Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Red Sistémica · Cinema e psicopatologia
Esistono tre fonti fondamentali che cercano di descrivere la realtà: la storia, i mezzi di comunicazione e l’arte. Delle tre, è l’arte quella che più si avvicina alla realtà. Joker, di Todd Phillips, non fa eccezione: il film ci immerge, con un senso profondamente umano, nel mondo sottovalutato della salute mentale. Ciò che descrive magistralmente è una storia clinica: quella di come si cova un disturbo mentale.
Il film
Regia: Todd Phillips (2019). Interpreti: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Frances Conroy. Il film racconta la lenta disgregazione di Arthur Fleck, clown a noleggio e aspirante comico che vive con la madre in una metropoli in crisi, fino alla sua metamorfosi in Joker.
Nota della traduzione
Questo testo è stato scritto a Lima nell’ottobre 2019, poche settimane dopo l’uscita del film, e ripubblicato da Red Sistémica nel 2023. L’autore vi impiega il lessico relazionale della scuola sistemica: la disconferma (l’esperienza soggettiva di vedere negata la propria stessa esistenza dalle persone più vicine) e la squalifica, così come si trovano in Watzlawick e poi in Juan Luis Linares. Per rispetto del diritto d’autore del film, le battute citate nell’originale sono qui rese in discorso indiretto anziché riprodotte.
«Ogni personalità malsana si cova in legami malsani; e dietro ogni personalità malsana esiste sempre una storia di disamore che spiega quel comportamento.»
José Baldeón Valdivia
Ci sono tre fonti fondamentali che cercano di descrivere la realtà: la storia, i mezzi di comunicazione e l’arte. Delle tre, è l’arte quella che più si avvicina alla realtà. I film, in quanto tali, cercano quasi sempre di fotografare aspetti della realtà umana. Il film Joker — che porta sullo schermo il celebre personaggio della DC Comics, noto per essere l’acerrimo nemico di Batman — e che sta battendo record al botteghino, non fa eccezione. Si tratta di un film, diretto da Todd Phillips, che ci immerge nel mondo sottovalutato della salute mentale, con un senso profondamente umano.
Il personaggio del Joker è interpretato da Joaquin Phoenix che, per questa interpretazione straordinaria, probabilmente vincerà l’Oscar come miglior attore. Nel film c’è una profonda ricchezza psicologica da esplorare. È questo a renderlo prezioso.
Alcune critiche lo hanno definito problematico e lo hanno accusato di romanticizzare la violenza; altre voci sostengono che sia un film necessario. Si dice che promuova la violenza, nonostante questa sia sempre esistita, anche quando i film non c’erano.
Certo, se ci limitiamo a guardare la violenza del Joker — come chi guarda soltanto la ribellione dei propri figli —, la disapproveremo; ma se facciamo lo sforzo di guardare oltre il Joker e ci fermiamo a esaminare la sua storia e la sua famiglia, come chi guarda sé stesso in quanto genitore, ci metteremmo a riflettere — e potremmo perfino scoprire con stupore — su dove possa annidarsi l’origine di tanta violenza e di tanta ribellione. Ecco ciò che è interessante: Joker mette il dito nella piaga descrivendo magistralmente la storia clinica di come si cova un disturbo mentale. In molte delle frasi chiave del personaggio possiamo analizzare il racconto di una persona sofferente, segnata da una storia di disamore, che finisce trasformata in una persona con un disturbo mentale.
È evidente che il Joker soffriva di un mosaico di disturbi psicologici, a cominciare da una psicosi innegabile, caratterizzata dal suo delirio di grandezza di eroe travestito da cattivo; rinuncia a essere Arthur Fleck — il suo vero nome — e chiede di essere chiamato Joker, abbandonando così la propria identità per assumerne un’altra. Delira di essere un pagliaccio felice che, in fondo, nasconde un uomo infelice. Presenta inoltre profondi tratti sociopatici, che lo portano a uccidere senza provare colpa, come quando uccide sua madre — benché prima, tanto lei quanto altre persone, lo avessero già assassinato psicologicamente.
