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Red Sistémica · Terapia di coppia
Fede nel legame, o la sfida del ménage à trois, à quatre e/o à cinq e oltre
Crisi sociali, cambiamenti vertiginosi, instabilità dei contesti lavorativi, «legami liquidi»: oggi molte persone perdono la fede nel legame di coppia o, più esattamente, i punti di riferimento che dicevano loro che cosa si fa e che cosa non si fa in due. Claudio Des Champs propone di considerare ogni coppia sempre un po’ un «ménage à trois»: lui, lei e la relazione che scelgono, sostengono e costruiscono. E mostra, a partire da una terapia di coppia in cui ciascuno dei due aveva già un percorso individuale e in cui un amante occupava la scena, come la psicoterapia aggiunga ancora i propri «ménages»: à quatre, à cinq e oltre.
«L’amore è dunque, tra le altre cose, quel sentimento che rende nuove le vecchie parole, che stimola la risposta complementare e finisce per rafforzare il legame. Il rancore è un affetto che cristallizza la parola ripetuta, che stimola la replica contraddittoria e che culmina nella violenza. La curiosità è una posizione che incoraggia la ricerca, che non si accontenta della negazione di ciò che l’altro ha detto e la cui amplificazione arricchisce l’intesa e consolida il legame.»
Miguel Mianovich, 1973 (1)
Accade che, date le crisi sociali, i cambiamenti vertiginosi e l’instabilità degli attuali contesti lavorativi descritti in L’uomo flessibile di Richard Sennett (2), e le caratteristiche dei «legami liquidi» così ampiamente diffuse da Zygmunt Bauman (3), molte persone appartenenti a fasce d’età diverse e a differenti settori della società perdono la fede nel legame di coppia o, per essere più precisi, perdono i parametri, i valori e le consuetudini che funzionavano come mappe di orientamento dei comportamenti approvati e non approvati dalle coppie. Per questo alcune persone vanno in cerca di nuovi legami in altre geografie, per esempio attraverso internet, per assicurarsi un certo tempo di dialogo e conoscere la persona in quanto tale, prima di precipitarsi compulsivamente nella convivenza. Forse sta succedendo lo stesso a molti esseri umani di questo pianeta sconvolto. E a noi: che cosa ci sta succedendo al riguardo? Forse oscilliamo tra la fiducia e la sfiducia verso i nostri simili. Dipende da chi stiamo parlando. O da ciò che stiamo attraversando, e da come lo affrontiamo.
Ma il problema è come quello di quell’uomo che consulta lo psichiatra perché il fratello crede di essere una gallina; il medico allora gli dice: «Ma insomma, lo faccia ricoverare subito!». Al che l’uomo risponde: «Impossibile, dottore, ho bisogno delle uova». Sembra proprio che, come dice Woody Allen in uno dei suoi film, manteniamo le relazioni perché ne abbiamo bisogno. E anche per quelle «ragioni del cuore che la ragione non conosce», come diceva il filosofo francese Blaise Pascal.
In cerca di quelle «ragioni del cuore», i risultati di una ricerca diretta da un’affermata ricercatrice argentina, la dott.ssa Martina Casullo, concludono che l’attrattiva fisica e la prestazione sessuale non sono, per i giovani di oggi (tra i 13 e i 25 anni), ragioni per fidanzarsi, e ancor meno per innamorarsi. Ciò che conta per loro, invece, è l’attrazione reciproca in termini romantici, l’amore, la fiducia, la simpatia e la maturità emotiva. Al di là dell’evoluzione nel tempo e delle questioni proprie del ciclo di vita degli esseri umani, sembra che ciò che non solo ci sostiene, ma ci dà anche energia e ci permette di costruire la speranza di una migliore ecologia relazionale, siano i legami amorosi con i nostri simili; legami che hanno bisogno di radicarsi nella fiducia reciproca, nella saggezza emotiva e, naturalmente, nei piccoli gesti della vita quotidiana. D’altra parte, la ricchezza di una relazione amorosa, portatrice di amore dato e ricevuto, costituisce un mondo di avvenimenti che nessun linguaggio articolato basterebbe a spiegare.
«Non dovremmo soltanto pensare al Legame, dovremmo concentrarci su di esso. Pensare crea l’idea del legame; concentrarsi su di esso crea la relazione stessa. Solo la relazione crea l’esperienza e, quindi, la possibilità dell’apprendimento e dello sviluppo evolutivo di una coppia.»
