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Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare

Affordance e opportunità per il benessere relazionale

Le famiglie che arrivano in terapia portano sempre con sé possibilità di guarigione relazionale, a condizione che vengano percepite. Karl Tomm e Lance Taylor, del Calgary Family Therapy Centre, prendono in prestito dallo psicologo James Gibson la nozione di affordance per descrivere questo «essere-già-lì» e propongono una sequenza di lavoro: percepire l’affordance, trasformarla in opportunità, prendere l’iniziativa. Quattro vignette mostrano come una parola, un’eccezione o una domanda riflessiva possano far cambiare un pattern relazionale.

Autori Karl Tomm (Department of Psychiatry, University of Calgary, e Calgary Family Therapy Centre, Canada); Lance Taylor (Calgary Family Therapy Centre, Canada)Prima pubblicazione Journal of Marital and Family Therapy, 4 febbraio 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Affordances and Opportunities for Relational Wellness, di Karl Tomm e Lance Taylor, pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2025), doi: 10.1111/jmft.70004, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Se si crede che una certa affordance esista già, è più probabile che la si cerchi, e se la si cerca, è molto più probabile che la si trovi.

Karl Tomm e Lance Taylor

Abstract

Questo articolo esplora il concetto di «affordance» per la guarigione relazionale che le persone assistite portano implicitamente con sé in terapia. Mette in evidenza la percezione di tali affordance da parte di chi fa terapia come primo passo per concepire opportunità di prendere determinate iniziative che rendano possibile il benessere relazionale. Man mano che le figure terapeutiche diventano sempre più consapevoli delle molteplici possibilità di intervento che le persone assistite offrono loro, diventa più probabile che sfruttino tali opportunità nel fare terapia. Affinando le proprie capacità di osservazione per percepire queste affordance, possono concepire più facilmente le opportunità terapeutiche associate e avviare interventi pertinenti. Partiamo da alcune premesse teoriche e presentiamo poi alcune vignette di lavoro clinico per illustrare l’applicazione di questi concetti nel corso della terapia familiare.

Parole chiave: affordance, opportunità, pattern relazionali, centrato sulla soluzione, iniziative terapeutiche

1 Introduzione

Questo articolo intende ampliare la consapevolezza di chi fa terapia rispetto alle opzioni disponibili per rendere possibile alle persone assistite di mettere in atto il benessere relazionale. L’obiettivo generale è favorire il movimento delle persone assistite verso relazioni più sane. L’attenzione non sarà rivolta al benessere individuale in quanto tale, ma al benessere delle relazioni. Partiamo tuttavia dal presupposto che le persone coinvolte in una relazione sperimenteranno un maggiore benessere personale quando le loro relazioni saranno più sane. Orientando le nostre riflessioni verso un aspetto della terapia, ossia la co-costruzione di un maggiore benessere nelle relazioni interpersonali, le nostre ambizioni nello scrivere questo articolo sono limitate. Non cercheremo di coprire una gamma esaustiva di possibilità terapeutiche per chi chiede aiuto per le proprie difficoltà. Presumiamo che la maggior parte delle figure terapeutiche, e praticamente tutte quelle che praticano la terapia familiare sistemica, possieda già competenze significative nel rendere possibile il benessere relazionale. Già rispondono alle persone assistite in vari modi per sostenere relazioni più sane. La nostra intenzione è attingere a queste conoscenze preesistenti e, possibilmente, ampliarle con alcune idee che qualsiasi terapeuta potrebbe utilmente prendere in considerazione nel proprio lavoro.

Cominciamo con una rapida rassegna della teoria delle affordance di Gibson (1977, 1979) ed esploriamo la sua pertinenza nel preparare il terreno per distinguere opportunità di prendere iniziative di intervento terapeutico. Descriveremo i pattern di interazione interpersonale di Tomm (2014) come possibile quadro per attingere alle affordance preferite e co-costruire il benessere relazionale. Descriveremo poi un’estensione dell’attenzione di Simon e Taylor alle opportunità (2014, 2024) per chiarire i passaggi che portano dalle affordance alle risposte terapeutiche. Infine, condivideremo alcune vignette cliniche che mostrano iniziative terapeutiche volte ad aprire spazio a un maggiore benessere nelle relazioni in corso, comprese le relazioni delle persone assistite con sé stesse.

2 Affordance

2.1 La teoria delle affordance di Gibson

Gibson (1977, 1979) era uno psicologo che adottò una prospettiva ecologica per descrivere il modo in cui un sistema vivente interagisce all’interno del proprio ambiente e della propria nicchia. La nicchia offre a un sistema vivente determinate possibilità di interazione, che possono essere colte o meno. Gibson coniò il termine «affordance» per descrivere tali possibilità e definì una nicchia come un insieme unico di affordance. Un’affordance costituisce una specifica possibilità interattiva in un contesto particolare. Per esempio, una certa conformazione del terreno può offrire riparo, oppure può offrire all’animale un nascondiglio. Che l’animale utilizzi effettivamente l’affordance (come riparo o come nascondiglio) è un’altra questione, che verrà esaminata più avanti. Ciò che conta qui è che l’affordance preesiste alla presenza dell’animale. L’affordance è già lì. Senza un ambiente che offra certi sostegni di base alla vita, l’animale non sopravvivrebbe. Tuttavia, le affordance devono essere percepite perché esistano per l’animale e possano essere utilizzate. Da qui il ruolo fondamentale della percezione affinché i sistemi viventi sopravvivano e prosperino.

Negli ultimi 50 anni la nozione di affordance è stata applicata in un’ampia varietà di campi: ecologia, architettura, design, pianificazione del paesaggio, interfacce uomo-macchina, robotica, intelligenza artificiale e così via, spesso con interpretazioni divergenti del concetto originale di Gibson. Vi è consenso sul fatto che un’affordance non sia una caratteristica dell’animale, come un «punto di forza» o una qualche capacità. Ciò su cui si discute è se un’affordance sia una caratteristica dell’ambiente, una relazione tra tale caratteristica e l’animale, o entrambe le cose (Rietveld e Kiverstein 2014). Noi aderiamo a quest’ultima prospettiva, ossia entrambe: le affordance sono già lì e possono essere fatte emergere interagendo con ciò che c’è. Ciò è in linea con quella che talvolta è stata definita una posizione enattivista nella filosofia della mente (Thompson 2010; Maturana e Varela 1987).

Alcune affordance, una volta percepite, possono essere valutate come «positive», nel senso che, se colte e utilizzate, rendono possibili la sopravvivenza e il benessere dell’animale. Altre sono «negative», nel senso che comportano pericoli o rischi per la sopravvivenza. Per esempio, una scogliera offre il rischio di cadere. Alcune caratteristiche dell’ambiente offrono affordance sia positive sia negative. La stessa scogliera potrebbe offrire la possibilità di una piacevole passeggiata lungo il bordo con una bella vista, così come il pericolo di cadere. Nel processo evolutivo, i sistemi viventi hanno finito per conservare la «conoscenza istintiva» necessaria per percepire e utilizzare le affordance positive, evitando quelle negative. In altre parole, in virtù della loro deriva filogenetica all’interno di una nicchia specifica, i sistemi viventi arrivano a «sapere» come sopravvivere e prosperare percependo le affordance pertinenti.