Soffriva inoltre di una depressione cronica, evidente nella sua solitudine e in quel tic di risata forzata dietro cui nascondeva la sua profonda tristezza. Non mancava neppure la nevrosi, espressa nella forte ansia che cercava di placare a forza di sigarette… ecco chi era Arthur: un collezionista di sintomi e di diagnosi che hanno reso la sua vita misera e angosciante, come quella di migliaia di esseri umani che soffrono di disturbi mentali e non vengono compresi: nemmeno dalle proprie famiglie, e tanto meno dalla società che li circonda.
Ma come arriva un innocente a trasformarsi in un mostro minaccioso? Come fa Arthur, il bambino buono, a diventare il Joker, l’adulto cattivo, che finisce per essere un criminale folle? Come arriva una persona a sviluppare un disturbo mentale? Dove affonda le sue radici ogni patologia psicologica? Un ampio settore della psichiatria classica, con la sua ideologia biologista, ci ha fatto credere che la maggior parte dei disturbi mentali abbia un’origine genetica, che la maggior parte delle persone che ne soffrono abbia una predisposizione genetica con cui è nata e sia condannata a convivere per sempre con il proprio male; per la felicità dell’industria farmaceutica e l’arricchimento dei proprietari dei grandi laboratori, che renderanno le persone malate dipendenti dalle loro pillole, ma non le guariranno.
Non si nasce con un disturbo mentale, dal momento che un feto inizia il suo concepimento quasi alla perfezione; una patologia si forma nell’ambiente in cui si cresce, fin dal grembo materno. Possono esserci eccezioni, ma sono soltanto questo. Non è la genetica la responsabile di una perturbazione mentale, bensì i legami malsani in cui crescono un feto e poi un bambino, che possono portare alla malattia psicologica. Non è la biologia cerebrale, ma sono le relazioni malsane a generare le patologie. Il nostro assioma è che ogni personalità malsana si cova in legami malsani. Arthur — questa è la sua vera identità, e mi rifiuto di chiamarlo Joker, il buffone — non ha avuto una predisposizione genetica a diventare un criminale folle; ciò che ha avuto è un’atmosfera relazionale che lo ha reso tale. Questo non giustifica la sua azione, ma la spiega.
Ogni bambino ha bisogno di arrivare e crescere in un ambiente relazionale caratterizzato dall’amore, l’unico capace di garantirne la salute mentale. Un amore che non è mai stato presente nella vita di Arthur: lui stesso dice di non aver mai avuto, in tutta la sua vita, un solo momento di felicità. Un’infanzia infelice prepara un’età adulta potenzialmente perturbata. È in un’infanzia infelice, segnata dal disamore, che si covano le grandi psicopatologie umane. Quasi tutte le malattie psicologiche, e anche molte di quelle fisiche, hanno origine nel disamore (Maturana, 1993). È questo il nido in cui crescono i grandi disturbi della personalità. Per questo un altro nostro assioma è che dietro ogni personalità malsana esiste sempre una storia di disamore che spiega quel comportamento. Un disamore che si esprime in legami malsani capaci di distruggere l’identità di un bambino, come è accaduto ad Arthur. Immergiamoci dunque, ora, nella storia di disamore del nostro tormentato personaggio, la cui esistenza prende forma in una sceneggiatura straordinaria che mi ha profondamente commosso e piacevolmente sorpreso quando ho visto il film.
Dalla nostra posizione terapeutica, riteniamo che i principali legami malsani in cui si esprime il disamore e che danneggiano la psiche di una persona siano cinque. Diversi di essi sono stati presenti nella vita di Arthur. Il principale è stato il legame malsano della disconferma (Watzlawick, 1969), che è la forma di maltrattamento psicologico più distruttiva di tutte: fa sì che il bambino senta di non esistere per le persone più significative della sua vita, le sue figure genitoriali, e che la sua esistenza non abbia importanza per loro. Questa è stata l’esperienza di Arthur, che ha avuto una madre per la quale non esisteva, poiché lei viveva aggrappata al passato e le importavano soltanto i suoi ricordi e la speranza di essere salvata da quell’uomo ricco che l’aveva messa incinta. Per questo viveva nella compulsione di inviare lettere che non ricevevano mai risposta. Si è impantanata in una sovra-connessione con il padre, ma non è mai riuscita a connettersi con il figlio. Arthur era invisibile per lei, così come non è esistito nemmeno per suo padre.
