Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Human Systems · Terapia familiare
Che cosa accade, anni dopo, a una madre e a una figlia che hanno attraversato insieme la violenza e l’abuso domestici? Leighton King e il suo gruppo di ricerca dell’Università dell’Hertfordshire hanno intervistato due diadi madre-figlia, prima insieme e poi separatamente. I loro racconti parlano di un impatto che riaffiora senza preavviso, di servizi talvolta più dannosi che utili e di una resistenza che passa anzitutto attraverso la relazione tra loro.
Traduzione non ufficiale in italiano di The experiences of dyads who have jointly been exposed to domestic violence and abuse: Narratives of growth, connection and resistance, di Leighton King, Barbara Rishworth e Jo Hadfield, pubblicato in Human Systems (SAGE) (2026), doi: 10.1177/26344041251337007, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; l’indirizzo per la corrispondenza non è riprodotto. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Data la portata della loro resistenza, proporrei un cambiamento di lessico: passare da superstite-vittima a superstite-vittima-resistente.
Leighton King, Barbara Rishworth e Jo Hadfield
Abstract
Contesto: L’impatto psicologico della violenza e/o dell’abuso domestici (VAD) può protrarsi a lungo dopo l’abuso. La ricerca sugli interventi psicologici per le persone che hanno vissuto la VAD in passato è limitata. Questa ricerca, condotta nel Regno Unito, esplora il modo in cui diadi intergenerazionali hanno dato senso alla VAD e ne hanno affrontato l’impatto. Metodi: Questa ricerca ha impiegato l’indagine narrativa (Riessman, 2008) per esplorare i racconti di due diadi madre-figlia, quattro partecipanti in totale che hanno vissuto la VAD, concentrandosi su come le narrazioni siano cambiate nel tempo e sull’impatto della relazione della diade. È stato adottato un disegno innovativo, che prevedeva di intervistare le diadi insieme e poi separatamente, per aiutare a comprendere l’impatto della relazione. Nel complesso sono state condotte due interviste diadiche congiunte e quattro interviste individuali. Risultati: Sono state individuate tre storie collettive: (1) «La relazione con la VAD», (2) «Comprensione e connessione» e (3) «Il sostegno giusto al momento giusto». All’interno di queste storie collettive vi erano quattro sotto-storie: (1) «Atti di resistenza», (2) «Madre e figlia», (3) «Il fallimento dei servizi» e (4) «Vite incarnate». Queste storie erano strettamente intrecciate e testimoniavano la resistenza delle persone, in particolare attraverso le loro relazioni reciproche. Conclusioni: La ricerca mostra che le diadi che vivono la VAD possiedono una conoscenza approfondita di come l’abuso possa colpirle e di come possano affrontarne gli effetti. Le raccomandazioni cliniche che si possono trarre da questa competenza comprendono: suggerimenti sul lessico, la necessità che il sostegno sia vario negli approcci e negli obiettivi, la possibilità per le persone di accedere a forme diverse di sostegno nel corso della vita, l’importanza di confrontarsi con le esperienze incarnate della sofferenza, l’importanza della costruzione di significato, i benefici di un approccio più relazionale e collaborativo nella gestione del rischio da parte dei servizi e il valore dei paradigmi terapeutici che privilegiano le relazioni, la comunità e l’elaborazione del trauma intergenerazionale. Questa ricerca indica una direzione per studi futuri, suggerendo di esplorare gruppi più eterogenei.
Parole chiave: abuso domestico, violenza domestica, indagine narrativa, diade, resistenza, costruzione di significato, terapia
Le statistiche più recenti pubblicate dall’Office of National Statistics riportano che 2,1 milioni di persone hanno vissuto violenza e/o abuso domestici (VAD) tra il 2022 e il 2023 (Office of National Statistics, 2023). Si stima che nel Regno Unito gli uomini uccidano una donna ogni 3 giorni (Femicide Census, 2021). È difficile reperire dati affidabili sulle tendenze mondiali della VAD. In un rapporto del 2018, le Nazioni Unite (ONU) stimavano che circa una donna su tre nel mondo avesse vissuto la VAD (United Nations, 2018). In un rapporto successivo, l’ONU ha stimato che nel 2020 47.000 donne e ragazze sono state uccise dal partner o da un altro membro della famiglia, il che equivale a una donna o una ragazza uccisa ogni 11 minuti da un familiare. Questi dati indicano l’immensa portata della VAD nel mondo e il suo impatto potenzialmente letale.
I possibili impatti della VAD sono vari e molto specifici di ogni situazione. Esiste tuttavia un insieme di studi che ne descrivono i possibili effetti. Vi sono diversi potenziali effetti sulla salute fisica. Aumenta il rischio di: trauma cranico dovuto a colpi alla testa (Cimino et al., 2019; Costello and Greenwald, 2022); problemi di salute riproduttiva derivanti da aggressioni fisiche o sessuali (Amel Barez et al., 2022; Sarkar, 2008); morte per omicidio e patologie ad alto rischio di mortalità associate allo stress cronico, come le malattie cardiache (Chandan et al., 2019, 2020; Koenraadt, 2018). Gli impatti psicologici possono comprendere un aumento del rischio di cattiva salute mentale in generale, ma in particolare un’elevata probabilità di PTSD, ansia, depressione, bassa autostima, attaccamento compromesso e aumento del rischio di suicidio (Herman, 2015; Humphreys and Thiara, 2003; Munro and Aitken, 2020). Gli impatti sociali possono comprendere difficoltà economiche persistenti, problemi abitativi e stigma sociale (Conner, 2013; Galántai et al., 2019; Murvartian et al., 2023). In sintesi, la VAD ha numerosi impatti potenziali, con conseguenze che possono stravolgere o porre fine a una vita. Chi conduce la ricerca definirà e contestualizzerà ulteriormente l’uso del termine VAD e di altri termini comunemente associati nella sezione «Epistemologia e linguaggio» di questo articolo. Ciò comprende la trasparenza sulle sue riflessioni in merito alla violenza di genere e al modo in cui il potere opera nel contesto sociopolitico del Regno Unito.
Con una VAD così diffusa e un impatto potenziale così dannoso, viene da chiedersi come si possa dare senso a tale impatto. Vi sono molti modi di concettualizzarlo, ma forse alcuni dei più utilizzati, in particolare dai servizi sanitari e sociali, sono la teoria dell’attaccamento, la teoria del trauma intergenerazionale e la letteratura sulle esperienze sfavorevoli infantili (Adverse Childhood Experiences, ACE).
La teoria dell’attaccamento offre una struttura per comprendere come le relazioni precoci possano influenzare quelle successive. La prima teoria dell’attaccamento si concentrava sulle interazioni genitoriali, in particolare materne, con i bambini e le bambine e su come queste influissero sul loro funzionamento nel corso della vita (Ainsworth, 1978; Ainsworth and Bowlby, 1991; Bowlby, 1979). Si teorizzava che una compromissione precoce di questa relazione portasse a «deficit» nella cognizione, nello sviluppo dell’identità, nella regolazione emotiva e nelle abilità sociali. Sono emerse critiche sulla sua pertinenza per le culture collettiviste e sulla sua rappresentazione di uno stile di attaccamento presumibilmente fisso (Fraley and Shaver, 2008; Lee, 2003). Sono stati proposti altri modelli di attaccamento; forse il modello contemporaneo più rilevante è il Modello Dinamico-Maturativo dell’attaccamento (DMM), che integra diverse idee (Crittenden, 2006). Il DMM colma molte delle lacune della prima teoria dell’attaccamento, ma è stato introdotto nella pratica in tempi relativamente recenti, pur disponendo di una base di evidenze crescente (Crittenden, 2011; Crittenden et al., 2021; Spieker and Crittenden, 2018).