Gibson sostiene che un dato insieme di affordance nell’ambiente naturale offre a un animale un certo modo di vivere. Cita una serie di esempi di affordance di base (Gibson 1979, 128–129). Le superfici solide offrono postura, locomozione, collisione e manipolazione. Gli oggetti staccati offrono il loro uso come strumenti, utensili e armi. Quelli appena citati sono esempi di esseri animati che interagiscono con oggetti inanimati. La situazione diventa molto più complessa quando l’interazione all’interno della nicchia comprende interazioni con altri sistemi viventi. Gli animali si offrono reciprocamente un’enorme varietà di possibilità (per esempio predazione, competizione, accoppiamento, cura della prole e comunicazione) a seconda delle specificità della situazione. Tuttavia, il requisito di base di percepire le affordance per sopravvivere e prosperare rimane lo stesso.

Anche gli esseri umani, in quanto animali, percepiscono affordance nella vita quotidiana; il più delle volte rispondono a queste affordance in modo non consapevole e fluido, agendo secondo i propri bisogni e interessi fondamentali. Le affordance più ricche ed elaborate per gli esseri umani sono fornite da altri esseri umani. Un tipo di comportamento umano offre in genere un altro tipo di comportamento, e viceversa. Due o più persone che parlano possono offrirsi affordance reciproche molto rapidamente e a livelli di raffinatezza estremamente elevati. In effetti, la molteplicità delle affordance nell’interazione umana è sbalorditiva. Sebbene Gibson non si sia concentrato sulle affordance sociali in quanto tali, sosteniamo come posizione di fondo che un’enorme varietà di affordance relazionali sia radicata nello sfondo socioculturale delle concezioni umane sulle relazioni e che la percezione sia la chiave per trarre vantaggio dalle opportunità che esse possono presentare. Inoltre, noi esseri umani abbiamo esteso la nostra deriva evolutiva fino a diventare consapevoli di almeno alcune delle affordance della nostra nicchia. Percepiamo ricorsivamente determinate affordance nel nostro ambiente. E diventare consapevoli di affordance selezionate accresce la possibilità di impiegarle deliberatamente come opportunità per rispondere, nel nostro caso, in modo terapeutico. Uno dei principali obiettivi di questo articolo sarà quindi incoraggiare la percezione delle affordance relazionali che sono «già lì» nel contesto della terapia. Una volta percepita un’affordance, la si può valutare come positiva o negativa, e si può formulare un’opportunità per interagire con essa, cogliendo la possibilità (quando è positiva) oppure evitandola (quando è negativa). Approfondiremo più avanti il tema delle opportunità, ma basti dire qui che, se l’affordance non viene percepita (consapevolmente o meno), l’opportunità non si presenterà.

Nell’ambiente ci sono molte affordance che non vengono percepite e di cui, pertanto, l’organismo non può avvalersi. Ciò vale in particolare per gli esseri umani, tra i quali esistono quasi sempre possibilità di interazione potenziale che non vengono riconosciute. E nel fare terapia, il mancato riconoscimento di certe affordance può impoverire in modo significativo il proprio contributo terapeutico. Per questo motivo, chi fa supervisione nei programmi di formazione alla terapia si orienta ad aiutare le persone in formazione a imparare a percepire selettivamente le affordance per il cambiamento terapeutico offerte dalle persone assistite, che siano state chiamate così o meno. Quando le persone in formazione arrivano a vedere con gli occhi di chi le supervisiona, oltre che con i propri, riescono a riconoscere più possibilità terapeutiche (come illustrerà la vignetta 4 più avanti).

2.2 Esempi di affordance pertinenti per la terapia

Nell’incontro terapeutico, le persone assistite fanno parte dell’ecologia di chi fa terapia, e chi fa terapia fa parte della loro ecologia. Sia le persone assistite sia le figure terapeutiche portano con sé un’enorme quantità di conoscenze pregresse sulla vita e sulle relazioni umane. Prima ancora di incontrarsi, dispongono già di reti molto sviluppate e complesse di idee, credenze, significati e tendenze comportamentali. Le loro conoscenze, compresa la concezione che ciascuna persona ha della giustizia sociale, offrono determinate possibilità all’interno dell’interazione terapeutica. Tra le concezioni delle persone assistite vi sono alcune affordance generali derivate dalle aspettative culturali sulla natura della terapia. Per esempio, le persone assistite arrivano in genere disposte a offrire a chi fa terapia l’opportunità di indagare aspetti molto personali e intimi della loro vita e delle loro esperienze. A loro volta, le figure terapeutiche offrono in genere comprensione empatica e sicurezza emotiva, garantendo riservatezza e considerazione positiva incondizionata (Rogers 1956). L’accoppiamento reciproco di queste affordance generali nell’incontro terapeutico contribuisce probabilmente a creare le condizioni per l’efficacia dei cosiddetti «fattori comuni» della terapia (Duncan e Miller 2000; Sprenkle, Davis e Lebow 2009).

Al di là di questi fattori comuni, le diverse scuole di terapia mettono in evidenza tipi specifici di affordance nei rispettivi approcci. Per esempio, nell’ambito della terapia narrativa si presta particolare attenzione all’idea che le persone assistite offrano implicitamente a chi fa terapia opportunità di indagare esiti unici e una trama alternativa della propria vita (White 2007). Un esito unico (White ed Epston 1990) designa un evento, un’azione o un’esperienza che contraddice la storia dominante, o satura del problema, che una persona racconta sulla propria situazione di vita. Mette in luce momenti in cui la persona non si è conformata alla narrazione del problema e a partire dai quali chi fa terapia può invitarla a cominciare a costruire una trama più capacitante della propria vita. Si dà per scontato che gli esiti unici ci siano, ma devono essere percepiti per poter essere utilizzati.

Analogamente, nell’ambito della terapia centrata sulla soluzione, le persone assistite offrono a chi fa terapia opportunità di indagare le eccezioni al problema (Berg 1994; De Shazer 1988, 1991). In una recente estensione del lavoro centrato sulla soluzione, Taylor e Simon (2014, 2024) sostengono che quasi ogni enunciato delle persone assistite offra a chi fa terapia opportunità per una risposta orientata alla costruzione di soluzioni. Nella terapia centrata sulla soluzione si dà per scontato che le affordance per le soluzioni esistano già e debbano semplicemente essere percepite per essere utilizzate. Nell’ambito della pratica basata sulla risposta (Wade 2007a, 2007b), le persone che dichiarano di aver subito un torto a causa dell’ingiustizia o della violenza sono considerate come se offrissero a chi fa terapia l’opportunità di restituire loro dignità, facendo emergere e riconoscendo la loro capacità di agire nel resistere a quell’abuso. Si presume che la persona abbia inevitabilmente resistito in qualche modo (al momento dell’abuso) e che far emergere una consapevolezza di quella resistenza le fornisca una base coerente per onorarsi e apprezzarsi per aver resistito (anche se non è riuscita a fermare l’abuso).

E nell’ambito della terapia di coppia a orientamento narrativo (Madigan 2019), la storia specifica dei primi tempi della relazione di coppia, quando i due partner si sono uniti, offre a chi fa terapia l’opportunità di far emergere i valori e le convinzioni comuni che hanno permesso alla coppia di creare, all’inizio, la propria relazione unica. Avviare un’indagine storica selettiva all’inizio della terapia di coppia fornisce una base per riaccendere il rispetto e la cura reciproci, entro i quali esplorare con maggiore sicurezza i potenziali cambiamenti terapeutici. In tutti questi esempi, le affordance positive preesistenti sono già disponibili e offrono alle figure terapeutiche opportunità di prendere specifiche iniziative terapeutiche. Tuttavia, devono essere percepite e privilegiate da chi fa terapia prima di poter essere utilizzate. Di qui la pertinenza dell’assunto generale di Gibson sull’«essere-già-lì» ecologico delle affordance.

