Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Red Sistémica · Satira
Agli inizi della terapia familiare si aveva davanti un vasto campo: c’era posto per tutti e nessuno aveva fretta di erigere recinzioni. Poi la popolazione è cresciuta a passi da gigante e si è cominciato a spostare gli steccati di notte. Carlos Sluzki svela qui, a tutte le persone di buona volontà, le tre strategie (non così) segrete che permettono di appropriarsi del proprio appezzamento: farsi profeta di un maestro oscuro, arrogarsi la traduzione autorizzata dei suoi testi sacri e costruire un buon uomo di paglia.
«Se le prime potenze mondiali e altre organizzazioni potenti esibiscono senza sosta una politica di dominio che consiste nello stabilire territori artificiali, creare conflitti, annientare le divergenze, perché mai Lei, semplice individuo, dovrebbe rifiutare simili strategie?»
Carlos E. Sluzki
Nota della redazione
Questo testo è un pastiche: Carlos Sluzki vi fornisce, con il tono del manuale pratico, le istruzioni per l’uso delle condotte di conquista teorica che intende appunto denunciare. Ogni consiglio va letto al contrario. Pubblicato nel 1983 nel Journal of Marital and Family Therapy con il titolo «How to Stake Territory in the Field of Family Therapy in Three Easy Lessons», è stato tradotto in spagnolo da Emilio Gutiérrez e Jesús Salgado e poi ripubblicato da Red Sistémica; la presente versione italiana è stata condotta su questa traduzione spagnola.
In un modo che, in una certa misura, ci ricorda ciò che accadde nei lontani giorni del Far West, le prime generazioni della terapia familiare avevano davanti agli occhi un vasto campo; c’era posto per tutti e nessuno mostrava molta fretta di erigere recinzioni né di far registrare il proprio appezzamento. La maggior parte delle energie era dedicata all’esplorazione del nuovo campo e alla lotta comune contro la psichiatria, la psicologia e le altre professioni sociali a orientamento individuale e non familiare, che sentivano, non senza ragione, minacciato il proprio territorio. Ma una volta stabilito il campo, e con la successiva crescita a passi da gigante della popolazione, la comunità della terapia familiare ha cominciato a litigare al proprio interno, gettando rifiuti nel terreno del vicino, spostando gli steccati di notte, rimarchiando il bestiame e altre amenità del genere (in una certa misura si potrebbe tracciare un parallelo con ciò che accade nelle gabbie di ratti sovraffollate). D’altra parte, sembra che quella soglia critica sia ormai superata. È dunque giunta l’ora di rivelare a tutte le persone di buona volontà tre strategie segrete (non così segrete) per realizzare con successo la recinzione del proprio territorio, finora praticate solo da una minoranza eletta.
Recintare, nel campo della terapia familiare, un appezzamento di territorio che Lei possa chiamare il Suo territorio può sembrare a prima vista un compito difficile. Non poi tanto, non poi tanto. In questo articolo troverà istruzioni chiare che, se seguite fedelmente, Le permetteranno, a Lei che mi legge, di ottenere rapidamente un proprio podere in questo vasto territorio.
La questione se, recintando un territorio, si crei un confine artificiale anziché naturale, che possa accrescere la confusione invece di dissipare i dubbi, non deve costituire un impedimento. Se le prime potenze mondiali e altre organizzazioni potenti esibiscono senza sosta una politica di dominio che consiste nello stabilire territori artificiali, creare conflitti, annientare le divergenze ecc., perché mai Lei, semplice individuo, dovrebbe rifiutare simili strategie?
Come prima mossa, dovrebbe autoproclamarsi specialista di qualcuno. A tale scopo, si familiarizzi con le idee e la vita di un mentore o di una guida attraente, creativa ed eccezionale – che qui chiameremo dio (acronimo di dotto, infallibile, oracolo) (1) – di cui Lei si propone di diventare profeta (2). Questo dio dovrebbe avere al suo attivo una quantità apprezzabile di produzioni: scritti, registrazioni, palinsesti, geroglifici o insiemi di testimonianze equivalenti a quelli citati. Le parole di questo dio dovrebbero essere abbastanza oscure da consentire molteplici interpretazioni che, all’occorrenza, potrebbero essere tacciate di letteralità se in realtà erano metaforiche, o di metaforicità se erano letterali. Un tale dio dovrebbe essere morto (non perda l’occasione di scrivere un in memoriam su Sé stesso e, già che c’è, sul defunto), oppure risiedere molto lontano (soprattutto se sceglie di essere guru per procura, strategia di cui si parlerà più avanti), o almeno dovrebbe manifestare l’avversione tipica dei maestri zen a comunicare in modo semplice e diretto (soprattutto se opta per la strategia profetica descritta nella lezione 2).