Una delle grandi sfide della coppia è uscire dalla fase di fusione iniziale, oggi rapidamente generata dalla convivenza quasi immediata di cui parlavo sopra. I membri di una coppia giovane (o non tanto) possono perfino convivere nella casa familiare di una delle due parti, a casa dei genitori di lui o di lei. Da questa fase e da questo stato originario, due esseri distinti pretendono di passare da uno stare insieme in cui si è un po’ uno solo, in cui uno più uno fa meno di uno, a una fase successiva, talvolta fondata su uno scambio più ricco, generalmente frutto di un processo, di un lavoro relazionale impegnativo e intelligente, nutrito dalla volontà, dall’affetto, dal desiderio di costruire e di godere in comune, dalla disponibilità ad attraversare crisi, malattie e perdite sostenendosi a vicenda. È in questa fase o tappa del ciclo di vita della coppia che compare la possibilità di differenziarsi, di confrontarsi e di andare avanti. Oppure no. Di fatto, negli ultimi anni, le unioni sono rapide, e anche le separazioni e i divorzi. Questo momento, cruciale nel divenire di una coppia, quando si percepisce l’altro come diverso, sarebbe quello della relazione triangolare o «ménage à trois». Non mi riferisco al senso classico dell’espressione, che allude a una terza persona coinvolta in un modo o nell’altro nella relazione diadica, anche con il consenso esplicito della coppia originaria, ma al fatto che alla somma di uno più uno si aggiunge la relazione, quel «terzo» virtuale, che fa molto più di tre, che sta tra due persone che si differenziano l’una dall’altra ma che hanno in comune qualcosa che le include e al tempo stesso le trascende entrambe: un territorio inesplorato di intersezione tra due mondi. Sarebbero lui, lei e la relazione che entrambi scelgono, sostengono e costruiscono in un contesto determinato e in determinate circostanze. Quest’ultimo punto, la co-costruzione del legame amoroso, è graduale; richiede impegno, atti e un atteggiamento di corresponsabilità reciproca di entrambi i protagonisti.
Diversi autori, come per esempio Michael White, menzionano questa terza parte di una relazione di coppia, non solo in funzione descrittiva, ma anche e soprattutto come proposta di lavoro psicoterapeutico. Nel caso di White, egli la utilizza per il suo noto concetto di esternalizzazione della situazione di conflitto: farla uscire dall’«interno» delle persone che, in questo caso, compongono la coppia, o della coppia stessa in quanto tale, per affrontarla insieme alla coppia, quasi come se si trattasse di un’entità autonoma chiamata «la relazione». La quale, naturalmente, ha a che fare con entrambi i membri della coppia – ne è anzi responsabilità loro –, ma non è tuttavia né la coppia in sé né, intrinsecamente, le sue componenti individuali, bensì ciò che queste decidono di fare o di non fare con essa. Al di là del concetto di esternalizzazione, se la coppia riesce a parlare in questi termini, si può dire che, uscendo da una sorta di fusione in cui non si sa dove finisce l’uno e dove comincia l’altro, comincia la costruzione di un’alleanza implicita ma soprattutto esplicita, a partire da un luogo di chiara differenziazione l’uno dall’altra, che permetterà loro di dialogare, cioè di cominciare a imparare ad ascoltarsi reciprocamente e a percepire e comprendere chiaramente, in questo modo, gli aspetti affini, ciò che hanno in comune, e gli aspetti che li differenziano, che li distinguono come esseri provenienti da «tribù» familiari d’origine diverse; le quali, molto spesso, stimolano la discussione, i confronti, le critiche, e il letto coniugale si riempie di personaggi virtuali, alcuni dei quali si vanno a trovare nel fine settimana. Solo a partire dal momento in cui avranno ripulito il terreno della coppia, e solo allora, potranno costruire un progetto comune solido e gratificante. Ricordo la scena di un film in cui la coppia, nella camera coniugale – più precisamente nel letto coniugale –, discute animatamente; poco a poco compaiono membri della famiglia d’origine di ciascuno dei coniugi, che sussurrano loro all’orecchio. Questi personaggi in realtà non sono nella scena reale: il regista li mostra al pubblico perché possiamo vedere chi sono gli interlocutori interni che dettano il copione della discussione che la coppia sta sostenendo. Poco a poco la coppia, all’inizio in piena escalation simmetrica, si calma, si ascolta; e allora, gradualmente, scompaiono uno a uno i personaggi che rappresentano gli interlocutori interni, e la coppia in questione ritrova la propria intimità.
