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Red Sistémica · Terapia familiare
In questo articolo viene presentato un modello di psicoterapia individuale in cui, nella prima fase del trattamento, la negoziazione con la persona in terapia su quali familiari invitare in seduta aiuta moltissimo a mettere a fuoco il qui e ora della relazione con i familiari e della relazione terapeutica. In seguito, il lavoro nelle sedute con i familiari può consentire in poco tempo importanti movimenti di avvicinamento emotivo e di accettazione reciproca, che fanno da catalizzatori per la crescita della persona e per la sua ricerca di un progetto esistenziale autonomo.
«Portare dentro di sé l’odio verso un padre con cui non abbiamo potuto chiarire la nostra relazione ci farà odiare per sempre una parte di noi stessi. Ci lega più il rancore che l’amore.»
Alfredo Canevaro, Matteo Selvini, Francesca Lifranchi e Laura Peveri
Parole chiave: la famiglia d’origine come risorsa terapeutica; incontro emotivo; perdono e riconciliazione.
L’obiettivo di questo articolo è argomentare e illustrare l’importanza del coinvolgimento della famiglia d’origine nella psicoterapia individuale di una persona competente e richiedente, storicamente classificata nell’area nevrotica o in quella del disagio esistenziale: molto spesso si tratterà di giovani adulti, ma il modello è particolarmente adatto anche a persone di età più avanzata.
Nell’ambito della terapia familiare italiana, dopo la fase purista degli anni Settanta, già inoltrati gli anni Ottanta si è cominciato a parlare di riscoperta dell’individuo (i numeri speciali della rivista Terapia Familiare del 1985 e del 1989) e di terapia individuale sistemica. [Si vedano Loriedo, Angiolari e De Francisci (1989) e Boscolo e Bertrando (1996).] Di recente, il dibattito sulla rivista Terapia Familiare è stato ripreso da Viaro (2004 e 2005) e da altre voci: ciò che colpisce in queste proposte, ormai vecchie di vent’anni, è che nessuna pubblicazione sistemica parli mai della convocazione abituale e sistematica dei familiari significativi (che noi chiamiamo allargamenti). Questa pratica, benché già sperimentata e teorizzata, in modo meno sistematico, da un padre fondatore come Framo (1992), è stata rianimata dalla direzione e dal corpo docente della Scuola di Psicoterapia della Famiglia Mara Selvini Palazzoli all’inizio degli anni Duemila, grazie all’influenza della collaborazione con Alfredo Canevaro (Sorrentino, 2004), divenuto il terapeuta individuale di molte persone in formazione presso la scuola.
D’altra parte, le proposte di allargamento nel corso delle psicoterapie individuali si stanno facendo frequenti in diverse scuole di psicoterapia; si vedano, per esempio, De Bernart (2005, p. 111), Loriedo (2005, p. 106) o Yalom (1989).
Per poter ragionare anche su dati quantitativi, abbiamo chiesto la collaborazione delle stesse persone in terapia. La ricerca è stata condotta su un campione di 82 persone che hanno svolto una terapia individuale con A. Canevaro nel periodo 2001-2006. Studiare le terapie di un solo terapeuta permetteva di studiare una popolazione omogenea; la partecipazione del secondo autore come giudice (senza che fosse stato coinvolto nelle terapie) garantiva una maggiore obiettività nella valutazione.
Alla fine della terapia è stato loro inviato un questionario composto da una domanda aperta sulla valutazione globale della terapia e da alcune domande, anch’esse aperte, volte principalmente a indagare le eventuali difficoltà ad accettare gli allargamenti, la valutazione che ne veniva data e se la terapia avesse avuto ripercussioni sulla professione di chi rispondeva.
Di questi 82 soggetti, 66, ossia ben l’80,5 % del campione, hanno risposto al questionario.
L’età media del campione è di circa 32 anni, anche se nella maggior parte dei casi il disagio è cominciato prima di quell’età. Si tratta quindi di persone adulte, appartenenti a famiglie normalmente costituite (80,3 %), di status medio (90,9 %), che nel 51,5 % dei casi svolgono una professione d’aiuto (psicologia e psicoterapia) e che hanno chiesto una consultazione per problematiche relazionali di tipo nevrotico (80,3 %); i casi borderline sono meno numerosi (15,2 %) e sono presenti solo 3 casi con sintomi psicotici (4,5 %). Il 68,2 % del campione ha un buon funzionamento socio-affettivo e il 31,8 % aveva già tentato una terapia precedente.
La durata delle terapie è stata breve nel 51 % dei casi, con un numero di sedute che oscillava, nel 61 % dei casi, tra 11 e 30 (minimo 3 sedute, massimo 93).
Nella maggior parte dei casi (60,6 %) le persone in terapia non facevano uso di psicofarmaci, e tra loro e il terapeuta (secondo la valutazione di quest’ultimo) si è creata una relazione di collaborazione; solo in 8 casi la relazione è stata caratterizzata da oscillazioni e ambivalenze. In generale, la prima seduta con l’allargamento si è svolta al quarto (22,7 %) o al quinto incontro (18,2 %), proprio perché, come diremo più avanti, è importante valutare le capacità di cambiamento della persona e creare con lei una buona alleanza terapeutica. Il numero di sedute allargate è stato, nella maggior parte dei casi, di quattro (o meno), e solo in un caso particolare l’allargamento si è esteso a quattordici sedute.
In 23 casi l’allargamento ha coinvolto genitori e partner; altri allargamenti hanno coinvolto solo i genitori (13 casi), oppure genitori e fratria (10 casi), o ancora genitori, fratria e partner (7 casi); i restanti 13 casi, invece, hanno esteso la partecipazione alla seduta anche ad altre persone significative per chi era in terapia, come per esempio la nonna.
La valutazione generale data dai soggetti all’utilità della terapia è stata, nella grande maggioranza dei casi (89,4 %), positiva o molto positiva, e solo 7 si sono dichiarati insoddisfatti. È interessante notare che la valutazione più negativa della terapia proviene da chi ha fatto una terapia lunga (6 su 31 hanno giudicato negativa la terapia), rispetto a chi ha fatto una terapia breve (1 su 33 ha valutato la terapia in modo negativo).
La maggior parte delle persone interpellate dichiara di non aver avuto problemi ad accettare l’allargamento, anche se 25 persone hanno manifestato difficoltà nel coinvolgere i propri familiari. È interessante notare che sono state le persone che svolgono una professione d’aiuto (psicologia e psicoterapia) a manifestare le maggiori difficoltà ad accettare gli allargamenti (16 su 33 hanno affermato di aver avuto difficoltà ad accettare l’allargamento), rispetto a quelle che svolgono altre professioni (7 su 31).
Nell’83,3 % dei casi la valutazione dell’allargamento è stata positiva: un’esperienza emotivamente forte (45 %), che ha permesso sia di provare un sentimento di vicinanza e di appartenenza verso familiari fino ad allora sentiti come distanti, sia di sperimentare un sentimento personale positivo: maggiore fiducia in sé stessi, maggiore benessere, ecc.
