Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Red Sistémica · Psicoterapia
«Non credo che mi serva a qualcosa, non so in che cosa consista un trattamento… ho paura di stare peggio dopo». Juan ha paura di ciò che non conosce. Sara Baringoltz mostra perché la terapia cognitiva tiene a informare la persona che si rivolge a lei, in che senso è collaborativa, attiva e direttiva, e perché preferisce parlare di apprendimento piuttosto che di guarigione.
Nota della redazione
Questo testo appartiene alla stessa serie clinica di «Terapia cognitiva: tutto dipende dalla lente con cui si guarda»: vi si segue lo stesso paziente, Juan, cinquant’anni, di cui l’articolo precedente descriveva i pensieri e le immagini. Qui si tratta del passo successivo: consultare qualcuno, oppure no.
Vignetta clinica
Juan: «A volte penso che saresti più tranquilla se io non ci fossi. Vivi con un amareggiato, tutto mi interessa sempre meno. Perfino andare a trovare i nostri figli mi diventa un peso».
Sua moglie: «Non sarei più tranquilla se tu non ci fossi. Sarei più contenta se smettessi di lamentarti e cercassi un modo per uscire da questa amarezza. Perché non vai da uno psicologo… da uno psichiatra… non fai un trattamento?»
Juan: «Non credo che mi serva a qualcosa, non so in che cosa consista un trattamento… ho paura di stare peggio dopo».
Molte persone, come Juan, hanno bisogno di aiuto ma non sanno che cosa sia un trattamento, e hanno logicamente paura delle conseguenze dell’incerto. Oggi le psicoterapie offrono una gamma varia di proposte diverse, ma se Juan non ha informazioni sull’argomento, la cosa più probabile è che abbia paura di fronte a una proposta di psicoterapia.
La terapia cognitiva tiene molto a informare le persone che cercano aiuto per i loro problemi emotivi sul modo in cui si lavorerà durante il trattamento e sugli obiettivi che verranno posti. Ogni persona in terapia ha il diritto di sapere in che cosa consista il tipo di terapia che sta scegliendo, e questa conoscenza è inoltre utile di per sé ai fini terapeutici. Anche chi legge questo articolo si sta informando su un tema sconosciuto, oppure noto e di suo interesse; e se a questo punto si stesse chiedendo «che cos’è, dunque, questa terapia cognitiva?», sarebbe un buon indice della sua motivazione ad apprendere qualcosa di nuovo.
In terapia cognitiva la relazione terapeutica poggia su un modello di apprendimento. Ci si aspetta così che la persona in terapia incorpori a poco a poco le tecniche che le vengono insegnate in seduta.
Con il tempo, anche dopo la conclusione del trattamento, le persone seguite si ritrovano ad assumere spontaneamente, nella vita quotidiana, il ruolo di terapeuti di se stesse, in un dialogo interno che permette loro di continuare ad apprendere. Ciò non significa che non possano rivolgersi di nuovo a un professionista quando è necessario. Al contrario: si raccomandano persino colloqui di follow-up (controllo della situazione della persona) negli anni successivi alla fine del trattamento.
Negli ultimi anni la terapia cognitiva si è affermata come una forma di psicoterapia relativamente a breve termine, caratterizzata come collaborativa, attiva e direttiva.
Collaborativa significa che la persona in terapia non viene pensata come qualcuno che riceve una terapia: l’accento è posto su un lavoro congiunto delle due parti, come squadra. In questo senso, come in una squadra sportiva, scientifica ecc., l’alleanza fra i suoi membri per raggiungere gli obiettivi è fondamentale.
L’idea di una psicoterapia attiva riguarda tanto il ruolo di chi conduce la terapia quanto quello della persona seguita. Sul versante terapeutico, si cerca di stabilire un legame di empatia e di comprensione attraverso un ascolto attivo e un dialogo fluido. Dalla persona seguita ci si aspetta, nella misura in cui la sua situazione emotiva lo consente, un atteggiamento di lavoro di ricerca. Questo lavoro prosegue sia durante le sedute sia nell’intervallo che separa una seduta dalla successiva, nel compito di identificare e risolvere la propria problematica.
Caratterizzare la terapia cognitiva come direttiva può trarre in inganno, perché si può credere che la terapia diriga la persona nel senso di indicarle che cosa deve fare. Non è così. È direttiva nel senso che si adopera per definire obiettivi chiari. Le due parti lavorano insieme per stabilire obiettivi condivisi. In questo modo si scartano le mete o gli obiettivi posti da una delle parti e che l’altra non condivide. Può accadere, per esempio, che una persona in terapia si ponga l’obiettivo di poter lavorare diciotto ore al giorno, e che sul versante terapeutico lo si ritenga al di fuori delle sue possibilità, o poco raccomandabile per la sua situazione emotiva. Potrebbe anche accadere che la terapia miri a un obiettivo come modificare una certa tendenza all’autoesigenza, mentre la persona vuole soltanto risolvere la sua fobia dell’aereo, perché questo tipo di viaggi le è necessario per il lavoro.