Il trauma intergenerazionale mette in luce che il trauma può trasmettersi attraverso le generazioni di una famiglia, che lo si ritenga dovuto all’epigenetica o alle interazioni relazionali (Isobel et al., 2021; Lev–Wiesel, 2007; Menzies, 2008). La letteratura indica che l’impatto della VAD può essere duraturo e trasmettersi da una generazione all’altra. Ciò può comprendere cicli intergenerazionali di abuso in cui, man mano che ogni generazione diventa genitore, le esperienze di abuso vissute contribuiscono a far sì che a propria volta lo eserciti (Hoffart and Jones, 2018; Lünnemann et al., 2019; Rees and Evans, 2021).
Le esperienze sfavorevoli infantili (ACE) derivano da uno studio su larga scala condotto in California (Felitti et al., 1998). Il personale delle cure primarie aveva osservato una correlazione tra cattiva salute fisica in età adulta ed esperienze psicologicamente dannose nell’infanzia e nell’adolescenza. Aveva inoltre osservato un aumento di esiti sociali e psicologici sfavorevoli. Le ACE esaminate erano esperienze di abuso infantile fisico, emotivo e sessuale, nonché l’aver assistito ad abusi domestici, uso problematico di sostanze, cattiva salute mentale, separazioni genitoriali conflittuali e incarcerazione di un genitore (Anda et al., 2006; Boullier and Blair, 2018). L’idea delle ACE ha dato luogo a un’ampia base di evidenze, con diverse revisioni sistematiche (Hardt and Rutter, 2004; Hughes et al., 2017; Kalmakis and Chandler, 2015). Più di recente, tuttavia, è stata anche criticata per il modo in cui viene utilizzata (Kelly-Irving and Delpierre, 2019; Macvarish and Lee, 2019). In particolare, si è osservato che le ACE vengono usate in modo predittivo, con una certezza eccessiva che riduce la capacità di agire delle persone e dei genitori nel negoziare e resistere all’impatto di queste esperienze. È possibile inoltre che l’uso delle ACE non abbia tenuto conto delle diverse esperienze proprie di culture e comunità differenti. Infine, in alcuni casi le ACE sono state usate per dedurre una colpa individuale dei genitori, mentre il loro scopo era mettere in evidenza le carenze della società e garantire equità a chi è più svantaggiato.
La teoria dell’attaccamento, le ACE e il trauma intergenerazionale hanno rappresentato contributi preziosi per i servizi sanitari e sociali. In particolare nell’ambito dei servizi sociali per l’infanzia (Children’s Social Care, CSC), sono idee chiave usate di frequente nella pratica e spesso citate nelle relazioni per il tribunale (S. Webb and Gray, 2012). Pur trattandosi fondamentalmente di un ente che cerca di garantire il benessere dei minori e delle famiglie e che svolge una funzione di tutela pubblica, i CSC sono stati oggetto di alcune critiche (Ainsworth and Hansen, 2012). Decidere se allontanare un minore da un ambiente potenzialmente dannoso, per esempio quando è esposto ad abusi domestici, è difficile, perché la teoria dell’attaccamento insegna che allontanare un minore da un ambiente familiare e dai suoi «caregiver» ha un profondo impatto negativo. Ciò viene spesso controbilanciato dalla considerazione delle ACE e del trauma intergenerazionale e dalla ricerca di esempi di attaccamento «disfunzionale», usati come giustificazione per allontanare un minore (Crittenden, 2011; Kwako et al., 2010; Spieker and Crittenden, 2018). Vi sono esempi evidenti in cui l’allontanamento di un minore è stato un passo necessario per tutelarlo (Forrester, 2017). L’etica di queste decisioni è però complessa: per esempio, chi stabilisce che cosa sia una «buona genitorialità» e che cosa sia «dannoso»? (Bornstein, 1991; Chen et al., 2019). La teoria può essere usata impropriamente e presentata come un fatto, con pretese di validità e di capacità predittiva ben superiori a quelle che possiede realmente (Krieg, 2023; Thyer, 2008). Aspetti di discriminazione sistemica e personale potrebbero influenzare le scelte di allontanamento dei minori, dato che il razzismo è presente nei sistemi dei servizi sociali (Bartholet, 2011; Berkman et al., 2022; Rodenborg, 2004). Inoltre, si sono verificati abusi gravi e sistemici su minori presi in carico dai servizi (Biehal, 2014; Euser et al., 2013; Hobbs et al., 1999). Chi conduce la ricerca riflette sulla tensione tra la tutela dei minori e il rispetto della vita familiare e degli stili genitoriali. Si chiede anche quali opportunità potrebbero limitare le possibilità di guarigione relazionale, di esperienze emotivamente correttive e di catarsi.
Data la frequenza della VAD e la gravità del suo impatto, la maggior parte della ricerca, delle risorse e degli interventi si concentra sul riconoscimento dell’abuso e sul sostegno alle persone per uscire da situazioni abusanti. Questo approccio preventivo mira a ridurre al minimo le occasioni in cui il danno possa essere inflitto. Tale approccio ha risentito di un’austerità prolungata, che ha comportato enormi perdite nel settore pubblico in termini di dimensioni dei servizi, personale e specializzazione (Bach, 2016; Peters, 2012; Stuckler et al., 2017), soprattutto per i servizi specializzati nella VAD (Donovan and Durey, 2018; Sanders-McDonagh et al., 2016). Sebbene la prevenzione sia sempre preferibile, il contesto attuale non la rende facile e fa sì che molte persone siano esposte alla VAD.
L’attenzione alla prevenzione ha fatto sì che, in proporzione, la ricerca su come adattare gli interventi per sostenere le persone dopo l’abuso sia stata scarsa, soprattutto quando è trascorso molto tempo dall’abuso. Esistono diversi approcci utilizzati con le persone che hanno subito abusi, sostenuti da una base di evidenze ridotta. Inoltre, buona parte di queste evidenze riguarda interventi psicologici individuali. Sebbene le persone possano trovare grande valore negli interventi individuali, la VAD è una forma di danno fondamentalmente relazionale, inflitta in un ambiente e in una relazione in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro. Il suo impatto si osserva spesso in senso intergenerazionale, dal caregiver al minore. Le esperienze traumatiche possono disconnettere le persone dalle loro relazioni e dai loro valori in un modo che gli interventi tradizionali non sempre riescono a correggere (Afuape, 2011, 2016). Si osserva che le relazioni hanno una grande influenza nel mediare l’impatto e la valutazione dell’abuso nel breve periodo (Bowyer et al., 2015; Jones and Vetere, 2017). Non esiste però letteratura che esplori le relazioni in modo longitudinale, potenzialmente molti anni dopo la VAD. Chi conduce la ricerca considera la VAD un abuso specificamente relazionale, in cui l’ambiente e le persone che dovrebbero garantire la massima sicurezza sono proprio l’ambiente in cui si subisce un danno grave, con un impatto enorme sulle relazioni future.
Pertanto, per comprendere meglio l’impatto relazionale della VAD, questa ricerca ha esplorato, attraverso l’indagine narrativa (IN), i racconti di diadi che erano state esposte congiuntamente alla VAD in qualità di minori e di caregiver.