Il 45,5 % della parte del campione che svolge una professione d’aiuto (psicologia e psicoterapia) ha inoltre dichiarato che ciò ha avuto ripercussioni positive sulla propria professione. Questa parte del campione si è infatti sentita più determinata nel chiedere alla propria utenza di procedere ad allargamenti, e più capace di comprendere i vantaggi e le difficoltà di questa esperienza.
I dieci soggetti che hanno valutato negativamente l’allargamento hanno dichiarato, invece, di averlo trovato inutile (5 casi) o di averlo vissuto come un’imposizione voluta dal terapeuta (2 casi). È importante sottolineare che solo in 3 casi la valutazione negativa è dipesa da una reazione negativa da parte dei familiari.
Più avanti analizzeremo questi dati nel dettaglio: qui abbiamo voluto anticiparne alcuni in modo sintetico, per dare una misura del forte senso di fattibilità e di successo che stiamo sperimentando con questo modello terapeutico.
In tutti i modelli di psicoterapia individuale, appunto, la terapia cerca di valorizzare le capacità della persona di credere in sé stessa e di cercare la propria identità in modo libero e spontaneo. Il nostro modello è in parte diverso, perché cerca di fare in modo che siano anche i genitori (o gli altri familiari) a dare un messaggio fondamentale di accettazione e di conferma: ti accetto per come sei. Questo processo non può avvenire sul piano cognitivo, ma solo attraverso un intenso incontro emotivo. L’esperienza dello zaino (si veda più avanti) ne è un esempio paradigmatico.
Molto spesso le singole coppie figlio-genitore restano catturate in un gioco senza fine in cui ciascun membro vive per far cambiare l’altro, cercando proprio di dargli l’esempio di come l’altro dovrebbe vivere: un caso tipico è quello della spirale, o dello stallo complementare, tra una madre bigotta e con un eccessivo senso del dovere e una figlia trasgressiva ed edonista. L’esperienza di un forte incontro emotivo, di una vera accettazione reciproca, rende entrambe più libere di capire come vogliono davvero essere e vivere, abbandonando la compulsione alla bigotteria o alla trasgressione.
La filosofia di fondo di questo modello di terapia individuale consiste nel cambiare la relazione valorizzando un sentimento di appartenenza alla famiglia: un cambiamento che avviene all’interno della famiglia, attraverso l’avvicinamento emotivo e non attraverso il distanziamento fisico e psicologico. L’ulteriore crescita e differenziazione della persona avverranno spontaneamente, grazie al bisogno che ogni essere umano ha di esplorare il mondo e di tracciare il proprio progetto esistenziale. Lo sforzo terapeutico consisterà nell’aiutare a eliminare gli ostacoli che invischiano la relazione e le impediscono di essere una relazione da persona a persona (e non da ruolo a ruolo).
Da ricordare
Il cambiamento a cui si mira non si ottiene con l’allontanamento, ma all’interno della famiglia stessa: è il sentimento di appartenenza a essere valorizzato, e il messaggio di accettazione («ti accetto per come sei») deve venire anche dai genitori, e non soltanto dalla terapia. Un messaggio del genere non passa per il piano cognitivo: richiede un incontro emotivo intenso.
Il primo obiettivo delle prime sedute individuali è verificare le risorse della persona, per avere una ragionevole sicurezza che possa essere protagonista di un cambiamento di sé. Perché pensiamo che, con il tipo di persone di cui ci occupiamo qui, non sia indicato né efficace convocare subito i familiari significativi? Non per i vecchi miti del tipo: nella fase di svincolo dalla famiglia d’origine dovremmo aiutarla a distanziarsene fisicamente o emotivamente, oppure la persona non accetta la presenza dei familiari (Boscolo e Bertrando, 1996). La motivazione fondamentale è che la ricerca di una psicoterapia per sé è di solito (nei casi più favorevoli, quelli della cosiddetta motivazione autentica) il risultato di un lungo percorso di sofferenza e di riflessione su quella sofferenza. Ci saranno stati tentativi di uscirne attraverso cambiamenti di vita, uso di farmaci, separazioni, viaggi, nuove passioni, cambi di lavoro, e così via. A un certo punto la persona sente che da sola non ce la fa: ha bisogno di aiuto e intuisce la propria importante responsabilità nel contribuire al permanere del disagio. Allo stesso tempo, è capace di reagire al pessimismo e al disfattismo: in lei è nata una speranza. Sono tre passi fondamentali: arrivare a chiedere aiuto, accettare di essere responsabile della propria vita e far crescere dentro di sé una speranza, passi che spesso hanno richiesto un lunghissimo percorso per vincere la negazione del problema, l’onnipotenza di volercela fare senza aiuto, il vittimismo che attribuisce a un altro io la responsabilità del disagio, e per uscire dal senso di impotenza (i quattro stadi che precedono l’accesso a una psicoterapia, Selvini, 2007).
In tutti i casi in cui una richiesta di psicoterapia individuale è frutto di questo percorso fondamentale (che a volte è, di per sé, un importante fattore di miglioramento, prima ancora che la terapia sia cominciata), sarebbe davvero sbagliato umiliare simili progressi con un’immediata convocazione allargata, che comunica implicitamente una svalutazione di quel percorso e rischia di trasmettere potenti messaggi impliciti ed errati del tipo: l’aiuto della terapia non basta, se i tuoi familiari non cambiano non uscirai mai dalle tue difficoltà. La persona può aver fatto un passo importante contro la propria onnipotenza e il proprio disfattismo (un movimento integratore rispetto a questa classica polarizzazione), e la convocazione allargata immediata rischia di spingerla di nuovo verso una drammatica polarizzazione patogena: o verso il vittimismo (è tutta colpa loro), o verso l’impotenza (non cambieranno mai, non ce la farò mai).
Le prime quattro o cinque sedute con una persona richiedente servono proprio a verificare e consolidare il percorso che l’ha portata alla terapia individuale: è davvero capace di accettare, pensare ed elaborare le proprie responsabilità (Yalom, 1989) nel disagio? La sua speranza di cambiamento può essere sostenuta e valorizzata? La persona può trarre beneficio dal condividere, si sente meglio non essendo più sola nella ricerca di risposte e soluzioni? Se le risposte a queste domande sono positive, ecco che è possibile una buona alleanza terapeutica, e questo ci darà una buona prognosi di fondo per la riuscita della terapia individuale.
Tuttavia, le ormai lunghissime e storiche esperienze di psicoterapie individuali sistemiche, psicoanalitiche, cognitive, ecc., basate su questi eccellenti punti di partenza, ci dimostrano che il rischio di fallimento resta comunque elevato e che i tempi delle terapie sono, purtroppo, troppo lunghi per le reali possibilità di molte persone.
Brevità ed efficacia sono dimensioni fortemente connesse tra loro: un progetto troppo lungo è spesso impraticabile e, di conseguenza, si perde l’efficacia potenziale.
