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Journal of Child & Adolescent Trauma · Violenza

Narrazioni sulla rottura del ciclo della violenza intergenerazionale nelle famiglie: percorsi diversi, stesso obiettivo

In Finlandia, quindici genitori che hanno vissuto sia il maltrattamento infantile sia la violenza tra i propri genitori scrivono la loro storia. Emergono tre percorsi compositi: una rottura precoce e deliberata, una lotta quotidiana contro il passato, e un maltrattamento ripetuto e poi elaborato. Spezzare il ciclo della violenza di coppia non basta a spezzare quello del maltrattamento: ciò che conta è il modo in cui i traumi relazionali vengono riconosciuti e integrati nella propria storia di vita.

Autrici Laura Mielityinen ed Eija Paavilainen (Tampere University, Tampere); Taina Laajasalo (Finnish Institute for Health and Welfare, Helsinki), FinlandiaPrima pubblicazione Journal of Child & Adolescent Trauma, 11 agosto 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Narratives about Breaking the Cycle of Intergenerational Violence in Families: Different Routes, Same Goal, di Laura Mielityinen, Taina Laajasalo ed Eija Paavilainen, pubblicato in Journal of Child & Adolescent Trauma (Springer) (2026), doi: 10.1007/s40653-026-00961-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note; il materiale supplementare (tabelle dei temi) non è riprodotto. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Spezzare un ciclo, come quello dell’IPV, non pone automaticamente fine a un altro, come quello del maltrattamento infantile.

Laura Mielityinen, Taina Laajasalo ed Eija Paavilainen

Abstract

La violenza intergenerazionale nelle famiglie è ben documentata, ma la ricerca si affida spesso a metodi quantitativi, trascurando la complessità delle esperienze vissute. Gli studi qualitativi su genitori esposti sia alla violenza da partner intimo (IPV) sia al maltrattamento infantile restano scarsi. Questo studio esamina le narrazioni di genitori finlandesi per esplorare in che modo chi ha vissuto nell’infanzia sia il maltrattamento sia l’esposizione all’IPV narri e dia significato alla continuità o al cambiamento intergenerazionale della violenza. I dati consistono in 15 narrazioni scritte, analizzate con metodi narrativi che includono narrazioni composite e personaggi romanzati per sintetizzare i resoconti e mettere in luce schemi tematici. I nostri risultati mettono in discussione l’idea di un ciclo del danno semplice e lineare. La trasmissione intergenerazionale emerge invece come un processo dinamico e probabilistico. Spezzare un ciclo, come quello dell’IPV, non pone automaticamente fine a un altro, come quello del maltrattamento infantile. Ciò che sembra contare è il modo in cui le persone danno senso ai traumi relazionali e li integrano nella propria storia di vita. Quando queste esperienze vengono riconosciute ed elaborate, i genitori possono avanzare verso un attaccamento sicuro acquisito, trasformando sia la genitorialità sia le relazioni di coppia. Nel loro insieme, queste indicazioni sottolineano la necessità di strategie di prevenzione che vadano oltre l’esposizione, puntando sul sostegno precoce all’attaccamento e su interventi che combinino la capacità di agire personale e la riscrittura delle esperienze infantili con risorse esterne come relazioni sicure e accompagnamento professionale.

Parole chiave: violenza da partner intimo, maltrattamento infantile, trasmissione intergenerazionale della violenza, analisi narrativa

Introduzione

La ricerca evidenzia costantemente la co-occorrenza della violenza da partner intimo (IPV) e del maltrattamento infantile all’interno dello stesso nucleo familiare (Herbert et al., 2023; Mielityinen et al., 2024). La ricerca suggerisce inoltre che le persone esposte alla violenza nell’infanzia, come vittime di maltrattamento o come testimoni di IPV, corrono un rischio maggiore di perpetuare questi schemi in età adulta, agendo IPV o maltrattamento infantile oppure subendo IPV nelle proprie relazioni di coppia (Assink et al., 2018; Curtis et al., 2023). Gli studi indicano inoltre che la doppia esposizione al maltrattamento e all’IPV durante l’infanzia amplifica ulteriormente questo rischio, rendendo queste persone significativamente più propense ad agire o a subire violenza nel corso della vita rispetto a chi è stato esposto a una sola forma di violenza (Herbert et al., 2023; Hultmann et al., 2020; Shields et al., 2020).

Gli studi esistenti offrono importanti evidenze quantitative sulla prevalenza della co-occorrenza di IPV e maltrattamento infantile all’interno dello stesso sistema familiare e sulla probabilità che una di queste forme di violenza persista e venga trasmessa da una generazione all’altra (Madigan et al., 2019). Individuano inoltre fattori di rischio (ad es. l’ansia materna) e fattori protettivi (ad es. il sostegno sociale) decisivi che influenzano queste traiettorie, nonché gli esiti avversi associati alla co-occorrenza (Hultmann et al., 2020; Meng et al., 2018). Se la trasmissione intergenerazionale delle singole forme di violenza è in generale ben studiata, gli studi qualitativi con genitori che negli anni formativi sono stati esposti all’IPV (comprese esperienze dirette o indirette come assistere alla violenza in casa, sentirla o esserne comunque a conoscenza) e hanno subito maltrattamento infantile sono decisamente scarsi. Si sa quindi pochissimo su se e come la co-occorrenza in sé contribuisca ai percorsi intergenerazionali. Si tratta di una lacuna notevole, dato che la co-occorrenza è spesso descritta come un fattore di rischio cumulativo (Hultmann et al., 2020) e che è noto che tali esperienze sfociano spesso in disregolazione emotiva, attaccamenti insicuri e comportamenti appresi che normalizzano la violenza (Oliveros & Coleman, 2021; Papalia & Widom, 2024; Zhang et al., 2023). La ricerca qualitativa mette al centro le voci e le esperienze vissute dei genitori e permetterebbe così di approfondire la comprensione di come interpretino e attribuiscano significato alla propria vittimizzazione infantile da IPV e maltrattamento co-occorrenti. Le esperienze soggettive e le riflessioni dei genitori sono essenziali per orientare la progettazione, l’attuazione e la valutazione delle strategie di prevenzione e di intervento volte a ridurre la violenza nelle famiglie.

Questo studio si è proposto di esplorare le narrazioni scritte di genitori sulla propria vittimizzazione infantile sia da IPV sia da maltrattamento. Lo studio ha adottato metodi qualitativi e, in particolare, un’analisi narrativa basata su racconti scritti dalle persone stesse, che ha permesso loro di esprimere la propria storia con le proprie parole, così da sviluppare un’esplorazione sfumata delle esperienze soggettive di questi genitori vittimizzati.

Il ciclo intergenerazionale della violenza da partner intimo e del maltrattamento infantile

In molte famiglie, bambine e bambini sono esposti contemporaneamente a molteplici forme di danno (Finkelhor et al., 2007). Possono non solo subire un maltrattamento diretto, definito come atti di abuso o di trascuratezza che danneggiano il benessere fisico, emotivo o evolutivo di chi è minore, ma anche assistere alla violenza tra le figure di accudimento. L’IPV, che si manifesta come aggressione fisica, abuso psicologico e comportamenti di controllo, è sempre più riconosciuta come una forma di maltrattamento emotivo con conseguenze psicologiche gravi quanto quelle dell’abuso diretto, anche quando il bambino o la bambina non è il bersaglio immediato (Bogat et al., 2023).

La ricerca indica una sovrapposizione significativa tra le esperienze dirette di maltrattamento nell’infanzia e l’esposizione all’IPV all’interno della stessa casa (Herbert et al., 2023; Mielityinen et al., 2024). Oltre a essere frequente, la co-occorrenza ha effetti ampi, di vasta portata e spesso più gravi degli esiti dell’esposizione a singole forme di violenza (Finkelhor et al., 2007; Hultmann et al., 2020). Questa esposizione cumulativa è associata a un rischio maggiore di sintomi traumatici (Cruz et al., 2022; Hultmann et al., 2020), nonché a difficoltà relazionali e genitoriali (Lünneman et al., 2019; Taccini et al., 2025). È stato inoltre rilevato che intensifica il rischio di disorganizzazione dell’attaccamento, caratterizzata da comportamenti contraddittori o confusi nelle relazioni strette, spesso dovuti alla paura e alla mancanza di una risposta coerente da parte di chi si prende cura (Cicchetti & Doyle, 2016), e una maggiore vulnerabilità a future vittimizzazioni e perpetrazioni (Brown et al., 2021; Chen, 2024).

