Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Disturbi alimentari

Anoressia e bulimia: ciò che bisogna sapere. Una mappa per percorrere un territorio sconvolto

Quale mappa usare per trovare vie d’uscita nel territorio dei disturbi alimentari, una mappa che sfrutti tutte le risorse naturali, accorci i tempi di viaggio e riduca i rischi? Due psicologhe e uno psicologo del Centro de Trastornos del Comer di Buenos Aires propongono un itinerario: individuare i fattori predisponenti, precipitanti e perpetuanti, leggere le pratiche di controllo del peso come soluzioni tentate che mantengono il problema, lavorare sulle convinzioni che le sostengono, informare per prima cosa e fare della famiglia l’ambiente naturale della guarigione.

Autrici e autore Rosina Crispo, Diana Guelar ed Eduardo Figueroa, psicologhe e psicologo, Centro de Trastornos del Comer (Buenos Aires)Prima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 34, anno 7, dicembre 1994 – febbraio 1995Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Considerare le persone capaci di cambiare ciò che è necessario con un aiuto limitato contribuisce a far sì che possano farlo.»

Dott. Hugo Rosarios, citato in epigrafe all’articolo

Vignetta

La giornata di Ana comincia con un passaggio in bagno per pesarsi, un rituale che compie da quasi un decennio. Come quasi ogni mattina, la bilancia deciderà il suo umore per tutto il giorno, e oggi non sarà molto felice, perché ha constatato di pesare più di ieri. Vestirsi è un momento terrificante! Davanti allo specchio si sente grassa e rovista nell’armadio in cerca del «vestito» (1) salvifico che non la tradirà davanti al mondo. Ana decide di «fare la brava» oggi: mangerà il minor numero possibile di calorie.

Stasera, poco prima di andare a dormire, il suo peso le dirà quanto è stata «brava», quanto è stata «sotto controllo», o quanto la sua decisione sia riuscita a essere «vincente».

Ana è una persona unica, con esperienze ricche, risorse e possibilità. Eppure, come tante altre donne, Ana soffre di un disturbo alimentare (*) che incide in modo molto significativo non solo sul suo comportamento, ma anche su ciò che pensa, su come si sente, su chi crede di essere…

Quale mappa per trovare vie d’uscita nel territorio dei disturbi alimentari?

Quale mappa usare per trovare vie d’uscita in questo territorio dei disturbi alimentari, una mappa che sfrutti tutte le risorse naturali, accorci i tempi di viaggio e riduca i rischi?

Il problema di cui ci occupiamo in questo articolo è quello che nasce dall’insediarsi di un disturbo alimentare (DA) in una persona e/o in una famiglia. Le forme di questi disturbi sono diverse: anoressia nervosa (AN, dall’1 al 2 % delle studentesse), bulimia nervosa (BN, dal 3 al 5 % delle donne) o disturbi alimentari non specificati (dal 10 al 15 % delle donne), cioè quelli che non soddisfano tutti i requisiti per una diagnosi di AN o BN, ma ne presentano molte caratteristiche. I fattori comuni a tutti questi disturbi sono la preoccupazione estrema per il peso e per l’immagine corporea, e le pratiche ripetute di controllo del peso.

Quali elementi considerare per capire il problema?

Conviene tenere presenti i seguenti dati, raccolti nel 1994 (2):

> 90 %
delle donne sono insoddisfatte della propria immagine corporea;
70 %
sono preoccupate per il proprio peso e si considerano in sovrappeso, sebbene…
25 %
lo siano soltanto dal punto di vista medico; e, concretamente…
> 40 %
sono a dieta come modo per cambiare la situazione.

Questi dati permettono di concludere che, tra i fattori che predispongono allo sviluppo di questo problema, c’è sicuramente:

Il contesto socioculturale

Premia la magrezza e nutre pregiudizi contro la grassezza. Non è recente, anche se è in aumento, la pressione sociale sulla donna perché consideri bellezza e magrezza come sinonimi.