È ciò che chiamiamo disconferma: genitori che si disinteressano della propria prole perché troppo occupati dalle proprie faccende lavorative, dai conflitti coniugali o dalle frustrazioni personali, rendendo invisibili i figli e, di conseguenza, disconfermandoli. Il peggio è che, dopo aver detto loro implicitamente «per me non esisti», pretendiamo da loro esplicitamente un’esistenza riuscita e felice, senza curarci di ciò che pensano e sentono. È una doppia disconferma, ed è ciò che ha fatto la madre di Arthur ripetendogli che doveva sempre sorridere, che doveva essere felice e che la sua missione era far ridere gli altri; in altre parole: «comportati come se fossi felice, non importa se sei infelice». Il meta-messaggio è: «non essere te stesso, devi essere un altro».
Non sorprende quindi che Arthur dica di non essere mai esistito per gli altri, e di essere arrivato a pensare di non esistere nemmeno per sé stesso. È esattamente il sentire di chi ha vissuto nel legame malsano della disconferma. Ecco l’embrione di una futura personalità psicotica. Non si nasce così: si viene fatti così. Nessuno può esistere sentendosi una nullità e senza identità; per questo, come meccanismo di difesa, ha bisogno di costruirsi un’identità alternativa con cui sentire di esistere e di essere qualcuno di importante: io sono Napoleone. Ad Arthur la famiglia ha negato la possibilità di configurare una propria identità, costringendolo a costruirsene una presa in prestito da un personaggio crudele, vendicativo e sanguinario, come lo era il Joker.
Non importa il prezzo da pagare: l’importante è esistere ed essere riconosciuto. Come Arthur, è una nullità emarginata; ma ora, come Joker, è qualcuno di riconosciuto. Perché, certo: se il mio Io reale è disprezzato, mi invento un Io irreale che mi garantisca di essere valorizzato; non importa se vengo riconosciuto per essere cattivo e se questo mi autodistrugge, l’importante è essere riconosciuto e che gli altri si accorgano che esisto.
Il celebre romanziere William Faulkner, nel suo romanzo Le palme selvagge, ci dice: «Tra il dolore e il nulla, scelgo il dolore»; vale a dire: tra non esistere e soffrire, scelgo di soffrire. Non importa essere un emarginato inseguito dalla polizia; l’importante è che ora esisto, a qualunque prezzo. Per questo il comportamento di un bambino problematico o di un adolescente ribelle è, molte volte, il grido di un figlio che dice «io esisto e sono importante» e che supplica un legame sano. Per questo, dietro il costume e il trucco del Joker, si nascondeva un essere umano che ha cercato disperatamente di poter esistere, di essere accettato, ascoltato, compreso, amato, rispettato… ha voluto essere Arthur Fleck, ma ha finito per essere il Joker.
Molte volte i figli finiscono per diventare ciò che i genitori non vorrebbero che fossero, ma che, senza che se ne rendessero conto, era il copione scritto per la loro vita. Arthur ha finito per trasformarsi in quel personaggio malvagio che è il Joker perché la sua famiglia gli ha scritto quel copione a partire dal legame malsano della disconferma, che non è altro che l’assassinio psicologico di un figlio, perché gli si distrugge l’identità. A questo, molti figli potrebbero rispondere: «mamma, papà, sarei il figlio perfetto che volete se almeno mi aveste prestato attenzione». Ma tanti vivono l’abbandono affettivo e l’orfanezza emotiva.