La ricerca mostra costantemente che l’esposizione alla violenza nell’infanzia aumenta il rischio sia di agire sia di subire violenza familiare più avanti nella vita (Lünnemann et al., 2019; Madigan et al., 2019; van IJzendoorn et al., 2020). Questo processo, noto come trasmissione intergenerazionale della violenza (Haselschwerdt et al., 2017; Taccini et al., 2025), può avvenire attraverso la ripetizione diretta del maltrattamento (Madigan et al., 2019) o attraverso una maggiore probabilità di essere coinvolti nell’IPV come vittima o come autore (Shields et al., 2020), il che costituisce una trasmissione intergenerazionale se figli e figlie vengono poi esposti a questa violenza. Le evidenze meta-analitiche indicano che chi nasce da genitori maltrattati ha una probabilità quasi tre volte maggiore di subire a sua volta maltrattamento (Assink et al., 2018), e gli studi longitudinali collegano il maltrattamento infantile a un maggior rischio di IPV in età adulta (Curtis et al., 2023).

Diversi percorsi possono spiegare la trasmissione intergenerazionale della violenza nelle famiglie. La prospettiva dell’apprendimento sociale (Akers, 1998; Bandura, 1977) suggerisce che chi è esposto alla violenza nella famiglia d’origine durante l’infanzia può arrivare a considerare questi comportamenti come modi accettabili di coltivare e mantenere relazioni strette. Con il tempo, questi schemi appresi possono manifestarsi in età adulta, in relazioni violente tra genitori e figli oppure in relazioni di coppia violente. Altri quadri esplicativi sottolineano l’effetto cumulativo del trauma (Gélinas et al., 2025): le avversità ripetute si sommano nel tempo, alterando la regolazione emotiva e gli schemi relazionali e aumentando il rischio di trasmettere i comportamenti violenti alla generazione successiva (Oliveros & Coleman, 2021).

Il maltrattamento infantile e l’IPV sono stati inoltre costantemente associati all’attaccamento insicuro (Baer & Matinez, 2006; Cicchetti & Doyle, 2016; Lo et al., 2019). La teoria dell’attaccamento offre un quadro prezioso per comprendere come la vittimizzazione infantile e il trauma relazionale precoce possano trasmettersi da una generazione all’altra. Secondo Bowlby (1969), l’attaccamento, plasmato dalla capacità di chi si prende cura di rispondere ai bisogni del bambino o della bambina, costituisce la base della regolazione emotiva e del senso di sicurezza nell’infanzia. Le figure di attaccamento sicure aiutano a regolare il disagio emotivo (Bowlby, 1969), mentre l’attaccamento insicuro è associato a difficoltà di regolazione emotiva. Le persone con ansia da attaccamento, segnata dalla paura del rifiuto o dell’abbandono, tendono a essere emotivamente reattive, mentre quelle con evitamento dell’attaccamento, caratterizzato dal disagio per la vicinanza e dalla tendenza a sopprimere le emozioni, sopprimono le proprie emozioni e prendono le distanze dagli altri (Conway et al., 2024; Domic-Siede et al., 2024).

Le perturbazioni dell’attaccamento si riversano spesso sulla genitorialità: l’attaccamento insicuro è associato a cure meno sensibili e meno coerenti (Conway et al., 2024; Nichol et al., 2025). L’attaccamento disorganizzato, caratterizzato da comportamenti contraddittori o apprensivi radicati in un trauma non risolto, è associato in particolare a cure segnate dalla paura e dall’imprevedibilità (Baer & Martinez, 2006; Lo et al., 2019). Questi schemi interferiscono spesso con la funzione riflessiva dei genitori, ossia la capacità di comprendere il comportamento in termini di stati mentali sottostanti, il che a sua volta compromette la loro capacità di rispondere in modo adeguato alle emozioni dei figli (Fonagy & Target, 1997). Quando la funzione riflessiva è compromessa, aumenta la probabilità di una genitorialità disfunzionale che, in alcuni casi, può degenerare in maltrattamento.

Nonostante l’ampio corpus di evidenze sulla continuità della violenza nelle famiglie, vi sono anche evidenze che molti genitori con una storia di maltrattamento non maltrattano i propri figli (Greene et al., 2020; Haselschwerdt et al., 2017; Taccini et al., 2025); analogamente, i genitori esposti all’IPV nella casa d’infanzia non sempre trasferiscono questi schemi nelle proprie relazioni di coppia (Curtis et al., 2023). Queste evidenze suggeriscono che la vittimizzazione infantile è solo un singolo fattore di rischio, che può agire accanto ad altri fattori di rischio. Questi altri fattori, come lo stress genitoriale e una scarsa capacità paterna di riconoscere le emozioni (Liel et al., 2022), possono avere un’importanza pari o persino superiore a quella dell’esposizione alla violenza e costituire predittori indipendenti di una storia genitoriale di violenza. L’associazione tra vittimizzazione infantile e violenza successiva sembra quindi probabilistica piuttosto che deterministica (Assink et al., 2018; Haselschwerdt et al., 2017), e fattori protettivi attivati tempestivamente possono moderare e prevenire le conseguenze della vittimizzazione infantile (Meng et al., 2018; Taccini et al., 2025). È importante notare che alcune persone sviluppano in età adulta uno stile di attaccamento sicuro acquisito nonostante esperienze precoci insicure o avverse (Filosa et al., 2024; Roisman et al., 2002).

La ricerca sulla trasmissione intergenerazionale dell’IPV e del maltrattamento infantile si è avvalsa in larga parte di metodi quantitativi, offrendo indicazioni preziose sulla probabilità che IPV e maltrattamento infantile coesistano nelle famiglie e su come queste singole forme di violenza persistano nel corso delle generazioni (Madigan et al., 2019). Questi studi individuano anche i principali fattori di rischio e di protezione che plasmano queste traiettorie (Liel et al., 2022; Meng et al., 2018). Tuttavia, la co-occorrenza e la sua trasmissione sono fenomeni complessi, spesso trascurati nei dati amministrativi (Mielityinen et al., 2025) e difficili da cogliere con gli approcci quantitativi convenzionali (Haselschwerd et al., 2017; Madigan et al., 2019). Sebbene esistano studi qualitativi (si vedano ad es. Ciydem & Demirbilek, 2025; Haselschwerdt et al., 2017), raramente esplorano come la doppia esposizione venga interpretata e trasmessa da una generazione all’altra (Taccini et al., 2025), lasciando irrisolto se e quale ruolo la doppia esposizione svolga nella trasmissione intergenerazionale. Inoltre, pochi studi hanno messo al centro la voce narrativa dei genitori stessi, benché cogliere le prospettive soggettive sia essenziale per individuare i fattori percepiti che contribuiscono alla perpetuazione o all’interruzione. Infine, il ruolo dell’attaccamento, fondamentale per la regolazione emotiva e la resilienza relazionale sia nell’infanzia sia nell’età adulta, ha ricevuto un’attenzione minima: la ricerca esistente si concentra soprattutto sull’attaccamento genitore-figlio (ad es. Conway et al., 2024; Lo et al., 2019), trascurandone l’influenza sulle relazioni di coppia e sulla cogenitorialità.

La psicologia narrativa offre un quadro per colmare queste lacune, esaminando come le persone danno senso alla propria vita attraverso storie interiorizzate ed evolutive che collegano le esperienze passate alle identità presenti e ai futuri immaginati (McAdams, 2013). Nella teoria dell’identità narrativa di McAdams, queste storie fungono da strutture di costruzione di significato attraverso cui le persone interpretano l’avversità, la coerenza e il cambiamento nel tempo (McAdams & McClean., 2013). Questa prospettiva mette in luce come le persone si posizionino rispetto a esperienze precedenti come il maltrattamento infantile e l’esposizione all’IPV e come ricavino spiegazioni della continuità, della rottura o della trasformazione tra le generazioni. La psicologia narrativa fornisce così una lente concettuale per cogliere interpretazioni soggettive che gli approcci quantitativi spesso trascurano.

Questo studio colma alcune lacune della letteratura attuale esaminando come i genitori che hanno vissuto nell’infanzia sia il maltrattamento sia l’esposizione all’IPV narrano la trasmissione intergenerazionale. A questo scopo, lo studio si chiede: in che modo i genitori con esperienze infantili sia di maltrattamento sia di esposizione all’IPV narrano e danno significato alla continuità o al cambiamento intergenerazionale della violenza? Lo studio esamina i processi interpretativi e di costruzione di significato attraverso cui le persone si posizionano rispetto al proprio passato, in particolare i significati che attribuiscono alla continuità e al cambiamento tra le generazioni. Analizzando narrazioni scritte dalle persone stesse, lo studio accede a forme di riflessività e di presentazione di sé che potrebbero non emergere in contesti dialogici. Questo approccio offre una comprensione sfumata sia delle vulnerabilità che perpetuano la violenza sia delle risorse che favoriscono la resilienza e i comportamenti di rottura del ciclo, fornendo così nuove prospettive per incoraggiare la prevenzione e l’intervento.