I fattori individuali

In qualche modo aumentano il rischio di sviluppare un DA: una marcata difficoltà a funzionare in modo autonomo rispetto alla famiglia o ai modelli esterni, un deficit di autostima che porta a riporre tutto il proprio valore personale nell’aspetto o nell’approvazione esterna, una tendenza al perfezionismo e all’autocontrollo, una paura di maturare, di accettare la crescita e i cambiamenti.

I fattori familiari

È così difficile parlarne, perché l’insediarsi di un DA nella famiglia modifica in modo sostanziale l’interazione. Si potrebbe tuttavia ammettere che una famiglia poco flessibile nell’affrontare i cambiamenti propri delle fasi della vita e nel modificare, di conseguenza, le proprie regole di convivenza, oppure una famiglia iperprotettiva e chiusa in sé stessa, con aspettative genitoriali troppo esigenti e con storie di alcolismo, depressione e/o abuso sessuale o fisico, siano terreni più propizi di altri allo sviluppo di un DA in uno dei suoi membri.

La natura multideterminata dei DA fa sì che nessuno di questi fattori produca da solo il disturbo. In ogni caso è necessaria una combinazione singolare di fattori predisponenti, di fattori precipitanti (aumento dello stress proprio del ciclo di vita, diete rigide) e di fattori perpetuanti (pratiche reiterate di controllo del peso — digiuni, abbuffate, condotte di eliminazione — e loro conseguenze fisiologiche e psicologiche).

1

Fattori predisponenti

Il contesto socioculturale, i fattori individuali e i fattori familiari descritti sopra.

2

Fattori precipitanti

Aumento dello stress proprio del ciclo di vita, diete rigide.

3

Fattori perpetuanti

Pratiche ripetute di controllo del peso (digiuni, abbuffate, condotte di eliminazione) e loro conseguenze fisiologiche e psicologiche.

Soluzioni tentate

Seguendo la nostra mappa, ciò che abbiamo appena descritto come i fattori del DA potrebbe anche essere chiamato soluzioni tentate dalle persone per risolvere il problema. Proprio il problema (il bisogno di controllare il peso e la figura) si perpetua grazie alle pratiche di controllo del peso che cercano di risolverlo: restrizione calorica o diete rigide, che portano all’inanizione se «riescono», oppure all’abbuffata come reazione fisiologica naturale per compensare la privazione. L’abbuffata, a sua volta, porta a provocarsi il vomito o ad assumere lassativi e/o diuretici come reazione psicologica per riprendere il controllo, il che legittima l’inizio di un nuovo ciclo e, di conseguenza, la perdita di controllo.

Da ricordare

Il circolo vizioso delle soluzioni tentate: restrizione o dieta rigida → inanizione o abbuffata (reazione fisiologica alla privazione) → vomito, lassativi, diuretici (reazione psicologica per riprendere il controllo) → nuovo ciclo, e quindi perdita di controllo. Sono i tentativi di risolvere il problema a perpetuarlo.

Logica del problema e convinzioni

Per proseguire il viaggio con la nostra mappa è fondamentale scoprire la logica che collega il problema ai tentativi di risolverlo, perché è in questo spazio cognitivo che bisognerà operare perché le azioni cambino. Vedere in modo diverso ciò che accade rende possibile fare qualcosa di diverso al riguardo.

Conosciamo alcune delle convinzioni individuali, familiari e/o sociali su cui si appoggiano le persone coinvolte per mettere in atto questo tipo di soluzioni:

  • «La magrezza è la felicità, ti dà tutto. La grassezza è deplorevole, ti priva di tutto.»
  • «Il controllo e l’autodisciplina si esprimono nel Non-mangiare. Mangiare è sinonimo di fallire. Se rispondi alla fame perdi completamente il controllo.»
  • «Il mio corpo mi tradisce.»
  • «Il riconoscimento e l’affetto passano attraverso la figura e la taglia del mio corpo.»
  • «Le magre sono più popolari e hanno più successo.»
  • «Agli uomini piacciono magre.»
  • «Non posso riposarmi finché non avrò una figura perfetta.»
  • «Mangiare cibo che non sia dietetico davanti agli altri è vergognoso, cambia la mia immagine.»
  • «Essere magre è una questione di volontà; le persone obese mangiano più di quelle magre.»
  • «Le persone obese hanno più problemi psicologici di quelle non obese e muoiono più giovani.»
  • «I trattamenti con diete prolungate funzionano», ecc.