Storicamente, la psicoanalisi ha puntato tutti i fattori terapeutici sulla relazione analitica, sostenendo che l’analista non dovrebbe avere alcun contatto con i familiari della persona in analisi, perché ciò avrebbe contaminato o distorto la relazione transferale. Questa tecnica si è di solito dimostrata impraticabile nelle situazioni più gravi e ha costretto ad allungare enormemente i tempi della terapia e il numero delle sedute settimanali. La nostra esperienza dimostra invece che il coinvolgimento dei familiari di una persona richiedente, se fatto nel modo e nel momento giusti, può abbreviare la durata della terapia e migliorarne l’efficacia.
Grazie agli allargamenti, l’efficacia delle terapie migliora per due motivi fondamentali. Nella terapia individuale senza allargamenti possono servire tempi molto lunghi perché la persona viva, nella relazione terapeutica, i diversi aspetti della propria personalità; al tempo stesso, la terapia non può non credere alla descrizione dei familiari che la persona porta (Kohut, 1979). La terapia sarà così inevitabilmente contagiata dalle distorsioni della realtà della persona (Selvini, 1993) e richiederà, anche qui, un intenso lavoro sul controtransfert per poterle far comprendere le sue responsabilità nell’indurre negli altri atteggiamenti negativi nei suoi confronti.
La convocazione dei familiari significativi, fatta sulla base di una buona alleanza terapeutica, combatte con grande efficacia questo fattore di amplificazione o di distorsione delle psicoterapie individuali basate su una sorta di autismo a due. La paziente che nelle sedute individuali mostra solo i suoi tratti di depressione, fragilità, incapacità e dipendenza dai familiari, vista con loro tira fuori un volto ben diverso della propria personalità, magari aggredendoli per motivi futili, diventando prepotente e cercando di dominarli con pretese assurde.
Una seduta del genere apre alla terapia individuale un nuovo e fondamentale campo di lavoro.
L’altra potenzialità essenziale dell’allargamento risiede nel confronto tra la descrizione dei familiari data dalla persona in terapia e l’osservazione diretta di chi conduce la terapia (ed eventualmente della sua équipe). Per esempio, quel padre che ci era stato descritto come uno psicotico cronico, aggressivo e maltrattante, lo vediamo come un anziano malato, confuso, impotente e depresso. Che cosa può spiegare, allora, che la nostra paziente porti ancora dentro di sé una rabbia esplosiva così violenta contro di lui? Questo suo sentimento non trova alcun fondamento nel comportamento attuale di quel pover’uomo imbottito di farmaci. Che cosa impedisce alla sua rabbia di placarsi? Che cosa paralizza un fisiologico movimento empatico verso un padre così malridotto? Un simile confronto apre nuovi territori alla terapia individuale, territori che sarebbero rimasti inaccessibili se, per anni, avessimo continuato a pensare con lei e come lei all’attuale necessità di difendersi da un pazzo pericoloso, senza supporre che la rabbia nasconde il desiderio ardente di un incontro emotivo positivo.
Ma perché la classica tecnica psicoanalitica, cioè la fobia delle sedute congiunte, ha avuto e continua ad avere tanto successo?
Perché le convocazioni allargate richiedono una conduzione orientata e direttiva, a cui la maggior parte delle formazioni in psicoterapia individuale non prepara affatto. La seduta allargata non può basarsi sull’ascolto, almeno nella grande maggioranza dei casi. Per definizione, in terapia familiare si sa che non si può permettere alla famiglia di interagire in seduta così come funziona attualmente e abitualmente. Questo problema si pone meno, e in modo diverso, nel setting individuale. I setting individuali, nei loro diversi modelli, sono strutturati proprio per essere di per sé un’esperienza emotiva e cognitiva nuova.
Ma nel setting allargato le cose cambiano: le stesse tecniche non possono funzionare. Dobbiamo tutelare la persona che seguiamo dal rischio di essere aggredita, squalificata, umiliata o ignorata, ma al tempo stesso dobbiamo tutelare dagli stessi rischi anche i familiari che abbiamo invitato. Per definizione, la seduta non può essere un’esperienza spiacevole e inutile, la ripetizione di vecchie e dolorose dinamiche. Deve essere un’esperienza nuova, e questo impone una conduzione direttiva che permetta di controllare e programmare l’esperienza di quella seduta.
In terapia familiare la posizione terapeutica deve essere quella della parzialità multidirezionale (Boszormenyi-Nagy), cioè essere alleati di tutti e complici di nessuno; con questo modello, invece, la centralità della persona in terapia e l’alleanza con lei devono essere solide e fuori discussione. I familiari vengono per aiutarla e, se in futuro un membro della famiglia chiedesse una nuova seduta per sé, questa potrebbe essere concessa solo alla presenza della persona in terapia come co-terapeuta: si tratterà di aiutarla ad aiutare il proprio familiare sofferente, dando affetto e comprensione, da figlio o figlia adulti a padre o madre, e non più in posizione di paziente. Si impedisce così un’eventuale manipolazione da parte del familiare, che potrebbe chiedere una seduta solo per parlare di cose oscure o sconosciute riguardanti la persona che seguiamo. Qualora fosse necessaria una psicoterapia per un familiare, bisognerà indirizzarlo a un’altra figura professionale e mai farsene carico personalmente, perché la persona in terapia potrebbe viverlo come un tradimento.
Un mito molto diffuso nella terapia individuale di ogni orientamento sostiene la necessità di allontanarsi fisicamente ed emotivamente da una famiglia disfunzionale per potersi differenziare. È il cosiddetto «taglio emotivo» o cut-off, descritto da Bowen (1978) nei suoi scritti storici. Molte figure della terapia individuale, incapaci di governare la complessità del percorso terapeutico, sottovalutando gravemente l’importanza del sentimento di appartenenza positiva alla propria famiglia e iper-identificandosi acriticamente con la parte anti-famiglia della persona che seguono, mettono in atto una strategia terapeutica che vorrebbe essere volta a sostenerne le capacità assertive ma che, in realtà, finisce in una banale istigazione contro familiari e partner. Soprattutto nell’area border, caratterizzata dalla discontinuità o dalla disorganizzazione tra aspetti idealizzanti e demonizzanti nei confronti dei familiari, una simile strategia è iatrogena, perché non favorisce affatto processi integrativi riequilibrati; al contrario, squilibra e polarizza verso la negatività demonizzante. In questi casi, vedere direttamente i familiari è la migliore delle supervisioni! (Selvini, 2004, p. 236.) Chi in terapia ascolta le lamentele delle persone che segue senza prendere in considerazione la loro ambivalenza somiglia a chi (amici o parenti) ascolta separatamente i membri di una coppia in crisi, senza vederli interagire. Tutti finiranno per dire: «Se la persona con cui vivi è così poco affidabile, così distratta, se ti maltratta e non ti ama, separati! Sarà meglio per te!». Vedendo la coppia interagire si capirà che ciò che conta è la relazione, circolarmente, nella spiegazione delle loro sofferenze (e dei loro piaceri), e che mai una lettura individuale potrà spiegare la complessità del loro legame.