Dati e metodi

I dati esaminati in questo studio sono un insieme di narrazioni scritte da genitori finlandesi che nell’infanzia hanno subito maltrattamento fisico e assistito a IPV fisica tra i propri genitori. È stato diffuso un invito aperto a condividere le proprie esperienze di violenza fisica nella famiglia d’infanzia e nella famiglia attuale. Sebbene il focus principale fossero le esperienze di violenza fisica sia nell’infanzia sia nell’età adulta, le persone partecipanti non sono state scoraggiate dal descrivere esperienze di violenza psicologica. Questo approccio riconosce che la violenza psicologica è spesso intrinseca alle situazioni di violenza fisica (Hart et al., 1996) e che le domande sulla violenza fisica suscitano di frequente narrazioni che rivelano anche un danno psicologico. L’invito comprendeva una serie di domande di contesto volte a raccogliere informazioni sulle relazioni di ciascun genitore con i familiari che avevano vissuto la violenza. Queste domande erano facoltative, per permettere alle persone partecipanti di concentrarsi sulle proprie narrazioni, poiché nella ricerca narrativa al centro vi è la costruzione di significato, non l’uniformità del campione (Riessman, 2008).

Le consegne narrative sono state formulate per incoraggiare i genitori a condividere le proprie storie in dettaglio. Poiché lo studio intendeva esplorare sia la continuazione sia la cessazione della violenza tra le generazioni, erano necessari due tipi di consegne: una rivolta a chi viveva schemi di violenza persistenti nella vita familiare attuale, e un’altra pensata per chi riteneva di aver spezzato uno o entrambi i cicli di violenza. Le consegne erano le seguenti: «Come percepisce il legame tra le esperienze di violenza nella sua famiglia d’infanzia e la violenza fisica che si verifica nella sua famiglia attuale?», «Quali fattori ritiene siano associati alla continuazione della violenza dalla sua famiglia d’infanzia alla sua famiglia attuale?», «Se è riuscito o riuscita a spezzare uno o entrambi i cicli di violenza, che cosa pensa che ci sia dietro la sua capacità di non perpetuare a sua volta la violenza?» e «In che modo percepisce che le sue esperienze di violenza nella famiglia d’infanzia siano legate all’assenza di violenza nella sua famiglia attuale?».

I dati sono stati raccolti tra ottobre 2024 e marzo 2025 tramite due piattaforme sicure: Penna, che fa parte del Finnish Social Service Data Archive, e LimeSurvey, un’applicazione per sondaggi online gratuita e open source. Il link a queste piattaforme è stato condiviso sui social media (Twitter, Facebook e Instagram) attraverso reti sia professionali sia personali. Il reclutamento è avvenuto anche tramite quotidiani nazionali e bacheche. Tutti i genitori (biologici o non biologici) di età superiore ai 18 anni sono stati invitati a scrivere. Ne è risultato un campione autoselezionato di 15 genitori e delle loro narrazioni, di lunghezza variabile. La lunghezza complessiva del testo era di 20 pagine (Times New Roman, corpo 12).

Otto dei 15 genitori hanno indicato la propria età, compresa tra 25 e 64 anni. Otto erano donne, e le altre persone non hanno indicato il proprio genere. Nove hanno dichiarato di vivere in una famiglia nucleare (coniugi e figli comuni), una in una famiglia monoparentale (un solo genitore e i figli) e due in famiglie ricomposte (due coniugi, non tutti i figli in comune), mentre una ha indicato una situazione familiare attuale diversa da quelle menzionate. Restavano due persone che non hanno specificato la propria situazione familiare. Non è stata chiesta la nazionalità, ma tutte le narrazioni sono state scritte in finlandese.

Lo studio è stato approvato dal comitato etico locale (numero di approvazione 30/2024) e si è attenuto alle linee guida etiche del Finnish National Board on Research Integrity. Nell’annuncio della ricerca, il gruppo di ricerca ha presentato lo studio e stabilito il diritto di ritirarsi in qualsiasi momento, ribadendo questo diritto per iscritto prima che i genitori inviassero le proprie narrazioni. È stato quindi ottenuto il consenso informato di tutte le persone partecipanti, alle quali è stato garantito che le loro risposte sarebbero state utilizzate esclusivamente a fini di ricerca. Penna e LimeSurvey sono piattaforme sicure che garantiscono la riservatezza delle persone partecipanti.

I dati sono stati conservati nello spazio di rete personale della prima autrice, protetto da un’autenticazione a due fattori. Tutte le informazioni identificative (nomi, indirizzi, ecc.) sono state rimosse prima della conservazione e dell’analisi. Poiché le narrazioni erano anonime, il gruppo di ricerca non aveva né l’obbligo né la possibilità di segnalare i casi di maltrattamento infantile alle autorità. Infine, alla fine dell’invito a scrivere erano indicati diversi canali di supporto, che i genitori potevano contattare se, dopo aver scritto, avessero provato emozioni o avessero questioni che desideravano approfondire.

Il gruppo di ricerca ha praticato una riflessività attiva per tutta la durata dello studio, riconoscendo che l’interpretazione delle narrazioni è influenzata dal posizionamento e dal ruolo analitico di chi fa ricerca (Soedirgo & Glas, 2020). La prima autrice è stata la principale responsabile dell’analisi dei dati, nonché dello sviluppo dell’approccio metodologico e della presentazione dei risultati. Questo ruolo centrale nella costruzione delle narrazioni composite richiedeva una riflessione critica continua su come presupposti personali, orientamenti teorici e conoscenze pregresse sulla violenza intergenerazionale potessero influenzare le decisioni e le interpretazioni analitiche. Particolare attenzione è stata dedicata a preservare la voce delle persone partecipanti nella costruzione delle narrazioni composite, bilanciando astrazione interpretativa e fedeltà ai resoconti originali.

La riflessività è stata praticata in modo iterativo durante il processo analitico attraverso la stesura di memo e un’autoriflessione continua, in particolare riguardo al modo in cui venivano individuati e interpretati gli schemi di continuità, di rottura e di responsabilità. Per sostenere il rigore analitico, le interpretazioni emergenti e le costruzioni narrative sono state discusse regolarmente con le coautrici, che hanno apportato prospettive alternative, domande critiche e chiarimenti concettuali. Questo processo collaborativo ha aiutato a mettere in discussione presupposti dati per scontati e ha garantito che l’analisi restasse ancorata ai dati piuttosto che a un’unica lente interpretativa.

Analisi dei dati

Questo studio attinge a concetti tratti dal lavoro narrativo di Riessman (2008), Wertz et al. (2011), Willis (2019) e Johnston (2024). Riprendendo la posizione interpretativa di Riessman, l’analisi si concentra sul modo in cui chi racconta dà senso al proprio passato, anziché limitarsi a riprodurre gli eventi, prestando attenzione alla forma, alla funzione e al significato delle narrazioni. Come ricercatrici, abbiamo la responsabilità etica di ri-rappresentare con cura la voce delle persone partecipanti, restituendo al tempo stesso la ricchezza e la complessità delle loro prospettive. In linea con la psicologia narrativa, che concepisce le storie personali come strutture evolutive di costruzione di significato attraverso cui le persone interpretano il proprio passato e si posizionano nel tempo (McAdams, 2013; McAdams & McLean, 2013), questo approccio mette l’accento su come le costruzioni narrative articolino identità, capacità di agire e continuità o cambiamento percepiti. L’uso di narrazioni composite (Johnston, 2024; Wertz et al., 2011; Willis, 2019) sostiene ulteriormente questo focus interpretativo, integrando più resoconti in trame condivise e preservando al tempo stesso la fluidità e la complessità narrative. Nel loro insieme, questi approcci narrativi sostengono un’analisi attenta a come i genitori costruiscono significato, si posizionano nel tempo e narrano la continuità o il cambiamento percepiti nella trasmissione intergenerazionale della violenza.

L’analisi ha seguito diverse fasi chiave, illustrate nella Fig. 1.

Fase 1. Lettura iniziale e familiarizzazione

Innanzitutto, le narrazioni sono state trasferite in Atlas.ti versione 24. Alle narrazioni sono stati assegnati numeri e colori diversi per poterle seguire durante il processo di analisi. La prima fase ha comportato la lettura ripetuta delle narrazioni per familiarizzare con il contenuto e acquisire una comprensione approfondita di come i genitori narrassero le proprie esperienze. In questa prima fase sono state individuate due trame distinte: (1) narrazioni in cui il ciclo intergenerazionale della violenza era stato spezzato e nella famiglia attuale non si era mai verificata alcuna violenza (né IPV né maltrattamento infantile) (11 narrazioni), e (2) narrazioni in cui il ciclo intergenerazionale del maltrattamento infantile era proseguito e il genitore aveva maltrattato o stava ancora maltrattando i propri figli (4 narrazioni). Come già detto, nessuno dei genitori ha scritto di aver subito o agito IPV nella famiglia attuale. Da questa fase in poi, le narrazioni sono state suddivise e analizzate secondo queste due trame distinte.

