Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Journal of Solution Focused Practices · Etica

«Mappare» l’impegno morale nell’approccio centrato sulla soluzione attraverso il modello di pratica di MacIntyre

Di quali mappe dispone chi esercita una professione di aiuto per orientare le proprie decisioni morali, e che rapporto hanno queste mappe con l’aiuto centrato sulla soluzione? Alle due domande di Trish Walsh, Brian Jennings risponde con Alasdair MacIntyre: l’approccio centrato sulla soluzione è una «pratica», con le sue narrazioni, i suoi beni interni, le sue istituzioni e le sue virtù. Rileggendo la nascita dell’approccio al Brief Family Therapy Center alla luce degli assiomi di Korman, De Jong e Jordan, delle ricerche di Gale Miller e David Kiser e poi dei codici di pratica di UKASFP, ASFIO ed EBTA, abbozza il rilievo di una mappa: la competenza della persona assistita, la postura di aiuto di chi pratica, la co-costruzione, la centralità degli obiettivi, e le tre virtù di giustizia, coraggio e onestà incarnate dal gruppo fondatore. Tutto comincia, in sella, con una lezione di ciclismo.

Testo di Brian K. Jennings, Ghana Christian University CollegePrima pubblicazione Journal of Solution Focused Practices, vol. 6, n. 1, 2022Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di ‘Mapping’ Moral Engagement in the Solution-Focused Approach Through MacIntyre’s Model of Practice, di Brian K. Jennings, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2022), doi: 10.59874/001c.75002, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due note a piè di pagina sono collocate prima della bibliografia. I riquadri contrassegnati «Complexe Systémique» sono nostri, non di chi firma l’articolo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Ciò che forse è unico nell’SFA è che questo bene della pratica implica che le persone assistite siano considerate co-praticanti insieme a chi conduce la terapia.

Brian K. Jennings

Riassunto

Cerco di rispondere alle due domande di Trish Walsh sulle «mappe» che potrebbero esistere per l’impegno morale nelle professioni «di aiuto» e sul modo in cui queste potrebbero rapportarsi all’approccio centrato sulla soluzione (Walsh, 2010). Mi propongo di farlo esplorando la narrazione della nascita dell’approccio centrato sulla soluzione dalla prospettiva del concetto di «pratica» di Alasdair MacIntyre (MacIntyre, 1985), con l’obiettivo di gettare le basi di una «mappa» per l’impegno morale di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione. A tal fine cerco di interpretare l’approccio centrato sulla soluzione come una «pratica» nel senso di MacIntyre, in cui le virtù (in quanto «qualità umane») emergono dall’attività collettiva attraverso narrazioni e abilità specifiche, orientate verso i beni interni dell’approccio centrato sulla soluzione in quanto pratica. Valuto poi le istituzioni che ospitano e alimentano l’approccio centrato sulla soluzione alla luce della teoria di MacIntyre, per stabilire se abbiano un effetto positivo o negativo nel promuovere i beni interni della pratica. Infine, esamino il modo in cui la pratica manifesta le virtù «essenziali» di MacIntyre, cioè giustizia, coraggio e onestà, nel suo sviluppo iniziale e nei codici di pratica elaborati in seguito dalle associazioni che promuovono l’approccio centrato sulla soluzione (SFA). La mia analisi e la mia discussione dovrebbero fornire l’abbozzo di una «mappa» che sostenga chi pratica nel proprio impegno morale, sia nelle situazioni «di aiuto» con le persone assistite, sia nella costruzione di relazioni, alleanze e istituzioni con chi condivide la professione. Concludo con alcuni suggerimenti per ulteriori studi e ricerche su questo tema, tra cui un secondo articolo in cui intendo individuare alcune virtù specifiche dell’approccio centrato sulla soluzione.

Parole chiave: approccio centrato sulla soluzione, mappe morali, etica della virtù, pratica morale, virtù, beni interni, beni esterni, ruolo morale delle istituzioni, tradizioni morali, virtù essenziali di una pratica, codici morali, MacIntyre.

Introduzione

Trish Walsh, in Solution-focused helper: ethics and practice in health and social care (2010), pone le seguenti domande: «Di quali mappe dispongono le figure professionali per orientare l’azione nelle decisioni morali? Che rapporto hanno queste mappe con il processo di aiuto centrato sulla soluzione?» (p. 27). Esplorando queste mappe di principi e regole, le trova troppo astratte e lontane dalle complessità morali insite nelle situazioni della pratica professionale, che richiedono un impegno morale sui piani personale, individuale e relazionale. Aggiungerei che è molto probabile che queste mappe siano anche centrate sul problema e quindi incongruenti con l’approccio centrato sulla soluzione (approccio centrato sulla soluzione)(De Jong & Berg, 2013). Walsh si chiede se l’etica della virtù possa offrire un mezzo per gestire queste complessità da una prospettiva più centrata sulla persona. Tuttavia, si allontana da questa possibilità richiamando le perplessità di Houston sulle questioni di definizione e di inquadramento delle virtù (Houston, 2003).

Si tratta di una preoccupazione legittima (anche se Houston (2003) non la approfondisce adeguatamente): che cos’è esattamente una «virtù»? Un approccio (diffuso) consiste nel definire la virtù come un tratto di personalità persistente, formatosi attraverso l’esperienza di vita della persona, soprattutto nei primi anni (Sanderse, 2020). Ora, questa definizione si presta a obiezioni su due fronti. Anzitutto, rimane impigliata nella complessa discussione psicologica su che cosa costituisca la personalità, che cosa possa essere innato e che cosa possa essere acquisito (Wright et al., 2021). In secondo luogo, è vulnerabile al situazionismo, secondo cui, sulla base di dati sperimentali (controversi), non esistono tratti di personalità persistenti che si trasferiscano da una situazione all’altra (Besser-Jones, 2015; Snow, 2010).

Suggerisco che un approccio più fecondo (e più congruente con l’approccio centrato sulla soluzione (SFA)) sia offerto dal costruttivismo sociale, nel quale possiamo definire le virtù come aspetti del carattere che si formano attraverso l’interazione umana nelle relazioni (Darr, 2020), il che si collega all’accento «dialogico» di Houston (Houston, 2003). Ciò implica che sviluppiamo virtù diverse nel contesto di relazioni specifiche, attraverso interazioni specifiche. Contesti sociali come la famiglia, il lavoro, la religione, lo sport e gli hobby costituiscono altrettanti luoghi di relazioni e interazioni di questo tipo. Questo ci porta alla concezione dell’etica della virtù di Alasdair MacIntyre. MacIntyre intende le virtù come particolari qualità umane necessarie per impegnarsi nelle pratiche che realizzano determinati beni interni della pratica, i quali contribuiscono alla fioritura umana qualitativa (MacIntyre, 1985). Credo che questo approccio fornirà a chi, come noi, pratica l’approccio centrato sulla soluzione i primi tratti di una mappa più utile per l’impegno morale. In questo articolo mi concentrerò nel ricostruire la formazione dell’SFA come pratica, con i suoi beni interni ed esterni e la sua condotta, come contesto per lo sviluppo e l’esercizio dell’azione virtuosa (Donozo, 2014). Ciò servirà da preludio a un’esplorazione più approfondita, in un articolo successivo, delle virtù distintive che nascono dalla pratica e la guidano.

Pedalare la virtù

La concezione della pratica in MacIntyre

Che cosa intende dunque MacIntyre per pratica? Una pratica è un’impresa cooperativa, con una propria narrazione e proprie tradizioni, che realizza determinati beni interni (Bielskis & Mardosas, 2014; Knight, 2008; MacIntyre, 1985). I «beni interni» sono qui «eccellenze» interne alla pratica stessa e riguardano il «prodotto» o l’esito della pratica (che chiamo il «bene della pratica») e lo sviluppo di chi la esercita nelle abilità, nelle conoscenze e nelle qualità necessarie per eccellere nella pratica (che designo come il «bene del praticante») (Higgins, 2010; Ward, 2017)1. Poiché le pratiche sono sforzi cooperativi che implicano una comunità con tradizioni, scopi e discipline condivisi, esse richiedono istituzioni sociali per la loro sostenibilità. MacIntyre insiste molto sul ruolo delle istituzioni nel fornire il quadro per la formazione di chi pratica e per lo sviluppo della pratica (MacIntyre). MacIntyre rileva anche gli effetti limitanti, persino «corruttori», delle istituzioni (MacIntyre). Per sostenere la pratica a cui sono legate, le istituzioni devono promuoverla e garantirne la sostenibilità. Ciò comporta la ricerca di quelli che egli chiama «beni esterni», come la reputazione, il denaro e l’influenza2. Il pericolo è che questi beni diventino fini in sé, fino a eclissare i beni interni che sono il cuore della pratica. Un secondo pericolo che MacIntyre individua nelle istituzioni è l’imposizione del conformismo, sotto l’apparenza della garanzia di standard, che può limitare la diversità e lo sviluppo della pratica.

Il ciclismo come pratica

Il ciclismo, per mia esperienza, è un buon esempio di pratica. Ho cominciato ad andare in bicicletta sul serio durante un periodo di disoccupazione, quando avevo bisogno di un mezzo di trasporto economico per spostarmi, e poi ho cominciato ad amarlo! Ho cominciato a capire e ad abbracciare i beni interni del ciclismo. Ho progredito come praticante acquisendo le abilità della guida, del muoversi su terreni e in contesti diversi (urbano, rurale, fuoristrada), dell’esercizio fisico e della manutenzione della bicicletta (beni del praticante), necessarie per ottenere gli esiti di salute, vitalità, coinvolgimento esistenziale, consapevolezza e avventura (beni della pratica) (Ballantine, 1984).