Per favorire la comprensione delle «affordance relazionali» disponibili in terapia, proponiamo il concetto di accoppiamenti o complementarità contestualizzati. Gibson disse di aver coniato il termine affordance per rappresentare l’interazione tra l’animale e l’ambiente:

Le affordance dell’ambiente sono ciò che esso offre all’animale, ciò che procura o fornisce, nel bene o nel male. Il verbo to afford si trova nel dizionario, ma il sostantivo affordance no. L’ho inventato io. Con esso intendo qualcosa che si riferisce sia all’ambiente sia all’animale in un modo in cui nessun termine esistente lo fa. Implica la complementarità tra l’animale e l’ambiente.

(Gibson 1979, p. 127)

Per i nostri scopi nella terapia familiare, entrano in gioco almeno due complementarità distinte. Una è quella delle persone assistite nel loro ambiente naturale, che comprende altre persone, altri esseri animati e oggetti inanimati. L’altra è quella di chi fa terapia nell’ambiente della terapia, che comprende le persone assistite, i membri dell’équipe clinica, la storia e le convinzioni preconcette portate da tutte le persone coinvolte, nonché l’ambiente fisico. In altre parole, ci sono affordance relazionali a cui prestare attenzione sia nel «sistema familiare» sia nel «sistema terapeutico».

Per quanto riguarda l’accoppiamento delle persone assistite con il loro ambiente naturale, manteniamo l’assunto che tale ambiente presenti affordance sia favorevoli sia minacciose per la vita, e che prosperare dipenda dal percepire e accogliere le possibilità favorevoli alla vita e dal rifiutare quelle che la minacciano. Anche nell’accoppiamento di chi fa terapia con l’ambiente terapeutico si incontrerà una gamma di affordance, alcune potenzialmente più favorevoli di altre alla co-costruzione di un cambiamento utile, a seconda in parte del modello di pratica di chi conduce il colloquio. «Prosperare» nel sistema terapeutico dipende dall’utilizzare le affordance che favoriscono il benessere nel sistema familiare. L’atteggiamento mentale di chi conduce il colloquio con un orientamento alle affordance può essere guidato dalla domanda operativa: che cosa portano le persone assistite nel processo che possa essere messo in luce in modo collaborativo per accrescere il benessere relazionale? Chi ha un orientamento più centrato sul deficit può essere guidato da una domanda diversa: che cosa manca o è rotto, che io debba fornire o riparare? Sembra che vi siano punti di intersezione significativi tra questi due accoppiamenti. La terapia potrebbe essere intesa come un’attività volta ad aiutare le persone assistite ad accedere con maggiore successo alle affordance positive del loro ambiente e a rifiutare con maggiore successo quelle negative.

2.3 Quando le affordance diventano opportunità

Affordance e opportunità sono concetti strettamente connessi, ma è utile distinguerli per attribuire loro significati in parte diversi. Entrambe sono distinzioni che possono essere fatte emergere da chi osserva (che, nel nostro caso, sarebbe chi fa terapia). Le affordance si riferiscono alle capacità percepite o effettive di un ambiente e alle interazioni possibili. Le opportunità rappresentano un fenomeno cognitivo più ampio: sono più concettuali e includono i desideri, le intenzioni e/o le speranze di chi percepisce riguardo a un esito preferito. Certo, anche le opportunità dipendono dalla percezione, ma sono orientate in modo proattivo a concepire circostanze o situazioni che conducano a esiti positivi (come la cooperazione, la collaborazione, la risoluzione dei problemi, la costruzione di soluzioni, la sinergia ecc.).

Un vantaggio significativo nel distinguere le affordance dalle opportunità è che si può così mettere in primo piano la consapevolezza che le affordance esistono già, anche quando non vengono percepite, mentre le opportunità sorgono solo quando chi osserva concepisce un qualche beneficio nell’utilizzare un’affordance che ha percepito. Ciò che è specifico del riconoscere un’opportunità è l’intenzione positiva di chi osserva nel distinguerla e utilizzarla. Le affordance possono essere positive o negative, a seconda di come vengono valutate. Le opportunità (nel contesto della terapia), invece, sono positive per definizione, che vengano utilizzate o meno.

L’assunto dell’«essere-già-lì» delle affordance è estremamente importante. Se si crede che una certa affordance esista già, è più probabile che la si cerchi, e se la si cerca, è molto più probabile che la si trovi. Anzi, ci si può aspettare che il semplice fatto di prendere in considerazione la nozione di affordance predisponga chi osserva a esaminare più da vicino l’ambiente o la nicchia per percepirne le affordance potenziali. In questo articolo invitiamo tutte le figure terapeutiche ad adottare il concetto di affordance e le incoraggiamo ad affidarsi con più decisione ad abitudini più solide di ricerca dei tipi di affordance che le persone assistite portano con sé in terapia. Il motivo è che, una volta che un’affordance è stata riconosciuta e compresa, la possibilità che chi osserva riesca a costruire a partire da essa un’opportunità realistica aumenta notevolmente. Abbiamo già accennato ai modi in cui la terapia narrativa, la terapia centrata sulla soluzione, la pratica basata sulla risposta e la terapia di coppia a orientamento narrativo lo fanno già implicitamente. Uno degli scopi di questo articolo è diventare più inclini a individuare le affordance terapeutiche che sono già lì. Un secondo scopo è chiarire la sequenza dell’attività terapeutica che va dal percepire le affordance al formulare opportunità fino al prendere l’iniziativa di rispondere in modo terapeutico. Gran parte di questa sequenza è già stata elaborata nella terapia centrata sulla soluzione (Simon e Taylor 2024) e verrà ripresa più avanti. Ma prima concentriamoci sulle affordance per l’interazione reciproca nelle relazioni.

2.4 Affordance, opportunità e iniziative rilevanti per il benessere relazionale

Negli ultimi 35 anni, Tomm e il suo gruppo di lavoro presso il Calgary Family Therapy Centre hanno sviluppato l’IPscope, uno strumento percettivo-concettuale sistemico, per distinguere diversi tipi di pattern di interazione relazionale (Tomm 2014). Le figure terapeutiche possono utilizzare questo strumento per generare una consapevolezza selettiva di ciò che potrebbe accadere nello spazio relazionale, semplificando l’enorme complessità dell’interazione interpersonale mentre i membri della famiglia intrattengono relazioni continuative tra loro. Per esempio, un comportamento di critica invita in genere un comportamento di difesa, e la difesa invita a sua volta ulteriori critiche, il che riflette una complementarità reciproca nel loro ambiente naturale. Questi comportamenti tendono a diventare accoppiati come componente interazionale ricorrente della relazione. All’interno di questo pattern comune di «critica accoppiata a difensività», un commento critico offre la possibilità di una difesa e la difesa, a sua volta, offre la possibilità di un’ulteriore critica. Anche se il pattern non è desiderato e le persone coinvolte non sono obbligate a cogliere le affordance negative, spesso lo fanno, semplicemente perché la reciprocità dell’accoppiamento diventa del tutto abituale. Le persone coinvolte conoscono molto bene queste affordance reciproche e rimettono prontamente in atto i comportamenti corrispondenti, riproducendo il pattern problematico ancora e ancora senza rendersi conto di mantenere attivamente il problema. Inutile dire che, ogni volta che questo tipo di Pattern Interpersonale Patologizzante (PIP) arriva a dominare una relazione, entrambe le persone finiscono per vivere in un’infelicità indesiderata.