Un’altra frase chiave in cui si rivela il racconto psicotico di Arthur è quella che ripete a sé stesso, cercando di crederci davvero: la sua vita non sarebbe una tragedia, ma una commedia. Compare così il delirio, sintomo principale della psicosi, che esplode nella vita di Arthur e che consiste nel negare la realtà dolorosa per fuggire in un mondo irreale di apparente felicità. Non voleva essere consapevole che la sua vita era una triste tragedia; ha quindi bisogno di fuggire in un mondo inventato di allegra commedia. Perché nessuno può vivere immerso in un mare di angoscia sentendo di non esistere per le persone più significative del proprio ambiente, che è una delle peggiori tragedie che un essere umano possa vivere, tanto più nell’infanzia. Di fronte a questa esperienza angosciante si cercherà sempre di aggrapparsi al salvagente di un racconto che tenga a galla; per questa ragione Arthur si imbarca nell’idea delirante che la sua vita sia una commedia, come un meccanismo di difesa che gli eviti di naufragare nella sua dolorosa realtà di tragedia. Significa: non posso vivere nella tragedia di sentirmi una nullità; ho quindi bisogno di pensarmi come qualcuno, anche se la mia vita si trasforma in una commedia. Perché se il mio Io reale vive la vita come una tragedia, ha bisogno di inventarsi un Io irreale in cui possa vivere la vita come una commedia.
Poiché non si può vivere in una profonda e costante angoscia esistenziale, bisogna fuggire in un mondo irreale in cui la vita è una gioia profonda. Non potendo vivere con la propria identità, se ne cerca una alternativa che garantisca il riconoscimento che è stato negato (Linares, 2010). Per questo Arthur si rifiuta di essere sé stesso, il soggetto che vive sprofondato nell’abisso della tragedia, fuggendo dalla propria identità per acquisirne una nuova, come quella del Joker, il pagliaccio buffone, in cui possa vivere la vita dalla vetta della gioia. Molte volte ingannare sé stessi è una questione di sopravvivenza psicologica, per sopportare il dolore della tragedia. La psicosi è l’autoinganno portato all’estremo: quello in cui si rinuncia a essere sé stessi, una persona infelice, per convincersi di essere un’altra persona, ma felice.
L’altra patologia concomitante alla schizofrenia di cui soffriva Arthur era una profonda depressione, evidente nel suo racconto: vuole che la sua morte abbia più senso della sua vita. In altre parole, ci sta metacomunicando: «la mia vita non ha senso, la mia morte ne ha di più». Dà più valore alla morte che alla vita, sentimento tipico della depressione con ideazione suicidaria, quando l’esistenza non trova più uno scopo definito. Ma se una psicosi si cova nel legame malsano della disconferma, la personalità depressiva si annida in una squalifica (Linares, 2010) non priva di rifiuto. Se il messaggio del primo legame malsano è «per me tu non esisti», il messaggio degli altri due è «tu esisti, ma non mi piaci e non voglio stare con te». È stata questa un’altra esperienza malsana di disamore che Arthur ha subito per tutta la vita: l’implacabile rifiuto a cui è stato sottoposto. È stato rifiutato dal padre assente, dalla madre indifferente, dalle prese in giro dei compagni di scuola, dal disprezzo di una potenziale fidanzata, dall’indolenza di un capo che lo licenzia, dall’incuria di un governo che gli toglie le pillole che gli forniva e perfino da un conduttore televisivo che lo invita soltanto per deriderlo.
Tutta la vita di Arthur è stata segnata dalla tragedia del rifiuto e della disconferma; non è strano, quindi, che voglia trasformarla in una commedia, e a questo ha collaborato persino il suo corpo. Perché una parte della «commedia» di Arthur è stata sviluppare un disturbo neurologico chiamato labilità emotiva, o sindrome pseudobulbare: una condizione caratterizzata da episodi di attacchi di riso (o di pianto) improvvisi, incontrollati e fuori luogo, che compaiono quando la persona vorrebbe piangere o è nervosa; episodi che possono durare minuti e causare vergogna, isolamento sociale, angoscia e depressione. Arthur soffriva di tutto questo, ma cercava di negare la propria depressione costruendosi il racconto di una vita che sarebbe una commedia. Ma tutto ciò che non esplode fuori finirà per implodere dentro. Ecco l’origine di molte malattie psicosomatiche. È così che Arthur negava la sua depressione affermando che la sua vita non era una tragedia ma una commedia; tuttavia, quando neghiamo qualcosa con la nostra psiche, il nostro corpo reclama, e può prodursi un cortocircuito nel nostro sistema nervoso, che può tradursi in un disturbo neurologico come quello di cui soffriva Arthur.