Chi conduce la ricerca ritiene che il discorso sia creato socialmente e che, a sua volta, il discorso determini la realtà in cui le persone agiscono. Di conseguenza, chi detiene il potere influenza il discorso e, per estensione, detta la realtà (Foucault, 1977). Come ha scritto Martin Haberman: «Il linguaggio non è un riflesso innocente di come pensiamo. I termini che usiamo controllano le nostre percezioni, plasmano la nostra comprensione» (Haberman, 2000, p. 203). Per questo, chi conduce la ricerca esplicita le proprie scelte linguistiche. In questa ricerca la VAD è definita come un’azione o un’omissione che danneggia, di fatto o potenzialmente, un’altra persona appartenente alla stessa famiglia, allo stesso nucleo domestico o alla stessa comunità ristretta. Può trattarsi di un singolo evento o di molti. Può anche darsi che chi esercita la violenza e/o l’abuso non si trovi più nello stesso contesto domestico quando infligge il danno. La violenza e l’abuso rientrano di solito negli ambiti dell’abuso fisico, emotivo, psicologico, sessuale, economico, digitale, culturale o spirituale, ma possono andare oltre. L’esperienza di subire abusi domestici non è limitata a un genere, a un orientamento sessuale, a un’età o a qualsiasi altro aspetto per cui le persone possono essere simili o diverse nella loro identità. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, è inflitta da uomini.
Il linguaggio della vittima e della persona sopravvissuta colloca le persone in modo diverso: «vittima» può suggerire una mancanza di capacità di agire, mentre «sopravvissuta» non comprende le molte persone che non sopravvivono all’abuso domestico (Hoff, 2016; Jacques, 2021; Little, 2023). Si userà il termine superstiti-vittime per rendere una maggiore complessità e le sfumature di queste esperienze. Ciò riconosce anche la fluidità dell’identità e il fatto che il rapporto di una persona con la condizione di superstite o di vittima può cambiare in base a molti fattori.
Intenderò l’atto di infliggere violenza come un danno inflitto da qualcuno che si trova, in quel momento, in una posizione di maggiore privilegio e potere contro qualcuno con meno privilegio e potere in quel momento. Il rapporto di una persona con il potere e il privilegio è determinato da come viene percepita in base alla sua collocazione geografica, al momento storico e alle persone con cui è in relazione, poiché tutti questi ambiti incidono sul contesto di potere e privilegio (Fanon, 2016; Foucault, 2019; Harvey, 2019). Fondamentalmente, per esercitare l’abuso è necessaria una disparità di potere: nessun genere, né alcun’altra caratteristica, indica di per sé chi esercita l’abuso o chi lo subisce, pur riconoscendo le ragioni per cui la VAD è inflitta prevalentemente da uomini.
Gli approcci terapeutici specifici per la VAD sono un ambito poco studiato, soprattutto se confrontato con la prevalenza della VAD. Per questo è difficile proporre teorie solide e ben fondate. Ricorrere a metodi induttivi per generare dati ricchi sulle esperienze di VAD delle persone sarebbe quindi la scelta più solida dal punto di vista metodologico (Azungah, 2018). Sono state prese in considerazione diverse metodologie. L’analisi fenomenologica interpretativa, pur essendo molto adatta a esplorare esperienze complesse, si presta probabilmente meno ad affrontare esperienze collocate in paesaggi socioculturali ricchi di sfumature. La grounded theory avrebbe prodotto una comprensione ricca di un processo sociale complesso, ma avrebbe avuto difficoltà a rispondere alle domande di ricerca con i dati disponibili. L’analisi tematica è stata seriamente considerata, ma rischiava di non reggere la complessità di un insieme di dati così multidimensionale, con più voci narranti, soprattutto se quelle narrazioni fossero state fortemente dissonanti in un campione ridotto. L’analisi del discorso avrebbe risposto bene alle domande di ricerca a partire dalla posizione epistemologica e ontologica adottata. Alla fine non è stata utilizzata perché rischiava di essere eccessivamente ermeneutica e analitica, il che contrastava con la preoccupazione etica di non riprodurre involontariamente esperienze di abuso e di gaslighting minimizzando, appropriandosi o alterando le narrazioni. In definitiva è stata scelta l’indagine narrativa, che, pur non essendo priva di limiti, appariva la più adatta.
L’indagine narrativa designa un insieme di metodi qualitativi che mirano a esplorare le storie (Nollaig, 2011). Nell’esplorare le narrazioni, l’IN considera che cosa viene raccontato, come viene raccontato, a chi viene raccontato e perché (Riessman, 2008). L’IN tiene conto anche del contesto sociopolitico e della relazione tra chi racconta e chi intervista (Greenhalgh, 2016). Tutti questi ambiti confluiscono nell’IN per produrre una comprensione di una storia che è complessa e del tutto unica per quel racconto.
In questa ricerca, intervistare delle diadi introduceva un’ulteriore dimensione ricca di sfumature. Aggiungeva un’altra voce narrante e un’altra persona in ascolto in ogni racconto, e offriva l’occasione perché le narrazioni convergessero e divergessero. Inoltre, si è prestata attenzione al modo in cui la narrazione veniva co-costruita all’interno della diade, sia nella strutturazione e nel racconto attivi della narrazione sia in ciò che era assente ma implicito nelle varie comunicazioni non verbali e nelle scelte di non intervenire.
L’IN conserva narrazioni integre delle partecipanti, il che consente loro di influenzare maggiormente i risultati. Ciò è particolarmente prezioso nei contesti in cui esperienze e storie vengono messe a tacere, appropriate o rimangono comunque non raccontate (Daiute, 2013). È quanto accade nella VAD, in particolare nel controllo coercitivo. Per questo, utilizzare il metodo che offrisse meno possibilità di riprodurre tale danno era una parte essenziale ed etica di questa ricerca. Detto ciò, l’IN, in una cornice costruzionista sociale, riconosce la soggettività della ricerca e che, scrivendola, si tratta in sostanza di una narrazione (la comprensione di quanto avvenuto nella vita delle partecipanti) dentro una narrazione (il racconto di quella narrazione a chi conduce la ricerca) dentro una narrazione (la stesura di questa ricerca) (Dubnewick et al., 2018; Trahar, 2006). L’IN accoglie la molteplicità delle interpretazioni soggettive e ammette conclusioni pluralistiche (Bhattacharya, 2016).
L’approvazione etica di questo studio è stata concessa dal comitato etico dell’Università dell’Hertfordshire. Le partecipanti hanno fornito il consenso informato e potevano ritirarsi dalla ricerca fino a 2 settimane dopo l’ultima intervista.
Benché la ricerca non esplorasse fondamentalmente le esperienze di abuso, bensì ciò che ne è seguito, chi conduce la ricerca riconosce che i contenuti potevano comunque risultare dolorosi. Per questo è stato elaborato un protocollo per la gestione del disagio, così da gestire in modo proattivo la sofferenza delle partecipanti. Un incontro di 45 minuti per redigere in modo collaborativo un piano di sicurezza con le partecipanti è servito a riflettere su come affrontare un eventuale disagio. Le interviste prevedevano momenti di «apertura» e di «chiusura» all’inizio e alla fine di ciascuna, oltre a pause concordate che offrivano alle partecipanti la possibilità di interrompersi. L’anonimato è stato garantito per tutto il tempo mediante pseudonimi.