La buona notizia è che queste stesse persone portano sempre nelle loro relazioni anche affordance positive. Vivere in pattern di cura reciproca e rispetto affettuoso è un requisito fondamentale per la sopravvivenza degli esseri umani (Maturana e Varela 1987; Maturana, Verden‐Zoller e Bunnell 2009). Le affordance per mettere in atto pattern di interazione positivi fanno sempre parte della nostra nicchia sociale. Il modo in cui questi diversi pattern relazionali si sviluppano nelle famiglie e in altri sistemi umani varia enormemente. Il quadro dell’IPscope postula che, nel tempo, ogni famiglia, in quanto sistema di relazioni, sviluppi un repertorio di diversi tipi di pattern di interazione interpersonale (Tomm 2014), che diventano parte della sua cultura locale. Questo repertorio comprende affordance non solo per i PIP, ma anche per i Pattern Interpersonali di Guarigione (HIP, dall’inglese) e i Pattern Interpersonali di Benessere (WIP). Il potenziale per rimettere in atto uno qualsiasi di questi pattern relazionali preesistenti è già lì. Per esempio, un comportamento di riconoscimento dell’altra persona offre prontamente una risposta di apprezzamento per tale riconoscimento, e l’apprezzamento, a sua volta, offre un ulteriore riconoscimento. La familiarità pregressa con questo pattern di benessere di «riconoscimento accoppiato ad apprezzamento» offre la possibilità di farlo emergere nel sistema terapeutico perché venga messo in atto nel sistema familiare. Un pattern di guarigione comune comprende «esprimere rammarico accoppiato ad accogliere il rammarico». Un pattern di guarigione relazionale ancora più potente comporta «chiedere scusa accoppiato a perdonare», che la maggior parte delle famiglie stabilisce in una certa misura come parte del proprio repertorio. Anch’esso è di solito disponibile come affordance. In altre parole, le affordance positive per impegnarsi in pattern di guarigione e di benessere esistono accanto alle affordance negative. Tenere presenti queste possibilità positive preesistenti nella cultura del sistema familiare aumenta la probabilità che le figure terapeutiche le percepiscano e poi le utilizzino in terapia. Per esempio, se chi fa terapia incoraggia un membro della famiglia a rispondere al commento critico di un altro membro riconoscendo la preoccupazione affettuosa che sta dietro quel commento, potrebbe emergere un pattern relazionale preesistente del tutto diverso.

Se la buona notizia è che le persone assistite offrono sempre affordance perché la terapia sia terapeutica, la cattiva notizia è che spesso le figure terapeutiche non le vedono né le sentono e, di conseguenza, perdono l’opportunità di utilizzarle. Nella terapia sistemica, il nostro compito è diventare abbastanza abili da percepire le possibilità delle affordance positive, trasformarle concettualmente in opportunità per un maggiore benessere relazionale e poi prendere iniziative che permettano ai membri della famiglia di cogliere tali opportunità e rispondersi reciprocamente secondo pattern di interazione preferiti.

3 Opportunità

3.1 Le opportunità nel contesto della terapia centrata sulla soluzione

La terapia breve centrata sulla soluzione è stata sviluppata da Insoo Kim Berg e Steve de Shazer insieme al loro gruppo presso il Brief Family Therapy Centre di Milwaukee, Wisconsin (De Shazer 1985, 1988). Una premessa chiave della pratica centrata sulla soluzione, consolidatasi nel tempo, è che i problemi che le persone portano in terapia presentano eccezioni — cioè momenti in cui il problema potrebbe verificarsi ma non si verifica — e che queste eccezioni contengono indizi per le soluzioni. In altre parole, le persone assistite offriranno quasi sempre a chi fa terapia l’opportunità di percepire eccezioni ai loro problemi, e queste eccezioni forniranno sia a loro sia a chi fa terapia opportunità per la costruzione di soluzioni.

Intorno al 2000, diversi membri della comunità internazionale di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione vennero a conoscenza di un gruppo guidato da Janet Bavelas presso la University of Victoria (Beavin‐Bavelas 2022) che da decenni studiava il dialogo faccia a faccia con gli strumenti della microanalisi conversazionale. Tra loro, Taylor e Simon (2014) avviarono uno studio sulle parole chiave nella conversazione terapeutica. La conclusione centrale di questo lavoro (ampliata di recente in Simon e Taylor 2024) è che gli enunciati delle persone assistite in terapia contengono molteplici opportunità di risposte orientate alla costruzione di soluzioni da parte di chi conduce il colloquio e che, per ogni opportunità percepita, vi saranno anche molteplici possibilità di risposta terapeutica. Una consapevolezza crescente di queste opportunità e possibilità prepara il terreno per la scelta di un abbinamento opportunità–risposta preferito come risposta terapeutica all’enunciato originale della persona. Alcune opportunità sono percepite da chi conduce il colloquio come più promettenti di altre. Alcune affordance presentate dalle persone assistite sono considerate da chi fa terapia come una via più diretta verso il benessere in quel momento del colloquio. L’utilità di questa consapevolezza sta nell’orientare l’attenzione di chi conduce il colloquio verso il linguaggio specifico delle persone assistite e nel fare scelte ponderate di risposta, passo dopo passo, nel corso del colloquio. Il punto di partenza di Taylor e Simon era riconoscere le opportunità presenti negli enunciati delle persone assistite. La presenza delle affordance in questa formulazione era implicita, ma non veniva riconosciuta come tale.

3.2 Un’estensione del lavoro centrato sulla soluzione al concetto di affordance

In questo articolo estendiamo il modello della sequenza opportunità–risposta aggiungendo l’elemento per cui le persone assistite, in primo luogo, offrono a chi fa terapia determinate possibilità nel sistema persona assistita–terapeuta. Come già osservato, le persone assistite portano con sé in terapia affordance preesistenti per un possibile cambiamento terapeutico. Queste affordance sono il fondamento su cui vengono costruite le opportunità. Un’affordance preesistente generica sarebbe la speranza (implicita o esplicita) della persona che qualcosa nella sua situazione possa migliorare, o almeno che le cose possano essere diverse. Un’altra è la speranza che chi fa terapia possa portare nella situazione qualcosa di utile. Il modo esatto in cui queste speranze si manifestano in una specifica terapia varia molto, ma sono sempre presenti. Forse il modo più semplice e diretto in cui queste affordance possono rivelarsi sono le parole specifiche che le persone assistite usano nel condividere le proprie esperienze durante la conversazione terapeutica. Certe parole, espressioni, frasi e sfumature associate offrono a chi fa terapia opportunità uniche di risposta terapeutica.

Le opportunità non nascono dal nulla. Si fondano sulle affordance che le persone assistite portano in terapia e sull’immaginazione delle persone assistite e/o delle figure terapeutiche riguardo a ciò che potrebbe essere diverso. Una volta percepita un’affordance e concepita un’opportunità, chi fa terapia può procedere a costruire una risposta. Uno schema per la costruzione delle risposte è noto come procedura conservare–omettere–aggiungere (Korman, Bavelas e De Jong 2013). Nel costruire una risposta verbale, chi fa terapia «conserva» una parola o un’espressione chiave di un enunciato della persona, «omette» il resto dell’enunciato e poi «aggiunge» parole con un’intenzione terapeutica. Il seguente estratto di conversazione terapeutica (Simon e Taylor 2024, 77) illustra una simile costruzione di risposta:

Terapeuta: Diciamo che si sveglia la mattina… senza questa visione negativa, come comincerebbe ad accorgersi che è diverso?