Perché ciò che l’anima tace, il corpo lo dice. Negare la tristezza della sua anima ha fatto sì che il suo corpo parlasse attraverso una sindrome; il che dimostra che molte malattie fisiche o psicologiche possono essere semplici metafore, che nascondono il messaggio di una realtà dolorosa che ci rifiutiamo di accettare. Arthur preferiva vivere nella menzogna di una risata piuttosto che nella verità di un pianto.
I legami malsani in cui una persona può vivere, come la disconferma e il rifiuto, le producono ferite psicologiche: vergogna, colpa, rabbia ecc., che sono le fondamenta su cui si edifica un disturbo della personalità. La maggior parte delle persone che le portano accumula rancore e rabbia, fonte di aggressività contro sé stesse o contro gli altri, come è stato il caso di Arthur. Ma la violenza più grande che osserviamo nel film non è quella che lui commette contro gli altri, bensì quella che gli altri hanno esercitato per primi contro di lui. Arthur lo fa in modo visibile e brusco, ma la violenza contro di lui è stata invisibile e graduale. È vero che è un criminale folle, ma è anche vero che la vera follia criminale è quella che si è prodotta contro di lui, con un ambiente segnato dal maltrattamento, che lo ha assassinato psicologicamente con il disamore della disconferma e del rifiuto, e che ha finito per far saltare in aria la sua fragile identità.
Dopo aver vissuto in un’atmosfera relazionale così contaminata, qualcuno può osare dire che sia diventato psicotico e depresso per una qualche causa genetica? Chi lo facesse sarebbe più folle di Arthur. Non c’è dubbio che è nei legami malsani di disamore, con cui si maltratta psicologicamente l’infanzia, che si trova la vera causa della malattia fisica e psicologica, fino alla follia.
Si dice che il Joker rappresenti la violenza omicida incarnata, ed è così; ma dietro di lui c’è una violenza ancora più grande, quella che lo ha generato: la violenza del disamore, espressa nella disconferma da parte dei genitori e nel rifiuto degli altri. Tutto questo ambiente è complice di aver creato il mostro che ora ripudia. Arthur non è innocente, ma il suo ambiente è il grande colpevole della sua creazione. Lui non ha fallito del tutto: il suo ambiente ha fallito di più. È il degno figlio del disamore. È stato violento perché sono stati violenti con lui. È vero che né il dolore né la ferita giustificano la violenza, perché, così come si può apprendere un comportamento aggressivo, lo si può disimparare; ma è facile dirlo, e ciò che non si riesce a comprendere pienamente è che la guarigione di una persona perturbata non dipende soltanto da lei, ma anche dal suo ambiente, noi compresi.
Molte volte, proprio chi lo tormenta dovrebbe prendersene cura; invece continua a maltrattarlo. Per questo Arthur osserva che la cosa peggiore, quando si ha un disturbo mentale, è che la gente si aspetta che ci si comporti come se non lo si avesse. Gli si chiede di comportarsi bene e non si capisce che non può, a causa della sua malattia. È come pretendere che una persona paralizzata si metta a correre. La maggior parte delle persone con un disturbo non è compresa né dalla famiglia né dalla società: ci si aspetta che si comportino bene, come se non soffrissero di alcun disturbo. Si tagliano loro le gambe e poi si chiede loro di camminare normalmente.
Da ricordare
A tutti i sintomi di cui soffre una persona perturbata va aggiunta la rabbia generata dall’incomprensione del suo ambiente che, con l’indifferenza e il rifiuto, nutre ancora di più la sua patologia. Per questo diciamo che il difetto centrale non è in lei, ma nell’ambiente che la accoglie. Se il contesto familiare di un bambino è pieno di violenza, non possiamo aspettarci che cresca in modo sano. Un’atmosfera relazionale malsana produrrà una personalità malsana.
È vero che ci sono figli che sfuggono a questa maledizione, ma è un tema che richiede una spiegazione che va oltre il presente articolo.