Tradizioni per la strada

Il ciclismo, naturalmente, ha le sue storie e le sue tradizioni (McGurn, 1987). Ha una complessa storia tecnica, che va dagli schizzi visionari di Da Vinci alle draisine, ai bicicli, alle biciclette di sicurezza, ai tricicli e alle biciclette reclinate. Macchine di materiali esoterici e di design sofisticato, come la «bicicletta di ingegneria avanzata» Moulton (Hadland, 1994), che è quella che uso io. Il ciclismo ha anche una complessa storia sociale, che comprende gruppi molto irreggimentati e orientati allo status, associazioni operaie che passarono dall’usare le loro macchine per andare al lavoro alla (ri)conquista della campagna, gruppi di donne per le quali la bicicletta divenne un modo di affermare la propria libertà e, più di recente, gruppi ambientalisti che promuovono la bicicletta come forma di trasporto verde. Ci sono anche figure eroiche che fungono da modelli, come i vincitori del Tour de France Eddy Merckx, Bernard Hinault e Chris Froome, cicloturiste e cicloturisti di lunga distanza come Bettina Selby e Richard e Nicholas Crane, e inventori come Alex Moulton. Queste tradizioni e questi modelli hanno dato al ciclismo la sua forma singolare. Tutte le pratiche hanno tradizioni e storie di questo tipo, che forniscono la narrazione e il contesto sociale per l’esercizio delle loro conoscenze e abilità specifiche e dei beni interni della pratica e del praticante. (Bielskis & Mardosas, 2014; Knight, 2008).

Istituzioni per la strada

Nel ciclismo le istituzioni tendono a operare su due livelli. Da un lato, un’associazione più ampia (come il Cyclists’ Touring Club (https://www.cyclinguk.org/) e la British Cycling Federation (https://www.britishcycling.org.uk/)) che promuoverebbe il bene interno della pratica del ciclismo condividendone le tradizioni positive, le storie delle sue figure eroiche e i suoi beni interni, emanerebbe le regole ufficiali del ciclismo agonistico e organizzerebbe gare, campionati, uscite e raduni. Dall’altro, a livello locale, ci sarebbe il club, dove chi è alle prime armi impara a pedalare e viene iniziato alle discipline della buona guida, alle strategie di gara e alla manutenzione della bicicletta dai membri più esperti del club.

Come osserva MacIntyre (1985), le istituzioni possono avere anche un effetto negativo nel mondo del ciclismo, organizzando gare soltanto per denaro e non per l’esperienza dello sport, così che una parte di chi gareggia e del pubblico ne resti esclusa. A livello locale, ciò potrebbe significare che il club sia dominato da una o due persone e che tutte le altre vengano messe in disparte. C’è anche il pericolo del conformismo, poiché le associazioni più ampie potrebbero adottare nuove regole che autorizzano l’uso di determinate strategie e macchine e ne vietano altre, come l’imperdonabile esclusione dalle gare delle biciclette a ruote piccole, come le Moulton (http://www.moultonbuzz.com/)! Nel club locale, ciò potrebbe tradursi nell’insistenza dei membri anziani perché chi arriva adotti il loro stile di abbigliamento, di attrezzatura e di pratica, opponendosi a ogni innovazione.

Virtù per la strada

Le virtù sono quelle qualità umane necessarie per eccellere nelle discipline di una pratica e realizzarne i beni interni (Darr, 2020; MacIntyre, 1985). MacIntyre sostiene che vi sono tre virtù chiave necessarie per sostenere qualsiasi pratica:

MacIntyre, 1985, p. 191

Dobbiamo imparare a riconoscere che cosa è dovuto a chi; dobbiamo essere pronti ad assumerci i rischi personali che ci vengono richiesti lungo il cammino; e dobbiamo ascoltare con attenzione ciò che ci viene detto sulle nostre inadeguatezze e rispondere con la stessa attenzione per i fatti. In altre parole, dobbiamo accettare come componenti necessarie di qualsiasi pratica dotata di beni interni e di criteri di eccellenza le virtù della giustizia, del coraggio e dell’onestà.

Senza giustizia non siamo in grado di abbracciare le tradizioni e le abilità di una pratica riconoscendone le fonti e le autorità, e quindi di essere nella condizione di imparare e partecipare con equità insieme a chi sta dentro e fuori la pratica. Senza coraggio non saremo in grado di correre i rischi che l’impegno in una vera pratica richiede, sia nell’esercitarla così come l’abbiamo ricevuta, sia nello svilupparla ulteriormente. Infine, senza onestà non saremo nella condizione di sviluppare alcuna eccellenza nella pratica, poiché abbiamo bisogno di apertura e di riflessività per costruire la nostra comprensione e le nostre abilità. Senza queste virtù una pratica fallirà. Chi la esercita cercherà di danneggiarsi a vicenda invece di imparare reciprocamente (come il Maestro e l’Apprendista del Lato Oscuro in Star Wars!). Nessuna persona avrà il coraggio di fare il primo passo nelle abilità esistenti, tanto meno di tentare nuovi esperimenti. Né vi sarà chi ammette una qualsiasi debolezza, e così la pratica ristagnerà. La pratica non sarà un luogo di apprendimento della virtù, né contribuirà a una più ampia fioritura umana. Diventerà piuttosto qualcosa di simile a un’organizzazione criminale, distruttiva per la società e, alla fine, per sé stessa (Sellman, 2011; Ward, 2017).

Che posto hanno queste tre virtù nel ciclismo? Nel ciclismo agonistico chi fa parte della squadra deve agire con giustizia, riconoscendo il proprio posto nella squadra e imparando da chi la guida a svolgere il proprio ruolo per il bene di tutto il gruppo, in particolare delle sue figure di punta. Occorrerà dare prova di coraggio nell’andare in fuga al momento giusto e nel contenere i movimenti delle squadre rivali nel gruppo e, infine, di onestà in gara, senza barare con sabotaggi o doping, contando invece sulle proprie capacità. Ma queste virtù sono necessarie anche per chi usa la bicicletta per andare al lavoro o per viaggiare. Giustizia, nel rapportarsi in modo appropriato con le altre persone che usano la strada e nell’imparare dalle altre persone del club e nel sostenerle quando si pedala insieme. Coraggio, per cominciare semplicemente a salire su una bicicletta! Ma anche nell’affrontare il traffico e nel partire verso luoghi nuovi. E infine onestà, nel raccontare i propri viaggi e i propri incontri.

Oltre a queste, suggerirei alcune altre virtù: la perseveranza, nel pedalare con il maltempo; la generosità, nel fermarsi ad aiutare altre persone in bicicletta; la cortesia e l’amicizia, nel pedalare e socializzare con chi va in bicicletta, in particolare all’interno del club. Tuttavia, quando ho cominciato a pedalare, alle prime armi, non possedevo queste virtù. Si sono formate man mano che imparavo a pedalare con il sostegno di persone più esperte e di membri anziani del gruppo o del club che incarnavano in prima persona queste virtù. Man mano che acquisivo esperienza, ho cominciato a manifestare anch’io queste virtù, almeno nel contesto del ciclismo. Alcune di esse potrebbero persino essere codificate nelle regole adottate dalle associazioni nazionali e dai club locali.

L’identità in strada e fuori strada

Nel modello di etica della virtù di MacIntyre (1985), le virtù particolari sono specifiche della pratica in cui sono state apprese ed esercitate. Potrebbero non essere esercitate al di fuori del contesto della pratica. Così, in sella, potrei dare prova di generosità e cortesia nel contesto dell’uscita o del club, ma di meschinità e maleducazione al momento di salire sul treno per tornare a casa dopo l’uscita del club. Questo, naturalmente, è esattamente ciò che si aspetterebbe il situazionismo! Eppure, se ho una lunga esperienza di ciclismo e la mia pratica mi appassiona davvero, è probabile che io faccia delle virtù che essa comporta una parte della narrazione della mia vita e che integri la pratica nel mio senso di identità, così che le virtù apprese in sella si manifestino nel mio comportamento alla stazione ferroviaria e nelle mie altre relazioni e pratiche, per esempio nella vita di coppia o come docente in aula. In questo modo il ciclismo come pratica avrebbe un impatto più ampio sulle altre comunità e pratiche a cui appartengo in quanto ciclista.

La pratica centrata sulla soluzione come pratica virtuosa: beni interni, teoria e discipline

Vorrei suggerire che, come il ciclismo, l’SFA è una pratica (certo molto diversa in quanto pratica terapeutica, anche se senza dubbio molte persone appassionate di ciclismo sosterrebbero il valore terapeutico del loro passatempo) con tradizioni e storie che inquadrano i suoi beni interni, con discipline particolari che promuovono il bene e con virtù essenziali all’esercizio di tali discipline. L’SFA ha anche le sue istituzioni, come le équipe e gli studi locali e le organizzazioni nazionali e internazionali che cercano di promuovere e sviluppare la pratica e i suoi beni interni. Vedremo che le pratiche locali hanno avuto un’importanza particolare nel suo sviluppo. Che cosa significa dunque descrivere l’SFA come una pratica virtuosa con particolari beni interni? Per rispondere dovremo considerare la storia e le tradizioni dell’SFA.

Lo sviluppo della terapia centrata sulla soluzione come pratica

Per definire una pratica, nel senso di MacIntyre, è fondamentale individuarne i beni interni (Bielskis & Mardosas, 2014; MacIntyre, 1985), perché ciò ci fornirà il fulcro e lo scopo della pratica: perché chi la esercita la apprezza per sé stessa. Tuttavia, tentare di farlo con una definizione astratta sarà privo di senso se non la si colloca nel contesto della formazione della tradizione o della narrazione della disciplina (Darr, 2020). Questa narrazione fornirà sia il contesto in cui sono emersi i beni interni della pratica, sia la spiegazione del loro significato, che è la base della teoria della pratica. Man mano che la narrazione si sviluppa, il contesto della pratica può cambiare e, con esso, il significato dei suoi beni interni, sia in termini di beni della pratica sia di beni del praticante. Tali cambiamenti richiederanno ulteriori spiegazioni e giustificazioni teoriche, dando luogo a un rapporto dialettico tra i beni interni e la loro spiegazione. Le comprensioni teoriche del bene possono offrire spunti su come migliorare ulteriormente la pratica. Una pratica migliorata grazie all’impegno di chi la esercita può portare a uno sviluppo dei beni di una pratica che richiede un’ulteriore spiegazione teorica. Ciò conduce a un’ulteriore considerazione sullo sviluppo delle prospettive e delle abilità della pratica. Si tratta delle abilità e degli esercizi che vengono adottati, che emergono o che vengono ideati per promuovere il bene interno della pratica (come il design delle biciclette e le tecniche di pedalata che favoriscono il «coinvolgimento nella pedalata»). Le abilità, suggerirei, si sviluppano sul momento, attraverso l’impegno, oppure vengono ideate sulla base della teoria, una volta compreso il modo in cui agiscono per promuovere i beni interni. Così come vi è una dialettica tra i beni interni e la teoria, vi è anche una dialettica tra le abilità di una pratica e la teoria. Credo che ciò risulterà evidente dalla narrazione dello sviluppo della pratica centrata sulla soluzione che propongo qui di seguito. Dato il rapporto dialettico tra lo sviluppo delle abilità, la teoria e i beni interni della pratica e di chi la esercita, è necessario considerare con una certa attenzione lo sviluppo delle abilità e dei beni interni come un sistema in evoluzione.