L’essere umano adulto si dibatte permanentemente su un asse che oscilla tra due grandi bisogni: il bisogno di appartenenza a un sistema familiare che ci ha dato la vita e il nome, con il quale abbiamo accumulato migliaia e migliaia di interazioni, e il bisogno di differenziazione, spinta spontanea che ci porta a esplorare il mondo e a disegnare un progetto esistenziale autonomo per integrarci creativamente nella cultura circostante e, eventualmente, riciclarci con la nostra discendenza in un meccanismo transgenerazionale di sopravvivenza dei valori positivi ereditati.
Portare dentro di sé l’odio verso un padre con cui non abbiamo potuto chiarire la nostra relazione ci farà odiare per sempre una parte di noi stessi o, peggio ancora, vedremo nemici dappertutto, oppure nei nostri partner o nella nostra prole, nell’illusorio tentativo di alleviare questa sofferenza: ci lega più il rancore che l’amore!
Finché i genitori sono in vita, e non importa a che età, un incontro terapeutico che possa affrontare i nodi irrisolti ed eventualmente scioglierli può cambiare una vita. Abbiamo visto situazioni trascinate per anni senza soluzione che, grazie a un chiarimento adeguato e, quando è possibile, all’ascolto della sincera richiesta di perdono di un padre anziano che riconosce i propri errori, possono cambiare completamente i vissuti di una persona.
Il mito del distanziamento
Allontanarsi fisicamente ed emotivamente da una famiglia disfunzionale per differenziarsi: il taglio emotivo descritto da Bowen, diventato una strategia corrente di istigazione contro i familiari.
La scommessa dell’avvicinamento
Sciogliere, finché i genitori sono in vita, i nodi irrisolti: il sentimento di appartenenza positiva diventa la condizione stessa della differenziazione, e non il suo ostacolo.
I tre criteri di cui abbiamo parlato – responsabilità, richiesta e speranza – sono dunque alla base della valutazione delle indicazioni per questo tipo di trattamento, che di solito è breve: dalle venti alle quaranta sedute nell’arco di circa due anni. Come sottolinea Sorrentino (2004), l’indicazione di fondo riguarda quindi persone capaci di raccontarsi (buona competenza autobiografica), adulti dotati di autonomia esistenziale e adolescenti richiedenti con genitori invianti e consenzienti. Negli altri casi (bambini e bambine, adolescenti riluttanti o ambivalenti, adulti con patologie importanti) l’indicazione resta quella della terapia familiare.
In un lavoro precedente, Canevaro (2005) ci ha fornito un identikit delle persone con cui ha sperimentato con successo questo modello di intervento.
Di solito tra i 30 e i 40 anni, senza gravi patologie psichiche e in grado di prendersi cura di sé, ma che lamentano ripetuti fallimenti sentimentali, vissuti come incapacità personale di portare avanti un impegno affettivo importante.
Senza una sintomatologia vistosa, ma con un atteggiamento fobico verso il coinvolgimento della famiglia, nella convinzione di potercela fare senza aiuto.
Un normale funzionamento autonomo (lavoro, abitazione indipendente), con sintomi come bulimia, attacchi di panico, anoressia, depressioni o sintomatologia ossessiva; rifiuto di coinvolgere la famiglia d’origine per paura di restarne invischiati.
Segreti ritenuti impossibili da chiarire (abuso sessuale o fisico che coinvolge familiari, infedeltà coniugale, orientamenti sessuali alternativi…) ostacolano il coinvolgimento della famiglia ed esigono, quando è possibile, una lunga preparazione della persona per sostenere eventualmente un dialogo con le componenti del sistema affettivo e relazionale per lei significativo e arrivare a una migliore elaborazione.
Una buona presa in carico individuale può essere utile e fondamentale anche in situazioni molto più gravi: per esempio persone prive di risorse familiari e vittime di comportamenti delittuosi (abusi sessuali, maltrattamenti), o con gravi disturbi di personalità e sintomi psicotici. In questi casi, però, la filosofia terapeutica sarà del tutto diversa, perché la psicoterapia centrata sulla persona non sarà, come nel modello qui presentato, l’unico intervento: farà invece parte di una rete integrata e multidisciplinare di interventi sulla persona, sulla famiglia e sull’ambiente di vita.
Nelle prime sedute si costruisce l’alleanza terapeutica con una serie di tecniche su cui non possiamo soffermarci qui: descrizione del problema, storia della vita personale della persona in terapia, prime spiegazioni sul funzionamento personale e difensivo, accordo su una consultazione che coinvolgerà familiari significativi, raccolta graduale della storia trigenerazionale della famiglia (genogramma), formulazione di un’ipotesi sul significato relazionale del sintomo, eventuali prescrizioni psicopedagogiche di contenimento del sintomo e di sperimentazione di modalità comportamentali alternative, fino alla negoziazione della convocazione dei familiari.
Dobbiamo discutere con la persona gli obiettivi globali dell’allargamento che abbiamo esposto nelle pagine precedenti.
A tutto ciò si possono aggiungere alcuni obiettivi più specifici, che di solito hanno a che fare con un problema di distanza emotiva e di mancanza del senso di appartenenza: la seduta congiunta è particolarmente utile per quelle persone importanti che sentiamo lontane, con le quali la comunicazione è scarsissima. Spesso può trattarsi di fratelli e sorelle, o persino di uno dei due genitori, di solito il padre.
Un altro problema specifico può essere che i familiari non conoscano aspetti importanti della vita della persona: per esempio, ignorano la gravità dei suoi sintomi e della sua sofferenza. In questo caso può essere utile una seduta allargata che coinvolga tutti nella condivisione di questa informazione nuova e dolorosa.
Negoziare con la persona chi convocare e quando fa parte della valutazione del suo ruolo attivo: per esempio, il padre da solo se la madre ha storicamente sempre reso difficile avvicinarsi a lui, e se il padre stesso si è spesso sottratto. Nel caso in cui la persona sia paralizzata dal dubbio, è fondamentale che la terapia sappia assumersi il rischio della decisione.
Può accadere che alla persona venga assegnato in modo troppo rigido un ruolo protettivo verso uno o entrambi i genitori: da qui la necessità di arrangiarsi senza aiuto, senza nemmeno la forza di protestare contro comportamenti fonte di sofferenza. Per esempio, una seduta allargata potrebbe essere usata perché una donna adulta possa finalmente comunicare a suo padre la sofferenza provata per il drastico e irrispettoso rifiuto del suo primo ragazzo. Un comportamento che fa male ancora oggi, perché resta vero che il padre continua a dare per scontato che sua figlia si comporterà secondo gli schemi che lui le ha attribuito. In molti casi, il tema dell’eccessiva distanza emotiva tra la persona e i suoi familiari significativi è legato a un’inversione dei ruoli, attiva o passiva. La persona non ha mai condiviso i suoi sentimenti più turbanti per non gravare sui familiari né preoccuparli. In questi casi la convocazione stessa è molto difficile da accettare per lei, perché viene a rompere le vecchie regole: per la prima volta chiede aiuto per sé invece di darlo, per la prima volta pone questioni scabrose o ingrate. La seduta deve allora essere ben preparata, per evitare che anche in quel momento la persona resti muta e l’incontro si riduca a una cerimonia inutile e formale. In realtà questo rischio non è molto frequente, perché il fatto stesso della convocazione per una terapia è accompagnato da un messaggio emotivo efficace e innovativo.