Per ora, stiamo sottolineando le conseguenze del disamore e i fallimenti dell’ambiente. Arthur è nato ed è cresciuto in un contesto familiare stracolmo di disamore. Fin da bambino ha conosciuto solo il linguaggio della violenza e non ha mai imparato a parlare un’altra lingua. Non è che sia nato pecora nera della famiglia: è stata lei a renderlo tale. La sua unica colpa è stata non riuscire a rompere con il copione programmato e osare scrivere la propria storia di vita. È stato condannato dalla giustizia, ma il suo ambiente è rimasto impunito; per questo, alla fine, ha voluto farsi giustizia da sé.
«Ci sono famiglie in cui si soffre più che in un campo di concentramento», ha scritto un ex detenuto di Auschwitz, il complesso di sterminio nazista. Perché quando il disamore della disconferma e del rifiuto è ciò che prevale in una casa, i figli soffrono più di chi ha vissuto in quei campi di sterminio. L’infanzia ha bisogno di respirare un’atmosfera familiare vicina al paradiso per crescere sana e felice. Non generiamo un Joker: formiamo un essere capace di realizzarsi. Né l’uno né l’altro sono questione di genetica o di fortuna: sono questione di legami. Se un bambino cresce in legami malsani di disamore, la sua personalità imboccherà una traiettoria malsana; ma se si sviluppa in legami sani d’amore, la sua identità percorrerà il sentiero della funzionalità e della piena realizzazione. Purtroppo Arthur ha vissuto la prima situazione.
Lungo tutto il film si avverte il grido straziante e silenzioso di un Arthur che ci metacomunica, in tutti i modi: «ho bisogno di essere amato»; finché arriva il momento in cui lo comunicherà apertamente, quello in cui incontra suo padre. È una delle scene più commoventi e forti del film, che si guarda con il cuore stretto. Arthur ha fatto l’impossibile per riuscire a vedere suo padre, ricco e irraggiungibile, e ora, finalmente, lo aveva lì, davanti a sé. Gli dice di averlo cercato non per chiedergli l’eredità a cui ha diritto né il cognome che gli spetta, ma soltanto per poter pronunciare quella parola mai detta prima: papà; una parola che non ha mai potuto dire a nessun altro, perché sua madre gli ha negato la possibilità di un nuovo padre, non essendo mai riuscita a superare il suo amore impossibile. La scena più emozionante è quella in cui gli rivolge una richiesta che, se fosse stata accolta, avrebbe potuto cambiare il suo destino. Fino a quel momento la sua vita avrebbe potuto essere un’altra; dopo, tutto è diventato irreversibile. È stato un istante che avrebbe potuto cambiare tutto, ma che ha soltanto peggiorato tutto. Arthur chiedeva solo un gesto d’amore che avrebbe potuto guarirlo, ma ha ricevuto, ancora una volta, un gesto di disamore che ha finito di sconvolgerlo. È il momento in cui fa capire all’uomo che ha di fronte che non gli chiede il suo denaro, ma soltanto l’abbraccio di un padre. Non chiedeva denaro né nulla di particolare; dice soltanto di essere venuto a chiedergli l’abbraccio di un padre, così a lungo rimandato e cercato; supplicava soltanto una carezza amorevole che riempisse d’amore il vuoto della sua anima.
Bisogna soddisfare i bisogni fisici e materiali dei nostri figli, ma non dimentichiamo mai che i loro bisogni più profondi non passano da lì: sono psicologici e spirituali, e ogni bambino ha bisogno di pensarsi e sentirsi amato per crescere in modo sano. Perché così come ci sono legami malsani di disamore — come la disconferma e il rifiuto — che hanno fatto ammalare Arthur, ci sono anche legami sani d’amore, come la tenerezza e le carezze, che avrebbero potuto guarirlo; perché, se il disamore fa ammalare, l’amore guarisce. Arthur ha vissuto tutta la vita nel disamore, ed è per questo che si è ammalato; ora aveva l’occasione di ricevere quel po’ d’amore che chiedeva a gran voce e, così, di poter guarire.