Le partecipanti erano diadi che avevano subito congiuntamente la VAD. Esempi di questo tipo di relazione potevano essere un genitore e una figlia o un figlio, fratelli e sorelle di età diverse o persone conviventi senza legami di parentela. Sono state incluse diadi familiari per favorire l’indagine sull’impatto relazionale longitudinale della VAD e sul modo in cui, nel lungo periodo, si è fatto fronte a tale impatto. Sono stati inclusi i ruoli di caregiver e di minore per consentire di considerare gli impatti intergenerazionali della VAD e il modo di farvi fronte. Si è preferito «caregiver e minore» a «genitore e minore» per non privilegiare indebitamente l’esperienza delle famiglie eteronormative, delle famiglie occidentali e delle famiglie senza esperienza di affido o di presa in carico. Il tempo trascorso dall’abuso non è stato usato come criterio, poiché, per quanto ci insegna la teoria del trauma, non è un predittore certo dell’elaborazione né della diminuzione della sofferenza emotiva. Abbiamo inoltre convenuto che l’argomento stesso dello studio avrebbe probabilmente escluso le persone non disposte a parlarne. Anche il protocollo per la gestione del disagio avrebbe svolto una funzione di tutela al riguardo.
Per questo studio sono state reclutate due diadi, quattro persone, composte da due madri e figlie superstiti-vittime (tabella 1).
Tabella 1 — Criteri di inclusione e di esclusione
La raccolta dei dati è avvenuta tramite interviste semistrutturate: due per ciascuna persona, tre per diade. Dopo la pianificazione della sicurezza, chi conduce la ricerca ha intervistato la diade congiuntamente. Nella settimana successiva ha intervistato separatamente ciascun membro della diade. Questo approccio innovativo, che prevede interviste alle diadi e alle singole persone, è stato scelto per diverse ragioni. Data l’attenzione alle relazioni e ai modelli intergenerazionali, intervistare insieme le partecipanti sembrava favorire questa conversazione in modo più efficace. Intervistarle sia insieme sia singolarmente doveva offrire occasioni per esplorare la convergenza e la divergenza delle narrazioni che la diade poteva condividere. Infine, dato il periodo relativamente lungo da esplorare, erano necessarie più interviste per disporre di uno spazio adeguato.
Il formato dell’intervista diadica seguita dall’intervista individuale è stato una scelta lungamente ponderata con il mio gruppo di ricerca. Collocare l’intervista individuale per seconda permetteva di esplorare narrazioni specifiche senza le ripetizioni che si sarebbero avute invertendo il processo. Inoltre, collocare l’intervista individuale per seconda consentiva a chi conduce la ricerca di affrontare con maggiore efficacia un eventuale disagio.
Era prevista la possibilità di svolgere le interviste online o in presenza in base alla distanza, ma tutte le partecipanti hanno scelto interviste video tramite la piattaforma di videoconferenza Zoom. Le interviste erano semistrutturate e sono state registrate in video e in audio.
Le domande poste nell’intervista miravano a guidare con leggerezza le partecipanti nel loro racconto. Cercavano di esplorare sia l’impatto dell’abuso sia il modo in cui era stato affrontato. Le domande erano simili nei due tipi di intervista, per suscitare narrazioni sia individuali sia diadiche. Le interviste sono state poi trascritte parola per parola da chi conduce la ricerca. L’analisi dei dati è stata svolta sia con documenti Word sia con carta e penna.
Dopo aver trascritto le interviste, chi conduce la ricerca ha ascoltato ripetutamente le registrazioni e letto le trascrizioni, sia per verificarne l’accuratezza sia per immergersi nei dati. Raggiunta questa immersione, ha ripercorso più volte le trascrizioni insieme alle registrazioni audio e ha cominciato a individuare le narrazioni. Alcune si trovavano molto vicine tra loro, altre erano disseminate lungo le interviste. Le formule di entrata e di uscita (Riessman, 2008) sono state una guida utile per individuare dove le storie si aprivano, si chiudevano o si riaprivano nella trascrizione. Ogni narrazione è stata mappata e analizzata per esplorare come si intersecassero e divergessero nel testo. Una volta contestualizzata ciascuna narrazione nelle trascrizioni in rapporto alle diverse voci narranti, alle interviste e alle altre narrazioni, queste sono state classificate in storie e sotto-storie.
Dopo aver individuato le narrazioni, chi conduce la ricerca ha ripercorso ciascuna di esse e le trascrizioni nel loro insieme, prestando attenzione a categorie analitiche adattate per questa ricerca a partire dagli scritti di Andrews (2021), Mik-Meyer and Järvinen (2020) e Nollaig (2011). Queste categorie erano tematica, strutturale e dialogica/performativa. La categoria tematica si concentrava su che cosa viene detto e su quale linguaggio si usa per dirlo. A tal fine, chi conduce la ricerca si è posto domande come «Che cosa viene detto?», «Che cosa non viene detto?» e «Dove convergono e divergono le storie e il linguaggio delle diadi?». La categoria strutturale si concentrava su come una narrazione è organizzata in termini di sequenza delle informazioni e di ambiti esplorati. Qui chi conduce la ricerca si è posto domande come «Questa storia è coerente quando viene raccontata separatamente e insieme?», «Questa storia è coerente per me? Potrebbe esserlo per altre persone?» e «Quali parti della storia ricevono più o meno attenzione per effetto di questa sequenza?». Infine, la categoria dialogica/performativa si concentrava sulla co-costruzione delle narrazioni tra le persone: come le narrazioni possano cambiare o meno in base al pubblico presente e come siano contestualizzate nel mondo sociopolitico in cui le persone vivono. Tra le domande considerate da chi conduce la ricerca figurano «A chi viene raccontata questa storia?», «Chi non sta raccontando questa storia e perché?», «In che modo la mia identità influenza il mio ascolto, che cosa privilegio?», «In che modo questa narrazione è influenzata dal contesto di chi narra e di chi ascolta?» e «Che cosa privilegia la persona che narra?». Per sua natura, questo processo richiedeva una riflessione e una riflessività costanti per considerare le interpretazioni e i contributi di chi conduce la ricerca.
Va riconosciuto che, sebbene l’analisi sia stata condotta in modo rigoroso e riflessivo, altre letture dei dati potrebbero portare a intuizioni diverse e altrettanto valide. Le interpretazioni soggettive alternative non sono intrinsecamente in contrasto: sono semplicemente un’interpretazione diversa di un’esperienza sfaccettata (Riessman, 2008).
Le interviste diadiche hanno intrecciato narrazioni ricche e sfaccettate. Alcune narrazioni sembravano all’inizio tangenziali a causa della co-narrazione diadica. Prestare attenzione a chi parlava e quando, a chi non interveniva, alla comunicazione non verbale e all’impatto di tutto ciò sulla narratrice originaria ha generato una grande ricchezza nella costruzione di significato. Chi conduce la ricerca invita Lei, che legge, a prendersi molta cura di sé durante la lettura. Leggendo le storie che seguono, tenga presenti le parole di Frank Arthur (2013): «le storie non sono materiale da analizzare; sono relazioni in cui entrare».
In questa sezione si fornisce una breve sintesi di informazioni sulle partecipanti per aiutare chi legge a contestualizzare le narrazioni presentate. Le persone che hanno preso parte a questa ricerca sono persone straordinarie e sfaccettate, il cui contesto non si limita alla VAD. La breve descrizione e le citazioni contenute in questo testo non vanno considerate come la totalità del loro contesto ricco e singolare. È stato necessario apportare alcune modifiche minori od omettere certe informazioni per garantire l’anonimato delle partecipanti. Lo si è fatto con cura, per non alterare in alcun modo il significato di quanto detto.