Gli antecedenti della pratica centrata sulla soluzione

Gli antecedenti dell’affermarsi dell’SFA vanno cercati nella rivolta di diverse figure della terapia, in particolare della terapia familiare, contro l’interiorità degli approcci psicoanalitici e psicodinamici (Visser, 2013), che cercavano di diagnosticare i problemi delle persone assistite in termini di una qualche condizione interiore da affrontare prima di poter migliorare le condizioni esterne. Chi si riconosceva in questo movimento cercava di acquisire competenza non nella patologia interiore, ma nelle dinamiche esterne dei sistemi familiari e sociali della persona assistita. Ciò avrebbe permesso di scoprire le cause esterne dei problemi delle persone assistite e di risolverli attraverso schemi e strategie di comportamento in grado di perturbare tali «sistemi problema» (Cade, 2007; Miller, 1997; Visser). All’ala radicale di questo movimento si collocavano Milton Erickson e le persone a lui più vicine nel gruppo del Mental Research Institution (MRI), guidato da John Weakland a Palo Alto, in California (Cade, 2001; Visser).

Sia Steve de Shazer sia Insoo Kim Berg avevano lavorato a lungo con l’MRI e avevano adottato molte delle teorie e delle pratiche sviluppate da Weakland e dal suo gruppo. Quando entrambi si trasferirono a Milwaukee nel 1977 per iniziare la loro nuova vita insieme, cercarono di applicare questi approcci sistemici e strategici con le persone assistite dei Milwaukee Family Services, dove lavoravano. Ai Family Services si trovarono presto coinvolti in discussioni e controversie tra chi sosteneva un approccio sistemico e chi preferiva un approccio psicodinamico più tradizionale. Alla fine queste dispute arrivarono al punto che de Shazer, Berg e altre persone decisero di fondare un proprio studio indipendente, dove poter sviluppare approcci terapeutici più costruttivi. Nacque così, nel 1978, il Brief Family Therapy Center (BFTC) (Visser, 2013; Miller, 2004).

L’evoluzione della pratica al Brief Family Therapy Center

Quadro d’insieme. Una volta che il nuovo centro fu pienamente avviato, emerse un modus operandi in cui l’équipe centrale lavorava in modo collaborativo, sperimentando con le persone assistite nuove iniziative che l’intera équipe osservava, sia «dal vivo» attraverso uno specchio unidirezionale sia tramite videoregistrazioni. La pratica veniva analizzata e si proponevano nuovi approcci e metodi (Miller, 2004). Nel corso di questa attività de Shazer si affermò come principale teorico e autore, mentre altre persone, come Berg, Eve Lipchik ed Elam Nunnally, erano figure chiave della sperimentazione. De Shazer sintetizzava i risultati e le intuizioni dell’équipe e divenne il principale portavoce del centro (Kiser, 1995). Questo schema durò fino alla metà o alla fine degli anni Ottanta, quando l’équipe originaria del BFTC cominciò a disperdersi.

Il processo di evoluzione. Per descrivere l’evoluzione della pratica centrata sulla soluzione che segue, ho attinto a tre fonti sostanziali principali. Anzitutto Becoming miracle workers: language and meaning in brief therapy (2004) di Gale Miller, che documenta la sua ricerca qualitativa con il BFTC (al quale nel testo viene dato lo pseudonimo di «Northland Clinic»), uno studio di grounded theory sull’interazione di chi conduceva la terapia con le persone assistite e al proprio interno, avviato nel 1984 e pubblicato infine nel 1997. La metodologia di Miller consisteva in gran parte nell’osservazione partecipante, integrata da interviste ai membri dell’équipe. In secondo luogo, la tesi di dottorato di David Kiser: The process and politics of solution-focused therapy theory development: a qualitative study (1995). Kiser condusse la sua ricerca all’inizio degli anni Novanta, anch’egli con un approccio di grounded theory, ma concentrandosi su interviste al gruppo fondatore del BFTC. Infine, lo studio dello sviluppo teorico di Steve de Shazer condotto da Harry Korman et al. (2020) («Steve de Shazer’s Theory Development»). Quest’ultima fonte è un articolo basato su un ampio studio bibliografico dell’opera pubblicata di de Shazer.

Questi tre testi adottano approcci diversi per ricostruire l’evoluzione dell’SFA nella sua età «eroica». Miller adotta un approccio olistico e individua due fasi nella terapia praticata al BFTC, quella «ecosistemica» e quella «centrata sulla soluzione» (Miller, 1997; 2004.), concentrandosi sull’esito della pratica in ciascuna fase. Kiser individua alcuni «punti nodali», cioè cambiamenti nelle discipline terapeutiche che indicano uno spostamento del fulcro verso un approccio sistemico partecipativo e poi verso un SFA (Kiser, 1995), e si concentra sullo sviluppo della pratica e di chi la esercita. Korman e il suo gruppo seguono l’evoluzione dell’SFA distinguendo quattro fasi nello sviluppo teorico di de Shazer che, come suggerirò, ripercorrono lo sviluppo dei beni della pratica e dei beni del praticante. Dato che de Shazer divenne il principale portavoce dell’équipe del BFTC, sarebbe ragionevole supporre che i cambiamenti nella sua teoria riflettano anche gli sviluppi terapeutici del BFTC. Alla luce di ciò, userò quest’ultimo lavoro come quadro principale per comprendere la narrazione della crescita dell’SFA e collocherò all’interno di questo quadro i contributi di Miller e di Kiser. Prevedo che questa narrazione porterà alla luce i beni interni dell’SFA in questo periodo chiave.

Fase 1: il primo de Shazer, 1978

Nel 1978 de Shazer, Berg e l’équipe del BFTC avviarono la loro nuova impresa lavorando a partire da una base sistemico-strategica fortemente influenzata dall’MRI e da Erickson (Visser, 2013; De Jong, 2019). In questa prima fase, considerano le difficoltà delle persone assistite come radicate nel cattivo funzionamento di sistemi sociali, in particolare familiari. In quel periodo l’équipe vedeva in chi conduce la terapia la figura esperta che progetta una strategia comportamentale, spesso complessa e controintuitiva, per perturbare il sistema e orientarlo verso uno schema più costruttivo (Kiser, 1995; Miller, 2004).

Korman e il suo gruppo presentano due assiomi che, a loro avviso, caratterizzano il pensiero di de Shazer in questa fase:

Korman, De Jong e Jordan, 2020, p. 21

  • Assioma 1: La terapia è un processo interazionale osservabile, cioè una conversazione.
  • Assioma 2: L’unità minima di analisi è terapeuta che interagisce con la persona assistita nel setting terapeutico. Questa unità non può essere ulteriormente suddivisa.

L’assioma 1 coglie l’adesione di de Shazer alla prospettiva sistemica secondo cui la terapia riguarda le relazioni esterne anziché una patologia psichica interna, e si riferisce al bene della pratica. L’assioma 2 esprime la sua concezione (avanzata) secondo cui terapeuta e persona assistita costituiscono un unico sistema, e contribuisce al bene interno o all’eccellenza di chi pratica. Sotto questo aspetto de Shazer sembra in anticipo rispetto al suo gruppo, che arriva a condividere la sua comprensione solo nella fase successiva dell’evoluzione della pratica (Kiser, 1995; Korman et al., 2020).

Fase 2: il primo BFTC, 1978-1982

Durante la «fase 2» l’équipe del BFTC spinse al limite l’approccio strategico che aveva adottato. Miller, che inizia la sua ricerca nel 1984, mentre è in corso la transizione dalla fase 2 alla fase 3, definisce «ecosistemico» l’approccio alla pratica adottato in questo periodo. In questa fase l’équipe terapeutica del BFTC comincia a lavorare in modo più cooperativo con le persone assistite per produrre cambiamenti nei loro sistemi. Ciò ha due conseguenze. In primo luogo, la presa d’atto generale che chi conduce la terapia, e persino l’équipe dietro lo specchio, fa parte del sistema terapeutico (Miller, 2004) e rientra quindi a pieno titolo tra chi pratica. In secondo luogo, la competenza della persona assistita passa in primo piano, al punto che la si considera esperta del cambiamento che desidera. Miller osserva che in questo periodo l’équipe si preoccupa che la persona assistita definisca la propria «difficoltà» come un problema chiaro, così che l’équipe, in cooperazione con lei, possa formulare strategie di soluzione dei problemi per perturbare il sistema problema (Miller).

Kiser rileva i «punti nodali» disciplinari che sembrano legati a questa fase: i complimenti, la morte della resistenza, l’orientamento al futuro e la presupposizione del cambiamento, e la ricerca sul discorso del cambiamento (de Shazer, 1984; Kiser, 1995). Tutti questi «punti» riguardano la relazione e l’interazione tra terapeuta, équipe terapeutica e persona assistita. Si riferiscono allo sviluppo dell’eccellenza o del bene di chi pratica, man mano che si impegna nella propria pratica e se ne lascia formare.

Anzitutto Kiser osserva come i complimenti, in quanto modo di costruire la relazione tra l’équipe e le persone assistite, favorissero l’adesione di queste ultime agli interventi formulati dall’équipe. Ciò avvenne dopo che una persona assistita aveva chiesto chi ci fosse dietro lo specchio nella stanza di terapia e le era stata presentata l’équipe. Dopo la presentazione, l’équipe si sentì in dovere di dire «cose carine» sulla persona assistita (Kiser, 1995 p. 126). Da allora i complimenti sembrano aver assunto un ruolo importante nella costruzione di una relazione positiva/costruttiva/buona tra l’équipe terapeutica e la persona assistita. Ciò era importante per costruire l’interazione cooperativa tra terapeuta, équipe e persona assistita al fine di creare il cambiamento (Kiser).

