un retroterra di terapia dei sistemi familiari, l’IFS concettualizza la sofferenza psicologica non come uno stato unitario, ma come qualcosa che nasce dalle interazioni tra molteplici «parti» del Sé (Schwartz, 1995; Schwartz & Sweezy, 2019). Sebbene inizialmente collocata in contesti di trauma e di terapia familiare, l’IFS si è rapidamente diffusa negli ambiti del counseling, della psicoterapia e del coaching. Al tempo stesso, questa crescita è stata accompagnata tanto da entusiasmo quanto da critiche. Per esempio, la maggiore visibilità culturale, comprese le discussioni sui social media e rappresentazioni popolari come Inside Out della Pixar, ha contribuito a una crescente consapevolezza pubblica e a una maggiore domanda di formazione professionale (Schwartz & Sweezy, 2019). Sono state espresse anche critiche sulla limitatezza delle prove empiriche (si vedano Buys, 2025; The Cut, 2025). Dibattiti di questo tipo non sono nuovi nella psicoterapia sistemica.
Storicamente, il campo ha intrattenuto un dialogo critico man mano che emergevano nuovi modelli. Ne sono esempi le tensioni tra l’approccio strutturale e l’approccio di Milano e le critiche al presunto allontanamento della terapia narrativa da un’attenzione interazionale (Minuchin, 1998). Questi dibattiti riflettono un impegno costante della pratica sistemica verso il rigore teorico, l’etica relazionale e la sensibilità al contesto. Da questa prospettiva, la questione non è se i nuovi modelli debbano essere accettati o respinti, ma come possano essere compresi, esaminati criticamente e collocati all’interno dell’epistemologia sistemica.
In questo contesto, la collocazione dell’IFS resta controversa. Concetti come «parti», «separazione» e «Sé» possono sembrare centrati sui processi intrapsichici, alimentando il timore che le dinamiche relazionali e il contesto sociale finiscano ai margini. È proprio in questo contesto che l’IFS merita un esame più attento. Anziché respingere il modello a causa della sua terminologia o della sua popolarità, chi pensa in termini sistemici potrebbe chiedersi se esso incarni i principi sistemici in modi teoricamente e clinicamente significativi, pur esprimendoli con un linguaggio diverso. Rispondere a questa domanda richiede di esaminare le idee centrali dell’IFS e le tecniche cliniche attraverso cui viene facilitato il cambiamento, nonché di considerare il loro rapporto con la teoria sistemica consolidata.
In questo articolo sosteniamo che la terapia IFS possa essere intesa come compatibile con il pensiero sistemico, e potenzialmente come una sua estensione. Ciò non intende suggerire un’equivalenza con la terapia familiare tradizionale, né la nostra argomentazione si fonda unicamente su parallelismi metaforici. Proponiamo piuttosto che l’IFS rifletta principi sistemici sia sul piano della teoria sia su quello della pratica clinica. In particolare, suggeriamo che l’IFS concettualizzi la sofferenza e il cambiamento in modi coerenti con i principi sistemici fondamentali e faccia ricorso a pratiche terapeutiche che risulteranno familiari a molte persone che lavorano in ottica sistemica. È importante precisare che la nostra intenzione non è semplicemente catalogare le somiglianze tra l’IFS e la terapia sistemica, né sostenere che l’IFS debba essere incorporata acriticamente nella pratica sistemica. Cerchiamo piuttosto di esplorare se l’IFS possa essere intesa come un’estensione e un’elaborazione contemporanea dell’epistemologia sistemica nel dominio intrapersonale. Più precisamente, esaminiamo se l’esperienza interna possa essere compresa secondo principi che da tempo informano il pensiero sistemico, tra cui la circolarità, la riflessività, il contesto, la gerarchia e l’adattamento. Così facendo, miriamo non solo a contribuire al dibattito in corso sulla natura e sui confini della pratica sistemica, ma anche a considerare che cosa l’IFS possa apportare alla teoria sistemica stessa. In particolare, esploriamo se l’IFS offra un quadro per integrare i processi intrapersonali e interpersonali nella pratica sistemica contemporanea.
Il resto dell’articolo si articola in due sezioni. In primo luogo, esploriamo come concetti sistemici fondamentali, quali l’omeostasi (Dallos & Draper, 2015), i ruoli e la gerarchia (Dallos & Vetere, 2018; McNamee, 2015), la polarizzazione (Seikkula & Olson, 2003) e la circolarità (Burnham, 2012; Whittaker et al., 2023; Selvini Palazzoli et al., 1980), possano essere compresi all’interno dei sistemi interni così come li concettualizza l’IFS. Consideriamo inoltre i punti di convergenza tra l’IFS e pratiche sistemiche consolidate, tra cui l’atteggiamento di curiosità (Cecchin, 1987), l’aggancio relazionale e la sintonizzazione con la costruzione di significato delle persone assistite (Anderson, 1997; Minuchin, 1974), l’indagine apprezzativa (Cooperrider & Srivastva, 2012), le domande circolari (Tomm, 1988), la scultura familiare (Hearn & Lawrence, 1985) e le pratiche narrative, tra cui l’esternalizzazione e la testimonianza (White, 2024), nonché gli approcci al cambiamento basati sulla riconsolidazione della memoria (Ecker et al., 2012; Lane et al., 2015). Per tradurre queste idee nella pratica, presentiamo una vignetta clinica anonimizzata. In secondo luogo, riflettiamo sulle implicazioni più ampie del collocare l’IFS tra le terapie sistemiche, in particolare per chi lavora in contesti in cui prevale la terapia individuale, considerando anche il suo possibile contributo al lavoro con coppie, famiglie e organizzazioni. Esaminiamo inoltre le implicazioni e i limiti di questa posizione, comprese le preoccupazioni relative alla reificazione delle parti e a un’attenzione insufficiente al contesto sociale e al potere. Concludiamo con una riflessione provvisoria sul valore di riconoscere l’IFS come una forma di terapia intrasistemica. Lungi dal sostituire il lavoro con la famiglia o con la rete, suggeriamo che l’IFS possa offrire un modo per ampliare e arricchire la psicoterapia sistemica mentre i confini del campo continuano a evolversi.
Uno dei contributi più influenti della psicoterapia sistemica è stato l’abbandono dell’idea di collocare la sofferenza all’interno degli individui. Questa prospettiva risale alla teoria generale dei sistemi (Von Bertalanffy, 1950, 1968), che ha sottolineato l’importanza di comprendere i fenomeni nel contesto dei sistemi più ampi di cui fanno parte. Invece di presupporre che la causalità operi in modo lineare, la teoria generale dei sistemi richiama l’attenzione sui modi in cui le interazioni, i modelli di organizzazione e le influenze reciproche plasmano nel tempo il funzionamento dei sistemi complessi. Sulla base di queste idee, gli approcci sistemici intendono le difficoltà come qualcosa che emerge all’interno di modelli relazionali, anziché come proprietà di individui isolati. Le prime figure del pensiero sistemico hanno sottolineato che i problemi raramente si mantengono attraverso semplici catene di causa ed effetto; persistono piuttosto attraverso processi circolari, circuiti di retroazione e tentativi di mantenere la stabilità che possono, nel tempo, autoperpetuarsi (per es. Bateson, 1972; Watzlawick et al., 1974). Da questa prospettiva, il cambiamento non avviene correggendo comportamenti o sintomi isolati, ma attraverso spostamenti nelle relazioni, che si tratti di persone, ruoli o posizioni all’interno di un sistema. Nel tempo il pensiero sistemico si è esteso oltre la terapia familiare, fino a comprendere contesti organizzativi, professionali e discorsivi. Gli sviluppi costruzionisti sociali e dialogici hanno inoltre messo in evidenza come le realtà prendano forma attraverso il linguaggio, il posizionamento e i significati condivisi, anziché essere scoperte come verità oggettive (Anderson, 1997; McNamee, 2015). Di conseguenza, il termine «sistemico» rimanda oggi meno ai confini fisici di un sistema e più a un modo di comprendere la sofferenza e il cambiamento come relazionali, contestuali e inscritti in modelli che evolvono e si stabilizzano nel tempo.