Una volta acquisita familiarità con il Suo dio, sarà pronto a raggiungere lo status di guru per procura. Per stabilire bene la Sua condizione di portavoce «per procura», deve, in modo costante e implacabile, menzionare sé stesso e il dio come un unico pacchetto in tutte le Sue conferenze e i Suoi scritti. Deve, per esempio, fare riferimento alle calde e intime esperienze condivise (che siano pertinenti o no, poiché servono a creare nel pubblico un effetto di fusione), ricorrendo alla citazione di comunicazioni personali tra Lei e dio (senza fermarsi a pensare all’inconsistenza di tali citazioni), o chiamandolo per nome o con il soprannome (come metodo per connotare l’intimità che vi unisce), o semplicemente usando il pronome di prima persona plurale che, in questo modo, include Lei e dio, come se tra voi esistesse un legame quasi mistico (il che aggiunge un interessante effetto di unione trasmigratoria nel caso in cui dio fosse già morto).
Esercizio per la lezione 1
Supponiamo che Lei desideri diventare guru per procura di, diciamo, Ludwig Wittgenstein. D’ora in poi dovrà decorare le Sue conferenze e i Suoi scritti con frasi come «Ludwig – Wittgenstein, naturalmente – mi diceva spesso che…», oppure «quando lo incontravo nel suo appartato ritiro poco prima della sua morte, Wittgenstein mi disse in tono confidenziale, guardandomi con i suoi grandi e intensi occhi azzurri (o forse erano castani?), che…», oppure «sono sicuro che Ludwig avrebbe reagito con la stessa passione con cui reagisco io alla nozione di…», o ancora «era chiara intenzione di Wittgenstein che… e non che…».
Questo stile, usato in modo appropriato, produrrà nel Suo pubblico l’impressione che Ludwig Wittgenstein e Lei siate stati compagni inseparabili fino al momento in cui il grande uomo esalò l’ultimo respiro. Meglio ancora, con una certa abilità letteraria potrà far passare l’idea di essere l’erede ideologico designato direttamente da Ludwig in persona, e che in qualche modo continuate ancora a scambiarvi messaggi al di là della barriera tra la vita e la morte.
La seconda strategia possibile, in buona parte complementare a quella appena descritta, consiste nel conseguire lo status di profeta o di traduttore dei testi sacri, per diventare così l’intermediario tra la verità (oscura e infallibile) di dio e le masse (forse ignoranti, ma certamente bramose). Mi permetta di precisare meglio quanto detto: non si tratta di costruire le Sue idee a partire dai modelli generali del Suo dio (potendo vedere più lontano perché seduto sulle sue spalle, per così dire). No, non si tratta di questo; ciò che farà è chiarire al pubblico che cosa dio ha realmente detto (sarà lui a parlare per bocca Sua). Come fonte d’ispirazione può lasciarsi guidare dall’esempio degli ecclesiastici medievali, che rivendicavano i propri diritti di proprietà e di rappresentanza sulla parola di Dio, stabilendo così una relazione d’inferiorità dei fedeli nei confronti di Dio e, di conseguenza, nei loro stessi confronti. Non c’è dubbio che possa avere un momento di esitazione ricordando le storie orribili che avrà letto sull’Inquisizione, ma si affretti a pensare al potere e alla gloria che quegli ecclesiastici ottennero.
Per raggiungere una statura di profeta adeguata, dovrebbe cominciare col definire le fonti del Suo sapere – vale a dire l’opera personale di dio – come troppo complicate per il consumo diretto degli esseri umani, e insistere sul fatto che le Sue parole (proprio le Sue) sono la corretta (parola importante, la usi spesso) traduzione delle idee di dio. Evidentemente, le Sue dichiarazioni devono essere almeno criptiche quanto gli originali, ma Lei deve diffonderle come se la loro chiarezza fosse ovvia. Questo stile creerà nel Suo pubblico la sensazione di essere semplicemente stupido, mentre Lei apparirà insolitamente brillante (poiché considera chiare le Sue affermazioni criptiche), garantendo così ancora meglio l’obiettivo generale: indurre una relazione d’inferiorità nel Suo pubblico. Può perfino sostenere che dio è troppo difficile da comprendere, mettendosi così al riparo e non dovendo quindi chiarirne le idee, limitandosi unicamente a divulgare le implicazioni che le parole di dio hanno per la vita del Suo pubblico.