Anche la morte della resistenza fu un passo fondamentale per stabilire questa interazione cooperativa. La «resistenza» venne riformulata come una questione che riguardava chi conduce la terapia e non la persona assistita. Se la persona assistita non eseguiva i compiti raccomandati da terapeuta ed équipe, era perché non si era ancora trovato il modo giusto di cooperare con lei nella costruzione del cambiamento (Kiser, 1995, p. 128).

L’accento sul cambiamento condusse naturalmente alla ricerca sul discorso del cambiamento, in cui l’équipe del BFTC cercò di capire, attraverso l’osservazione e la revisione (delle videoregistrazioni), come determinate domande, risposte e suggerimenti potessero incoraggiare la persona assistita ad avviare un cambiamento nel proprio sistema relazionale. Con questa ricerca l’équipe cercava modi migliori per collaborare con le persone assistite, attraverso domande pertinenti e un linguaggio appropriato nelle risposte e nei suggerimenti, per lavorare con loro alla realizzazione del cambiamento desiderato (Kiser 1995, p. 130).

Questa fase dell’evoluzione della pratica è racchiusa in due assiomi:

Korman, De Jong e Jordan, 2020, p. 21

  • Assioma 3: Il cambiamento è lo scopo dell’incontro tra terapeuta e persona assistita.
  • Assioma 4: Il cambiamento della persona assistita attraverso la terapia avviene mediante interazioni osservabili in cui terapeuta trova modi per cooperare con la persona assistita.

L’assioma 3 enuncia chiaramente il bene della pratica del BFCT in quel periodo: creare un cambiamento nella vita della persona assistita. Miller lo amplia in termini di strategie di cambiamento volte a perturbare il «comportamento problematico» (Miller, 2004, p. 45). L’assioma 4 indica i mezzi o le abilità della pratica con cui si raggiungerà questo bene, cioè l’interazione cooperativa tra terapeuta (ed équipe) e persona assistita, e coglie lo sviluppo continuo del bene del praticante.

Fase 3: la nascita della SFBT, 1982-1989

Nella terza fase dell’evoluzione del pensiero e della pratica di de Shazer vediamo l’SFA emergere dalla terapia sistemica. I sistemi sono ancora presenti nel pensiero e nella pratica dell’équipe del BFTC, ma l’accento cade ora, come osserva Miller, sull’SFA (Miller, 2004). Anche Kiser inizia la sua ricerca di dottorato alla fine di questo periodo, ma aveva già studiato presso il centro all’inizio degli anni Ottanta (Kiser, 1995).

L’evoluzione della pratica al BFTC in questo momento è decisiva per l’SFA. Miller (2004) indica che in questo periodo vediamo terapeuta e persona assistita cooperare non solo per il cambiamento del sistema, ma per la soluzione della persona assistita. Il periodo è caratterizzato anche dalla scoperta che le persone assistite dispongono già della base delle proprie soluzioni nelle eccezioni e nei cambiamenti che realizzano grazie al loro impegno e coinvolgimento nella terapia (Korman et al., 2020). Il fulcro della terapia si sposta allora con decisione dalla competenza di chi conduce la terapia a quella della persona assistita nel formulare la propria soluzione. In questa fase chi conduce la terapia diventa piuttosto una figura che facilita o una figura «esperta» del processo della conversazione terapeutica. Non si parla più di «definizione del problema», poiché la soluzione è ormai considerata del tutto indipendente dalle difficoltà o dal problema (Miller).

I cambiamenti di questa fase sono caratterizzati, nella ricerca di Kiser, dai seguenti «punti nodali»: il compito formula della prima seduta, il cambiamento pre-trattamento, la domanda del miracolo, lo spostamento verso il colloquio prima della pausa e Briefer I e II (Kiser, 1995, p. 71). Questi punti segnano l’emergere dell’approccio centrato sulla soluzione come pratica distintiva, in cui chi conduce la terapia lavora per sostenere la persona assistita nello sviluppo della propria soluzione, piuttosto che del «cambiamento» in quanto tale.

Il compito formula della prima seduta fu utilizzato per la prima volta nel 1982 e chiede alla persona assistita di notare, e poi descrivere in seduta, qualsiasi cambiamento che vorrebbe «continuasse ad accadere» (de Shazer, 1985, p. 137). In questo compito vediamo lo spostamento dal problema che può affliggere la persona assistita ai cambiamenti che essa realizza nella propria vita e nel proprio comportamento e che vorrebbe proseguissero. Questi costituirebbero eccezioni al problema e, forse, risorse che potrebbero fare da base a una soluzione.

Il cambiamento pre-trattamento. Presentato per la prima volta nel 1987, rappresenta una prosecuzione sulla stessa linea, poiché si chiede alla persona assistita di concentrarsi sui cambiamenti positivi avvenuti dopo aver preso l’appuntamento ma prima della seduta. Prendere l’appuntamento era un atto decisivo verso una soluzione e, in quanto tale, probabilmente innescava altri cambiamenti positivi che potevano contribuire alla soluzione desiderata. Anche questa domanda è pensata per richiamare l’attenzione della persona assistita sulle eccezioni e sui cambiamenti che potrebbero costituire la base della soluzione.

La domanda del miracolo. «Se una mattina si svegliasse e fosse accaduto un miracolo, che cosa Le direbbe che il Suo problema è risolto?» (Kiser, 1995, p. 135). Questa domanda, nata a metà degli anni Ottanta, è spesso considerata il tratto distintivo dell’SFA. In essa si pone un accento radicale sulla soluzione, poiché si chiede alla persona assistita di immaginare un futuro in cui la soluzione si è già realizzata. Ciò comporta un completo allontanamento da qualsiasi considerazione del problema e richiede alla persona assistita di dedicare tutta la propria attenzione alla descrizione della sua soluzione.

Lo spostamento verso il colloquio prima della pausa. Nella precedente fase ecosistemica della terapia al BFTC, il compito di intervento presentato alle persone assistite dopo la tradizionale pausa era considerato il cuore del colloquio terapeutico. Tuttavia, con l’abbandono della competenza di chi conduce la terapia nell’elaborare una strategia per perturbare il sistema, Kiser (1995) osserva che le risposte stesse della persona assistita, esperta della propria soluzione, assumono un’importanza molto maggiore come centro dell’interazione terapeutica. Si presta ora maggiore attenzione al linguaggio usato dalla persona assistita che indica risorse ed eccezioni in grado di fornire una base per costruire una soluzione. Nell’approccio ecosistemico, la formulazione dell’intervento da comunicare alla persona assistita dopo la pausa richiedeva molta ingegnosità da parte di terapeuta ed équipe (Miller, 2004). In questa fase, invece, è centrale l’ingegnosità della persona assistita, poiché ora sono gli «indizi» tratti dalle sue risposte nel colloquio, e non le raccomandazioni di chi conduce la terapia, a servire per inquadrare l’intervento.

Vedendo che, con il nuovo approccio, la pratica terapeutica diventava un processo interattivo di sviluppo di soluzioni insieme alla persona assistita, de Shazer cercò di mappare il processo e tentò persino di sviluppare programmi informatici in grado di facilitarlo (o di aiutare a facilitarlo). Ciò portò allo sviluppo di Briefer I e II con un gruppo della Marquette University (Kiser, 1995). Sebbene il processo di costruzione delle soluzioni sembri avere alcuni tratti comuni semplici e ripetibili, il modo in cui questi si ripetevano in ogni singola interazione era talmente specifico di quella conversazione che, secondo Kiser, si rivelò impossibile sviluppare un programma capace di far fronte a una simile varietà imprevedibile e idiosincratica! Ciò che questo indica, però, è che l’accento era ormai posto sul processo interattivo di co-creazione delle soluzioni, tanto che sia i problemi sia la competenza di chi conduce la terapia nella risoluzione dei problemi erano stati lasciati molto indietro. Ne risulta che il bene del praticante abbraccia ora tanto chi conduce la terapia quanto la persona assistita. Il bene o l’eccellenza della persona assistita consiste nel formulare le proprie soluzioni a partire dalle proprie risorse e all’interno del proprio contesto. L’eccellenza di chi conduce la terapia consiste nel rendere possibile questo processo. Si tratta di un’eccellenza così complessa che non sorprende si sia rivelata una sfida eccessiva per un programma informatico!

Per questa fase viene presentato un solo assioma:

Korman, De Jong e Jordan, 2020, p. 21

  • Assioma 5: La terapia breve consiste nello sviluppare soluzioni insieme alle persone assistite.

L’assioma 5 indica l’affinamento del bene della pratica dell’SFA così come è emerso. Lo scopo della pratica centrata sulla soluzione è sviluppare buone soluzioni insieme alle persone assistite. Questo assioma suggerisce anche un affinamento dell’eccellenza di chi pratica, nella misura in cui l’interazione cooperativa tra terapeuta e persona assistita si rafforza grazie all’uso di abilità più raffinate.

Fase 4: l’ultimo de Shazer, 1989-2005

L’ultima fase individuata da Korman e dal suo gruppo è la quarta, intitolata il periodo dell’«ultimo de Shazer», dal 1989 al 2005, anno della morte di de Shazer. Sia Miller sia Kiser concludono i loro progetti di ricerca all’inizio di questo periodo. In quegli anni la filosofia del linguaggio di Wittgenstein dominava il pensiero di de Shazer. Kiser (1995) suggerisce che questa svolta sia dovuta al fallimento di Briefer I e II, che spinse de Shazer a servirsi della filosofia del linguaggio di Wittgenstein per comprendere meglio l’interazione tra terapeuta e persona assistita in cui prendono forma le soluzioni. Ciò contribuì a far sì che de Shazer guardasse alla terapia breve centrata sulla soluzione attraverso una lente wittgensteiniana, come «costruzionismo interattivo» (de Shazer, 1991, p. 48). Egli concepisce la terapia come un gioco linguistico in cui terapeuta e persona assistita si impegnano in fraintendimenti creativi per dare forma al cambiamento e alle soluzioni. Sebbene de Shazer nutrisse grande entusiasmo per Wittgenstein, non è chiaro quante persone del suo gruppo al BFTC comprendessero il filosofo o condividessero la passione di de Shazer (Kiser).