È importante precisare che non sosteniamo che l’IFS abbia introdotto l’idea che le persone vadano comprese all’interno di sistemi relazionali più ampi, né quella che i processi interni possano essere concettualizzati in modo metaforico. La pratica sistemica ricorre da tempo a concetti relativi a ruoli, posizioni, relazioni interiorizzate, dialoghi interni e modelli multigenerazionali (Bowen, 1978; Satir, 1983). Uno dei tratti che distinguono l’IFS è piuttosto la sua concettualizzazione esplicita di queste esperienze come un sistema interno organizzato, composto da parti che interagiscono, insieme alla proposta del Sé come centro organizzatore della consapevolezza e allo sviluppo di un approccio terapeutico strutturato per lavorare con queste relazioni interne. Di conseguenza, la nostra intenzione non è presentare l’IFS come una rottura con il pensiero sistemico, ma esplorare in che misura essa rappresenti un’estensione e un’elaborazione particolari delle idee sistemiche nel dominio intrapersonale.
La terapia dei Sistemi Familiari Interni (IFS) condivide molte caratteristiche con questa prospettiva sistemica più ampia. Il modello è nato dalla formazione di Richard Schwartz in terapia familiare e ha preso forma a partire dalla sua osservazione clinica che le persone assistite descrivono spesso le proprie esperienze interiori come relazionali anziché singolari o statiche (Schwartz, 1995). Invece di concepire la mente come un’entità unitaria, l’IFS propone che l’esperienza umana sia organizzata attraverso molteplici «parti» o sub-personalità che interagiscono tra loro all’interno di un sistema interno. Queste parti non sono viste come deficit o disfunzioni, ma come risposte dotate di senso, sviluppatesi in particolari condizioni relazionali e contestuali. Nell’IFS le parti sono comunemente descritte come manager, pompieri ed esiliati. I manager cercano di mantenere il controllo e di prevenire un danno anticipato (per esempio il rifiuto, il fallimento o l’umiliazione) attraverso strategie come il perfezionismo, la vigilanza, la soppressione emotiva, l’intellettualizzazione o la compiacenza. Il marcatore di contesto più alto di un manager è prevenire ulteriori danni (Pearce & Pearce, 2000). I pompieri intervengono quando la sofferenza diventa travolgente, spesso cercando di ridurre l’intensità emotiva attraverso l’evitamento, la dissociazione, i comportamenti compulsivi o l’intorpidimento. Il marcatore di contesto più alto di un pompiere è fare qualunque cosa pur di fermare il dolore (Pearce & Pearce, 2000). Gli esiliati portano esperienze emotive più vulnerabili, spesso legate alla vergogna, alla paura, al lutto o a bisogni di attaccamento non soddisfatti (Schwartz & Sweezy, 2019). Sebbene queste categorie possano essere clinicamente utili, il loro significato sistemico risiede nei ruoli che svolgono all’interno del sistema: ogni parte contribuisce a un’organizzazione interna orientata alla protezione, alla sopravvivenza e al mantenimento dell’omeostasi.
L’organizzazione di questi ruoli interni può essere intesa come simile a modelli descritti da tempo nella terapia familiare sistemica. Quando i sistemi incontrano lo stress o ciò che Bateson (1972) ha descritto come «troppa differenza», i loro membri adottano spesso ruoli stabilizzatori, come chi si assume le responsabilità, chi si prende cura, la persona designata come paziente o chi distrae, al fine di mantenere l’equilibrio (Minuchin, 1974). Questi ruoli sono spesso risposte adattive a pressioni relazionali, anche se in seguito diventano restrittivi o costosi. L’IFS suggerisce che una simile differenziazione dei ruoli possa avvenire internamente, in particolare quando i primi ambienti relazionali hanno reso certe emozioni, certi bisogni o certe espressioni non sicuri o privi di sostegno. In questo senso, i sistemi interni possono essere intesi come assetti relazionali interiorizzati. Ciò che appare «interno» non è quindi separato dal contesto, ma plasmato da storie relazionali, aspettative culturali e regole implicite sulla sicurezza e sull’appartenenza.
Le qualità sistemiche dell’IFS possono emergere in modo particolarmente evidente nei processi di polarizzazione. Chi lavora in clinica con un’ottica sistemica conosce bene le dinamiche polarizzate, come i cicli inseguimento–distanziamento o i modelli di controllo e resistenza in escalation, in cui ciascuna posizione si intensifica in risposta all’altra (Tomm, 2014). Questi modelli si mantengono attraverso processi circolari di retroazione e raramente si risolvono cercando di cambiare uno dei due lati isolatamente. Il cambiamento richiede piuttosto, di solito, uno spostamento nel contesto relazionale che sostiene il modello. L’IFS descrive un processo analogo all’interno del sistema interno. Per esempio, una parte manager controllante può cercare di prevenire l’esposizione alla vergogna o alla vulnerabilità aumentando la vigilanza e il controllo, mentre un pompiere risponde intensificando l’evitamento o l’intorpidimento emotivo. Ciascuna parte vive l’altra come problematica, e ciascuna intensifica la propria strategia in risposta. Da una prospettiva sistemica, questa dinamica riflette un circuito protettivo che si autoalimenta, organizzato intorno a una minaccia percepita, piuttosto che una patologia individuale. Di conseguenza, l’IFS non cerca di eliminare o di scavalcare una delle posizioni, ma di trasformare il contesto relazionale in cui si produce la polarizzazione. Questo approccio risuona con i principi sistemici di neutralità e circolarità, così come sono stati formulati nella prima pratica sistemica milanese (Selvini Palazzoli et al., 1980), in cui l’obiettivo è comprendere e spostare i modelli anziché allinearsi con una singola posizione.
Uno dei meccanismi proposti nell’IFS per sostenere questa riorganizzazione è il concetto di Sé, descritto come una capacità innata caratterizzata da qualità quali calma, curiosità, compassione, chiarezza, coraggio, fiducia, creatività e connessione (Schwartz & Sweezy, 2019). È importante notare che il Sé non è concepito come un’altra parte che compete per esercitare influenza nel sistema. Rappresenta piuttosto una posizione riflessiva a partire dalla quale il sistema interno può osservare se stesso e relazionarsi in modo diverso. Da una prospettiva sistemica, ciò può essere inteso come un cambiamento nella leadership interna, in risonanza con idee sistemiche più ampie sulla riflessività e sulla meta-posizione. Per esempio, si accorda con la nozione di «quinta provincia» di McCarthy e Minogue (2019), che descrive uno spazio di consapevolezza riflessiva al di là dell’interazione immediata, nonché con la bussola del posizionamento di Partridge (2007), in cui l’«occhio che tutto vede» rappresenta la capacità di tenere insieme simultaneamente più prospettive. In questo senso, il Sé può essere inteso come un analogo intrasistemico della postura riflessiva della persona terapeuta sistemica.
Quando il sistema interno è dominato unicamente da ruoli protettivi, i modelli tendono a diventare rigidi e reattivi, con risposte organizzate intorno al bisogno di prevenire una minaccia percepita o una sopraffazione emotiva. Ciò può essere messo in relazione con la descrizione di Byng-Hall (1995) dei copioni familiari correttivi e replicativi che, pur animati da buone intenzioni, possono diventare costrittivi e ripetitivi nel tempo. Al contrario, l’emergere di una postura di leadership più riflessiva, coerente con l’accesso al Sé, consente una maggiore flessibilità all’interno del sistema. Da questa posizione, le parti sono in grado di rinegoziare i propri ruoli, attenuare i propri estremi e rispondere in modo più adattivo a contesti mutevoli. Questo processo è affine allo sviluppo di copioni familiari più improvvisativi (Byng-Hall, 1995), in cui le risposte relazionali sono meno vincolate da modelli rigidi e più aperte alla variazione, alla creatività e alla responsività. In questo modo, la riorganizzazione guidata dal Sé può essere intesa non come l’eliminazione delle parti, ma come un cambiamento sistemico nel modo in cui le relazioni interne sono strutturate e messe in atto.