La diade A era composta da Charlene (madre) e Brooke (figlia). Charlene era passata per il sistema di tutela dei minori e aveva lei stessa subito la VAD nell’infanzia. Brooke era ancora in contatto con la persona che aveva esercitato l’abuso. Al momento dell’intervista Brooke era incinta del suo primo figlio. Brooke era stata allontanata da Charlene per un certo periodo dall’ente locale. Brooke era stata esposta a ulteriori abusi durante la presa in carico. Sia Charlene sia Brooke sentivano che l’ente locale le aveva deluse e aveva inoltre discriminato Charlene per la sua età, il suo genere, il colore della sua pelle e la sua classe sociale. Sia Charlene sia Brooke avevano seguito un’ampia terapia personale e avevano lavorato nei servizi sanitari.
La diade B era composta da Angelica (madre) e Alice (figlia). Sia Angelica sia Alice avevano ancora qualche contatto con la persona che aveva esercitato l’abuso. Avevano cambiato casa molte volte dopo l’abuso. Alice aveva seguito una terapia personale in diversi momenti ed era lei stessa una professionista sanitaria. Angelica aveva usufruito brevemente di un counselling, ma si era sentita sostenuta soprattutto dalla famiglia, dalle amicizie e dalla sua comunità spirituale. Sia Angelica sia Alice narravano con grande cura e spesso apparivano allegre e scherzose tra loro (tabella 2).
Tabella 2 — Tabella dei risultati
Tutte le partecipanti hanno parlato degli innumerevoli modi in cui la VAD ha inciso sulla loro vita e di come abbia continuato a manifestarsi. Brooke ha riflettuto di non aver colto subito l’impatto: «non era una cosa a cui io, io pensassi davvero fino a quando avevo probabilmente, diciamo *pausa* vent’anni e qualcosa». Ha osservato: «È stato solo quando ho iniziato una relazione stabile che ho cominciato a notare alcuni degli effetti». Ciò indica una comprensione dell’impatto della VAD non lineare dal punto di vista cronologico, ma anche il ruolo chiave di una relazione in questo processo. In seguito Brooke avrebbe riflettuto di aspettarsi che l’impatto continuasse a presentarsi nella sua vita: «Non credo che ci sarà mai un punto finale. È una cosa che è successa».
Angelica ha riflettuto sull’impatto della VAD: «è come avere qualcosa appeso al collo, sai, che in qualche modo ti trattiene, e e ti può far ammalare». Ha poi spiegato come il lutto si insinuasse a volte nella sua vita in corrispondenza di certe tappe, in una forma simile a un lutto ricorrente (Rosenblatt, 1996), ma che aveva imparato a gestirlo: «cercando di cambiare delle cose nella mia vita per per non crogiolarmi. È questa l’espressione giusta, in quello che è successo, perché è successo. È successo, ma ne siamo fuori».
Alice ha condiviso una narrazione simile a quella di Brooke, in cui una relazione sicura ha preceduto la comparsa dell’impatto della VAD nella sua vita: «quella persona era tipo meravigliosa, davvero sicura, davvero contenitiva, davvero in connessione… poi ho cominciato a notare che la mia salute mentale peggiorava, e mi stavo ritirando dallo sport in quel senso comunitario, e penso che ci fosse qualcosa nell’essere in un posto davvero sicuro con una persona sicura che ha fatto sì che quelle cose si sciogliessero». Alice ha inoltre osservato che negli anni successivi alla VAD avevano cambiato casa diverse volte e che ciò aveva contribuito, per lei, a elaborare la VAD: «penso che ci fosse qualcosa nel lasciare l’ambiente dove erano successe cose difficili… che la mia mente e il mio corpo hanno cominciato a dire, ah, adesso sei fuori da quella zona, eeeee cominciamo a pensare a un po’ di quella roba.»
Le partecipanti hanno parlato dell’impatto pervasivo e invasivo della VAD nella loro vita. Aveva coperto lunghi archi di tempo e inciso su molti ambiti dell’esistenza anche dopo la fine dell’abuso. La letteratura conferma che l’impatto della VAD è pervasivo e persistente, spesso per i suoi effetti sull’attaccamento e per il trauma psicologico (Fox et al., 2014; Hulley et al., 2023; Tarquinio et al., 2012), ma anche per le conseguenze materiali della VAD sulle finanze, sull’abitazione e sulla salute fisica (McCaw et al., 2007; Sharp-Jeffs, 2015). Tutte le partecipanti condividevano l’esperienza collettiva che non sarebbe mai stata una cosa «passata». Le partecipanti hanno raccontato come l’impatto della VAD si insinuasse nella loro vita, a volte in momenti prevedibili ma anche in momenti apparentemente scollegati, cosa spesso dolorosa o frustrante quando l’impatto era sembrato lontano. Una delle maggiori preoccupazioni legate all’esposizione alla VAD in adolescenza è la possibile compromissione dell’attaccamento e il modo in cui la VAD può incidere sulle relazioni future (Hou, 2020; Little, 2023). Forse la narrazione più costante sul momento in cui l’impatto della VAD si manifestava per le partecipanti riguardava le relazioni sentimentali, che o suscitavano timori simili in materia di fiducia o creavano un ambiente talmente sicuro da permettere un’elaborazione inattesa della VAD. Le partecipanti hanno affrontato la situazione trovando una connessione preziosa in relazioni non sentimentali e/o proseguendo la propria terapia per favorire l’elaborazione e affrontare il trauma relazionale: «rendermi conto della boccata d’aria fresca che è avere una relazione, avere amore senza la violenza» (Charlene).
Gli atti di resistenza sono azioni che si oppongono direttamente alle strutture di potere (Bourdieu and Bourdieu, 2004). Dato l’impatto vario e persistente della VAD, è del tutto proporzionato che i modi di farvi fronte e di resistere siano altrettanto vari e persistenti. Le partecipanti hanno trovato tantissimi modi di negoziare questo impatto. La diade A parlava spesso della necessità dei confini come forma di resistenza, a causa del coinvolgimento continuo della persona che aveva esercitato la VAD, Brooke: «resistere, per me, è mettere quei confini, dare priorità alla mia salute mentale, cercare di allinearmi ai miei valori». È riconosciuto che le azioni coerenti con i propri valori rendono le persone più felici, e sono integrate in molte terapie (Berman et al., 2009; Harris, 2006). L’abuso può distorcere i confini, per cui riappropriarsene e definirli corregge questa distorsione e aiuta a prevenire ulteriori sconfinamenti (Johnson and Hooper, 2004). Per Charlene la resistenza ha preso la forma di un’opposizione alla discriminazione dell’ente locale, Charlene: «sai, mi ha più che altro accesa, mi ha spinta di più verso la giustizia, a voler fare qualcosa contro il sistema per assicurarmi che i miei figli, sai, fossero sostenuti e stessero bene e non diventassero quello che ero io». La resistenza di Charlene a potenti sistemi di oppressione in vista di un futuro migliore appare profondamente in sintonia con gli approcci sistemici radicali della 4a e della 5a ondata, che mirano a produrre cambiamenti a tutti i livelli del contesto e non solo a quello personale o familiare.