Dal punto di vista familiare, le idee che sostengono le azioni sembrano più legate a:

Questioni irrisolte dei genitori nella gestione della propria immagine corporea, di cui a volte hanno poca consapevolezza, cosicché da un lato criticano l’aspetto fisico delle figlie e le spingono a mettersi a dieta, ma cadono in contraddizione quando, spaventati dai risultati che le figlie ottengono nel loro desiderio di accontentarli, si vedono costretti a frenarle.

Questioni storiche legate a quella figlia in particolare, con cui si giustifica la situazione attuale o si spera che cambi: «poverina, non ce l’ha mai fatta…», «da quando è nata è sempre stata la più fragile»; «non ci ha mai dato problemi, se la caverà», «ho fiducia, ne uscirà da sola».

Lo stesso insediarsi del disturbo, che di fatto modifica le idee e le interazioni precedenti: «poverina, è malata»; «neanch’io riuscirei a mangiare così»; «niente le farà cambiare idea»; «fa sempre quello che le pare»; «sono convinta di non poterla aiutare», ecc.

Primo intervento: il cambiamento cognitivo

Il primo intervento raccomandabile per produrre il cambiamento cognitivo che renderà possibile la modifica delle abitudini consiste nel fornire le informazioni di base che chiariscano il rapporto diretto tra le pratiche di controllo del peso e il mantenimento e l’aggravarsi del sintomo, e che al tempo stesso mettano in guardia sulla gravità della situazione qualora si prolunghi senza risolversi. Questa realtà è «dura», non è soggetta a ridefinizioni e, dato il rischio a cui è esposta la paziente, non può essere elusa. Si tratta di dare alla famiglia strumenti di cambiamento, funzione chiave della terapia.

Il secondo intervento è quasi simultaneo e consiste nell’attivare un controllo medico della parte organica, quando manca. Di solito, nei casi di AN, a chiedere una consulenza non sono le pazienti, ma i genitori o le persone significative che se ne prendono cura. Trasmettere loro queste informazioni rende quasi sempre possibile un cambiamento radicale nei modi di affrontare la situazione. Possono cominciare a farsi carico della situazione in modo più efficace, accompagnati dall’équipe professionale che fornisce le indicazioni da una posizione più periferica e, proprio per questo, meno esposta al confronto con la paziente.

Nei casi di BN e di altre varietà di DA, queste informazioni, trasmesse attraverso gruppi psicoeducativi, controbilanciano di solito a tal punto le convinzioni personali e quelle acquisite attraverso i mezzi di comunicazione che, al termine del ciclo di cinque incontri, lo stato del sintomo mostra una diminuzione molto significativa. A partire da questa esperienza si ridefinisce il trattamento da seguire, che prosegue di solito con un contenimento familiare strutturato, con una rieducazione nutrizionale con una persona specializzata in materia, e con la raccomandazione di inserirsi in un gruppo di pari, pensato per imparare a risolvere problemi, non solo alimentari.

Tutto il lavoro si svolge in una stretta comunicazione tra le diverse figure professionali coinvolte (medicina generale, nutrizione, ginecologia, psicoterapia e psichiatria, quando c’è), cercando di fare in modo che sia, in un modo o nell’altro, la figura professionale verso cui la paziente e/o la famiglia nutrono la motivazione più forte a guidare la strategia elaborata. Per esempio: se l’unico motivo per cui la paziente accetta di consultare è «far tornare le mestruazioni», cercheremo allora di sollevare la motivazione a partire dalla ginecologa, che è di fatto la persona che ha più potere per convincerla. Oppure sarà la terapia familiare l’asse esplicito quando la famiglia arriva con la convinzione che si tratti di un problema psicologico, anche se il suo primo compito sarà convincere la famiglia che la paziente guarirà mangiando, o abbandonando le diete per porre fine alle abbuffate.