Senza dubbio la convocazione allargata, nei suoi diversi formati, sembra indicata per quei tipi di personalità in cui le varie forme di inversione dei ruoli e di distanziamento sono particolarmente presenti e radicate: simbiotico-dipendenti (inversione passiva dei ruoli), evitanti (mancanza del senso di appartenenza), parentificazione (inversione attiva dei ruoli) e ossessivi (protezione dei genitori attraverso l’obbedienza e il successo).
La convocazione è sempre piena di dubbi e di ansie. «I miei familiari crolleranno se espongo davvero quello che penso?» «A papà, che ha avuto un infarto, verrà un attacco durante la seduta?» Si potrebbe rispondere: «Se ha avuto un infarto è perché non ha mai potuto liberare il suo cuore dalle angosce. Lo lasci parlare liberamente. In trent’anni che faccio questi incontri (Canevaro) non è mai successo (finora) niente del genere. Di solito le persone che seguo mi dicono: “Mio padre è molto disinvolto e comunicativo. L’incontro gli ha fatto bene!”» «E se dopo l’incontro la famiglia si frammenta?» «Come faranno con tutte le ansie e le angosce che si risveglieranno?» Risposta: «I sistemi familiari sono organizzazioni molto forti, che si ricompongono facilmente dopo uno scossone. Noi individui, pazienti o terapeuti, siamo molto più fragili, ma da questa debolezza può nascere la forza di scuotere per stimolare e favorire un cambiamento.»
Nel paragrafo precedente abbiamo già toccato alcuni dei temi più frequenti: ribaltare una storia di inversione dei ruoli con un’esplicita richiesta di aiuto, dare voce a sentimenti da sempre repressi, combattere la distanza e il formalismo con una vera condivisione, con l’intimità e la vicinanza.
Questi obiettivi possono poi essere rivolti specificamente a persone diverse. Per esempio, in una fratria l’iper-responsabilizzazione di una persona si accompagna spesso alla polarizzazione di un’altra nella direzione opposta, verso una posizione esistenziale più egocentrica, edonista e trasgressiva. La seduta allargata può allora essere orientata alla riflessione sui vantaggi e sugli svantaggi di questa polarizzazione, per poterla contrastare, magari attraverso una ripartizione più equa del sostegno ai genitori che invecchiano. Come abbiamo visto, in altri casi la persona può essere stata «proprietà privata» della madre; rimettere in gioco il padre è allora l’obiettivo dell’allargamento.
L’allargamento si farà solo quando la persona sarà almeno in parte convinta della sua utilità. Alcune persone possono trovare l’allargamento impossibile e inaccettabile. Può essere il caso di persone con importanti tratti schizoidi o paranoidi, che, già in estrema difficoltà quanto alla possibilità di stabilizzare una fiducia di base nella terapia, vivranno l’allargamento come destinato a ritorcersi contro di loro: sono terrorizzate all’idea che la terapia passi dalla parte dei loro familiari.
L’allargamento dovrà essere molto meditato e preparato anche con persone che presentano importanti discontinuità della personalità (area borderline), in cui è maggiore il rischio di movimenti impulsivi e aggressivi, sia dei familiari verso la persona in terapia sia di questa verso i familiari. In questi casi l’allargamento comincerà dai familiari vissuti come più alleati, non certo da quelli storicamente considerati ostili (si veda tutto il dibattito sulle controindicazioni alle sedute familiari, Selvini, 2004, pp. 228-229; e Cuccuru, 2006).
Una perplessità frequente, sempre nell’area già citata della parentificazione e dell’inversione dei ruoli, si incontra quando chi è in terapia ha studiato e i genitori hanno una cultura elementare. Si può temere l’umiliazione del padre; bisogna quindi spiegare che la seduta sarà condotta in modo da aiutare il padre a valorizzare al massimo il suo contributo affettivo ed emotivo, lasciando da parte qualsiasi sofisticazione intellettuale.
Abbiamo già anticipato diverse risposte a questa domanda. In sintesi, si può dire che, soprattutto nelle situazioni di intensa triangolazione e conflittualità (genitori separati e/o in conflitto, dure rivalità nella fratria), si procederà con un invito alla volta, cominciando dal familiare meno conflittuale. Oppure cominceremo dalla fratria, per sviluppare una rete di alleanza destinata ad aiutare i genitori in difficoltà. Come abbiamo già detto, in altri casi si privilegerà il familiare con cui la riduzione della distanza emotiva appare più utile.
La convocazione allargata a tutta la famiglia può essere utilizzata per affermarne l’esistenza in tutte le situazioni in cui questa identità collettiva (coesione e senso di appartenenza) è piuttosto labile.
Un altro criterio può essere invitare familiari che potrebbero essere in possesso di informazioni interessanti non condivise.
Con persone caratterizzate da notevoli tratti di protettività e accondiscendenza (area dipendente-simbiotica, si veda Selvini, 2007), esiste il rischio che, in una fase avanzata della terapia, il perdurare di difficoltà importanti venga tenuto nascosto in terapia, per timore di deludere. In questo caso, un allargamento ai familiari o ai partner rappresenta una verifica molto importante dell’effettiva efficacia dell’intervento e può permettere una svolta in un trattamento arenato dopo una fase iniziale di ottimi progressi.
Il criterio fondamentale sarà confrontare le diverse percezioni, sia delle caratteristiche della persona in terapia sia degli elementi chiave della storia familiare.
Si chiederà sempre ai familiari come hanno accolto l’invito a partecipare e come è stato loro trasmesso (se è stato detto a ciascuno separatamente, se è stato fatto dire tramite qualcuno, di solito la madre, ecc.). Sono informazioni importanti, che permettono di capire come circola l’informazione all’interno del sistema familiare. Una volta, all’inizio di un incontro con la madre e le due sorelle di un paziente, la madre cominciò a parlare con veemenza. Canevaro la interruppe dopo qualche minuto per chiederle se fosse vedova, dato che nel suo racconto non menzionava mai il marito. Lei rispose: «No, affatto. Solo che non gli ho detto niente di questo incontro perché lui è sempre fuori dalle nostre cose… non se ne interessa mai…»
Dopo aver chiarito la reazione all’invito e il modo in cui è stato comunicato, si spiega il perché dell’invito: «Questa persona si è rivolta a me per chiedere aiuto per i suoi problemi e, poiché considero la famiglia molto importante nella vita di un individuo, vorrei chiedere la vostra collaborazione e le vostre informazioni per aiutarla meglio. Vi chiedo quindi di parlare a cuore aperto dei problemi che ci sono, del perché di questi problemi e delle soluzioni che proponete. Aiutatemi ad aiutarla.»