Questo spostamento può essere inteso come una forma di cambiamento di secondo ordine. Invece di modificare il comportamento all’interno di una struttura esistente, il sistema riorganizza i principi che lo governano, come il modo di interpretare la minaccia, di distribuire l’autorità e di gestire la vulnerabilità (Watzlawick et al., 1974). Come nella terapia sistemica in generale, l’obiettivo non è semplicemente ridurre i sintomi, ma accrescere l’adattabilità, la possibilità di scelta e la coerenza. Quando il sistema si riorganizza in questo modo, i sintomi spesso si riducono come conseguenza anziché come bersaglio diretto. L’IFS facilita questa riorganizzazione attraverso pratiche cliniche molto simili a tecniche sistemiche ed esperienziali consolidate. Le domande circolari e riflessive, così come sono state sviluppate da Tomm (1987, 1988), svolgono un ruolo centrale, anche se sono rivolte ai ruoli interni anziché alle relazioni esterne. Domande come «Che cosa temi che succederebbe se facessi un passo indietro?» o «Che cosa succede dentro quando la pressione aumenta?» aiutano a mappare processi circolari e regole implicite del sistema, invece di cercare spiegazioni causali semplici. Queste forme di indagine favoriscono la differenziazione tra posizioni e permettono al sistema di osservarsi in modi nuovi, aprendo uno spazio al cambiamento. Sotto questo aspetto, il processo risuona con il concetto boweniano di differenziazione del Sé (Bowen, 1978), che rimanda alla capacità di mantenere una consapevolezza riflessiva restando in connessione emotiva all’interno dei sistemi relazionali.
Le pratiche di testimonianza collegano inoltre l’IFS agli approcci sistemici narrativi e informati sul trauma. La terapia narrativa ha da tempo sottolineato l’importanza della testimonianza nel sostenere la costruzione di significato e nel ripristinare la capacità di agire, in particolare dopo esperienze traumatiche (Denborough, 2012). Nell’IFS le parti protettive tendono ad ammorbidirsi quando le esperienze vulnerabili vengono avvicinate con cura e rispetto. Le esperienze prima esiliate possono allora essere elaborate attraverso una testimonianza attenta e una contestualizzazione (Schwartz & Sweezy, 2019). In questo senso, il processo può essere inteso non come un’esposizione alla sofferenza, ma come una revisione relazionale del significato. La ricerca recente sul trauma ha collegato questi processi anche alla riconsolidazione della memoria. La teoria della riconsolidazione propone che, quando un ricordo viene riattivato e poi aggiornato attraverso una nuova esperienza emotiva che contraddice le aspettative precedenti, l’apprendimento sottostante possa essere rivisto anziché semplicemente soppresso (Ecker & Bridges, 2020; Ecker et al., 2012). Nell’IFS, quando l’esperienza vulnerabile viene attivata mentre il sistema incontra contemporaneamente una nuova postura relazionale, caratterizzata da sicurezza, compassione e protezione, i significati precedenti fondati sulla minaccia possono essere rivisti. Ciò potrebbe contribuire a spiegare perché i cambiamenti ottenuti con l’IFS siano spesso vissuti come duraturi e internamente coerenti.
Per illustrare come alcuni di questi processi sistemici si dispieghino nella pratica dell’IFS, presentiamo di seguito una vignetta clinica anonimizzata. La vignetta si basa principalmente su un caso clinico, ma è stata sostanzialmente adattata per tutelare la riservatezza. Alcuni dettagli sono stati modificati, combinati od omessi per preservare l’anonimato, mantenendo al tempo stesso i processi relazionali e contestuali che sono centrali nel lavoro. In coerenza con l’orientamento sistemico di questo articolo, la vignetta riunisce più prospettive, tra cui quelle della persona assistita, della famiglia, della persona terapeuta e del processo di supervisione. Anziché offrire un resoconto letterale di una specifica sequenza di eventi, l’intento è illuminare i processi ricorsivi e relazionali attraverso cui le difficoltà sono emerse, si sono mantenute e sono gradualmente cambiate nel tempo.
In questa vignetta presentiamo un caso clinico sostanzialmente anonimizzato e adattato, relativo a una famiglia inviata a una psicoterapia disposta dal tribunale. Janet, 38 anni, madre di due figlie, Mabel (9 anni) e Iris (14 anni), si era separata dal loro padre, Morris (45 anni). La separazione era stata segnata da visioni diverse sui ruoli di genere e sulla genitorialità, e le tensioni persistenti influivano sugli accordi successivi alla separazione. Dopo un episodio in cui Janet aveva dato uno schiaffo a Iris durante una lite e aveva poi lasciato le figlie sole in casa mentre cercava di regolare il proprio stato di sofferenza, Morris aveva chiesto in tribunale l’affidamento esclusivo. Una valutazione psicologica indipendente aveva concluso che le figlie restavano esposte a un rischio di danno significativo, ai sensi del Children Act (1989), a causa delle preoccupazioni relative alla disregolazione emotiva, agli episodi di rabbia e alle difficoltà nella relazione tra madre e figlie. Janet non aveva mai ricevuto in precedenza una diagnosi psichiatrica formale. La valutazione indipendente aveva tuttavia descritto il suo quadro in termini di tratti di disturbo di personalità, una formulazione che il presente articolo intende considerare all’interno di un contesto relazionale, evolutivo e socioculturale più ampio. Il tribunale aveva quindi raccomandato incontri supervisionati e un intervento psicoterapeutico, con l’obiettivo di sostenere la regolazione emotiva di Janet e ridurre la probabilità di ulteriori danni.
La vignetta è presentata in due filoni interconnessi. In primo luogo, descriviamo il lavoro terapeutico con la famiglia, che inizia con Janet individualmente e si sviluppa poi in sedute congiunte con Janet e sua figlia Iris. Questa progressione illustra come la persona terapeuta lavori non solo con un individuo, ma anche con il sistema di cui queste persone fanno parte, prestando così attenzione sia ai sistemi interni sia a quelli interpersonali. In secondo luogo, riflettiamo sul sistema interno della persona terapeuta, mettendo in evidenza come il confronto con i sistemi esterni (in questo caso la perizia psicologica) abbia attivato il suo sistema interno e come questo sia stato elaborato nel suo spazio di supervisione, così da consentire una svolta verso un lavoro clinico più efficace. Entrambi i filoni, insieme alle relazioni pertinenti tra le parti, sono illustrati nella Figura 1.

Durante il processo terapeutico sono emerse diverse difficoltà. In primo luogo, la natura altamente conflittuale della separazione aveva contribuito a una notevole sfiducia tra i membri della famiglia e il personale professionale coinvolto nel procedimento. In secondo luogo, la storia di Janet, segnata da un trauma legato all’attaccamento, dalla parentificazione e da un lutto non elaborato, accresceva la sua vulnerabilità alla disregolazione emotiva quando venivano attivati temi di abbandono, critica e rifiuto. In terzo luogo, il procedimento giudiziario in corso introduceva un’ulteriore complessità, richiedendo alla persona terapeuta di bilanciare il lavoro terapeutico con considerazioni di tutela, gestione del rischio e neutralità professionale. Infine, Morris aveva rifiutato di partecipare a un lavoro congiunto, e ciò ha richiesto di lavorare in modo sistemico con il sottosistema genitoriale nonostante l’assenza di uno dei suoi membri.
Inizialmente la terapia si è concentrata su Janet individualmente, nell’arco di cinque sedute. L’obiettivo era aiutarla a sviluppare la consapevolezza del proprio sistema interno e ad accedere maggiormente all’energia del Sé prima di coinvolgere altri membri della famiglia. Questa scelta si ispirava alle idee strutturali di Minuchin et al. (2021) sul rafforzamento del sottosistema genitoriale prima di introdurre la figlia, per ridurre la possibilità che Janet andasse in disregolazione emotiva in presenza di Iris. Attraverso un approccio ispirato all’IFS sono diventati visibili diversi ruoli interni, tra cui parti protettive manager e pompieri, accanto a posizioni esiliate più vulnerabili. Servendosi della metafora delle «parti sull’autobus»1, Janet ha cominciato a riconoscere come diverse parti cercassero di prendere il controllo nei momenti di sofferenza. Col tempo ha collegato queste risposte a esperienze precedenti, in particolare alla partenza del padre quando lei aveva 14 anni e al ruolo di accudimento che aveva poi assunto all’interno della famiglia. A poco a poco è emersa un’ipotesi sistemica (Selvini Palazzoli et al., 1980): le difficoltà di Janet si erano intensificate quando Iris aveva compiuto 14 anni, rispecchiando il periodo evolutivo in cui il sistema familiare di Janet aveva attraversato un cambiamento importante (McGoldrick et al., 2014). Si è ipotizzato che la crescente differenziazione e indipendenza di Iris riattivasse il lutto non elaborato di Janet, le sue paure di abbandono e le esperienze legate alla sua stessa parentificazione precoce. Al tempo stesso, Iris sembrava aver assunto un ruolo parentificato nei confronti di Janet, il che suggeriva una possibile ripetizione dei ruoli di accudimento attraverso le generazioni. Quando queste esperienze diventavano travolgenti, le parti pompiere rispondevano con la rabbia, il ritiro e altre strategie volte a ridurre il dolore emotivo.