Limitare il trauma intergenerazionale è stato un elemento determinante degli atti di resistenza e delle narrazioni di entrambe le diadi, Charlene: «adesso devo proprio rimettere insieme i pezzi e aiutare me stessa e i miei figli a guarire, così che così che io possa spezzare questo ciclo», mentre Brooke commentava a sua volta: «il trauma succede, ed è importante che ogni generazione cerchi semplicemente di ridurlo un pochino alla volta… Vorrei che la mamma si concedesse un po’ più di grazia… Penso che alla mamma piacerebbe tipo asciugare fino all’ultima goccia di trauma… dal mio punto di vista, pensare al futuro che avrà mio figlio a partire da dove veniamo è una cosa che mi rende molto orgogliosa… in tutto il lavoro. Penso che venga da prima di me, anche risalendo fino a, tipo, mia nonna». La riflessione su questo processo intergenerazionale e sull’essere una buona antenata (Krznaric, 2020; Saad, 2020; Shukla, 2015) è stata molto intensa nell’intervista. Riconoscere i modelli intergenerazionali ed eventualmente resistervi è possibile attraverso molti modelli psicologici, ma in particolare con i modelli incentrati sulla famiglia e sull’attaccamento (Byng-Hall, 1985, 1998; Dallos and Vetere, 2018). Esiste una letteratura crescente su questo tema, che attinge soprattutto alle pratiche decoloniali, su come affrontare e interrompere il ciclo del trauma intergenerazionale (Hoosain, 2018; Leifer and Smith, 1990; Rees and Evans, 2021).
Spezzare questo ciclo implicava una terapia continuativa, ma anche compassione: Brooke: «Penso che la grazia (nel senso di compassione, pazienza e perdono) che siamo riuscite a darci a vicenda per tutto questo tempo sia probabilmente la la cosa più bella che sia successa». Ciò sembra collegarsi a diverse idee terapeutiche sulla compassione e sulla mentalizzazione (Allen et al., 2008; Gilbert, 2009). La diade B ha parlato a lungo della ricerca condivisa della gioia e della risata: Alice: «a volte considero il fare davvero le sciocche e lasciarsi andare all’umorismo e al gioco come un atto di resistenza… penso che sia una cosa che condividiamo tantissimo io e la mamma». Questa conversazione sembra rispecchiare idee centrali della crescita post-traumatica (Bakaitytė et al., 2022; Henson et al., 2021). Per Alice c’è stata una crescita che l’ha portata dal semplice trovare la gioia a uno stile di vita più equilibrato e olistico, che le ha permesso di «sentirmi meno una vittima». Ciò risuona con le idee sulla capacità di agire e sull’assunzione di responsabilità nel lavoro sulla VAD (Vetere and Cooper, 2001). Per Angelica, non lasciarsi definire dal lutto e riempire la propria vita di legami e attività le ha permesso di resistere, Angelica: «cercando di cambiare delle cose nella mia vita per per non crogiolarmi. È questa l’espressione giusta, in quello che è successo». Ciò appare affine alle idee della terapia narrativa sull’accesso ai discorsi subordinati per ispessire le narrazioni, il che aiuta ad aprire più possibilità di azione e di speranza nel futuro (White and Epston, 1989).
Tutte le partecipanti hanno parlato a lungo dell’importanza di comprendere e dare senso a quanto accaduto, che si trattasse di comprendere meglio sé stesse, Charlene: «per me stessa, conoscermi davvero, capire come funziona quell’abuso, che cosa ti fa, semplicemente farti diventare, dover diventare molto consapevole di te stessa», di comprendere la persona che aveva esercitato l’abuso, Alice: «appoggiarmi a quel punto di vista empatico e cercare di capire perché… qualcuno possa mai comportarsi così e cercare di partire da un punto in cui, in realtà, avere quella comprensione porta più pace», o di comprendersi a vicenda, Angelica: «si impara l’una con l’altra, e quali sono i bisogni di ciascuna… Andrew e Alice, che sono le cose più importanti per me». Una maggiore comprensione apriva possibilità di connessione con altre persone, che a loro volta favorivano migliori possibilità di comprensione. Il processo prosegue in modo reciproco: la comprensione di sé e dell’altro consente una maggiore empatia e la possibilità di legami stretti. Ciò potrebbe spiegare lo sviluppo meno cronologico e più relazionale descritto dalle partecipanti. Questo concorda con diverse idee sulla mentalizzazione, sul contenimento, sulla co-regolazione e sulla teoria dello sviluppo (Ainsworth and Hansen, 2012; Allen, 2018; Szykierski, 2010). Una relazione sicura è essenziale per elaborare le esperienze traumatiche (Huppertz, 2018; Lawson-McConnell, 2020). Inoltre, una parte della letteratura ritiene che le persone che hanno vissuto la VAD abbiano maggiori probabilità di presentare una capacità di mentalizzazione e di co-regolazione compromessa, il che rende la sua presenza in queste persone ancora più notevole (Gumley, 2010; Moreno et al., 2016).
Entrambe le diadi erano composte da madri e figlie; entrambe hanno sottolineato quanto la relazione sia stata fondamentale per resistere all’impatto della VAD. Brooke attribuiva gran parte della propria capacità di far fronte alla madre: «Direi che è almeno il 50% (di tutto ciò che ha aiutato)», mentre Angelica affermava: «loro (i figli) sono le cose più importanti per me, a prescindere da tutto il resto, e verranno sempre prima». La complessità e le sfumature delle relazioni madre-figlia vengono rilevate più volte dalle partecipanti. In particolare il desiderio delle madri di compensare il danno avvenuto, che fosse «riequilibrando la bilancia della gioia» o essendo una «madre leonessa». La letteratura riconosce l’unicità di questa relazione e il modo in cui la gestione intergenerazionale delle norme sociali che vogliono le donne «silenziose» e «accondiscendenti» possa generare dinamiche complesse tra madre e figlia ed essere al tempo stesso una relazione profondamente sostenente (Hasseldine, 2017; Schreurs et al., 2003).
Tutte le partecipanti hanno cercato diverse forme di sostegno professionale. Si trattava di sostegno al benessere fisico, mentale, materiale e spirituale. Ricorrevano testimonianze sul valore del sostegno psicologico professionale, Charlene: «una terapeuta adatta per sostenermi nel mio ruolo di genitore e per capire il modo migliore di aiutarli (i suoi figli) a districare le loro esperienze e a sentirsi sostenuti anche loro», ma anche sull’importanza della fede, Angelica: «facevo parte di un gruppo di guarigione spirituale ed è stata una cosa che mi ha sostenuta moltissimo», e del sostegno comunitario, Alice: «penso che quegli anni passati in una comunità con contatti regolari mi abbiano cambiata completamente». Tutte le partecipanti hanno parlato di bisogni mutevoli, data la natura non lineare della guarigione, e della necessità di forme diverse di intervento.