Questa sincera richiesta di aiuto è molto importante per mettere la famiglia a favore del processo terapeutico e non contro di esso. L’arte terapeutica consiste nell’incanalare queste forze a favore di un intervento che, molte volte per pregiudizio, viene etichettato come inutile. Molte persone, spesso i genitori, premettono di non credere in queste terapie ma di essere disposte ad aiutare per amore di chi è in terapia. Il più delle volte, e senza bisogno di alcun chiarimento, interagiscono, ed è frequente che queste stesse persone, all’inizio riluttanti, ringrazino alla fine dell’incontro e ci affidino la persona a cui tengono.
Il bisogno di Veronica di congedarsi dalla sua famiglia in occasione del suo imminente matrimonio ha permesso a tutta la fratria e ai genitori di dire la loro e di augurarle una bella esperienza. La madre, che di solito intratteneva una relazione esclusiva con Veronica (escludendo il padre), ha dovuto lasciare spazio a un lungo discorso del padre, di solito silenzioso, sull’affetto che aveva sempre provato per la figlia e su quanto gli sarebbe piaciuto restare in contatto con la nuova coppia. L’abbraccio tenero che Veronica ha dato al padre, e poi a ciascuno degli altri membri della famiglia, ha creato un’atmosfera molto commovente, che ha rappresentato per lei un vero rituale di congedo e di passaggio a una nuova tappa della sua vita.
Quando c’è un divorzio emotivo dei genitori, conviene fare incontri separati, orientati a consolidare una relazione personale positiva con ciascuno dei due, e definire al tempo stesso come «missione impossibile» i tentativi terapeutici della persona in terapia di riunirli. Quando giovani in terapia cercano disperatamente di aiutare i genitori nei loro litigi, facciamo loro vedere come l’interporsi per evitare lo scontro – cosa altruista e positiva – impedisca allo stesso tempo, inconsapevolmente, un incontro tra i genitori che potrebbe essere chiarificatore e risolutivo.
I familiari non vengono mai invitati come pazienti, ma sempre come testimoni privilegiati: si tratta di aiutare la terapia esprimendo il loro punto di vista sia sui limiti sia sulle risorse della persona in terapia, indicando quale potrebbe essere una strada che la aiuti a vivere meglio. A volte il semplice confronto dei punti di vista permette un chiarimento liberatorio di antichi malintesi e di vecchi equivoci.
Come dicevamo prima, l’osservazione terapeutica di solito non potrà basarsi su una posizione di semplice ascolto. Alcune domande chiave saranno state preparate in anticipo con la persona in terapia, e l’una o l’altra parte le rivolgerà ai familiari coinvolti.
Con persone dell’area border nevrotica, caratterizzate da intensi vissuti vittimistici nei confronti dei familiari, un percorso che le aiuti a comprendere i drammi trigenerazionali dei genitori può dissolvere la mitologia negativa costruita su di loro, può permettere che i genitori stessi chiedano perdono per le sofferenze involontariamente provocate e può aprire la strada a un autentico processo di perdono e di riconciliazione.
La conduzione terapeutica deve essere molto attiva nel promuovere la comunicazione, lo scambio relazionale e la creazione del clima terapeutico che rende possibile l’incontro. Deve essere altamente direttiva nell’organizzazione del setting terapeutico e nelle manovre strutturali ed esperienziali, e assolutamente neutrale rispetto ai cambiamenti che si producono e che dipendono dai vettori psicologici ed emotivi in gioco, modificati da questo intervento contestuale.
Consideriamo molto utile, in un momento della seduta (mai all’inizio), nel vivo della psicoterapia, quando si affrontano temi molto coinvolgenti o situazioni altamente conflittuali, favorire un incontro fisico che permetta la risoluzione delle resistenze.
Così come i cinesi dicono che un’immagine vale più di mille parole, potremmo parafrasarli dicendo lo stesso di un abbraccio. Quando avviene al momento giusto, può modificare un risultato terapeutico. Al momento giusto significa mai prima di aver allontanato la rabbia e il rancore che impediscono quell’incontro emotivo quasi sempre ardentemente desiderato, anche dopo rimproveri esasperati, che rappresentano molte volte una richiesta (Canevaro, 2003).
Il linguaggio, massima conquista degli esseri viventi, può purtroppo essere usato anche per mentire, falsare o mistificare aspetti della vita personale, familiare o psicoterapeutica.
I sentimenti, invece, non mentono mai.
Comprendere la comunicazione non verbale (il 75 % della comunicazione umana) è un’arte insostituibile in terapia. Leggere i toni di voce, i movimenti del volto e la prossemica (lo studio della distribuzione spaziale dei membri di un gruppo) può essere fondamentale per rendere coerente una relazione interpersonale.
Dire a una persona che si dichiara serena mentre agita in modo incontrollato una gamba: «Che cosa penserà la sua gamba di quello che sta dicendo?» significa integrare aspetti contraddittori che annullano un doppio messaggio o rendono più comprensibile un comportamento.
Nella comunicazione disfunzionale, i familiari sono maestri nell’arte dell’evitamento delle emozioni che possono turbare la razionalità dell’incontro.
Esempi frequenti sono:
La terapia deve essere molto attiva nelle manovre di contro-evitamento, aspettando il momento giusto per chiedere spostamenti e avvicinamenti che possono spaventare le persone.
Aspettare il momento giusto significa innalzare l’intensità emotiva, affrontando temi universali che risvegliano emozioni profonde: l’amore, la morte, la follia, la trasmissione alle generazioni successive, ecc.
In questa posizione è impossibile non comunicare, a meno di guardare chi conduce la terapia o di rivolgere la parola a questa persona. Basta chiedere di guardare la persona che si ha di fronte per neutralizzare la manovra di evitamento.
Esigere che si parli all’altro e non dell’altro è molto importante e, a volte, bisogna farlo ripetutamente di fronte alla riluttanza delle persone a cambiare atteggiamento.
Nella nostra cultura si considera un merito controllare le proprie emozioni, soprattutto per educare meglio la prole. Più volte ho sentito dire in seduta: «I figli bisogna baciarli mentre dormono…» Come se baciarli fosse percepito come una vulnerabilità emotiva e come qualcosa di diseducativo.
Quando si riesce a favorire un incontro emotivo, è molto frequente che le persone piangano o che cadano difese improduttive, il che favorisce una comunicazione più sincera di ciò che si prova davvero e che a volte non si riesce a esprimere. Una psicoterapia basata su questo approccio non è una terapia buonista o ingenua, poiché si produce ciò che è realmente nella relazione e che non si riesce a esprimere. Chiarire la vera coloritura emotiva di una relazione può aiutare a definirla, sia nel senso dell’espressione del bisogno di attaccamento e di tenerezza, sia in quello dell’odio o del rancore accumulato. La terapia può solo favorire l’espressione di ciò che c’è nella relazione, non può creare sentimenti che non esistono.
Solo una volta manifestati questi sentimenti, i membri della relazione possono metacomunicare su di essa o chiarire aspetti del proprio comportamento o della propria storia. È così che si arriva molte volte alla comprensione di una vita di malintesi, nati a volte in una generazione precedente.