Attraverso il processo di liberazione dai fardelli, Janet ha potuto ritornare su queste esperienze a partire da una posizione di maggiore energia del Sé e favorire il rilascio di convinzioni e responsabilità che non le appartenevano più. In questo modo ha riconosciuto sempre più di non essere più l’adolescente di 14 anni a cui era stato chiesto di assumere un ruolo adulto all’interno della famiglia. Man mano che Janet accedeva maggiormente all’energia del Sé, è diventata sempre più capace di avvicinarsi a questa parte esiliata con compassione, curiosità e comprensione. Questa riorganizzazione interna ha ridotto la sua reattività emotiva quando Iris ha avviato il proprio processo di differenziazione (Bowen, 1978). Secondo il quadro strutturale di Minuchin et al. (2021), i confini tra Janet e Iris sono passati gradualmente da un modello «invischiato» a uno più adeguato alla fase evolutiva. Mappare questi processi ricorsivi ha aiutato Janet a riconoscere la relazione circolare tra le sue esperienze interne e le sue relazioni interpersonali. Col tempo ha mostrato maggiore compassione, curiosità e regolazione emotiva, tutti elementi considerati indicatori di una maggiore leadership del Sé. Questo cambiamento ha rappresentato una precondizione importante per il successivo lavoro relazionale.
Quando Janet ha mostrato una stabilità emotiva e una capacità riflessiva sufficienti, la persona terapeuta ha invitato sua figlia Iris a partecipare alle sedute. Questa decisione si basava su una formulazione strutturale incentrata sulla riparazione relazionale e sul rafforzamento del sottosistema genitoriale (Minuchin et al., 2021). In questa fase del lavoro, la persona terapeuta ha aiutato Janet a restare consapevole del proprio sistema interno, prestando al tempo stesso attenzione all’esperienza interna di Iris e ai modelli ricorsivi che emergevano tra loro. La terapia si è mossa con flessibilità tra processi intrapersonali e interpersonali, esplorando come le dinamiche interne trovassero espressione nel sistema relazionale più ampio. Per esempio, Janet ha riconosciuto una parte esiliata che storicamente aveva cercato cura e conforto in Iris, riflesso di un modello di parentificazione di lunga data (Figura 1). Iris, dal canto suo, aveva imparato fin da piccola che reprimere i propri bisogni e mostrarsi «brava» aumentava le probabilità di mantenere il legame con la madre. Quando Iris è entrata nell’adolescenza e ha iniziato il processo di differenziazione proprio della sua età (Bowen, 1978), queste strategie sono diventate sempre più difficili da sostenere. Iris si è rivolta sempre più al gruppo dei pari, ha sperimentato droghe e si è disimpegnata dalla scuola. Questi cambiamenti hanno attivato le paure di abbandono di Janet (Figura 1), portando le sue parti pompiere a rispondere con rabbia e ritiro. A loro volta, le parti pompiere di Iris si sono attivate sempre di più attraverso comportamenti a rischio, il che illustra la relazione circolare e di rinforzo reciproco tra processi interni e interpersonali. Lavorare insieme nella stanza di terapia ha permesso a Janet e Iris di mappare questi modelli ricorsivi e di comprendere meglio come i rispettivi sistemi interni si intersecassero e si influenzassero a vicenda. Con l’aumentare dell’accesso all’energia del Sé, entrambe sono diventate sempre più capaci di affrontare queste dinamiche con curiosità, compassione e comprensione. Nel corso di quattro sedute, questo processo ha facilitato la riparazione relazionale e sostenuto lo sviluppo di nuovi modelli di interazione caratterizzati da maggiore flessibilità, riconoscimento reciproco e fiducia.
Si è anche considerata la possibilità di invitare Morris a partecipare alla terapia per rafforzare il sottosistema genitoriale (Minuchin et al., 2021). Morris ha però rifiutato l’invito a causa della rabbia che continuava a provare nei confronti di Janet. Ciononostante, la terapia ha continuato a lavorare in modo sistemico con questo sottosistema nonostante la sua assenza fisica dalle sedute. Uno degli interventi è consistito nell’uso della tecnica del Fire Drill (Schwartz, 2020), in cui si invita la persona a immaginare qualcuno che suscita in lei forti reazioni emotive, mantenendo al tempo stesso la consapevolezza della propria esperienza interna. Janet è stata invitata a immaginare Morris in una stanza separata, dove potesse vederlo ma dove lui non potesse né influenzarla né farle del male. Questo intervento le ha permesso di identificare ed esplorare le diverse parti attivate in relazione a lui, tra cui parti più giovani che desideravano cura e protezione, accanto a parti arrabbiate che rispondevano al tradimento legato alla relazione extraconiugale. Nel sistema professionale più ampio, queste risposte avrebbero potuto essere interpretate come irrazionali o come segno di instabilità emotiva. Da una prospettiva sistemica ispirata all’IFS, invece, sono state comprese come risposte protettive sorte all’interno di un particolare contesto relazionale. Man mano che queste parti venivano testimoniate, apprezzate e gradualmente liberate dai loro fardelli, Janet è diventata sempre più capace di relazionarsi con Morris a partire da una posizione caratterizzata da maggiore curiosità, compassione e leadership del Sé. Questo cambiamento sembra aver contribuito a ridurre la coalizione transgenerazionale che si era inizialmente formata tra Morris e le figlie contro Janet (Minuchin et al., 2021). In linea con questa osservazione, l’assistente sociale della famiglia ha riferito una riduzione del conflitto genitoriale e una comunicazione sempre più rispettosa tra i due genitori, e ciò ha portato i servizi per la tutela dei minori a prendere in considerazione la chiusura del caso.
Il confronto con la valutazione psicologica indipendente ha suscitato nella persona terapeuta una forte risposta emotiva e corporea (Figura 1). La perizia sembrava riflettere una comprensione prevalentemente diagnostica e orientata al rischio del quadro di Janet, con un’attenzione relativamente scarsa ai fattori relazionali, evolutivi e contestuali che circondavano le difficoltà. Colpiva in particolare la limitata considerazione riservata al significato della relazione extraconiugale di Morris, tanto più che questo evento riecheggiava un momento critico precedente (Pearce, 1995) nella vita di Janet, ossia la partenza del padre dalla casa familiare in seguito a una relazione extraconiugale (Figura 1). Da una prospettiva ispirata all’IFS, queste risposte sono state comprese come imbocchi del sentiero, segnali dell’attivazione di particolari posizioni all’interno del sistema interno della persona terapeuta. Mantenendo un atteggiamento di curiosità (Cecchin, 1987), la persona terapeuta ha esplorato queste risposte in supervisione, facendo emergere una costellazione di parti protettive e vulnerabili. Tra queste vi erano parti fortemente protettive, preoccupate dall’ingiustizia, dalle relazioni di potere di genere e dalla possibile patologizzazione delle risposte di Janet, accanto a parti più vulnerabili plasmate da esperienze precedenti legate all’autorità, alla classe sociale e a messaggi sull’importanza di «restare nella propria corsia» (Mason, 2020). Nel loro insieme, queste posizioni riflettevano una polarizzazione all’interno del sistema interno della persona terapeuta, caratterizzata da tendenze contrapposte verso lo scontro e l’inibizione.
All’inizio c’era il rischio che queste risposte influenzassero il rapporto della persona terapeuta con la perizia e con la rete professionale più ampia. Si è quindi prestata un’attenzione particolare al mantenimento di una posizione di neutralità e riflessività (Selvini Palazzoli et al., 1980). Grazie alla supervisione, la persona terapeuta ha potuto riconoscere e apprezzare le intenzioni protettive di queste parti attivate (Boscolo et al., 1987), favorendo una maggiore differenziazione del Sé (Bowen, 1978) e un corrispondente cambiamento nella leadership interna. In questo contesto, la differenziazione rimanda alla capacità di restare in connessione emotiva mantenendo una consapevolezza riflessiva all’interno del sistema relazionale. Con l’aumentare dell’accesso all’energia del Sé, la persona terapeuta è diventata sempre più capace di adottare una postura più riflessiva, regolata e curiosa nel lavoro con la famiglia. Questo cambiamento si è rivelato clinicamente significativo: ha permesso di andare oltre un coinvolgimento reattivo con i sistemi esterni implicati nel procedimento giudiziario (Figura 1) e di intendere la perizia non semplicemente come «giusta» o «sbagliata», ma come il prodotto di processi relazionali, professionali, istituzionali e orientati al rischio. Di conseguenza, la relazione preparata per il tribunale è stata meno determinata dall’attivazione di particolari parti e più da una posizione di leadership del Sé. Alla fine il procedimento giudiziario si è concluso e a Janet sono stati concessi incontri non supervisionati con le figlie.