Esercizio per la lezione 2
Cerchi di inserire, nella Sua prossima conferenza, un’affermazione che segua le linee generali dell’esempio seguente: «Cercherò di spiegare in termini comprensibili a tutti alcuni dei modelli fondamentali proposti da Wittgenstein. Questo compito richiederebbe tuttavia, per rendere giustizia alle complesse idee di Ludwig, conoscenze avanzate di neurofisiologia e di filosofia, il che, d’altra parte, eccederebbe il tempo a disposizione in questa presentazione. Tali idee possono essere espresse con la formula: purché z (una costante) rimanga al di sotto della soglia. Quella che segue è una visione d’insieme di tutte le implicazioni che l’applicazione della formula di Wittgenstein ha per la vita professionale dell’uditorio…».
È normale che, giunto a questo punto, desideri scrivere o parlare con uno stile autoritario (anche se l’uso di qualche stratagemma di umiltà come «a mio parere», disseminato nel discorso, non fa mai male) e con una certa abbondanza di dichiarazioni su ciò che è «corretto» e «appropriato». Questo ha il vantaggio supplementare di trasmettere una velata minaccia di scomunica a chi si rifiutasse di aderire al dogma.
È consigliabile, almeno all’inizio, non lanciarsi sfrenatamente in una campagna di proselitismo, ma piuttosto attenersi a un obiettivo concreto – magari una nozione perfettamente consolidata, perfino utile, di quelle che abbondano tanto nel nostro campo. Ricordo che il rumore della battaglia, per quanto inutile possa essere, attira sempre le agenzie di stampa e assicura una buona copertura mediatica. Per procedere con saggezza, può scegliere di creare una falsa dicotomia concettuale (qualsiasi concetto può essere diviso in due, etichettando una parte come buona o corretta – quella che Lei preferisce – e l’altra come cattiva o scorretta – quella che Lei rifiuta) e di instaurare una situazione del tipo «che si sbranino tra loro», il che Le procurerà senza dubbio un certo potere. Può dichiarare, per esempio, che «gli sforzi dei terapeuti strategici sono miopi e banali, poiché non tengono conto di ciò che io e Wittgenstein (comunicazione personale) concordavamo nel chiamare una dimensione epistassica, indispensabile per una corretta prospettiva della realtà multidimensionale».
Meglio ancora, potrebbe trovare una definizione povera, debole o ristretta di un concetto chiave (una ricerca bibliografica esaustiva Le fornirà un abbondante raccolto di usi inesatti, limitati e perfino stupidi di molti concetti utili), sostenendo poi che quell’uso è stato l’unico impiegato in tutta la letteratura. Subito dopo, basandosi sull’argomento che l’abuso sfrenato ha contaminato il concetto chiave al di là di ogni possibile redenzione, e invece di suggerire un uso e una definizione appropriati del termine chiave, introduca una parola nuova di Sua produzione, oppure la importi da un altro campo (3).
Esercizio per la lezione 3
Aggiunga una versione libera del paragrafo seguente nel Suo prossimo articolo: «Come si è mostrato sopra, una rassegna esaustiva della letteratura dimostra che il concetto di confine è stato irrimediabilmente contaminato dagli usi errati precedenti della parola. Propongo pertanto di sostituirlo con il termine più chiaro e più fresco di frontiera, che definisco come un insieme di regole interpersonali che regolano chi fa che cosa, quando e a chi, tanto all’interno di un sistema dato quanto nelle sue relazioni con i livelli sovra- e sottosistemici».
Convincente, eh? Ma, La prego, lo dimentichi. È solo un esempio, e il suo contenuto si autodistruggerà nella Sua testa entro cinque secondi. Non c’è nulla che non vada nella nozione di confine (se si eccettuano alcuni usi limitati ed errati qua e là); in realtà, per definire il termine «frontiera» ho usato una versione libera della definizione di «confine» data da Minuchin (o forse, ripensandoci, posso invitarLa alla mia prossima conferenza: «Al di là della nozione di confine: verso il concetto di frontiera») (4).