La riuscita di questa particolare alleanza amorosa presuppone di attribuire un valore importante alla relazione, il che presuppone a sua volta di non cercare di imporre ciò che conviene all’uno o all’altra, ma di comprendere se «questo o quello» danneggia o giova alla relazione. Ne deriva, come si è già detto, che ogni coppia è sempre un po’ un «ménage à trois», come se fossero sempre in tre a vivere in due: lui, lei e la relazione che condividono.
Da ricordare
Nell’ambito di una relazione di coppia, non basta sapere se ciò che dici o fai è buono per te o per me. Né se ciò che dico o faccio è buono per me. Bisognerebbe chiedersi se è buono per la Relazione, se la nutre, se contribuisce a costruirla o se, al contrario, la maltratta o la minaccia. Il contributo individuale alla relazione finirà per giovare a entrambi i membri.
L’altro «ménage à trois»: la presenza richiesta, intrusiva, curiosa, discreta, provocatoria, rasserenante, perturbante, catalizzatrice, destabilizzante e contenitiva della terapia. O delle terapie individuali. E/o di amori occasionali.
Vignetta clinica
Viviana e José (nomi di fantasia), entrambi sulla trentina inoltrata, lui ormai vicino ai quaranta, hanno due figlie, di 8 e 14 anni; lei è una professionista e ricercatrice, lui è commerciante, ed entrambi viaggiano parecchio per motivi professionali e di lavoro. Arrivano in terapia di coppia inviati dal terapeuta individuale di lui e, indipendentemente dal genogramma di ciascuno, che comprende i rispettivi genitori e familiari d’origine, hanno un genogramma terapeutico (termine che conio per l’occasione) non così infrequente, almeno in Argentina: José ha il suo terapeuta individuale, un uomo, e Viviana ha la sua terapeuta individuale, una donna. Ad arricchire ulteriormente quello che costituisce già un sistema piuttosto complesso, si aggiunge la variabile della presenza di un amante, un collega di lei, e anche la questione di alcune infedeltà di lui, qua e là (ricordate che viaggia per affari), senza coinvolgimento affettivo in quest’ultimo caso.
Siamo quindi in 3 nella trama terapeutica formale, ma in 5 in quella virtuale: la coppia, i terapeuti individuali e io; e siamo almeno uno in più sulla scena della commedia drammatica di questa terapia, l’amante di lei, la cui presenza, più virtuale che fisica ma pur sempre presenza – tanto più se si considera il realismo degli attuali mezzi di comunicazione –, ci accompagnerà per quasi tutta la durata della terapia di coppia e occuperà buona parte delle conversazioni delle sedute.
La coppia, inoltre, come ho già detto, ha due figli, un maschio di 8 anni e un’adolescente di 14. Convivono da circa 18 anni. Sono oggi due persone di successo sul piano lavorativo.
Arrivano in piena crisi, quando lui scopre ciò che sospettava da parecchio tempo: la presenza di un terzo. In precedenza avevano fatto alcune sedute di coppia con la terapeuta di lei, nelle quali si era parlato della possibile infedeltà, ma in quel contesto il fatto era stato nascosto e persino negato di fronte alle domande dirette di José. Aggiungiamo che la terapeuta individuale conosceva molto bene la questione.