Primo intervento

Fornire le informazioni di base: il rapporto diretto tra le pratiche di controllo del peso e il mantenimento del sintomo, e la gravità della situazione se si prolunga. Una realtà «dura», non soggetta a ridefinizioni.

Secondo intervento, quasi simultaneo

Attivare un controllo medico della parte organica, e affidare la guida della strategia alla figura verso cui la paziente o la famiglia sono più motivate.

L’impostazione dell’intervento

Per concludere, è importante sottolineare che, a nostro giudizio, ci sono due assi fondamentali su cui si imposta l’intervento:

1

La famiglia, ambiente naturale della guarigione

La famiglia è l’ambiente naturale e auspicabile per la guarigione della paziente, e i genitori hanno risorse per accompagnarne il cammino, seguendo le indicazioni dell’équipe competente.

2

Dal meno al più

Negli interventi si aumenta il ricorso alle risorse solo quando ciò che è stato fatto prima non è bastato. Il grado di prescrizione terapeutica sarà in rapporto con la gravità della situazione.

L’idea è di andare dal meno al più e, se il ricovero o il day hospital sono inevitabili, è raccomandabile reinserire progressivamente le pazienti nel loro ambiente familiare e sociale, nel più breve tempo possibile. È fondamentalmente nel proprio ambiente che si trovano le migliori possibilità di guarigione; il fatto di non occupare un posto centrale nel processo di guarigione fa sentire impotenti i genitori, con lo spreco di risorse che questo comporta.

Crediamo che sia nostro dovere fare in modo che l’intervento terapeutico (il viaggio attraverso il territorio sconvolto) sia il più breve possibile, e che l’«essere in trattamento» non finisca per diventare uno stile di vita o una dipendenza sostitutiva.

Note dell’originale

(1) Nell’originale «pilcha», argentinismo: capo di vestiario, abito.

(2) Statistiche pubblicate dal Toronto Hospital, Canada, 1994.

(*) «Una descrizione tipica che un’anoressica può fare della propria situazione racconta come all’inizio abbia fatto un grande sforzo di volontà per smettere di mangiare: un patto con un’amica, una promessa religiosa, ecc. Ciò spiegherebbe perché la perdita del desiderio di mangiare (…) non si verifica prima che la paziente sia ben addentro al suo stato di denutrizione. Il che indica che la perdita del desiderio di mangiare non è la causa, ma la conseguenza dello smettere di mangiare. Non per niente i vecchi medici di famiglia sapevano che, per risolvere questo tipo di problemi, bastava applicare il classico “l’appetito vien mangiando”. (…) La direzione della guarigione non deve consistere nel recuperare prima la fame e poi mangiare, ma esattamente nel contrario.» Citazione dal libro di Crispo, R., Figueroa, E. e Guelar, D., Trastornos del comer, Herder, 1994, pp. 46-47.

Chi firma questo articolo

Rosina Crispo, Eduardo Figueroa e Diana Guelar, laureate e laureato in psicologia, fanno parte dell’équipe del Centro de Trastornos del Comer dal 1985.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «Anorexia y bulimia: lo que hay que saber. Un mapa para recorrer un territorio trastornado», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 34, dicembre 1994 – febbraio 1995). Realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Crispo, R., Guelar, D., & Figueroa, E. (2022). Anorexie et boulimie : ce qu’il faut savoir. Une carte pour parcourir un territoire bouleversé (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/anorexie-et-boulimie-ce-qu-il-faut-savoir-une-carte-pour-parcourir-un-territoire-bouleverse (Opera originale pubblicata nel 1994 in Perspectivas Sistémicas, n. 34, dicembre 1994 – febbraio 1995; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/24/anorexia-y-bulimia-lo-que-hay-que-saber-un-mapa-para-recorrer-un-territorio-trastornado/)

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