Da ricordare
Collaborativa: la persona in terapia non è qualcuno che riceve una terapia, ma una parte della squadra. Attiva: il lavoro si svolge durante le sedute e fra una seduta e l’altra. Direttiva: non nel senso che la terapia detti che cosa fare, ma nel senso che il lavoro si orienta verso obiettivi chiari e condivisi.
L’obiettivo della terapia cognitiva è aiutare la persona in terapia a gestire meglio la propria vita. Non si considera che lo scopo sia «guarire», perché per guarire ci deve essere qualcosa di malato, e spesso è difficile definire il confine fra il sano e il malato. In questo senso, la terapia cognitiva si propone di insegnare un modello per affrontare i problemi emotivi (depressione, paure, difficoltà sociali ecc.) che la persona potrà poi utilizzare da sola.
Già all’epoca degli stoici si sosteneva che la chiave delle sofferenze risiedesse nelle concezioni umane dei fatti più che negli eventi stessi. Così, in terapia cognitiva, si concepisce ogni persona come detentrice della chiave per comprendere e risolvere i propri problemi psicologici, correggendo procedure errate con la stessa capacità che ha dimostrato in altri momenti per correggere la rotta e apprendere nuove strade. La funzione della terapia è ristabilire in chi consulta la capacità di usare la chiave, in modo che possa aprire nuove porte nella relazione con se stessa e con il mondo.
«Non si considera che lo scopo sia guarire, perché per guarire ci deve essere qualcosa di malato, e spesso è difficile definire il confine fra il sano e il malato.»
Sara Baringoltz
Christine Padesky, Ph.D., direttrice del Center for Cognitive Therapy, Newport Beach, California.
Alcune terapie sottolineano l’importanza della comprensione, altre quella dei sentimenti e delle emozioni, altre ancora quella del loro processo di sviluppo. Credo che la terapia cognitiva, senza tralasciare tutto ciò, abbia aggiunto la dimensione del pensiero, il che si è rivelato molto adatto ad aiutare le persone nei casi in cui l’emozione diventa eccessiva, come accade nella depressione, nell’ansia o nel panico, che regrediscono in breve tempo grazie all’approccio cognitivo.
Nel nostro centro di Newport cerchiamo di avere una visione complessa della terapia, tenendo conto degli aspetti evolutivi e culturali, importanti nella formazione degli «schemi» legati all’identità.
Un tema che mi interessa molto, essendo io stessa una donna, è quello dell’identità femminile e degli schemi cognitivi. In un libro che stiamo scrivendo sulla terapia cognitiva con le donne, sosteniamo che l’identità femminile nasce dalla cultura da cui proviene, e ci interessa in particolare il modo in cui le diverse dimensioni secondo cui definiamo la cultura influenzano l’immagine che la donna ha di sé e di ciò che pensa ci si aspetti da lei.
Conoscere lo sfondo culturale in cui hanno origine i loro schemi ci permette di affrontare cognitivamente i motivi di consultazione abituali nelle donne, offrendo loro la possibilità di sviluppare opzioni di vita più flessibili, mediante il «confronto socratico» degli schemi.
L’aspetto «collaborativo» della terapia cognitiva permette di aiutare coloro che tendono a porsi in una relazione di dipendenza e non di parità, migliorando la loro autostima.
Nell’intento di aiutare ogni persona a trovare un migliore equilibrio per la propria vita, ciascuna terapia possiede una parte del puzzle.
Penso che in futuro si arriverà a un’integrazione in psicoterapia, e che chi pratica la terapia, con la formazione adeguata, userà quella di cui ogni persona ha specificamente bisogno.
Nota dell’originale
(*) Christine Padesky, Ph.D., è direttrice del Center for Cognitive Therapy, Newport Beach, California. Sintesi dell’intervista realizzata da Lydia Tineo, del Centro de Terapia Cognitiva di Buenos Aires.
Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Terapia Cognitiva: ¿Cura o aprendizaje?», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Baringoltz, S. (2022). Thérapie cognitive : guérison ou apprentissage ? (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/therapie-cognitive-guerison-ou-apprentissage (Opera originale pubblicata nel 2022 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/20/terapia-cognitiva-cura-o-aprendizaje/)
Per approfondire
Commenti 0
Effettuare l'accesso per partecipare alla discussione. Accedi