Korman e il suo gruppo presentano un ultimo assioma, il sesto, per questa fase:

Korman, De Jong e Jordan, 2020, p. 21

  • Assioma 6: La terapia è un processo interazionale e dialogico visibile, in cui si negoziano i significati del linguaggio della persona assistita.

L’assioma 6 non suggerisce alcun cambiamento nel bene della pratica dell’SFA, che resta quello di sviluppare soluzioni. Suggerisce però un affinamento del bene del praticante. La terapia è ora concepita come un gioco linguistico in cui il cambiamento viene negoziato attraverso la co-costruzione di soluzioni.

I beni interni dell’SFA

Ho condotto un’esplorazione piuttosto tecnica della narrazione dell’evoluzione della terapia breve e della terapia breve centrata sulla soluzione al BFCT, allo scopo di scoprire i beni interni dell’approccio centrato sulla soluzione in quanto pratica. Mettendo in relazione gli assiomi di Korman e del suo gruppo (2020) con la narrazione della nascita dell’SFA, vediamo che gli assiomi 1, 2, 4 e 6 riguardano lo sviluppo delle discipline della pratica al BFTC e i beni o le eccellenze del praticante, mentre gli assiomi 3 e 5 riguardano i beni della pratica sviluppati dalle abilità della pratica. Il terzo assioma riguarda lo scopo di quella che Miller (2004) chiama terapia ecosistemica: innescare il cambiamento nel sistema della persona assistita. Il sesto assioma non lo sostituisce, ma si fonda su di esso nella fase centrata sulla soluzione dell’evoluzione del BFTC, (ri)definendo il cambiamento in termini di sviluppo di soluzioni in collaborazione con la persona assistita. Apprezzo in modo particolare il modo in cui Miller inquadra il bene della pratica, perché coglie lo spirito dell’ultimo de Shazer. Il bene della pratica dell’SFA è «costruire storie progressive» (Miller, p. 74). Ciò che forse è unico nell’SFA è che questo bene della pratica implica che le persone assistite siano considerate co-praticanti insieme a chi conduce la terapia, e che quindi partecipino anche al bene del praticante.

Il ruolo delle istituzioni nella pratica etica centrata sulla soluzione

Come ho già indicato, MacIntyre sostiene che le istituzioni sono fondamentali per sviluppare e sostenere la pratica attraverso beni esterni o «eccellenze dell’efficacia» (Knight, 1998; MacIntyre, 1985). Ciò significa che cominciano ad assumere le seguenti funzioni: definire il cuore della pratica in termini di beni interni e di discipline che li sostengono, iniziare altre persone alla pratica attraverso la formazione nelle sue tradizioni e discipline, salvaguardare l’integrità della pratica e promuoverla (Bielskis & Mardosas, 2014; Darr, 2020; Knight, 2008).

Kiser (1995) rileva il ruolo cruciale svolto dal Brief Family Therapy Center nello sviluppo dell’SFA. Il «gruppo fondatore» (Kiser, p. 22) si sentiva costretto nell’ambiente dei Family Services di Milwaukee e fondò quindi uno studio indipendente in cui avere la libertà di sperimentare, per scoprire quali approcci terapeutici servissero meglio le persone assistite. L’indipendenza e l’isolamento (e persino l’ostracismo) del BFTC, che si trovava al di fuori delle strutture consolidate di regolamentazione e di rendicontazione, permisero all’équipe del BFTC e a chi collaborava con essa di lavorare in modo cooperativo e creativo per sviluppare un nuovo approccio terapeutico. Kiser sostiene che molte idee simili a quelle che trovarono espressione, prima nella terapia ecosistemica e poi nella terapia centrata sulla soluzione, circolavano già nel mondo terapeutico, ma che solo nel contesto dinamico del BFCT poterono essere «riscoperte» e integrate in una pratica coerente. Da questo punto di vista, il BFCT in quanto istituzione fu decisivo per lo sviluppo della terapia centrata sulla soluzione (Kiser & Piercy, 2001).

Una volta che l’SFA ebbe raggiunto una certa coerenza e identità come pratica, il centro di Milwaukee divenne il fulcro della sua promozione (Kiser, 1995). Ciò avvenne attraverso la formazione offerta a Milwaukee stessa, gli interventi di membri chiave dell’équipe ai convegni, in particolare de Shazer e Berg, e gli scritti di de Shazer (1985, 1988, 1991, 1994). È interessante notare che, pur tenendo molto a promuovere la pratica, de Shazer era restio a definirla (Miller & de Shazer, 1998). Allo stesso tempo, l’équipe del BFTC riteneva possibile specificare gli elementi che avrebbero definito una seduta di terapia centrata sulla soluzione (de Shazer et al., 1986). Questa ambiguità ha permesso sia la formazione di una comprensione generale dell’SFA, sia il suo ulteriore sviluppo come pratica. Da un punto di vista wittgensteiniano, de Shazer ne sarebbe stato piuttosto soddisfatto, perché significa che l’SFA sarà sempre compreso in termini di «somiglianza di famiglia» anziché di una definizione della sua «essenza» (Wittgenstein, 1967, p. 33).

Le istituzioni attuali che sostengono ed estendono la pratica centrata sulla soluzione

Una volta che il BFTC ebbe completato il suo lavoro pionieristico di sviluppo dell’SFA come pratica distinta, cominciarono a nascere altre istituzioni, sia centri di pratica (locali) sia associazioni più ampie, che favorirono l’ulteriore sviluppo e la diffusione della pratica nel mondo. Due di esse meritano una menzione particolare: BRIEF a Londra, centro di terapia e di formazione, e la European Brief Therapy Association, la prima associazione internazionale a promuovere l’approccio.

BRIEF (https://www.brief.org.uk/) nacque come studio di consulenza privato, The Brief Therapy Practice, che adottò e sviluppò una propria pratica centrata sulla soluzione «minimalista» sulla base del lavoro di de Shazer, e che dal 1989 organizzò convegni annuali, spesso con de Shazer e Berg tra i principali relatori. Le attività di BRIEF contribuirono a diffondere ulteriormente l’approccio nel Regno Unito e in altre parti d’Europa. È interessante che BRIEF e altri centri simili (http://www.iasti.org/) seguano il modello stabilito dal BFTC: continuare a sviluppare la pratica centrata sulla soluzione, offrire formazione nella pratica e promuoverla attraverso presentazioni e pubblicazioni.

La European Brief Therapy Association (https://www.ebta.eu/) fu fondata nel 1993 da un gruppo di professionisti e professioniste di diversi paesi europei, tra cui Evan George di BRIEF, in collaborazione con de Shazer e Berg, presenti al suo convegno inaugurale nel 1994 (Isebaert, 2011). L’EBTA continua a essere in prima linea nello sviluppo e nell’approfondimento della teoria o «definizione» (Sunderman et al., 2020) e dell’impegno etico (EBTA 2021) dell’SFA. Alcune delle applicazioni più ampie della pratica centrata sulla soluzione sono state proposte per la prima volta ai convegni dell’EBTA (Sunderman et al.).

Nove anni dopo, nel 2002, de Shazer e Berg presero l’iniziativa di fondare la Solution Focused Brief Therapy Association (SFBTA) negli Stati Uniti. Nei primi anni la SFBTA si occupò soprattutto di organizzare convegni, ma dopo la morte di Insoo Kim Berg nel 2007 ha rilevato gli archivi del BFTC e oggi cerca di promuovere una ricerca rigorosa sull’efficacia dell’SFA e sul suo ulteriore sviluppo (https://www.sfbta.org/).

Queste e altre istituzioni hanno avuto un notevole successo nell’affermare l’approccio centrato sulla soluzione in tutto il mondo, con centri e organizzazioni in tutti i continenti (Antartide esclusa!). L’approccio è stato inoltre esteso oltre la psicoterapia, con applicazioni nell’istruzione (Franklin & Streeter, 2004), nel coaching (Jackson & McKergow, 2007), nel management (Lueger & Korn, 2006), nello sviluppo organizzativo (Polgar & Hankovszky, 2014), nella leadership (Brooker et al., 2019), nella risoluzione dei conflitti (Bannick, 2010), nello sviluppo di comunità (Walsh, 2010) e persino nell’impegno politico radicale (Shennan & Gardener, 2018; Shennan, 2020).

Nel complesso sembra che l’SFA sia stato servito molto bene dalle sue istituzioni. Esse hanno continuato a migliorare l’SFA e a estenderlo a molti ambiti, con un notevole beneficio umano, sia individuale sia sociale. Grazie a questi sforzi istituzionali la pratica centrata sulla soluzione ha acquisito visibilità e molte persone vi sono state introdotte. È significativo che le istituzioni legate all’SFA sembrino aver evitato in larga misura le insidie che MacIntyre associa alle istituzioni, ossia una regolamentazione rigida che soffoca la pratica e un’enfasi sui beni esterni o estrinseci di status, profitto e dominio che finisce di fatto per sacrificare i beni interni della pratica (MacIntyre, 1985).

L’SFA e la manifestazione delle virtù chiave di MacIntyre

Lo sviluppo della virtù al BFTC

Ho descritto i beni interni dell’approccio centrato sulla soluzione attraverso uno studio dettagliato della sua narrazione fondativa al BFTC e ho passato in rassegna lo sviluppo dei beni esterni evidenziando il ruolo di alcune istituzioni chiave legate all’SFA. Tuttavia, l’individuazione delle virtù specifiche connesse alle abilità necessarie per facilitare il processo di costruzione delle soluzioni, che è il cuore della pratica, richiederà ulteriori ricerche empiriche. Ma, come ho affermato sopra, MacIntyre (1985) ha individuato alcune virtù generali, la giustizia, il coraggio e l’onestà, che a suo dire sono necessarie per impegnarsi in qualsiasi pratica. Sono virtù di cui abbiamo bisogno per instaurare relazioni appropriate e produttive con le altre persone coinvolte nella pratica e con la comunità più ampia in cui la pratica si colloca. Come si sono sviluppate nel tempo queste virtù e come si sono manifestate nell’équipe del BFTC?