Da ricordare
La seduta allargata non può essere condotta a partire dall’ascolto: richiede una conduzione altamente direttiva nell’organizzazione del setting e delle manovre, e assolutamente neutrale rispetto ai cambiamenti che ne derivano. Il compito consiste nel contrastare gli evitamenti abituali – parlare dell’altro anziché all’altro, nascondersi dietro il proprio ruolo, distogliere lo sguardo – senza mai fabbricare sentimenti: si può favorire solo l’espressione di ciò che è già nella relazione.
Schema 1
Si può considerare questo lo schema di una terapia lunga, con sedute quindicinali e intervalli più lunghi nella fase finale, con due controlli trimestrali, per una durata di circa due anni.
Quando si è instaurato un buon clima, riflessivo e cooperativo, anche con i familiari, si possono introdurre esercizi specifici orientati ad attaccare con forza le tecniche di evitamento dell’avvicinamento emotivo che spesso pazienti e familiari continuano inconsapevolmente a mettere in atto. Un esercizio molto efficace è stato inventato da Alfredo Canevaro e chiamato la mochila, lo zaino (Canevaro, 1999).
Superate le prime fasi della definizione del problema e della convocazione dei familiari in seduta, siamo nel pieno della terza fase, quella centrale dell’incontro terapeutico orientato al chiarimento dei malintesi. Quando si è creato un buon clima di collaborazione, si invitano i genitori e la persona in terapia a fare l’esperienza di questo esercizio.
Vignetta clinica: Antonio
Vediamo l’esempio di Antonio, ventidue anni, che dopo aver frequentato per un paio d’anni Disegno industriale abbandona gli studi e attraversa un periodo di depressione, confusione e ritiro. All’incontro, al quale sono stati invitati anche i genitori, molto ansiosi, la madre, psicologa, presenta al terapeuta un genogramma di più generazioni in cui si vede un percorso di diagnosi di psicosi. Il padre, Cristiano, architetto, interviene poco e racconta piuttosto che la sua famiglia nucleare è sempre stata molto sotto l’ala della famiglia d’origine della moglie, in cui la figura di spicco è il suocero, persona molto stimata da tutta la famiglia e a cui la moglie è molto legata. Cristiano, gran lavoratore piuttosto assente dalla famiglia, non ha avuto molta relazione con Antonio, lasciandolo alla moglie.
Antonio ascolta i genitori, interviene poco e parla del suo viaggio all’estero, dove ha avuto un attacco di panico che gli impediva di visitare ciò che avrebbe voluto. Nella prima fase della terapia si lavora con efficacia, anche attraverso le prescrizioni, per avvicinare Antonio al padre. Le cose vanno un po’ meglio e si arriva a una seduta familiare in cui si comincia a parlare del futuro di Antonio: è il momento giusto per iniziare l’esperienza.
La formula è più o meno questa: «In questo momento sarebbe molto utile fare un’esperienza insieme. Voi (ai genitori), mettetevi di fronte a vostro figlio e, uno alla volta, cominciate questa esperienza, mentre l’altro si siede accanto e aspetta il suo turno guardando ciò che accade, in silenzio.
Cominciamo da Lei, Laura. Si sieda di fronte a suo figlio, con le ginocchia unite e senza accavallare le gambe. Prendetevi per mano e guardatevi negli occhi. In questo momento Antonio sta per intraprendere un lungo viaggio nella vita e porta con sé uno zaino. Cerchi di trovare due o tre cose importanti di sé, che è riuscita a coltivare e di cui è orgogliosa, da dare ad Antonio; lui le metterà nello zaino e, quando ne avrà bisogno, lungo il cammino della vita, le prenderà e le farà sue.
Vediamo, per esempio, un aspetto del suo carattere che Le è servito nella vita e di cui è soddisfatta.»
Laura allora, prendendo le mani di Antonio con grande determinazione e guardandolo intensamente negli occhi, gli dice: «Ti do il mio entusiasmo, perché nella vita mi ha permesso di superare le difficoltà e di intraprendere nuove strade.»
(Il terapeuta prende un foglio, lo divide a metà e annota con cura ciò che dice Laura: da una parte il concetto, dall’altra la sua spiegazione.)
«Ti do la mia fiducia nella donna, perché l’equilibrio e la collaborazione tra i sessi mi sono sempre sembrati giusti.
Ti do il mio amore per i figli, perché ha sempre guidato il mio comportamento.»
Il terapeuta dice: «Molto bene, Laura, ricapitoliamo di nuovo queste tre cose.» Ripete i concetti e li fa ripetere a Laura, cercando di definirli con una sola parola, o con poche parole, per spiegare il perché di queste parole.
Una volta ripetuti i concetti, il terapeuta chiede ad Antonio, che è emozionato e guarda la madre con gli occhi lucidi, di lasciare qualcosa di sé alla madre prima di partire per il lungo viaggio, qualcosa che pensa potrebbe far piacere alla madre portare con sé.
Antonio allora parla alla madre con voce commossa, dicendole:
«Ti lascio la mia protezione, che ci sarà sempre.
Ti lascio una sensibilità diversa, anche se abbiamo entrambi una creatività simile.
E, per finire, la mia capacità di osservare e di intuire chi ho davanti, una porta verso il mondo.»
Il terapeuta rilegge ciò che ha detto Antonio e glielo fa ripetere. Dopodiché chiede a entrambi di abbracciarsi senza parole, appoggiando la testa sulla spalla dell’altro. Lo fanno in un lungo abbraccio che si conclude con un bacio. Cristiano guarda, commosso e in silenzio, ciò che è avvenuto tra loro e si prepara a sedersi di fronte ad Antonio.
Il terapeuta gli dice: «Adesso, Cristiano, tocca a Lei. Si sieda di fronte ad Antonio e, come Laura, scelga due o tre cose di cui è soddisfatto da dargli, per il suo lungo cammino nella vita.»
Le parole scelte e le metafore usate per questo esercizio risvegliano emozioni profonde in tutte le persone presenti, il che contribuisce a creare un’atmosfera molto calda e partecipe.
Il padre sceglie con cura le sue parole, aiutato dal terapeuta a definire chiaramente i concetti.
«Ti do il mio senso della libertà intellettuale, che mi ha permesso di non farmi condizionare da niente e da nessuno.
Ti do il mio dubbio, perché nella vita mi ha permesso di analizzare meglio le cose.
E ti do il mio coraggio di prodigarmi nella vita, per andare fino in fondo alle cose.»
Antonio, molto commosso, prende le mani del padre e, tremando, se le porta al volto, tenendole lì, in un silenzio molto significativo.
Poi dice: «Ti lascio un nuovo spazio in cui abbassare la guardia e divertirti spensieratamente!
Ti lascio il mio modo di vivere il tempo, lasciandolo scorrere con dolcezza.»