Fase 2. Codifica aperta

La fase successiva ha comportato una codifica aperta con codici sia descrittivi sia strutturali, applicata separatamente a ciascuna trama ma con la stessa procedura. Il focus analitico principale era il contenuto delle narrazioni: ciò che i genitori scrivevano sulla trasmissione intergenerazionale e sui fattori che, a loro avviso, contribuivano alla sua continuazione o alla sua interruzione. Poiché le narrazioni si concentravano sulle esperienze precoci e sulla genitorialità attuale, la temporalità è diventata naturalmente centrale, portando l’attenzione non solo su ciò che veniva raccontato, ma su come i genitori ordinavano gli eventi, si posizionavano rispetto al proprio passato e costruivano significato nel tempo. In linea con la prospettiva psicologico-narrativa, l’analisi ha quindi considerato sia il contenuto sia la forma: ciò che era accaduto e come la storia era stata costruita per dare senso a quell’esperienza. Tra le domande guida: come si posizionano i genitori rispetto alle proprie esperienze passate? Quali significati attribuiscono a tali esperienze nel contesto della trasmissione intergenerazionale? Come descrivono la continuità o il cambiamento tra le generazioni? E quali fattori individuali, relazionali o sociali contribuiscono alla continuazione o all’interruzione? Ai segmenti di testo significativi sono stati assegnati codici induttivi, per garantire che fossero le voci dei genitori a guidare il processo analitico.

Fase 3. Ricerca dei temi

Dopo questa codifica iniziale, tutti i codici sono stati inseriti in una rete per visualizzarne la distribuzione. Poiché erano già state individuate due trame distinte, i codici delle storie in cui il ciclo era stato spezzato sono stati inseriti in una rete e quelli delle storie in cui il maltrattamento era proseguito nell’altra. Questa fase ha spostato l’analisi dalla codifica allo sviluppo tematico e all’interpretazione. L’idea era cercare esperienze e schemi condivisi che risuonassero tra le narrazioni all’interno delle trame ed esaminare se le storie individuali diventassero storie collettive.

Fase 4. Individuazione dei percorsi narrativi

L’analisi tematica ha fatto emergere diversi temi ricorrenti nelle narrazioni, mostrando come determinate strutture e determinati schemi si esprimessero in resoconti diversi. Tra le undici narrazioni che descrivevano la rottura del ciclo intergenerazionale della violenza sono emersi due percorsi narrativi distinti. Cinque narrazioni descrivevano una capacità di agire morale precoce e consapevole e un rifiuto della violenza relativamente spontaneo, mentre sei ritraevano lo sforzo prolungato necessario per essere genitori in controtendenza rispetto al proprio passato, accompagnato da trasformazioni emotive, cognitive e relazionali. Le narrazioni che descrivevano la continuazione del maltrattamento formavano un unico percorso. In tutto, queste analisi hanno dato luogo a tre percorsi narrativi.

Fase 5. Costruzione delle narrazioni composite

Una volta stabiliti i tre percorsi, l’analisi è tornata ai testi originali e ai codici associati a ciascun percorso per approfondire l’interpretazione e costruire una narrazione composita per ciascun gruppo. Queste narrazioni composite sintetizzano gli elementi chiave condivisi da più resoconti e presentano protagoniste romanzate ancorate ai dati. Non rappresentano una singola persona partecipante, ma colgono i temi centrali, il tono narrativo e i cambiamenti identitari caratteristici di ciascun percorso. Poiché la fase 4 si basava sulla codifica aperta e sul confronto tematico, le narrazioni composite erano direttamente collegate agli schemi individuati nella fase precedente, il che garantiva un legame trasparente tra le narrazioni di partenza e le costruzioni finali. Sebbene le narrazioni variassero in lunghezza, le narrazioni composite si sono basate sul loro contenuto sostanziale piuttosto che sulla loro uniformità formale. Si è avuto cura che nessuna narrazione più lunga plasmasse in modo sproporzionato il resoconto per il solo fatto di contenere più materiale. Ogni narrazione originale ha contribuito sul piano tematico, e i significati centrali dei resoconti più brevi sono stati integrati nell’analisi in egual misura. Tutte le citazioni sono tratte alla lettera dalle narrazioni dei genitori; l’unica trasformazione consiste nell’integrazione di materiale proveniente da più resoconti in un’unica trama. Le citazioni sono state tradotte in inglese con il programma eTranslation della Commissione europea. Per chiarezza narrativa, nelle narrazioni composite in terza persona si usa il pronome «lei»; si tratta di una convenzione narrativa che non riflette il genere effettivo delle persone partecipanti. Ogni narrazione composita si apre con una breve descrizione delle narrazioni individuali su cui si basa, e i temi caratteristici di ciascun percorso sono presentati nelle tabelle supplementari 1, 2 e 3.

Processo di analisi
Fig. 1. Processo di analisi

Risultati

Nessuno dei genitori ha scritto di IPV fisica nella famiglia attuale. Undici narrazioni descrivevano percorsi attraverso i quali i genitori erano riusciti a spezzare i cicli sia del maltrattamento sia dell’IPV. Quattro narrazioni descrivevano percorsi in cui i genitori avevano agito o agivano ancora maltrattamento fisico nei confronti dei figli.

Dai dati sono state create tre narrazioni composite. Esse illustrano i diversi tipi di narrazione che costruiscono i genitori che hanno vissuto nell’infanzia sia maltrattamento sia IPV per esprimere la trasmissione intergenerazionale della violenza. Chiamiamo percorsi queste narrazioni composite non solo in conformità con la convenzione metodologica, ma anche in ragione dei dati stessi, che indicavano come le narrazioni dei genitori si sviluppassero come cammini distinti, ognuno dei quali rappresentava una traiettoria diversa. Il termine «percorso» è utilizzato per sottolinearne la natura processuale e illustrare le differenze tra di essi.

Percorso 1: la decisione precoce e consapevole di Anita di essere un genitore diverso – «Ho deciso di essere diversa»

Il percorso di Anita è una costruzione composita che sintetizza le narrazioni di quattro persone. In ciascuna narrazione, il genitore era riuscito a spezzare entrambi i cicli e nella famiglia attuale non c’erano né maltrattamento né IPV. Questi genitori avevano subito punizioni fisiche nella propria famiglia, come pizzicotti, lavaggi della bocca con il sapone e colpi con la cinghia. La trascuratezza affiorava nei momenti in cui le figure di accudimento li lasciavano soli o si ritiravano emotivamente. I conflitti tra i genitori comprendevano urla, insulti e occasionali scontri fisici.

Per Anita, il rifiuto della violenza è stato una decisione chiara, precoce e consapevole più che un percorso graduale. Per lei, questa posizione era definitiva e autosufficiente. La sua identità si è quindi costruita saldamente presto nella vita, prima di diventare madre, e in netto contrasto con la propria vittimizzazione. Voleva agire esattamente all’opposto di come era stata cresciuta: «Avevo già deciso da giovane, da adolescente, che non volevo il tipo di vita che erano state la mia infanzia e la mia adolescenza. . Era chiaro che avrei fatto le cose in modo molto diverso dai miei genitori. Sarebbe strano essere violenta».

Anita sentiva che il suo impegno per la non violenza era parte intrinseca della sua identità, un orientamento innato più che una trasformazione appresa o conquistata a fatica. Raccontava di essersi sempre sentita non violenta e di aver sempre saputo che la violenza era sbagliata. Anita collegava questa consapevolezza a esperienze precoci di regolazione emotiva, a una sensibilità al dolore e a un temperamento refrattario alla rabbia. Aveva trasferito questa regolazione emotiva appresa presto nella propria genitorialità, caratterizzata da un impegno non violento: «Forse c’entra anche la capacità di fermarsi un attimo tra l’emozione e l’azione, così che l’impulso non si trasformi subito in comportamento. . Ho dovuto dirgli [a mio figlio] tante volte di non picchiare, spiegandogli che fa male. E spesso ho dovuto aiutarlo a regolare emozioni forti perché non esplodessero fisicamente contro gli altri».

Anita raccontava la propria infanzia con contenimento emotivo. Il suo resoconto della vittimizzazione si legge più come un inventario dei fatti che come un ricordo carico di emozione: «Da bambina ho subito colpi con la cinghia, la bocca lavata con il sapone, tirate di capelli». Allo stesso modo, nel descrivere la trascuratezza e l’esposizione all’IPV, manteneva un tono descrittivo. Così, più che esprimere un trauma, Anita formulava la chiara consapevolezza che la sua educazione era stata carente sul piano emotivo ed etico. Eppure continuava a mantenere un rapporto stretto con i genitori: «Mi sarebbe piaciuto che lei si scusasse per quello che ha fatto. Non mi ha causato traumi. Ho sempre avuto un buon rapporto con i miei genitori».