Queste questioni sono state esplorate all’interno di una supervisione clinica regolare ispirata sia ai principi sistemici sia a quelli dell’IFS. La supervisione si è concentrata sulle risposte corporee della persona terapeuta, sull’identificazione delle parti protettive e vulnerabili attivate, sulla considerazione di influenze socioculturali più ampie e sulla riflessione su come queste risposte potessero plasmare le relazioni con la famiglia, il tribunale e le altre figure professionali. Un’attenzione particolare è stata dedicata al mantenimento della curiosità, della riflessività e della neutralità terapeutica, senza perdere di vista le questioni di potere, genere e oppressione. Questo processo ha permesso alla persona terapeuta di distinguere le risposte personali da quelle che emergevano nel sistema terapeutico più ampio e di utilizzarle in modo costruttivo nel lavoro.
Questo duplice focus, sui sistemi interni e interpersonali della famiglia e sul sistema interno della persona terapeuta, ha plasmato la formulazione presentata nella relazione per il tribunale. La rabbia di Janet è stata compresa non come un tratto fisso, ma come una risposta protettiva a una vergogna sottostante e a una critica percepita (Figura 1). Allo stesso modo, la posizione di Morris poteva essere compresa in relazione alle sue stesse preoccupazioni protettive (Figura 1). Queste risposte sono state quindi viste come reciprocamente rinforzanti all’interno di un modello relazionale più ampio. Nel complesso, questa vignetta illustra come la pratica sistemica ispirata all’IFS operi contemporaneamente su più livelli. Il lavoro passa da contesti individuali a contesti relazionali, coinvolge più persone nella stanza e resta attento ai processi interni della persona terapeuta. Anziché separare il dominio interno e quello esterno, li si intende come ricorsivi e reciprocamente influenti, il che consente una forma di pratica clinica più integrata e responsiva.
In questo articolo ci siamo proposti di esplorare che cosa potrebbe significare collocare la terapia dei Sistemi Familiari Interni (IFS) tra le terapie sistemiche, e perché tale collocazione possa avere importanza per la pratica sistemica contemporanea. Basandoci sia sulla nostra discussione teorica sia sulla vignetta, suggeriamo che l’IFS possa essere intesa non come un allontanamento dal pensiero sistemico, ma come una sua estensione al dominio dell’esperienza relazionale interna. In questo senso, l’IFS offre un modo per sostenere l’epistemologia sistemica attraverso diversi livelli della pratica, come nel lavoro individuale e, soprattutto, nelle sedute con più membri della famiglia o della coppia, in cui i processi intrapersonali e interpersonali si dispiegano simultaneamente. Il lavoro terapeutico è iniziato con Janet individualmente, per poi passare a sedute congiunte con Janet e Iris, permettendo alla persona terapeuta di prestare attenzione contemporaneamente ai processi interni e interpersonali. Questo passaggio dal lavoro individuale a quello relazionale mette in evidenza che la pratica sistemica ispirata all’IFS non è limitata dal numero di persone presenti, ma dal modo in cui i processi relazionali (sia interni sia esterni) vengono concettualizzati e affrontati. Come illustra la vignetta, l’IFS permette a chi lavora in clinica di prestare attenzione simultaneamente ai processi intrapersonali, interpersonali e sistemici più ampi. Anziché collocare le difficoltà all’interno dell’individuo, la sofferenza viene compresa in termini relazionali e contestuali. In questo senso, l’IFS può offrire un quadro per mantenere un orientamento sistemico in diversi setting terapeutici.
È importante sottolineare che queste somiglianze non sono soltanto concettuali, ma hanno implicazioni pratiche per il lavoro clinico. Da una prospettiva sistemica ispirata all’IFS, i sintomi vengono compresi meno come espressioni isolate di una patologia e più come comunicazioni che emergono all’interno di un sistema relazionale organizzato intorno alla protezione, all’adattamento e alla sopravvivenza. Di conseguenza, il compito terapeutico si sposta dall’individuazione dei deficit all’esplorazione dei modelli di organizzazione, delle relazioni tra le parti e delle condizioni contestuali che le hanno generate. Questo orientamento ha implicazioni tanto per la postura terapeutica quanto per l’intervento. Si dà priorità alla curiosità rispetto alla certezza, si privilegia la comprensione rispetto alle spiegazioni patologizzanti, e il cambiamento emerge dalla trasformazione delle relazioni all’interno del sistema anziché dall’eliminazione di particolari sintomi o comportamenti. In questo senso, l’IFS può offrire un modo per rendere operativi principi sistemici consolidati nel dominio intrapersonale.
La rilevanza di questa integrazione diventa particolarmente evidente nei contesti dei tribunali per la famiglia, dove le separazioni ad alta conflittualità sono frequenti. Le figure genitoriali si trovano spesso in posizioni contrapposte mentre cercano di ottenere un determinato regime di affidamento, con interazioni caratterizzate da modelli di colpevolizzazione, difensività, ritiro, attacco o pacificazione (Tomm, 2014). Da una prospettiva sistemica, queste dinamiche comportano spesso processi di triangolazione (Bowen, 1978), in cui figlie e figli vengono trascinati nel campo relazionale tra chi se ne prende cura e collocati in posizioni complesse di lealtà e allineamento. In tali contesti, l’infanzia può vivere ciò che Bateson et al. (1956) hanno descritto come comunicazione a doppio legame, in cui messaggi relazionali contraddittori generano incertezza riguardo alla sicurezza, all’appartenenza e alle aspettative relazionali. Una prospettiva ispirata all’IFS permette di comprendere queste dinamiche non solo sul piano interpersonale, ma anche su quello interno. Come suggerisce la vignetta, alcuni aspetti dell’esperienza infantile possono diventare esiliati e portare fardelli come la responsabilità del benessere genitoriale o la convinzione di essere in colpa per il conflitto. Allo stesso modo, le risposte genitoriali, come la rabbia o il ritiro di Janet, possono essere comprese come strategie protettive che emergono in risposta all’attivazione di posizioni interne vulnerabili. In questo modo, l’IFS può estendere le formulazioni sistemiche collegando i modelli interazionali osservabili ai processi interni che li sostengono. Sebbene la terapia sistemica presti da tempo attenzione a entrambi i domini, l’IFS può offrire un quadro più esplicito per comprendere la relazione ricorsiva tra processi intrapersonali e interpersonali.
Questa prospettiva integrata può rivelarsi particolarmente preziosa nel lavoro con il trauma e con sistemi familiari ad alta conflittualità. Le esperienze traumatiche si inscrivono spesso sia nei processi intrapersonali sia in quelli interpersonali, influenzando i modelli di attaccamento, la regolazione emotiva, la protezione e la costruzione di significato. Nei contesti familiari ad alta conflittualità, questi processi possono essere ulteriormente intensificati da cicli di colpevolizzazione, ritiro, parentificazione, triangolazione e conflitti di lealtà. Di conseguenza, la sofferenza può esprimersi simultaneamente nell’individuo, tra i membri della famiglia e nei sistemi sociali e professionali più ampi. Un quadro sistemico ispirato all’IFS offre a chi lavora in clinica un mezzo per prestare attenzione a questi processi interagenti, senza perdere di vista il contesto relazionale e socioculturale più ampio.