Al termine, il terapeuta gli fa ripetere i concetti, dopodiché chiede a entrambi di abbracciarsi, senza parole, appoggiando la testa sulla spalla dell’altro. Lo fanno in un lungo e commosso abbraccio. Laura assiste in silenzio, con gli occhi lucidi. Poi il terapeuta conclude: «Questi momenti che avete vissuto con intensa emozione, lasciateli scorrere dentro di voi, senza chiedervi spiegazioni e godendo di queste sensazioni.»
Circa un mese e mezzo dopo l’esperienza dello zaino, Antonio viene in seduta, dopo le vacanze. È molto più rilassato e sorridente, e racconta di essere stato molto bene in campagna con la famiglia e con il nonno. Dopodiché è andato al mare con gli amici e si è divertito molto. «Ero chiuso in me stesso. Ho superato aspetti molto complessi di auto-osservazione che mi portavano alla crudeltà e alla frammentazione. In quest’ultimo periodo c’è stata una ripresa.»
Il terapeuta: «E i tuoi come stanno?» «Mi sembra bene. Le cose sono migliorate sensibilmente. Il rapporto con loro si è disteso, c’è più accettazione. Dopo la seduta dello zaino ho avuto bisogno di due giorni per riprendermi. Avevo bisogno di elaborare quelle cose che non erano mai state dette prima. È stato come una virgola, che mi ha fatto cambiare argomento. È stato molto violento. Ho amato e odiato quel momento. Mi sono reso conto di essere una persona delicata, non forte, ma molto emotiva. Quello che mi ha colpito di più è un riflesso d’amore negli occhi di mio padre. L’ho visto come non l’avevo mai visto.»
L’esperienza dello zaino, fatta in quel momento del percorso terapeutico, ha un effetto sinergico che abbrevia il passaggio, a volte molto sofferto, di quella fase del ciclo di vita della famiglia, poiché coinvolge ogni membro della relazione e permette di sperimentare sul versante positivo le intense emozioni legate a quei vissuti di differenziazione.
I genitori sentono di poter adempiere al proprio dovere e hanno il permesso di mostrare i propri sentimenti, senza ritegno. È senza dubbio un’investitura molto importante per la prole, che ha bisogno di una conferma dell’approvazione dei genitori per crescere.
Aiuta anche i genitori a ripensare la propria vita meno in funzione della prole e ad affrontare la fase del nido vuoto, momento molto difficile per la coppia poiché, nella nostra cultura mediterranea, la coppia vive quasi esclusivamente della genitorialità e molto meno in funzione di un’intimità che deve essere costruita e insegnata.
Lo zaino è un’esperienza terapeutica che facilita la differenziazione e, al tempo stesso, un test che ci mostra l’evoluzione della relazione genitoriale e la capacità di funzionamento mentale di genitori e prole. Dalla loro capacità di simbolizzazione (una sola volta, su decine di tentativi, mi è capitato che i genitori mettessero nello zaino del figlio un po’ di salame e di salumi vari!) e di accettazione di questo congedo reciproco può dipendere l’evoluzione futura della loro relazione e del progetto esistenziale della persona che parte.
È davvero molto raro che i familiari si rifiutino di partecipare, mentre può essere più frequente che la seduta allargata finisca per essere un’esperienza deludente, in particolare quando chi conduce la terapia non riesce a gestire adeguatamente situazioni familiari emotivamente molto fredde o intensamente conflittuali. Per esempio, i familiari restano centrati sui propri bisogni, sono incapaci di mettersi dal punto di vista del figlio o del fratello o sorella; di fatto, continuano a inchiodare quella persona al ruolo, spesso di tipo sacrificale, che le hanno attribuito da sempre. Una seduta così dolorosa è molto importante anche perché chi conduce la terapia comprenda l’estrema limitatezza delle risorse di quella famiglia e la necessità di accompagnare la persona nell’elaborazione di questo lutto, di aiutarla a difendersi meglio e ad accontentarsi di qualche «briciola», senza aspettarsi nient’altro.
Tuttavia, anche in questo ambito vale quanto sostenuto da Cirillo (2005) per le famiglie maltrattanti: non scommettiamo subito sull’irrecuperabilità, vincere sarebbe tanto facile quanto pericoloso!
Questo modello terapeutico esige un’ottima credibilità e una grande sicurezza. Uno di noi, Alfredo Canevaro, inventore e sperimentatore di queste tecniche, è stato capace di applicarle lavorando sempre da solo. Un altro autore, Matteo Selvini, ha sperimentato più spesso questo modello lavorando in équipe con lo specchio unidirezionale (e, a volte, con la conduzione affidata a un’altra figura professionale nelle sedute familiari). In linea generale, consigliamo il lavoro in équipe, in particolare per chi è ancora all’inizio della carriera o ha scarsa esperienza di sedute familiari. In questo contesto, la co-terapia – le due figure terapeutiche nella stessa stanza, anche se magari con ruoli diversi (più attivo/meno attivo) – ci sembra più adeguata dello specchio unidirezionale.
Il tema della frequenza delle sedute resta da approfondire. Canevaro ha lavorato molto bene con sedute quindicinali o addirittura ogni tre settimane. Tuttavia, con persone che soffrono molto, cominciare con sedute settimanali è di solito utile e necessario. Con persone più stabili vanno bene anche frequenze ancora più diradate.
Con questo articolo vorremmo combattere il mito secondo cui la terapia individuale si deve fare solo con l’individuo.
L’esperienza della terapia familiare fornisce insegnamenti importanti per arricchire il setting individuale con la creazione di una tecnica ad hoc che privilegia la famiglia d’origine come risorsa terapeutica.
Attraverso la promozione dell’incontro emotivo, può favorire la riconciliazione con le figure significative, facilitando in ogni persona la ricerca di un progetto esistenziale autonomo e originale.
Andremo così verso uno scenario integrativo, in cui la «selezione naturale» delle grandi idee della storia della psicoterapia individuale potrà avvalersi di queste nuove tecniche per inventare e migliorare psicoterapie sempre più efficaci.
Note dell’originale
(1) Testo proposto per la pubblicazione alla rivista Psicobiettivo. Luglio 2007 (4a versione).
(2) Alfredo Canevaro: psichiatra, psicoterapeuta, docente della Scuola di Psicoterapia della Famiglia «Mara Selvini Palazzoli».
(3) Matteo Selvini: corresponsabile della Scuola di Psicoterapia della Famiglia «Mara Selvini Palazzoli».
(4) Francesca Lifranchi e Laura Peveri: psicologhe tirocinanti e associate alla ricerca presso il «Nuovo Centro per lo studio della famiglia».
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Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «La terapia individual sistémica con la implicación de los familiares significativos», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Psicobiettivo, 2007 (testo proposto alla rivista)). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Canevaro, A., Selvini, M., Lifranchi, F., & Peveri, L. (2023). La thérapie individuelle systémique avec l’implication des proches significatifs (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-therapie-individuelle-systemique-avec-l-implication-des-proches-significatifs (Opera originale pubblicata nel 2007 in Psicobiettivo, 2007 (testo proposto alla rivista); ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/10/la-terapia-individual-sistemica-con-la-implicacion-de-los-familiares-significativos/)
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