Per finire, vorrei sottolineare: se intende seguire le strategie che ho citato, non dovrebbe lasciarsi fermare dal sospetto che il Suo dio, pensatore originale senza alcun dubbio, abbia scritto nel suo stile così particolarmente oscuro non involontariamente, ma per scelta. Si astenga dal considerare la possibilità che il dio, seguendo il suo metodo socratico – o zen – d’insegnamento, abbia cercato di suscitare in chi lo legge idee intriganti capaci di creare dubbi, come metodo per favorire e indurre il pensiero creativo, o per accrescere la flessibilità e la versatilità dei processi cognitivi. Eliminando simili considerazioni eviterà la pericolosa palude degli interrogativi etici che potrebbero minare la Sua determinazione a recintare il Suo territorio nel campo della terapia familiare. Per motivarLa ancora di più, immagini soltanto… il Suo feudo, gli stendardi al vento, che sfoggia orgogliosamente il Suo stemma, un campo magenta con due leoni d’azzurro, attraversato in diagonale dal Suo motto: vis primum, tum mores (5).
Note dell’originale
(1) E anche, per puro caso: denso, inaccessibile, oscuro.
(2) La scelta di dio anziché dea (dotta, eterna, assoluta) segue le convenzioni letterarie. In linea di principio dea sarebbe altrettanto valido, anche se il predominio ancora attuale del maschilismo nella nostra cultura consiglia l’uso di dio, comparativamente meno controverso.
(3) Correggere la definizione comporterebbe il rischio che venga mantenuto il termine originale anziché adottato quello da Lei proposto, riducendo così la Sua indispensabile visibilità. Perderebbe inoltre le occasioni altamente gratificanti di rinnovare il clamore della battaglia ovunque venga menzionato il termine chiave. Inoltre, deve fornire alla Sua futura base di sostegno una parola d’ordine che permetta di riconoscersi in mezzo alla folla, e soprattutto al buio.
(4) Esiste in effetti una quarta tecnica, nota sul mercato come Variante Korsakov (derivata dal sintomo chiave della condizione psichiatrica chiamata «sindrome di Korsakov», caratterizzata da amnesia e dalla produzione di materiale confabulato per colmare le lacune della memoria). Questa tecnica si applica mediante l’omissione sistematica, in tutti gli scritti e in tutte le conferenze, di qualsiasi riferimento a qualunque lavoro precedente, chiunque lo firmi. Questa politica, se applicata implacabilmente, non solo genererà nel pubblico l’illusione della Sua totale originalità – cioè che le Sue idee sono farina del Suo sacco – ma presenta un vantaggio supplementare: quello di finire per produrre la stessa convinzione in Lei, soprattutto se si legge o si ascolta molto.
Un avvertimento, tuttavia: questo metodo non è per chi è alle prime armi, ma per chi ha già lunghi anni di esperienza nel campo. Si attenga dunque alle tre lezioni esposte nel testo e aspetti di essere famoso prima di tentare la Variante Korsakov.
(5) Il che, tradotto approssimativamente dal latino, significa «Prima la violenza, poi l’etica». Chi ha una certa cultura avrà notato che questo motto è una versione libera dell’argomento addotto da Macheath (più noto in seguito come Mackie Messer) per giustificare i suoi molteplici delitti nell’opera di Bertolt Brecht L’opera da tre soldi: «Prima viene la pancia, poi viene la morale». In realtà, poco prima di morire, Bert mi confidò che ciò che voleva dire davvero era…
Chi è Carlos E. Sluzki
Il dottor Carlos E. Sluzki è primario del Dipartimento di psichiatria del Berkshire Medical Center, Pittsfield, MA 01201, Stati Uniti. Professore di psichiatria, Facoltà di medicina, Università del Massachusetts.
Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale, condotta sulla versione spagnola «En tres fáciles lecciones: Cómo cercar un territorio en el campo de la terapia familiar», pubblicata da Red Sistémica (prima pubblicazione: Journal of Marital and Family Therapy, vol. 9, n. 3, luglio 1983). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Sluzki, C. E. (2022). En trois leçons faciles : comment délimiter un territoire dans le champ de la thérapie familiale (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/en-trois-lecons-faciles-comment-delimiter-un-territoire-dans-le-champ-de-la-therapie-familiale (Opera originale pubblicata nel 1983 in Journal of Marital and Family Therapy, vol. 9, n. 3, luglio 1983; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/20/en-tres-faciles-lecciones-como-cercar-un-territorio-en-el-campo-de-la-terapia-familiar/)
Per approfondire
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