Cliente: Ehm. Invece di svegliarmi e magari fare di corsa la mia routine del mattino, forse mi prenderei il mio tempo e mi rilasserei un po’ di più. C’è una pressione… tipo sempre… quindi forse avrei un po’ più di calma.

Terapeuta: Sì. Va bene. E, visto che ha cominciato la giornata in quel modo — con più rilassatezza, andando un po’ più piano, con più calma —, come andrebbe diversamente la giornata?

In questo estratto, chi fa terapia attinge all’affordance preesistente della persona — le sue speranze in qualcosa di diverso — e apre uno spazio di riflessione (con una domanda del tipo «immagini se» o «supponiamo che»). La persona rivela le sue speranze specifiche di maggiore rilassatezza e calma. Chi fa terapia coglie l’opportunità per formulare una risposta terapeutica conservando le parole piene di speranza della persona, eliminando le altre e aggiungendo «come andrebbe diversamente la giornata?» per far emergere dettagli della differenza e invitare a un «ispessimento» delle possibilità nella direzione preferita.

Esercitarsi in questa sequenza — percepire affordance, concepire opportunità e generare risposte terapeutiche — potrebbe rafforzare in modo significativo le competenze di qualsiasi terapeuta. Questo processo potrebbe essere descritto come opportunizzare (Christiansen 2005) e verrà mostrato più avanti in alcuni esempi clinici nella sezione sulle iniziative terapeutiche. Basti dire qui che opportunizzare comporta il cogliere un’affordance e concepirla in modo da orientare deliberatamente le interazioni delle persone assistite all’interno della loro nicchia verso esiti preferiti.

Per spingere un po’ più in là l’assunto dell’«essere-già-lì» delle affordance, vorremmo sottolineare la disponibilità di affordance immanenti a cui chi fa terapia può attingere. Come le speranze che le persone assistite portano in terapia, le affordance immanenti sono presupposte da chi fa terapia e si presumono disponibili anche quando non sono ancora manifeste. Sono più complesse delle affordance di superficie, che nascono da ciò che le persone assistite dicono o fanno effettivamente in seduta. Le affordance immanenti sono radicate in una ricca storia di ricordi, valori e convinzioni culturali interiorizzati ed esperienze relazionali pregresse. Queste concezioni possono essere fatte emergere in modo proattivo come affordance da questo sfondo di conoscenze pregresse e portate in primo piano da chi fa terapia nel qui e ora della conversazione terapeutica in corso. Per esempio, l’affordance di guarigione relazionale costituita dal perdono può non essere percepita dai membri della famiglia durante un conflitto in atto, ma potrebbe essere tratta fuori dalla latenza e messa a fuoco da chi fa terapia, perché ha già familiarità con il processo relazionale del perdonare. Nel farlo, tuttavia, occorre prestare particolare attenzione a rimanere in sintonia (ascoltando se la persona è pronta a percepire l’affordance) e ad assicurarsi che vi sia sufficiente condivisione dei significati, delle concezioni e degli enunciati utilizzati sia dalle persone assistite sia da chi fa terapia, affinché le affordance immanenti diventino evidenti in modo coerente.

4 Iniziative terapeutiche per il benessere relazionale

Man mano che le persone assistite offrono affordance, con o senza consapevolezza, e le figure terapeutiche concepiscono opportunità potenziali per un maggiore benessere, collaborano in un processo di co-costruzione di possibilità preferite. In questa collaborazione, una terapeuta sistemica non è né passiva né neutrale. È di solito molto attiva nel porre domande di chiarimento per far emergere le affordance pertinenti che possono essere disponibili, trasformarle in opportunità e poi prendere l’iniziativa di aiutare le persone assistite a trarre beneficio da tali opportunità. E sebbene possa essere neutrale rispetto agli obiettivi specifici che una persona persegue, ha sempre un orientamento etico a favore del movimento in una direzione costruttiva, ossia verso un maggiore benessere. Ciò può risultare talvolta piuttosto impegnativo, soprattutto nel lavoro congiunto con la famiglia. Gli obiettivi dei diversi membri della famiglia spesso divergono, e una direzione costruttiva per un membro della famiglia può non esserlo per un altro. È per questo motivo che preferiamo concentrarci sul dare priorità, per quanto possibile, al benessere relazionale, dato che, nella nostra esperienza, ne seguirà un maggiore benessere individuale per le persone coinvolte. In altre parole, ogni volta che è possibile, privilegiamo un abbinamento opportunità–risposta da cui tutte le parti abbiano maggiori probabilità di trarre beneficio. Ed è qui che l’IPscope diventa una risorsa preziosa per le decisioni terapeutiche. Si dà priorità all’intervento che ha maggiori probabilità di attivare o far emergere un pattern di guarigione (HIP) o un pattern di benessere (WIP). Ogni situazione familiare è unica quanto agli specifici HIP o WIP che chi fa terapia può percepire e scegliere di evocare. È tuttavia possibile, per le figure terapeutiche formate all’IPscope, sviluppare migliori competenze nel percepire e distinguere gli HIP e i WIP più promettenti che le persone assistite offrono loro, così come le opportunità che potrebbero essere fatte emergere in una qualsiasi situazione familiare in un qualsiasi momento. Esula dagli scopi di questo articolo tentare di descrivere la miriade di opzioni di intervento che potrebbero essere utilizzate a tal fine nella terapia sistemica. Ci limiteremo qui a sottolineare la sequenza delle affordance seguite dalle opportunità e a fornire alcuni esempi di iniziative terapeutiche nelle seguenti vignette di conversazione terapeutica tratte dalla nostra pratica clinica.

5 Esempi clinici

5.1 Vignetta n. 1: le sorelle registe

In un recente colloquio sulla genitorialità con una madre e un padre di due bambine di 9 e 12 anni (non presenti al colloquio), i genitori hanno indicato i «continui battibecchi» tra le figlie come preoccupazione principale. Hanno suggerito che la più grande, Judy,1 fosse quella che istigava a «punzecchiarsi» e la fonte delle «continue lamentele» che spesso «rovinavano completamente intere giornate a tutta la famiglia, a casa e nelle uscite». Un tono di scoraggiamento accompagnava il racconto dei genitori, che ripercorrevano esempi di interazioni problematiche. Quasi come parte delle lamentele, la madre ha detto: «le uniche volte in cui le bambine si comportano bene sono quando siamo in vacanza alle Hawaii, quando abbiamo ospiti e quando sono tutte e due in castigo per essersi comportate male».

Terapeuta: Potete sceglierne una, di queste volte in cui avevate ospiti o le bambine erano in castigo?

Madre: Be’… ieri… e alla fine sono scese di sotto a fare un film.

Terapeuta: Per quanto tempo sono rimaste di sotto a fare il film?

Madre: Mezz’ora… o forse 45 minuti.

Terapeuta: E come li fanno, i film?

Madre: Non lo so… è un’app… o qualcosa del genere.

Terapeuta: Chi ha proposto il progetto del film?

Madre: Judy [la figlia maggiore].

Terapeuta: Se avessi una scala in cui 10 significa andare d’accordo e 0 il contrario, dove collochereste l’interazione delle bambine ieri, mentre facevano il film?

Padre: Oh… nove.

Madre: O anche nove e mezzo.