In primo luogo, de Shazer e il suo gruppo hanno certamente agito con giustizia nel riconoscere l’eredità ricevuta dall’MRI e da Erickson. De Shazer riconosce questo debito nei suoi libri (de Shazer, 1985, 1988, 1991, 1994) e John Weakland, direttore dell’MRI, firma le prefazioni di diverse sue opere (Weakland, 1985, 1988, 1991). Nelle sue interviste al gruppo fondatore del BFTC, Kiser ha riscontrato uno spirito analogo nell’équipe, in cui ciascuna persona intervistata riconosceva i diversi ruoli svolti da ciascuna (Kiser, 1995). Infine, vi era un impegno molto chiaro ad agire con giustizia verso le persone assistite, ricercando gli esiti da esse preferiti (Miller, 2004).

In secondo luogo, l’équipe del BFTC ha certamente dato prova di coraggio nell’avviare un’impresa molto rischiosa, a costo e a rischio elevati per sé stessa (De Jong, 2019; Kiser 1995; Lipchik, 2014). Le sue iniziative andavano contro l’ortodossia consolidata e suscitarono opposizione e rifiuto negli ambienti terapeutici e accademici locali (Kiser, 1995; Visser, 2013). Anche gli esperimenti terapeutici condotti dall’équipe furono molto audaci. L’équipe si espose in tutti i modi possibili!

In terzo luogo, all’interno dell’équipe regnava una grande onestà reciproca, soprattutto nelle fasi iniziali del lavoro comune, poiché si tenevano discussioni rigorose sul modo in cui ciascuna persona conduceva la terapia e sui punti di forza e di debolezza della propria pratica e della propria teoria (Kiser, 1995; Miller, 2004). Con lo sviluppo dell’SFA crebbe anche l’impegno ad agire con onestà verso le persone assistite in quanto co-costruttrici delle soluzioni e a rinunciare a qualsiasi tecnica ambigua volta a ottenere un risultato terapeutico, che forse aveva caratterizzato la pratica nelle prime fasi dell’approccio (in particolare nella formulazione dei messaggi di fine seduta). In un’occasione de Shazer insistette sul fatto che non fosse mai appropriato né necessario mentire alle persone assistite (Cade, 1985).

Il gruppo fondatore dell’SFA ha effettivamente manifestato le virtù della giustizia, del coraggio e dell’onestà nel proprio contesto. Ciò sembra aver preparato il terreno per gli sviluppi successivi, man mano che l’approccio si diffondeva.

Virtù e codici

Quando chi praticava l’SFA cominciò a estendere l’approccio, diede vita a organizzazioni come veicoli per garantire i beni esterni della propria pratica. Queste organizzazioni hanno elaborato codici di pratica che cercano di articolare, preservare e comunicare i valori e gli standard fondamentali dell’approccio, sulla base dell’eredità delle narrazioni che ho esaminato. Tre associazioni centrate sulla soluzione hanno prodotto codici di questo tipo: la United Kingdom Association for Solution Focus Practice (UKASFP, 2012), la Association for Solution Focus in Organizations (ASFIO, 2016) e la European Brief Therapy Association (EBTA, 2021). Talvolta siamo tentati di considerare i codici di pratica come regole formulate per contrastare le scorrettezze man mano che si presentano, e poi imposte dall’alto per prevenire ulteriori comportamenti scorretti. Tuttavia, essi possono anche essere espressioni di buone pratiche e racchiudere gli standard e i valori a cui chi pratica tiene di più (Joyce & Rankin, 2010; Sellman, 2011). Questi codici rappresentano la condotta virtuosa che esigiamo da noi e che ci aspettiamo dalle altre persone.

In effetti, le virtù della giustizia, dell’onestà e del coraggio trovano tutte espressione, in misura maggiore o minore, nei codici di pratica delle tre organizzazioni citate. La giustizia si esprime in tre modi: ciò che è dovuto al gruppo fondatore, alla comunità professionale e, soprattutto, alla persona assistita. Sia il codice dell’ASFIO sia quello dell’EBTA fanno esplicito riferimento al riconoscimento del contributo del gruppo fondatore dell’approccio:

ASFIO, 2016

Chi aderisce all’ASFIO riconosce lo spirito open source dell’approccio centrato sulla soluzione, che nasce dal lavoro pionieristico di Steve de Shazer, Insoo Kim Berg e del loro gruppo di lavoro al Brief Family Therapy Center.

EBTA, 2021, p. 3

IV. Chi pratica la SFBT rispetta il lavoro di chi ha curato la sua formazione e apprezza l’eredità del gruppo fondatore della SFBT. Inoltre rispetta chi lavora con la SFBT tanto quanto chi lavora con altri approcci o in altre professioni. Chi pratica la SFBT riconosce che la propria competenza e le proprie abilità non sono che la prosecuzione delle conquiste di chi ha insegnato prima e di chi ha aperto la strada. Si assicura pertanto che sia noto che ha acquisito le proprie conoscenze e abilità grazie a una formazione.

Il riconoscimento di ciò che è dovuto alla comunità professionale è racchiuso in queste affermazioni:

UKASFP, 2012, p. 7; ASFIO, 2016

…manifesteranno chiaramente il proprio rispetto per le persone con cui hanno un rapporto di lavoro, e ascolteranno e conosceranno gli approcci adottati da chi lavora con loro.

Riconoscere e dare credito al lavoro altrui.

Ciò che è dovuto alla persona assistita viene prima di tutto. Chi pratica deve accordare il massimo rispetto alla competenza della persona assistita:

ASFIO, 2016; EBTA, 2021, p. 3

Rispettare la competenza delle persone assistite: sanno che cosa vogliono.

III. Chi pratica la SFBT riconosce la persona assistita come esperta della propria vita, delle proprie capacità e dei propri bisogni.

La riservatezza che chi pratica deve alla persona assistita:

UKASFP, 2012, p. 2

Ogni relazione di aiuto si svilupperà in un clima di fiducia, così che la persona assistita possa affidare informazioni personali delicate a chi pratica. Una relazione di questo tipo riconosce che la persona assistita può aspettarsi riservatezza, con una limitazione alla condivisione delle informazioni che essa ha indicato come private e personali, salvo che vi siano questioni di tutela. L’autonomia personale della persona assistita è rispettata quando chi pratica si impegna a esplicitare i limiti di tale riservatezza.

Il rispetto della riservatezza delle persone assistite:

EBTA, 2021, p. 4

Chi pratica la SFBT rispetta il diritto alla riservatezza della persona assistita e non divulga alcuna informazione che le sia stata trasmessa.

Chi pratica accetta e rispetta la diversità delle persone assistite:

UKASFP, 2012, p. 3; ASFIO, 2016; EBTA, 2021, p. 3

Si intende che chi pratica opererà in ogni momento per promuovere e sostenere azioni che riconoscano la diversità e dimostrino un impegno totale per le pari opportunità. Ciò vale sia per un atteggiamento proattivo di accoglienza della diversità, sia per una consapevolezza costante, che comprende un atteggiamento riflessivo, per garantire una pratica efficace che eviti la discriminazione.

Stabilire, comunicare e rispettare confini chiari, appropriati e culturalmente sensibili che regolino il proprio comportamento.

Chi pratica la SFBT fonda la propria relazione con la persona assistita sulla premessa del rispetto delle sue convinzioni, della sua autonomia, della sua sicurezza e dei suoi bisogni.

Il coraggio si esprime in due modi: nel desiderio di allargare i confini della pratica per il bene della persona assistita e nella disponibilità ad affrontare le scorrettezze all’interno della pratica. Chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione deve avere la disponibilità a impegnarsi nell’innovazione della nostra pratica per il bene delle persone assistite:

UKASFP, 2012, p. 7; EBTA, 2021, p. 3

Chi pratica con efficacia cercherà, applicando i principi dell’approccio centrato sulla soluzione, di migliorare il lavoro nel proprio ambito di pratica. Si riconosce che talvolta l’applicazione può essere limitata dalle esigenze di una situazione particolare. Adattarsi ai contesti di lavoro reali fa parte di un’applicazione efficace dell’approccio centrato sulla soluzione.

Chi pratica la SFBT sa trovare un equilibrio tra la fedeltà alla filosofia di fondo della SFBT e la ricerca di metodi di lavoro nuovi e utili.

Ci si aspetta inoltre che chi pratica abbia la disponibilità a confrontarsi con le persone della professione che sono incorse in pratiche scorrette:

UKASFP, 2012, p. 8; EBTA, 2021, p. 5

La Presidenza agirà per conto del comitato per dare una risposta adeguata a qualsiasi reclamo formale. Questo può essere: … Reclamo di un membro dell’Associazione nei confronti di un altro membro dell’Associazione.

Ogni volta che si trova di fronte a un comportamento non etico da parte di colleghe, colleghi o altre figure professionali, chi pratica la SFBT si sforza di comprenderne le motivazioni e le ragioni e cerca di aiutarle a trovare una soluzione migliore alla situazione. Se questi tentativi falliscono o sembrano infruttuosi, si rivolge all’Advisory Task Group.

Infine, l’onestà si esprime nella sincerità verso la persona assistita e nella consapevolezza che chi pratica ha dei propri limiti. A tal fine è essenziale che la nostra comunicazione con la persona assistita e con le altre persone sia veritiera:

UKASFP, 2012, p. 3; ASFIO, 2016; EBTA, 2021, p. 3

… chi pratica avrà una consapevolezza fondata sullo sviluppo di una comunicazione aperta, onesta ed efficace con la persona assistita.

Stringere accordi chiari con le persone assistite e rispettarli.

Chi pratica la SFBT esprime le proprie opinioni e preoccupazioni sulla persona assistita e sulla loro relazione reciproca secondo la propria comprensione soggettiva della verità e tenendo conto delle aspettative e delle riserve della persona assistita. Cerca di conciliare questo principio con le norme di legge e con i requisiti dell’istituzione presso cui lavora. In tutti i documenti formali presenta una descrizione accurata e positiva della persona assistita, incentrata sui suoi risultati e sulle sue capacità.