Anita ha preso la decisione consapevole di diventare madre più avanti nella vita. Per lei è stata una scelta meditata, che favoriva la maturità emotiva e la coerenza con valori non violenti: «Ho letto moltissimi testi sulla genitorialità e ho cercato sia il sostegno di altri genitori sia l’aiuto professionale dei consultori materno-infantili e dei servizi di consulenza familiare».

Anita si presentava come un’agente attiva che aveva il controllo della propria vita. Anche se negli anni formativi, mentre costruiva la propria identità non violenta, aveva ricevuto presto sostegno relazionale da fratelli e sorelle e dai nonni, questo serviva a rafforzare la sua resilienza, e lei non dipendeva da queste persone significative. Allo stesso modo, alcune insegnanti le hanno offerto un nuovo modello di donna: «Nella mia infanzia ho avuto diversi fattori protettivi: dei nonni meravigliosamente affettuosi e una sorellastra più grande. Inoltre ho incontrato insegnanti meravigliose che incarnavano un altro modo di essere donna. Mi facevano complimenti, e la mia fiducia in me stessa si è rafforzata».

Quando è arrivato il momento di formare la propria famiglia, Anita ha scelto deliberatamente relazioni sicure, sia nella persona del coniuge sia nella famiglia di quest’ultimo. Anita ha costruito le proprie relazioni di coppia su dinamiche gentili e rispettose, in contrasto con la propria educazione: «Il mio coniuge viene da una famiglia completamente diversa, normale e sicura, e questo ha aiutato a costruire una vita più sicura anche per la nostra famiglia. Mia suocera mi ha fatto da esempio, e ho potuto vedere un modo più dolce di comportarsi».

Anita era profondamente consapevole della natura intergenerazionale della violenza. Invece di raccontare la violenza come un fatto isolato o puramente personale, la collocava in un continuum di danno ereditato e di continuità culturale, una tradizione plasmata dalle norme disciplinari rurali e dalle condizioni sociali del dopoguerra. Scriveva: «Entrambi i miei genitori avevano subito da bambini una grave violenza disciplinare in campagna, dopo la guerra». Tuttavia, invece di dare la colpa soltanto a queste norme storiche e culturali, scriveva che la violenza subita da bambina era imputabile al fatto che i suoi genitori non avevano saputo crescerla come si deve: «Già da bambina pensavo che fosse [la violenza] incompetenza genitoriale e ripetizione della storia di mia madre». A differenza dei suoi genitori, che si erano limitati a trasmettere la violenza come mezzo educativo appreso, Anita ha preso il controllo e ha spezzato il ciclo del maltrattamento. Diceva di essere orgogliosa della propria genitorialità, e vedere il proprio figlio diventare un padre sensibile, e vederlo riflesso nell’educazione dei nipoti, rafforzava in Anita il senso di eredità e di successo, soprattutto in contrasto con la violenza e la trascuratezza emotiva vissute nell’infanzia: «Adesso è il momento di seguire il mio primo nipotino e la genitorialità sensibile di mio figlio verso di lui. Anche lui ha riflettuto sull’educazione che ha ricevuto e pratica un suo stile di educazione tenera, dolce ma ferma».

Percorso 2: la lotta continua di Erika sotto il peso del passato – «Faccio un lavoro consapevole e costante per essere un genitore diverso»

Il percorso di Erika è una costruzione composita ricavata da sette narrazioni individuali. In tutte, i genitori erano riusciti a spezzare entrambi i cicli, e nella famiglia attuale non erano presenti né maltrattamento né IPV. Questi genitori avevano subito gravi atti di violenza fisica, come percosse, strangolamenti e colpi con la cinghia. Questi atti di violenza psicologica e l’esposizione a IPV sia emotiva sia fisica hanno avuto un ruolo importante nel creare un clima pervasivo di paura, instabilità e disagio emotivo.

Per Erika, spezzare il ciclo era un processo continuo che richiedeva uno sforzo costante per essere genitore in controtendenza rispetto al passato. Sottolineava il lavoro emotivo e cognitivo necessario per disimparare schemi dannosi e rifiutare i modelli genitoriali osservati nell’infanzia: «Spezzare il ciclo ha richiesto uno sforzo consapevole, riflessione e apprendimento. Non dico che la decisione di rinunciare alle punizioni fisiche sia sempre stata facile. Ho deciso di essere una madre migliore di quella che ho avuto io». Questo significava, inoltre, riflettere attivamente sulle esperienze passate, riconoscere consapevolmente i rischi e scegliere l’autocontrollo. Erika raccontava di aver «avuto la tentazione di afferrare per i capelli [il suo] bambino piccolo in piena crisi di rabbia» e di aver imparato a ritirarsi in queste situazioni: «Quando i miei figli mi rivolgono la loro rabbia, mi accorgo che provoca rabbia anche in me. In queste situazioni mi ritiro. La cosa più importante è stata riconoscere quelle situazioni a rischio, fermarmi e trovare un altro modo di agire. Vorrei sottolineare che sarebbe stato molto più facile seguire l’esempio dei genitori, perché viene d’istinto, come un riflesso, senza pensarci».

Il clima emotivo della casa d’infanzia di Erika, segnato dall’ipervigilanza e dall’insicurezza emotiva, ha plasmato il suo mondo emotivo interiore da bambina. Parla di «essere come una molla compressa» e spiega che non poteva mai sapere con certezza perché la madre o il padre fossero arrabbiati con lei o che cosa avesse fatto di sbagliato questa volta: «Se non c’era motivo per una “punizione”, [mio] padre se lo inventava. A volte sentivamo già dalle nostre camere il volume che saliva. A quel punto cominciavamo a mettere in ordine la stanza in silenzio, perché ci fossero meno urla e meno cose da tirarci addosso possibile. Ma non serviva». L’insicurezza dell’infanzia era ulteriormente rafforzata dalla soppressione emotiva imposta, e raccontava di essere stata costretta a nascondere i propri sentimenti e le proprie reazioni emotive: «Mio padre non sopportava i pianti inutili. Diceva che ci avrebbe dato lui un buon motivo per piangere, se pensava che piangessimo per niente. Venivo punita se mostravo emozioni negative. Ho imparato a non reagire finché non ero in una situazione sicura». Oltre al maltrattamento emotivo diretto nella casa d’infanzia, Erika ricordava l’IPV emotiva e fisica che intensificava ulteriormente il clima di paura e di angoscia: «Qualcosa si è spezzato dentro di me quando ho visto mia madre colpire mio padre in testa con una bottiglia di birra, e la bottiglia si è rotta nel colpo. Non ho mai avuto così paura. Era come se il fondo del mio mondo fosse crollato». A queste situazioni contribuivano talvolta l’alcol e le difficoltà economiche. Erika riconosceva anche che la violenza veniva spesso nascosta agli altri: «Mio padre mi ha detto di andare in un’altra stanza e mi ha stampato un sorriso in faccia a schiaffi. Dovevamo tornare in soggiorno come se niente fosse». A volte veniva intimidita perché tacesse davanti ai servizi di tutela dell’infanzia.

Erika raccontava come la freddezza e la distanza emotive fossero persistite in età adulta, facendole dubitare della propria capacità di dare affetto fisico ed emotivo ai propri figli: «A volte mi sento una madre fredda. Ho paura che i miei figli abbiano bisogno di più affetto fisico di quanto io possa dargliene». Erika ha fatto una terapia per affrontare queste preoccupazioni. Ha anche chiesto aiuto al consultorio materno-infantile, perché temeva di trattare i figli con rabbia e durezza, dato che così avevano reagito i suoi genitori: «Anche se il pianto del bambino mi angoscia, cerco di capirlo e di prenderlo in braccio. Non l’ho mai vissuto con i miei genitori, quindi ho dovuto imparare tutte queste capacità da sola». Usava intenzionalmente azioni pratiche e tecniche genitoriali come strategie sia protettive sia riparative, soprattutto quando il primogenito era un bambino piccolo dal temperamento focoso: «Non so a chi questo [tenere in braccio un bambino arrabbiato] mettesse più a dura prova i nervi, se a me o a mio figlio. In parte, quei momenti probabilmente hanno guarito anche me». Inoltre, Erika ha scelto intenzionalmente un partner emotivamente sicuro, che condivideva gli stessi valori e le stesse pratiche genitoriali, fondati sulla riflessione, sulla capacità di risposta emotiva, sul rispetto dell’autonomia del bambino, su limiti posti senza intimidazione e sul lavoro emotivo.

In età adulta Erika oscillava tra amarezza e legami familiari, poiché aveva un rapporto stretto con i genitori, pur senza aver chiuso del tutto i conti: «Ho quasi lasciato andare l’amarezza per le mie esperienze d’infanzia e per quello che ha fatto mia madre (e mio padre), ma non li ho perdonati. Credo di avere il diritto di essere arrabbiata. Delle scuse da parte dei miei genitori mi aiuterebbero, forse mi permetterebbero di sentirmi davvero vista». Erika aveva una comprensione sfumata di come la violenza disciplinare si inscrivesse in un’eredità socioculturale più ampia, e citava il proverbio finlandese «Chi risparmia la verga odia suo figlio» per contestualizzare le pratiche disciplinari della generazione dei suoi genitori. Erika notava anche come la violenza si estendesse alle relazioni tra fratelli e sorelle nella famiglia d’infanzia: «Io stessa, da bambina sensibile, sono diventata violenta con i miei fratelli e sorelle a causa delle mie esperienze di violenza nell’infanzia, perché ci lasciavano risolvere i litigi a pugni».