Dopo la rivelazione di queste vicende, entrambi riconoscono il fatto e, al di là della rabbia e del dolore, concordano di fare una terapia di coppia e, soprattutto, di chiudere con le storie extraconiugali. La seconda parte del patto dura meno delle alleanze politiche. Lei resta a lungo in intenso contatto virtuale con l’amante, con qualche incontro di persona più sporadico. E il gioco viene di nuovo scoperto quando il trattamento di coppia è già cominciato. Queste vicende, oltre alla crisi della coppia – la cui «liquidità», cioè la «fragilizzazione» del legame nei termini di Bauman, autore del noto saggio Amore liquido –, complicano molto il setting, tanto quanto quella donna gelosa che, in piena terapia di coppia, aveva pagato una presunta venditrice perché seducesse il marito, così da poter verificare la fondatezza dei propri sospetti. Queste vicende, ripeto, per poco non mi hanno rotto il setting, o comunque l’hanno complicato parecchio. E così come hanno messo alla prova la mia pazienza, ho dovuto anche, perché non dirlo, trattenere a volte una sonora risata di fronte a questa commedia degli equivoci, ricordando a tratti il geniale film costruttivista di Woody Allen, Melinda e Melinda. In particolare quando lei gli diceva che «non voleva sentirsi ostacolata nel suo sviluppo professionale» e lui le rispondeva, con un certo fastidio, che «non voleva ostacolare nessuno sviluppo accademico, ma pretendeva che lei troncasse la relazione con il collega amante».
Se i primi sono caratteristici delle famiglie ricomposte, i secondi lo sono delle terapie di coppia. Per questo mi riferisco alla presenza dei terapeuti individuali e alla mia. In questo caso – non è sempre così –, il terapeuta individuale di lui ha accompagnato il primo tratto e poi, rapidamente, ha proposto a José di concentrarsi sulla sua terapia di coppia con me. La terapeuta di lei, invece, forse più legata al contesto terapeutico, ha proseguito la terapia e creava la sensazione di una forte complicità con lei, cosa che sarebbe stata confermata più tardi dalla stessa paziente. Durante la sua terapia, la terapeuta avrebbe autorizzato Viviana a «esplorare e vivere nuove esperienze», con quel delizioso vocabolario new age del «liberare il proprio essere interiore» e cose del genere. Vale la pena precisare che Viviana non concepiva tutto questo all’insaputa di lui: non accettava cioè l’infedeltà come modalità della coppia e, naturalmente, si opponeva con fervore all’idea che lui le fosse infedele. Alla fine ha deciso di lasciare la sua terapeuta individuale, e allora siamo rimasti soltanto in tre. Almeno nel setting terapeutico.
Al di là degli interventi e degli alti e bassi della terapia in sé, intendo esporre pubblicamente un contesto terapeutico piuttosto comune nella mia esperienza e in quella di molti colleghi, insieme alla sfida che esso comporta: la presenza dei percorsi individuali, come ménages à trois, «à quatre» e «à cinq», in cui a volte, al di là dell’indubbia professionalità e delle buone intenzioni di chi li conduce, si percepisce chiaramente in quei percorsi l’interesse per la persona seguita e non sempre per la relazione. Il che non toglie che a volte occorra salvare una coppia da una terapia di coppia. Ma, restando sull’incontro del binomio terapeuta-paziente, quest’ultimo membro di una coppia, chi scrive riconosce che, quando un membro di una coppia mi parla dell’altro o dell’altra, inevitabilmente mi invento un’immagine di questa persona che raramente coincide con la realtà. Il vantaggio del nostro orientamento è che, se mi si parla molto di qualcuno e quel qualcuno è convocabile, finirò, come molti colleghi di approccio sistemico, per convocarlo e per avere a che fare con quell’essere in carne e ossa; e l’immagine precedente, creata dalla mia immaginazione attraverso il racconto dell’altro membro della coppia, svanirà poco a poco.
Tornando alla relazione terapeutica, mi riferisco contemporaneamente a quella della coppia in sé, più quella di ciascun membro con la propria terapia individuale, quella della coppia con la terapia di coppia e quella che lega tra loro le tre persone che conducono queste terapie, che comunichino o no tra loro, che si conoscano o no. Aggiungiamo a questo la variabile della rivalità avvertita o non avvertita, delle gelosie professionali, delle teorie e delle pratiche non condivise di queste tre persone, e avremmo una trama terapeutica di grande complessità, alla quale siamo piuttosto abituati; il che non è necessariamente né buono né cattivo, ma certamente stimolante e peculiare.
D’altra parte, la scena che descrivo come osservatore partecipante – che eventualmente può contare su un’équipe o su una supervisione, nei termini di una cibernetica di primo ordine, quella dei sistemi osservati – in realtà mi include; e pertanto interrogo introspettivamente anche il terzo membro dell’incontro in questione, il terapeuta lì presente. Cioè me stesso:
L’infinità di segnali corporei, oltre ai contenuti che provengono dalle conversazioni con gli altri terapeuti, parla anche a me, mi influenza, mi turba e mi interroga. Comincia a mettermi in allerta sulle mie sensazioni, sulle mie emozioni nascenti, che forse si dissiperanno o si insedieranno; e allora dovrò fare qualcosa al riguardo.