La vignetta illustra anche alcuni meccanismi chiave del cambiamento. Lo sviluppo della leadership del Sé in Janet può essere inteso come una forma intrasistemica di riflessività, in linea con i concetti sistemici di meta-posizione e di osservazione di secondo ordine (Burnham, 2012; McNamee, 2015). Da questa posizione, Janet ha potuto avvicinarsi al proprio sistema interno con curiosità e compassione, permettendo che esperienze prima esiliate venissero testimoniate e ricontestualizzate. Questo processo risuona inoltre con le pratiche narrative di esternalizzazione e testimonianza (Denborough, 2012) e con le concezioni emergenti della riconsolidazione della memoria (Ecker et al., 2012), secondo cui nuove esperienze relazionali possono rivedere significati precedentemente consolidati. Nella vignetta, ciò si è riflesso nella capacità di Janet di «liberare dai fardelli» esperienze precedenti e di rispondere in modo più flessibile nelle sue relazioni. Tuttavia, intendere l’IFS come sistemica richiede di prestare attenzione non solo alla relazione ricorsiva tra processi interni e interpersonali, ma anche ai sistemi sociali, culturali e professionali più ampi in cui questi processi sono inscritti. La vignetta lo illustra con particolare chiarezza in relazione al genere, al potere e ai discorsi professionali che circondavano la sofferenza di Janet.
La risposta della persona terapeuta alla misoginia percepita nel sistema professionale può essere compresa all’interno di un’epistemologia sistemica più ampia. A partire dalla critica femminista alla posizione di neutralità della prima scuola di Milano, la psicoterapia sistemica ha cercato sempre più di riconoscere e contrastare gli effetti dell’oppressione e delle relazioni di potere diseguali nelle famiglie, nelle organizzazioni e nella società in generale (Selvini Palazzoli et al., 1980). Nei contesti di abuso e di oppressione, la neutralità ha finito per essere considerata eticamente problematica, il che ha portato Cecchin (1987) a riconcettualizzarla come curiosità. L’IFS è strettamente allineata a questo orientamento per la sua attenzione esplicita ai modi in cui i contesti relazionali, sociali e culturali plasmano l’esperienza interna. Accanto ai fardelli personali, che si sviluppano attraverso esperienze vissute nei sistemi familiari e relazionali, l’IFS descrive fardelli ereditari e fardelli culturali (Schwartz, 2021). I fardelli ereditari rimandano a convinzioni, emozioni e modelli relazionali che vengono trasmessi da una generazione all’altra, direttamente o indirettamente. Queste idee presentano somiglianze con la nozione di copioni familiari di Byng-Hall (1995) e con la descrizione dei fattori di stress verticali nel ciclo di vita familiare proposta da McGoldrick et al. (2014). Esperienze come la guerra, la povertà, la migrazione, la colonizzazione e altre forme di trauma collettivo possono quindi continuare a influenzare sia i sistemi interni sia quelli esterni attraverso le generazioni. Nella presente vignetta, Janet sembrava portare un fardello ereditario legato all’aspettativa che le donne debbano assumersi la responsabilità dell’accudimento e della cura. Nel corso della terapia ha gradualmente riconosciuto quanto queste convinzioni influenzassero le sue relazioni e avessero contribuito a farla restare in una relazione segnata dal tradimento e dalla disuguaglianza. Man mano che questi fardelli venivano esplorati e rilasciati, Janet ha sviluppato una maggiore autocompassione e una crescente convinzione di meritare di essere trattata con equità, dignità e rispetto. Letto attraverso il quadro del ciclo di vita familiare, ciò illustra come i fattori di stress verticali e orizzontali possano intersecarsi: le eredità intergenerazionali vengono portate avanti nel tempo, mentre le persone e le famiglie affrontano contemporaneamente pressioni evolutive, sociali e culturali nei loro contesti attuali (McGoldrick et al., 2014).
L’IFS riconosce anche l’influenza dei fardelli culturali, che derivano dall’interiorizzazione di convinzioni, aspettative e discorsi sociali dominanti associati a sistemi sociali più ampi. Possono includere esperienze di razzismo, omofobia, misoginia, abilismo e altre forme di marginalizzazione. Queste idee possono essere considerate insieme alla concettualizzazione dei fattori di stress orizzontali proposta da McGoldrick et al. (2014), che comprende le pressioni evolutive, sociali e contestuali che le famiglie incontrano nel corso del ciclo di vita. Tali pressioni possono incarnarsi nei sistemi interni e plasmare il funzionamento sia intrapersonale sia interpersonale. La nozione di doppia coscienza di Du Bois (1903), per esempio, illustra come le persone possano sviluppare strategie protettive in risposta alla discriminazione e all’oppressione. Nel caso presente, sia Morris sia la valutazione psicologica indipendente descrivevano Janet come emotivamente instabile, collocando così la sofferenza principalmente nell’individuo e oscurando le circostanze relazionali e contestuali più ampie in cui queste difficoltà erano emerse (Foucault, 2003). Da una prospettiva sistemica, invece, le risposte di Janet possono essere intese come tentativi di orientarsi tra esperienze di abbandono, tradimento, parentificazione e relazioni di potere diseguali. Nel corso della terapia, Janet è diventata sempre più consapevole di quanto le convinzioni sociali e familiari più ampie relative al genere, alla cura e al potere avessero plasmato le sue esperienze e sembrassero rispecchiarsi nei sistemi giuridico e professionale che circondavano la famiglia (Hare-Mustin, 1994).
Nel complesso, queste osservazioni suggeriscono che l’IFS offra alla pratica sistemica un quadro aggiuntivo attraverso cui comprendere l’interazione tra l’esperienza interna, la collocazione sociale (Watt Jones, 2010), il quadro GRACES (Burnham, 2012) e i processi socioculturali più ampi. La sofferenza viene quindi concettualizzata non come un deficit individuale, ma come un fenomeno inscritto in contesti relazionali, storici, sociali e culturali. È importante sottolineare che la persona terapeuta non si colloca al di fuori di questi sistemi. La sua collocazione sociale, i suoi presupposti, le sue risposte emotive e le sue esperienze entrano inevitabilmente nel sistema terapeutico, il che rende la riflessività particolarmente importante quando si lavora su questioni di potere e oppressione.
Questa dimensione riflessiva è illustrata anche dal lavoro della persona terapeuta sul proprio sistema interno. Il confronto con la valutazione psicologica indipendente ha attivato in lei forti risposte emotive e corporee, che sono state poi esplorate in supervisione. Attraverso questo processo, la persona terapeuta ha potuto riconoscere le parti protettive e vulnerabili e lavorare con esse, il che ha facilitato un maggiore accesso all’energia del Sé e un corrispondente spostamento verso una posizione più riflessiva, regolata e curiosa nel lavoro con Janet e Iris. Questo processo riflette impegni sistemici di lunga data verso la riflessività e l’osservazione di secondo ordine (Burnham, 2012), offrendo al tempo stesso un resoconto più dettagliato di come tale riflessività possa essere vissuta e messa in atto internamente. Il lavoro della persona terapeuta sul proprio sistema interno è particolarmente rilevante perché, sebbene la pratica sistemica abbia tradizionalmente invitato chi la esercita a prestare attenzione ai propri presupposti, alle proprie convinzioni, alle proprie risposte emotive e alle proprie posizioni all’interno dei sistemi terapeutici, si è dedicata comparativamente meno attenzione a comprendere come questi processi siano organizzati nell’esperienza interna.
L’IFS offre un possibile quadro attraverso cui concettualizzare tali processi. Anziché considerare le risposte emotive unicamente come distorsioni da eliminare, il modello le intende come preziose fonti di informazione sull’interazione tra la persona terapeuta, la famiglia e il contesto socioculturale più ampio. Grazie alla supervisione, la persona terapeuta ha potuto riconoscere che parti pompiere si erano attivate in risposta alla misoginia percepita sia nel sistema familiare sia in quello professionale. Riconoscere le intenzioni protettive di queste parti ha reso possibile adottare una posizione più differenziata, caratterizzata al tempo stesso da compassione e curiosità. Ciò ha permesso di contrastare pratiche oppressive senza chiudersi alle intenzioni e alle prospettive altrui.
Queste questioni sono state esplorate all’interno di una supervisione clinica regolare ispirata sia ai principi sistemici sia a quelli dell’IFS. La supervisione si è concentrata sulle risposte corporee della persona terapeuta, sull’identificazione delle parti protettive e vulnerabili attivate, sulla considerazione di influenze socioculturali più ampie e sulla riflessione su come queste risposte potessero plasmare le relazioni con la famiglia, il tribunale e le altre figure professionali. Un’attenzione particolare è stata dedicata al mantenimento della curiosità, della riflessività e della neutralità terapeutica, senza perdere di vista le questioni di potere, genere e oppressione.