La maggior parte delle partecipanti ha parlato anche di servizi assenti nei momenti di bisogno, che non le hanno aiutate o le hanno attivamente ostacolate. L’intervento dell’ente locale appariva come un antagonista principale nella narrazione di Charlene. Charlene ha parlato con passione dell’ente locale e del suo impatto sui figli: «loro (l’ente locale) l’hanno come tirato fuori (l’abuso subito da Charlene da bambina) e l’hanno usato a loro vantaggio quando volevano, e l’hanno messo da parte quando, sai, l’hanno ignorato quando non volevano… Ho reso sicura la mia casa. Ho mandato fuori di casa il, sai, il partner violento. Poi la battaglia con l’ente locale per… tenermi i miei figli… ^loro pienamente consapevoli della violenza che, sai, c’era stata in casa mia, ma sostenevano lui (il padre di Brooke)… che gli venisse concesso il diritto di visita». Charlene e Brooke si chiedevano a posteriori in che misura le scelte dell’ente locale fossero state influenzate dall’identità intersezionale di Charlene, donna nera della classe operaia. Ritenevano che avesse subito una discriminazione considerevole. Ciò trova riscontro nella ricerca e nei titoli dei giornali (Frost and Parton, 2009; Parton, 2014). Inoltre, la presenza di razzismo e classismo nei servizi sociali per l’infanzia è documentata dalla letteratura empirica (Drew et al., 2023; Hood et al., 2020; Webb et al., 2020), così come nei sistemi che li sostengono e li controllano (Flemmen and Savage, 2017; Miller, 2021). Questa triplice deprivazione (Emanuel, 2002) può aggravare ulteriormente le difficoltà che le famiglie vulnerabili che vivono la VAD già affrontano. Charlene ha riflettuto anche sulla sua visione dell’ente locale più in generale: «l’ente locale tende ad affrontare queste cose togliendo risorse alla famiglia, portando via i bambini, mettendoli in altre case. Quando è opportuno, (dovrebbero) dare a quei genitori quelle risorse e sostenerli, dare loro i mentori esperti giusti per aiutare a sostenere e costruire la vita sociale di quei bambini, e anche un genitore che ha affrontato quelle cose, no?» La narrazione di Alice ha messo in luce anche i fallimenti dei servizi di salute mentale, che o non chiedevano della VAD quando era evidente o non rispondevano ai suoi bisogni quando ne aveva: «Ci sono stati momenti in cui sono stata male e non ho ricevuto l’aiuto di cui avevo bisogno».
Entrambe le persone che all’epoca dell’abuso erano minori hanno riferito di aver avuto nell’infanzia sintomi fisici difficili da spiegare dal punto di vista medico, che secondo entrambe potevano essere stati una risposta alla VAD (Caldwell and Leighton, 2018; Kozlowska, 2013). Entrambe hanno inoltre esplorato come il movimento, attraverso lo sport e la danza, avesse permesso loro di allentare la tensione o di esprimersi. Esiste una letteratura crescente sulla risposta incarnata alla sofferenza e su come calmare e regolare il corpo negli stati di angoscia (Babbel, 2018; Porges, 2022; van der Kolk, 2014).
Da questa ricerca si possono trarre diverse implicazioni:
Le partecipanti avevano molta competenza da offrire sul lavoro con le persone superstiti-vittime e sui modi di resistere. Data la portata della loro resistenza, proporrei un cambiamento di lessico: passare da superstite-vittima a superstite-vittima-resistente. Ciò mette in risalto la capacità di trascendere un’etichetta basata prevalentemente sulla capacità di agire di un’altra persona. Questo lessico non dovrebbe essere inteso come una progressione gerarchica fissa, bensì come un continuum fluido e transitorio.
La sofferenza e la crescita delle partecipanti avevano una linearità temporale limitata e apparivano di natura relazionale. Dal punto di vista clinico, ciò mette in luce la necessità che le persone superstiti-vittime-resistenti possano accedere ripetutamente al sostegno, e non ricevere un’unica offerta di aiuto dopo l’uscita dalla situazione di abuso. I bisogni possono anche variare a ogni accesso e richiedere paradigmi terapeutici, durate e formati diversi. Ciò comprende non solo il sostegno psicologico, ma anche la salute fisica, date le esperienze incarnate, nonché una certa competenza o capacità di orientare verso forme di sostegno in materia economica, abitativa e di istruzione. Difficilmente si tratta di persone per cui sei sedute di CBT a bassa intensità risolvono le cose, anche se possono benissimo ricorrervi come parte del loro percorso.
Dato il valore che le partecipanti hanno trovato nella costruzione di significato, il ricorso alla formulazione può favorirla (Johnstone et al., 2013). Diversi paradigmi terapeutici possono essere utili in base ai bisogni di ciascuna persona. Dato il valore attribuito dalle partecipanti alle esperienze incarnate e all’espressione, potrebbero essere utili approcci basati sull’arte, sul teatro e sul movimento (Feniger-Schaal and Orkibi, 2020; Ritter and Low, 1996). Le partecipanti hanno sottolineato il valore che in certi momenti hanno avuto le terapie tradizionali del trauma, che vanno quindi utilizzate quando opportuno. La natura relazionale del danno, della costruzione di significato e della resistenza individuata dalle partecipanti potrebbe essere presa in considerazione negli interventi. Un’esperienza relazionale continuativa con un numero ridotto di figure cliniche, che offra punti di attaccamento stabili, potrebbe essere utile (Dozier and Bates, 2003). Anche gli approcci familiari e diadici, indipendentemente dall’età della persona assistita, possono essere preziosi, in particolare quelli che privilegiano l’attaccamento e la famiglia, come la Attachment Narrative Therapy (Dallos and Vetere, 2021). L’ANT, e approcci simili, potrebbero offrire alle persone occasioni per negoziare il trauma intergenerazionale, aprendo al tempo stesso maggiori possibilità di far fronte e di resistere in senso intergenerazionale. L’approccio si concentra sulla considerazione intergenerazionale dell’attaccamento e delle narrazioni familiari, il che appare in sintonia con le narrazioni offerte dalle diadi in questa ricerca. In particolare l’attenzione dell’ANT ai copioni familiari replicativi e correttivi (Byng-Hall, 1998). Sebbene l’ANT appaia promettente, anche altri approcci sembrano ben accordarsi con l’idea del trauma intergenerazionale e della sua successiva guarigione attraverso la relazione. In particolare, gli approcci di psicologia di comunità nelle comunità indigene che sono state colonizzate o comunque perseguitate (Hoyt, 2019; Hübl and Avritt, 2020; Radu et al., 2014). Dato il consistente trauma intergenerazionale in queste comunità, preservare di generazione in generazione l’identità, i valori e i legami comunitari è stato riconosciuto come importante per sostenere un processo di guarigione e di resistenza (Afuape, 2016). Anche le pratiche narrative collettive possono consentire di esplorare il trauma intergenerazionale e la resistenza a tale trauma (Lock, 2016; Ncube, 2006).
Come mette in luce questa ricerca, la connessione relazionale è importante per aiutare le persone ad affrontare le esperienze traumatiche. Taiwo Afuape (2011, 2016, 2020) documenta come il trauma separi le persone le une dalle altre e dai valori che le uniscono. Mostra inoltre come gli interventi connettivi e collettivi, che permettono alle persone di riconnettersi tra loro e con i propri valori, le aiutino ad affrontare le esperienze traumatiche e a resistere ai diversi livelli del contesto. Questa ricerca concorda con tali idee. I sistemi di tutela dei minori del Regno Unito non hanno risposto ai bisogni di queste partecipanti né, come indica la letteratura, a quelli di altre persone. Le partecipanti o avevano troppa paura dell’ente locale per rivolgervisi, o si sono sentite danneggiate da esso, perché sottraeva risorse e discriminava le persone. L’attenzione alla gestione del rischio può infatti limitare le possibilità di guarigione, di connessione e di attivazione di risorse (Cottam, 2015; Featherstone et al., 2018). Percy Aggett e Philip Messent (2019) presentano un approccio relazionale-collaborativo per i servizi sociali e i servizi di salute mentale. Si fonda sulla connessione e sulla collaborazione reciproca con le persone che i servizi sostengono, per accrescerne la capacità di agire e aiutarle a dotarsi di risorse. I risultati di questa ricerca potrebbero sostenere questo approccio.
L’esperienza di discriminazione vissuta dalle partecipanti a questa ricerca è profondamente preoccupante e potrebbe rispecchiare la letteratura che evidenzia la discriminazione sistemica in molti servizi pubblici (Bartholet, 2011; Hoosain, 2018; Miller, 2021). Le partecipanti sono state danneggiate da questa esperienza e si sono impegnate a fondo per controbilanciarne l’impatto. Questa ricerca non offre indicazioni su come affrontarla, ma ne riconosce il danno e la necessità di un cambiamento.