Quanto al lavoro terapeutico di questa terapia in particolare, si è concentrato su una narrazione dell’apprendimento condiviso della FEDELTÀ e dell’IMPEGNO RELAZIONALE, in maiuscolo: cioè abbiamo messo in discussione – e sottolineo l’uso della prima persona plurale, propria dell’alleanza terapeutica – i fatti che attentavano a «la relazione», e abbiamo cercato gli atteggiamenti che la aiutavano, generando un nuovo linguaggio e quindi una nuova realtà, nuovi codici di condotta, nuovi patti relazionali. Potremmo anche dire che abbiamo recuperato alcune basi fondative del progetto iniziale di coppia in vista di formare una famiglia. L’idea centrale è stata quella di allontanare a poco a poco i personaggi secondari per restituire il ruolo da protagonisti ai membri della coppia: che, al di là degli altri in questione, terapeuti e amante compresi, la coppia si riappropriasse delle proprie decisioni e creasse un’ecologia relazionale adatta ai propri bisogni e ai propri gusti.
La psicoterapia è durata una decina di mesi, con qualche intervallo dovuto alle vacanze e ai viaggi di lavoro di entrambi, alcuni particolarmente rischiosi, ma che la coppia ha superato con determinazione e intelligenza.
Una scena emblematica del contesto terapeutico di cui parlo: il ménage à trois terapeutico – il trio, la coppia e io – guardava un cuscino del mio studio che simboleggiava la relazione di coppia, posato tra loro su una sedia, e conversavamo su che cosa sarebbe stato meglio, in questa o quella situazione, per «Lei», la relazione di coppia. Così, nominarla, guardarla e a volte toccare l’oggetto che rappresenta ciò di cui parliamo e di cui ci occupiamo le conferisce una presenza tangibile: si tratta di qualcosa di delicato, vulnerabile, fragile, piacevole, che dipende da entrambi, simile alla cura di un bambino ma decisamente diverso.
La ripetizione di queste scene e l’immaginazione dei protagonisti faranno sì che diventi praticamente reale, che possano dialogare su «Lei» e, a partire da lì, decidere di comune accordo che cosa fare al riguardo.
Il dialogo seguente, tra due attori argentini, Susana Cart e Arturo Bonin, coppia nella vita reale e coprotagonisti di due commedie di riflessione sulla coppia (Hasta que la Vida nos Separe e Cómo Ríe la Vida), esprime a mio avviso l’intelligenza emotiva e l’atteggiamento proattivo di chi scommette sulla vita a due.
Susana Cart: Questo spettacolo è nato dall’osservazione di un fenomeno che si stava verificando intorno a noi. Di tutte le coppie di amici nostri coetanei, con più di ventidue anni di convivenza, gli unici «sopravvissuti» eravamo noi. E c’era una frase che era un denominatore comune nelle separazioni: “quando i figli se ne sono andati, mi sono girata e non sapevo chi fosse quest’uomo, o questa donna…”. L’idea è questa: che cosa succede a queste persone che non riescono più ad accorgersi l’una dell’altra, che hanno perso il contatto al punto da non riconoscersi più?
Arturo Bonin: Fin dall’inizio, cercando di raccontare tutto questo dalla nostra prospettiva, emergeva un tono drammatico che non era quello che volevamo, perché avevamo capito, questo sì, che volevamo farlo con l’umorismo. Per caso, assistendo allo spettacolo di un amico, abbiamo scoperto un modo di guardare fatti drammatici da una prospettiva simile a quella che cercavamo, e ci siamo messi in contatto con l’autore. Siamo rimasti sorpresi e terrorizzati, perché si trattava di un ragazzo di 23 anni, che abbiamo comunque convocato; e abbiamo avuto l’enorme sorpresa di trovarci davanti uno sguardo che, come lui stesso ha poi confessato, corrispondeva a quello del figlio di questa ipotetica coppia. Da lì poteva apportare quella dose di umorismo per noi impossibile.