Nel complesso, queste osservazioni suggeriscono che l’IFS possa offrire un mezzo per sostenere ciò che Larner (2000) ha chiamato umiltà epistemologica, adottando una posizione «sia/sia» che tiene presenti i processi intrapersonali e interpersonali pur mantenendo gli impegni sistemici verso il contesto, la riflessività e la costruzione relazionale di significato. Queste considerazioni invitano a riflettere ulteriormente su come la pratica sistemica possa continuare a evolvere nei diversi contesti clinici.
Collocare l’IFS tra le terapie sistemiche ha diverse implicazioni per la nostra pratica. Nel loro insieme, queste implicazioni suggeriscono che il contributo dell’IFS non risiede soltanto nell’introduzione di nuove tecniche, ma nel fornire un quadro più esplicito e operativo per integrare i processi intrapersonali, interpersonali e contestuali nella pratica sistemica contemporanea. Così facendo, l’IFS può consentire alla terapia di muoversi con maggiore fluidità tra i livelli dell’esperienza, mantenendo al tempo stesso un quadro relazionale e contestuale coerente.
In primo luogo, può offrire un quadro per lavorare in modo sistemico in contesti in cui non è possibile coinvolgere la famiglia o la rete. Lavorando con i sistemi interni come rappresentazioni dell’esperienza relazionale, possiamo continuare a formulare le difficoltà in termini relazionali, anche nei setting di terapia individuale. In secondo luogo, l’IFS può fornire un linguaggio per confrontarsi con la complessità senza patologizzare prematuramente le persone assistite. Nella vignetta, il comportamento di Janet è stato riformulato, passando da un’etichetta diagnostica alla comprensione di risposte protettive all’interno di un sistema relazionale. Ciò è in linea con gli approcci sistemici e narrativi che cercano di allontanarsi dalle formulazioni basate sul deficit per giungere a comprensioni più contestualizzate della sofferenza (McNamee, 2015; White, 2024). In terzo luogo, suggeriamo che l’integrazione della riflessività nell’IFS possa approfondire la pratica sistemica. Il lavoro della persona terapeuta sul proprio sistema interno riflette un impegno verso la consapevolezza riflessiva, da tempo considerata centrale nel lavoro sistemico (Burnham, 2012). L’IFS può quindi offrire un modo strutturato di rendere operativa la riflessività, in particolare in contesti complessi ed emotivamente carichi come il lavoro con i tribunali per la famiglia.
Infine, l’IFS può sostenere l’integrazione tra approcci sistemici e approcci informati sul trauma. Questa integrazione non è esclusiva dell’IFS ed è già evidente in modelli sistemici consolidati. Per esempio, la terapia familiare basata sull’attaccamento (Attachment-Based Family Therapy, ABFT) offre un approccio manualizzato e supportato empiricamente che attinge a principi dell’attaccamento e sistemici per affrontare le rotture relazionali e rafforzare le relazioni di attaccamento nelle famiglie (G. Diamond et al., 2021; G. S. Diamond et al., 2014). L’IFS può integrare tali approcci offrendo un quadro esplicito per prestare attenzione al modo in cui le esperienze relazionali e di attaccamento sono organizzate anche all’interno del sistema interno della persona. Collegando questi processi relazionali interni alle dinamiche interpersonali e attingendo a meccanismi come la riconsolidazione della memoria (Ecker et al., 2012; Lane et al., 2015), l’IFS può offrire un modo aggiuntivo di comprendere come interagiscono i processi di cambiamento relazionali ed esperienziali. Come illustra la vignetta, ciò può essere particolarmente rilevante nei contesti di trauma e di famiglie ad alta conflittualità, in cui le risposte intrapersonali e i modelli interpersonali, come la reattività emotiva, il ritiro, la triangolazione e i conflitti di lealtà, possono diventare ricorsivamente interconnessi.
Sebbene in questo articolo abbiamo sostenuto che l’IFS possa essere intesa come un’estensione e un’elaborazione contemporanea dell’epistemologia sistemica nel dominio intrapersonale, è importante riconoscere diversi limiti e ambiti di dibattito teorico tuttora aperti. La nostra intenzione non è suggerire che l’IFS debba essere considerata universalmente compatibile con tutte le tradizioni sistemiche, né che risolva questioni di lunga data riguardanti l’identità del sé, la relazionalità e il cambiamento. Consideriamo piuttosto queste questioni come occasioni per proseguire il dialogo e lo sviluppo teorico.
Un ambito di tensione riguarda la concettualizzazione delle parti interne. Gli approcci costruzionisti sociali e postmoderni all’interno della pratica sistemica si sono tradizionalmente mostrati cauti nei confronti della reificazione di entità interne, preferendo porre l’accento sul linguaggio, sulla costruzione di significato, sull’interazione sociale e sulla co-costruzione dell’esperienza (Anderson, 1997; Gergen, 2009; McNamee, 2015). Da questa prospettiva, descrivere le parti come se possedessero caratteristiche, intenzioni o ruoli stabili rischierebbe di trasformare esperienze fluide e dipendenti dal contesto in entità psicologiche fisse. Le voci critiche potrebbero quindi chiedersi se il linguaggio delle parti non riproduca involontariamente una comprensione più individualizzata della sofferenza, oscurando potenzialmente i contesti relazionali, sociali, culturali e politici più ampi in cui le difficoltà emergono e si mantengono. Al tempo stesso, chi sostiene l’IFS potrebbe obiettare che le parti non vanno intese come entità discrete o essenziali, bensì come strumenti euristici che forniscono un linguaggio con cui le persone possono confrontarsi con esperienze interne complesse. Da questa prospettiva, le parti non sono comprese isolatamente dai sistemi più ampi, ma come prodotti di interazioni continue tra le persone e i loro contesti relazionali, culturali e storici. Anziché risolvere questa tensione, suggeriamo che essa rappresenti un ambito importante per un dialogo continuo tra prospettive costruzioniste e prospettive ispirate all’IFS.
Una questione epistemologica correlata riguarda il concetto di Sé. Le tradizioni collaborative, narrative e costruzioniste sociali hanno spesso messo in discussione i presupposti relativi all’esistenza di un Sé coerente, essenziale o unitario, sottolineando invece la natura socialmente situata, dialogica e in continua evoluzione dell’identità (Anderson, 1997; Gergen, 2009). L’IFS, al contrario, concettualizza il Sé come una fonte duratura di consapevolezza caratterizzata da qualità quali curiosità, compassione, calma e connessione (Schwartz & Sweezy, 2019). Per una parte della comunità sistemica, questa concettualizzazione può apparire incoerente con le concezioni postmoderne dell’identità e dell’esperienza. È tuttavia possibile un’interpretazione alternativa. Anziché intendere il Sé come un’entità essenziale o fissa, lo si può considerare come un processo fenomenologico, relazionale o emergente che nasce dalle interazioni continue tra le persone e i loro ambienti più ampi. Tale interpretazione potrebbe essere più vicina alle concezioni sistemiche esistenti della riflessività, della meta-posizione e dell’osservazione di secondo ordine. Se queste prospettive possano essere pienamente conciliate resta una questione aperta, che merita un’ulteriore esplorazione teorica.
È importante riconoscere anche che l’IFS potrebbe non essere ugualmente compatibile con tutte le forme di pratica sistemica. Gli approcci radicati nelle tradizioni narrative, collaborative, discorsive e centrate sulla soluzione potrebbero chiedersi se una maggiore enfasi sull’organizzazione interna non rischi di distogliere l’attenzione dal linguaggio, dal potere, dal contesto sociale e dalla co-costruzione del significato. Analogamente, un’attenzione esclusiva all’esperienza interna potrebbe individualizzare involontariamente la sofferenza e ridurre l’attenzione rivolta alle influenze strutturali, tra cui le disuguaglianze sociali, la discriminazione e i processi culturali più ampi. Questa preoccupazione è particolarmente rilevante dato l’impegno di lunga data della pratica sistemica a comprendere le persone in relazione ai sistemi più ampi di cui fanno parte (Bowen, 1978; Minuchin, 1974; Von Bertalanffy, 1950, 1968). Sebbene l’IFS riconosca esplicitamente le origini relazionali dei processi protettivi, possono sorgere difficoltà se il linguaggio delle parti viene applicato in modi che, involontariamente, restringono il campo dell’attenzione alla sola esperienza intrapersonale. Suggeriamo quindi che mantenere un legame esplicito tra l’esperienza interna e i processi relazionali, sociali e strutturali più ampi resti essenziale quando si integra l’IFS nella pratica sistemica.