La tenerezza
Trovare sempre disponibile la persona da cui mi aspetto amore; sapere che non sono solo e che posso contare su di lei.
Le carezze
Espressioni gestuali — abbracci, baci — o elogi sinceri.
Arthur si aspettava queste due cose da suo padre: per questo era lì, a mendicare un po’ d’amore. Eppure, invece di un abbraccio, ciò che riceve è un pugno in faccia, che rappresenta la violenza fisica del rifiuto; ma non sarebbe stato quello il colpo a fargli più male: sarebbe stato quell’altro pugno ricevuto nell’anima, quando suo padre gli dice di non essere suo padre e di non avvicinarsi mai più a lui; in altre parole: «non sono disponibile per te», la rappresentazione della violenza psicologica della disconferma. È in quest’atto finale che si produce, credo, il culmine del suo crollo. Il processo di gestazione di un criminale folle giungeva al termine. Muore Arthur in quanto tale e nasce il Joker come criminale.
Perché il figlio del vicepresidente della General Electric sarebbe entrato nella scuola elementare di Sandy Hook, a Newtown, nel Connecticut, per far esplodere i piccoli corpi di venti bambini di prima elementare? Perché ha agito così, se suo padre lo ha fatto vivere nell’abbondanza e gli ha dato tutto? Sicuramente perché ha soddisfatto tutti i suoi bisogni materiali, ma ha lasciato vuoti quelli psicologici. È stato sempre disponibile per suo figlio, o sempre occupato dal lavoro, disconfermandolo? Ha saputo abbracciarlo ed elogiarlo continuamente, o lo ha rifiutato? La tenerezza e le carezze sono, tra gli altri, legami d’amore, vitali per un bambino quanto il nutrimento fisico; e quando non vengono soddisfatti, l’anima si ammala e si aprono ferite come il rancore, che sta dietro a molte espressioni di violenza e che, nei casi estremi, può portare a uccidere altre persone, come ha fatto quel figlio.
«Il male esiste, ed è l’assenza di amore», ci dice Juan Luis Linares; vale a dire che la malvagità non è soltanto un atto esplicito di insulti e schiaffi, ma anche un atto di omissione e di assenza, come la negazione delle carezze. Smettere di abbracciare è maltrattare; ed è in questo contesto di una storia di disamore, e non in un’eredità genetica, che si covano le personalità disturbate. Il destino di Arthur avrebbe potuto cambiare con un semplice abbraccio, che lo avrebbe fatto sentire amato e toccare il cielo; ma invece ha ricevuto un pugno che lo ha fatto sentire di nuovo rifiutato e gettato all’inferno. Il pugno in faccia è stato una violenza fisica visibile che quasi non gli ha fatto male; il vero pugno nell’anima, quello del rifiuto, è la vera violenza psicologica invisibile, quella che ha finito di far ammalare ancora di più la sua anima.
Ci sono molti genitori che, invece di abbracci, danno pugni ai propri figli: pugni di indifferenza, di assenza, di urla, di insulti, di critiche… e poi chiediamo loro di essere brave persone e di riuscire nella vita. Li maltrattiamo e poi pretendiamo che non diventino dei Joker; eppure è proprio il disamore di molti genitori e l’incuria di una società malata a creare tanti Joker nel mondo di oggi. Siamo dunque genitori e persone che vanno per il mondo dando abbracci invece di pugni. Se il colpo del rifiuto è la violenza del disamore, le carezze dell’abbraccio sono l’espressione dell’amore. Come abbiamo già detto: se il disamore fa ammalare e produce un disturbo mentale, l’amore guarisce, e può trasformare la vita di più di una persona perturbata. Dobbiamo credere che nell’amore ci sia un profondo potere terapeutico. Per questo, quando vediamo un bambino viziato o un adolescente ribelle fuori controllo, probabilmente ciò che ci chiede a gran voce, dietro quel comportamento, è di essere amato, come faceva Arthur; ma forse risponderemo con ancora più rifiuto e punizione, e così, senza rendercene conto, gli asfalteremo la strada verso la patologia.