Susana: Cerchiamo di riflettere su ciò che siamo, e proviamo a modificare ciò che capiamo possa migliorare la relazione e, quindi, la nostra vita. Tutto questo attraverso l’umorismo, perché crediamo sia un ottimo veicolo perché lo spettatore si rilassi e si identifichi con ciò che sta accadendo sul palcoscenico.
Arturo: Non diamo ricette né soluzioni; semplicemente, cerchiamo di mettere tutto in discussione perché dallo scambio nasca una possibilità di cambiamento.
Susana: Quando abbiamo cominciato a rappresentare questi spettacoli, ci siamo chiesti: perché la gente dovrebbe venire a vederci? E abbiamo pensato che forse sarebbe venuta (e di fatto è venuta e continua a venire) perché passerà un’ora cercando di capire che cosa è successo a questa coppia che, dopo 25 anni di matrimonio, si è separata e si è ritrovata due anni dopo. Forse questo, con un sorriso, ci porta a riconsiderare alcune delle piccole cose della vita quotidiana di una coppia, che sono la parte più difficile.
Arturo: Forse arriviamo a vederci, perché dico sempre che il teatro è uno specchio critico della realtà: forse ci vediamo riflessi in modo critico e, siccome sorridiamo di quello scatto o di quella situazione, possiamo arrivare a riconoscerci in tutto questo da un altro punto di vista e dire, sempre con un sorriso: “Succede anche a me, dovrei cercare di cambiarlo. Magari domani…”.
Arturo: Ciò che unisce, oltre all’attrazione fisica, è la discussione, aprirsi ed essere sinceri, raccontare ciò che ci succede, non ciò che pensiamo. Assumersi con responsabilità la vita, la salute e l’integrazione con l’altro. Ciò che divide è l’indifferenza, il non parlarsi, i presupposti, i pregiudizi.
Susana: Ciò che unisce è la possibilità di un lavoro esercitato ogni giorno, che implica mantenere l’indipendenza della coppia rispetto all’ambiente familiare e sociale. Ciò che divide è la slealtà, la sfiducia, la competizione, il rendere l’altro responsabile delle proprie disgrazie.
Entrambi: Siamo difensori della vita in comune. Spesso ci diciamo che avremmo almeno quattro o cinque motivi al giorno per separarci, ma abbiamo preso la decisione politica di lottare per i nostri legami più profondi.
«Prima di tutto, l’amore di coppia è un’esperienza condivisa da due persone, ma questo non vuol dire che l’esperienza sia la stessa per le due persone interessate…»
Carson McCullers
In queste righe finali voglio condividere alcune riflessioni molto semplici: per esempio che, nella stimolante e affascinante psicoterapia di coppia, molto spesso è più utile mostrare e praticare modi di fare le cose molto diversi da quelli praticati fino a quel momento, ed evitare la retorica argomentativa, anche quando si è oratori brillanti e carismatici (e tanto meno quando non lo si è).
Anche che vale la pena impegnarsi per creare un buon clima di lavoro di squadra, che autorizza a chiedere consiglio alle stesse persone che consultano: chiedere loro come di solito le cose cambiano o migliorano (ed è sicuro che qualche volta è già successo, che ci sono già riuscite); quali strumenti, forme e strategie utilizzano quando raggiungono i risultati desiderati; e soprattutto che cosa considererebbero, molto concretamente, un aiuto da parte della terapia.
E, ultimo ma non meno importante, che cosa vorrebbe ottenere in primo luogo ciascuna delle due persone come risultato della psicoterapia, senza accettare come risposta frasi fatte, stereotipate, vaghe e imprecise, ma fatti concreti, obiettivi puntuali, scene relazionali realizzabili in un lasso di tempo ragionevole.
In secondo luogo, se la coppia ha obiettivi comuni, altrettanto specifici. E infine, in terzo luogo, se ciascun membro conosce gli obiettivi, le mete e le aspirazioni dell’altro, e quale atteggiamento adotta al riguardo; al che l’altro membro deve rispondere dicendo se percepisce o no questo o quell’atteggiamento enunciato.
In questo modo costruiamo costantemente una percezione circolare delle situazioni relazionali, in cui entrambi possono sempre percepire la corresponsabilità delle rispettive azioni.