Chi pratica cercherà inoltre di guardare con onestà ai propri limiti:

UKASFP, 2012, p. 3; ASFIO, 2016; EBTA, 2021, p. 4

…chi pratica avrà consapevolezza della portata e dei limiti della propria formazione e della propria esperienza e sarà in grado di esplicitarlo qualora se ne presenti la necessità (per esempio, in caso di assegnazione a una situazione o a un compito che esula dal proprio livello di competenza)…

Agire entro i limiti delle proprie abilità e conoscenze e indirizzare le persone assistite verso altre figure professionali, se opportuno.

Chi pratica riconosce che le proprie capacità sono limitate e considera inoltre altri possibili limiti personali e ostacoli al processo di aiuto. Ne discute con la persona assistita e offre il proprio aiuto per trovare un altro aiuto professionale, se questo promette di esserle più utile. Ogni volta che problemi di salute, convinzioni personali o altre circostanze personali potrebbero arrestare od ostacolare il processo di aiuto, è disponibile a interrompere il lavoro con la persona assistita.

Questa rassegna dei codici di pratica indica che chi ha cercato di proseguire e sviluppare l’eredità del gruppo fondatore, adottandone e sviluppandone la pratica terapeutica, ne prosegue anche l’eredità morale, espressa nei codici di pratica a cui ha contribuito e a cui ora aderisce. Questi codici indicano i segni e i punti di riferimento del tipo di condotta virtuosa a cui aspiriamo nella nostra professione, sulla scia dell’eredità del gruppo fondatore.

Conclusione: una mappa dell’impegno etico nella pratica centrata sulla soluzione?

Ho aperto questo articolo con le due domande di Trish Walsh: «Di quali mappe dispongono le figure professionali per orientare l’azione nelle decisioni morali? Che rapporto hanno queste mappe con il processo di aiuto centrato sulla soluzione?» (Walsh, 2010, p. 27). Credo di aver mostrato che il concetto di pratica di Alasdair MacIntyre, con i suoi beni interni ed esterni, che fornisce il contesto per lo sviluppo e l’esercizio delle virtù e dell’azione virtuosa, offre la «cartografia» di una simile mappa, una cartografia adottata da diverse professioni, tra cui le professioni terapeutiche (Fitzmaurice, 2010; Higgins, 2010; Sagut, 2015; Sellman, 2011; Sinnicks, 2019.). Esplorando l’evoluzione dell’SFA al BFTC, credo di aver individuato le principali tradizioni, intuizioni, abilità e i principali beni interni ed esterni della pratica.

Ho presentato la narrazione o le tradizioni di questa pratica a partire dal suo periodo formativo al Brief Family Therapy Center, durante il quale si sono delineati i suoi beni interni chiave: la competenza della persona assistita, la postura di aiuto di chi pratica, il suo processo interattivo di co-costruzione e la centralità degli obiettivi o degli esiti della persona assistita. Ho inoltre esplorato il ruolo dinamico svolto dal BFTC e da altre istituzioni chiave (come BRIEF e l’ETBA) nello sviluppo dei beni esterni della pratica, sostenendo e sviluppando ulteriormente l’SFA, che oggi ha un’ampia gamma di applicazioni, al di là del contesto terapeutico in cui è nato. Infine, ho mostrato come le virtù chiave di MacInytyre, cioè giustizia, coraggio e onestà, si siano manifestate nella pratica in evoluzione del BFTC e continuino a essere affermate nei codici di pratica elaborati dalle organizzazioni che sostengono l’SFA nella pratica attuale. Così facendo, credo di aver dimostrato anche la praticabilità e l’applicabilità dell’approccio di MacIntyre all’etica della virtù fondato sulla pratica per la pratica centrata sulla soluzione. Abbiamo un abbozzo del terreno. Ora dobbiamo completarne i dettagli in termini di virtù specifiche sviluppate nel contesto della pratica dell’SFA. Questo sarà l’oggetto di un articolo successivo.

Ricerche future

Questo articolo, dunque, è solo un inizio, poiché le mie esplorazioni e i miei argomenti suggeriscono qui un programma di ricerca molto più ampio. Il primo punto da cui partire è la mia stessa pratica. Potrei condurre un autostudio del mio lavoro. Potrei condurre un autostudio del mio lavoro con un approccio centrato sulla soluzione nello sviluppo professionale di quadri intermedi dell’amministrazione universitaria (Willis & Jennings, 2015, 2020), per esplorare quali virtù possano aver motivato la mia pratica ed essersi manifestate in essa, e se ciò abbia favorito lo sviluppo di virtù nelle persone partecipanti al programma di sviluppo. Questa ricerca di autostudio alimenterà il secondo e il terzo ambito.

Il secondo consisterà in alcuni studi empirici che offrano una visione più generale delle virtù che sostengono chi pratica nel proprio lavoro. Ciò potrebbe ottenersi in tre modi: (a) un’ampia rassegna di studi di caso, per vedere quali virtù o qualità di chi pratica vi si manifestano; (b) una rassegna di interviste sui social media, per vedere quali qualità e virtù chi pratica indica o manifesta come importanti per la pratica centrata sulla soluzione; e (c) uno studio Delphi tra chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione, per stabilire le qualità umane o le virtù ritenute decisive per il proprio lavoro.

In terzo luogo, si potrebbe esplorare il ruolo delle conversazioni centrate sulla soluzione nella formazione del carattere delle persone assistite (Waring, 2016). Quali qualità personali o virtù si rafforzano o emergono nelle persone assistite grazie all’interazione centrata sulla soluzione? La conversazione centrata sulla soluzione è una forma di «phronesis»?

Un quarto ambito di studio è il ruolo svolto dalle istituzioni e dalle organizzazioni del mondo centrato sulla soluzione nel mantenere e accrescere il bene interno e le virtù della pratica in una gamma così ampia di applicazioni, il ruolo che i convegni come luoghi di apprendimento (Zuber-Skerritt, 2017) potrebbero svolgere in questo, e l’impatto dei documenti di indirizzo chiave, come le illustrazioni della pratica centrata sulla soluzione e i codici di pratica, intesi come espressioni anziché prescrizioni di virtù nella conduzione dell’SFA.

Quinto e ultimo punto: qual è il contesto più ampio e quale l’impatto delle virtù sviluppate nella pratica centrata sulla soluzione? MacIntyre sostiene che le virtù orientate alla pratica entrano a far parte del carattere di una persona quando si manifestano in altri ambiti della sua vita e della sua comunità. Miller (2004) suggerisce che l’approccio centrato sulla soluzione potrebbe trovare la propria collocazione nelle correnti più affermative del postmodernismo, che vedono nel declino delle «metanarrazioni» la base per una maggiore capacità d’azione umana «dal basso». Mi chiedo se il Solution Focused Collective (https://solfocollective.net/) (di cui faccio parte) e il recente articolo sul «disaccordo» che ho scritto insieme ad altre persone (Stark et al., 2021) non possano essere espressioni di un simile impatto più ampio.

Tutti questi studi poggiano sulla validità della «mappa» che ho introdotto. Il compito immediato è dimostrarne la validità individuando alcune virtù specifiche che promuovono i beni interni della pratica. Intendo farlo in un articolo successivo, in cui esaminerò l’affermazione secondo cui l’approccio centrato sulla soluzione è un approccio «libero da valori» (Ratner et al., 2012, p. 84) e quindi non ha alcuna mappa dell’impegno morale, e forse non ne ha bisogno.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo articolo traccia la «cartografia» da cui il secondo articolo di Jennings, L’approccio centrato sulla soluzione come pratica «ricca di virtù», ricava le virtù concrete. Tre idee da ricordare: una pratica si definisce attraverso i suoi beni interni (qui «costruire storie progressive», secondo Miller), non attraverso una definizione astratta; questi beni si leggono nella narrazione del BFTC, fase per fase, attraverso i sei assiomi di Korman, De Jong e Jordan; e i codici di pratica non sono regole imposte dall’alto, ma l’espressione delle virtù in cui chi pratica si riconosce. Ciò che rende distintivo l’approccio, per Jennings, è che la persona assistita è co-praticante.

Note

1. MacIntyre later called these internal goods ‘goods of excellence’ (Knight, 1998; Ward, 2017).

2. MacIntyre was later to these ‘goods of effectiveness’ (Knight, 1998 Ward, 2017).

Bibliografia

Association for Solution Focus in Organisations. (2016). Contributor code of ethics. Solution Focus in Organizations. https://www.sfio.org/about/contributor-code-of-ethics/

Ballantine, R. (1984). Richard’s bicycle book: A manual of bicycle maintenance and enjoyment. Pan Books.

Bannick, F. (2010). Handbook of solution-focused conflict management. Hogrefe Publishing.

Besser-Jones, L. (2015). The situationist critique. In L. Besser-Jones & M. Slote (Eds.), The Routledge companion to virtue ethics (pp. 375-384). Routledge.

Bielskis, A., & Mardosas, E. (2014). Human flourishing in the philosophical work of Alasdair MacIntyre. International Journal of Philosophy and Theology, 2(2), 185-201.

Brooker, J., Christiansen, J. H., Clarke, J., Glass, C., & Kreil, S. (Eds.) (2019). Sustainable solutions for leaders: A fresh, fast approach [Kindle]. Association for Solution-focus in Organisations.

Cade, B. (1985). The Wizard of Oz approach to brief family therapy: An interview with Steve de Shazer. Australia, New Zealand Journal of Family Therapy, 6(2), 95-97. https://doi.org/10.1002/j.1467-8438.1985.tb01120.x

Cade, B. (2001). Building alternative futures: The solution-focused approach. In S. Cullari (Ed.), Counselling and psychotherapy: A practical guidebook for students, trainees, and new professionals. Allyn & Bacon.

Cade, B. (2007). Springs, streams and tributaries: A history of the brief, solution focus approach. In T. S. Nelson, & T. N. Frank (Eds.), Handbook of solution-focused brief therapy: Clinical applications. Haworth.