Erika era estremamente orgogliosa della propria capacità di interrompere il ciclo della violenza e le pratiche genitoriali dannose, nonostante la lotta che ciò richiedeva. Ammirava i propri risultati e la propria capacità di offrire ai figli l’infanzia che lei avrebbe voluto e meritato: «Per esempio, quando ascolto le risatine e gli strilli dei miei figli, li guardo esprimere la loro delusione per qualcosa o pulisco le tracce che lasciano in soggiorno o in cucina, penso: ce l’ho fatta. Ci sono riuscita».

Percorso 3: il cammino di Kira verso la rottura del ciclo dopo averlo perpetuato – «Ho fatto quello che ha fatto mio padre o mia madre»

Il percorso di Kira è un resoconto composito costruito a partire da quattro narrazioni. Questi genitori avevano usato o stavano usando maltrattamento fisico sui propri figli, perpetuando così il maltrattamento tra le generazioni. Tutti avevano spezzato la trasmissione dell’IPV. Avevano subito sia violenza disciplinare, come sculacciate e tirate di capelli, sia maltrattamento grave, come percosse con cinture di cuoio e botte. La violenza emotiva e l’insicurezza destabilizzavano ulteriormente il loro ambiente domestico. L’IPV era menzionata solo brevemente.

Kira metteva in relazione il proprio trauma infantile con la violenza che aveva trasferito nella famiglia attuale. Così, per Kira, le esperienze d’infanzia non erano semplici episodi sullo sfondo: erano alla base di tutto il suo cammino verso l’età adulta e le imponevano un pesante fardello emotivo: «Riconosco che questa stessa ombra e questa oscurità sono sempre state dentro di me, da bambina, un fardello grande e dominante che ha oscurato tutta la mia vita. Ora che sono adulta e ci lavoro, si sta attenuando. Ma è pronta ad agire se necessario. Le ferite dell’anima non guariscono mai, e porto ancora il fardello per quello che hanno fatto i miei genitori».

L’infanzia di Kira è stata segnata dalla soppressione emotiva. Spiega di aver dovuto nascondere le proprie emozioni per evitare la violenza e anche il dolore che la violenza provocava. Ora, da adulta, si confrontava con le emozioni della propria infanzia: «Da bambina non mi era permesso esprimere i miei sentimenti. Tutto doveva essere spinto in profondità. Nascosto. Ora posso cominciare a portarlo alla luce, affrontarlo da sola e prendermi cura con dolcezza della mia bambina interiore». Kira ha inoltre vissuto trascuratezza e insicurezza nell’infanzia: «Venivo lasciata sola in casa, abbandonata, e restavo convinta che mia madre non sarebbe più tornata». Più avanti aggiunge: «Spesso dovevo andare all’albero vicino alla casa di mia nonna a prendere una verga di betulla per mia madre. La frusta era sempre vicino alla porta della cucina; serviva per minacciare». La minaccia era un modo comune di controllare bambine e bambini nella sua famiglia d’infanzia.

In età adulta Kira faticava con il controllo e la regolazione delle emozioni. Cercava costantemente di imparare strategie di coping non violente e di gestire la rabbia nelle situazioni in cui la sentiva salire: «Cerco di indirizzare questa oscurità, questa furia e questa rabbia in modo che non si rivolgano contro i miei figli. Cercavo di trattenere il sentimento quel tanto che bastava per mettere giù il bambino sul pavimento o sul divano, e allora lanciavo oggetti al suo posto. Sfogo la rabbia battendo le mani sul pavimento e urlando». Lei stessa metteva in discussione questi metodi alternativi: «I miei figli a volte trovano spaventoso [che io batta sul pavimento]? Probabilmente. Li traumatizza? Forse, in una certa misura». Eppure cercava di mettere in parole le proprie emozioni e le proprie azioni con i figli, perché capissero che la sua rabbia non era colpa loro.

Nonostante lo sforzo di trattenere la propria violenza, Kira ricorreva a volte agli stessi schemi dannosi usati dai suoi genitori. Dava schiaffi ai figli, tirava loro i capelli e li spingeva. Kira vedeva chiaramente il legame tra le proprie azioni e la violenza subita nell’infanzia: «Spesso riconosco la situazione in cui i miei genitori avrebbero fatto qualcosa. Una volta ho finito per fare la stessa cosa che faceva mio padre». Kira riconosceva anche come la propria risposta emotiva al pianto del figlio fosse influenzata dalle esperienze d’infanzia: «Avevo dentro questa sensazione: “nemmeno tu puoi piangere, perché nemmeno a me era permesso”».

Il maltrattamento fisico si verificava di solito quando sentiva che la pressione era diventata insostenibile: «… alla fine qualche situazione con un bambino oppositivo è degenerata in violenza». Oltre alla violenza fisica, Kira aveva urlato ai figli e minacciato di abbandonarli. Quando uno dei suoi figli era neonato, Kira ricordava di aver avuto scatti d’ira incontrollabili.

La reazione di Kira a questi episodi violenti era di solito il rimorso e la paura: «Poi piangevo e chiedevo scusa al bambino. Me ne pento profondamente. Mi ha sempre spaventata». Tuttavia, Kira minimizzava anche alcune delle proprie azioni, dicendo di non ricorrere alla violenza in modo costante ma solo occasionalmente. Sottolineava inoltre di non aver mai fatto nulla che lasciasse segni o facesse molto male ai figli.

Kira riconosceva alcuni punti di svolta nel suo cammino verso la rottura del ciclo del maltrattamento. Uno di questi è stato quando la suocera ha messo in discussione il suo modo di urlare contro i figli: «Un’altra persona adulta mi ha detto e fatto capire che non era normale e che era sbagliato. Ho chiesto aiuto e ho spezzato il ciclo della violenza». Riconosceva anche come la resistenza dei figli a obbedire l’avesse costretta a imparare nuovi approcci, e sottolineava il cammino di guarigione ancora in corso: «Non ho altra scelta che continuare il lavoro che ho iniziato. La strada è lunga e accidentata, e continuo a prendermi cura di me».

Anche se il percorso di Kira era ancora in corso, si sentiva ottimista sul futuro suo e dei suoi figli. Esprimeva anche gratitudine per l’opportunità di imparare pratiche genitoriali non violente, presentandola sia come un traguardo personale sia come una svolta relazionale: «Oggi sono felice e grata di aver dovuto imparare un comportamento non violento. Ho un rapporto più sano con i miei figli di quello che i miei genitori hanno con me. Spero di poter alleggerire questo fardello, così che i miei figli abbiano qualche possibilità in più di spezzare il ciclo del trauma»:

Discussione

Questo studio si è proposto di esplorare come i genitori con esperienze infantili sia di maltrattamento sia di esposizione all’IPV narrino e diano significato alla trasmissione intergenerazionale della violenza. Fondata sulla psicologia narrativa, l’analisi mostra come la costruzione di significato, il posizionamento temporale e la costruzione identitaria dei genitori illuminino sia le vulnerabilità che sostengono gli schemi intergenerazionali di violenza sia le risorse che facilitano la resilienza e la rottura del ciclo (cfr. McAdams, 2013; McAdams & McLean, 2013). Sempre in linea con la psicologia narrativa, le narrazioni mostrano che i processi intergenerazionali si dispiegano non solo attraverso il comportamento, ma anche attraverso le storie che i genitori raccontano su di sé e il modo in cui interpretano il passato, collocano il sé presente e immaginano futuri possibili (Riessman, 2008).

I 15 genitori che hanno partecipato a questo studio hanno descritto la violenza intergenerazionale in tre percorsi narrativi distinti. I genitori del primo e del secondo percorso sono riusciti a liberarsi da entrambi i cicli: l’IPV e il maltrattamento infantile. I genitori del terzo percorso hanno proseguito il ciclo del maltrattamento, ma hanno spezzato quello dell’IPV. Questa suddivisione conferma evidenze precedenti secondo cui non tutte le persone che vivono la violenza negli anni formativi la perpetuano in età adulta (Curtis et al., 2023; Greene et al., 2020). Tuttavia, poiché il maltrattamento infantile si è trasmesso in quattro narrazioni, i risultati sottolineano anche che, insieme ad altri fattori di rischio noti (Liel et al., 2022), la vittimizzazione infantile resta un predittore della persistenza del maltrattamento infantile tra le generazioni (Madigan et al., 2019; van IJzendoorn et al., 2020). Gli sforzi di prevenzione e di intervento dovrebbero quindi continuare a sottolineare questo rischio, prestando al contempo attenzione a come i genitori interpretano e integrano le proprie esperienze precoci nella loro attuale identità genitoriale.