Infine, suggerisco di chiedere il più spesso possibile se il lavoro che stiamo facendo è loro utile e, ancora una volta, qualunque sia la risposta e soprattutto se è affermativa, chiedere che cosa esattamente risulti loro utile e a che cosa serva, in che cosa li modifichi, e se la coppia vorrebbe aggiungere qualcosa o cambiare qualcosa di ciò che stiamo facendo. A questo proposito, e come esempio paradigmatico, in molti casi discuto con le persone che consultano, quando tornano la volta successiva, la frequenza di lavoro che preferiscono: settimanale, quindicinale, o forse serve loro più tempo per un compito assegnato. Preferisco sempre che la decisione spetti a loro, il che permette di appropriarsi a poco a poco del processo di cambiamento secondo i propri ritmi e le porta a incorporare la pratica permanente del consenso e del lavoro di squadra.
Parafrasando la citazione di McCullers, direi che:
«Prima di tutto, la psicoterapia di coppia è un’esperienza condivisa da tre persone, ma questo non vuol dire che l’esperienza sia la stessa per le tre persone coinvolte. Ci sono coloro che si amano, ma questi due provengono da regioni diverse, oppure forse non si amano allo stesso modo e, soprattutto, non descrivono quell’amore esattamente nello stesso modo. E c’è il o la terapeuta a cui la coppia si rivolge, anch’esso proveniente da una regione diversa, da una cultura forse simile ma sempre differente, con la sua mappa teorica, più ridotta o più ampia; con la sua formazione professionale e le sue esperienze di vita sulle spalle in quel momento particolare; e con l’amore che può trasmettere a ciascun membro della coppia e alla relazione che li unisce.»
Note dell’originale
(*) Pubblicato in Sistemas Familiares y otros sistemas humanos, Buenos Aires, anno 23, n. 2, 2007 (rivista dell’ASIBA, Asociación Sistémica de Buenos Aires).
Una versione ampliata di questo articolo è stata pubblicata come capitolo del libro El Baile de la Pareja. Trabajo terapéutico con parejas, Luz de Lourdes Eguiluz (a cura di), capitolo 5, pagina 113, con il titolo «Psicoterapia de Pareja: fe en el vínculo o el desafío del ménage à trois», 2007, Editorial Pax, Messico.
Chi è Claudio Des Champs
(**) Claudio Des Champs è psicologo (Universidad de Buenos Aires) e psicoterapeuta di individui, coppie e famiglie. Professore aggiunto nel corso di laurea in psicologia dell’Universidad de Morón, cotitolare del primo insegnamento sistemico di primo livello di questa università. Professore invitato nel corso post-laurea di Gerontologia e Famiglia dell’Universidad Maimónides. Professore invitato in un centro di formazione alle terapie della comunicazione a Lione, in Francia. Professore invitato nei master sulla famiglia dell’Universidad Católica de La Paz, in Bolivia, e dell’Universidad Católica de Montevideo, in Uruguay. Docente fondatore e supervisore dell’ESA (Escuela Sistémica Argentina, associata al Mental Research Institute di Palo Alto e all’Escola de Terapia Familiar di Barcellona). Editore di Perspectivas Sistémicas e direttore di Perspectivas Sistémicas On Line (www.redsistemica.com.ar).
Bibliografia
(1) Cité dans Mianovich, Miguel, De lo Que Vio un Terapeuta Sistémico Frente a un Hecho Teatral, Perspectivas Sistémicas n° 73, septembre-octobre 2002.
(2) Sennett, Richard, La Corrosión del Carácter, 2000, editorial Anagrama.
(3) Bauman, Zygmunt, El Amor Líquido, 2005, editorial Fondo de Cultura Económica.
Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Ménage à trois y otras variaciones relacionales de la psicoterapia de pareja», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Sistemas Familiares y otros sistemas humanos, Buenos Aires, anno 23, n. 2, 2007, rivista dell’ASIBA). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Des Champs, C. (2023). Ménage à trois et autres variations relationnelles de la psychothérapie de couple (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/menage-a-trois-et-autres-variations-relationnelles-de-la-psychotherapie-de-couple (Opera originale pubblicata nel 2007 in Sistemas Familiares y otros sistemas humanos, Buenos Aires, anno 23, n. 2 (rivista dell’ASIBA); ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/08/menage-a-trois-y-otras-variaciones-relacionales-de-la-psicoterapia-de-pareja/)
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