Darr, R. (2020). Virtues as qualities of character: Alasdair MacIntyre and the situationist critique of virtue ethics. Journal of Religious Ethics, 48(1), 7-25. https://doi.org/10.1111/jore.12297

De Jong, P. (2019). A brief, informal history of SFBT as told by Steve de Shazer and Insoo Kim Berg. Journal of Solution-Focused Practices, 3(1), 9-16. https://digitalscholarship.unlv.edu/journalsfp/vol3/iss1/5

De Jong, P., & Berg, I. K. (2013). Interviewing for solutions (4th ed.). Brooks/Cole.

de Shazer, S. (1984). The death of resistance. Family Processes, 23, 11-17.

de Shazer, S. (1985). Keys to solution in brief therapy. Norton and Company.

de Shazer, S. (1988). Clues: Investigating solution in brief therapy. Norton and Company.

de Shazer, S. (1991). Putting difference to work. Norton and Company.

de Shazer, S. (1994). Words were originally magic. Norton and Company.

de Shazer, S., Berg, I. K., Lipchik, E., Nunnally, E., Molnar, A., Gingerich, W., & Weiner-Davis, M. (1986). Brief therapy: Focused solution development. Family Processes, 25, 207-221.

Donozo, A. (2014). Alasdair MacIntyre’s theory of Practice. Scientia: The International Journal on the Liberal Arts, 3(1), 72-94. https://scientia-sanbeda.org/wp-content/uploads/2017/07/vo-3_1-Alasdair-MacIntyre%E2%80%99s-Theory-of-Practice.pdf

European Brief Therapy Association. (2021). Code of Ethics. EBTA. https://www.ebta.eu/wp-content/uploads/2021/05/CODE-OF-ETHICS.pdf

Franklin, C., & Streeter, C. L. (2004). Solution-focused alternatives for education: An outcome evaluation of Garza High School. The University of Texas at Austin, School of Social Work. https://socialwork.utexas.edu/projects/solution-focused-alternatives-for-education/

Fitzmaurice, M. (2010). Considering teaching in higher education as a practice. Teaching in Higher Education, 15(1), 45-55. https://doi.org/10.1080/13562510903487941

Hadland, T. (1994). The spaceframe Moultons. Tony Hadland.

Higgins, C. (2010). Worlds of practice: Macintyre’s challenge to applied ethics. Journal of philosophy of education, 44(2-3), 237-237. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1467-9752.2010.00755.x

Houston, S. (2003). Establishing virtue in social work: A response to McBeath and Webb. British Journal of Social Work, 33(6), 819–824. https://doi.org/10.1093/bjsw/33.6.819

Isebaert, L. (2011). A brief history of EBTA. EBTA. https://www.ebta.eu/wp-content/uploads/2021/05/A-BRIEF-HISTORY-OF-EBTA.pdf

Jackson, P. Z., & McKergow, M. (2007). The solutions focus: making coaching and change SIMPLE (2nd ed). Nicholas Brealey International.

Joyce, N. R. & Rankin, T. J. (2010). The lessons of the development of the first APA ethics code: Blending science, practice, and politics. Ethics & Behavior, 20(6), 466–481.

Kiser, D. J. (1995). The process and politics of solution-focused therapy theory development: A qualitative analysis [Thesis]. Purdue University. https://purdue.primo.exlibrisgroup.com/discovery/fulldisplay?vid=01PURDUE_PUWL:PURDUE&tab=Everything&docid=alma99130916690001081&context=L&search_scope=MyInst_and_CI&lang=en

Kiser, D. J., & Piercy F. P. (2001). Creativity and family therapy theory development: lessons from the founders of Solution-Focused therapy. InterAction 6(2), 51-85. https://sfwork.com/resources/interaction/06Kiser.pdf

Knight, K. (Ed.). (1998). The MacIntyre reader. University of Notre Dame Press.

Knight, K. (2008). Practices: The Aristotelian concept. Analyse & Kritik 30, 317–329. https://philpapers.org/go.pl?id=KNIPTA&proxyId=&u=https%3A%2F%2Fdx.doi.org%2F10.1515%2Fauk-2008-0118

Korman, H., De Jong, P., & Jordan, S. S. (2020). Steve de Shazer’s theory development. Journal of Solution-Focused Practices, 4(2), 47-70. https://digitalscholarship.unlv.edu/journalsfp/vol4/iss2/5

Lipchik, E. (2014). The development of my personal solution-focused working model: From 1978 and continuing. International Journal of Solution-Focused Practices, 2(2), 63-73. https://doi.org/10.14335/ijsfp.v2i2.23

Lueger, G., & Korn, H. (Eds.). (2006). Solution-focused management. Rainer Hampp Verlag.

MacIntyre, A. (1985). After virtue: a study in moral theory (2nd ed.). Duckworth.

McGurn, J. (1987). On your bicycle: an illustrated history of cycling. John Murray.

Miller, G. (1997). Systems and solutions: The discourses of brief therapy. Contemporary Family Therapy, 19(1), 5-22. https://doi.org/10.1023/A:1026102231228

Miller, G. (2004). Becoming miracle workers, language and meaning in brief therapy. Transaction Publishers.

Miller, G. & de Shazer, S. (1998). Have you heard the latest rumor about…? Solution-focused therapy as a rumor. Family Processes, 37, 363-377. https://psycnet.apa.org/doi/10.1111/j.1545-5300.1998.00363.x

Polgar, N., & Hankovszky, K. (2014). Brief and simple: Solution-focus in organizations [Ebook]. Solutionsurfers.

Ratner, H., George, E., & Iveson, C. (2012). Solution-focused brief therapy: 100 key points and techniques. Routledge.

United Kingdom Association for Solution Focused Practice. (2012). Code of ethics. UKASFP. https://ukasfp.site-ym.com/resource/resmgr/code_of_ethics_sept_2012__1_.pdf

Sagut, J. C. (2015). Human good, virtues and practice: Macintyre’s account of a Thomistic-Aristotelian practical rationality. Studia Ełckie, 17(2) 97-117. http://cejsh.icm.edu.pl/cejsh/element/bwmeta1.element.desklight-4ffb9ced-f691-4340-ad48-e300644df555

Sanderse, W. (2020). Does Aristotle believe that habituation is only for children? Journal of Moral Education, 49(1), 98-110. https://doi.org/10.1080/03057240.2018.1497952

Sellman, D. (2011). What makes a good nurse: why the virtues are important for nurses. Jessica Kingsley.

Shennan, G. (2020). Towards a Critical Solution-Focused Practice? Journal of Solution-focused Practices, 4(1). https://digitalscholarship.unlv.edu/journalsfp/vol4/iss1/6

Shennan, G., & Gardener, M. (2018). Collectivising solution-focused practice. Critical and Radical Social Work, 6(3), 419–424. https://doi.org/10.1332/204986018X15421187108167

Sinnicks, M. (2019). Moral education at work: On the scope of Macintyre’s concept of a practice. Journal of Business Ethics, 159, 105–118. https://doi.org/10.1007/s10551-017-3753-6

Snow, N. E. (2010). Virtue as social intelligence: An empirically grounded theory. Routledge.

Stark, M. D., Ghul, R., Gryson, M., Jennings, B., & Wells, J. (2021). Co-Creating Solution-Focused Conversations in Disagreement. Journal of Solution Focused Practices, 5(2). https://digitalscholarship.unlv.edu/journalsfp/vol5/iss2/2

Sunderman, P., Schwab, M., Wolf, F., Wheeler, J., Cabie, M., van der Hoorn, S., Pakrosnis, R., … Hjerth, M. (2020). Theory of solution-focused practice. Books on Demand.

Visser, C. F. (2013). The origin of the SFA. International Journal of Solution-Focused Practices, 1(1), 10-17. http://dx.doi.org/10.14335/ijsfp.v1i1.10

Walsh, T. (2010). The solution-focused helper: Ethics and practice in health and social care. Open University Press.

Ward, R. C. (2017). Virtue in practice: the concept of virtue in Alasdair Macintyre [Dissertation, Pontifical Athenaeum Regina Apostolorum, Faculty of Philosophy]. Research Gate. https://www.researchgate.net/publication/315045590_Virtue_in_Practice_The_Concept_of_Virtue_in_Alasdair_MacIntyre

Waring, D. R. (2016). The healing virtues: character ethics in psychotherapy. Oxford University Press.

Weakland, J. (1985). Forward. In S. de Shazer (Ed.), Keys to solution in brief therapy (pp. v-vi). W. W. Norton and Company.

Weakland, John. (1988). Forward. In S. de Shazer (Ed.), Clues: Investigating solution in brief therapy (pp. v-vii). W. W. Norton and Company.

Weakland, John. (1991). Forward. In S. de Shazer (Ed.), Putting difference to work (pp. vii-ix). W. W. Norton and Company.

Willis, I., & Jennings, B. K. (2015). The ACU African administrators project. Educational Developments, 16(4), 15-18.

Willis, I. & Jennings, B. K. (2020). Enhancing the effectiveness of administrative support for learning and teaching using workplace projects in lower-income countries. Innovations in Education and Teaching International, 57(1) 4-15. http://dx.doi.org/10.1080/14703297.2019.1568279

Wittgenstein, L. (1967). Philosophical investigations (G. E. M. Anscombe, Trans; 3rd ed.). Basil Blackwell.

Wright, J. C., Warren, M. T., & Snow, N. E. (2021). Understanding virtue theory and measurement. Oxford University Press.

Zuber-Skerritt, O. (Ed.) (2017). Conferences as sites of learning and development: Using participatory action learning and action research approaches. Routledge.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale di Brian K. Jennings ‘Mapping’ Moral Engagement in the Solution-Focused Approach Through MacIntyre’s Model of Practice, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices, vol. 6, n. 1 (2022), doi: 10.59874/001c.75002, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, come indicato all’inizio di questa pagina, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «‘Mapping’ Moral Engagement in the Solution-Focused Approach Through MacIntyre’s Model of Practice», pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2022) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Jennings, B. K. (2022). ‘Mapping’ Moral Engagement in the Solution-Focused Approach Through MacIntyre’s Model of Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/mapping-moral-engagement-in-the-solution-focused-approach-through-macintyre-s-model-of-practice (Opera originale pubblicata nel 2022 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 6, n. 1 (2022); ripubblicata nel 2022 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/75002)

Per approfondire

Carrello

Il tuo carrello è vuoto.