Questa ricerca presentava diversi limiti:
Il reclutamento per questa ricerca ha incontrato diversi degli ostacoli già ricordati. Ciò ha portato a reclutare quattro partecipanti, il che, rispetto alla maggior parte dei metodi di ricerca, costituisce un campione ridotto. Tuttavia, il volume e la ricchezza dei dati forniti da queste partecipanti mostrano che il campione era sufficiente per una ricerca basata sull’IN (Daiute, 2013; Morse, 2000). Il numero di partecipanti pone però altre difficoltà. Le partecipanti erano omogenee per genere e per tipo di relazione all’interno delle diadi. Sebbene la ricerca qualitativa valorizzi l’omogeneità delle persone partecipanti, ciò invita a chiedersi quali storie non siano state rappresentate. Si erano fatti avanti candidati uomini, ma non rispondevano ai criteri. I risultati di questa ricerca potrebbero essere diversi se si considerassero le narrazioni di padri e figli, di fratelli e sorelle o di caregiver che vivono relazioni omosessuali. Perché è andata così? Le storie di donne che vivono la VAD sono forse discorsi meno subordinati rispetto alle esperienze maschili di abuso, oppure le donne sono più disposte a partecipare insieme a una ricerca su questa esperienza? Forse i modi di rispondere alla sofferenza, e alla VAD in particolare, segnati dal genere (Moulding, 2015; Wild, 2022) hanno fatto sì che le donne trovassero più facilmente a disposizione il linguaggio per narrare la propria storia.
Va anche considerato che le persone disposte a farsi avanti come diade dovevano avere una relazione solida, aver trovato un modo per riflettere sull’esperienza e forse aver già co-costruito narrazioni sul proprio vissuto. Ciò potrebbe aver escluso alcune persone da questa ricerca.
Sebbene la ricerca sia stata valutata secondo i criteri del «Big Tent» (Tracy, 2010), la doppia codifica e approcci simili volti a garantire credibilità e rigore sono mancati in questa ricerca per vincoli di tempo e di personale. Di ciò si deve tenere conto nel valutare l’applicabilità dei risultati.
Questa ricerca presentava diversi punti di forza:
Questa ricerca è tempestiva, dato il notevole aumento della VAD durante il COVID-19, e offre un contributo prezioso a una letteratura in cui esiste una lacuna evidente sia dal punto di vista della ricerca sia da quello clinico.
La ricerca sul contesto relazionale delle persone colpite dalla VAD è limitata; questa ricerca ha quindi permesso di dare voce a narrazioni che raramente si ascoltano nella letteratura o nel contesto terapeutico.
Questa ricerca è stata condotta con rigore etico per non riprodurre l’abuso. Ha inoltre offerto contenuti riflessivi significativi e trasparenti per aiutare chi legge a comprendere le scelte di chi ha condotto la ricerca.
Le ricerche future in questo ambito trarrebbero vantaggio dall’essere condotte su un campione più eterogeneo, capace di offrire narrazioni più ricche e potenzialmente dissonanti rispetto a questa ricerca. Dati gli ostacoli al reclutamento, l’eterogeneità potrebbe essere difficile da ottenere. Il sostegno di enti di beneficenza o del terzo settore potrebbe aiutare ad accedere a bacini di partecipanti più specifici e rendere la ricerca, forse, più attraente per certi gruppi. Le ricerche future potrebbero trarre vantaggio dall’esplorare formati di intervista diversi, modificando la sequenza o adottando un formato di gruppo basato sul ruolo di caregiver o di minore. Inoltre, l’inclusione di altre fonti di dati, come le immagini, è comune nell’IN. Le partecipanti hanno espresso una preferenza per il movimento e per forme espressive diverse. Introdurre ulteriori possibilità di espressione, come le immagini, potrebbe quindi essere prezioso e si accorda con l’IN (Riessman, 2008).
Questa ricerca ha proposto un’indagine narrativa, con un approccio innovativo, per esplorare le esperienze di diadi che hanno attraversato la VAD. Offre una prospettiva singolare raccogliendo le narrazioni di diadi che hanno vissuto la VAD. Le partecipanti hanno parlato della portata della VAD e di come abbia inciso sulla loro vita, ma anche dei molti modi che hanno trovato per resistere a questo impatto. Hanno parlato del valore dei servizi giusti, del sostegno al momento giusto, ma anche del danno causato dai servizi. Hanno parlato di come il trauma della VAD si manifestasse in modi inattesi. Infine, hanno parlato della relazione reciproca tra connessione e comprensione, in particolare tra madre e figlia. Ciò offre un quadro per considerare le esperienze delle diadi e le implicazioni che ne derivano per gli interventi e i servizi terapeutici: «la speranza è qualcosa che facciamo con altre persone» (Weingarten, 2001).
Complexe Systémique: punti chiave
Questa ricerca sposta lo sguardo abituale sulla violenza domestica: invece di concentrarsi sull’uscita dalla situazione violenta, ascolta che cosa accade, anni dopo, a una madre e a una figlia che l’hanno attraversata insieme. Il disegno interessa la pratica sistemica: un’intervista congiunta seguita da interviste separate permette di sentire ciò che la diade costruisce in comune e ciò che ciascuna tiene per sé. Emergono tre fili. L’impatto ritorna a ondate, spesso quando una relazione finalmente sicura permette di ripensarlo. La relazione madre-figlia è al tempo stesso una risorsa e un luogo di riparazione intergenerazionale. I servizi, in particolare quelli di tutela dei minori, hanno spesso mancato il momento o causato ulteriori danni, e la discriminazione razziale e di classe viene nominata con chiarezza. La proposta di parlare di «superstiti-vittime-resistenti» fa eco al lavoro di Allan Wade sulle risposte alla violenza. I limiti stanno nello studio stesso: quattro donne, due diadi già solide, un’analisi senza doppia codifica. La lezione clinica resta chiara: offrire un sostegno ripetuto, relazionale, talvolta familiare, piuttosto che un’offerta unica e individuale. Da leggere insieme a l’intervista ad Allan Wade sulla dignità e la violenza e lo studio sul posto dei minori dopo la violenza familiare.
Note dell’originale
Dichiarazione di conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere alcun potenziale conflitto di interessi in relazione alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.
Finanziamento. Chi firma l’articolo non ha ricevuto alcun sostegno finanziario per la ricerca, la paternità e/o la pubblicazione di questo articolo.
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Traduzione non ufficiale in italiano di The experiences of dyads who have jointly been exposed to domestic violence and abuse: Narratives of growth, connection and resistance, di Leighton King, Barbara Rishworth e Jo Hadfield, Human Systems, vol. 6, n. 1 (2026), doi: 10.1177/26344041251337007, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «The experiences of dyads who have jointly been exposed to domestic violence and abuse: Narratives of growth, connection and resistance», pubblicato in Human Systems (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
King, L., Rishworth, B., e Hadfield, J. (2026). The experiences of dyads who have jointly been exposed to domestic violence and abuse: Narratives of growth, connection and resistance. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-experiences-of-dyads-who-have-jointly-been-exposed-to-domestic-violence-and-abuse (Opera originale pubblicata nel 2025 in Human Systems, 6(1), 3-27 (2026); ripubblicata nel 2026 da Human Systems, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/26344041251337007)
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