Infine, segnaliamo anche le preoccupazioni relative alla formazione e all’applicazione. Come già discusso, la rapida espansione dell’IFS è stata accompagnata da interrogativi sul suo utilizzo al di fuori dei contesti formativi riconosciuti. Resta essenziale garantire che l’IFS sia praticata in modi eticamente fondati, competenti e adeguatamente supervisionati. Inoltre, il costo economico della formazione ufficiale in IFS può costituire di per sé una barriera all’accessibilità, contribuendo potenzialmente a una rappresentanza sproporzionata di terapeute e terapeuti economicamente più privilegiati nei percorsi formativi e nella comunità professionale del modello. Sono quindi necessarie ulteriori ricerche empiriche per chiarire in quali circostanze la pratica ispirata all’IFS possa essere integrata nel lavoro sistemico nel modo più efficace e appropriato.
In sintesi, invitiamo chi legge a non considerare queste tensioni come prova di incompatibilità, ma a riconoscere che esse riflettono dibattiti di lunga data sulla natura della mente, dell’identità, della relazionalità e del cambiamento, che hanno plasmato la teoria sistemica fin dalle sue origini. Anzi, potrebbero essere proprio queste aree di tensione a offrire le maggiori opportunità di sviluppo teorico e di dialogo critico tra la pratica sistemica e la pratica ispirata all’IFS.
In questo articolo abbiamo esplorato l’ipotesi che la terapia dei Sistemi Familiari Interni (IFS) possa essere intesa in modo significativo come una terapia sistemica quando la si considera sul piano dell’epistemologia, del processo clinico e dei meccanismi di cambiamento. Attraverso la nostra discussione teorica e una vignetta clinica anonimizzata, abbiamo esplorato l’ipotesi che l’IFS possa estendere il pensiero sistemico al dominio intrapersonale pur restando ancorata a impegni di lunga data verso il contesto, la relazionalità e la riflessività. È importante sottolineare che abbiamo suggerito che ciò offra un modo per mantenere la pratica sistemica nei contesti contemporanei, in cui a chi lavora in clinica viene spesso richiesto di lavorare individualmente anziché con intere famiglie o reti. In questo senso, la terapia IFS non si limita a fornire un nuovo insieme di tecniche, ma offre un modo alternativo di concettualizzare il modo in cui i principi sistemici possono essere messi in atto nella pratica clinica contemporanea.
Il contributo di questo articolo non risiede semplicemente nell’individuare somiglianze tra l’IFS e la terapia sistemica, ma nell’esplorare l’ipotesi che l’epistemologia sistemica possa essere estesa al dominio intrapersonale. Più precisamente, abbiamo sostenuto che l’esperienza interna può essere intesa come un sistema relazionale organizzato secondo principi che da tempo informano il pensiero sistemico, tra cui la circolarità, la riflessività, la gerarchia, l’adattamento e i modelli di organizzazione. Pertanto, l’IFS può offrire un possibile quadro attraverso cui elaborare ulteriormente questi principi, restando ancorata ai contesti relazionali, sociali e culturali più ampi in cui si dispiega l’esperienza umana.
Più in generale, questa prospettiva può avere implicazioni per la formazione, la supervisione e la pratica clinica sistemiche. Nei contesti formativi, può incoraggiare a pensare il lavoro sistemico meno in termini di chi è fisicamente presente nella stanza e più come un impegno epistemologico verso modi relazionali, contestuali e riflessivi di comprendere l’esperienza umana. Nella supervisione, può offrire un quadro più esplicito per esplorare le risposte interne di chi fa terapia e la loro influenza sul processo terapeutico. Sul piano clinico, può sostenere una maggiore integrazione tra approcci individuali, di coppia, familiari e informati sul trauma, mantenendo al tempo stesso un quadro sistemico coerente. Nel complesso, queste possibilità suggeriscono che l’IFS possa contribuire non solo alla pratica clinica contemporanea, ma anche allo sviluppo continuo della teoria e della pratica sistemiche.
Al tempo stesso, abbiamo sottolineato l’importanza di mantenere una postura critica. I rischi di una possibile reificazione delle «parti» e la necessità di prestare attenzione al potere e alle strutture sociali più ampie restano considerazioni importanti. Collocare l’IFS tra le terapie sistemiche non implica quindi un’adozione acritica, ma un’integrazione attenta, fondata sull’etica e sulla riflessività sistemiche.
Anziché presentare l’IFS come un modello concorrente, invitiamo la comunità sistemica a confrontarsi con essa come con un approccio potenzialmente compatibile e arricchente. Come illustra la nostra vignetta, l’IFS non sostituisce il pensiero sistemico, ma offre una lente aggiuntiva attraverso cui i principi sistemici possono essere applicati nel lavoro terapeutico individuale. Questo invito è coerente con la storia più ampia della psicoterapia sistemica, che si è sviluppata attraverso il dialogo, la critica e l’integrazione di nuove idee. Confrontarsi con l’IFS in questo modo ci permette di restare in ascolto dei contesti di pratica contemporanei, preservando al tempo stesso i fondamenti epistemologici che hanno tradizionalmente definito il lavoro sistemico, tra cui l’impegno verso la circolarità, la riflessività, la comprensione contestuale, la costruzione relazionale di significato e il riconoscimento della relazione reciproca tra le persone e i sistemi più ampi di cui fanno parte. Questi principi restano centrali indipendentemente dal fatto che il lavoro terapeutico si svolga con singole persone, coppie, famiglie o reti più ampie. Da questa prospettiva, la questione forse non è se l’IFS appartenga alla terapia sistemica, ma come la comunità sistemica possa confrontarsi con essa in modo critico e creativo, restando ancorata agli impegni epistemologici che da tempo caratterizzano il campo.
Complexe Systémique: i punti chiave
L’interesse del testo sta nel porre senza giri di parole una domanda che molte persone che praticano la terapia sistemica incontrano ogni giorno: che cosa resta della pratica sistemica quando nella stanza c’è una sola persona? La risposta sposta il criterio: il lavoro sistemico si definirebbe meno per il numero di persone presenti che per un’epistemologia circolare, contestuale e riflessiva. L’IFS ne offrirebbe una versione intrapersonale, in cui le polarizzazioni tra parti si leggono come circuiti relazionali e il Sé fa le veci di una meta-posizione. La vignetta mostra l’uso più stimolante del modello: applicare la stessa lente alla persona terapeuta, le cui reazioni alla perizia diventano informazioni elaborate in supervisione. I limiti sono in parte riconosciuti dal testo stesso: una vignetta composita, nessun dato di esito, il rischio di reificare le «parti» e di individualizzare la sofferenza, una formazione costosa. Si può aggiungere che i parallelismi con Bowen, Milano o Byng-Hall sono spesso più analogia che dimostrazione. Da leggere insieme all’articolo sull’intervista all’altro interiorizzato e all’articolo sulla terapia sistemica individuale.
Note dell’originale
1 La metafora delle «parti sull’autobus» immagina la persona come chi guida un autobus, con diverse «parti» (per esempio pensieri, sentimenti, risposte protettive) a bordo come passeggere. Anziché eliminare queste parti, l’obiettivo è coltivare nei loro confronti una maggiore consapevolezza, curiosità e compassione (Hayes et al., 2013).
Dichiarazione sui conflitti di interesse. Le autrici non hanno dichiarato alcun potenziale conflitto di interesse.
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Traduzione non ufficiale di Internal Family Systems Therapy as Part of the ‘Family of Systemic Therapies’: A Critical Exploration of Systemic Practice in the Intra-Personal Domain, di Maike Klein e Julie Masters, International Journal of Systemic Therapy, pubblicazione anticipata online (2026), doi: 10.1080/2692398x.2026.2737551, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né le autrici né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Internal Family Systems Therapy as Part of the ‘Family of Systemic Therapies’: A Critical Exploration of Systemic Practice in the Intra-Personal Domain», pubblicato in International Journal of Systemic Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo delle autrici è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in apertura di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Klein, M., et Masters, J. (2026). Internal Family Systems Therapy as Part of the ‘Family of Systemic Therapies’: A Critical Exploration of Systemic Practice in the Intra-Personal Domain. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/internal-family-systems-therapy-as-part-of-the-family-of-systemic-therapies (Opera originale pubblicata nel 2026 in International Journal of Systemic Therapy, OnlineFirst (2026); ripubblicata nel 2026 da International Journal of Systemic Therapy, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/2692398X.2026.2737551)
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