Sia chi conduceva il colloquio sia una persona del gruppo che osservava hanno notato un chiaro cambiamento nell’atteggiamento dei genitori dopo questo scambio. Le loro espressioni e il loro tono di voce si sono illuminati. Si sono rilassati e hanno cominciato a interagire in modo cooperativo per produrre idee utili. Si potrebbe caratterizzare questo movimento come uno spostamento generativo dal linguaggio della lamentela e della mancanza di speranza a un linguaggio di speranza e possibilità, a giudicare dai commenti che abbiamo sentito subito dopo:

  • «Forse ci siamo concentrati troppo sul negativo».
  • «Potremmo provare a metterci d’accordo su una strategia per affrontare i battibecchi e poi mantenerla per un mese o due invece che solo per un paio di giorni».
  • «Potremmo chiedere loro di mostrarci il film che hanno fatto».

5.2 Commento alla vignetta n. 1

Le rivelazioni dei genitori su momenti in cui il problema non si verifica sono esempi classici di eccezioni al problema, un elemento centrale della pratica centrata sulla soluzione. Sono state offerte spontaneamente, senza una richiesta o un invito specifico da parte di chi conduceva il colloquio, come accade spesso. Rivelando queste eccezioni, i genitori hanno offerto a chi faceva terapia l’opportunità di mettere selettivamente in evidenza un processo relazionale costruttivo tra le sorelle. In termini di analisi delle opportunità, queste eccezioni al problema forniscono la base per un’opportunità di costruzione di soluzioni. Le eccezioni hanno offerto a chi conduceva il colloquio la possibilità di concentrarsi selettivamente sulle parole dei genitori, di porre domande dettagliate per richiamare la sensazione che si trattasse di un evento reale e di ricorrere a una domanda scala (Berg 1994; De Shazer 1994) come strumento per amplificare l’esperienza di successo. Le risposte orientate alla costruzione di soluzioni di chi conduceva il colloquio hanno offerto ai genitori l’opportunità di passare dalla lamentela a possibili soluzioni, un’offerta implicita che sembrano aver colto, a giudicare dai loro commenti successivi, più fiduciosi e generativi.

È interessante riflettere sui pattern relazionali di interazione in questo estratto. All’inizio della conversazione, la madre e il padre mostravano un accoppiamento di lamentela (sui battibecchi delle figlie) e di rincaro della lamentela (aggiungendo ulteriori esempi di cattivo comportamento a quelli menzionati dall’altro genitore). Il pattern «lamentela accoppiata a rincaro» offriva a chi faceva terapia l’opportunità di addentrarsi più a fondo nelle delusioni e nelle difficoltà genitoriali. Fortunatamente, questa affordance negativa non è stata colta. Chi faceva terapia ha invece colto l’affordance positiva di soffermarsi sull’importante eccezione della realizzazione del film. Di conseguenza, è emerso un pattern più orientato alla guarigione: immaginare possibilità di comprensione e di guida alternative del comportamento delle figlie, accoppiato all’affermare le possibilità suggerite dall’altro genitore. L’HIP «immaginare accoppiato ad affermare» metteva potenzialmente i genitori nelle condizioni di relazionarsi con le figlie in modo più positivo al loro ritorno a casa.

5.3 Vignetta n. 2: favorire il passaggio dalla pressione al perdono

Un padre pentito si è rivolto alla terapia nell’ambito di un tentativo di riconciliarsi con il figlio di 11 anni, che si rifiutava di andare a casa sua dopo la separazione dei genitori. In passato c’erano stati alcuni episodi di violenza fisica durante momenti in cui il padre beveva, quando il ragazzo non si conformava alle indicazioni dei genitori. Dopo la separazione il padre aveva smesso di bere e aveva chiesto scusa al figlio per i suoi comportamenti violenti passati. Tuttavia, il figlio continuava a rifiutarsi di andare da lui, nonostante la madre lo incoraggiasse attivamente a farlo.

Padre: Voglio passare più tempo con lui. Non so cosa fare. Ho smesso di bere, gli ho chiesto scusa, gli ho promesso di lasciargli usare il telefono liberamente, ma continua a non venire.

Madre: Suo padre è davvero cambiato molto in meglio, e penso che abbiano bisogno di passare più tempo insieme.

Terapeuta: Sembra che siate entrambi decisamente favorevoli a un buon legame tra padre e figlio. (Rivolgendosi al figlio) Senti un po’ di pressione a passare più tempo con tuo padre?

Figlio: Sì.

Terapeuta: La pressione ti rende più facile o più difficile accettare la sua richiesta?

Figlio: Più difficile.

Padre: Penso che mi porti ancora rancore per averlo picchiato quando bevevo. Perché non riesce semplicemente a perdonarmi gli errori che ho fatto tanto tempo fa? Gli ho chiesto scusa così tante volte!

Terapeuta: Ammettiamo che lui non riesca a lasciar andare i ricordi del passato: pensa che per Lei sarebbe possibile perdonarlo per non averLa ancora perdonata?

Padre: (dopo una pausa, con un tono più morbido) Oh, non ci avevo pensato… Forse potrei…

Figlio: (prendendo la parola spontaneamente, rivolto al padre) Mi dispiace, voglio davvero venire da te, ma ho ancora un po’ troppa paura…

5.4 Commento alla vignetta n. 2

In questo esempio, il terapeuta ha percepito che l’intensità del desiderio di riconciliazione del padre bloccava proprio ciò che egli sperava. L’intensità veniva percepita come una pressione sul ragazzo perché si adeguasse. Così facendo, costituiva un’affordance negativa. La pressione offre in genere resistenza, e la resistenza offre in genere ulteriore pressione. In altre parole, il pattern interpersonale patologizzante (PIP) «pressione accoppiata a resistenza» sembrava attivo nella relazione, nonostante gli sforzi sinceri dei genitori per uscirne. Il terapeuta ha riconosciuto l’opportunità di invitare la famiglia a riflettere su questo pattern e a prendere coscienza delle affordance negative. Lo ha fatto ponendo al ragazzo alcune domande per aprirgli uno spazio in cui esprimere la sua esperienza di pressione e la sua reazione di resistenza. La speranza, naturalmente, è che, con una maggiore consapevolezza delle conseguenze della scelta di cogliere le affordance negative, i membri della famiglia cerchino di orientarsi a evitare di utilizzarle.

Il terapeuta ha percepito anche la familiarità della famiglia con il pattern di interazione «chiedere scusa accoppiato a perdonare», che di norma è molto positivo e offre guarigione nelle relazioni ferite. In questo caso, l’affordance negativa dell’intensità usava inavvertitamente un’affordance potenzialmente positiva del pattern di guarigione come strumento del processo di pressione (dovrebbe perdonarmi). Nessuno dei due genitori sembrava rendersi conto di come la pressione del padre affinché il figlio lo perdonasse mantenesse in realtà il PIP. Il terapeuta ha riconosciuto l’opportunità di sfruttare la positività dell’affordance del perdono invitando il padre a spostare la propria posizione all’interno del pattern di guarigione (chiedere scusa accoppiato a perdonare), così che se ne potessero realizzare gli effetti desiderati. È riuscito a farlo ponendo al padre una domanda riflessiva (Tomm 1987) sulla possibilità di perdonare il figlio per non essere ancora riuscito a perdonarlo. Quando il padre ha riconosciuto questa possibilità e ha cominciato a considerare l’opzione di passare dal chiedere scusa al perdonare, il ragazzo ha assunto la posizione complementare nello stesso pattern di guarigione relazionale e ha spontaneamente cominciato a chiedere scusa.