I risultati mettono in discussione i modelli semplificati di trasmissione intergenerazionale, mostrando che l’interruzione dell’IPV non pone automaticamente fine al maltrattamento infantile. Mentre la ricerca precedente ha sottolineato che subire maltrattamento nell’infanzia ed essere esposti all’IPV aumenta la probabilità di IPV in età adulta (Assink et al., 2018; Curtis et al., 2023; Shields et al., 2020), le narrazioni qui analizzate suggeriscono percorsi più sfumati, in cui esperienze relazionali correttive, come scelte di partner intenzionali, possono ridurre i rischi sia di IPV sia di maltrattamento infantile. Queste scelte possono riorganizzare l’attaccamento e favorire una sicurezza acquisita (Bowlby, 1969; Iyengar et al., 2019; Roisman et al., 2002), interrompendo la trasmissione. Al tempo stesso, è importante interpretare con cautela l’enfasi sulla scelta del partner. L’IPV non è sempre prevedibile, e relazioni inizialmente non violente possono diventarlo nel tempo. Inquadrare l’assenza di IPV principalmente in termini di scelta individuale del partner rischia di suggerire che evitare la violenza sia una responsabilità individuale. Queste narrazioni possono piuttosto riflettere una combinazione di decisioni intenzionali, dinamiche relazionali e fattori contingenti che sfuggono al controllo delle persone. Sebbene IPV e maltrattamento infantile coesistano frequentemente (Herbert et al., 2023; Mielityinen et al., 2024), la complessità messa in luce da queste narrazioni sottolinea anche che essi implicano dinamiche diverse, che richiedono interventi mirati accanto a una prospettiva olistica. Poiché la maggior parte degli studi precedenti ha esaminato IPV e maltrattamento infantile separatamente, i percorsi distinti qui emersi evidenziano l’importanza analitica di studiare la doppia esposizione come un contesto intergenerazionale specifico.

Basandosi su narrazioni scritte dalle persone stesse, un metodo raramente utilizzato nella ricerca sulla trasmissione intergenerazionale, questo studio mette in primo piano i quadri interpretativi dei genitori, ricavando indicazioni su come danno senso alla violenza e alla sua interruzione, anziché imporre categorie definite dall’esterno (Johnston, 2024; Riessman, 2008; Wertz et al., 2011; Willis, 2019). Il percorso di Anita illustra una precoce posizione autoriale: un impegno identitario deliberato a rifiutare la violenza e a essere un genitore diverso, forgiato prima della genitorialità e narrato con relativa facilità e coerenza. Il percorso di Erika illustra una continua riscrittura, poiché il dolore dell’infanzia riaffiora spesso nei momenti difficili della genitorialità e richiede un’autoregolazione e una riflessione intenzionali per resistere agli schemi interiorizzati (Gélinas et al., 2025; Greene et al., 2020; Taccini et al., 2025). La capacità di fermarsi tra la provocazione emotiva e la risposta riflette la mentalizzazione e l’attaccamento sicuro acquisito (Fonagy & Target, 1997; Roisman et al., 2002), capacità notevoli considerando il suo ambiente precoce, segnato dalla paura e dalla soppressione emotiva.

Per Erika, la cura è diventata al tempo stesso protettiva e riparativa, sostenuta da strategie come la terapia, la scelta deliberata del partner e pratiche genitoriali orientate al conforto. Queste esperienze relazionali correttive facilitano la riorganizzazione degli attaccamenti, il passaggio dall’insicurezza alla sicurezza e l’interruzione della trasmissione del trauma (Filosa et al., 2024; Nichol et al., 2025). Le vulnerabilità legate all’attaccamento aggravano ulteriormente queste difficoltà. Gli stili di attaccamento insicuri sono associati a una regolazione meno efficace sotto stress (Domic-Siede et al., 2024), e le evidenze meta-analitiche confermano che l’attaccamento adulto insicuro aumenta significativamente il rischio di maltrattamento infantile (Lo et al., 2019). La ricerca mostra costantemente che l’insicurezza dell’attaccamento legata al maltrattamento media il legame tra il trauma precoce e il successivo comportamento violento (Cicchetti & Doyle, 2016; Meinck et al., 2025; Papalia & Widom, 2024). Questi schemi non solo ostacolano la sintonizzazione emotiva, ma perpetuano anche dinamiche relazionali caratterizzate da evitamento o disorganizzazione (van IJzendoorn et al., 1999), rafforzando la trasmissione intergenerazionale della violenza.

Il percorso di Kira illustra come il maltrattamento possa persistere tra le generazioni, incarnando meccanismi descritti dalla teoria dell’apprendimento sociale (Akers, 1998; Bandura, 1977) e documentati nella ricerca longitudinale (Shields et al., 2020) e in una recente revisione realista (Meinck et al., 2025). I comportamenti dannosi un tempo subiti si ripetono quando vengono meno gli sforzi per gestire i fattori scatenanti emotivi e regolare il comportamento, spesso sotto stress, il che spiega perché le carenze nelle competenze socio-emotive restino tra i fattori di rischio più significativi del maltrattamento intergenerazionale (Corso et al., 2025). Grazie alla terapia e agli interventi, Kira ha acquisito capacità di regolazione emotiva che l’hanno aiutata a tradurre le proprie intenzioni genitoriali in pratiche coerenti.

Nel loro insieme, questi percorsi dimostrano che non esiste un modello universale per prevenire la trasmissione intergenerazionale della violenza. Questa variabilità delle traiettorie concorda con evidenze recenti secondo cui la trasmissione intergenerazionale della violenza opera attraverso meccanismi dipendenti dal contesto e processi relazionali, che portano sia alla continuità sia alla rottura tra le generazioni (Meinck et al., 2025; Woollett et al., 2025). Gli sforzi di prevenzione e di intervento devono invece essere personalizzati, e le esperienze di Erika sottolineano come la prevenzione debba rivolgersi all’intera famiglia, rafforzando l’attaccamento, insegnando competenze genitoriali e coltivando meccanismi di coping per sostenere una genitorialità non violenta (Backhaus et al., 2023; Bernard et al., 2012). Genitori come Kira lottano costantemente per districarsi da un trauma passato, il che indica che hanno bisogno di un sostegno prolungato nelle diverse fasi della genitorialità. Ciò evidenzia l’importanza di misure preventive, come la terapia e l’accompagnamento da parte di professionisti sanitari, in particolare nei consultori pediatrici, nonché di interventi tempestivi (Dierkhising et al., 2019; Meng et al., 2018).

Al di là delle strategie comportamentali, questo studio introduce una dimensione psicologico-narrativa. Kira esemplifica come i genitori che perpetuano il maltrattamento menzionassero solo brevemente la propria esposizione all’IPV nell’infanzia, il che suggerisce che potrebbero non avervi attribuito un significato narrativo importante, mentre chi ha spezzato il ciclo la ricordava come emotivamente significativa. Ciò suggerisce che le forme di violenza co-occorrenti possono essere legate sul piano comportamentale ma compartimentate sul piano psicologico. Quando l’esposizione viene riconosciuta e integrata narrativamente in una storia di vita coerente, la funzione riflessiva, cioè la capacità di comprendere il comportamento proprio e del bambino in termini di stati mentali sottostanti (Fonagy & Target, 1997), e l’attaccamento sicuro acquisito (Filosa et al., 2024; Roisman et al., 2002) sembrano avere maggiori probabilità di svilupparsi, riducendo così il rischio. Il fattore decisivo potrebbe quindi non essere la semplice esposizione, ma la misura in cui i traumi relazionali vengono riconosciuti, elaborati emotivamente e integrati in una narrazione di attaccamento coerente (si veda anche Woollett et al., 2025), un processo coerente con le evidenze secondo cui l’insicurezza dell’attaccamento media il legame tra maltrattamento precoce e successiva violenza relazionale (Cicchetti & Doyle, 2016; Papalia & Widom, 2023). Queste difficoltà derivano spesso da storie evolutive segnate da trascuratezza, soppressione emotiva e comportamenti minacciosi, che minano l’attaccamento sicuro e una regolazione efficace (Baer & Martinez, 2017; Gélinas et al., 2025; Lo et al., 2019; Woollett et al., 2025).

Al tempo stesso, i genitori collocano spesso le proprie esperienze in un contesto socio-storico più ampio, riconoscendo che anche i loro genitori erano stati vittime di maltrattamento, un’esperienza normalizzata e socialmente accettata durante la loro infanzia. Queste riflessioni mostrano come le narrazioni personali si inscrivano in trame socio-storiche più ampie, evidenziando la dimensione culturale dell’identità narrativa (McAdams, 2013). Nel loro insieme, questi risultati sottolineano che il trauma intergenerazionale si manifesta attraverso percorsi comportamentali e psicologici complessi (Greene et al., 2020), che richiedono azioni preventive e interventi in grado sia di sostenere la scelta di un partner sicuro sia di consentire la retrospezione e la riflessione sulla vittimizzazione infantile, il che potrebbe aiutare i genitori a simbolizzare, organizzare e riscrivere le esperienze traumatiche.