Arthur è colpevole, ma è anche un innocente che è stato squilibrato. Non giudichiamolo né condanniamolo come malvagio; non si tratta nemmeno di esonerarlo dalle sue azioni, ma teniamo presente che il carnefice di oggi è stato la vittima di ieri. La vera malvagità è rifiutarsi di cambiare, e Arthur ha voluto farlo, ma non glielo hanno permesso. Non siamo superficiali nel giudicare e criticare le persone disturbate per la loro cattiva condotta. Ricordiamo ciò che dice Eckhart Tolle: «Quando sei tentato di giudicare una persona, pensa: “Se il suo passato fosse il tuo passato, se il suo dolore fosse il tuo dolore, se il suo livello di coscienza fosse il tuo livello di coscienza, penseresti e agiresti esattamente come lui o come lei”. Questa comprensione porta con sé perdono, compassione e pace». È la capacità di provare empatia e di metterci al posto dell’altra persona. Forse l’altra persona ha ricevuto molti pugni e noi molti abbracci, ed è questo che ha fatto la differenza tra le nostre identità. Teniamo sempre presente che, dietro ogni essere umano disturbato, c’è una storia di disamore che ha bisogno di essere compresa: è necessario guardare gli altri con compassione prima di giudicare.
Non andiamo per il mondo dando pugni: andiamo dando abbracci. Le aggressioni abbondano, mentre le carezze scarseggiano. Non rifiutiamo i nostri figli né il nostro prossimo, anche quando ci provocano al massimo; siamo agenti d’amore, offriamo costantemente tenerezza e carezze, e contribuiamo così alla guarigione di tante persone ferite intorno a noi. Per questo, dopo aver letto questo articolo, chieda perdono a Suo figlio per i maltrattamenti e gli dica che lo ama; gli dia un abbraccio, un bacio e costanti carezze psicologiche. Anche nel mezzo della disciplina può mostrargli amore, per poter così uccidere il Joker sul nascere e far crescere un figlio sano e felice, capace di realizzarsi e di contribuire alla costruzione di un Perù e di un mondo migliori.
Grazie a Joaquin Phoenix, l’attore; a Todd Phillips, il regista; a Warner Bros., la casa di produzione; e a tutte le persone che hanno reso possibile questo film straziante che, al di là dell’esaltare la violenza, ci mette chiaramente di fronte alle sue origini: il disamore che fa ammalare. Ma l’amore guarisce.
Lima, ottobre 2019.
Chi è José Baldeón Valdivia
José Baldeón Valdivia è psicoterapeuta familiare e di coppia. Ha studiato psicologia alla Pontificia Universidad Católica del Perú, si è specializzato in psicologia sociale e ha poi completato la sua formazione con la psicologia clinica in terapia della Gestalt. Ha seguito quattro anni di studi di teologia, ha un diploma di specializzazione sulla famiglia dell’Universidad de la Sabana (Colombia) e un master in terapia familiare sistemica dell’Universidad Autónoma de Barcelona (Spagna).
Attualmente è direttore generale del centro di formazione e assistenza terapeutica per famiglie e coppie Nuevas Sendas e presidente dell’AETSIP, l’Associazione delle scuole e dei terapeuti sistemici del Perù. Interviene regolarmente in radio e in televisione (Capital, Radio Programas del Perú — RPP, tra le altre), tiene conferenze sui temi della famiglia nelle scuole e nelle province del Perù ed è membro attivo di RELATES, la Rete europea e americana di scuole sistemiche.
Saggi dell’autore
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Yo, mi peor enemigo. ¿Cómo identificar y superar mis tendencias autodestructivas?
Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale di «Joker: el retrato perfecto de un trastorno mental incubado en una historia de desamor», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica), realizzata da Complexe Systémique dallo spagnolo nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Baldeón Valdivia, J. (2023). Joker : le portrait parfait d’un trouble mental couvé dans une histoire de désamour (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/joker-le-portrait-parfait-d-un-trouble-mental-couve-dans-une-histoire-de-desamour (Opera originale pubblicata nel 2019 in Red Sistémica; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/01/27/joker-el-retrato-perfecto-de-un-trastorno-mental-incubado-en-una-historia-de-desamor/)
Per approfondire
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