5.5 Vignetta n. 3: liberarsi da un silenziamento oppressivo

Una donna di 22 anni è stata indirizzata con la sua famiglia alla terapia quando un’infermiera ha notato una tensione significativa nella famiglia durante una visita di controllo in un ambulatorio, dopo un ricovero per «psicosi». La giovane viveva con i genitori e un fratello minore. Qualche anno prima aveva avuto una rottura importante con alcune amicizie e aveva abbandonato l’università. Non prendeva alcuna iniziativa per trovare un impiego retribuito e si era ritirata da ogni interazione sociale. I genitori hanno insistito perché la figlia li accompagnasse al primo colloquio.

Terapeuta: Che cosa sperate venendo in terapia familiare?

Madre: Ci sentiamo disperati.

Padre: Qualunque cosa possa aiutare…

Terapeuta: (alla figlia) Come ti senti all’idea di essere stata indirizzata alla terapia familiare?

Figlia: (apre la bocca come per parlare, ma si ferma all’improvviso, chiude gli occhi, abbassa la testa e poi si chiude nel silenzio.)

La madre comincia a fornire spontaneamente informazioni dettagliate sulle passate difficoltà psichiche della figlia, sui ricoveri psichiatrici in ospedale, su vari accertamenti e su molteplici terapie. Nel frattempo la madre scoppia in lacrime. Prosegue descrivendo come la figlia resti nella sua stanza quasi tutto il tempo e non faccia mai nessuna faccenda domestica. Il padre esprime la sua frustrazione per non riuscire a farle fare nulla. Descrive come debba costringerla a uscire dalla stanza per mangiare insieme. Mentre i genitori parlano, la figlia sembra estraniarsi e rimane del tutto priva di reazioni.

Terapeuta: (cercando di spostare l’attenzione dalla figlia ai genitori) Che cosa succede a voi, come genitori, quando la vedete chiudersi così?

Madre: Siamo terribilmente preoccupati che possa avere una qualche forma di demenza.

Terapeuta: Che effetto immaginate che possa avere su di lei il nostro parlare delle vostre preoccupazioni?

Madre: Non so cosa le stia succedendo. Non dice quasi mai niente.

Terapeuta: Chi sarebbe la prima persona ad accorgersi dei piccoli passi che lei potrebbe fare per esprimersi?

Padre: Noto che a volte si irrita e impreca sottovoce quando cerco di costringerla a uscire dalla sua stanza.

Terapeuta: Come risponde Lei alle sue imprecazioni?

Padre: Siamo una famiglia cristiana e non accettiamo alcun linguaggio volgare.

Terapeuta: Riesce a immaginare che, se le fosse permesso di esprimere la sua frustrazione apertamente e liberamente, invece di tenersela dentro, potreste avere un piccolo spiraglio su ciò che le succede dentro?

Padre: Forse…

Terapeuta: Mi chiedo se lei non abbia interiorizzato alcuni valori cristiani in modo estremo, forse al punto da essere ora oppressa da un divieto di imprecare che la sta costringendo al silenzio. Sareste disposti a sperimentare l’approccio opposto, almeno temporaneamente, e a incoraggiarla attivamente a urlare e gridare ogni volta che sembra frustrata, per vedere che cosa succede?

Madre: Siamo disposti a provare qualsiasi cosa.

Dopo la seduta, i genitori hanno seguito il suggerimento ricevuto in terapia e hanno sostenuto attivamente la figlia nell’esprimere la sua rabbia. A poco a poco lei si è aperta, sia a casa sia in terapia. Anzi, nelle sedute successive ha contestato esplicitamente le «preoccupazioni eccessive» dei genitori e la loro «invadenza». Dopo qualche mese stava abbastanza bene da stringere nuove amicizie e iscriversi a un corso all’università.

5.6 Commento alla vignetta n. 3

Nella prima seduta, la famiglia ha offerto a chi faceva terapia l’opportunità di osservare un processo relazionale patologizzante di «sguardo fisso sul PD (paziente designato)», in cui lo «scrutare preoccupato accoppiato a ritiro e distanziamento» sembrava aggravare una situazione già difficile. È possibile che chi faceva terapia abbia inavvertitamente alimentato questo pattern patologizzante chiedendo fin dall’inizio alla figlia che cosa provasse riguardo alla terapia, cioè invitandola a partecipare a un «auto-scrutinio». Partendo dal presupposto che dovessero esserci alcune affordance positive disponibili per entrare in contatto con gli altri, chi faceva terapia ha chiesto quali piccole iniziative lei avesse potuto prendere per comunicare (spostando nel contempo l’attenzione da lei a chi avrebbe potuto notarle). Ne è scaturita l’opportunità di immaginare un pattern di guarigione di «incoraggiare l’espressione aperta della rabbia accoppiato al correre il rischio di esprimersi più liberamente», presentato come un possibile esperimento. La famiglia ha colto questa opportunità e alla fine è riuscita a entrare in un pattern di benessere relazionale più stabile: «i genitori lasciano più spazio alla libera espressione delle emozioni, accoppiato alla figlia che rischia un’espressione di sé più aperta e sincera».

5.7 Vignetta n. 4: un po’ di gentilezza e di considerazione

Questo esempio è un po’ diverso, in quanto comprende un processo di supervisione con l’illustrazione di un suggerimento percettivo. All’inizio della pandemia, il Calgary Family Therapy Centre (dove lavoriamo) ha smesso di offrire servizi in presenza. Abbiamo invece avviato la terapia online per continuare a seguire le persone che si rivolgono a noi. Il Centro pratica una supervisione ravvicinata delle persone in tirocinio, privilegiando in genere la supervisione dal vivo delle sedute. Esplorando le possibilità di un equivalente virtuale per quell’aspetto della nostra pratica, abbiamo cominciato a utilizzare la funzione chat della nostra piattaforma di riunioni virtuali per comunicare in privato con le figure terapeutiche durante la seduta stessa. Per chi riusciva a gestire più compiti contemporaneamente, abbiamo constatato che questa opzione tecnica offriva a chi conduceva il colloquio un riscontro immediato e sostanziale per tutta la durata della seduta.

Per inciso, è interessante riportare parte del contenuto dei messaggi inviati in diretta da chi supervisiona alle persone in formazione che conducono il colloquio:

  • Chi supervisiona nota e conferma determinate azioni terapeutiche con un «pollice in su» o un «segno di spunta», un’emoji, una breve espressione come «buona domanda» o «bella attesa».
  • Suggerisce concezioni utili, come «sembra una parte normale della vita» o «qui sento l’inizio di un accordo». Abbiamo constatato che questo tipo di commento aiuta le persone in formazione che conducono il colloquio a percepire più affordance offerte dalle persone assistite.
  • Chi supervisiona può anche suggerire interventi, per esempio domande come «come ci sono riusciti?» o «chi ha tratto beneficio da quello sforzo?». Ciò aiuta chi conduce il colloquio ad attivare opportunità con diverse opzioni di risposta terapeutica.

Il breve resoconto di una seduta recente mostra questa procedura in azione. Una tirocinante incontrava i due genitori di una famiglia definita ad «alta discrepanza», una descrizione usata al Centro per indicare accoppiamenti relazionali persistenti che presentano forti differenze e che spesso degenerano in un conflitto aperto. Il padre aveva lasciato di recente la casa familiare e stava avviando la procedura di divorzio. La madre ha espresso «shock e dolore» per questo «sviluppo improvviso». I genitori portavano preoccupazioni condivise per l’impatto sui figli. Il padre «sperava di vedere sua figlia», che si rifiutava di vederlo dichiarando di aver «bisogno di tempo per guarire». Man mano che il colloquio procedeva, uno dei due genitori, con il tono o con la scelta delle parole, irritava ripetutamente l’altro, che rispondeva allo stesso modo, e l’interazione degenerava rapidamente in un PIP di «accusa accoppiata a controaccusa». Questo pattern aveva l’effetto di distogliere l’attenzione dalla speranza centrale dei genitori e di metterla in ombra, così come, del resto, la missione stessa del Centro, ossia favorire la salute dei figli.