Limiti e direzioni future

Occorre indicare alcuni limiti di questa ricerca. In primo luogo, sebbene le narrazioni fossero ricche di contenuto, le informazioni di contesto sono state ottenute tramite domande facoltative e le informazioni disponibili variavano da una persona partecipante all’altra. Questa disomogeneità limita la comparabilità delle narrazioni e la descrizione del campione, anche se tale variabilità è comune e accettabile nella ricerca narrativa, dove al centro vi è la costruzione di significato e non la completezza demografica. Inoltre, poiché gli otto genitori che hanno indicato il proprio genere erano donne, la ricerca futura dovrebbe cercare di approfondire la prospettiva dei padri, soprattutto perché le partecipanti a questo studio hanno sottolineato il ruolo del coniuge nel creare ambienti sicuri per sé e per i figli. In secondo luogo, l’attenzione dello studio alla violenza fisica può aver ristretto la gamma di schemi intergenerazionali individuati, poiché non coglie pienamente le possibili continuità nelle forme non fisiche di violenza, come l’abuso emotivo o psicologico. Inoltre, nessuna delle persone partecipanti ha riferito un coinvolgimento in IPV nelle relazioni adulte, il che limita la misura in cui i risultati possono parlare dei percorsi di trasmissione intergenerazionale persistente dell’IPV e mette invece in luce processi di negoziazione del rischio e di possibile interruzione.

In terzo luogo, gli eventi traumatici o emotivamente carichi possono essere ricordati in modo impreciso, in particolare quando sono influenzati da un trauma non risolto o da un’elaborazione difensiva. Ciò sottolinea l’importanza di includere la prospettiva di bambine e bambini, che vivono attivamente all’interno di queste dinamiche familiari e possono offrire uno sguardo più immediato e più radicato nel contesto sulle esperienze di violenza intergenerazionale. Inoltre, le narrazioni riflettono ciò che le persone partecipanti scelgono di condividere, e possono omettere o distorcere esperienze. I resoconti di questo studio riflettevano inoltre in larga misura un orientamento verso la rottura o l’interruzione dei cicli di violenza, il che suggerisce un possibile bias di autoselezione e limita la comprensione delle traiettorie in cui la violenza è normalizzata o non messa in discussione.

Infine, i genitori possono presentarsi come competenti o moralmente responsabili, minimizzando i comportamenti dannosi. Tuttavia, ciò è più probabile nel contesto di un’intervista, in cui alcune persone possono faticare a condividere le proprie esperienze faccia a faccia per vergogna, per norme culturali o perché sopraffatte emotivamente. Un punto di forza fondamentale di questo studio è stato l’approccio narrativo, che ha permesso ai genitori di riflettere più liberamente e in profondità sulle proprie storie, facendo spesso emergere contraddizioni, complessità emotiva e punti di svolta decisivi. Ciò ha permesso anche ai genitori di narrare esperienze di maltrattamento emotivo, che sono di solito elementi centrali della violenza fisica; in questo contesto, tuttavia, sono state raccontate per libera scelta dei genitori. Ciò sottolinea la necessità di ampliare la nostra comprensione della trasmissione intergenerazionale per includere le dimensioni emotive del trauma, spesso meno visibili ma di profondo impatto.

Conclusione

Questo studio rafforza le evidenze precedenti secondo cui la trasmissione intergenerazionale della violenza è probabilistica e non deterministica, evidenziando al tempo stesso che la vittimizzazione infantile resta un fattore di rischio significativo per la successiva perpetrazione di maltrattamento infantile. Inoltre, i risultati indicano che la trasmissione intergenerazionale è influenzata non solo dall’esposizione a forme di violenza co-occorrenti, ma ancor più dal modo in cui questi traumi relazionali vengono compresi e integrati in una narrazione di attaccamento coerente. Quando sia il maltrattamento sia l’IPV vengono riconosciuti e incorporati in modo significativo in questa narrazione, le persone possono avanzare verso un attaccamento sicuro acquisito, sia come genitori sia come partner. Questo processo consente di riparare le pratiche genitoriali e favorisce un ambiente più sicuro e più nutriente per l’intera famiglia. Per alcune persone, gli schemi di attaccamento insicuro formatisi nei primi anni di vita rendono schiaccianti gli sforzi quotidiani per bilanciare lo stress e regolare le emozioni, portandole a ricorrere alla violenza e a ripetere i comportamenti dannosi un tempo subiti. Le implicazioni pratiche dello studio indicano quindi un duplice approccio. Da un lato, sono cruciali gli sforzi di prevenzione e di intervento mirati al cambiamento comportamentale. Questi comprendono il sostegno del coniuge e dei professionisti, nonché il rafforzamento delle competenze genitoriali e di regolazione emotiva. Dall’altro, la motivazione interna e la capacità e l’opportunità dei genitori di riscrivere le proprie esperienze d’infanzia possono aiutare a interrompere, e in ultima analisi a porre fine, alla trasmissione intergenerazionale della violenza.

Complexe Systémique: punti chiave

L’articolo è importante per la pratica sistemica perché rifiuta il «ciclo» come destino. Le narrazioni mostrano due trasmissioni distinte: la violenza di coppia può fermarsi mentre il maltrattamento infantile si ripete, come se le due esperienze restassero separate nella memoria. Tra i genitori che hanno spezzato entrambi i cicli, l’esposizione alla violenza tra i propri genitori veniva riconosciuta e dotata di significato; tra quelli che maltrattano ancora, è menzionata solo di sfuggita. Per la terapia, la domanda non è quindi solo «che cosa ha vissuto?», ma «che posto occupa nella sua storia?». Contano anche i sostegni relazionali: una famiglia acquisita che mostra un altro modo di fare, una suocera che nomina l’inaccettabile, i consultori pediatrici. Le autrici stesse mettono in guardia da una lettura che trasformerebbe «scegliere il partner giusto» in una responsabilità individuale. I limiti sono quelli dell’autoselezione: quindici narrazioni scritte, per lo più da donne, orientate verso la rottura del ciclo. Da leggere insieme a lo studio su come le future madri e i loro partner percepiscono la trasmissione della violenza e l’articolo sull’adattamento della coppia alla genitorialità dopo un maltrattamento subito nell’infanzia.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Le autrici desiderano ringraziare tutte le persone che hanno condiviso le proprie esperienze di violenza intergenerazionale.

Finanziamento. Finanziamento open access fornito dalla Tampere University (incluso il Tampere University Hospital). Questo lavoro è stato sostenuto dallo Strategic Research Council (SRC).

Approvazione etica e consenso alla partecipazione. Lo studio è stato approvato dal comitato etico locale (numero di approvazione 30/2024). Tutti i metodi sono stati applicati in conformità con le linee guida e le normative pertinenti e si sono attenuti alle linee guida etiche del Finnish National Board on Research Integrity. È stato ottenuto il consenso informato di tutte le persone partecipanti incluse nello studio.

Consenso alla pubblicazione. Le persone partecipanti hanno fornito il consenso informato all’uso anonimizzato dei propri dati in pubblicazioni scientifiche.

Dichiarazione sull’IA. Microsoft Copilot è stato utilizzato come supporto per la revisione linguistica del manoscritto, compresi miglioramenti di grammatica, chiarezza e leggibilità. Tutti i contenuti scientifici, le interpretazioni, le analisi e le conclusioni sono stati elaborati e verificati dalle autrici.

Conflitto di interessi. Le autrici dichiarano di non avere conflitti di interessi.

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Traduzione non ufficiale di Narratives about Breaking the Cycle of Intergenerational Violence in Families: Different Routes, Same Goal, di Laura Mielityinen, Taina Laajasalo ed Eija Paavilainen, Journal of Child & Adolescent Trauma, pubblicazione online anticipata (2026), doi: 10.1007/s40653-026-00961-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né le autrici né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Narratives about Breaking the Cycle of Intergenerational Violence in Families: Different Routes, Same Goal», pubblicato in Journal of Child & Adolescent Trauma (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo delle autrici è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Mielityinen, L., Laajasalo, T., et Paavilainen, E. (2026). Narratives about Breaking the Cycle of Intergenerational Violence in Families: Different Routes, Same Goal. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/narratives-about-breaking-the-cycle-of-intergenerational-violence-in-families (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Child & Adolescent Trauma (2026), pubblicazione online anticipata; ripubblicata nel 2026 da Journal of Child & Adolescent Trauma, https://link.springer.com/article/10.1007/s40653-026-00961-9)

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