La tirocinante che conduceva il colloquio se la stava cavando bene in queste circostanze difficili, lasciando spazio a un’espressione autentica del dolore e del risentimento e intervenendo poi per creare una «pausa» per «lasciare che le emozioni si calmino» e «tornare alla salute futura dei figli». A un certo punto la madre ha detto, esasperata:

Madre: Tutto quello che chiedo è un po’ di gentilezza e di considerazione.

Padre: Be’… ci sono cose di cui occuparsi… con la casa… e le bollette…

[Mentre la conversazione proseguiva in tono polemico, nella direzione di questi compiti e responsabilità pratici, chi supervisionava ha inviato alla tirocinante un messaggio privato in chat: «ha detto gentilezza e considerazione». La tirocinante ha preso nota del commento e ha presto messo a frutto questa percezione.]

Terapeuta: Mary, Lei ha parlato di gentilezza e di considerazione…

Madre: Sì… certe email che mi dicono cosa devo fare… che mi accusano di mettere i figli contro di lui…

Padre: [Dopo una pausa pensierosa] Lo so… le email… a volte le persone fraintendono le cose… e forse potrei stare più attento… a come dico le cose… voglio solo vedere mia figlia… quando dico qualcosa che ferisce, potresti dirmelo?…

Madre: Voglio che i figli possano vedere il loro papà… purché si sentano al sicuro…

Padre: Qualunque cosa serva… anche che sia presente Jane (la terapeuta) o qualcun altro…

5.8 Commento alla vignetta n. 4

Un modo di comprendere questo scambio e lo spostamento generativo avvenuto durante la seduta potrebbe essere che, grazie alla supervisione dal vivo, la tirocinante sia riuscita a percepire l’affordance di superficie positiva presente nelle parole della madre, «gentilezza e considerazione». Ha poi potuto accoppiarla all’affordance genitoriale immanente dell’impegno comune a prendersi cura dei figli e a mantenere il legame con loro. In questo caso, la madre ha introdotto nella conversazione l’affordance della preferenza per la gentilezza con la sua espressione «gentilezza e considerazione». Benché il suo commento fosse nato come parte di una lamentela sulla negatività nell’interazione con il marito da cui viveva separata, poteva essere percepito come positivo ed è stato utilizzato con successo come opportunità per orientare la loro relazione verso il benessere, nonostante le circostanze fossero molto difficili.

6 Considerazioni conclusive

Vorremmo concludere sottolineando la responsabilità che abbiamo, come terapeuti, di lavorare per il benessere delle persone che si rivolgono a noi. Arrivano con le loro difficoltà e vulnerabilità, e confidano che rispondiamo in modi che possano essere d’aiuto. Per esercitare in modo etico, le risposte che intendiamo dare devono essere in sintonia con le loro speranze e orientate verso un maggiore benessere. Dobbiamo inoltre impegnarci a renderle capaci di continuare a progredire verso un maggiore benessere al di fuori della terapia, senza diventare dipendenti da noi. È più probabile che i miglioramenti si mantengano quando interveniamo selettivamente per privilegiare accoppiamenti reciproci di benessere nella nicchia naturale di relazioni delle persone assistite. Di conseguenza, spetta a noi essere molto intenzionali in ciò che facciamo e non facciamo nel fare terapia.

Siamo convinti che, se come terapeuti diventiamo più rigorosi nel riconoscere e mettere in atto sequenze preferite nel processo terapeutico, aumentino le probabilità di riuscire a rendere possibile il benessere delle persone assistite. Ci sono molti modi per diventare più disciplinati nel nostro lavoro terapeutico. Il tipo di rigore che incoraggiamo in questo articolo consiste nell’impegnarsi in sequenze ricorrenti di percezione delle affordance offerte dalle persone assistite per la guarigione relazionale, di costruzione di opportunità per pattern di interazione preferiti e di iniziative volte a rendere possibile la realizzazione di tali opportunità. Come già osservato, l’«essere-già-lì» delle affordance ci dà fiducia nel cercare di percepirle. La nostra intenzione di sostenere un maggiore benessere relazionale ci dà una direzione per convertire concettualmente affordance selezionate in opportunità costruttive. Ogni volta che è possibile, incoraggiamo la scelta di opportunità che si inseriscano in pattern relazionali reciproci, che conferiscono maggiore durata e stabilità alle relazioni del sistema familiare. E infine, la nostra passione nell’aiutare le persone assistite ci mobilita a prendere l’iniziativa di aprire loro uno spazio perché possano cogliere le affordance positive a loro disposizione.

Ciò non significa che siamo contrari alla spontaneità intuitiva nel fare terapia. Crediamo che l’intuizione possa ampliarsi quando si compiono sforzi deliberati per riflettere sulle proprie pratiche e accrescere la consapevolezza delle possibilità. Per esempio, se leggendo questo articolo Lei si sente incline a orientarsi verso la percezione delle affordance positive che le persone che segue portano nella Sua pratica, potrebbe notarle più facilmente nelle prossime sedute. E se impara ad accogliere queste affordance come «doni» delle persone assistite a sostegno del Suo lavoro, si sentirà ancora più incline a ricambiare con interventi che utilizzino queste opportunità terapeutiche.

Complexe Systémique: punti chiave

L’articolo dà un nome preciso a un movimento che molte figure terapeutiche compiono senza formalizzarlo: individuare, in ciò che la famiglia già dice o fa, la risorsa che permetterà al cambiamento di cominciare. Prendendo in prestito da Gibson la nozione di affordance, Tomm e Taylor spostano la domanda dal deficit a ciò che è «già lì» e distinguono tre momenti: percepire l’affordance, convertirla in opportunità, prendere l’iniziativa. Il quadro dell’IPscope dà a questa sequenza un orientamento propriamente sistemico: non si tratta di rafforzare una persona, ma di far cambiare un accoppiamento, da «pressione accoppiata a resistenza» a «chiedere scusa accoppiato a perdonare». La vignetta del padre che preme sul figlio perché lo perdoni è esemplare in questo senso: una sola domanda riflessiva sposta il padre all’interno del pattern, e il figlio chiede spontaneamente scusa. Resta utile uno sguardo critico: le vignette sono brevi, scelte tra i successi, e l’orientamento apertamente etico, né passivo né neutrale, richiede vigilanza su ciò che l’équipe clinica chiama «benessere». Per la formazione, la supervisione dal vivo via chat offre una pista concreta. Da leggere insieme a l’intervista a Karl Tomm sull’inquietudine relazionale e il lavoro di Janet Bavelas e del suo gruppo sulla co-costruzione del significato nel dialogo.

Note dell’originale

1 Il nome è stato cambiato per tutelare la riservatezza della famiglia assistita.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Affordances and Opportunities for Relational Wellness, di Karl Tomm e Lance Taylor, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 51, no 2 (2025), doi: 10.1111/jmft.70004, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale, «Affordances and Opportunities for Relational Wellness», è stato pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (2025) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con una presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Tomm, K., e Taylor, L. (2025). Affordances and Opportunities for Relational Wellness. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/affordances-and-opportunities-for-relational-wellness (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Marital and Family Therapy, 51(2), e70004 (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70004)

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